Foto: papa Francesco
Foto: papa Francesco

E

 

di Mattia Spanò

 

Quando ne I demoni Dostoevskij introduce il personaggio di Nikolaj Vsèlovodovič Stavrogin, fa un preambolo circa la crudeltà del personaggio. Il risultato è il cattivo par excellence, una figura monumentale, a mio giudizio insuperata. 

Il grande russo nel descrivere la perfidia di Stavrogin apparecchia una tensione narrativa – climax simile si ritrova nell’accostarsi di Raskol’nikov all’omicidio della vecchia usuraia in Delitto e castigo – che soddisfa raccontando tre aneddoti su Stavrogin. Questi ad una prima lettura disorientano il pubblico rassegnato ad un’indicibile mostruosità, e che invece assiste a tre fatti, per dir così, domestici. Quasi a significare che il male più carsico è tutt’altro che estraneo alla quotidianità dell’uomo comune.

Sono tre momenti  minimi. Nel primo un vecchio trombone col vezzo di ripetere in continuazione la frase “non mi si prende per il naso”, viene afferrato proprio per il naso da Stavrogin davanti a tutti.

Nel secondo, durante un ballo di fidanzamento, Stavrogin bacia la promessa sposa con voluttà e sempre in pubblico. A seguito di questo fatto scandaloso, una spedizione militare diplomatica – Stavrogin è un giovane ufficiale – viene mandata a casa del nostro per chiedere spiegazioni su quell’offesa terribile.

Stavrogin promette che confesserà il motivo di quell’affronto all’orecchio del colonnello, e questo è il terzo episodio. Si apparta con lui vicino alla finestra, e accostando la bocca all’orecchio  dell’ufficiale lo morde con forza trattenendolo per lunghi istanti, mentre il secondo ufficiale assiste alla scena convinto che Stavrogin stia davvero confessando la ragione delle sue malefatte.

Il genio poderoso di Dostoevskij si manifesta in almeno tre aspetti estremamente raffinati. Il primo è l’apparenza ridicola di questi fatti, che appaiono persino comici. E la comicità ha sempre un che di sulfureo.

In anni vicini a Dostoevskij Baudelaire scriverà un saggio sul riso mettendone in luce l’essenza satanica. In questo caso Baudelaire – la cui sensibilità acuminata è affine a quella  del romanziere russo – porta l’esempio di chi assiste ad una caduta rovinosa di qualcuno che scatena le risate di fronte al dolore umano. Gesù Cristo, chiosa il poeta, è uno che non ha mai riso in vita sua, specie considerata la gravità della sua missione e il carattere drammatico della vita umana.

Il secondo aspetto, meno evidente, è l’assoluta mancanza di movente e di scopo nelle azioni di Stavrogin, la gratuità sfrontata che in fondo è il brodo di coltura dell’autentica cattiveria. Lo scrittore russo sembra considerare con ironia l’imbarazzo e la ricerca ostinata di motivazioni da parte dei “buoni” in offese mortali che al contrario non ne hanno alcuna. Mentre  il buono spiega, il cattivo distrugge.

Il terzo è la mortificazione della vittima, che viene colta alla sprovvista e spietatamente annichilita. La mortificazione, lo dice la parola, è l’uccisione dello spirito in un uomo vivo.

Un altro accento della crudeltà di Stavrogin è il vilipendio in odio alla carità che egli fa della goffa natura   umana. Stavrogin in nuce è l’uomo incapace di simpatia per l’uomo. È il canzonatore dell’uomo comune, che il quale si suoi occhi appare come lo sciocco che spera in qualcosa di immeritato come una grazia divina o, in mancanza di meglio, sociale.

Qualcosa di simile alla psicologia di Stavrogin si rintraccia in non pochi gesti e parole di papa Francesco. Ad esempio nel fatto recente di aver tolto casa e stipendio al cardinal Burke. Un gesto di bassezza e meschinità che impietriscono.

È difficile non trovare un riferimento esplicito a questo gravissimo provvedimento in queste parole del papa: “Si può essere anche canonisti (Burke è un canonista, ndr), ma nel modo di ragionare essere senza fede. Tutte le dimensioni e strutture ecclesiali debbono operare una conversione pastorale e missionaria, per portare al mondo l’unica cosa di cui ha bisogno: il Vangelo della misericordia di Gesù […] anche quando va applicata una sanzione severa a chi avesse commesso un delitto molto grave, la Chiesa, che è madre, gli offrirà l’aiuto e il sostegno spirituale indispensabili perché nel pentimento possa incontrare il volto misericordioso del Padre. Di questo compito sono investiti tutti i battezzati, ma specialmente i Vescovi e i Superiori Maggiori. È così che la Chiesa missionaria evangelizza anche attraverso l’applicazione della norma canonica. […] Siate consapevoli di essere strumenti della giustizia di Dio, che è sempre indissolubilmente unita alla misericordia”.

A quanto pare Bergoglio, che pratica la sospensione del giudizio nel caso di omosessuali “che cercano Dio” – l’ormai celeberrimo “chi sono io per giudicare?” – non si fa alcuno scrupolo nell’accusare Burke di non avere fede. Giudizio tagliente che riservò anche ad un altro americano illustre bollato di non essere cristiano, Donald Trump, perché non ne condivideva le politiche di contenimento dell’immigrazione.

Tralasciando il fatto che il papa applichi a Burke, già bersaglio di parole tremende del papa  quando si trovava in terapia intensiva per il Covid, con scrupolo lo stesso principio alla base del green-pass – la cancellazione dei diritti più elementari e la privazione dei mezzi basilari di sussistenza, casa e reddito, se contraddici l’autorità – ho già scritto che la puntigliosa descrizione che Bergoglio fa della misericordia divina indiscriminata e avulsa dal peccato spalanca le porte, nella sostanza, alle peggiori nefandezze. Se tutto è perdonato a credito, se siamo già salvi, il male più sfrenato è del tutto lecito. “È così che la Chiesa evangelizza”, conclude il papa. Roba da scappare a gambe levate.

La dimostrazione della validità del teorema la fornisce il papa stesso: priva di tutto un cardinale, un uomo di settant’anni, e affermando che è una cosa buona per la sua crescita personale. È davvero arduo immaginare un’esibizione di ipocrisia più laida di questa.

Per la verità non è la prima volta che  in ambito cattolico mi capita di assistere a simili storture malamente mascherate da “bene della vittima”. L’umiliazione, la mortificazione del prossimo suffragata da autentici Smeagol  spirituali come aiuto alla sua crescita spirituale e personale. Un’ignominia della più bell’acqua che trova zelanti esecutori in non pochi ambienti cattolici. Una menzogna peccaminosa che grida vendetta al cospetto di Dio.

C’è un altro aspetto nella vicenda letteraria di Stavrogin che ricorda da vicino il papa argentino. Dostoevskij inserisce Stavrogin nella cornice di una civiltà morente, quella della Russia zarista, ormai soffocata da un formalismo anche spirituale che la rende sonnacchiosa e incapace di reagire alla violenza del male.

Qualcosa di simile sembra attraversare ciò che resta del cattolicesimo romano  imbelle di fronte ai raid dottrinali e spirituali di un pontefice che non fa mistero di detestare l’eredità cattolica in toto. Così come lo stesso cattolicesimo risulta friabile, a orror del vero, al cospetto di istanze culturali smaccatamente anticristiane. Il cattolico adulto ormai dialoga apertamente coi fantasmi che popolano la sua mente, o con figure che Cristo, nella sua sapiente mitezza, chiamerebbe sobriamente “razza di vipere”.

In questo senso l’intero pontificato di Bergoglio si manifesta come un sintomo terminale di questa cupio dissolvi che aleggia da decenni nella Chiesa Cattolica. L’impressione è che anche in chi non condivide o critica il magistero di Bergoglio – ammesso che ne abbia uno – non abbia alcun fatto oggettivo da opporgli. A parte una blanda critica ossequiosa, che giunti al tramonto lascia il tempo che trova, e certo non scalfisce di un’unghia la fredda determinazione con la quale papa Francesco porta i rottami della Chiesa all’isola ecologica più vicina.

A Bergoglio, come del resto al titanico Stavrogin, bisogna riconoscere il merito oggettivo di mettere in luce i limiti di una fede stanca, esangue e depressa al punto da vivere la propria negazione come affermazione di sé.

Se consideriamo la fede come quella forma di ragione che travalica la morte – ragion per cui ad esempio si fanno figli ben consapevoli che un giorno saranno mangime per vermi, il che in qualche misura sembra vanificare tutto l’amore che si possa nutrire nei loro confronti – allora il fatto che papa Francesco non sia semplicemente un cattivo papa, ma un papa cattivo, non è questione accademica ma sostanziale.

L’incapacità di chiamare le cose col proprio nome, cercandoscorciatoie come Cappuccetto Rosso nel bosco, è il preambolo della fine. Questo genere di annebbiamento della fede e della ragione non segue Bergoglio, ma lo precede e di questo passo gli sopravviverà. Trionfalmente.

 

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

Sostieni il Blog di Sabino Paciolla

 





 

 

Facebook Comments