Tortellini

 

di Sabino Paciolla

 

Certo che la proposta avanzata dall’arcivescovo di Bologna mons. Matteo Zuppi, appena promosso a cardinale da Papa Francesco, di utilizzare durante la festa patronale di San Petronio anche i “nuovi” tortellini fatti di carne di pollo, oltre a quelli tradizionali di carne di maiale, per non urtare la sensibilità degli islamici sta suscitando notevoli polemiche. 

Sono insorti i ”tradizionalisti del buon gusto” bolognesi che sentono la proposta di Zuppi come un oltraggio alla tradizione bolognese, al loro tortellino doc, simbolo culinario di Bologna.. Sono insorti anche i difensori dell’italianità, perché hanno visto un tentativo di mettere a rischio l’identità nazionale dinanzi ad una presenza minima di immigrati di nazionalità islamica.

Ma l’editoriale di oggi di Ernesto Galli della Loggia, pubblicato sul Corriere della sera, va al cuore della questione, che è radicale per la Chiesa Cattolica.

ho lavorato a Bologna, in un posto proprio all’ombra delle Due Torri, nei pressi di quello che era il ghetto ebraico.

A tal proposito, e in maniera pertinente, con malizia Galli della Loggia si chiede come mai la Chiesa bolognese si sia preoccupata solo ora della sensibilità degli islamici, quando anche gli ebrei non mangiano carne di maiale. E la risposta di Galli della Loggia è stata che gli islamici sono molto più numerosi e alla “capacità di pressione dell’immensa comunità islamica mondiale, delle potenzialità che essa rappresenta, del peso altrettanto formidabile delle immense risorse finanziarie del mondo arabo e, mettiamoci pure questa, dell’ estrema suscettibilità di taluno dei suoi membri, pronta a trascendere nella violenza più feroce”.

Ma, come dicevo, Galli della Loggia va al cuore della questione poiché riguarda alcuni decisivi indirizzi di fondo della Chiesa cattolica.”

Per questo, ritengo molto interessante riprendere alcuni decisivi passaggi utili alla riflessione:

Quella decisione, infatti, testimonia di qualcosa di generale e di profondo che riguarda un modo d’essere e di pensare che sempre più appare l’attuale modo d’essere e di pensare della Chiesa cattolica. È la tendenza, ormai avvertibile per mille segni, a confondere l’universale con l’indistinto. A interpretare l’intima vocazione del cattolicesimo verso il mondo, la sua storica indole missionaria ad accogliere tutto il mondo dentro di sé, come equivalente alla necessità di confondersi con il mondo stesso, di recepirne esigenze, prospettive, lessico, punti di vista.

Si badi non sto rimproverando affatto al magistero di indulgere a una qualche forma di quietismo morale, di «laissez faire» dottrinale o pratico di fronte alla dimensione del peccato che domina il mondo. Si tratta di un problema del tutto diverso, collegato ad una straordinaria novità storica. Al fatto che a partire dalla seconda metà del Novecento un’ideologia etica di ambito planetario, è andata via via emergendo, per la prima volta nella storia, muovendo da un nucleo originario rappresentato dalla formulazione dei diritti umani. Di essa sono venuti progressivamente a far parte, insieme alla crescita continua dei suddetti diritti, il pacifismo, l’ecologismo, l’antisessismo e quant’altro potesse essere compreso in un’ indistinta prospettiva mondialistico-buonista sotto l’egida di qualche organizzazione o movimento internazionale.

Il cattolicesimo romano con la sua consustanziale ambizione universale si è così trovato di fronte alla sfida interamente inedita di qualcosa che di fatto ambiva a stargli alla pari; che gli stava alla pari. Si è trovato a fare i conti con una sorta di morale anch’essa universale, d’ispirazione naturalistica e di tono fortemente laico, il cui effetto era, ed è, di porre in subordine ogni specifico discorso religioso, ormai ineluttabilmente avviato, si direbbe, a figurare al massimo come una parziale articolazione di sapore arcaico e quasi folklorico di quel più vasto afflato etico che guadagna spazio ogni giorno.

La rinuncia bolognese al maiale testimonia in modo perspicuo di una postura che la Chiesa cattolica – sostanzialmente per difendersi nella sfida di cui sopra – tende oggi ad assumere. E cioè la tendenza a deporre ogni tratto della propria identità storica che denunci uno scostamento troppo marcato dai principi dell’indistinto etico-mondialista. Così facendo la Chiesa è convinta, bisogna credere, di aprirsi positivamente al mondo; e alla fine di riuscire in tal modo ad assimilarlo a sé, potendo tra l’altro essa disporre di una risorsa – il Sacro – di cui l’umanesimo buonista non può disporre. Se tale assimilazione – nella quale è sempre la Chiesa cattolica e mai gli altri che di regola appare rinunciare a qualcosa – potrà avere un reale successo, ovvero se al contrario quell’assimilazione preluda ad una virtuale fusione della Chiesa nel mondo; se piuttosto che fare cristiano il mondo la Chiesa stessa finirà invece per farsi eguale al mondo: dalla risposta che i fatti daranno a questi interrogativi dipenderà l’avvenire del cattolicesimo. E forse anche l’avvenire di qualche cosa d’altro.

 

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