C’è speranza?
quando all’emergenza sanitaria si sommano pesanti limitazioni alle libertà individuali, crisi economica, e la disperazione di tanti? E’ l’emergenza sanitaria il vero problema ed è il vaccino il “miracolo” a cui aggrapparsi, o c’è un’altra “emergenza” e un altro “miracolo” a cui guardare?

Per rispondere a queste domande ci aiutiamo con alcuni stralci ripresi da due testi di don Luigi Giussani. In calce i link alla fonte.

Giorgio Canu

 

Gesù Cristo

 

Il primo fattore da considerare è l’io.

Se si trascura il proprio io, è impossibile che siano miei i rapporti con la vita, con il cielo, la donna, l’amico, la musica, tutto. Il supremo ostacolo al nostro cammino umano è la «trascuratezza» dell’io: un irrefrenabile e polveroso dissolvimento dell’ideale che è l’umano, per cui le parole «io», e «tu», vengono usate con puro valore indicativo (come «bottiglia» o «bicchiere»), e dietro queste parole non vibra più nulla che indichi la concezione e il sentimento che un uomo ha di sé e dell’altro. Qual è la ragione di questa trascuratezza dell’io?

E’ che la società non ama voi ma quello che può avere da voi, secondo la sua convenienza o la sua istintività. E’ quello che il Vangelo chiama «il mondo». Tutto si riduce a un disegno di possesso e di uso, spesso anche nei rapporti di amicizia e negli innamoramenti.

Un amore reale ha come due aspetti: un’ammirazione sconfinata per qualcosa che si vede in voi e non avete fatto voi (come la bellezza della ragazza nella freschezza di una certa età); e, dall’altra parte, una compassione altrettanto sterminata per un un contesto e circostanze spesso non favorevoli, o per la debolezza che caratterizza ciascuno di noi. Ammirazione e compassione.

Il “mondo”, invece, si chiede a che potrà servire quello di cui, guardando voi, hanno stima: “che ne sarà?” E così vi trattengono (anche padre e madre) in una prudenza o cautela di cui essi pongono la misura: la misura che salva il salvabile, schiavi di ciò che ha più fortuna di potere!

 
Quale può essere la risposta?
l’unica risposta pratica e concreta alla «polverizzazione dell’io»?
 
Esiste una compagnia di gente diversa, umana, come tutti noi, perciò con tutti i motivi di dispregio e i rari motivi di nobiltà che fanno respirare la nostra umanità; ma diversa, perché «cambiata» in modo insolito, sorprendente; «Come fanno ad essere così?». La cristianità, e la gente semplice, li chiama santi. Ma c’è di più: è gente che ha del fegato, hanno il fegato di dare giudizi e di proclamare valori profondamente differenti dalla mentalità comune: si chiama «testimonianza». Sentendoli parlare, si avverte che sono più giusti, più umani, più vicini a noi e alla nostra umanità.


La risposta è la figura di Cristo! Leggete nel Vangelo l’episodio della vedova di Nain: quando, vicino alla città, vede il corteo funebre, si avvicina alla donna e le dice: « “Donna, non piangere!”». 

Come «non piangere»? Ma si può dire «non piangere» a una donna in quelle condizioni? Dietro la bara del figlio, vedova, sola? Ma risuscitalo subito! Accostati e grida che il morto ritorni in vita! Che bisogno c’era di avvicinarsi e dire: «Donna, non piangere!»? Ma piangeva lui!, in lui c’erano questa potenza e questa pietà, questo mare di affezione e tenerezza e questo potere sulla realtà! «E accostatosi, toccò la bara, e disse: “Ragazzo, dico a te: alzati!”. E il morto si levò a sedere e incominciò a parlare, ed Egli lo diede alla madre».

E immaginatevi, ancora, i suoi dodici amici, tesi ad ascoltarlo il giovedì dell’ultima cena, mentre dice: «Senza di me non potete fare nulla». «Vi ho detto queste cose affinché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena»: è il contrario del nichilismo, perché l’uomo è tale in quanto per lui è possibile la gioia. «Non temere, Io ho vinto il mondo».

Non si può rimanere come prima incontrando una simile presenza!

RinnegandoLo, si riduce tutto all’effimero, alla vita che dura un istante, e si rinnega l’ampiezza del «cuore» dell’uomo, cioè le esigenze che rendono “uomo” l’uomo, sete di verità, di bellezza, di bontà, di pienezza, di perfezione, di soddisfazione, di felicità.

«Un imprevisto / è la sola speranza».

(E.Montale, “Prima del viaggio”)

È Cristo l’imprevisto! Più imprevisto di Lui! E non è un ragionamento fantasioso, è una definizione reale, sperimentabile. Perché in qualsiasi nostra esperienza possiamo contare a uno a uno tutti i fattori: quando li abbiamo contati tutti e l’ultimo combacia col primo, c’è sempre qualcosa che manca, siamo rimandati «più in là», come diceva un’altra poesia di Montale («L’agave su lo scoglio» ), o come gli fa eco Einstein, il giorno prima di morire: «Chi non riconosce l’insondabile mistero non può essere neanche uno scienziato».

Occorre rendersi conto che per il passato sono documentabili, e per il presente sono visibili, figure che hanno la statura dei vostri desideri. Dovete riconoscere queste presenze. Non è più Gesù Cristo la sola presenza nella lontananza della storia, ma è una presenza dieci anni dopo la sua morte, come 1800 anni dopo, fino ad oggi.

Guardate che razza di statura ha quest’uomo che si chiamava Paolo, quando sbarcava per rivedere i cristiani e per parlare loro, da Salonicco, a Rodi, alle coste dell’Africa, forse in Spagna, a Roma…
«Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. (…) per questo non ci scoraggiamo, ma se anche il nostro uomo esteriore si va disfacendo, quello interiore si rinnova di giorno in giorno (…) ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne. (…) se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove».

Madre Teresa, quando raccolse un uomo dalla strada, e lui le disse: “Ho vissuto sulla strada come un animale e sto per morire come un angelo, amato e curato”. E il giornalista le chiede: «Perché anche nei più grandi sacrifici sembra che non ci sia sforzo in voi?». «È Gesù quello a cui facciamo tutto. Noi amiamo Gesù». La sua umanità è come la mia, ma nella sua umanità fiorisce qualcosa che viene da Qualcosa di più grande. Questo è il miracolo. Presenze che sono un miracolo.

Leggete le lettere di Emmanuel Mounier alla moglie: di fronte alla figlia, rimasta idiota tutta la vita a causa di una meningite, ha vissuto ogni giorno con quella figlia davanti agli occhi come risposta a Cristo, che misteriosamente assicura la positività ultima di tutto. Chiunque tra i grandi politici, pensatori e artisti passasse da casa sua, a tavola il posto d’onore era sempre della piccola idiota, perché rappresentava, nella sua carne che non dava segni di vita, il mistero del divino. 

Andate a leggere le testimonianza per la causa di canonizzazione di san Riccardo Pampuri.
Per molti di noi ci sono testimonianze grandi e immediate: tutte le settimane, da quando abbiamo iniziato a invocarlo come aiuto a chi di noi sta male, ci arrivano notizie precise di miracoli.

Un’amica mi scrive:
«È da oltre un anno che per curare un tumore mi sottopongo settimanalmente alle chemioterapie. Nessun risultato, anzi lenti peggioramenti con complicazioni sempre più gravi. Più volte andai a Trivolzio, da san Riccardo Pampuri, per invocare la sua intercessione.
Il 2 novembre finalmente vengo convocata in ospedale per il trapianto del midollo. Durante la preparazione, mi passarono mille pensieri per la testa. Avevo paura del dolore, e della morte, trattandosi di un’operazione difficile, dolorosa e rischiosa, ma era ancora più forte il desiderio di implorare la Sua Grazia. Poteva accadere di me qualsiasi cosa, ma ero già salva poiché in rapporto con l’Eterno. Il giorno prima dell’operazione mi fecero esami di ogni genere, ripetendoli più volte. Alla sera arrivò l’esito: non c’era bisogno né di dialisi né del trapianto. Il midollo sorprendentemente aveva ricominciato a produrre e a funzionare da solo. “Cose che capitano, dicono i medici, le cure hanno fatto finalmente effetto”. Ho incominciato a piangere, un pianto in cui si scioglieva tutta la tensione, tutta la paura. E la certezza: Lui mi ama. Ancora non capisco cosa possa essere successo, o almeno lo so, ma tremo solamente a pensarlo. E sono inondata di gratitudine
».

Il miracolo è un avvenimento che accade, che uno non prevedeva, che uno non può spiegarsi e che ti costringe a pensare a Dio. Il miracolo (personale o pubblico) è un metodo familiare di rapporto quotidiano di Dio con noi, come il gesto d’amore della madre che si realizza tante volte ogni giorno, uno sguardo, una carezza, un bacio, un «ciao»: questo è il metodo di rapporto di Dio con noi.

Con il miracolo Dio entra nella fattispecie breve di ciò che ci accade, il suo modo di rapportarsi alla mia vita si esprime in una familiarità sperimentabile: io vengo condotto, illuminato, sostenuto, richiamato, perdonato, sono oggetto di misericordia, abbracciato come da un padre e da una madre, come da una sposa o da uno sposo, come un amico abbraccia l’amico del cuore. Il rapporto dell’uomo con Dio è il contrario di quello che tutta la mentalità moderna immagina, grandi lavori e grandi schemi: No! «Tu sei mio padre!» Disse Gesù: «Amico, con un bacio mi tradisci!». Oppure, stringendo un bambino a sé: «Guai a chi torce un capello al più piccolo di questi bambini».

Il più grande miracolo è che queste persone, nella storia dell’uomo e nella nostra storia personale, sono rese oggetto di una iniziativa particolare, inspiegabile dall’uomo. Ma la loro stessa voce lo dice: «Il più grande miracolo – fatto reale – è che Egli mi ama». Siete amati. Questo è il messaggio che arriva nella vostra vita, lo comprendiate o non lo comprendiate, o abbiate ancora da aspettare, questo è Gesù Cristo nella storia dell’uomo: «Siete amati!»

Dio è diventato un uomo, vuol dire che il metodo di Dio con la sua creatura, con me e con voi, è un metodo di familiarità assoluta. Come vi rivolgete a vostra madre e a vostro padre per quello di cui avete bisogno, così ci si rivolge a Dio ogni giorno, per qualsiasi cosa di cui si abbia bisogno. E sempre succede qualcosa che non poteva succedere, che ti richiama a un Altro, a qualcosa d’altro.
Sempre, presto o tardi, l’eccezionale, che non posso ridurre a quello che vedo e tocco, succede.

Uno che guarda seriamente anche uno solo di questi fatti, che cambiano la vita, travolge tutte le parole di tanti intellettuali e giornalisti in voga i quali tendono, da una parte, a fare degli uomini, delle famiglie, degli amici, dei compagni, gettate di cemento per le mura della loro fortezza di potere, dall’altra parte, ad affermare che tutto è niente, per di più contro ogni evidenza.

 

«Volete, dunque, la vita o la morte?
Scegli dunque la vita, poiché è Lui la tua vita e la tua longevità».

C’è una risorsa umana che in ognuno di noi fa rivivere questa consapevolezza: si chiama «memoria», cioè riconoscere Cristo come presenza sperimentabile. Proprio come nella figura di quegli uomini eccezionali, di cui abbiamo fatto esempio e richiamo.
 
In questa memoria che noi cerchiamo di vivere insieme, avviene per forza un cambiamento nella
nostra vita, nella nostra creatività, nella nostra pazienza, nella nostra fedeltà; è una forza, questa memoria, che cambia ora, ogni giorno: la preghiera la rinnova, il vederci tra di noi compagni, amici, la rende concreta, e obbliga la nostra ragione a riconoscere che la giustizia e la felicità, la pienezza e la perfezione non sono solo una fantasia disperata.
 
E gli esiti sono fatti che, anche da un punto di vista pragmatico, cambiano il volto alle persone e alle cose: «Ho aperto nel vostro deserto una strada». In un mondo e in una società dove tutto è calcolato, la figura dell’uomo toccata dalla compagnia cristiana è invece qualificata dal miracolo del dono di sé. Questa è la formula che sintetizza tutta l’etica, la morale: il dono di sé in ogni istante.
 
Una compagnia diventa amicizia e una amicizia diventa virtù in quanto sostiene la fragilità a vedere e riconoscere il volto dell’essere, del vero e del bello, del giusto, del bene, e in quanto sostiene la speranza di fronte alla promessa di felicità che è la vita. Ma provate a pensare: l’amicizia, strumento per il destino! Se non lo è per un ragazzo che si innamora di una ragazza! Perché quel rapporto è la formula più acuta di amicizia. Se non desideri il destino per la tua ragazza, se non desideri il destino per il tuo ragazzo… ma che fate? Perché state insieme? Che parola dici quando pronunci il suo nome, quando ci pensi, quando immagini il domani? Se non desideri il suo destino, siete niente! E se non è niente l’uomo in rapporto con la donna, allora capisco che tutto è niente!
 
Ma non ha ragione il nichilista! Perché è grande l’uomo! Pensate, il ragazzo quando guarda la sua ragazza, mentre lei non lo vede perché sta andando via, la guarda e sente il meglio di sé venire a galla: gli viene la commozione, gli viene un’adorazione. Perché quel volto è il simbolo di Colui che ci ha fatti per Sé, cioè per la felicità, è simbolo del nostro destino, che è la nostra felicità, che è la bellezza (Leopardi), e che è la verità, (S.Agostino).
“Che cosa è la verità? Un uomo che è qui presente”, sperimentabile, direttamente o nell’uomo che Egli cambia, nel santo, e, ti auguro, nell’amico che hai di fianco. Auguro a te di essere amico così innanzitutto a colei con la quale hai scelto di passare la vita.
 
 
 
Liberamente tratto e riadattato da

 

 

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