Dal Catechismo all’esperienza cristiana
Questa rubrica è il proseguimento di quella dedicata all’esposizione del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Il materiale qui presentato è disponibile nel suo insieme nel volume: A. Strumia, Dal Catechismo all’esperienza cristiana, Amazon 2022. E in formato testo e audio sul sito albertostrumia.it/Fides-et-Ratio e sul canale YouTube www.youtube.com/c/AlbertoStrumiaA
Puntata n. 20 – La coscienza di appartenere alla Chiesa (V)
Proseguiamo nella descrizione delle “analogie” o “figure” della Chiesa, dopo avere parlato della Chiesa come a) “sacramento” e come b) “Corpo di Cristo”.
c) La Chiesa “popolo”
L’immagine del “corpo” ha anche una valenza sociale: essa indica un insieme di persone che appartengono ad un’aggregazione attorno ad un fondamento che dà loro anche un’“identità culturale”. Tale identità è fondata su un’esperienza comune e quindi crea una “mentalità comune”, una stessa “concezione della vita”, dei costumi cioè una “moralità” e delle manifestazioni espressive ed artistiche proprie. In questa accezione si deve parlare della Chiesa come di un “popolo” (cfr., Lumen gentium, cap. II). Anche questa è una delle realtà costitutive della Chiesa fortemente da ricuperare.
All’inizio del secondo secolo la Lettera a Diogneto rende già pienamente conto di questa “coscienza di popolo” che i cristiani avevano nel loro modo di vivere nella società. I cristiani possiedono uno specifico che li caratterizza non solo “interiormente” e “privatamente”, ma anche “visibilmente” e “pubblicamente”; e non solo “individualmente”, ma anche “comunitariamente”.
Sia quando si trovano insieme, che quando si incontrano singolarmente, essi sono riconoscibili per qualcosa di speciale di cui sono portatori, per un “tipo di umanità” completamente nuova e sconosciuta agli altri. Essi motivano, di fronte agli altri che li interrogano, la novità della loro umanità con il fatto di appartenere a Cristo, attraverso l’appartenenza alla Chiesa.
«I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per regione, né per lingua, né per costumi. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è frutto della scoperta del pensiero di uomini geniali, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e hanno figli, ma non abbandonano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel Cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi» (Lettera a Diogneto, V, 1-11).
L’immagine del corpo ha anche una valenza sociale: essa indica un insieme di persone che appartengono ad un’aggregazione attorno ad un fondamento che dà loro anche un’“identità culturale”. Tale identità è fondata su un’esperienza comune e quindi crea una mentalità comune, una stessa concezione della vita, dei costumi cioè una moralità e delle manifestazioni espressive ed artistiche proprie. In questa accezione si deve parlare della Chiesa come di un popolo (cfr., Lumen gentium, cap. II).
In una concezione troppo individualistica e moralistica del cristianesimo scompare la “coscienza di essere un popolo”, da parte dei credenti: un popolo costituito dall’avere in comune il fatto di riconoscersi salvati da Cristo Risorto e Presente nella Chiesa. Caratterizzati, quindi da una comune concezione dell’uomo e da una comune esperienza di vita. Questo modo di intendere il “popolo” è legato strettamente ad un’esperienza personale e sociale, a gesti pubblici che testimoniano la fede, come ad un senso di solidarietà operosa tra fratelli nella fede e ad un’attenzione totale nei confronti di ogni uomo, voluto e amato da Dio per essere salvato.
Un certo recupero della lettura dell’Antico Testamento può certo favorire il riaccostarsi alla coscienza di essere popolo che era molto forte nel popolo di Israele, purché sia accompagnato da un’esperienza ecclesiale. I gesti della vita comune devono avere una dignità piena, essere espressione di una vita quotidiana riempita dalla presenza di Cristo, del gusto di essere una presenza cristiana visibile nella società degli uomini. Ciò che i cristiani vivono non è una “salvezza solo per se stessi”, ma è una proposta per la “verità della vita di tutti”. Coloro che fanno parte del popolo radunato da Cristo sanno che il loro lavoro, la loro presenza, la loro missione, sono “un bene per tutti”, perché Cristo è il Salvatore di tutti gli uomini.
Perché un popolo si sostenga occorre una “cultura”, un aiuto alla formazione della “mentalità”: una mentalità che si scopra pienamente umana nell’esperienza cristiana. Un tempo i gesti della liturgia, le feste popolari, le missioni popolari, le celebrazioni dei matrimoni, i battesimi, le ordinazioni sacerdotali, le processioni, le novene, le varie tradizioni artistiche e le espressioni della pietà, insieme alla predicazione domenicale e alle diverse forme della catechesi, ai pellegrinaggi, alla recita del Rosario costituivano lo strumento normale della formazione della mentalità del popolo cristiano.
Oggi i mass media hanno, di fatto, soppiantato quasi completamente l’efficacia di questa formazione culturale, introducendo nella mentalità dei credenti categorie culturali estranee e quasi sempre contrarie alla fede e alla dignità della persona.
Il modo elementare attraverso il quale garantire la formazione quotidiana, e quindi la possibilità di ridare piena dignità ai gesti della fede e della tradizione, è garantito dal costituirsi di piccoli gruppi di fraternità, guidati secondo un metodo e un’impostazione comune.
«L’amore in astratto non avrà mai forza nel mondo, se non affonda le sue radici in comunità concrete, costruite sull’amore fraterno. La civiltà dell’amore si costruisce soltanto partendo da piccole comunità fraterne. Si deve cominciare dal particolare per arrivare all’universale. La costruzione di spazi di fraternità è oggi non meno importante che nei tempi di san Giovanni o di san Benedetto, che con la fondazione della fraternità dei monaci fu il vero architetto dell’Europa cristiana, costruendo i modelli della nuova città nella fraternità della fede» (J. Ratzinger, Il cammino pasquale, ed. Ancora, Milano 1985, pp. 99-100).
d) La Chiesa “Tempio”
L’immagine della “Chiesa Sacramento”, comporta una Presenza fisica di Cristo, “sensibile”, “materiale” (analogamente ai sette Sacramenti, occorre che vi sia una “materia” insieme alla “forma”). Perché vi sia una presenza sensibile occorre un “luogo fisico”: la Chiesa è il “luogo” della “presenza fisica”, sensibile, “incarnata” del Signore; “luogo” costituito dalle persone che la compongono, e che si possono incontrare.
Nell’Antico Testamento si trova spesso descritta questa fisicità della presenza di Dio che si fa incontrare in un “luogo”. Basti ricordare l’episodio di Giacobbe (Cfr., Gen 28,19) che incontra Dio in un “luogo” al quale darà il nome Betel, cioè “casa” (Bet) di “Dio” (Elohim) e soprattutto l’idea del “Tempio”, come “luogo” centrale unico della vita del popolo eletto.
Se Dio è una Presenza, se Cristo è la presenza di Dio fatto carne, se la Sua Presenza deve continuare nella Chiesa lungo la storia, se la presenza si deve incontrare non solo interiormente ma anche sensibilmente, occorre un “luogo” per l’incontro: la Chiesa è questo “luogo”, un luogo fatto di persone vive, un tempio di pietre vive, secondo l’immagine di san Paolo.
San Leone Magno descrive la natura della Chiesa-luogo-Tempio con queste parole: «Se è vero che non è proprio di questa vita, ma di quella Eterna, che Dio sia tutto in tutti, è anche vero che fin d’ora Egli abita inseparabilmente il suo Tempio, che è la Chiesa. Lo promise con le parole: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Tutto quello dunque che il Figlio di Dio ha fatto e ha insegnato per la riconciliazione del mondo, non lo conosciamo soltanto dalla storia delle sue azioni passate, ma lo sentiamo anche nell’efficacia di ciò che egli compie al presente» (Discorso 12, sulla Passione, in “Ufficio delle letture” del mercoledì della seconda settimana di Pasqua).




















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