Nell’ottica del mero approfondimento dei fatti e di un sereno confronto, di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Phil Lawler, pubblicato su Catholic Culture. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.
Tredici anni dopo essersi presentato al mondo come nuovo Vescovo di Roma, e a quasi un anno dalla sua scomparsa, Papa Francesco rimane una figura sfuggente: un uomo la cui personalità non è facile da comprendere. Pur avendo scritto due libri e letteralmente migliaia di articoli sul defunto Pontefice, rimango perplesso di fronte a diversi aspetti della sua vita. Vorrei soffermarmi su tre di questi misteri. Se li capissi, forse lo capirei meglio. Ma non è così.
1. Cosa è successo in quel confessionale? Quando gli fu chiesto come avesse sentito per la prima volta la vocazione al sacerdozio, il defunto Papa raccontò che un giorno, mentre era fuori con alcuni amici, decise di andare a confessarsi e, quando uscì dal confessionale, aveva deciso che sarebbe diventato sacerdote. Da come raccontò la storia, sembra che fino a quel giorno non avesse mai pensato al sacerdozio, e poi all’improvviso il suo percorso fosse stato tracciato. Sembra un incontro molto drammatico. Eppure, quando ha raccontato la storia, Papa Francesco l’ha fatta sembrare semplice, quasi prosaica, come se si fosse accesa una luce e tutto gli fosse diventato ovvio.
Ma cos’è stato a far scattare l’interruttore? La storia in realtà non risponde alla domanda. Non stava pensando al sacerdozio, e poi lo stava facendo. Il sacerdote disse qualcosa che risvegliò nella coscienza del giovane la consapevolezza di una vocazione? O fu il sacramento stesso a smuovere qualcosa dentro di lui? Era andato a confessarsi d’impulso, o aveva qualcosa di particolare in mente? Papa Francesco non ha mai fornito ulteriori dettagli su quel giorno fatidico, quindi qualsiasi teoria che potremmo elaborare sulla sua vocazione si basa sulla nostra pura speculazione.
2. Cosa ha cambiato i suoi rapporti con i gesuiti? In qualità di provinciale dei gesuiti in Argentina, in un periodo di intenso conflitto politico e teologico, padre Bergoglio non era ben visto all’interno della Compagnia di Gesù. Di fatto, dopo il suo mandato come provinciale, fu più o meno messo al bando. Il superiore generale della Compagnia sconsigliò di nominarlo vescovo, affermando che la personalità di padre Bergoglio lo rendeva inadatto alla guida ecclesiastica.
Sebbene sia diventato arcivescovo di Buenos Aires nonostante quella raccomandazione negativa, e alla fine abbia ottenuto il cappello rosso, il cardinale Bergoglio è rimasto a distanza dai suoi confratelli gesuiti. Non trascorreva molto tempo con i leader gesuiti a Roma durante le sue visite alla Città Eterna (che di solito erano brevi), e i gesuiti liberali in particolare continuavano a guardarlo con sospetto. Dopo il conclave che elesse Papa Benedetto XVI, in cui il cardinale Bergoglio sarebbe arrivato secondo nelle votazioni, un cardinale gesuita molto influente disse ai suoi confratelli: «Meglio Ratzinger che Bergoglio». Otto anni dopo, quando il successivo conclave scelse il cardinale Bergoglio, si avvertì un palpabile nervosismo tra la leadership gesuita.
Eppure, nel giro di poche settimane dall’ascesa al trono pontificio, Papa Francesco aveva evidentemente fatto pace con i suoi confratelli gesuiti, i quali – guidati da padre Antonio Spadaro – figuravano tra i suoi collaboratori più influenti e i suoi sostenitori più entusiasti. I sospetti reciproci erano stati superati da un senso condiviso di missione? La Compagnia aveva riconosciuto una preziosa opportunità di avanzare sotto il primo Pontefice gesuita? Papa Francesco aveva riconosciuto che l’influenza dei gesuiti avrebbe potuto far avanzare la sua agenda? O si erano resi conto che avevano sempre avuto lo stesso programma?
3. Perché non ha mai visitato l’Argentina? Papa Giovanni Paolo II iniziò a pianificare un viaggio in Polonia subito dopo la sua elezione e, dopo lunghe trattative con il regime comunista, fece il suo trionfale ritorno otto mesi dopo essere diventato Pontefice. Papa Benedetto XVI si recò a Colonia per la Giornata Mondiale della Gioventù (che, bisogna ammetterlo, era stata pianificata molto prima) poche settimane dopo essere diventato Pontefice. Ma nei tredici anni del suo pontificato Papa Francesco non è mai tornato in Argentina.
In quegli anni Papa Francesco ha compiuto decine di viaggi all’estero, visitando terre lontane come lo Sri Lanka e il Bangladesh, il Myanmar e l’Egitto, il Marocco, il Madagascar, l’Iraq, il Bahrein, il Kazakistan, la Mongolia, Dubai e la Nuova Guinea – per non parlare dei suoi numerosi viaggi in tutta Europa. Avrebbe potuto aggiungere una visita in Argentina quando ha pianificato i suoi viaggi in Brasile nel 2013; in Ecuador, Bolivia e Paraguay nel 2015; in Messico nel 2016; in Colombia nel 2017; o in Cile e Perù nel 2018. Ma non ha mai fatto quella visita in patria.
Quando sono sorte domande sul fatto che Papa Francesco avrebbe alla fine viaggiato in Argentina, i funzionari vaticani hanno suggerito che il Papa non volesse immischiarsi nelle controversie politiche del Paese. Ma Papa Francesco non ha evitato le polemiche in altre occasioni, e il clima politico nella sua terra natale è cambiato più volte nel corso del suo pontificato. Era preoccupato per il tipo di accoglienza che avrebbe ricevuto nella sua terra natale, o per il tipo di ricordi che la sua presenza avrebbe potuto risvegliare? Ancora un’altra domanda rimane senza risposta.
Phil Lawler
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