Gesù Apostoli e i miracoli

 

di Pierluigi Pavone

 

1.

Ho sempre criticato Socrate per la sua erronea idea di pensare l’essere umano solo come anima e l’anima solo come ragione. Il secondo errore non è meno grave del primo. Se nel primo caso si percepisce una svalutazione del corpo e della materia, nel secondo si misconosce la volontà. Infatti è solo tramite la volontà che liberamente aderiamo (oppure no) al bene che la ragione ci mostra.

Ora, il nostro Dìdimo – a cui dovremmo essere infinitamente grati, perché dal suo rifiuto impariamo molto di noi stessi e molto sulla pazienza del Signore -, non “vuole” solo avere testimonianza; non vuole neppure solo vedere. Ma vuole toccare. La conditio sine qua non è il mettere il dito nelle piaghe. Tanto che non si prostra quando Gesù entra a porte chiuse, né quando saluta i discepoli con il noto “Pace a voi”. Adora Gesù in quanto Dio, perché capisce che è risorto realmente. La prova è la carne.

Il prologo di Giovanni aveva usato questo termine – sarx (il “basar” ebraico) – che significa carne nel senso lineare e materiale. Ora Tommaso detto Dìdimo vuole la controprova della carne. Carne trafitta per carne risuscitata.

Nei Vangeli, tolte probabilmente le donne, si fa a gara a chi crede meno; si procede ad un elenco di gente che diffida dei suoi amici, quanto aveva diffidato di Gesù e da Lui era fuggita già dal giovedì santo e dopo quattro giorni era ancora rintanata tra sgomento e paura.

Ecco solo questo basterebbe a farci dire, anche a noi, “signori, non è così che si inventa!”.

2.

Al contrario, solo chi già vuole che i Vangeli tutti siano miti, allora sarà pronto a radicalizzare le disarmonie dei resoconti sulle apparizioni, per concludere con quanto si era in realtà supposto come assioma: “non c’è nulla di storico”; “le Scritture sono restituzioni emotive, spirituali, psicologiche di una massa di invasati iper-affettivi”. Solo chi già ha giudicato e condannato che Gesù di Nazareth non era – né ovviamente poteva essere – il Figlio di Dio, che poteva morire e risorgere realmente, può ipotizzare infinite quanto arbitrarie ricostruzioni filologiche. E proporre i personali…miti (questi sì non degni di considerazione alcuna!), negando persino le parole stesse e certe di Gesù su Se stesso, sull’inferno o sul diavolo (ne ho discusso anche qui).

Con ogni probabilità, dando credito ai critici illuminati e adulti, non si riuscirebbe comunque a creare la sperata armonia neppure inventando un vangelo umano, creato da supposte interpolazioni e presunte rielaborazioni. Perché? Perché si è costretti in ogni caso a partire da testi che sono stati scritti proprio in opposizione al mito, alla invenzione fantasiosa, alle suggestioni emotive. I discepoli per primi furono severissimi tanto con i tradimenti di chi doveva pur guidare la Chiesa per mandato divino, quanto con possibili  allucinazioni: dubitano di loro stessi fino alla fine; non si fidano di quello che vedono; non danno particolare credito alla testimonianza delle donne; non riconoscono Gesù pur camminandoci insieme; non credono neppure alle reciproche testimonianze (appunto, il caso di Tommaso, come degli stessi Undici verso le donne, all’alba della Domenica). Sono molto più critici dei moderni e modernisti biblisti. Sono stati persino costretti a riportare come testimonianza “non valida” per il mondo giudaico del loro tempo il fatto che Gesù si sia mostrato a delle donne e abbia loro affidato il compito di dare indicazioni ai discepoli. Chiunque avesse inventato qualcosa, avrebbe scritto di tutto. Tranne questa assurdità. A meno che l’assurdità è proprio ciò che rende ragionevolmente credibile quanto scrivono, perché storico e fattuale. Perché è accaduto davvero! Così poi gli evangelisti – con comprensibile imbarazzo – hanno dovuto trascrivere. Per questo Tertulliano – a ragione – scriveva di poter credere proprio perché assurdo!

3.

La differenza tra i discepoli e i moderni, in fondo è una sola: i discepoli si arrendono ai fatti. Ad una realtà che trascende e spesso si oppone a fantasie, attese personali, spiritualità varie, esaltazioni emotive. Al fatto della resurrezione e al fatto delle apparizioni, che riportano – ognuno degli evangelisti – con specifiche esigenze e selezione di materiale, ultra-analizzato con “metodo storico-critico”.

Oggi si usa questo metodo ermeneutico (che in se stesso ha pregi importanti e opportuni) allo stesso modo di chi, credendo nell’evoluzionismo e quindi avendo deciso che l’uomo deriva dalla scimmia, rifiutano criticamente (?) il dato storico e archeologico (oltre che logico) che smentisce le loro teorie, valutandolo come mitico perché non presenta una dimostrazione esaustiva sul fatto che l’uomo abbia ben diversa origine. Similmente i moderni critici, avendo già deciso che il resoconto evangelico non sia storico ma mitico, se non falso e mistificatore in assoluto, nella mancanza di dimostrazioni dirette e perfettamente armoniche tra i quattro Vangeli, invece di vederci esattamente l’attendibilità storica e il rifiuto dell’invenzione a tavolino, ci rintracciano solo la conferma ideologica delle personali teorie.

Di contro, troviamo una ragionevolezza storica nei Vangeli, una complementarietà tra gli scritti, a cui possiamo aggiungere anche le lettere paoline come la Prima Lettera ai Corinzi dove si riporta il dato delle apparizioni ai discepoli, con specificazioni “scomode”: senza necessità – ma per attinenza storica – Paolo aggiunge che Cristo apparve a Giacomo, il cugino di Gesù e rappresentante dell’ala più “conservatrice” circa il rispetto delle norme mosaiche, opposta quindi a quella di Paolo; oppure che alcuni dei cinquecento fratelli testimoni delle apparizioni sono ancora vivi.

4.

Oltre Socrate, sono stato sempre molto critico con Cartesio perché ha voluto ridurre la verità a certezza. L’essere reale e vero delle cose all’essere evidente per il pensiero umano.

Contro Cartesio, il fine esplicito del Vangelo di Luca  (Lc 1, 1-5) è quello di blindare la fede, renderla certa non nel senso di evidente, ma nel senso di sicura, oggettiva, solida. Diremo noi “nuda e cruda”: ricerche accurate e resoconto ordinato. Allo stesso modo, il sostituto di Giuda non è uno dalla spiccata spiritualità mistica, ma – molto più materialmente – è uno di quelli che può dare testimonianza certa dal Battesimo di Gesù all’Ascensione. Ovvero al momento in cui “si chiude” il tempo di Cristo-visibile e inizia quello della Chiesa in cui Cristo è presente, ma non in modo visibile. Come il “canone” segnò il limite tra Vangeli e non, così l’attendibilità storica fu il criterio di selezionare cosa narrare e cosa no, quale testimone era all’altezza del compito e chi no… A meno che non fosse direttamente Cristo – in modo eccezionale – a rendere prima cieco e poi far vedere la verità definita della sua stessa fede ad un  “circonciso l’ottavo giorno, della stirpe d’Israele, della tribù di Beniamino, ebreo da Ebrei, fariseo quanto alla legge” (Fil 3,5).

Eppure il canone determinò quattro Vangeli, senza forzare lo scritto, senza creare una ideologia, senza ridurre ad una inventata unità o purissima voce di Gesù, senza addolcire la storia con miti sulla adolescenza del Signore, senza eliminare i dati meno armonici di quegli stessi resoconti. Soltanto una lettura ridicola o superficialmente ideologica vedrebbe contraddizioni nel fatto che per Giovanni gli Undici ricevono lo Spirito Santo “già” la sera di quel giorno (Gv 20, 22), invece per Luca a Pentecoste. Perché? Perché ancora una volta queste discrepanze spazio-temporali non sono affatto contraddittorie né da cogliere per sensi occulti o allegorici. Strano che proprio noi, educati nella relatività di Einstein, chiediamo spiegazione su ciò che per secoli non è mai stato un problema… Il senso di queste “curvature spazio-temporali” è infatti escatologico: tutto è compiuto. La storia ha raggiunto la sua fine e il suo fine. Cristo morto e risorto. Il cristiano infatti non indaga sul futuro, perché i tempi ultimi sono già in atto. Il tempo dello Spirito Santo è il tempo della Chiesa e il tempo del Nuovo Testamento, il tempo finale in cui lo Spirito Santo consolerà e proteggerà la Chiesa e giudicherà il Mondo per aver rifiutato il Figlio. Questo tempo va dalla glorificazione di Cristo in cielo (Resurrezione-Ascensione-Pentecoste, che Luca articola nelle fasi visibili) a quando il mondo vedrà nella gloria Colui che ha trafitto e rifiutato: trafitto e rifiutato dal venerdì santo fino al Giudizio Universale. Allo stesso modo del Sacrificio riattualizzato sull’altare come esorcismo e controffensiva cristiana.

 

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