Particolare de “San Giuseppe e il Bambino Gesù” (1635) di Guido Reni (1575- 1642). Olio su tela 126 X 101, Museo dell’Hermitage, San Pietroburgo.
Particolare de “San Giuseppe e il Bambino Gesù” (1635) di Guido Reni (1575- 1642). Olio su tela 126 X 101, Museo dell’Hermitage, San Pietroburgo.

 

 

di Massimo Lapponi

 

Si è detto più volte che si attende un profondo rinnovamento della teologia, non nel senso inteso da alcuni che la Chiesa sarebbe in ritardo di due secoli e che dovrebbe perciò adattarsi al progresso del mondo, ma nel senso di una sorta di resurrezione dallo stato quasi mortifero in cui sembra giacere da tempo il pensiero ed il sentire cristiano.

 Ma in realtà questo rinnovamento non si può restringere alla teologia, né in generale può essere inteso in modo settoriale, quasi che la vita del popolo di Dio fosse scissa in diversi compartimenti stagni, poco o nulla comunicanti tra loro. È evidente, invece, che la “resurrezione” di cui tutti, in un modo o nell’altro, avvertono, forse in modo incosciente, l’avvento dovrebbe essere un movimento spirituale capace di tutto rinnovare e ravvivare, dal pensiero, al sentimento, al concreto operare comune del popolo dei credenti nella vita personale, familiare e sociale.

La stessa teologia, anziché essere una sorta di disciplina iniziatica per specialisti, dovrebbe farsi carico della missione di illuminare ogni aspetto della vita dei credenti e di arricchirli di tutti i mezzi necessari per dar la vita, guidati dallo Spirito Santo, che tutto armonizza per un unico fine, a quella «generazione futura», a quel «popolo nuovo» che «darà lode al Signore» promesso dal salmista – salmo 101, 19 – di cui, specialmente nei momenti più bui della storia, si attende con ansia la nascita.

Di quali mezzi dovrebbe servirsi una teologia che ambisse a farsi generatrice di questo popolo nuovo e guida fattiva e sperimentabile della vita quotidiana dei fedeli, per illuminarli con la forza dello Spirito Santo? La stessa Sacra Scrittura ci fornisce la risposta a questa domanda.

Come ci parla lo Spirito Santo se non con un linguaggio che penetra nei cuori, con quella persuasione che è propria di ciò che gli uomini chiamano “poesia”? Infatti non sarebbe probabilmente errato affermare che Gesù Cristo è il poeta più grande di tutti i tempi, con il seguito degli apostoli e dei profeti, che di lui hanno parlato sotto l’ispirazione dello Spirito Santo. Come ha fatto il Vangelo a conquistare il mondo, se non con la forza incontenibile della sua poesia?

Possiamo, dunque, chiederci: non è forse vero che nella vita degli uomini di oggi, e degli stessi credenti, è sempre più assente il soffio della poesia? Se, al dire di Teodoro di Mopsuestia, «ci si insegna a celebrare in questo mondo i simboli e i segni delle benedizioni a venire, perché, come popolo che entra nel godimento delle soavi realtà del cielo per mezzo della liturgia, possiamo possedere con ferma speranza ciò a cui aspiriamo», dov’è nella vita dei fedeli di oggi questo presentimento delle realtà future che dalla liturgia dovrebbe scorrere attraverso tutte le ore del giorno?

Non dipende, forse, in modo sostanziale, questa assenza dall’aver separato la poesia del cielo da quella della terra per poi far inaridire ambedue?

 Affermava San Gregorio Magno che la Sacra Scrittura è una lettera d’amore che Dio ha scritto al genere umano. Certamente nel pensiero dei Padri la storia della salvezza, che attraversa tutta la storia del mondo, è come un poema scritto dallo Spirito Santo. Ma le parole “amore”, “poema” non dovrebbero risvegliare l’esperienza di quell’amore umano che, dall’origine del mondo, è risuonato quale canto di felicità e generatore della vita? Certamente se nel canone biblico è stato inserito un libro come il Cantico dei cantici, ciò suggerisce che tra l’amore umano e l’amore divino da cui è scaturito il poema della salvezza vi sia una profonda connaturalità.

Ma una certa tendenza della teologia, in modo più o meno esplicito, ha inteso separare in modo netto “l’Amor che muove il sole e l’altre stelle” da quello che, con un linguaggio molto squallido – anche se risale a San Tommaso d’Aquino – viene detto “mutuo aiuto” tra gli sposi terreni.

A testimonianza contro questa mortificazione della dimensione umana dell’amore, che ha finito per mortificare anche la sua dimensione divina, già da tanti secoli si è levata la voce di poeti e musicisti, da Dante a Petrarca, a Tasso, a Shakespeare, a Goethe, a Bellini, a Donizetti, a Vardi, a Wagner: una voce possente, «simile al fragore di grandi acque» (Ap 1, 15), alla quale, però, la teologia ha dato troppo poco ascolto.

Ma se, come si è detto, il linguaggio con cui lo Spirito Santo fa vibrare le corde più intime del cuore degli uomini è il linguaggio della poesia, non sarebbe opportuno che la rinnovata teologia di cui siamo in ansiosa attesa imparasse da quei maestri il proprio linguaggio e il proprio sentire?

Allora forse si vedrebbe che tutto il poema della salvezza è intimamente legato con il poema dell’amore umano. E, infatti, non passa forse la salvezza del mondo attraverso la generazione del Figlio di Dio da una donna? Per la mentalità comune il mistero della nascita di Cristo nel mondo si svolgerebbe in una sfera del tutto astratta, in cui l’amore umano, comunemente inteso, non ha alcun posto. Ma è proprio così?

Se Cristo ha scelto di nascere per generazione carnale da una donna, non sarà questo, anziché un voler isolare l’esperienza dell’amore divino da quello umano tramite la nascita verginale, piuttosto un ricondurre il mistero dell’amore umano e della generazione della vita alla sua sorgente originaria?

Se la trasmissione del peccato originale avviene attraverso la concupiscenza, che esalta la causalità biologica e mortifica, in proporzione, la causalità spirituale, la concezione verginale, anziché essere qualche cosa di estraneo rispetto alle comuni vie della generazione e dell’amore umano, non sarà invece il modello a cui ogni generazione dovrebbe aspirare a conformarsi?

Forse è più facile capire questo concetto se ci riferiamo all’Immacolata Concezione. Per essere immacolata la concezione di Maria, non deve essere affatto estranea ai sentimenti umani. Essa, cioè, è quanto di più lontano si possa pensare da una concezione meccanica, “in vitro”. La stessa partecipazione dei sensi, infatti, almeno in qualche misura, riflette ancora l’azione dello spirito. Escludendola, dunque, non solo non si ha nulla di simile ad una concezione immacolata, ma si ha l’opposto, inquinando oltre ogni limite il concepimento umano – se possiamo ancora definirlo umano.

Del tutto contraria sarà, perciò, una concezione immacolata: in essa non solo la partecipazione dei generanti sarà sostanziale, ma lo sarà oltre ogni misura, nella sfera superiore dello spirito, il quale investirà in modo totalizzante la stessa dimensione biologica. Ad una concezione immacolata dovrà necessariamente corrispondere un amore immacolato.

Dobbiamo dunque pensare che i genitori di Maria, ai quali una tradizione apocrifa ha dato il nome di Gioacchino ed Anna, debbono aver avuto tra loro un amore di una profondità insondabile.

È molto sciocca l’idea, universalmente diffusa, che Gioacchino ed Anna fossero due vecchietti poco sensibili, che quasi non si accorgessero di generare una creatura. Al contrario, il loro amore, misteriosamente immacolato, deve essere stato un’esperienza ineffabile, più sublime dell’amore di Dante e di Beatrice. Solo da un tale amore – che offriva una co-operazione perfetta all’Amore del Creatore – poteva scaturire l’Immacolata Concezione, e solo dalla rinascita di un tale amore il nostro mondo potrà trovare salvezza dall’oscuro destino di traviamento e di morte che lo minaccia.

Questo pensiero qualche anno fa mi suggerì di scrivere una sacra rappresentazione in musica dal titolo “Gli occhi luminosi di Sant’Anna”, ovviamente incentrata sull’amore tra Anna e Gioacchino.

Perché una sacra rappresentazione? Appunto perché la teologia non deve rimanere nel mondo accademico dei concetti astratti, ma deve rifluire nella vita del popolo attraverso il linguaggio della poesia e della musica, dal quale la decadenza del linguaggio e dell’espressione musicale ci hanno barbaramente estraniati, purtroppo spesso nella stessa liturgia.

O queste parole del salmista: « Voglio cantare al Signore finché ho vita, cantare al mio Dio finché esisto» (salmo 103, 33) sono state dette invano?

Ma il pensiero da Anna e Gioacchino naturalmente doveva poi giungere a Maria e a Giuseppe. E qui sorge l’obiezione: ma ora l’amore umano non c’entra più, neanche nella forma di Immacolata Concezione. E invece si può sostenere che l’apparenza inganna e che anche l’amore tra Maria e Giuseppe rientri nell’esperienza dell’amore umano, e che anzi ne rappresenti la più alta espressione.

Se, infatti, l’essenza della generazione non è nella carne, ma nello spirito, e se la sua sorgente originaria è la generazione del Figlio di Dio nel seno del Padre nel mistero divino della Trinità, la sublime generazione di Cristo per opera della Spirito Santo non è sostanzialmente estranea all’amore verginale tra Maria e Giuseppe. Il loro amore, infatti, riflette proprio lo Spirito Santo – come ogni amore, ma in misura infinitamente più perfetta – e perciò l’opera dello Spirito Santo in Maria appare quale il conseguimento, oltre ogni misura, dell’aspirazione sublime che anima l’amore tra i due sposi.

Dunque cosa di più errato di un San Giuseppe asettico e insensibile, che vive la sua santità in una sfera del tutta estranea all’amore umano, comunemente inteso, e di una Maria che vede in Giuseppe nient’altro, appunto, che un “mutuo aiuto” e nulla più?

No, non deve essere stato così! Dunque il discorso incominciato con Sant’Anna e San Gioacchino doveva avere il suo naturale seguito con una sacra rappresentazione musicale che celebrasse l’amore tra Maria e Giuseppe.

A rafforzare l’inspirazione iniziale sono intervenuti altri fattori, come il consiglio di uno studioso attento ai dati archeologici e ai documenti relativi al Nuovo Testamento considerati “apocrifi”, ma non per questo privi di importanza storica.

Quando finalmente mi sono messo al lavoro, non pensavo che il papa avrebbe dedicato quest’anno proprio a San Giuseppe, né immaginavo minimamente che l’ingrato lavoro di scrivere una così impegnativa composizione musicale si sarebbe concluso proprio a ridosso della festa di San Giuseppe. Ma quando ho visto avvicinarsi la data fatidica, ho voluto fare un vero tour de force per giungere in tempo. E miracolosamente, proprio poche ore prima della scadenza gli ultimi ritocchi della sacra rappresentazione “L’eletto del cielo” erano terminati.

Naturalmente non sono in grado di proporre una realizzazione dell’opera, ma almeno posso mettere a disposizione un link dal quale si può scaricare sia il relativo libretto, sia anche il pdf dello spartito.

Non sono un musicista professionale, ma una lunga esperienza nel campo della musica e della composizione possono forse permettermi di ovviare, in qualche misura, a questo inconveniente.

L’omaggio a San Giuseppe e al sublime amore che lo lega a Maria possa non solo rinnovare la nostra devozione verso di lui, presentandolo in una luce insolita, ma anche far rifluire, attraverso il canto e la poesia, una teologia rinnovata dal soffio dello Spirito Santo nella vita più intima e nel sentire più umano del popolo di Dio.

 

 

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