C’è un’omelia di Benedetto XVI, recentemente recuperata e pubblicata, in cui Joseph Ratzinger esprime una sorta di apologia del muro, dicendo tra l’altro che «la Chiesa ha mura». Ma davvero i muri (o le mura) sono così importanti? Vediamo qual è l’insegnamento, nel merito, di Sant’Antonio da Padova, Dottore della Chiesa.

Secondo tempio di Erode (513 a.C. dopo l'esilio babilonese)

Secondo tempio di Erode (513 a.C. dopo l’esilio babilonese)

 

di Silvio Brachetta

 

Il muro, nella Sacra Scrittura, ha in genere un’accezione positiva, per la sua proprietà di difendere un certo spazio. Le città sono difese da alte mura e torrioni e il Tempio stesso ne è circondato.

Sant’Antonio da Padova, nel Sermone della III Domenica di Avvento, interpreta «muro» dal latino «munit», indicativo presente del verbo «munire», cioè «difendere». Il Taumaturgo, nel Sermone, sta interpretando un passo del profeta Isaia (26, 1): «Città della nostra fortezza è Sion; a nostra salvezza sarà eretto un muro e un contrafforte». La cinta muraria – dice Antonio – è una figura di Gesù Cristo, nella sua doppia natura, umana e divina: «Nel muro è raffigurata la divinità, nel contrafforte l’umanità», poiché «la fede nel Verbo incarnato è la protezione e la difesa dei penitenti».

La stessa Beata Vergine Maria è difesa dal muro della grazia e «fu quasi recintata» da una «triplice vegetazione, perché la suggestione diabolica, l’ipocrisia del mondo e l’attrattiva del peccato non potessero violarla» (Sermone per la Purificazione della B.V. Maria). Del resto, già si parla di Lei nel Cantico dei Cantici (4, 12): «Giardino chiuso tu sei, sorella mia, giardino chiuso, fonte sigillata».

E Antonio aggiunge che questo triplice recinto è il «muro dell’umiltà», il «muro della povertà» e il «sigillo della verginità». La Vergine – ma anche il monaco, il penitente o l’eremita – è un «hortus conclusus», un giardino sigillato, perché è protetto dalla grazia di Dio. Per i Padri del deserto, a questo proposito, era di capitale importanza, per la propria salvezza, dimorare entro i muri della propria cella, per non essere distratti nella preghiera e per non cadere vittime del demonio, che «come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare» (1Pt 5, 8).

Non solo Cristo edifica le mura di difesa della sua Chiesa, ma è anche vagheggiato dal profeta Amos, che lo chiama «muratore». Si legge, infatti, in Am 7, 7 che «il Signore stava sopra un muro liscio, e tra le mani aveva la cazzuola da muratore». Come spiega il Santo di Padova questo passo veterotestamentario?

Nel Sermone per la Cattedra di San Pietro, Antonio afferma che il muro liscio rappresenta «la sua triplice Chiesa» – militante, purgante e trionfante – levigata «perché nulla ci sia di disordinato, di ruvido, di ineguale, ma tutto si faccia in modo lineare ed agevole». Tutto, insomma, «si faccia nella carità», come disse l’Apostolo in 1Cor 16, 14.

Nella cazzuola, che sta nelle mani del muratore (Cristo), è «simboleggia la potenza di Dio». E non solo il Signore costruisce il muro della Chiesa, ma lo fa – continua Sant’Antonio – «per tre scopi»: «per edificarla, per combattere da essa e per mezzo di essa gli avversari, e per proteggerla». È, in tutto e per tutto, la funzione che le cinte murarie hanno nelle città e, in particolare, in Gerusalemme, la città santa. In essa il muro è prima edificato, assieme alla città. Inoltre, costituisce una barriera sulla quale poter agevolmente combattere contro chi assedia la città. Infine, le mura sono un baluardo di difesa, dalle frecce e dagli assalti del nemico.

Il muro ha pure a che fare con la predicazione e, dunque, con la vocazione peculiare del sacerdote. Nel Sermone della V Domenica dopo Pentecoste, il Dottore evoca la Parola di Dio, rivelata al profeta Ezechiele. Il Signore rimprovera i profeti stolti, paragonandoli a sciacalli, poiché avevano profetizzato non secondo verità, ma secondo i propri desideri. Dio paragona i profeti stolti a coloro che si rifiutano di costruire un «baluardo in difesa degli Israeliti» (Ez 13, 5).

I veri profeti (i predicatori), al contrario, «devono opporsi ai nemici come un muro a difesa del santuario del Signore», dice Antonio. Il Signore chiama qua a raccolta la Chiesa militante, che deve impedire la «distruzione del muro spirituale, prodotta dal peccato». Per questo motivo il Signore dà al profeta un mandato: «Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, come una colonna di ferro e un muro di bronzo […]» (Ger 1, 18).

Fa’ quindi attenzione – dice il Santo – a queste tre cose: «la città, la colonna e il muro», laddove «nella città fortificata è indicata l’unità, che veramente difende e difendendo custodisce; nella colonna di ferro è indicata la carità fraterna che sostiene; nel muro di bronzo è indicata l’indomita pazienza e la costanza nella predicazione».

 

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