A proposito di verità e unità dei cristiani, un lettore mi scrive e volentieri pubblico.

 

Don Luigi Giussani
Don Luigi Giussani

 

Caro Paciolla,

ho letto la sua disputa – un tempo si chiamavano così – con Rodolfo Casadei su unità e verità, e l’intervento di Lepore. Comprendo e apprezzo le fioriture verbali e l’affetto sinusoidale nel tentativo di correggere  amici veri e persone che si stimano, ma un cristiano della comune specie intellettualmente sprovvisto come me avverte una nostalgia per qualcosa che, se è avvenuto, è avvenuto a favore e all’interno di una minoranza di persone – un sottoinsieme di ciellini, potremmo dir così – in tempi nè più semplici né più facili, certo molto diversi. Parlo naturalmente dell’unità tra i cristiani, fra i cattolici e fra i ciellini. Per non essere perfidi, diciamo che si tratta di belle idee nebulizzate qua e là. Pura memoria olfattiva: senti il profumo soave, te lo ricordi vividamente in mezzo al puzzo terribile che avverti appena te ne allontani, ne cerchi le tracce ovunque e in chiunque, ma il più delle volte ti inganni. Poi torni dove l’hai sentito la prima volta, e sembra che il fetore lo abbia cancellato anche da lì. Quante volte è accaduto nelle vite di ognuno? L’uomo è così, altrimenti Gesù Cristo sarebbe rimasto dov’era, alla destra del Padre.

Con una battuta, potremmo dire che dell’unità più si parla, più si realizza il suo contrario diabolico: più si cerca di chiarire, più si pasticcia. Come nella torre di Babele, il Signore ha confuso le nostre lingue.

Oppure potremmo ricordare come sia bastata un’alba rigida a spazzare via René Descartes, ridotto a filosofo di compagnia della regina di Svezia, colui che pensava di essere colui che era e più non fu per una banale polmonite. D’altra parte l’uomo deve – deve – morire, e con lui il suo pensiero, se vuole che porti frutto o nella maggior parte dei casi cessi di far danno a sé stesso e al prossimo.

Poi ci sono le eccezioni, gli avvelenatori di pozzi, coloro che usano del bene che hanno ricevuto a proprio vantaggio e a danno dell’anima altrui (anche dei corpi, come vediamo bene). A questi il mondo riserva gloria e onori, potere, denaro e lussuria perché devono allontanare altri uomini dal vero destino che tutti attende: il giudizio minuzioso di Dio, la beatitudine o la dannazione eterna.

Un altro sottoinsieme di ciellini ha ravvisato un grave e sostanziale tradimento del carisma di don Giussani, il che ha scatenato una sincera sofferenza e ulteriore divisione. Non deve farci velo né una certa ipocrisia nel testimoniare la verità di ciò che abbiamo incontrato né l’unità con ciò che abbiamo incontrato, e nemmeno il fatto che tanto l’una quanto l’altra siano state maneggiate per biechi fini di potere, sopraffazione, umiliazione. Molte sono le cose che non abbiamo capito né imparato da Cristo e dai suoi martiri come don Giussani.

Vengo al punto. Se non ho la carità, diceva San Paolo, sono come un bronzo che risuona, come un cembalo che tintinna. Il cristianesimo è questo strano puzzle dove non esiste fede né speranza, né unità né verità né salvezza nè libertà se non nella carità. È quella cosa carnale e spirituale dove se manca una parte il tutto non è tale. Forse la carità vissuta da don Giussani ad imitazione di Cristo fa parte di quelle cose poco praticate, all’interno del movimento come della Chiesa universale. La carità è la grande assente.

La pandemia sembra aver sbriciolato gli spiriti e fatto collassare le capacità logiche. Altro che unità e verità. Si procede per slogan, insulti, ci si avvita in analisi capillari che nascondono la questione profonda: essere dispersi nei pensieri del nostro cuore, abbandonati al nostro consiglio perché abbiamo fatto a meno di Dio. Perciò, secondo Casadei, l’unità si costruisce sull’unità, ci si allinea manifestando dissenso (auguri: le persone non perdonano più uno sguardo fuori posto, è tutto un offendersi, una pubblica gogna, un fatto politico) eccetera. Per certi versi, ha ragione: la tautologia è l’unico conforto rimasto ai ciechi. Parole-feticcio come “unità” o “no-vax”. Imperativi morali come “vaccinarsi è un atto d’amore”.

La spaventosa divisione tra vaccinati e non vaccinati, nom de plume della divisione profonda che separa chi confonde la salvezza col fatto di non morire da chi non le confonde, è stata determinata dagli imbecilli politici che ci governano – Draghi, Speranza e Lamorgese su tutti. Intendo imbecilli nel senso etimologico di persona inadatta alla battaglia. Questo è il punto. Per citare Eliot, “qui noi giriamo intorno al fico d’india, fico d’India, fico d’India, alle cinque del mattino”. Si parla d’altro perché non si ha il coraggio di confessare a sé stessi l’amara verità, e cioè che siamo saltati dalla padella alla brace: data la realtà dei fatti, Draghi vale né più né meno Luigino Di Maio. Ad altri stabilire quanto valga Di Maio.

Nella Chiesa cattolica o ciò che ne resta, per la precisione fra i pastori, gli imbecilli ormai non si contano più, come del resto fra i responsabili dei movimenti. Un dato che credo possa metterci tutti d’accordo è che c’è una divisione forse mai vista prima. Invece di straparlare di “nuovo umanesimo”, inclusione, resilienza, accoglienza, apertura, atti d’amore, responsabilità e minchiate assortite, torniamo a pregare Dio. Torniamo a parlare con Dio. Chiediamo a Lui di fare, perché noi siamo imbecilli.

Un’altra cosa. Mi ricordava un vecchio amico come don Giussani fosse solito trascorrere gli intervalli in seminario coi compagni che gli risultavano più insopportabili, applicando l’antica disciplina romana dell’ “agere contra“. Contro se stessi, il proprio desiderio, il proprio benessere, l’impulso a confondere la soddisfazione immediata con la felicità eterna. È un altro modo di dire carità. La disciplina durissima che ha fondato la civiltà più alta mai raggiunta dal genere umano.

Preghiamo, e agiamo contro. Contro il sistema, certamente, ma anche contro ciò che siamo per diventare come Dio ci ha voluti.

Grazie.

Mattia Spanò

 

 

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