Donald Trump, account Twitter
Donald Trump, account Twitter

 

 

di Sabino Paciolla

 

Twitter, con un comunicato di ieri, 8 gennaio, ha bannato definitivamente l’account del Presidente Donald Trump, con oltre 33 milioni di followers, a partire da ieri sera, lasciando invece libero un account che fa la parodia del presidente Trump. La decisione, a quanto pare, fa seguito ad azioni simili prese da altri giganti dei social, Facebook e Instagram. Inizialmente l’account era stato sospeso, ma Twitter aveva fatto intendere che vi sarebbe potuta essere anche una probabile futura totale sospensione. 

“Dopo un attento esame dei recenti Tweet dell’account @realDonaldTrump e del contesto che li circonda – in particolare di come vengono ricevuti e interpretati su Twitter e fuori da Twitter – abbiamo sospeso definitivamente l’account a causa del rischio di ulteriori incitamenti alla violenza. 

Nel contesto degli orribili eventi di questa settimana, mercoledì abbiamo chiarito che ulteriori violazioni delle Regole di Twitter potrebbero portare a questa stessa linea d’azione. Il nostro quadro di interesse pubblico esiste per consentire al pubblico di ascoltare direttamente i funzionari eletti e i leader mondiali. Si basa sul principio che il popolo ha il diritto di avere il potere di rendere conto pubblicamente”.

Il comunicato chiarisce che nessuno è al di sopra delle regole e nessuno può usare Twitter per incitare alla violenza. 

E quali sarebbero i due tweet incriminati che potrebbero o avrebbero potuto incitare alla violenza? Il comunicato di Twitter li elenca. Eccoli:

Trump ha twittato venerdì: “I 75.000.000.000 di grandi patrioti americani che hanno votato per me, AMERICA FIRST, e MAKE AMERICA GREAT AGAIN, avranno una VOCE GIGANTE a lungo nel futuro. Non verranno trattati senza rispetto e non saranno trattati ingiustamente in nessun modo, in nessuna forma o modo”.

L’altro tweet, pubblicato poco dopo, è stato questo: 

“A tutti quelli che l’hanno chiesto, non andrò all’inaugurazione del 20 gennaio”.

A parere di Twitter, questi due messaggi devono essere letti nel contesto dei fatti accaduti il 6 gennaio scorso e degli eventi più ampi accaduti nel paese in cui le parole del presidente Trump vengono utilizzate, compreso l’uso per l’incitamento alla violenza. Pertanto, continua il comunicato,“Dopo aver valutato il linguaggio di questi Tweet contro la nostra politica di Glorificazione della Violenza, abbiamo stabilito che questi Tweet sono in violazione della politica di Glorificazione della Violenza e l’utente @realDonaldTrump dovrebbe essere immediatamente sospeso definitivamente dal servizio”.

Insomma, Twitter, dopo la valutazione dei due tweet è arrivato alla decisione che “essi molto probabilmente avrebbero potuto incoraggiare e ispirare le persone a replicare gli atti criminali che hanno avuto luogo al Campidoglio degli Stati Uniti il 6 gennaio 2021”. Da qui, la sospensione a tempo indeterminato dell’account del presidente Donald Trump. 

Ora, si potrà discutere di quello che è avvenuto il 6 gennaio in Campidoglio, degli errori fatti, esecrabili, ma tenendo in considerazione tutti i fattori, comprese le azioni di coloro che avendo l’autorità non hanno impedito o hanno facilitato gli eventi stessi. 

Quello che però è indiscutibile è che il presidente Donald Trump è stato l’unico degli ultimi presidenti americani a non aver aperto una guerra in nessuna parte del globo, ad aver ritirato le truppe americane dai territori che in precedenza erano stati territori di guerra, ad aver avuto un confronto ed un incontro personale con il presidente dittatore della Corea del Nord, Kim Jong-un, ad essersi battuto attivamente per la difesa della vita, togliendo i finanziamenti alle multinazionali dell’aborto. Come si vede, incontestabilmente tutte azioni di pace. Si può dunque dire che Donald Trump sia un presidente violento o che inciti alla violenza? Sicuramente no. 

E allora quale il significato di revoca degli account del presidente da parte dei big dei social, quando altri account come quello del dittatore nordcoreano Kim Jong-un o quello dell’Ayatollah Khamenei che ha dichiarato che “Israele è un tumore nel Medio Oriente” oppure che “La lotta per liberare la Palestina è un dovere musulmano”, e ancora: “Il virus sionista verrà presto estirpato” vengono lasciati attivi? Perché Kim Jong-un, che ha fatto prendere a cannonate un suo ministro e ha fatto sbranare dai cani suo zio, che ha lanciato due missili nel Mar del Giappone, lanciando sinistri segnali a Giappone e Corea del Sud, può postare su Twitter mentre Donald Trump no?, Perché Ayatollah Khamenei che minaccia la distruzione di Israele può postare su Twitter e Donald Trump no? Perché questo doppiopesismo? Non dimentichiamo che Donald Trump è ancora formalmente il presidente degli Stati Uniti, e i social sono sempre enti privati con presidenti che sono cittadini statunitensi.

La risposta va probabilmente cercata nella volontà messa in atto da parte dei poteri forti dell’informazione di tacitare una voce scomoda, una voce non allineata al mainstream, che con i suoi toni a volte sopra le righe fa arrivare alla gente comune un messaggio che da essa è apprezzato ma che evidentemente non piace ai potenti che gestiscono certa cultura che alimenta il mainstream stesso. 

Ricordiamo che i media, americani e non, nei confronti di Trump sono sempre stati molto faziosi, dicendo a volte esattamente il contrario di quanto avvenuto, esaltando alcuni aspetti che lo danneggiavano e tacendone altri che avrebbero dato risalto alla sua figura . 

Inoltre, proprio riguardo alla violenza, un caso eclatante della tendenziosità e faziosità del mainstream è proprio quello dei Black Lives Matter (leggi qui e qui), dove la violenza espressa da questo movimento è stata tollerata o sottaciuta, o fenomeni come quello della cancel culture (leggi qui) dove la violenza che si è rivolta contro l’espressione pubblica (abbattimento di statue) della nostra cultura, della nostra civiltà, è stata a volte addirittura esaltata. 

E allora il bannaggio del presidente Trump dai social è un brutto segnale per la democrazia americana, ma, in definitiva, per tutta la democrazia occidentale e di tutte le società libere. E’ un segnale di un regime che avanza, che usa l’arma del politicamente corretto per imporre una visione del mondo, e che per questo decide chi deve parlare e cosa deve dire. Non è un caso che sempre più persone per poter parlare liberamente e non vedere censurato o oscurato il contenuto di articoli o video siano state costrette a migrare su piattaforme diverse da YouTube. E’ dunque un regime morbido e mellifluo nelle forme ma duro, durissimo, nella sostanza. Di questo nuovo livello di censura dobbiamo prendere atto e muoverci di conseguenza.

 

 

Facebook Comments
image_pdfimage_print
1