Il presidente della Pontificia Accademia per la Vita è al centro dell’attenzione per aver suggerito che, in determinate circostanze, potrebbe essere moralmente giustificabile sostenere una proposta limitata di suicidio assistito «dato che il Parlamento potrebbe invece approvare tempestivamente leggi più permissive e libertarie…» (della circostanza, su questo blog, ne abbiamo parlato qui, ndr). A prima vista, la dichiarazione dell’arcivescovo Renzo Pegoraro sembra un’estensione di un argomento su cui gli attivisti pro-vita americani riflettono da anni: è giusto votare a favore di una legge che vieti l’aborto in alcuni casi, ma che per il resto permetta che l’uccisione continui?
Ma guardiamo più attentamente. Le situazioni sono diverse.
Dopo la sentenza Roe (quella che ha legalizzato l’aborto negli USA, ndr), il movimento pro-vita negli Stati Uniti ha cercato di ottenere una legislazione che proteggesse la vita dei bambini non ancora nati. Ovviamente la legislazione ideale proteggerebbe tutti i bambini non ancora nati. Ma una misura intermedia che ne protegga alcuni — a condizione che non giustifichi esplicitamente l’uccisione di altri — potrebbe rappresentare un passo nella giusta direzione, poiché altrimenti i non ancora nati non avrebbero alcuna protezione.
La campagna per l’accettazione dell’eutanasia opera in direzione opposta (sotto diversi aspetti). Le proposte per l’accettazione del suicidio assistito mirano a eliminare le leggi che rendono l’uccisione deliberata un reato. Quelle leggi — intendo le leggi contro l’omicidio — garantiscono protezione a tutti. Pertanto, la situazione giuridica, prima dell’introduzione di una legge a favore dell’eutanasia, è l’opposto della situazione post-Roe negli Stati Uniti, dove i nascituri non godevano di alcuna protezione legale.
Sostenere qualsiasi proposta di suicidio assistito, quindi, implica affermare che alcune persone innocenti dovrebbero essere uccise. Il fatto che possano desiderare di morire e che l’uccisione sia compiuta da professionisti sanitari non altera il fatto che le loro vite verrebbero tolte deliberatamente, in violazione della legge di Dio, che è scritta sia nel Decalogo che nel cuore dell’uomo.
L’analisi politica dell’arcivescovo — secondo cui se una proposta di eutanasia «moderata» venisse respinta, potrebbe essere approvata una versione più estrema — è, nel migliore dei casi, lacunosa. Ma se avesse ragione? Se si giudica la moralità delle politiche pubbliche in base al numero delle vittime, la legislazione «imperfetta» potrebbe essere preferibile. Ma se si giudica la moralità di un voto in base a ciò che comporta per te, l’elettore, o per la società che adotta la proposta, allora non si può giustificare il compiere quel passo (letteralmente) fatale di dichiarare che alcuni omicidi non sono omicidi, che omicidi educati e asettici sono accettabili.
C’era un tempo, prima della sentenza Roe, in cui le leggi americane contro l’aborto erano simili a quelle che, fino a poco tempo fa, proibivano il suicidio assistito nella maggior parte dei paesi occidentali. A quei tempi, l’accettazione di una legge che consentisse alcuni aborti avrebbe comportato la violazione dello stesso principio fondamentale: «Non uccidere». Ma ora la sfida per i sostenitori della vita è quella di ripristinare alcune tutele giuridiche.
Forse in futuro, se la tendenza verso l’accettazione dell’eutanasia continuerà, i sostenitori della vita dovranno affrontare la stessa battaglia su questo nuovo fronte. Potrebbe arrivare il momento (e potrebbe arrivare fin troppo presto, dato che i promotori della morte continuano la loro implacabile offensiva) in cui alcuni coraggiosi legislatori proporranno misure per proteggere alcuni anziani e infermi dagli «assassini compassionevoli», dalla crescente pressione ad accettare l’eutanasia. Allora potremmo tornare a esaminare l’argomentazione dell’arcivescovo Pegoraro. Spero di non vivere abbastanza a lungo da vedere quel giorno. Se i legislatori cattolici accetteranno la guida dell’arcivescovo e, nella fretta di scendere a compromessi, stringeranno un patto con la morte, probabilmente non lo vedrò.
Phil Lawler





















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