di Anima Misteriosa

 

Una nostra collaboratrice occasionale e fedele lettrice, dopo aver letto la notizia su questo blog (qui e qui), ha cercato di intervenire in extremis per salvare Siska De Ruysscher dalla morte cui era stata condannata: il 4 novembre appena trascorso, il principale sito d’informazione cattolica del Belgio, catho.bel, ha pubblicato la sua lettera, che è riportata qui in traduzione fedele. Purtroppo però, qualche ora dopo è arrivata alla medesima redazione la notizia che Siska era appena morta. 

Chi ha letto la traduzione della lettera diffusa da Siska stessa sul suo account di Instagram, sa che questa ragazza, a partire dal bullismo subito per anni a scuola (fin dall’asilo, secondo le nostre informazioni), è stata letteralmente torturata e istigata al suicidio, anche e soprattutto da un sistema sanitario orribile, evidentemente corrotto progressivamente dall’eutanasia: perché – ne ho fatto l’esperienza con il braccio della morte – quando un sistema, sanitario, giudiziario o altro, ammette l’omicidio nei suoi ranghi, si corrompe progressivamente. Non c’è altra spiegazione agli orrori che lei ha raccontato nella sua lettera, come il fatto che venisse rinchiusa in cella d’isolamento per prevenire suoi gesti inconsulti. A questi orrori, la nostra lettrice rispondeva con dolcezza estrema e ricordando che il dolore può trovare un senso e, così, guarire. 

Mi perdonino i lettori, ma seguire questa vicenda ha richiesto da me molte energie: quindi mi limito qui ad alcune notizie fondamentali. In calce c’è la lettera, che rimane a testimonianza del fatto che “solo Dio vince il male”, come dice la nostra lettrice: e questo troppo spesso la nostra società lo dimentica, costruendo cisterne screpolate, invece che ricorrere all’unica fonte di acqua viva. Poi, vittime di questa società come Siska non sanno più dove trovare aiuto, con tutte le conseguenze che abbiamo visto. 

Molte persone hanno pregato per lei, tra cui tutti noi. Continuiamo, perché la lotta contro questo sistema di morte non è finita: ci sono altre ragazze o giovani come lei da salvare e, soprattutto, bisogna che finalmente si capisca pure in Italia, anche grazie a questa storia, quali sono le conseguenze orrende dell’eutanasia per la società tutta. Nella lettera si cita il grande terapeuta, viennese ed ebreo, Viktor Frankl, inventore della “Logoterapia” e che sopravvisse a ben 3 anni di campo di sterminio. Nel 1938, quando i Tedeschi occuparono Vienna, lui rischiò la vita più volte per boicottare il programma di eutanasia varato dai nazisti ai danni dei disabili e di altre categorie vulnerabili. Non dimentichiamo da dove vengono questi orrori e come grandi anime quali Frankl hanno instancabilmente reagito ad essi.

 

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Ecco la lettera tradotta in italiano:

 

Carissima Siska,

il tuo nome, anche se diverso, mi ricorda quello della moglie di Rembrandt e opere d’arte meravigliose…
Non ho il piacere di conoscerti, cara Siska, e ti chiedo perdono se, senza volerlo, scrivessi qualcosa che possa dispiacerti: con una sindrome post-traumatica — l’ho vissuta anch’io — si sente dolore dappertutto.
Ma io sono qui per te: vedo in te una giovane donna molto bella, molto intelligente, dotata di grandi qualità e di un’intensa sete di giustizia, di vita, di bellezza. Sono qui per scriverti, grazie alla mia esperienza diretta, che esiste un’altra via d’uscita alla tua profonda sofferenza e che la guarigione è possibile. Te la meriti.

Mi chiamo Annarita, ti scrivo dall’Italia e potrei essere la tua insegnante. Per decenni anch’io ho sofferto di una sindrome post-traumatica cronica a causa di una lunga serie di abusi: conosco molto bene il bullismo a scuola, così come i maltrattamenti in famiglia e sul lavoro. Conosco la solitudine, la mancanza di autostima, il disprezzo tagliente, gl’insulti; poi la paura la notte, quando il male sembra amplificarsi, l’indifferenza, se non addirittura il rifiuto; lo sguardo vuoto e impaurito delle persone buone che non sanno come aiutare, e l’aggressività degli altri, che preferiscono ignorare. So cosa significa svegliarsi al mattino con un peso enorme sulle spalle, o addormentarsi da sola ed esausta dopo aver pianto per ore. Conosco la preoccupazione, quando lo psicologo costa troppo, e la tentazione di farla finita una volta per tutte — inghiottendo qualcosa o virando con l’auto contro un albero. Ma conosco soprattutto quella disperazione così tipica dei grandi traumatizzati: la sensazione che la notte non finirà mai.

E invece: l’alba ritorna; sono viva; e sono guarita. SONO GUARITA!!! E voglio gridarlo a tutto il Belgio.
Contro l’indifferenza o il rifiuto, contro tutti coloro che, con i loro abusi, mi spingevano a morire — sono guarita. Per grazia di Dio, alla lettera, sono guarita. E ora sto bene. Voglio gridarlo a tutti, a te soprattutto, e a tutti quelli che hanno perso la speranza di uscire dalle sindromi post-traumatiche, a coloro che sono stati “trattati” in modo ignobile, come te: sì, la guarigione è possibile. E ora sto bene.

Cara Siska, ho letto con molta attenzione la tua lettera: hai vissuto un vero inferno; ti hanno spinta al suicidio e traumatizzata sempre di più. Hai fatto qualcosa di straordinario e di molto utile rendendola pubblica.
Sai, la nostra sofferenza disturba: siamo uno scandalo. Molte persone preferirebbero chiudere gli occhi, o peggio, farci sparire, perché ricordiamo loro le loro fragilità e responsabilità. C’è un detto italiano che in francese suona così: «Uno stomaco pieno non si preoccupa di quello vuoto». È terribile, ma così vero.
Per molte persone che stanno bene, che ignorano i traumi, quelle per cui i problemi principali sono le “normali” seccature quotidiane, noi siamo d’ingombro. Inconsciamente, hanno paura di soffrire allo stesso modo, e allora è meglio se scompariamo: peggio ancora, spesso si uniscono ai nostri carnefici — il che spiega la lunga lista di vere torture che tu hai subito.

È molto più facile riempirci di pillole per ridurci a uno stato di vegetale che ascoltare la nostra sofferenza. È molto più facile aiutare un povero con un po’ di denaro che farsi prossimo di qualcuno che, come noi, porta addosso i segni dell’odio degli altri. Perché il fondo del trauma grave nasce sempre dalla crudeltà e dall’abbandono; e ho scoperto, studiando l’argomento (poiché sono insegnante e ricercatrice, ho letto molto in questo campo), che molto spesso le persone dotate di talento, intelligenza, sensibilità e bontà diventano il capro espiatorio ideale dell’accanimento altrui (1). Indovino queste qualità in te, Siska: tu, che appena adolescente hai salvato la vita a un suicida, e che, fino all’ultimo istante a cui sei stata condannata, hai ancora il coraggio di alzare la voce non solo per condividere la tua sofferenza, ma anche per denunciare un sistema di morte, per difendere chi è stato ridotto al silenzio. Siska, sei una persona eccezionale e preziosissima: abbiamo immensamente bisogno di persone come te. Tutti hanno diritto di vivere, ma tu meriti ancora di più di vivere e di guarire.

La nostra società materialista crede soltanto nelle pillole e nella tecnologia; così taglia via ogni prospettiva spirituale e, di conseguenza, si taglia anche fuori dalla soluzione. Per questo motivo una certa psicologia è molto inefficace a fronte dei traumi gravi: non va alla radice, al nostro essere eterno, profondamente ferito da una privazione atroce d’amore.

Cara Siska, non conosco il tuo credo, e scrivo con il massimo rispetto per te e per chi non condivide le mie convinzioni; tuttavia, sarebbe impossibile spiegare la mia guarigione senza parlare di Dio e della nostra dimensione spirituale. In realtà, la sofferenza post-traumatica non riguarda soltanto il nostro cervello o il nostro corpo: la nostra anima è ferita nel profondo dal rifiuto. La ragione principale per cui sei stata curata così male è che le cure di oggi rispecchiano spesso una società materialista, dove siamo considerati numeri o macchine — e si dimentica così la nostra profondità spirituale, destinata all’eternità e assetata di amore vero.

La terapia deve aprirsi alla nostra vita spirituale (ben oltre quella puramente psicologica), altrimenti non può né guarire, né comprendere la sofferenza: era la convinzione fondamentale di uno dei più grandi terapeuti del XX secolo, Viktor Frankl, lo “psicologo dei lager” (2). Nei campi di concentramento nazisti, infatti, egli scoprì che per l’essere umano il peggio non è tanto la sofferenza in sé, quanto la mancanza di senso nella sofferenza: e gli abusi del nostro passato avevano proprio lo scopo di negare il senso della nostra vita, il nostro immenso valore e la nostra dignità di figli di Dio. Dopo la guerra, Frankl fondò la Logoterapia, o “terapia del senso”, proprio per aiutare le persone come noi. Ricostruì la sua vita dopo tre anni passati nei lager, dove aveva perso tutti i suoi cari; e nonostante tutto, visse per aiutare gli altri in pienezza e con gioia, imparando a pilotare un aereo a 60 anni e a lanciarsi col paracadute a 80!

La terapia, soprattutto spirituale, che mi ha guarita, si fonda su questi presupposti credibili. Il trauma ha bisogno di essere rielaborato: le reazioni indotte dai ricordi traumatici derivano dalla nostra amigdala che, nel sistema limbico, non ha immagazzinato correttamente quei ricordi dolorosi; per questo continuano a riaffiorare nella coscienza, gettandoci nell’angoscia (3). Per elaborare il trauma, l’accettazione è indispensabile. Certamente, alcune cose, a livello umano, appaiono inaccettabili; ma nella preghiera, quando Dio ci è accanto e ci prende la mano con tenerezza, trovare un senso alla nostra sofferenza diventa molto più facile. Questo comporta l’accettazione, l’amigdala compie il suo lavoro, il trauma viene rielaborato e le reazioni post-traumatiche scompaiono.

In particolare, in Italia ho conosciuto un sacerdote–psicologo che mi ha insegnato un metodo di preghiera grazie al quale ho accelerato enormemente la rielaborazione dei miei traumi; e non è l’unico, poiché i cammini di guarigione interiore sono ben conosciuti anche in Francia. Certamente, occorre tempo: il trauma grave è composto da diversi strati, che bisogna affrontare con pazienza, l’uno dopo l’altro. Ma non posso dimenticare quegli incontri di preghiera e quegli esercizi durante i quali il Signore stava davvero prendendo i miei pesi su di sé: lo sentivo con forza anche nel corpo.

La nostra società vuole dimenticare che solo Dio vince il male. Solo Lui. Ha sofferto, affinché noi non fossimo più sottomessi al male. Probabilmente, come ogni persona afflitta, ti chiederai dove sia. Anch’io, molte volte, mi sono arrabbiata con Lui, perché lo percepivo lontano — un effetto tipico del senso di abbandono post-traumatico, inevitabile su questa terra intrisa di male. Ho detto anch’io tante volte: “Perché mi hai abbandonata?”. Tuttavia, ogni volta che rivedo il film The Passion, una scena mi sconvolge sempre: quando il Sinedrio pronuncia la condanna a morte di Gesù, i presenti cominciano a colpirlo senza pietà, senza sosta… Allora piango e riconosco, in ciò che Lui ha sofferto, un legame profondo con ciò che noi abbiamo sofferto. Lui è la vittima innocente. Lui è al nostro fianco. Lo sarà sempre.

La prima sorgente della guarigione è l’esperienza che, prima dei rifiuti, prima delle violenze, della crudeltà, dell’incomprensione, dell’abbandono — prima di tutto questo — c’è stato e c’è Qualcuno che ci ha amati immensamente così come siamo, e che ci ha voluti con amore e determinazione; Qualcuno che riempie il cielo di stelle e, nonostante la bellezza degli astri, del sole, della luna, dei fiori, degli animali, trova la sua gioia più sublime nel donarci la sua amicizia. Qualcuno che ti vede, Siska, come una meraviglia ai suoi occhi. Prima di ogni male, c’è Lui. Solo Dio vince il male.

E oggi, dopo la mia guarigione, lo ringrazio dal profondo del cuore per la mia sofferenza, perché mi ha dato così la possibilità straordinaria di parlare alle persone dimenticate da tutti — soprattutto, di parlare a te. Cara Siska, non sono né terapeuta, né psicologa, ma gli altri hanno fallito atrocemente con te, e io, che sono guarita dal mio disturbo post-traumatico cronico, se tu lo accetti, vorrei infinitamente condividere con te la mia esperienza e trasmetterti una speranza fondata. Se vuoi, io ci sono. Iniziare un cammino di guarigione interiore è possibile.

Cara Siska, ti ringrazio davvero per la tua attenzione. Ti auguro con tutto il cuore di ritrovare la serenità e, anche se non ho il piacere di conoscerti, permettimi di abbracciarti,

Annarita

  1. Cfr. Iñaki Pinuel, Mobbing. Cómo sobrevivir al acoso psicológico en el trabajo, Madrid, Santillana, 2003.
  2. Il suo libro più famoso è Uno psicologo nei lager, Milano, Ares, 201221.
  3. Cfr. Il mio manual preferito sulla PTSD: Pete Walker, Complex PTSD: From Surviving to Thriving, Azure Coyote Book, 2014.

 

 


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