A proposito del nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni di cui ha accennato la Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, rilancio un commento di Daniele Capezzone dal suo blog.

 

Foto: foto migranti
Immigrazione clandestina

 

Quando si tratta dell’Ue, essere buoni profeti è facile: basta prevedere il peggio, e si hanno ottime possibilità di azzeccare.

Appena due giorni fa, commentando la sortita all’Europarlamento di Ursula von der Leyen (“Aboliremo il regolamento di Dublino. Lo rimpiazzeremo con un nuovo sistema europeo di governance delle migrazioni. Avrà strutture comuni per l’asilo e i rimpatri”, insieme a “un forte meccanismo di solidarietà”), La Verità chiosava: “La tedesca è rimasta nel vago, né si vede come potrà superare quel regime di volontarietà che, fino a oggi, ha consentito a molti paesi di disimpegnarsi, lasciando il fardello sulle spalle dell’Italia”.

E’ stato sufficiente attendere un paio di giorni per avere conferma dell’ennesima fregatura. Ufficialmente il pacchetto sarà svelato il 23 settembre, ma già le prime anticipazioni (ieri qualcosa è trapelato sul Corriere della Sera) fanno capire che aria tira.

Non sarà toccato il caposaldo dello status quo, e cioè il punto più sgradevole per l’Italia, ovvero la responsabilità unica a carico del paese di primo ingresso sulle domande di asilo. Né si farà alcun passo sostanziale verso il ricollocamento obbligatorio in altri paesi. Il massimo che si prevede è un aiuto (anzi, un aiutino) economico, e cioè il fatto che i costi di gestione e rimpatrio (in caso di reiezione della domanda) potrebbero finire a carico di un altro paese, che però si guarderebbe bene dall’aprire i suoi confini per accogliere il richiedente asilo. Come dire: cara Italia, ti paghiamo qualche spicciolo, ma continua tu a fare il campo profughi per tutti noi.

Quanto poi ai migranti economici (e quindi alla grande maggioranza di coloro che sbarcano, che non hanno diritto allo status di rifugiato), le bozze sono fumose: parlano di “rimpatri europei” e di accordi con i paesi terzi, legando gli aiuti economici Ue alla disponibilità a riprendersi i connazionali. Esattamente ciò che non si è riusciti a fare da anni e anni.

Quanto all’iter del pacchetto, si tratta come sempre di un cammino tortuoso e farraginoso. Il 23 viene presentata la bozza. Ma poi occorrerà trovare un’intesa in Consiglio: una vera e propria impresa, visto che nessuno vuole farsi carico del fardello dei ricollocamenti, meno che mai in forma obbligatoria. A chiacchiere, trattandosi del suo semestre di presidenza, la Germania spingerà per un qualche accordo, ma, su una materia elettoralmente tanto delicata, nessun governo sarà disposto a suicidarsi davanti alla propria opinione pubblica per fare un favore all’Italia.

Siamo insomma agli stessi nodi di sempre. A gennaio scorso, si era esibito sul tema Margaritis Schinas, il greco già portavoce della Commissione Juncker e protagonista di comunicati irridenti verso l’Italia quando il duo Moscovici-Dombrovskis imperversava contro l’allora governo gialloverde, e che ora vive una nuova vita nella Commissione guidata da Ursula von der Leyen. E’ infatti uno degli otto vicepresidenti del nuovo esecutivo Ue, e coordina proprio il lavoro sul pacchetto immigrazione.

A gennaio, intervistato da Repubblica, recitò la consueta giaculatoria (“L’Europa non può permettersi di fallire una seconda volta sui migranti”) e proseguì con il preannuncio di un fantomatico “patto”, cioè esattamente quello che ha impiegato ben nove mesi a partorire (una gravidanza politica, è il caso di dire).

Il guaio è che anche ora, come nove mesi fa, i contenuti del patto appaiono fumosi o addirittura surreali. Il primo esempio l’abbiamo fatto prima, e riguarda i paesi africani, a cui l’Ue proporrà dei “comprehensive partnership agreements” che dovrebbero includere “soldi, investimenti, scambi commerciali, visti, sanità e programmi Erasmus”. A gennaio Schinas si guardò bene dal dire quanti soldi l’Ue intendesse stanziare: unico argomento convincente per gli interlocutori africani. A meno di bersi la favoletta secondo cui questi paesi frenerebbero le partenze e si riprenderebbero chi non ha diritto d’asilo. Senza dire che parlare di Erasmus ad esempio in Nord Africa, in situazioni disordinate, insicure, di conflitti latenti o addirittura in corso, appare ai confini della realtà.

Secondo esempio. Per “disincagliare la riforma del diritto d’asilo” Schinas preannunciò il lancio di “una serie di panieri ai quali tutti i governi dovranno contribuire scegliendone almeno uno”. E quali sarebbero questi panieri? “Ricollocamenti, oppure soldi, mezzi, personale, o partecipazione attiva a singole missioni”. Morale della favola: è scontato che la maggior parte dei paesi non opterà per i ricollocamenti, e l’Italia rimarrà con il suo problema.

Terzo e ultimo esempio. Schinas elogiò l’accordo di Malta (“sta funzionando benissimo”). Ma dimenticò di dire alcune cose: che l’accordo era temporaneo (“temporary arrangement”); che era su base volontaria, e non c’era modo di forzare i paesi Ue ad aderirvi; che riguardava i migranti presi in carico dalle navi Ong (il 9% circa di quelli arrivati l’anno scorso in Italia); che la sperimentazione durava sei mesi, ma se i numeri fossero cresciuti troppo (“substantially rise”), l’intero meccanismo sarebbe stato di fatto sospeso. E’ la ragione per cui – senza pietà verso i nostri governanti che ancora brindavano – la stampa francese (Le Figaro in testa) fin dal primo giorno definiva l’accordo “revocable”. Morale: a numeri bassi, come è accaduto l’inverno scorso, anche gli altri paesi hanno avuto tutto l’interesse a collaborare, a far bella figura a costo irrisorio. Ma con il ritorno dell’estate e dei numeri elevati, l’Italia si è ritrovata con i problemi di sempre. A settembre del 2020, siamo ancora a questo nodo irrisolto.

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