di Sabino Paciolla
Un case report — cioè lo studio approfondito di un singolo paziente, non uno studio su larga scala — descrive il percorso clinico di un uomo di 55 anni che, dopo tre dosi del vaccino Pfizer-BioNTech, ha sviluppato nel tempo una disfunzione che ha coinvolto numerosi sistemi dell’organismo: cuore e polmoni, sistema nervoso, muscoli, apparato digerente, sistema autonomo, udito, occhi, pelle e sfera psichiatrica. Gli autori definiscono il quadro compatibile con la “sindrome post-vaccinale da COVID-19” (PCVS).
Lo studio, peer reviewed, intitolato Persistence of Vaccine mRNA, Plasmid DNA, Spike Protein, and Genomic Dysregulation Over 3.5 Years Post-COVID-19 mRNA Vaccination, è stato pubblicato sulla rivista European Society of Medicine.
Tra le manifestazioni riportate figurano embolie polmonari, una miocardite diagnosticata tardivamente tramite risonanza magnetica, difficoltà cognitive, una neuropatia delle piccole fibre, disfunzione autonomica, dolori muscolari diffusi, disturbi gastrointestinali cronici, peggioramento di acufene e udito, problemi alla voce, disturbi oculari, infiammazione cutanea persistente e sintomi ansioso-depressivi.
Un percorso diagnostico molto esteso
Il paziente è stato sottoposto a oltre 40 accessi in pronto soccorso, più di 200 visite specialistiche e oltre 100 esami tra analisi di laboratorio non routinarie e indagini strumentali. Questo iter ha escluso, secondo il report, cause infettive, autoimmuni, reumatologiche, endocrine, genetiche, ematologiche, oncologiche, tossiche, cardiovascolari, metaboliche e neurologiche primarie, senza però arrivare a una diagnosi convenzionale.
Dopo la diagnosi di miocardite si è ipotizzata un’infezione da SARS-CoV-2 non riconosciuta. I test però hanno dato risultati inattesi: gli anticorpi anti-nucleocapside (marcatore di infezione naturale) sono risultati negativi in cinque prelievi diversi, effettuati tra 809 e 1.433 giorni dalla vaccinazione e verificati da tre laboratori indipendenti, mentre gli anticorpi anti-spike restavano molto elevati (4.553 U/mL) a quasi quattro anni dall’ultima dose.
In parole semplici, non ci sono segni sierologici di una precedente infezione naturale da COVID-19 (anticorpi anti-nucleocapside negativi); al contrario, il paziente mantiene ancora un livello molto elevato di anticorpi prodotti in risposta al vaccino anti COVID ricevuto (anti-Spike: 4.553 U/mL). La cosa ancora più inquietante è che questo risultato è stato osservato quasi quattro anni dopo l’ultima vaccinazione.
Le analisi su sangue e tessuti
Su campioni di plasma, esosomi circolanti, cellule del sangue e tessuto cutaneo, prelevati fino a 1.433 giorni dopo la vaccinazione, i ricercatori dichiarano di aver rilevato: proteina S1 in specifici monociti (a 852 giorni); proteina spike libera nel plasma e negli esosomi tramite ELISA ad alta sensibilità (a 1.173 giorni); mRNA vaccinale della spike negli esosomi circolanti, mentre le cellule mononucleate risultavano negative (a 1.284 giorni); e livelli persistentemente alti di IgG4 anti-spike, un pattern anticorpale associato a stimolazione antigenica prolungata.
Nelle biopsie cutanee seriali, prelevate fino a 1.364 giorni dalla vaccinazione in aree colpite da una dermatosi nota come malattia di Grover, gli autori riportano risultati negativi al nucleocapside e un deposito di proteina spike (del vaccino) in cellule endoteliali, macrofagi e fibre nervose, oltre alla presenza di frammenti di DNA plasmidico — comprese sequenze del gene spike e l’enhancer SV40 — identificati con PCR e sequenziamento Sanger.
Le analisi genomiche e trascrittomiche hanno inoltre evidenziato alterazioni strutturali in geni come EGFR, MYC ed ERBB2, oltre a segni di stress ossidativo e infiammazione sistemica.
In sostanza, a quasi tre anni e mezzo dopo la vaccinazione, un’analisi molto approfondita del DNA e dell’RNA del paziente ha identificato numerose alterazioni strutturali del genoma (instabilità genomica), comprese duplicazioni (un tratto della sequenza è presente in più copie) e delezioni (manca un tratto di DNA) che coinvolgevano alcuni geni importanti, e differenze tra RNA e DNA in diversi sistemi fondamentali della cellula.
Ricordo che l’instabilità genomica è un concetto che viene usato quando il genoma presenta un numero insolitamente elevato di modifiche strutturali.
Essa può essere osservata in contesti molto diversi, ad esempio:
alcuni tumori;
alcune malattie genetiche rare;
alcune malattie del midollo osseo;
condizioni in cui i meccanismi di riparazione del DNA sono alterati.
Lo studio in questione si limita a segnalare il riscontro della presenza di questa instabilità senza indicare la causa.
Le conclusioni degli autori
Gli autori descrivono questo come il caso di persistenza più lunga mai documentata di materiale genetico e proteico derivato dal vaccino mRNA, confermata da più laboratori e metodiche indipendenti. “La convergenza di queste osservazioni (quelle sopra elencate, ndr) tra campionamenti longitudinali di sangue e tessuti fornisce una prova diretta del fatto che il materiale genetico derivato dal vaccino a mRNA e i suoi prodotti proteici tradotti possono persistere in vivo per anni dopo la somministrazione.” sottolineano gli autori dello studio. Evidenziano inoltre che le “analisi multi-omiche hanno rivelato un’instabilità genomica prolungata e una disregolazione trascrittomica a più di 3,5 anni dalla vaccinazione, suggerendo che il materiale persistente derivato dal vaccino possa essere associato ad alterazioni a lungo termine nei percorsi genomici e molecolari dell’ospite.”.
Gli autori dello studio invitano a condurre studi longitudinali controllati su popolazioni più ampie per stabilire quanto questi risultati siano diffusi nella popolazione che è stata vaccinata contro il SARS-COVID-2 mediante il meccanismo a mRNA (Pfizer e Moderna), quali meccanismi li spieghino e quali conseguenze cliniche comportino.
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