Ricevo da un sacerdote e volentieri pubblico.

 

Papa San Giovanni Paolo II

Papa San Giovanni Paolo II

 

di Un sacerdote

 

Carissimo Sabino, mi hai chiesto al volo qualcosa sulla misericordia in occasione dell’ormai imminente Domenica IIa di Pasqua che a questo tema è dedicata: Domenica della Divina Misericordia, meravigliosa festa istituita nell’anno giubilare 2000 da papa San Giovanni Paolo, una titolazione legata alla figura della santa mistica polacca Faustina Kowalska. Il tema gli era più che caro, visto che egli nel 1980 scrisse la splendida enciclica Dives in Misericordia. Di questo supremo attributo di Dio questo santo papa, vero padre della Chiesa, fu e rimane uno dei più grandi testimoni, senza che quanto scrisse allora scadesse mai in quel riduttivo misericordismo da “sconti per comitive” che ci ha afflitto in anni più vicini al presente. Ma non mi interessa entrare in questa polemica. Mi interessa invece offrirti, visto che non riesco ad avere altro tempo a disposizione, qualche citazione di un altro grande testimone della misericordia di Dio, attraverso il cui volto davvero tante persone hanno potuto vedere il Volto stesso di Dio: “Chi vede me, vede il Padre (cfr Gv 14,9)”. Così del resto, non a caso, inizia l’enciclica di san Giovanni Paolo II che ha come tema portante la figura del figliol prodigo.

 

Don Luigi Giussani

Don Luigi Giussani

 

La misericordia non è una parola umana. È identica a Mistero, è il Mistero da cui tutto proviene, da cui tutto è sostenuto, a cui tutto va a finire, in quanto già si comunica all’esperienza dell’uomo. La descrizione del figliol prodigo è la descrizione della misericordia che investe e penetra la vita di quel giovane. Il concetto di perdono, con una certa proporzione tra sbagli e castighi, è in qualche modo ancora concepibile dalla ragione: non invece questo perdono senza limite che è la misericordia. L’essere perdonato emerge qui da qualcosa di assolutamente incomprensibile all’uomo, dal Mistero, cioè dalla misericordia. È quello che non si può comprendere che assicura l’eccezionalità di quel che si può capire. Perché la vita di Dio è amore, caritas, gratuità assoluta, amore senza tornaconto, umanamente «senza motivi». Umanamente appare quasi come un’ingiustizia, o come una irrazionalità proprio in quanto per noi non ci sono ragioni. Perché la misericordia è propria dell’Essere, del Mistero infinito”.

 

Generare tracce nella storia del mondo, p. 184-185

La carità è la vita di Dio; è la natura della vita di Dio. La carità è dono di sé. Incominciare col rendere dimora di Dio il luogo in cui m’ha messo, vuol dire vivere quel luogo con la carità. Qual è la regola della vita di Gesù? Dono di sé al Padre (obbedienza) e dono di sé a tutti gli uomini che incontrava. Un dono di sé, cioè una dedizione di sé fino alla morte; fino alla morte più infame. Non è dono di sé, punto-fermo; non è dono di sé fino alla morte, punto-fermo. C’è un’altra cosa. È la dedizione di sé, un dono di sé con una ‘commozione’ dentro. Cristo era commosso nel dedicarsi agli altri; aveva pietà, ebbe compassione, pianse: «Donna, non piangere…». E singhiozzò prevedendo la fine della sua città. Questa commozione rende partecipe del bisogno dell’altro, a cui si sovviene col dono. La commozione rende improvvisamente e incomprensibilmente umano il dono di sé.

 Nella Trinità, nella vita di Dio, la carità è il dono di sé (Deus caritas est); il dono di sé è l’essenza della divinità. La commozione cosa c’entra? Non è che il Padre pianga o il Figlio tremi…! È la commozione che il Padre ha specchiandosi nel Figlio, è la commozione che il Padre ha di fronte alla bellezza infinita del Figlio che fa procedere, che fa emergere nel mare del Mistero ultimo quello che si chiama lo Spirito. Non esiste attaccamento a noi stessi se non è pieno di commozione. La sorgente di questa commozione e di questa emozione verso se stessi, come verso chiunque altro – imitazione suprema di Dio – è proprio l’influsso dello Spirito di Cristo. Cristo, infatti, ha detto: «Io vi manderò il Consolatore». Questa commozione, questa emozione è quell’ultimo confine pieno di consolazione, che conserva la consolazione, che è fonte di consolazione anche nei più tremendi momenti della vita. Un filo di luce, che è quello che fa respirare l’uomo e lo fa camminare, nonostante la tempesta sempre incombente; quel filo di luce all’orizzonte”.

 

Es. Estivi M.D. 1994, p. 196. 197

Questo significato misterioso [della vita], questa sapienza misteriosa che nessuno può immaginare, e che anche noi dimentichiamo continuamente, è Gesù Cristo, è l’uomo Cristo, un uomo nato da una donna. Il Mistero di Dio che ha fatto tutto il mondo non poteva arrivare vicino a noi più realisticamente di così. Il Mistero di questa sapienza che governa il mondo, per cui è fatto il mondo, è Cristo, nato dalla Madonna. Ciò che rende sapiente la nostra giornata, il misterioso senso che dà sostegno e sostentamento alle nostre giornate, che da significato al nostro vivere quotidiano, è Gesù Cristo.

 [Allora] la mia azione non è definita solo dai fattori che la costituiscono dal di dentro, per cui posso analizzarla e scoprirne la fattura; ogni azione è definita ultimamente da un fattore che la supera. Se questo è Cristo, la sua figura fonda il rapporto tra l’azione e il suo destino come perdono.

 Il perdono è un fattore che viene dal di fuori dell’azione; senza di esso l’azione svanirebbe in un niente cattivo, non potremmo ricordarla, non sarebbe avvento di niente, non stabilirebbe una storia, non costruirebbe nulla.

 È proprio questo fattore che viene dal di fuori il tocco del Mistero nella nostra vita, e l’uomo lo capisce quando si rivela; ed esso si rivela entrando nella vita del singolo e quindi nella società e nella storia come perdono. Se riflettessimo bene, ci accorgeremmo che non potremmo riprendere rapporto con la moglie o col marito, con l’amico, se non cadendo di fronte al ricordo di un male subito in umiliante dimenticanza   simbolo e segno del niente in cui tutto crolla. Il nostro rapporto non potrebbe “durare senza cadere nella dimenticanza, se non ci lasciassimo prendere da un fattore più grande di noi che diventa perdono nel vivere il rapporto. E questo è così imponente per quanto riguarda il nostro esistere: senza perdono noi non potremmo esistere, non potremmo continuare a vivere.

 Io non posso considerare la mia azione se non dentro i termini di quel perdono che sopraggiunge dal di fuori di me, cioè dal Mistero che fa le cose e mi investe e mi abbraccia e mi dà coraggio, e mi rende capace di continuità fino alla ripresa. La presenza di quel fattore di perdono che ha un nome   Gesù  , quanto più si moltiplicasse come ricordo nella giornata, quanto più la sua memoria diventasse familiare, tanto più noi comprenderemmo il valore delle nostre azioni, sia nel loro primo aspetto misterioso che ci lancia verso la felicità; sia nel loro secondo aspetto che è delusione per la propria incapacità, dolore e approssimazione, e nello stesso tempo slancio pieno di gratitudine della positività finale per il perdono di cui quello che faccio viene investito, rendendo quindi possibile l’esperienza del compimento.

 È ciò che accade al bambino che ha commesso un errore e nei cui occhi domina non lui che ha rotto qualche cosa, ma la madre che lo guarda sorridendo, il padre che lo abbraccia. Porre davanti agli occhi il nostro io come preoccupato ricordo di un soggetto malefico è un’affermazione ingiusta di qualcosa che è superato, purificato, redento. È più giusto guardare a te, o Cristo, che mi perdoni che non a me che ho sbagliato. La definizione della nostra persona e dei nostri atti non è compiuta se non tiene presente l’incombente amore da cui è abbracciata in qualunque caso e che si chiama perdono come fenomeno, ma si chiama Gesù, Figlio del Padre, come espressione della natura del mistero dell’Essere verso di noi. Tam pater nemo, così padre nessuno, dicevano gli antichi”.

 

Un mistero di presenza, di perdono e resurrezione, Inserto Tracce, dicembre 1997, III-IV

Che cosa vuol dire esser di fronte alle proprie miserie come scaturienti da una ferita mortale? Che cosa vuol dire cioè essere un miserabile cristiano? La miseria del cristiano è la miseria di un uomo che parte dalla coscienza di essere peccatore. Ma la coscienza di essere peccatori implica lo sguardo amoroso di una Presenza. La miseria cristiana è quella che si sente invasa, accerchiata, stretta, come un bambino nelle braccia di sua madre, dal perdono. «Rex… qui salvandos salvas gratis, salva me fons pietatis». Questo è ciò che occorreva all’uomo: una sorgente di pietà. «Ma Gesù venne». Egli taglia corto. Facendo il cristianesimo. La sorgente della pietà viene a te: viene, c’è, viene ora. Il cristianesimo è il legame che Cristo stabilisce con te”.

 

Un avvenimento di vita, cioè una storia, p. 295. 296. 297. 298

In questo tempo segnato dal tragico accadimento della pandemia virale che ci affligge, ma tempo ancor più tragico perché per certi aspetti enfatizzato e manipolato ad uso e consumo del Pensiero e Governo Unico, con annessa Unica Religione, abbiamo bisogno più che mai di testimoni che sappiano stabilire con noi tale rapporto di misericordia, impossibile al mondo, ed offrirci ambiti di comunità capaci di renderla stabile esperienza di fede e di vita, “ultimi rifugi” dentro una storia che sempre più fa della violenza, spacciata per sicurezza, il surrogato anticristico di ciò che Cristo, squarciando il Suo Sacro Cuore sulla Croce, ha voluto rivelarci e donarci.

È in quella ferita, e nelle piaghe delle mani, dei piedi, e di tutto il suo corpo che più di tutto si vede il Padre: “dove vi può essere sicuro e stabile riposo per chi è infermo, se non nelle ferite del Salvatore? In esse tanto più abito sicuro, quanto più egli è potente nel salvare. Freme il mondo, il corpo preme, insidia il diavolo, ma io non cado perché sono fondato sopra salda roccia. Ho grandemente peccato, la coscienza mi turba, ma non sono conturbato perché memore delle piaghe di Cristo. Io con fiducia ardisco prendere ciò che mi manca dalle viscere del Signore, perché da esse scorre abbondante la misericordia, né mancano le fenditure da cui essa scaturisce. Hanno forato le sue mani e i suoi piedi, hanno trafitto il suo fianco con la lancia e da queste fessure io posso succhiare il miele dalla roccia e l’olio da una pietra durissima, gustare e vedere quanto è buono il Signore. Egli aveva pensieri di pace ed io non lo sapevo; ma il chiodo che penetra è diventato per me la chiave che apre, perché io veda la volontà del Signore. Come non avrei potuto vedere per questa fessura? Grida il chiodo, grida la ferita che veramente Dio in Cristo ha riconciliato con sé il mondo. «Il ferro ha trapassato la sua anima e il suo cuore si è fatto più vicino», per imparare come compatire le mie infermità. Si è rivelato il grande mistero della pietà, si è rivelata «la tenerezza della misericordia del nostro Dio, che ci ha visitato come sole che sorge dall’alto»” (San Bernardo, 61 Super Cant., 2. 3. 4).

 

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