Un bambino rapito dai disegni degli adulti

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Un bambino rapito dai disegni degli adulti

By |2018-12-02T01:18:53+00:00dicembre 2nd, 2018|Categories: Attualità|Tags: , |0 Comments

Mi sono imbattuto nel video di questo bambino di 11 anni, Desmond Napoles, che si identifica come drag queen, invitato in una trasmissione televisiva di grande ascolto, Good Morning America, tra gli applausi degli adulti. Sono rimasto esterrefatto. Ho chiesto al prof. Gilberto Gobbi, psicologo-psicoterapeuta e Sessuologo Clinico di guardarlo e esprimere le sue riflessioni su questa “nuova figura” di bambino drag queen. Guardate anche il secondo video, un video musicale, dal minuto 1.10.

BREVI RIFLESSIONI PSICOLOGICHE SUI BAMBINI “DRAG QUEEN” – Gilberto Gobbi

 


di Gilberto Gobbi

 

Il fenomeno dei bambini “drag queen” – Mi è stato chiesto di esprimere un mio parere da psicoterapeuta su un fenomeno che da qualche tempo si è diffuso negli Stati Uniti. Come tanti altri, che coinvolgono genitori e figli, si tratta di un fenomeno particolare, interessante, diverso da tanti altri, accattivante. Crea curiosità, interesse, dibattito, avversione, aberrazione.
Il fenomeno a cui mi riferisco è quello della drag queen attuata da bambini.
Nella storia dell’umanità, l’uso dei bambini e del loro corpo, per divertire gli adulti, c’è sempre stato. Non ci si meraviglia che da qualche anno anche i bambini siano stati coinvolti nel gioco e nella rappresentazione del drag queen. Questa società del benessere, dell’immediato, della depravazione, della sessualizzazione dell’infanzia, divora le generazioni e non rispetta neanche i bambini.
Gli adulti, genitori e spettatori, hanno da divertirsi e non vi sono ostacoli, perché non vi sono limiti morali, che vengono abdicati in nome del denaro e del divertimento. Il bambino viene strumentalizzato, usato, scarnificato, innalzato, osannato, a scapito della sua età: al bambino non si permette di fare il bambino, ma lo scimmione di turno che diverte e fa ridere.

Il fenomeno della drag queen, con coinvolgimento di bambini, è stato promosso il 16 novembre 2018 dal programma televisivo mattutino statunitense “Good Morning America” (GMA), della rete televisiva ABC. Il programma, trasmesso in tutti i fusi orari dalle 7 alle 9, tratta di notizie, dibattiti, meteo e storie di speciale interesse, tra queste il fenomeno della drag queen infantile.
“Good Morning America” ​​(GMA) ha dedicato un segmento al “drag artist” prepubere Desmond Napoles, conosciuto con il nome d’arte “Desmond Amazing”. È un ragazzino drag, androgino, che dice di identificarsi come gay. I genitori affermano che ha dimostrato interesse per i vestiti femminili fin dall’età di sei anni e che un terapeuta ha consigliato di “esplorare” il suo orientamento sessuale. Della sua prima infanzia si sa quello che viene presentato al pubblico, affinché il ruolo che svolge venga non solo accettato, ma considerato confacente con la sua cosiddetta identità di genere.
Desmond era salito alla ribalta del fenomeno drag queen già nel 2014. I giornalisti del GMA lo hanno accolto e intervistato come una grande star, confermandolo nel ruolo e nell’identità rappresentata, dall’abbigliamento sgargiante, proprio di un adulto, in un corpo da bambinetto in crescita, ancora legato al trenino e alle patatine fritte. Gli adulti, quando vogliono essere spietati con i bambini, lo sanno fare molto bene: come le intervistatrici della TV, che chiedono al bambinetto di 4 anni se ha la fidanzatina e se si danno i bacini, così hanno fatto i due della GMG che, al termine, hanno regalato a Desmond un cesto di trucco e un sacchetto di unicorno con unghie finte, dicendo: “E’ un mondo difficile là fuori, e non tutti accettano le cose, e alcune persone ti hanno criticato”. Direi, ci si trova di fronte ad un ragazzino prepubere, che con il suo vestito e le sue movenze ha imitato e rappresentato una donna adulta sessualmente provocatoria.

Ritengo che non sia compito nostro criticare Desmond, il quale, suo malgrado, si trova immischiato e coinvolto in un affare molto più grande di lui. Come Desmond, ve ne sono altri, tra cui un bambino di otto anni, Nemis, che col nome d’arte di Lactatia, è celebrato e osannato dalla comunità LGBTQIA(…) e ottiene strepitoso successo sui media gay-friendly. I genitori affermano che la sorella fin da piccolo lo vestiva e lo truccava da bambina. Sempre i genitori dicono che Nemis quando non è nel personaggio di Lactatia si identifica come un ragazzo, mentre quando è Lactatia si sente una ragazza con il pene.

Le storie di questi due bambini, come quelle di altri, hanno delle connotazioni comuni. Trattamento femminile da parte dei genitori, che sono profondamente intriganti nella vita e nello sviluppo psicologico del figlio; vi è percezione dell’utilizzo economico della situazione; presenza là dove il figlio si espone al pubblico, dimostrazione di essere comprensivi, presenti, facilitanti il comportamento del bambino, reprensibili sotto l’aspetto della presenza e dell’attenzione, per cui il figlio non può che parlare bene dei propri genitori. Ciò rassicura il pubblico.
In un video pubblicato da “LGBT in the City” (LGBT in città), la mamma di Nemis viene allegramente ripresa nell’applicare un esagerato trucco femminile sul viso del bambino in preparazione allo show di Montreal. Si comprende come i suoi genitori siano completamente di supporto al sogno di Nemis di diventare una drag star. Egli in un video dice che ha iniziato a diventare una drag a 7 anni, ma che ha cominciato a indossare vestiti femminili da quando aveva 3 anni. Davanti alla telecamera ha imitato lo stile esagerato di un adulto omosessuale “drag queen”, dicendo: “Penso che chiunque può fare ciò che vuole nella vita. Non importa cosa pensano gli altri… Se vuoi essere una drag queen e i tuoi genitori non vogliono, necessiti di nuovi genitori”. Ci si trova di fronte alla sessualizzazione precoce del bambino.

I bambini drag queen vengono catapultati in un mondo completamente estraneo, quello dell’adulto maschio, che svolge il ruolo della drag queen. Una drag queen è un uomo che si veste, si pettina, si trucca e si comporta come una donna. Abbigliamento e comportamento femminili vengono espressamente e volutamente esagerati. L’abbigliamento comporta tacchi altissimi, pettinature fantasiose, parrucche grandi e colorate, abiti con paillettes, brillanti eccentrici e grandi. Si è nell’ambito del travestimento, nella costruzione di un personaggio per calcare le scene. Le drag queen si esibiscono, cantano e ballano: il loro linguaggio è doverosamente sottile e a doppio senso, a volte, non sempre, volgare. L’intenzione è giocosa: offrire divertimento, in contrasto con le regole sociali. Sono sarcastici, ironici, spesso spregiudicati, sexy. Non necessariamente le drag queen sono gay, omosessuali o transessuali, possono avere qualsiasi orientamento sessuale. Questo è il mondo in cui il bambino drag queen viene a trovarsi.
Che dire sotto l’aspetto psicologico? Tanti sono le problematiche da valutare, molteplici le osservazioni relative all’età in cui tale fenomeno avviene. Mi soffermo solo su due: il travestimento e il gioco simbolico.

Il travestimento. Da sempre, per i bambini, piccoli e meno piccoli, il travestimento è un gioco affascinante e avviene durante il processo di sviluppo del gioco simbolico. Anzi, per travestirsi non esistono stagioni. Anche quando il carnevale finisce, il bambino continua a chiedere oggetti per travestirsi: è un gioco divertente, che aiuta a crescere e a sviluppare la simbologia. In particolare, che i giochi di travestimento prendono forma tra 2 e i 6 anni. A seconda dell’età, poi, vi è una evoluzione nel travestimento.
Visto nell’ottica dello sviluppo del gioco del travestirsi diviene un divertimento affascinante, in cui l’imitazione diviene un mezzo necessario per potersi identificare, cioè sperimentare il mettersi nei panni degli altri per facilitare una maggiore comprensione dell’altro. Per una crescita armonica della personalità del bambino e per una maggiore comprensione degli altri, non ritengo assolutamente necessario che il bambino si metta nei panni di una signora sessualmente conquistatrice. È ciò che succede a un bambino che fa la drag queen. In pratica, il bambino drag queen elabora e la fa sua una realtà, che non gli è completamente estranea confà. Gli si fa vivere e mettere in gioco emozioni, conflitti, aspetti di una realtà con cui tende, in quanto bambino, a identificarsi e quindi ad acquisire una identità non corrispondente alla sua vera identità.
Di norma, il gioco del travestirsi fa emergere l’espressione del mondo interno e di come viene vissuto il mondo esterno. Il bambino racconta sé stesso, le persone che lo circondano, il suo essere con gli altri, per cui nel travestimento il gioco simbolico diviene un modo con cui il bambino si esprime ed esterna il proprio mondo interiore. In tal senso è un modo con cui l’adulto ha la possibilità di comprendere i vissuti del bambino, che altrimenti rimarrebbero inespressi. Non è il caso del bambino drag queen, in quanto si identifica in un mondo non suo, in cui l’imitazione e l’identificazione lo distolgono dalla realtà del suo essere bambino: il gioco estremamente simbolico della drag queen è alieno allo stadio di sviluppo e inquina i processi psicoaffettivi attraverso la sessualizzazione del comportamento.

Il gioco simbolico. Attraverso il gioco simbolico il bambino esplora e inventa il mondo, sviluppa la capacità di sostituire qualcosa con immagini pensieri, oggetti. È il gioco del far finta, in cui un oggetto assume un significato che va la di là della sua concretezza.
Nell’ambito della drag queen che significato hanno per il bambino le scarpe con i tacchi a spillo, la gonna sfarzosa, sgargiante, strascicata? La parrucca fluente e colorata?
È vero: il bambino gioca con le scarpe della mamma e del papà, e si sente grande; si proietta nel mondo degli adulti con cui si misura, ma è un attimo, un segmento di gioco del far finta di essere, per ritornare nell’immediatezza ad essere sé stesso.
Per la drag queen il gioco si fa impegnativo, vi è una prolungata identificazione in un ruolo profondamente sessualizzato, della donna adescatrice, che mette in atto un comportamento estremo per la conquista sessuale dell’uomo. Il bambino da maschietto, che gioca con il trenino, deve identificarsi in una donna, non in una bambina, ma in una donna, in un periodo della crescita psicologica, in cui sta affrontando e maturando il processo di identificazione sessuale, cioè l’identità di sesso dovrebbe diventare identità di genere. Il bambino drag queen si trova a dover passare dal viversi come maschietto a viversi come femmina, ma non della sua età come la sua compagnetta di scuola, bensì una donna grande. Passa da ciò che è a quello che gli altri vogliono che egli sia ed egli si identifica. È un bambino soggetto a una sessualizzazione precoce, fluida e indefinita, a cui si chiede di comportarsi come una donna grande definita nell’identità femminile. Tutto ciò gli viene insegnato e anche appreso per imitazione. Il mondo che gli viene costruito attorno non è quello della sua età, è tutto artefatto, per cui anche se, inizialmente è creato per una recita, con il tempo diviene il mondo reale sia esterno che interno. Cioè ciò che lo circonda gli costruisce il ruolo, diviene realtà interna.
A proposito di identificazione, non possono essere parole di un bambino di 7 quelle pronunciate da Nemis, cioè: “Penso che chiunque può fare ciò che vuole nella vita. Non importa cosa pensano gli altri… Se vuoi essere una drag queen e i tuoi genitori non vogliono, necessiti di nuovi genitori”. Siamo fuori dallo sviluppo di un bambino di 7 anni, che vive iperstimolato, esaltato, in un profondo conflitto intrapsichico con il dato di realtà. L’identificazione nella drag queen è a scapito di uno sviluppo consono con l’età.

 

 

 

 

 

Gilberto Gobbi è Psicologo-Psicoterapeuta – Sessuologo Clinico

Ha operato nel settore dell’Orienta­mento Scolastico e Professionale, in équipe psico-medico-pedagogica per l’handicap, e per 18 anni in un Consulto­rio Familiare di Ispirazione Cristiana, di cui per otto anni è stato direttore. E’ stato fondatore del Ciserpp e direttore editoriale della rivista ReS.

E’ autore di numerose pubblicazioni e ricerche sulla formazione psicoaffettiva e la relazione di coppia, tra cui: Coppia e famiglia.Crescere insieme (1999); Il padre non è perfetto (2004); Mi serve aiuto. E se mi rivolgessi allo psicologo (2008); Vorrei dirti tutto di me (2008); Verso la vita. Percorsi di crescita per il preadolescente e la sua famiglia (2012); Sesso o amore. L’importanza dell’identità psicosessuale (2014); Sposarsi o convivere oggi. Le radici, le ragioni, gli orizzonti di una scelta (2015).

 

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