tramonto mare sole

 

 

di Gianni Silvesti

 

Il termine dell’anno è tempo di rendiconti di quello andato e di progetti per quello futuro e la Chiesa tradizionalmente eleva a Dio la antica preghiera del “Te Deum laudamus” (che tra le varie ipotesi è fatta risalire ad un “lavoro a quattro mani” di Sant’ Ambrogio e Sant’Agostino nel giorno del suo battesimo).

Ognuno di noi ha tanto di cui ringraziare, anche per l’anno trascorso e chi si lascia andare al pessimismo dimentica quantomeno di ringraziare Dio per essere rimasto in vita (e nonostante la pandemia…).
E’ chiaro che la vita in gran parte dipende da come la impostiamo e la viviamo, ma come cristiani sappiamo che Dio non è estraneo alla Storia dell’umanità (come a quella personale) e vi interviene in modo misterioso nei tempi e modi che ritiene giusti anche se a noi sconosciuti o non visibili (“Credo in un solo Dio,
Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili..
” proclamiamo nel Credo”).
Ma perché Dio dovrebbe intervenire ? 
Perché è Padre e tiene alle sue creature ed ancor di più ai suoi figli, cioè a coloro che l’hanno accolto come tale («A quanti l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Dio interviene perché non è indifferente alla nostra salvezza (ha speso “tutto quello che aveva” per donarcela: persino il Suo unico Figlio).
L’intervento di DIO quindi è motivato dall’Amore, ma è misterioso nei modi, che hanno l’unico fine di indicarci la via della salvezza ed aiutarci a percorrerla.
Tra i vari interventi (locuzioni interiori, cammino personale di fede, consigli dell’Angelo Custode, veri -piccoli o grandi- miracoli, ecc.) ci sono anche le prove a cui siamo sottoposti. Le Prove possono avere un’origine diversa e non immediatamente collegata a Dio: la gran parte degli avvenimenti ha origine nei nostri comportamenti (chi beve smodatamente e posi si mette alla guida….), altri in eventi occasionali, altri in disastri naturali ecc. Ogni evento può essere l’occasione con cui Dio ci educa come fa un genitore con i propri figli, prendendo spunto o da accadimenti esterni occasionali o sottoponendo direttamente il figlio a prove di abilità per “allenarlo alla vita” (dalla partita di pallone al compito assegnato di pulire casa o tagliare l’erba in giardino). Ogni prova di un genitore ha la finalità di educare il figlio, cioè di insegnargli a riconoscere il bene dal male, senza escludere la possibilità addirittura di punizione che il genitore si trova “costretto”, suo malgrado, a prevedere quando il figlio ha abusato della fiducia o commesso malvagità.
Ma questo non è il solo esempio del valore della prova.
Anche il professore sottopone a prove l’alunno pur di stimolarlo e farlo crescere nel percorso umano e culturale, il docente addirittura crea appositamente le prove per questo fine (i compiti in classe o le famigerate interrogazioni) e premia o “castiga” chi non le vuole affrontare o non si impegna per raggiungere i giusti obiettivi.
E’ malvagità quella del genitore o del professore? O del medico che interviene limitando i cibi o i comportamenti del paziente quando li ritiene dannosi?
Persino lo Stato con le sue leggi, ci impone di fermarci al rosso o addirittura sembra ostacolarci il cammino (con dossi artificiali, ecc.) nei centri abitati. Lo Stato ci sottopone a “prove di pazienza e rispetto” degli altri, sanzionandoci quando non collaboriamo.
Noi accettiamo che la nostra libertà sia sottoposta dall’esterno a prove o limiti di ogni tipo – che sappiamo essere per il bene personale o sociale – senza sentirci per questo “in trappola” o limitati nel nostro libero arbitrio in quanto,alla fine, è la nostra libertà a scegliere il da farsi (la velocità di guida, il rispetto dei segnali. le indicazioni del docente, del genitore, del medico, ecc.).

Orbene perché mai Dio non dovrebbe sottoporci ad analoghe prove sempre per il nostro bene? Per quale motivo Dio, alla vista di un proprio figlio in errore o in pericolo grave, non debba tentare di farlo rinsavire, sempre senza costrizioni e nel rispetto della sua libertà ? In questa ottica ogni evento potrebbe essere un’occasione di riflessione, di crescita umana e spirituale ed è frequente il caso di persone che, dopo una malattia o una disgrazia, crescono nella consapevolezza della precarietà di questa vita, o riflettono su come l’abbiano impostata perché l’essere umano è capace di imparare dai propri sbagli, dalle “disgrazie” o dagli eventi della vita (troppo spesso siamo cosi pieni di noi stessi e sordi agli altri ed a Dio, che solo un evento difficile o doloroso ci richiama alla realtà, smascherando le illusioni che ci circondano e condizionano).

Anche le occasioni più drammatiche – le prove più dure – possono avere il risultato “di salvarci”, cioè di farci abbandonare vie di perdizione e farci tornare sulla strada di Dio. Questo è quello che conta alla fine (l’eternità), non l’aver distrutto la macchina nell’incidente o aver vissuto qualche sofferenza o malattia: è il risultato finale (il Giudizio di Dio) quello che supera i singoli episodi della vita; anzi, dovremmo evitare quegli episodi terreni sia pur “allettanti” se hanno il risultato di danneggiare gli altri o la nostra vita agli occhi di Dio.
Questo è lo sguardo saggio ed ampio che dovremmo avere sempre: farci guidare dall’obbiettivo finale e non dal singolo piacere, perché – non conoscendo la durata della nostra vita – ogni distrazione può esserci fatale, proprio come avviene sulla strada, dove la singola distrazione  di un istante può essere causa di incidente, anche mortale.

In questa ottica “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” anche se possiamo non comprendere i singoli atti o accadimenti della vita. A volte sento persone lamentarsi di Dio per le  premature scomparse di “persone fantastiche”, senza pensare che magari Dio le ha chiamate “nel momento migliore” per il Suo Giudizio ed allora una disgrazia potrebbe essere un atto di amore (magari quella persona continuando a vivere si sarebbe “traviata in seguito..) chi può dirlo? Anche noi – nel nostro piccolo – scegliamo di cogliere i fiori del nostro giardino nel momento migliore … Altri invece si chiedono come mai Dio non chiami, al più presto, i “delinquenti incalliti”: forse Dio sa che non è il loro tempo e che –  magari con la saggezza dell’età ed il rimorso del male fatto – quei figli in futuro si riappacificheranno e chiederanno il perdono dei loro peccati (proprio come già accaduto al ladrone con il suo Figlio).
Dio per amore è disposto a “farsi rubare” la salvezza, con un pentimento amaro e sincero, anche al termine della vita.  Chi può dire quali siano le vie di Dio?
Ecco perché dobbiamo affrontare con fiducia ogni evento e prova della vita in quanto può essere l’occasione (addirittura un dono) per riconoscerLo, sia pure nel mezzo di una dura pandemia o nella nebbia di tante illusioni del mondo.
Non è un caso che l’unica preghiera insegnataci da Cristo stesso, termina proprio con un invito a DIO : “non indurci in tentazione, ma liberaci dal Male” .
Oggi la traduzione letterale è stata contestata e modificata, ma gli esegeti più attenti affermano che il termine originariamente tradotto come “tentazione”, poteva avere anche il significato “di prova”. Quindi “non indurci, non sottoporci alla prova” sembra essere il senso migliore da attribuire alle parole “non indurci in tentazione”. Lasciata la traduzione fedele e letterale ed avviata una traduzione “ad sensum” potremmo così interpretare le parole finali al Padre: non sottoporci a prove troppo dure per noi e liberaci dal Maligno. (Personalmente nella recita collettiva, per la sinteticità della orazione comune, trovo aderenti al senso “preservaci dalla tentazione e liberaci dal male”, in quanto se Dio non induce in tentazione, di certo non ci abbandona neppure in un momento cosi difficile… ma questa è un’altra storia).
Te Deum Laudamus dunque per le prove che abbiamo vissuto in questo anno, se sono servite ad educarci e farci comprendere il valore passeggero di questa esistenza se staccata da quella eterna (che ci aspetta con Te).       
Te Deum laudamus, (ed aiutaci a vivere quelle del 2021).
In pace.

 

                                                      

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