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Terra piatta

 

 

di Giovanna Ognibeni

 

Nei secoli oscuri era costumanza che nell’affrontare un dibattito o una disputa teologica ognuno dichiarasse, preventivamente e chiaramente, la tesi, l’assunto iniziale, l’accezione dei termini che avrebbe usato. Tutto un po’ more geometrico.

Voglio uniformarmi a quella tradizione e dichiarare la mia opinione, personalissima, sui vaccini: grande prudenza e cautela. La stessa che esercito nei confronti degli antibiotici: ritengo gli uni e gli altri necessari e insostituibili in molti casi ma, per intenderci, se mi capita un giradito, la prima cosa che faccio è di salare dell’acqua bollente e di immergervi ripetutamente il dito. Potrei poi sempre leggere su internet storie terrificanti di come un patereccio trascurato abbia portato a shock settico. Ma in prima battuta acqua, sale e vigile attesa. 

Esiste ormai una vasta letteratura scientifica e medica sui pericoli e rischi di un uso incondizionato quando non vero e proprio abuso degli antibiotici. O dei disinfettanti, dei tranquillanti e via dicendo. Ma dicendolo sommessamente, tra tecnici però, perché non bisogna disturbare la macchina pubblicitaria e la spumeggiante attitudine alla libera prescrizione di tanti medici di base. Chiedi un antibiotico e ti sarà dato, così, per sicurezza. Ma non l’ivermectina, minchione.

I vaccini poi hanno un destino ancor più luminoso perché si sottraggono di fatto al capitolo “avvertenze e precauzioni” del bugiardino.

All’origine di questo grande sogno che da anni ci fanno sognare c’è la visione prometeica della nostra vittoria sulla malattia e sulla morte. Le si possono prevenire, e quindi di fatto in qualche modo annullare: basta sofferenze, limiti, ostacoli ai nostri progetti. Ed in questa promessa risiede l’altrimenti inspiegabile fascinazione che la sola idea del vaccino esercita potentemente sulla gente.

Perché questo virus ci ha spinto fuori dalle nostre trincee, e ci muoviamo tra scoppi di mortaio; non vediamo l’ora di tornare nei nostri precari rifugi tra terrapieni e filo spinato dove con i piedi bagnati possiamo crederci al sicuro, tra comandanti e ancor più temibili caporali che impongono l’obbedienza cieca, perché se uno comincia ad avanzare dubbi, il morale finisce a terra. Per fortuna c’è la legge marziale a rimettere ordine (e non a caso c’è stato chi la invoca anche oggi). E soprattutto, accidenti (qui ognuno può sostituire l’accidenti come meglio crede), che nessun fetente marchi visita, il vigliacco.

Perché questo virus ha avuto il potere di trasformare il fine vita, asettico termine declinabile e declinato con garbo discreto nelle espressioni “trattamento di…, problematiche di…”ecc., nell’odiosa, fisica morte con i suoi sgradevoli corollari. 

Allora tutti corriamo sotto il manto protettivo della Scienza, portata in processione e ai cui piedi le offerte si sprecano, e invochiamo i suoi miracoli e la sua protezione. Ed Essa ci risponde.

Come l’Onu bontà sua ha decretato per il 2030 la fine della povertà nel mondo (ecco perché  Cristo ha perso dei colpi: santo Cielo, lasciarsi scappare che “ i poveri li avrete sempre con voi”, non può avere alcun appeal per noi smaliziati del terzo millennio), così l’Oms vuole non solo debellare le malattie ma garantirci il benessere psicofisico, cosicché il Ministero della Sanità, obsoleta organizzazione volta a curare e prevenire le malattie, si è trasformato nel Ministero della Salute di orwelliane suggestioni, nato non a caso agli albori del nuovo millennio con la funzione di garante dell’equità nell’attuazione del diritto alla salute. Il punto critico di questo assunto è che sembra proprio che competa allo Stato, e non al singolo individuo, determinare quale sia lo stato di benessere che fa per lui.

Avviso ai naviganti: più il dettato di qualunque istituzione o programma è generale e svetta nelle aeree sfere superiori, più stateve accuorti e guardatevi le spalle.

Tutelato il fondamentale diritto alla salute purtuttavia resta costante il trend verso la morte, nonostante il grande filantropo Bezos abbia investito milioni di dollari per ottenere una sorta di immortalità (evidentemente non consapevole del fatale errore di Afrodite che chiese per il suo amato l’immortalità ma scordò di chiedere l’eterna giovinezza così quando si rese conto di avere accanto a sé un vecchio rottame lo piazzò tra le stelle: nei miti spesso si rintracciano queste lievi sviste insidiose).

Ogni giorno ci lasciano in Italia, con maggior o minore discrezione, circa 1500 concittadini, di cui i due terzi se ne vanno per malattie cardiache e oncologiche. Quanti camion dell’esercito dovrebbero sfilare ogni giorno per portarli via? Fortunatamente i nostri saggi governanti non vogliono allarmarci, così possiamo fumare e strafogarci a tavola con ariosa spensieratezza.

Queste sono le ragioni per cui vorrei si maneggiassero i vaccini con le dovute cautele e più di tutti questo portentoso elisir che Dulcamara Pfizer ha inventato per noi.

Non so se questo faccia di me una terrapiattista e certamente mi si può opporre l’argomento del consenso, corale come il Va pensiero, degli addetti ai lavori, medici virologi, infettivologi, epidemiologi. Anch’io trovo sorprendente il fatto che di tutti costoro pochissimi siano stati sfiorati dall’ala di un dubbio, o anche di una semplice domanda. 

Mi rispondo che probabilmente in una società così specializzata e parcellizzata come quella occidentale tendiamo tutti a fidarci del sistema, altra parola totem, a occuparci e preoccuparci del nostro piccolo territorio di competenza, e che per una forma di  pigrizia connaturata a gente prospera ed istruita, abituata a rispondere secondo protocolli già strutturati in una routine operativa, facilmente siamo portati a seguire i percorsi consolidati, senza farci troppe domande perché questo modo di procedere è funzionale, ed a fidarci di chi ha una competenza e un titolo riconosciuti. È la specializzazione, bellezza.

Un secolo fa il medico, che probabilmente possedeva il 10, 20% delle conoscenze di oggi, controllava però quelle conoscenze, sperimentava i farmaci, li dosava lui stesso. Oggi si affida all’informatore scientifico, cioè alla più nobile e disinteressata figura che fa da tramite fra lui e la multinazionale del farmaco. 

Anche se la rete di interessi economici, favori e reciproche complicità è come un iceberg la cui parte emersa è solo un decimo della massa totale, penso tuttavia che a dare ragione dell’ampio sostegno alla campagna napoleonica in atto sia anche l’accettazione quasi mistica dei postulati: a) il vaccino è buono per definizione, b) la Scienza è disinteressata per definizione, c) le case farmaceutiche operano certamente con scrupolo e forti investimenti.  Infine bisogna dar conto di quel tanto di sufficienza e andare a braccio che spesso caratterizza ogni professione o mestiere.

Quella stessa forma di pigrizia porta istintivamente a preferire l’autore, lo studio di acclarato prestigio che sostengono la vulgata all’altrettanto prestigioso autore e studio che vi si oppongono. Economia di tempo, di stress e di meningi.

La storia della Medicina riporta i numerosi incidenti tra Koch, Pasteur, insieme a tanti altri, e l’establishment scientifico e medico dell’epoca, da cui venivano trattati come dei ciarlatani (l’accademico di prestigio se ne usciva dall’aula sbattendo la porta come da un qualsiasi studio televisivo). Chi scrive ricorda ancora l’aria di sufficienza con cui il Gotha medico italiano accolse Barnard dopo il primo trapianto di cuore. Pochi anni dopo alcuni di loro sarebbero diventati entusiasti pionieri della pratica. Ma questi esempi non costituiscono monito e non inducono alla vigilanza, perché la storia non insegna mai nulla, visto che noi siamo molto più furbi e progrediti rispetto a chi ci ha preceduto.

Ripeto: terrapiattista io?

E che dire allora di chi ha ascoltato religiosamente un ministro (quello del nomen omen) e il suo virologo di riferimento dire con tonitruante sicumera che il rischio che il Paese venisse interessato dalla pandemia era praticamente zero ma, ove mai così non fosse stato, la macchina non era pronta, bensì prontissima a debellare quello scemo e razzista di un virus, che le mascherine non servivano a granché, anche perché non c’erano, mentre in seguito, visto che ce ne sono in giro tonnellate, servono assolutamente, e infine quelle di tipo specialissimo. Le distanze poi! Il che fa sì che mie coetanee con gonartrosi bilaterale siano capaci di fantastici zompi all’indietro, se per sbaglio ti avvicini troppo.

Ha ascoltato che il vaccino, come già alle scuole medie si studiava, immunizzava, per cui parafrasando il nostro amato Lìder Maximo, ti facevi ad esempio il vaccino della febbre gialla, andavi dove c’era la suddetta e ti faceva un baffo.

Poi, deve aver capito male, perché non era proprio così, ma i vaccinati si contagiavano allegri come fringuelli. Però, chi s’era contagiato dopo la terza dose si rallegrava perché certamente, se non se la fosse fatta, forse non ne sarebbe uscito, o per lo meno avrebbe rischiato di rimanere offeso come il mitico Rezzonico.

Ed infine, siamo stati spronati sino alla nausea, con musichette ipnotiche su fondo blu, nei primi tempi della pandemia ad utilizzare tutte le cautele poiché a) non esistevano cure – Il morbo infuria, il pan ci manca – sul ponte sventola bandiera bianca; b) il vaccino non sarebbe potuto essere messo in commercio prima di parecchi anni, almeno una decina, poi per particolari emergenze cinque o sei, infine saltando numerosi protocolli di verifica eccetera eccetera non certo prima di due/ tre anni.

Ognuno di noi certo rammenterà d’aver letto o visto decine di queste previsioni operative, ma riporto qui uno specimen scelto a caso per mettere a fuoco i ricordi: “Normalmente, il tempo impiegato a sviluppare un vaccino è molto lungo e prevede un alto tasso di insuccessi. Il periodo di ricerca preliminare, infatti può andare dai due ai cinque anni e, per arrivare allo sviluppo completo del prodotto, possono passare anche dieci anni”.

Poi, miracoli della scienza, in sei, sette mesi sono arrivati non uno ma plurimi vaccini, e con essi, naturalmente, gli “spiegoni”  su come questa volta fosse stato possibile. Può darsi, ma è un po’ come chiedere al venditore se le sue mozzarelle sono fresche, e ritenere a priori attendibile la risposta. 

La domanda delle domande è questa: che cosa spinge i terrapiattisti sull’altra riva del fiume a credere così fermamente alla freschezza di questo vaccino-mozzarella?

E via, al ritmo vorticoso e gioioso di un galop: se avete deciso di credere a tutto, non riuscirete proprio a fermarvi perché dietro incalzano, e sarete costretti a credere contemporaneamente che i vaccinati si contagiano anche tra loro ma che la colpa è tutta dei non vaccinati.

Ad ognuno la sua credenza.

Il professor Bassetti, insultato per strada, diceva pochi giorni fa che in Italia ci sono troppi imbecilli. Penso alle decine di persone, scienziati, anche premi Nobel, filosofi, medici, professionisti, che in questi due anni hanno subìto ogni tipo di dileggio.

Concordo perfettamente con lui. Ce ne sono davvero troppi, di imbecilli.

 

 

 

 

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