Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Larry Chapp, pubblicato su What We Need Now. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.
Satana vive nei nostri segreti. E una Chiesa dei segreti è quindi particolarmente incline agli autoinganni e alle razionalizzazioni indotti dal maligno, con la profonda tentazione verso una concezione puramente mondana del «potere» ecclesiale sempre presente sullo sfondo. Si tratta di un segreto che marcisce negli armadi clandestini di un anonimato burocratico stratificato, mentre erode il bene sotto le spoglie di una varietà di falsi beni.
Questo è anche un segreto che alimenta sospetti, ostilità e risentimento quando le decisioni vengono prese in modo poco trasparente, ma con profonde ripercussioni su tutta la Chiesa, e quando alcune politiche ecclesiali sembrano essere escluse dal dibattito senza sufficienti spiegazioni. Ciò di cui abbiamo bisogno ora è una Chiesa che viva nella luce trasparente di Cristo e non nel mondo oscuro dei segreti.
Tutto questo mi passava per la mente mentre seguivo la tempesta sollevata nelle ultime settimane da alcune rivelazioni sulla questione di Traditionis Custodes. La giornalista Diane Montagna, veterana con sede a Roma, ha reso pubblici alcuni documenti trapelati dal Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF) che sembrerebbero indicare che la maggioranza dei vescovi che hanno risposto al sondaggio del Vaticano sullo status del Summorum Pontificum nelle loro diocesi non ha riscontrato problemi rilevanti nella sua attuazione e ha consigliato di mantenere in vigore le norme che consentono una più ampia celebrazione della vecchia Messa. La giornalista ha ora dato seguito alla notizia segnalando un nuovo libro (noi ne abbiamo parlato qui su questo blog, ndr) in italiano che conferma la sua versione originale con ulteriori prove documentali.
Questi documenti dimostrano chiaramente che i risultati del sondaggio non potevano costituire l’unica base per le restrizioni imposte dalla Traditionis alla vecchia Messa. Ciò ha scatenato una tempesta di accuse online secondo cui Papa Francesco avrebbe intenzionalmente ingannato la Chiesa quando ha affermato che le sue restrizioni erano una risposta ai risultati del sondaggio del 2020 tra i vescovi. In altre parole, l’accusa è che Papa Francesco abbia usato l’inganno. Inoltre, l’implicazione è che anche i suoi più stretti collaboratori su questo tema, come il cardinale Arthur Roche (capo del Dicastero per il Culto Divino del Vaticano), ci abbiano mentito deliberatamente.
Si tratta di accuse gravi, rese ancora più pesanti dal semplice fatto che non stiamo parlando di questioni disciplinari secondarie e insignificanti, ma della liturgia eucaristica che, come ha chiarito il Concilio Vaticano II, è il culmine di tutta l’attività della Chiesa e la “fonte” da cui scaturisce tale attività.
Pertanto, coloro che vogliono ignorare le cosiddette «guerre liturgiche» – un termine che detesto – con la motivazione che si tratta solo di una «lotta interna» ecclesiale su questioni insignificanti di cui il resto del mondo non si cura, hanno manifestamente torto. Non si tratta di una «guerra» tra belligeranti che lottano per il territorio e il tesoro, ma di un ascesso ecclesiale interno che ormai da sessant’anni continua a marcire e che tocca gli elementi sacramentali più profondi e fondamentali della fede cattolica.
In altre parole, non si tratta di una guerra, ma di una ferita che richiede le cure di un pastore universale che comprenda che non si tratta di una guerra tra nostalgici ignoranti e retrogradi da un lato e “persone moderne” lucide e benpensanti dall’altro. Si tratta invece di una di quelle questioni fondamentali e decisive che riguardano una questione della massima importanza, che è compito del papa risolvere in modo da dimostrare una profonda sensibilità verso le preoccupazioni di tutte le parti coinvolte.
Pertanto, l’accusa che il papa e i suoi consiglieri abbiano deliberatamente ingannato sui risultati del sondaggio del 2020 non è solo un pettegolezzo irrilevante. Tuttavia, i soliti difensori del papato di Francesco sono intervenuti e, com’era prevedibile, sostengono che non c’è nulla da vedere e che dovremmo tutti andare avanti, poiché, dopotutto, il papa ha tutto il diritto di ignorare il parere dei vescovi e di promulgare ciò che desidera. Non ha fatto forse la stessa cosa Paolo VI quando ha pubblicato la Humanae Vitae, che andava contro l’opinione della maggioranza della commissione episcopale incaricata di studiare il controllo delle nascite? Inoltre, la sintesi dell’indagine dei vescovi presentata dal DDF, e citata da Diane Montagna, forse non è così chiara come sembra a prima vista, o almeno così si sostiene.
Tuttavia, osservando lo svolgersi del dibattito, si ha la netta sensazione che siamo tutti estranei che cercano di scrutare i meccanismi interni di un processo segreto culminato con una decisione di un pontefice ormai defunto. E quindi ci sono accuse e controaccuse secondo cui giornalisti conservatori come Montagna da un lato, o il biografo papale “centrista” e difensore Austin Ivereigh dall’altro, stanno manipolando l’interpretazione dei dati disponibili in modo tendenzioso per adattarli alle loro rispettive inclinazioni.
E qui sta il problema. Questo è per me il fatto più saliente e quasi evidente che possiamo ricavare da questo caos. Vale a dire che l’intero processo che ha portato all’emanazione della Traditionis era, ed è, avvolto nel mistero, nella segretezza e in una totale mancanza di trasparenza pubblica. E questo da un papa che ha invocato una Chiesa più sinodale, in cui il processo decisionale sia più collaborativo, dialogico, ampiamente inclusivo di molte voci e, soprattutto, trasparente. Da un papa che ha invocato la «parresia» e che tutte le voci siano ascoltate («Todos!»).
Dimentichiamo quindi, per ora, i dibattiti attualmente irrisolvibili sulla mentalità del papa, sui documenti che aveva davanti e sulle comunicazioni riservate che potrebbe aver ricevuto, al di là del sondaggio ufficiale, sui tradizionalisti francesi e dell’anglosfera cattolica che sarebbero “anti-Vaticano II”. Dimentichiamo anche se il papa avesse il diritto giuridico di fare ciò che ha fatto e di ignorare i sondaggi che gli sono arrivati sulla scrivania. Aveva questo diritto.
Concentriamoci invece sulla questione della segretezza contro la trasparenza, poiché è questa la questione ecclesiologica più profonda in gioco, e poiché l’attuale confusione è stata causata proprio dalla contraddizione performativa del defunto papa, che sosteneva una Chiesa sinodale e trasparente anche mentre prendeva decisioni importanti come questa dietro l’iconostasi della vecchia segretezza papale.
Finché il Vaticano non renderà pubblici tutti i documenti rilevanti in un atto di trasparenza, non sapremo mai la verità. E se qualcuno vuole sostenere che non abbiamo il “diritto” di vedere tali documenti e quindi Roma non ha alcun obbligo di trasparenza, allora diciamolo chiaramente: la nostra è una Chiesa governata da una élite ristretta a Roma che ha tutto il diritto di fare ciò che vuole con processi pubblicamente opachi e che qualsiasi critica alla segretezza è semplicemente il brontolio dei malcontenti “anti-Francesco” che “dissenziano dal papa”.
La questione principale che ci si pone ora, nonostante le recenti rivelazioni di Diane Montagna, non è cambiata ed è la stessa che ci siamo sempre posti, indipendentemente dalle accuse di menzogne, inganni, sondaggi e così via: Traditionis Custodes è stata una decisione pastoralmente saggia? Poiché la decisione è ora nelle mani capaci di Papa Leone, questa è davvero l’unica questione che egli deve affrontare. Ma non c’è modo di rispondere alla domanda sulla saggezza pastorale di Traditionis se non possiamo vedere la documentazione che ha visto il papa.
Ovviamente, Papa Leone avrà accesso a questi documenti, e si spera che il loro contenuto sia reso pubblico senza indugio, ma se il problema del segreto ecclesiale non viene affrontato e risolto, allora questo conflitto, così come molte altre questioni urgenti, non solo continuerà a fermentare nel lievito ecclesiale, ma si moltiplicherà e creerà ancora più problemi.
Naturalmente, ci sono alcune cose che dovrebbero rimanere nella sfera legittima della privacy, come i fascicoli personali, le delicate negoziazioni con i leader mondiali e le questioni di governance che a volte richiedono un certo livello di discrezione. Ma chi può dubitare che anche in questo caso la Chiesa non abbia esagerato nella direzione del segreto?
Ad esempio, la crisi degli abusi sessuali da parte del clero sarebbe scoppiata se i vescovi fossero stati tenuti a essere molto più aperti e trasparenti sul motivo per cui «padre X» era stato improvvisamente «mandato in pensione» per «motivi di salute», per poi riapparire pochi anni dopo in una nuova parrocchia dove l’intero processo si è ripetuto fino a quando il sacerdote in questione è stato improvvisamente smascherato e arrestato? Ancora una volta, chi può ora dubitare che Satana vivesse in quei segreti e che la Chiesa fosse più interessata a coprire lo stupro di bambini che ad affrontare apertamente e onestamente il problema con maggiore trasparenza pubblica?
Questo potrebbe sembrare un po’ una digressione dal tema di Traditionis Custodes, ma non lo è. Perché fin dall’inizio delle riforme liturgiche dopo il Concilio Vaticano II, la decisione di smantellare radicalmente la vecchia liturgia e di sostituirla con un rito molto, molto diverso, è stata presa a Roma senza una grande collaborazione collegiale con i vescovi di tutto il mondo e con scarsa consultazione al di fuori dei corridoi della curia vaticana. E la nuova liturgia è stata formulata da un comitato relativamente ristretto di liturgisti a Roma, in un processo per lo più segreto, e poi imposta sommariamente «dall’alto» a tutta la Chiesa con un decreto papale.
Le intenzioni erano buone, presumo, e qualunque fossero i meriti del nuovo rito e i suoi presunti “miglioramenti” rispetto al vecchio, questa imposizione dall’alto ha creato una profonda ferita nell’anima di molti cattolici. Il numero esatto di coloro che sono stati feriti è irrilevante in un certo senso, poiché era sufficiente a creare una profonda e continua frattura all’interno della Chiesa tra coloro che hanno abbracciato il Novus Ordo e coloro che desideravano la liturgia più antica.
Da allora, ogni papa ha cercato di sanare questa ferita in vari modi, con il tentativo più serio rappresentato dalla Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI, che ha notevolmente ampliato il precedente indulto di Papa Giovanni Paolo II, che lasciava la maggior parte delle decisioni nelle mani degli ordinari locali. Papa Benedetto, come è noto, ha permesso a qualsiasi sacerdote di celebrare la vecchia liturgia se lo desiderava, senza bisogno di ottenere il permesso dei suoi superiori.
Questo gesto profondamente pastorale da parte di Papa Benedetto XVI ha contribuito, a mio avviso, a sanare le vecchie ferite, anche se, come abbiamo visto in alcuni casi (il cui numero è oggetto di controversia), c’era chi, nelle comunità TLM, trattava le proprie comunità liturgiche come una sorta di “sacro residuo” contrapposto alla Chiesa più ampia. Tuttavia, nonostante queste spiacevoli sacche di fanatismo restaurazionista, l’effetto complessivo della Summorum è stato quello di portare una certa guarigione a un importante sottogruppo di cattolici attenti alla tradizione. Ciò non significa minimizzare il danno causato dai fanatici restaurazionisti, ma sono sicuro che ci sono modi per affrontare questa preoccupazione senza danneggiare tutti coloro che sono interessati a un approccio più tradizionale alla liturgia.
Ma, cosa ancora più importante ai fini del mio discorso, questa mossa pastorale da parte di Papa Benedetto è stata compiuta in totale trasparenza. Sì, è stata fatta anche «dall’alto», e sì, c’è stata poca consultazione collegiale prima, ma in questo caso nulla è stato «imposto» a chi non voleva, e invece quello che abbiamo ottenuto è stata semplicemente una concessione latitudinariana per un maggiore pluralismo delle espressioni liturgiche nell’interesse di guarire una ferita e portare una certa misura di pace liturgica nella Chiesa.
Inoltre, Papa Benedetto XVI ha fornito, in completa trasparenza, una chiara motivazione teologica delle sue azioni (che non è necessario ripetere qui). Il punto è che Papa Benedetto XVI ha emanato questo motu proprio senza fondare la sua decisione su sondaggi segreti, il cui contenuto è rimasto nascosto, e senza fingere di farlo in risposta a agenti anonimi, senza volto e sconosciuti che lo avevano esortato a farlo. Si è trattato quindi di un vero motu proprio, nel senso che è stata una decisione presa dal Papa stesso e di sua iniziativa, senza cercare di collocarne le motivazioni in un quadro più ampio di richieste segrete provenienti da fonti nascoste.
Questo tipo di trasparenza non significa che tutti fossero d’accordo con le sue ragioni o con la decisione in sé. C’era chi obiettava che si trattava di un passo «indietro» dal punto di vista liturgico e di una concessione eccessiva agli elementi tradizionalisti della Chiesa, che ora avrebbero potuto creare problemi. Ma almeno il dibattito si basava su linee teologiche chiare e aperte, in cui si sapeva quali principi teologici erano in gioco. Non c’era nulla di nascosto o clandestino nei dibattiti in cui la parte pro-Benedetto poteva sostenere che i suoi critici non capivano che il Papa stava rispondendo a fonti di informazione di cui solo lui e i suoi più stretti collaboratori erano a conoscenza.
Vorrei concludere tornando alla questione della “Chiesa sinodale”, che ho sollevato in precedenza e che è legata alla questione dei dibattiti attuali sulla liturgia. La sinodalità come concetto ecclesiale è stata molto dibattuta negli ultimi tempi e la sua definizione precisa sembra differire da un gruppo all’altro. A mio avviso, questa mancanza di consenso su una definizione precisa di sinodalità è il risultato del fatto che essa si riferisce più a un “ethos” che a una politica concreta. E quell’ethos è il desiderio di una Chiesa con pochi segreti e in cui le decisioni che riguardano l’intera Chiesa siano prese con completa trasparenza.
Questo punto può essere illustrato dal fatto che varie conferenze episcopali (ad esempio in Germania e Australia) hanno avviato il proprio «cammino sinodale» con l’obiettivo dichiarato di eliminare la cultura segreta e clericalista che ha portato all’insabbiamento degli abusi sessuali. Il fatto che le motivazioni di molti in quei paesi possano aver incluso il desiderio di cambiare gli insegnamenti fondamentali della Chiesa, specialmente nell’ambito della moralità sessuale, è irrilevante ai fini della questione in esame. Tali distorsioni devono effettivamente essere corrette e Papa Francesco, a suo merito, ha emanato alcune misure correttive in tal senso. Resta tuttavia il fatto che l’obiettivo di una cultura ecclesiale più trasparente e meno clericale è lodevole e ci fornisce un “ethos” sinodale che aspira a una Chiesa che non viva nell’ombra.
E questo è un ethos che può vivere all’interno di una varietà di assetti ecclesiali relativi al modo in cui la Chiesa è governata. Infatti, può vivere anche all’interno di una struttura ecclesiale più tradizionale. Non sto dicendo però che tutte le strutture siano uguali sotto questo aspetto, e che non siano necessari molti cambiamenti pratici all’apparato di governo della Chiesa, ma indipendentemente dalla forma, l’ethos della trasparenza deve in qualche modo essere al centro dell’attenzione.
Questa, quindi, è la vera sinodalità: una sinodalità in cui la Chiesa non è vista come una struttura piramidale con un potentato supremo al vertice che prende decisioni in modo segreto, ma piuttosto come un insieme di matrioske russe in cui ogni “strato” della vita ricca e variegata della Chiesa riposa comodamente, ma anche costitutivamente, in ciò che è “sopra”; dove c’è una vita trinitaria di circumincessione (la dottrina teologica dell’esistenza reciproca delle tre persone della Trinità, ndr) di carismi e ministero nella Chiesa in una «communio di amore» dove tutte le voci possono essere ascoltate con profonda e empatica solidarietà.
Questo è quindi per me il messaggio da trarre dai recenti dibattiti generati dal reportage di Diane Montagna. A prescindere da ciò che si pensi delle sue affermazioni (per la cronaca, ritengo che la sua interpretazione dei documenti sia corretta), la triste realtà è che questo dibattito non avrebbe mai avuto luogo se Papa Francesco fosse stato completamente trasparente sui risultati dei sondaggi. Se molti vescovi si sono lamentati di Summorum, allora, nell’interesse della trasparenza, vediamo cosa avevano da dire.
In assenza di tale trasparenza, Traditionis Custodes dà l’impressione di essere un atto di autorità crudo, in cui Papa Francesco ha ignorato il proprio consiglio di una Chiesa sinodale in cui tutte le voci sono ascoltate con empatia, con uno sguardo pastorale rivolto alla guarigione delle pecorelle ferite alle periferie liturgiche. E questo è stato fatto sotto la copertura di un appello a una serie di sondaggi segreti che non era disposto a condividere con la Chiesa più ampia.
Forse Traditionis Custodes era pienamente giustificato e forse Summorum Pontificum è stata una mossa pastorale poco saggia col senno di poi. Ma non sapremo mai la risposta a questa domanda, e la profonda ferita liturgica della Chiesa rimarrà con tutto il risentimento e le ostilità intatti, finché queste decisioni saranno prese in segreto all’interno della serra degli intrighi curiali, privi di responsabilità ecclesiale pubblica.
Larry Chapp
Il dottor Larry Chapp è un professore di teologia in pensione che ha insegnato per vent’anni alla DeSales University. Attualmente è proprietario e gestisce, insieme alla moglie, la Dorothy Day Catholic Worker Farm a Harveys Lake, in Pennsylvania. È possibile visitare il suo sito web all’indirizzo Gaudium et Spes 22.
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