Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo, quasi nella sua interezza, scritto dalsacerdote Rodrigo Menéndez Piñar e pubblicato su InfoCatolica. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata. 

 

Statua di San Pietro in Piazza San Pietro, Vaticano, Roma
Statua di San Pietro in Piazza San Pietro, Vaticano, Roma

 

Ubi Petrus, ibi Ecclesia. Così recita il noto adagio latino, con il quale si intende generalmente che la comunione con la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica passa attraverso la comunione con Roma: Dove c’è Pietro, c’è la Chiesa.

(…)

Al di là del suo significato originario nel santo dottore di Treviri, Ubi Petrus, ibi Ecclesia viene sempre sostenuto come un richiamo al fatto che non si può non essere in comunione con il Romano Pontefice se si vuole rimanere nella Chiesa cattolica. Tuttavia, in questi tempi di confusione e di particolari difficoltà, molti cominciano ad avere problemi di coscienza nel mantenere questa frase latina. Io credo che sia perfettamente e permanentemente valida, a patto che se ne abbia una corretta comprensione, comprendendo in cosa consiste la comunione con la Chiesa e con il Papa.

Anche se una trattazione accademica della questione ci porterebbe troppo lontano, si può dire in modo semplice che i legami che ci uniscono alla Chiesa sono sia invisibili che visibili. I primi possono essere ridotti ai doni soprannaturali della grazia e alle virtù teologali grazie alle quali abbiamo un’unione mistica con il Corpo Mistico di Cristo. Tuttavia, la Chiesa è anche una società visibile che a sua volta richiede legami sociali che ci portino alla comunione giuridica con essa. La tradizione teologica ha sempre indicato tre principi di unità che non possono mancare per una piena comunione con la Chiesa: unità di fede, unità di culto e unità di regime. Questi tre principi sono legati al triplice potere della Chiesa, derivante a sua volta dal triplice munus di Gesù Cristo come Profeta, Sacerdote e Re: il munus docendi o la missione di insegnare; il munus sanctificandi o la missione di santificare; e il munus regendi o la missione di governare.

In primo luogo, è necessario che ogni cattolico professi la dottrina della fede nella sua integrità. L’adesione alla Parola di Dio e a Cristo stesso passa attraverso la professione di fede. Questa dottrina è stata custodita ed esposta dal Magistero della Chiesa, con particolare importanza della Sede di Roma, che ha il potere supremo di determinare e confermare le affermazioni che appartengono alla Rivelazione, come è avvenuto nel corso dei secoli. Così, dove c’è la fede di Pietro, che ha ricevuto il sostegno del Signore perché non venisse meno (cfr. Lc 22,32), c’è la dottrina della Chiesa. Quindi: Ubi Petrus, ibi Ecclesia. Ma cosa succede se un Papa cade nell’eresia o insegna dottrine non conformi alla Rivelazione, anche se non sono state esplicitamente condannate? È una domanda che si sono posti ampiamente i grandi teologi della scolastica post-tridentina. Per fare due esempi di scuole diverse ma molto rappresentative, sia Melchiorre Cano che San Roberto Bellarmino avevano ben chiaro che il privilegio di conservare sempre la fede era un privilegio di Pietro, ma che non si trasmetteva ai suoi successori, i vescovi di Roma. Per questo motivo, essi distinguevano che nella promessa di indefettibilità di Pietro era incluso solo quanto segue: un sommo pontefice non avrebbe mai potuto imporre una dottrina errata come dogma di fede a tutta la Chiesa universale. D’altra parte, non escludevano che potesse essere un eretico e un promotore di eresie ed errori. Le condizioni che, secoli dopo, sono entrate nella definizione di infallibilità del Concilio Vaticano I sono simili. Cosa succede, allora, se un papa si allontana dalla fede cattolica? Logicamente, i fedeli cattolici – anche se si tratta di una situazione dolorosa e foriera di gravi problemi che i teologi possono studiare – non perdono l’unità e la comunione con la Chiesa. La manterrebbe finché mantiene la fede di Pietro, non la fede di quel papa. Questa sarebbe l’adesione alla fede che la Chiesa ha sempre professato, l’adesione al deposito della Rivelazione come definito dal Magistero della Chiesa. In altre parole: Ubi Petrus, non ubi Fulanus (permettetemi l’improprietà maccheronica, dove Fulanus sarebbe il papa regnante), ibi Ecclesia.

In secondo luogo, è necessario che ogni fedele cattolico sia nell’unità del culto. Questo inizia con la valida ricezione del sacramento del battesimo, in cui il nuovo cristiano viene incorporato nel corpo della Chiesa ed è abilitato a rendere un culto veramente gradito a Dio. In questa nuova situazione egli ha diritto a partecipare al culto cattolico, che comporta un’unione cultuale con gli altri cattolici, anche se possono esistere diversi riti liturgici – uno dei quali romano – secondo le diverse tradizioni che sono state assunte come legittime dall’autorità della Chiesa nel corso del tempo. Tuttavia, questa diversità è solo nelle forme rituali, perché è la stessa Santa Messa e gli stessi sacramenti che ogni cattolico celebra e riceve. In questo senso: Ubi Petrus, ibi Ecclesia. Ma cosa succederebbe se un Papa non volesse sottomettersi alle rubriche o se inventasse preghiere o formulari contrari alla liturgia cattolica? Facciamo un esempio un po’ bizzarro. Se un papa istruisse un laico a dire le parole di consacrazione durante la celebrazione della Messa perché non vuole dirle per dimostrare che anche il popolo sta celebrando la Messa, che cosa accadrebbe? Non solo non ci sarebbe la confessione del sacramento, ma quel laico, per fedeltà alla Chiesa, non acconsentirebbe a fare una cosa del genere. Si rifiuterebbe di seguire le indicazioni di un papa, ma la sua comunione con la Chiesa e con Roma non ne risentirebbe. D’altra parte, se dovesse acconsentire a rompere il corretto svolgimento della liturgia, anche seguendo le indicazioni di un successore di Pietro, minerebbe l’unità del culto cattolico. Ancora una volta, in un caso come questo – e i casi che molti fedeli devono sopportare a causa di chierici avallati dalla competente autorità ecclesiastica non sono molto diversi da questo – Ubi Petrus, non ubi Fulanus, ibi Ecclesia.

In terzo e ultimo luogo, è necessario che ogni fedele cattolico mantenga i legami di comunione giuridica che sono il veicolo dell’ordine e della carità nella Chiesa considerata come società. Ciò implica il riconoscimento e la sottomissione a una giurisdizione che, come nella società civile, è legislativa, esecutiva e giudiziaria. Tale giurisdizione non ha altra pretesa che quella di ordinare la vita cristiana affinché le opere dei fedeli contribuiscano al bene comune della società ecclesiastica e alla loro stessa salvezza. Il Romano Pontefice è il titolare della suprema – ma non unica – giurisdizione nella Chiesa, essendo il suo potere ordinario, pieno, universale e immediato per ogni cattolico. Con questo si intende, forse qui molto più abitualmente, di Ubi Petrus, ibi Ecclesia e di tante altre frasi classiche come Roma locuta, causa finita. Il potere del Papa è sì supremo, ma non significa assoluto. Solo Dio è assoluto, ed è Dio, la sua Rivelazione o la retta ragione che ha inscritto nell’ordine naturale, la prima regola per l’attività della Chiesa. La massima autorità nella Chiesa – non l’unica, insistiamo – è subordinata a questa prima regola, essendo una seconda regola. Così, il fedele cristiano deve riconoscere il Papa come pastore supremo della Chiesa, soggetto di questa massima giurisdizione, per mantenere la comunione con la Chiesa: Ubi Petrus, ibi Ecclesia. Di conseguenza deve sforzarsi di rispettare e obbedire alle leggi, alle decisioni e ai giudizi che, secondo la legge di Dio e la vita stessa della Chiesa – che non inizia con ogni papa – il Romano Pontefice può imporre. Tuttavia, potrebbe accadere che un Papa malvagio o guidato dalla confusione dottrinale voglia imporre leggi, prendere decisioni o giudicare cause in modo contrario al Deposito della Fede. Qui c’è ampio spazio per esercitare l’autorità con legittimità, anche se non si tratta di giudizi ottimali (ad esempio, la scelta di un pastore indegno come vescovo non rende tale scelta invalida perché è cattiva). Ma se si tratta di disposizioni direttamente contrarie a Cristo e alla sua volontà – come, ad esempio, il permesso di benedire coppie sodomite o semplicemente irregolari, cosa contraria alla Parola di Dio – allora il fedele cattolico deve rimanere fedele a Cristo e rifiutare tali disposizioni. La sua fedeltà a Cristo si traduce nella fedeltà all’insegnamento di Pietro e degli Apostoli, a tutta la tradizione della Chiesa che ha determinato un corpo di dottrina incompatibile con la nuova disposizione e, quindi, in questi casi Ubi Petrus, non ubi Fulanus, ibi Ecclesia.

Detto questo, è chiaro che quando un fedele cattolico è obbligato in queste circostanze speciali a non seguire l’insegnamento o le disposizioni romane, non rompe o mina in alcun modo l’unità o la comunione con la Chiesa cattolica o con la Sede di Pietro. E questo perché tale comunione non è fondata sulle idee, le opinioni, le azioni, le luci o le ombre, le linee d’azione, le arguzie… che il papa regnante può avere ─ infatti quando un papa muore e la sede romana diventa vacante, la nostra comunione con la Chiesa e con la sede romana non viene spezzata o diminuita, a riprova del fatto che non è basata sull’adesione alle peculiarità di ciascun papa─. La comunione con il Papa e con la Chiesa è fondata sulla fede, sul culto e sulla norma.

“Siamo sempre con Pietro!”, si sente dire in alcuni luoghi per sottolineare che bisogna allinearsi in tutto alla persona e alle intenzioni del papa del giorno. E se Tal dei tali si allontana da Pietro, che si fa? Chi si segue? Altri si preoccupano molto di un’eventuale disaffezione nei confronti del papa, come se questo portasse a una mancanza di unità. Se affezione o disaffezione vengono prese nel loro senso proprio, è chiaro che qualsiasi cattolico che non senta nei suoi affetti ─ la sua sensibilità, le sue emozioni, i suoi sentimenti─ una disaffezione in queste situazioni ha un problema serio. Al contrario, il sentimento di disaffezione sarà un segno di salute spirituale nel fedele cattolico, il quale, ovviamente, dovrà fare in modo che esso porti alla preghiera, alla penitenza e alla ricerca di una formazione più profonda e solida, e non alla semplice squalifica di tale Fulano.

La conclusione è chiara: se Fulani si allontana da Pietro, allora, Ubi Petrus, non ubi Fulanus, Ibi Ecclesia.

Rodrigo Menéndez Piñar, pbro.

(Sacerdote dell’arcidiocesi di Toledo – Spagna)

 


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