SantAnselmo di Aosta
SantAnselmo di Aosta

 

 

Domenica XXVIII del Tempo Ordinario (Anno B)

(Sap 7,7-11; Sal 89; Eb 4,12-13; Mc 10,17-30)

 

di Alberto Strumia

 

Le letture della liturgia di questa domenica sono tra le più conosciute – specialmente il Vangelo del “giovani ricco”, ripetuto fino ad impararlo quasi a memoria.

– La prima lettura è un “elogio della Sapienza”.

Questa Sapienza, che l’autore del libro ammira, è anzitutto quella del Creatore, che ha fatto tutte le cose dando loro delle leggi che le governano bene: «Tu hai tutto disposto con misura, calcolo e peso» (Sap 11,20). E qui egli prega Dio perché gli sia concesso di averla “per partecipazione”, questa sapienza, nella misura della sua capacità di accoglierla e trattenerla («implorai e venne in me lo spirito di sapienza»).

Questa sapienza “partecipata” da Dio alla creatura razionale, a noi esseri umani, è innanzitutto una “principio di conoscenza”, che rivela a chi la riceve una “concezione” della realtà, una “visione del mondo” (Weltanschaaung), una concezione dell’uomo. Ma non si tratta appena di una forma di conoscenza “esterna”, quanto di un modo di concepire e guardare sé stessi. La sapienza è insieme “dottrina” ed “esperienza” esistenziale (spirituale), conoscenza e affettività («Ti prego, Signore, fa’ che gusti attraverso l’amore quello che gusto attraverso la conoscenza. Fammi sentire attraverso l’affetto ciò che sento attraverso l’intelletto» [preghiera di sant’Anselmo di Aosta]).

Da essa segue anche la virtù pratica della prudenza: «Pregai e mi fu elargita la prudenza», che è la capacità di valutare, secondo quella sapienza, come agire e che cosa fare (la cosa giusta al momento giusto), sapendo valutare, secondo la propria natura e le proprie forze, anche i rischi che si possono correre in vista del fine da raggiungere («Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?», Lc 14,31). Non siamo chiamati a “strafare”, cedendo ad una sorta di delirio di onnipotenza, ma a fare ciò che compete a noi e lasciar fare a Dio ciò che compete solo a Lui.

– La seconda lettura potremmo qualificarla come un “elogio della capacità di giudizio” sugli avvenimenti della vita e della storia.

La sapienza è data a noi, non per uno scopo puramente conoscitivo, solo teorico, ma per la salvezza, un fine pratico. Per arrivare a raggiungere lo scopo occorre, innanzitutto, sapere “giudicare” alla luce dei principi della sapienza. Giudicare significa essere capaci di distinguere il bene dal male; di valutare secondo la giusta gerarchia delle priorità, l’ordine dell’“urgenza” delle cose da fare. Il punto di riferimento è la giustizia di Dio, «più tagliente di ogni spada a doppio taglio». Tenerne conto nelle proprie decisioni pratiche è avere il “senso della realtà”; non tenerne conto è lasciarsi illudere dall’ideologia. Ciò è espresso nel passo della lettera agli Ebrei, che abbiamo appena ascoltato: «Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di Colui al quale noi dobbiamo rendere conto».

– Il Vangelo è un “elogio della libertà” e del suo “buon uso”.

 

L’episodio del “giovane ricco” descrive come si compiono i tre passaggi:

= quello della “sapienza”, come forma di conoscenza teorica (prima lettura);

= quello della formulazione del “giudizio”, ad opera dell’intelligenza, l’“intelletto pratico” (seconda lettura);

= quello della libera decisione della volontà.

Gesù aiuta il suo interlocutore a verificare in sé stesso i passaggi che ha già compiuto e il passaggio ulteriore al quale lo invita.

1 – La domanda. Prima di tutto occorre la “domanda” della “verità della vita”, che altro non è che la salvezza. E questa il giovane ricco del Vangelo dimostra di averla chiara e di aver identificato Colui al quale porla («Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?»). Gesù gli fa notare che chiamandolo «buono» lo sta riconoscendo come “Dio” («Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo»).

2 – La “legge naturale”, i Comandamenti. Il secondo passo per avere “verità della vita”, così che essa sia salva per l’eternità e non gettata via per sempre, è quello di avere compreso – mediante la ragione e con l’aiuto della Rivelazione – quali sono le leggi che governano l’essere umano, consentendogli una vita buona: i Comandamenti immessi da Dio nel cuore dell’uomo e rivelati a Mosè sul monte Sinai. Senza questi, o peggio, in spregio a questi, non c’è alcuna possibilità per il singolo e per la società, di una vita vivibile, fin da ora. E anche questo passo il «tale» («un tale gli corse incontro») del Vangelo lo ha capito («Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza»), a differenza dell’umanità di oggi.

3 – Seguire Cristo (la “sequela Christi”). Il terzo passo consiste nell’aver compreso che i passi precedenti puntano direttamente a Lui, perché se si è avuta la triplice grazia:

  • di attingere alla Sapienza,
  • di giudicare distinguendo il bene dal male,
  • e di vivere secondo i Comandamenti,

È perché questa grazia è stata resa accessibile per i “meriti di Cristo” che, con la Sua Passione, Morte e Risurrezione, ha restituito agli uomini che la vogliano, la “giustizia originale” nel rapporto con Dio Creatore. Qui entra in gioco la “libertà” di ciascuno, che è pienamente rispettata da Dio. Non si dice se, in un tempo successivo, questo stesso giovane ci abbia ripensato…

In tutta la scena non compare la Madre di Gesù, il cui intervento abbiamo visto essere determinante in altri momenti, come a Cana, e soprattutto in tutta la successiva storia della Chiesa. A noi, però, la presenza e l’intercessione di Maria sono offerte continuamente, nella vita della Chiesa. A lei possiamo e dobbiamo continuamente ricorrere per domandare quell’abbreviarsi dei tempi della Grazia del quale abbiamo urgentemente bisogno. Soprattutto in questo momento unico della storia. Sia lei la nostra protettrice e guida che ci spinge a seguire suo Figlio, riconosciuto come unico Salvatore, adorato come vero Dio e vero Uomo. «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5).

Bologna, 10 ottobre 2021

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. E’ direttore del sito albertostrumia.it

 

 

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