Beato Angelico - convento-San Marco, Firenze
Beato Angelico – Gesù e la discesa agli Inferi – convento San Marco, Firenze

 

Domenica XIII del Tempo Ordinario (Anno B)

(Sap 1, 13-15; 2, 23-24; Sal 29; 2Cor 8, 7.9.13-15; Mc 5, 21-43)

 

di Alberto Strumia

 

1) Nella prima lettura di questa domenica, dal Libro della Sapienza, viene riproposta in poche righe la “chiave di lettura” che permette a noi di comprendere il piano di Dio Creatore su tutto, e quindi anche sulla condizione umana, sulla storia e sul suo esito finale.

– Per prima cosa viene detto che con la parola “creazione” dobbiamo intendere l’atto con il quale Dio “fa esistere” dal nulla “tutte” e “singole” le cose che fanno parte del creato, noi compresi: «Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano».

– In questa espressione «perché esistano» viene messa in evidenza anche la Volontà “positiva” di Dio Creatore che vuole che le cose create “perdurino” nell’esistenza. Questo  modo di esprimersi ci dice che Egli “conserva” durevolmente quell’esistenza con la sua azione “causale” e “provvidente”. Non lascia il creato abbandonato a se stesso, perché da solo non avrebbe la forza per continuare ad esistere e ripiomberebbe nel nulla di ciò che non esiste.

– Si aggiunge poi che il modo di esistere di tutte le cose è per il bene dell’uomo e non per danneggiarlo: «Le creature del mondo sono portatrici di salvezza». E tantomeno per farlo morire: «In esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra».

– Subito dopo si rapporta questo stato di “bene-essere” dell’uomo – è il “modo giusto” di esistere delle cose e dell’essere umano, nel suo rapporto con Dio Creatore – con le altre creature e con se stesso. Questa Legge della “giustizia” tra l’uomo e Dio Creatore è una Legge universale, fatta per il buon governo di tutto ciò che è creato da Dio: essa non può essere aggirata o modificata, perché è una Legge Eterna («La giustizia è immortale»).

– Si rivela poi, in aggiunta, che Dio Creatore ha dotato l’essere umano di una condizione “preternaturale” di «incorruttibilità». Non ostante il suo corpo materiale, essendo un “composto complesso” di tante parti più semplici, sia soggetto per sua natura a scomporsi prima o poi, disgregandosi nei suoi componenti più semplici come tutti gli altri corpi materiali, Dio lo ha reso così simile a sé da volerlo immortale non solo nell’anima ma anche nel corpo; immortale nella sua totalità («Lo ha fatto ad immagine della propria natura»).

– La lettura introduce poi la questione della “libertà”: ogni creatura razionale è libera, altrimenti il suo vivere sarebbe un automatismo e non potrebbe neppure apprezzare il fatto di essere razionale. La sua intelligenza si ridurrebbe a “memoria” e ad operazioni meccaniche condizionate, perché programmate, come accade in un computer. La libertà è data all’uomo perché possa apprezzare intelligentemente il fatto di essere “voluto e amato”, perché possa conoscere l’esistenza come un “dono” («Se tu conoscessi il dono di Dio», Gv 4,10, dirà un giorno Gesù alla Samaritana).

– La libertà comporta, insieme alla bellezza della scelta di Dio come sommo bene, anche la possibilità del “rifiuto” con le conseguenze negative che da esso derivano. È il mistero della libertà che ci sarà dato di comprendere fino in fondo solo quando saremo nell’Eternità.

– Infine la prima lettura parla proprio di questo “rifiuto”, la cui prima conseguenza tangibile per l’uomo è la perdita di quel dono preternaturale che lo esentava dalla corruzione del suo corpo materiale. E insieme con questa anche la perdita della piena capacità di autocontrollo di tutto ciò che in lui la ragione aveva in pieno dominio, come le passioni fisiche e spirituali.

– Si tratta di un “rifiuto” che l’umanità in blocco, come un solo uomo, ha voluto compiere imitando il comportamento negativo di un altro “essere personale”, sovrumano che è stato esso stesso creato, del quale qui si parla come di un “dato di fatto” senza dare altra spiegazione. Viene chiamato «il diavolo» che significa “il divisore”, cioè colui che agisce per “dividere”, infrangere il “giusto rapporto” tra se stesso e Dio Creatore, tra l’uomo e Dio Creatore. In breve qui viene esposta quella che poi sarà chiamata la “dottrina del peccato originale”, che consiste proprio nella rottura della “giustizia originale” tra la creatura razionale (angelo o uomo) e Dio: «Per invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono». In poche righe viene descritto il percorso della storia della creazione, angeli e uomini compresi, dalle origini fino a quando comparirà Cristo Redentore, che nella prima lettura non è ancora nominato.

2) Alla Redenzione sembra fare un accenno implicito il Salmo responsoriale nel quale si dice: «Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato […] Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi, mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa». In questo essere risollevato dell’umanità possiamo rinvenire un traccia profetica che allude alla Redenzione, riparazione della “giustizia originale”, che sarà realizzata da Cristo.

3) I miracoli compiuti da Gesù, narrati nel Vangelo di oggi sono la documentazione “tangibile”, già su questa terra, del potere di Cristo di “riparare” il danno subito dall’umanità a causa dell’«invidia del diavolo» alla quale essa ha dato seguito ingannandosi volontariamente. Attraverso la fede Giairo vede riprendere la vita nel corpo di sua figlia, mentre tutti i presenti deridevano Gesù e anche lui per essersi fidato del Maestro e la donna, che i medici non erano riusciti a curare, viene istantaneamente guarita. Questo già dell’esperienza cristiana non è dato per essere fine a se stesso, quasi fosse un bene da consumare, ma per prepararsi a riconoscere la causa soprannaturale che lo ha prodotto, la divinità di Gesù, vero Dio e vero uomo.

4) La seconda lettura parla di un’opera di carità, che è “mezzo” e “frutto” di una “giustizia ristabilita”, almeno provvisoriamente sulla terra nella comunità cristiana. Fino a che siamo su questa terra dobbiamo imparare ad assumerci anche la responsabilità di aiutarci materialmente nella comunità cristiana, entro i limiti delle nostre possibilità («Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza»). L’importante è che non si dimentichi mai il motivo che spinge a farlo che è Cristo stesso, motivo e causa di «ogni opera buona e crescendo nella conoscenza di Dio» (Col1,18).

Come la Vergine Maria andò a portare aiuto alla cugina Elisabetta, mossa dallo Spirito di Gesù che portava in grembo, così anche noi possiamo imparare ad aiutare il prossimo, quelli che sono i più vicini a noi (proximi), non appena per uno spirito di solidarietà umana, ma soprattutto perché mossi dallo Spirito di Cristo e dall’adorazione della Sua Presenza.

Maria aiuto dei cristiani, prega per noi!

 

Bologna 30 giugno 2024

 

 

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