di John M. Grondelski
Durante l’Avvento, la Chiesa usa due diversi prefazi durante la Messa: uno per la maggior parte dell’Avvento, l’altro per gli ultimi nove giorni dell’Avvento. Ne abbiamo due perché i loro obiettivi sono diversi: Il Prefazio di Avvento I guarda alla seconda venuta di Cristo alla fine della storia, mentre il Prefazio di Avvento II si sposta indietro, negli ultimi giorni prima di Natale, alla prima venuta di Cristo a Betlemme.
Nel prefazio di Avvento I preghiamo: “Quando verrà di nuovo nella gloria e nella maestà… tutto sarà finalmente reso manifesto”. L’Ultimo Giorno è un tempo di piena rivelazione, di completa declassificazione, di assoluta verità. Forse questo rende il nostro mondo nervoso. La nostra società, ad esempio, è molto attaccata all’idea di “privacy”, eppure qui abbiamo il Figlio di Dio che promette che “tutto sarà finalmente reso manifesto”. Inoltre, “non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, e nulla di nascosto che non sarà conosciuto o portato allo scoperto” (Lc 8,17).
Qual è lo scopo della seconda venuta e del giudizio generale alla fine del mondo? Il punto è semplice: il Regno che ora siamo invitati ad accettare con fede si manifesterà, in modo che non sia una questione di “fede” ma di fatto.
Questo mondo è di Dio. Lo ha creato. Lo ha redento. E ristabilirà tutte le cose “nel suo Figlio” (1 Cor 5,18-19; Col 1,20), per mezzo del quale ha creato il mondo (Gv 1,3; Col 1,16). Il bene, e non il male, avrà l’ultima parola nella storia dell’umanità – e questo non sarà un giorno “solo” una questione di fede.
Al momento della creazione, Dio ha fatto l’uomo a sua immagine e somiglianza, dotandolo di una partecipazione alla sua opera creativa attraverso la capacità di dare la vita e di esercitare il dominio sul mondo. Come l’amministratore delle parabole, il Maestro torna a casa “dopo molto tempo” per regolare i conti: il suo amministratore è stato fedele o infedele, intraprendente o pavido?
Il Giudizio Universale è un “regolamento di conti”, non nel senso della vendetta divina, ma nel senso della verità divina. Quali erano i disegni di Dio nella storia (e nella vostra vita)? Quanto bene o male questi disegni sono stati realizzati come risultato delle scelte umane? Quanto Dio ha fatto per raddrizzare le righe storte con cui gli uomini hanno cercato di scrivere? Il Giudizio generale non è una sorta di “appello” al proprio destino escatologico fissato alla morte. Ciò che uno è diventato alla morte rimarrà.
Ma gli esseri umani sono esseri sociali. Come dice l’angelo Clarence in “La vita è meravigliosa”, “la vita di un uomo ne tocca tante altre”. Nel bene. Per il male. Tocca le persone immediatamente intorno a lui. Tocca persone che non conoscerà mai in futuro. San Paolo e San Luca hanno mai immaginato che voi , nelXXI secolo, sareste stati toccati dalle loro parole? Martin Lutero o Adolf Hitler immaginavano che le loro decisioni si sarebbero riverberate nei secoli? (Ok, visto che Adolf voleva un Reich millenario, forse). Il punto è che bisogna chiarire come la nostra vita si inserisce in quella di ogni altra persona in questo mondo, perché il bene o il male che facciamo non è solo la sua conseguenza immediata, ma anche il rimodellamento della realtà che quella conseguenza mette in moto. Perciò è giusto che “tutto sia reso manifesto” per dimostrare che Dio è giusto. Cosa ha fatto qualcuno con le grazie che Dio gli ha dato? Cosa non ha fatto con quelle grazie? Quali grazie sono state accettate e quali rifiutate, e cosa è successo come risultato di queste scelte?
Uno dei motivi per cui le persone perdono la fede è la richiesta a Dio di giustificare perché il mondo è così. Perché, a parte il Pangloss di Voltaire, pochi credono che viviamo nel “migliore dei mondi possibili”. Dio non ha l’obbligo di rendere ottimali le condizioni quando l’uomo sceglie di renderle subottimali. Che Dio, nell’amore, possa farlo è tra le cose che, nell’Ultimo Giorno, saranno “rese manifeste”.
Ecco perché l’Avvento ci ricorda costantemente di “svegliarci”, “vegliare”, “alzarci dal sonno”, “la notte è passata” e “vivere nella luce”. Perché l’ultimo giorno è la venuta del Signore nella gloria, e la gloria è luce, non tenebra. È la luce che spazza via le ombre che nascondono quelle persone “che preferiscono le tenebre alla luce perché le loro opere sono state malvagie” (Gv 3,19). In effetti, l’osservazione di Giovanni è astuta, perché mentre molti moderni possono voler chiamare le loro azioni “scelte” e “autonomia”, anche presumibilmente sancite dalla “privacy” della “coscienza”, l’Ultimo Giorno elimina tutti questi equivoci eufemistici, rivelando il bene come bene e il male come male perché “tutto è finalmente reso manifesto”. Non esiste alcun “diritto alla privacy” che protegga una parte della creazione di Dio dalla Verità e dal Bene di Dio.
È un motivo di vergogna? No, solo nella misura in cui uno ha comunque “preferito le tenebre alla luce”. La gloria di un Sant’Agostino non sta nel fatto che fosse sia un rigido dualista sia un libertino con una concubina e un figlio fuori dal matrimonio – e lo era – ma che sia cambiato attraverso la grazia di Dio. La gloria di un San Paolo non è quella di essere stato un assassino e un persecutore di cristiani – cosa che era – ma di essere cambiato grazie alla grazia di Dio. La gloria di un San Pietro non è quella di essere stato un vigliacco vanaglorioso pronto a scappare nella direzione opposta quando c’era la sofferenza – cosa che era – ma che, grazie alla grazia di Dio, è cambiato ed è tornato indietro. La vergogna è solo di coloro che hanno deciso di aggrapparsi al male, di scambiare ciò che Dio ha offerto con un piatto d’argento. L’eroismo spirituale deve essere riconosciuto e premiato. Così come la stupidità spirituale.
Ed è per questo che “alla fine tutto è reso manifesto”. Perché la giustizia esige una storia senza segreti, senza false apparenze, senza angoli isolati dal raggio curativo – o rovente – della Luce divina.
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