Volodymyr Oleksandrovyč Zelenskyy, Presidente dell'Ucraina
Volodymyr Oleksandrovyč Zelenskyy, Presidente dell’Ucraina

 

 

di Michael Galster

 

Con la suddetta legge, approvata il 25 aprile 2019 (vedasi Il sole 24 ore online del 1 marzo 2022), il governo ucraino ha confermato le sue politiche volte alla cancellazione della lingua russa dalla vita pubblica, anche nelle regioni a maggioranza linguistica russofona. La legge è entrata in vigore a gennaio del 2022, concludendo un lungo processo politico-legislativo volto alla de-russificazione del paese, leggi qui.

Tale progetto inizialmente non è stato sostenuto dall’Europa. Come noto, gli stessi accordi di Minsk prevedevano che l’Ucraina avrebbe intrapreso passi verso una federalizzazione dello Stato, concedendo ampie autonomie soprattutto alle regioni russofone – in cambio del ritiro dei militari russi dal territorio del Donbass. Alla conferenza euroasiatica del 2014 a Milano lo stesso presidente del consiglio italiano di allora, Matteo Renzi, propone una soluzione del tipo Alto Adige alle due parti in causa. La Russia, sempre secondo lo stesso Matteo Renzi, accoglie la proposta positivamente, l’Ucraina rifiuta categoricamente ogni soluzione volta a riconoscere il diritto d’esistenza a un gruppo etnico russo in Ucraina. A gennaio del 2022 la sopra menzionata legge entra in vigore e l’Ucraina va nella direzione opposta agli obiettivi degli accordi di Minsk.  

Il disposto composito di norme di legge e altre misure restrittive ha avuto l’effetto che al momento per una popolazione di 12 milioni di persone russofone non c’è più un solo quotidiano stampato nella loro madrelingua. Altresì ai loro figli, dopo la quarta elementare, non potrà più essere erogata formazione nella propria lingua madre (vedasi il sopraindicato articolo di Il Sole 24 Ore), per menzionare soltanto alcune delle misure a carico della popolazione russofona d’Ucraina le quali, quando avvengono da altre parti del mondo nei confronti di altri gruppi etnici, sono classificate politiche di pulizia etnico culturale.

Sia chiaro in modo più assoluto che questi fatti, per quanto deplorevoli e antidemocratici, non giustificano in alcun modo la guerra di Putin. L’invasione dell’Ucraina è e resta un fatto assurdo, innescando una accelerazione drammatica di un conflitto in essere dai tempi della rivoluzione del Maidan nel 2014, già costata la vita a più di 14.000 persone fino a febbraio 2022. Allo stesso momento, tali stessi fatti, ovvero la politica dell’Ucraina di negare all’etnia russa il diritto di esistere a livello pubblico, dovrebbero invitare a riflettere sulla legittimità di un supporto incondizionato all’obiettivo dell’Ucraina di riconquistare tutti i territori attualmente sotto occupazione russa, per, qualora riuscisse nell’impresa, privare un gruppo etnico locale di diritti che da oramai più di 70 anni in Europa nessuno oserebbe mettere più in questione.  

Germania e Austria non invaderebbero l’Italia qualora un governo neo-nazionalista italiano, nell’ambito di un programma per la promozione della propria lingua nazionale, vietasse in Alto Adige l’uso della lingua tedesca nella sfera pubblica. Mancando gli altri presupposti di una guerra, tuttavia, un atto di questo tipo comprometterebbe la convivenza armoniosa tra i popoli europei e determinerebbe, se perdurasse nel tempo, la fine della stessa Unione Europea.   

L’Ukraine Crisis Media Center, ente e think tank filogovernativo ucraino, finanziato da governi e privati occidentali (leggi qui) descrive – sebbene in modo apologetico – la logica della pulizia etnico culturale e la cronologia che hanno portato alla legge 5670-d del 2019 (leggi qui).  Resta incomprensibile come l’opinione pubblica USA e UE abbia, per quanto riguarda i diritti dell’etnia russa d’Ucraina, potuto sostenere una politica diametralmente opposta ai propri valori fondamentali. 

 


 

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