Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Regis Martin e pubblicato su Crisis magazine. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.

 

Foto: giovani cattolici in preghiera.
Foto: giovani cattolici in preghiera.

 

“Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che c’è, cioè Gesù Cristo”.
(1 Corinzi 3:11)

 

In un piccolo libro scritto un paio di anni dopo l’uscita del Catechismo della Chiesa Cattolica nel 1992, Joseph Cardinale Ratzinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha ricordato una cartolina che aveva ricevuto dal suo grande amico e mentore Hans Urs von Balthasar. Il messaggio della cartolina era breve e crudo:

Non presupporre la fede, ma proporla.

Cosa può averlo spinto a spedirla? Potrebbe essere stato qualcosa scritto dallo stesso Ratzinger? Forse ai tempi in cui era un teologo di grido, immerso come tanti altri brillanti della sua generazione nelle secche delle stupidaggini postconciliari? Per le quali Balthasar, ovviamente, non mostrava né entusiasmo né tolleranza. E perché mai avrebbe dovuto, visto che tutta la sua vita e il suo lavoro sono stati radicati, sposati, al Verbo incarnato?

“La teologia parla di un evento così unico, così straordinario”, aveva scritto anni prima, “che non è mai lecito astrarre da esso”. Eppure, osservava ancora, il pensiero umano tende sempre a farlo. Nemmeno la Regina delle Scienze ne è immune: molti dei suoi ministri si sono lasciati distrarre da progetti di rinnovamento pastorale e sono stati tentati di “mettere da parte il concreto e dimenticarlo”.

Siamo portati a guardare alla rivelazione storica come a un evento passato, come a un presupposto (enfasi mia), e non come a qualcosa che accade sempre, da ascoltare e obbedire; ed è questo che diventa materia di riflessione teologica.

Ecco dunque la convinzione cardine della fede della Chiesa: Dio si è fatto uomo pur essendo Dio, finito ma senza mai smettere di essere infinito. “L’infinito si è ridotto all’infanzia”, come dice il poeta Hopkins. È su questo fatto supremamente necessario che il teologo deve riflettere: una verità centrale e determinante di fronte alla quale l’unico atteggiamento finalmente appropriato è quello dell’adorazione, del culto. Fin dall’inizio, anche prima di decidere di diventare teologo, “ci si avvicina alla Parola di Dio, la Scrittura, in ginocchio, prostrati, nella convinzione che la parola scritta abbia in sé lo spirito e il potere di portare, nella fede, al contatto con l’infinità della Parola”.

Non si tratta di una teologia seduta o in piedi, ma di una teologia in ginocchio, che eleva la mente e il cuore a Dio. Questo avrebbe dovuto essere l’argomento di qualsiasi cosa il giovane Ratzinger stesse scrivendo. E, Dio sia lodato, il messaggio arrivò a destinazione; perché non avrebbe mai più scritto un solo pezzo di teologia progressista.

E così, tornando al suo piccolo libro, che porta il titolo meno progressista di tutti i tempi, ovvero Vangelo, catechesi, catechismo: Spunti di riflessione sul Catechismo della Chiesa Cattolica (Ignatius Press, 1997), leggiamo quanto segue: “L’esplorazione ad ampio raggio di nuovi campi era buona e necessaria, ma solo a condizione che provenisse e fosse sostenuta dalla luce centrale della fede”. Il che non può essere dato per scontato, non può essere trattato come una parentesi per andare avanti con l’ultima moda della teologia d’avanguardia.

San Paolo sapeva certamente di cosa stava parlando quando, mettendo in guardia Timoteo per la seconda volta, inveisce contro il “prurito delle orecchie” tra i sedicenti esperti, “che accumuleranno per sé maestri secondo i propri gusti, e si allontaneranno dall’ascolto della verità per andare verso i miti” (2 Timoteo 4,1-4).

La verità della fede, dice Ratzinger, deve essere il proprio baluardo, contro il quale le mutevoli sofisticherie dell’epoca si infrangeranno come vetro scadente.

Ne consegue che i punti principali della fede – Dio, Cristo, lo Spirito Santo, la grazia e il peccato, i sacramenti e la Chiesa, la morte e la vita eterna – non sono mai fuori moda. Sono sempre le questioni che ci toccano più profondamente. Sono sempre il centro permanente della predicazione e quindi della riflessione teologica.

Questa era sicuramente l’insistenza che aveva in mente il vecchio Balthasar che, nel trasmetterla sul retro di una cartolina al suo giovane amico, gli avrebbe ricordato di non dimenticare mai l’importanza di partire sempre dalle fondamenta. Anzi, sarebbe diventata l’idea animatrice della decisione della Chiesa di redigere un nuovo Catechismo, che distillasse per tutto il mondo cattolico il grande lavoro del Concilio Vaticano II, di cui lui, Joseph Ratzinger, era stato tra i periti. E il risultato? “La sinfonia della fede”, per citare Papa Giovanni Paolo II – che, del resto, ha partecipato alla stesura dei documenti del Concilio e poi, da Papa, alla promulgazione del Catechismo stesso – in cui tutte le armonie sono riunite in un’unica voce unitaria della Chiesa.

“Questo è lo scopo del Catechismo”, dichiarò l’allora cardinale prefetto nel suo piccolo libro. “Esso intende proporre (corsivo mio) la fede nella sua pienezza e ricchezza, ma anche nella sua unità e semplicità”. E quali che siano le novità della prassi pastorale messe in campo, “esse non hanno una base solida se non sono irradiazioni e applicazioni del messaggio di fede”.

Dovrebbe sorprendere che la resistenza al Catechismo della Chiesa cattolica sia venuta quasi esclusivamente dalla classe dei chiacchieroni, cioè dai teologi, soprattutto quelli di orientamento tedesco che hanno demolito tante strutture di fede? Lo stesso Ratzinger ha fatto notare questo fatto, ricordando al lettore che anche a due anni dall’uscita iniziale, e nonostante le vendite positive ovunque, “una parte significativa della teologia di lingua tedesca tende ancora a ‘chiudere fuori’ il libro e a dichiararlo un errore fondamentale”.

Da allora la disaffezione e la disapprovazione non si sono attenuate; i saggi e gli intelligenti, a quanto pare, saranno gli ultimi a sottoscrivere l’ortodossia. Il perché di questa situazione è una questione di importanza acuta e immediata nell’attuale lotta per difendere la Fede, anzi, per sostenere il diritto della Chiesa di pronunciarsi – anche infallibilmente di tanto in tanto – sul significato di quella Fede.

Pertanto, la necessità più urgente del momento è semplicemente quella di andare avanti e smantellare, per così dire, la palla da demolizione che ha lasciato nella sua scia tante vite rovinate. Per non cancellare la linea di demarcazione così chiaramente tracciata nella sabbia tra coloro che rimangono docili di fronte alla Parola di Dio che si rivela da sola e che porta un nome unico e insuperabile, Gesù Cristo, e coloro che sono determinati a dominare questa Parola, decostruendo tutto ciò che la testimonia. Il che non è, lo sa il cielo, l’atteggiamento dello schiavo, ma piuttosto quello del servo amorevole, che si sottomette umilmente alla verità rivelata da Dio stesso, che non può ingannare né essere ingannato. E certamente non nei confronti della Sua Sposa e del Suo Corpo, ai quali ha elargito tutti i Suoi doni, compreso il Grande Mandato di andare a portare nel mondo tutto ciò che Egli le ha affidato.

Cerchiamo di essere molto chiari su questo punto. Coloro che rifiutano la Parola di Dio, insieme all’Ufficio dell’Unità incaricato di difenderla, stanno di fatto voltando le spalle a una schiera di santi e studiosi che risalgono ai primi vagiti della vita apostolica della Chiesa, i quali erano tutti d’accordo sulla questione dell’ortodossia, che è di primaria importanza nell’esercizio dell’autorità magisteriale. Negare o sminuire il diritto e il dovere della Chiesa di interpretare la Parola, di rimanere fedele a un’identità e a una missione che le sono state affidate da Dio, equivale a un attacco frontale al Maestro per eccellenza, che è Cristo stesso.

Quando i teologi negano il loro assenso a tutto ciò che la Chiesa ha coerentemente insegnato dall’inizio fino ad oggi, lasciano praticamente tutto in rovina. La breccia che hanno causato in un muro di fede altrimenti solido e sicuro avrà fatto il suo peggio. Non ci può essere unità tra i cattolici, il popolo di Dio, se non c’è un legame con ciò che ci ha preceduto. Quando tutte le linee di comunione con il passato saranno state tagliate, non saremo più in grado di parlare gli uni con gli altri. Navigheremo nell’oscurità, senza lasciarci alle spalle nulla di riconoscibilmente cattolico.

Regis Martin

 

 

Regis Martin è professore di teologia e associato alla facoltà del Centro Veritas per l’etica nella vita pubblica dell’Università Francescana di Steubenville. Ha conseguito la licenza e il dottorato in sacra teologia presso la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino a Roma. Martin è autore di numerosi libri, tra cui Still Point: Loss, Longing, and Our Search for God (2012) e The Beggar’s Banquet (Emmaus Road). Il suo libro più recente, pubblicato da Scepter, si intitola Looking for Lazarus: A Preview of the Resurrection.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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