Ricevo e volentieri pubblico.

 

 

In breve la storia recente della mia esperienza di operatore socio-sanitario presso una Casa di Riposo nel periodo di inizio della crisi dovuta al Covid-19 (da febbraio 2020) fino ai giorni nostri.

Con l’arrivo del coronavirus in Italia e progressivamente in tutti i Paesi del mondo ci siamo dovuti attrezzare con gli ausili appropriati e seguire le istruzioni impartite dai governanti.

Gli ambienti che più di altri si sono dovuti attenere in modo stringente e spesso eccessivo alle direttive indicate nei DPCM sono stati quelli sanitari (ospedali, case di riposo, etc) e le scuole.

Anche da noi è arrivato il coronavirus che si è protratto da febbraio (picco di persone infettate) a giugno 2020. Tanti colleghi in quel periodo, spaventati da questa minaccia per la salute (spesso gonfiata ad arte da mass-media), se potevano prendevano dei periodi di sospensione dal lavoro o di lavoro in smart working.

Io, pur essendo in dialisi e in cura per un tumore, ho continuato tranquillamente il mio lavoro di animatore/educatore spostandomi in tutti i reparti. Questo non per incoscienza, ma per la semplice ragione che conoscevo le cure efficaci messe in atto da molti medici domiciliari per contrastare e debellare questa influenza virale. Inoltre, seguivo spesso gli interventi su internet della dott.ssa De Mari e del dott. Montanari. In casa avevo (ed ho ancora) un presidio medico (idrossiclorochina, eparina, antibiotico, etc) adatti a curare tempestivamente l’insorgere dei sintomi di infiammazione da coronavirus.

Ciò che mi rendeva sereno, nella circostanza in cui tutti erano agitati era anche il fatto di aver affidato il mio operato a S. Riccardo Pampuri e alla Santa Vergine Maria (la corona del rosario, nella tasca della divisa, mi accompagna sempre nel mio lavoro).

Mi è capitato alcune volte di essere entrato in contatto con persone anziane, forse positive al Covid-19, dato che dopo poco tempo hanno sviluppato la malattia con  febbre alta, ma su di me questo virus non ha mai attecchito.

Pensavo che questa situazione di vita paradossale che iniziava a stancare molti: mascherine, guanti monouso, camici monouso, percorsi obbligati, uso spasmodico di disinfettanti per le mani e per i camici… si esaurisse nel periodo estivo; infatti, da giugno dell’anno scorso ad oggi tra gli operatori e gli anziani, nonostante i molti tamponi che si eseguono, non c’è stata una persona infetta, neppure asintomatica. Purtroppo, non è stato così e ci è stato detto che l’unico modo per debellare la malattia e ritornare ad una vita normale era con la vaccinazione. Così, nello scorso inverno è iniziata da noi la campagna vaccinale, per la quale presidente, responsabile sanitaria, direttore, responsabile dell’ufficio del personale… hanno impegnato anima e corpo nel convincere con ogni mezzo (incontri, lettere, richiami, etc.) della necessità inderogabile di sottoporsi al vaccino.

Per fare in modo che tutto il personale fosse vaccinato, oltre alla pseudo campagna pubblicitaria e propagandistica dei mass-media sul pericolo del Covid-19, è stato introdotto il decreto legge 44 (del 1° aprile 2021 poi convertito in legge n. 76 il 28 maggio 2021) che obbliga tutti gli operatori sanitari a vaccinarsi. In questo modo anche i più irriducibile al vaccino (per problemi di salute o per convinzioni personali) non hanno potuto sottrarsi, pena il rischio di sospensione dal lavoro.

Io ho subìto parecchie pressioni dai miei superiori affinché facessi il vaccino, ma consapevole che non vi era la pericolosità che volevano far credere e che si trattava di una malattia curabilissima, al pari di un’influenza, se trattata con terapie adeguate e tempestive, ho sempre rifiutato. Mi sono fatto anche visitare privatamente da un medico specialista, il quale mi ha vivamente sconsigliato la vaccinazione.

Nel mese di aprile 2021, la responsabile sanitaria mi ha chiesto di stare a casa in ferie per una quindicina di giorni (avevo delle ferie da smaltire, in quanto, nell’anno precedente, avevo dedicato più tempo agli ospiti autosufficienti della RSA perché erano costretti in isolamento nelle camere, mente nello stesso periodo diversi operatori amministrativi della struttura avevano preferito restare a casa per paura del contagio), con l’impegno di espletare nel mio domicilio alcune mansioni (la preparazione dei turni, le foto tessera per gli ospiti, i disegni da colorare, etc.). Ho accettato le ferie forzate e alcuni compiti lavorativi a casa, senza porre ostacoli. Tornato dopo quindici giorni al lavoro, incontro il presidente (un ex primario medico in pensione), il quale mi inveisce contro con veemenza, urlandomi che la mia presenza non è desiderata, che sono un irresponsabile a presentarmi agli ospiti nei reparti, in quanto posso essere fonte di contagio, che non rispetto la legge… Aspetto che si calmi e lo invito a confrontarsi con calma, in quanto avevo già risposto ad una delle loro lettere inviate per le vaccinazioni. Rifiuta il confronto e poche ore dopo la mia responsabile sanitaria mi impone di stare nuovamente a casa in ferie. Così faccio, ma chiedo al direttore che la disposizione venga formalizzata per iscritto, perché diversamente sarei tornato al lavoro, essendo il lavoro un mio diritto. Il direttore allora accoglie la mia proposta di smart working per alcune ore la settimana e per il resto del tempo devo sottopormi a tampone nasale, prima di accedere alla struttura. Così sto proseguendo tutt’ora.

L’ambiente di lavoro è abbastanza tranquillo, anche se per alcuni colleghi, sono considerato un untore, altri invece non ritengono giusto che io lavori nei reparti essendo non vaccinato, mentre loro hanno dovuto accettare il vaccino per poter continuare a lavorare (questi aspetti sono emersi anche in una recente riunione sindacale con le RSU). La mia risposta è stata che per motivi di salute personali non posso fare il vaccino e che l’Istituto Superiore di Sanità indica di utilizzare gli stessi presidi sanitari (mascherina, camice…) per i vaccinati e i non vaccinati. Inoltre, non posso contagiare altri in quanto non ho il virus, mentre chi è vaccinato, secondo quanto indicato dalle indicazioni scientifiche sul bugiardino del farmaco genico sperimentale può essere fonte di contagio.

Domani 21 giugno (lunedì scorso, ndr) è stata organizzata la tradizionale festa estiva; nonostante sia coordinatore delle attività di sostegno non sono stato interpellato perché è riservata agli ospiti e agli operatori vaccinati. Pertanto, io sono escluso.

 

Aggiungo in conclusione alcune riflessioni personali sulla situazione che si vive da oltre un anno nella casa di riposo dove lavoro.

Da noi e RSA in genere è da febbraio dell’anno scorso che il cappellano non mette piede nei reparti, perché c’è il pericolo del coronavirus. Eppure è da giugno dello scorso anno che non si registra un caso di persona infetta da coronavirus e neppure asintomatica in tutta la struttura (si eseguono tamponi ogni 25 giorni al personale e agli ospiti periodicamente).

Ho proposto al Cappellano di insegnare e far recitare la preghiera di comunione spirituale agli ospiti nel momento di distribuzione dell’Eucarestia durante la S. Messa che seguono in tv e mi è stato detto (secondo il Cappellano) che la preghiera eucaristica non ha valore ed è solo quella sacramentale che conta. Allora, visto che il Cappellano, per paura e per impedimenti burocratici, non può presentarsi nei reparti, ho chiesto di incaricare uno di noi operatori, che lavoriamo nei reparti, come amministratore straordinario dell’Eucaristia, in modo che durante la S. Messa trasmessa alla tv gli ospiti possano ricevere il Sacramento (mi è stato detto che ne avrebbe parlato con il Vescovo). Dopo un po’ di tempo cerco il Cappellano per sapere cosa ha deciso il Vescovo e, infastidito, mi risponde che non se ne può fare nulla perché c’è il pericolo del coronavirus. Quindi non c’è neppure l’impegno a cercare soluzioni per portare Cristo alle persone sole e sofferenti, prossime alla fine della vita. Quando poi vedi preti che durante la S. Messa, fanno distribuire l’Eucarestia ai laici e loro rimangono comodamente seduti o distribuiscono l’Eucarestia con i guanti di lattice… Che vergogna!

Nelle RSA come la mia è il deserto spirituale: ospiti anziani lasciati senza i sacramenti e senza l’affetto dei loro cari, grazie agli assurdi DPCM anticostituzionali.

Il coronavirus, come già detto, da noi non si registra da giugno dell’anno scorso.

Dai dati ufficiali che ho richiesto al mio Comune emerge chiaramente che la percentuale di mortalità in Casa di Riposo è stata all’incirca uguale tra il 2019 (anno in cui non esisteva il coronavirus) e il 2020 (anno in cui, da febbraio a maggio abbiamo avuto diversi casi di persone contagiate).

Altro aspetto interessante è che nel 2015 vi sono stati più morti nella RSA dove lavoro rispetto agli altri anni, come anche si è registrato lo stesso dato sul territorio. Risulta che nel 2015 c’è stata un’influenza particolarmente virulenta e aggressiva che ha causa un tasso più alto di mortalità.

 

Concludo con una riflessione tratta dai pensieri del famoso teologo von Balthasar. Egli riteneva che i tentativi di negare ai nostri giorni la Presenza Reale di Gesù nell’Eucarestia fossero da attribuire anzitutto dal metodo storico-critico che ha messo in dubbio il carattere storico dell’Ultima Cena e c’è chi sostiene che sono anche frutto di un progetto ben studiato, che è quello di trasformare la messa cattolica in quella luterana, probabilmente per avviarsi in direzione di una Chiesa, come la sognava Karl Rahner (1904 – 1984), mondialista, ecumenista, sincretista e globalista”.

 

Il 2 giugno mi sono iscritto all’associazione “Iustitia in Veritate”.

 

 

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