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di Giovanna Ognibeni

 

Tenebre

Scivolo ancora una volta in un ‘excusatio non petita’ e faccio una dichiarazione di fiducia nella Medicina, tanto più che alla mia età attaccarla è un po’ come sparare alla Croce Rossa su cui si è trasportati. Il punto è l’indebita fede in essa e nella sua Dottrina, il fatto poi che io non sia dell’arte non mi è d’ostacolo: la Ragione è stata data in ugual misura (beh, insomma) a tutti gli uomini, e quindi non è facile  convincermi che un virus sia contagiosissimo all’altezza da terra di  un metro e sessanta in su per cui mascherina su bocca (e naso!) quando sei in piedi mentre entra in quiescenza istantaneamente se ti siedi al tavolo. Con tali premesse le persone che mangia(va)no con mascherina indosso – togli mascherina, metti mascherina – sono da considerarsi le uniche razionali.

Se la Medicina viene divinizzata, allora le sue prescrizioni diventano dogmi, pronunciati ex cathedra televisiva e il suo strumentario, farmaci, con le loro truppe d’assalto antibiotici e chemioterapia, i vaccini sono sacramenti.

Peccato che ogni farmaco, fosse la più innocente delle aspirinette (perché poi chiamarla così? Per bambini e vecchi si prescrivono pastigline, sciroppini e ahinoi le suppostine) ha i suoi bravi effetti collaterali, persino la mia pastiglietta per l’ipertensione. Evidentemente questa è necessaria, mentre non lo è l’analgesico per il mal di testa che mi passa novantanove volte su cento con un po’ di riposo, come all’adolescente ed entrambi non sediamo in nessun consiglio d’amministrazione.

Quando la scorsa estate ho dovuto assumere un cortisonico, mi è stato prescritto l’Omeprazolo per i disturbi gastrici correlati. Effetto portentoso, avevo l’impressione che avrei potuto farmi con disinvoltura un cocktail a base di lava incandescente; cessata l’assunzione del primo ho sospeso con diligenza anche il secondo e ho accettato di soffrire, con un po’ di dispiacere, ancora di sporadici bruciori di stomaco.

A meno di non prendere un terzo farmaco per contrastare gli effetti del secondo e così via!  Nessun farmaco è neutro, e quanto meno esso è neutro tanto più dovrebbe essere neutro il tono della comunicazione medica, altrimenti si ingenera un’indebita fede nella bontà del farmaco: nessun farmaco è buono, è solo efficace o non lo è. Poi è inutile scandalizzarsi del fatto che la gente si auto prescriva, collezioni e scambi antibiotici e cortisonici come figurine Panini.

Prima di addentrarmi nella questione, ecco alcune riflessioni notturne su una Medicina ed un mondo schizofrenici. Mi sono ricordata di un ricostituente che il mio medico affibbiava a me anemica adolescente: ebbene sì anche la mia generazione aveva bisogno di ricostituenti; il mio consisteva in una repellente soluzione oleosa, da iniettare o prendere per via orale.

Idrogadovit si chiamava l’orrida pozione (mi ricordo ancora il nome), dal sapore dolciastro con sentori non di sandalo o rosa canina ma di sostanze innominabili sullo sfondo dei fiammeggianti Bastioni di Orione, tanto per capirci. Non so se mi ricostituisse, certo mi portò vicino ad un’adolescenza alcolica, perché mio padre si ridusse a darmela in un po’ di marsala, il cui odore poi mi perseguitò per lunghi anni.

Di pensiero in pensiero, all’epoca erano già demodé l’olio di ricino e quello di fegato di merluzzo, testimoni muti ma vituperati ad alta voce, di una stagione in cui anche le cure erano parecchio sgradevoli, gli aghi per iniezioni e prelievi si avvicinavano probabilmente a quelli oggi in uso per sparare tranquillanti nelle tigri, polveri e sciroppi amari o fetidi, o entrambe le cose.

Nessuna nostalgia o ipocrita rimpianto per quei tempi, solamente la constatazione che si viveva un’epoca ancora memore di un passato difficile e faticoso e non imperava ancora il ritornello: “si poteva evitare questa morte?”, così io, come tutto il resto della popolazione attraversammo senza troppi patemi ben due pandemie, l’Asiatica e quella di Hong Kong, e soprattutto senza avere la percezione di un Armageddon, e che tutto non sarebbe stato più come prima.  

Ci si ammalava da ragazzini, anche di morbillo, perché allora ogni due anni c’era l’epidemia di morbillo, e prima o poi ti toccava stare a letto con prurito, febbre e macchie rosse; passata la fase acuta stavi sempre a letto contando le strisce di luce sull’armadio filtrate dalle stecche della tapparella, la noia delle lunghe ore era temperata dalla quieta soddisfazione di sapere i tuoi compagni alle prese con la versione di latino e solo non capivi perché la mamma fosse innervosita alla tua quinta chiamata.

Già all’epoca dei miei figli le cose stavano cambiando perché sempre più mamme, sempre più moderne e sempre più attente al dernier cri terapeutico, rimpinzavano i figli di antibiotici per farli tornare prima a scuola, in tempo per la finalissima delle prove trimestrali.

Insomma ci si era già incolonnati sulle note trionfali della marcia dell’Aida verso l’espunzione della malattia dalla vita, nemmeno per l’anticamera del cervello l’idea della malattia come prova per crescere e misurarsi, la malattia è qualcosa di inadatto alla specie umana, in qualche modo da accantonare; figuriamoci poi la malformazione, l’handicap. Nel ’76 c’è l’incidente della diossina a Seveso, il che porta rapidamente alla legge 194 del ’78 sull’aborto che secondo l’Associazione Coscioni è sempre terapeutico.

Negli anni successivi saremmo arrivati a mettere le mutande alle parole come tanti Braghettone, perché da handicappati si sarebbe passati velocemente a diversamente abili: peccato che basti un giudice di larghe vedute a decidere che sia nel tuo best interest schiattare. Terapeuticamente.

Ora si capisce come mai, mentre in Tv virologi diversamente competenti e politici diversamente statisti tuonavano contro i dementi e pericolosi novax, e nelle chiese risuonavano accorati appelli a dar prova d’amore (incentivati dalla meritevole Comunità di Sant’Egidio che negava cibo e accoglienza  pravis haereticis senza vaccino), nelle famiglie, nelle amicizie ci si dividesse aspramente: nessuna simpatia per chi fosse costretto a rinunciare al lavoro, ai mezzi per andare a scuola, alla palestra dei figli: Il coro unanime vibrava su queste note:” che c…aspita vuoi, pezzo di somaro? Vaccinati e falla finita!”.

In fondo, come dar loro torto? Come diceva un diversamente giornalista nell’estate del ’20, “Vaccino, vaccino, vaccino”. Già allora lui, mente brillante e versatile, sapeva che non c’era niente da sperare in fantomatiche cure e che bisognava solo attendere solo l’aiuto benefico e prezioso di Pfizer e compagni – perché sono in tanti, il loro nome è Legione-. Insomma il vaccino è naturaliter buono e salutare. 

Molti anni fa, c’era un fortunato slogan farmaceutico: “Se il callifugo Ciccarelli usar non vuoi, perdi i denari e i calli restan tuoi”.

Una rivisitazione potrebbe essere “Se vaccinarti non vuoi, perdi la vita e son cavoli tuoi”.

Il fine di queste chiacchiere però non è quello di arrivare a un calembour, del quale comunque vado fiera, ma di render ragione del disagio provato negli ultimi due anni a sentire le poche voci dissenzienti di giornalisti e medici tributare un riconoscimento preventivo, a prescindere avrebbe detto Totò, al valore e all’importanza dei Vaccini. È una critica al metodo comunicativo beninteso.

Non mi metto neppure a discutere con un medico sull’opportunità e necessità dei vaccini, tanto è il divario delle forze in campo; tuttavia rimango dell’idea che in campo medico non è provato che quel che non ti ammazza ti ingrassa. Sono della linea di pensiero che se vai a lavorare in vigna ti fai il richiamo del vaccino antitetanico, se scrivi sciocchezze al computer no.

È anche curioso che noi non medici siamo stati interpellati da entrambe le parti, scettici e sostenitori usque ad sanguinem dei vaccini, sottoponendoci ad un autentico tour de force per leggere le relazioni scientifiche sul tema “Grandezze e miserie dei Vaccini”. Io ormai da tempo leggo solo i titoli, perché invariabilmente quando arrivo alla retrotrascrizione del virus posso sentire lo schiocco delle mie sinapsi che saltano via come vecchi elastici. È anche vero che dopo aver letto le affermazioni di un qualche cultore della nobile scienza sull’utilità di plurime vaccinazioni per “allenare” il sistema immunitario che sta collassando a causa probabilmente della precessione equinoziale, mi dico che con un corso di due mesi online potrei anch’io discettare di trascrittasi e di trasposoni (esistono, oh yes).

Non dico nel migliore dei mondi possibili, ma solamente in un mondo più sano questi dibattiti dovrebbero essere dominio e compito degli scienziati e noi lasciati in pace senza doverci porre dubbi amletici: a chi credere?

Insomma, penso sarebbero state più efficaci   dichiarazioni più neutre. Perché dichiarazioni così assolute pro vaccini non possono che rinforzare il nesso logico- etico tra vaccino e bontà; perché allora averne paura? È una sorta di sillogismo inconscio – tutti i vaccini, per meglio dire i vaccini in quanto tali sono buoni, quelli Covid-19 sono vaccini, ergo sono buoni.

Perché siamo in una società dove i bei momenti non possono aspettare e allora ci impasticchiamo.

Forse sarebbe stato più utile sottolineare con forza che un vaccino messo a punto in tempi così brevi deve considerarsi a pieno titolo un rimedio eroico, e come tale da somministrarsi solo in casi estremi di pericolo e questa pandemia non lo era.

La verità comunque è che dove regna la malafede non c’è molto che si possa fare e già Esopo, 25 secoli fa, mica ieri, ci raccontava le sfortune del mite agnello che sperava di convincere il lupo della propria buona fede e delle proprie ragioni.

 

Sangue

Analogo senso di esasperazione mi suscitano le posizioni, e le dichiarazioni soprattutto di area soi-disant cattolica in merito alla guerra russo ucraina.

Prima di esternare in modo educato alcune perplessità sull’assennatezza del rinunciare a condizionatori e stufette per mandare quante più armi possibili al prode Zelensky, è buona creanza dare conto del proprio assoluto disprezzo verso una condotta così inumana (?) del folle sanguinario Putin.

In genere abbiamo tre registri di argomentazione: il primo è il modello di tema di seconda media, “La pace nel mondo” o di conversazione davanti a un bianchino (livelli coincidenti), quello etico-morale, il più gettonato, che derapa immediatamente verso il sentimental-deamicisiano della “Piccola Vedetta Lombarda”, ignaro delle riflessioni di un Sant’Agostino qualunque, e quello storico- critico che ha pochissimo appeal.

Il metodo storico riesce bene ex post, quando hai già la tua costellazione di cause bella in ordine, nell’immediato si esplicita come discorso politologico.

Orbene, so poco di storia e nulla di politologia, per cui mi permetterò solo di rivolgere qualche domanda dal banco.

Il punto nodale, la pistola fumante in tutte le accuse al despota russo, è l’invasione da parte dei Russi.

Nelle sue memorie, il conte Otto Von Bismarck confessa di essere stato ad un passo dal suicidio a causa di quel mollaccione di Napoleone III che non voleva sentir parlare di dichiarare guerra alla Prussia. Tutta la politica del Cancelliere mirava a dar un fracco di legnate alla Francia e fortunatamente, un’offesa oggi, uno spintone domani, ecco che il damerino francese si decide a dichiarare guerra, e in un botto si arriva a Sedan.

Allora ci si potrebbe anche chiedere se Putin abbia sbagliato a dichiarare guerra, o a dichiararla troppo tardi?  Otto anni dopo l’aggressione ucraina al Donbass e ancora di più dall’accerchiamento Nato?

Aveva altre chances, dopo che le vie diplomatiche si erano dimostrate impercorribili – si ricordino tutte le schermaglie delle settimane precedenti l’inizio delle operazioni militari-? Erano queste un modo per prendere tempo e sferrare l’attacco al momento opportuno o un ultimo tentativo di arrivare a reali negoziati?

Potrebbe una guerra preventiva considerarsi in determinate circostanze una guerra di difesa?

Forse, se non avessimo noi europei una fobia parossistica per la violenza fisica (perché per quella morale non ci batte nessuno) ed una speculare fissazione per il dialogo, potremmo guardare a questo conflitto con mente più lucida. Mentre scrivo mi accorgo di aver usato l’espressione neutra “operazioni militari”: certamente è il riflesso di un giudizio non ostile; va meglio “infame attacco proditorio”?

Sinceramente non so quale sia l’espressione più consona al reale significato degli eventi, forse quella da me scelta, se maneggiata con cautela, può lasciare uno spazio più ampio per una riflessione ragionata.

Tra tutti i commenti che non ascolto, perché sto iniziando a guardare con molta simpatia la politica degli struzzi del mettere la testa sotto la sabbia, me ne sono capitati due, afferrati per così dire a mezza altezza, il primo di Parenzo che giustificava gli interventi USA in Iraq, Balcani, Kuwait eccetera perché portavano (o esportavano?) la democrazia.

La frase sembra solo stupida, ma è anche peggio, in puro stile orwelliano; giurerei sulla testa dei miei incolpevoli figli che Parenzo sosterrebbe convintamente la tesi della natura aggressiva e oscurantista delle Crociate (come tutti quelli che non hanno letto nulla sull’argomento), ma così dà ragione completa alla Chiesa poiché esportava la vera Fede, almeno altrettanto importante che la vera Democrazia.

La seconda sentenza è del deputato Lupi che giudica gli eventi del 2014 alla stregua di un dito nell’occhio e di conseguenza la reazione russa totalmente immotivata. Si commenta da sé.

Infine, ci sono tutti i peana ai nostri valori occidentali, all’araba fenice europea della libertà. La giornalista Bianca Berlinguer, stigmatizzando le censure di Orban all’informazione, rispondeva a chi le faceva notare le somiglianze col caso Orsini che comunque “da noi” non c’era stata alla fine censura. Insomma direi che non ce n’era bisogno visto i generosi finanziamenti e le disinteressate standing ovations all’amato Leader.

I nostri potenti sono meno rozzi, preferiscono comprare la sudditanza, manifestano persino il forte desiderio di riammettere i reprobi ribelli nel consorzio civile!

Invitano a non fare presepi per non urtare suscettibilità islamiche, ma come gliele hanno cantate (in silenzio) agli Emiri del Qatar che non condividono la nostra carta dei diritti LGBTQ+++ periodico.

Questi sono i nostri valori da opporre all’orso russo.

Infine dalle massime istanze spirituali sono venuti accorati appelli alla pace, anche a costo di dover sopportare la puzza del cattivo! Perché, Biden manda forse buon odore, visto che agisce attivamente all’implementazione (ora si dice così) dei programmi di salute riproduttiva, leggi aborto, che solo nel suo Paese si traduce in un numero prossimo al milione di innocenti (almeno per noi cattolici, almeno per ora) uccisi in un anno?

Si dirà, ragioni di opportunità. Appunto.  

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole. 


 

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