L’amico Jacob Netesede, con questo suo interessante articolo, comincia la sua collaborazione a questo blog. A lui il nostro benvenuto.

 

Papà e figli

 

 

di Jacob Netesede

 

Il 31 gennaio 2020 ho accompagnato mia madre ad una visita medica, per accertamenti in seguito a dolori alla schiena: diagnosi tumori.

Al plurale: un attacco multiplo, aggressivo.

Il 15 marzo, nel deserto di una città sconvolta dal virus, con la sola compagnia di moglie, figli e mio padre, ho accompagnato al cimitero il feretro di mia mamma, in un silenzio irreale.

Negli ultimi giorni la mamma era lietamente in carcere: rinchiusa in una stanza di ospedale tra mascherine e guanti, bloccata a letto dalla malattia, ammutolita dai dolori, si limitava a sorridermi.

Uno dei tratti distintivi dell’educazione che ho ricevuto da mia madre è stato l’ostinato, incessante e, talvolta, insoddisfatto amore per la verità.

Amore che si esprimeva nella ricerca di ciò che è vero, di ciò che non può essere smentito, di ciò che supera le mille opinioni e rimane nel tempo come certezza.

In concreto, negli anni di vita trascorsi in casa dei miei genitori prima di sposarmi, questa passione della mamma si è declinata in vari modi: fossimo in viaggio o a tavola, fosse festa o lutto, che fossi stanco o in vacanza, non ricordo circostanze che consentissero di trascurare la domanda relativa a dove fosse la verità, il punto di verità, nei nostri discorsi.

Come se potesse mettere al riparo dagli errori di una vita, la ricerca della verità ha segnato molte delle nostre discussioni: non si trovava pace, finché non ci si riposasse nel riconoscimento di un barlume di verità, che superasse le rispettive argomentazioni.

Poco prima di sposarci, provocati da una domanda rivolta ad entrambi, mia moglie ed io ci siamo chiesti come avremmo cercato di educare eventuali figli.

Con un guizzo di genio, mia moglie ha risposto: “educhiamoli alla bellezza”.

Per quattro volte, in questi anni, l’eventualità di un figlio ha assunto un volto.

Il programma di governo che mia moglie aveva sinteticamente tracciato ha dovuto fare i conti con notti insonni, ossa fratturate, viaggi indimenticabili, parenti molesti, tavolate rumorose, pagelle da sogno, lavoro prosciugante, tipico nervosismo “da pezzetto di Lego sotto il piede nel buio della notte”, discorsi serissimi interrotti da pannolini ripieni, altalene tra risate scomposte e pianti inconsolabili, stessi insegnamenti ripetuti per infinite ed infinite ed infinite volte e poi ripetuti ancora… come cadessero nell’infinito mare dell’indifferenza.

Educare i figli è una esigenza, è una assoluta necessità: lo abbiamo capito dopo pochi giorni dall’arrivo del primogenito.

Questa esigenza deve essere assolta dai genitori, trovando possibilmente validi aiuti e collaboratori.

Se non sarai padre per tuo figlio, cioè se non ti farai carico dell’educazione di tuo figlio, qualcun altro lo farà al posto tuo: che sia un amico, un insegnante, un parente, un vagabondo, un brigante, un ladro o un santo, qualcuno, più o meno consapevolmente, assolverà, con le migliori o le peggiori intenzioni, questa esigenza.

Già: ma quando, in concreto, due genitori educano i figli?

La vita familiare non segue un orario lavorativo preciso: una madre, ad esempio, è “h24”, 7 giorni su 7, una madre.

Il ragazzo a cui nasce un figlio diventa uomo e padre sul campo: a lui rimane solo la scelta tra la fuga o la responsabilità.

In famiglia non c’è l’ora di mangiare, l’ora di acquagym, l’ora di educazione alla vita, l’ora di pulizia personale, l’ora del silenzio, l’ora delle lezioni morali… è un coacervo.

Penso che alcuni aspetti decisivi della vita, per come noi genitori li intendiamo, siano passati ai nostri figli davanti a delle lasagne fumanti, oppure nella sala d’attesa di un pronto soccorso, o ridendo sotto un temporale in montagna, o togliendo le spine di un riccio da un piede sulla spiaggia.

Non c’è un orario preciso, un momento dedicato: l’educazione è una relazione, è un rischio, si prende i tempi necessari, talvolta quando meno te lo aspetti.

Per questo è una questione, anche, di fiducia.

Fra’ Salimbene de Adam racconta di un esperimento voluto dall’imperatore Federico II: nutrire i neonati con solo il cibo, null’altro.

Volendo indagare su quale fosse la lingua originaria dei bambini, volle che fossero cresciuti da balie silenziose e che fosse dato loro solamente il nutrimento essenziale: “gli infanti morivano tutti, perché non potevano vivere senza gli incoraggiamenti, i gesti, la letizia del volto e le carezze delle loro balie e nutrici”.

Muoiono tutti: perché vivano, è necessaria una relazione, una comunicazione.

Da padre ho capito l’esigenza di mia madre: ai figli si tende a voler comunicare “le meglio cose”, a voler dare le cose più belle, più buone.

Cosa c’è di meglio della verità?

Per essere liberi, veramente liberi, cosa c’è di meglio che sapere davvero come stanno in realtà le cose?

Solo così potranno scegliere per il bene.

Per essere contenti, di una felicità incrollabile, meglio non essere infarciti di illusioni (“illusione”, in Treccani, “in genere, ogni errore dei sensi o della mente che falsi la realtà”): meglio sapere di cosa è fatta veramente la realtà, fuggire le illusioni e fare i conti con ciò che è vero.

Negli anni, in linea con questo serio desiderio di dare ai figli ciò che si crede sia il meglio, ho cercato di non mentire.

Del resto, se è vero che “parvus error in principio magnus est in fine”, soprattutto all’inizio del cammino delle loro vite, i figli chiedono verità.

Come può un genitore, su questioni importanti, mentire ai figli?

Se una legge mi chiedesse di mentire ai miei figli, non lo farei.

In questi giorni, in Italia, si discute di alcune proposte di legge “in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere”.

Tra i vari testi che presentano tali proposte ho letto che“abbiamo assistito a una vera e propria escalation dei crimini d’odio legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere, azioni di violenza inaudita, spesso commessi da gruppi nei confronti di singole persone identificate come omosessuali o di coppie omosessuali”.

No, guardando la realtà della mia città, non è così. E stando all’Oscad, ovvero l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, non è così.

E ho letto: la “legge n. 76 del 2016 su unioni civili e convivenze ha segnato un traguardo fondamentale per il nostro Paese, una pietra miliare per il legislatore italiano in tema di diritti civili”.

No, non era un traguardo fondamentale e non è certo, neppure tecnicamente, una pietra miliare.

E poi: “La presente proposta di legge (Zan, n.d.r.) si propone, dunque, di realizzare un quadro di maggiore tutela delle persone omosessuali e transessuali, cercando di colmare il vuoto normativo”.

Ancora no: il descritto “vuoto normativo” non esiste. Gli atti persecutori sono già perseguibili, a tutela di qualsiasi individuo ne sia vittima. Non solo per i soggetti a cui pensano queste proposte, ma certamente anche per loro.

E ho letto ancora: “una risoluzione del Parlamento europeo sull’omofobia in Europa, risalente al 2006 (…) definisce l’omofobia come « una paura e un’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità e di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (GLBT), basata sul pregiudizio e analoga al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo »”.

Che una risoluzione Europea fornisca una definizione criticabilissima, ideologicamente violenta e superficiale di una parola mendace sin nell’etimologia, non è una bella notizia, in effetti.

In ogni caso, incontro moltissime persone: mai trovata una che avesse una avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità, mai! (e spero che il Parlamento Europeo si occupi maggiormente della realtà, non di altro…).

E poi so di uomini con tendenze omosessuali che giudicano inutili e offensive queste proposte di legge.

San Paolo, peraltro, aveva una certa idea in ordine a simili faccende: volete convincermi che fosse irrazionale anche lui?

E ancora, ho letto: “Con questa proposta di legge anche l’ordinamento italiano si potrà dotare di uno strumento di protezione della comunità LGBTI, intesa come collettività composta da soggetti che possono essere particolarmente vulnerabili, in linea con una visione più moderna e inclusiva della società e nel tentativo di realizzare quella pari dignità che la Costituzione riconosce a ciascuna persona”.

I soggetti che sono davvero particolarmente vulnerabili, bambini nel grembo in attesa di nascere, malati psichiatrici abbandonati o senza risorse, anziani soli, giovani ragazzini a cui è imposto un modello educativo diverso da quello desiderato dai genitori… non hanno dalla loro un plotone di parlamentari così agguerriti.

Cosa dire poi della “comunità LGBTI”: di che cosa si tratta esattamente? Da chi è composta? C’è un registro? Ci si può iscrivere? Ci si può dis-iscrivere?

Si auspica una visione “più moderna e più inclusiva” rispetto a quale visione? Quella marxista o quella liberale o forse quella cristiana o quella islamica? Cosa si intende per inclusività? Chi è escluso dal dibattito? Chi vuole includere chi? Cosa significa discriminare?

Non mentirò ai miei figli: questa legge non serve.

Servirebbe una sana educazione alla realtà: una cosa è sentirsi stanchi morti, un’altra è essere morti.

Parrebbe una banalità: ma una cosa è sentirsi uomo, altra è esserlo.

Mi riservo il prezioso diritto di suggerire ai miei figli che non ci sono 56 o più generi o categorie di persone: ogni persona è unica, inimitabile ed irripetibile e ogni persona è maschio o femmina.

Non mentirò ai miei figli su questa cosa.

Il matrimonio è tra un uomo e una donna.

Non intendo mentire ai miei figli su una cosa così seria.

I “soggetti più vulnerabili” nel mondo in cui vivo non hanno l’appoggio di televisioni, cinema e giornali, non hanno milioni di euro per organizzare colorate parate nei centri delle città del mondo, non hanno siti internet e popolari testimonial, non hanno locali esclusivi e campagne pubblicitarie a disposizione.

I soggetti più vulnerabili, nel mondo in cui vivo, non hanno voce.

Muoiono nel silenzio, traditi da chi doveva dire la verità e ha taciuto.

Perdonatemi, può darsi che sia un mio problema: educo anche per come mamma ha educato e per come la moglie ha intuito: cerco lo splendore della verità o, come ha scritto uno dei più interessanti uomini del Novecento, Veritatis Splendor.

Per meno, detto tra noi, vado lietamente in carcere.

Così come mia madre mi ha dato una delle più alte lezioni di vita sorridendo lietamente dal carcere della sua malattia, forse i miei figli vedranno finalmente un padre, dietro le sbarre di un carcere mentre lietamente rilegge San Paolo.

 

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