Gli attacchi del Cattolicesimo annacquato a Benedetto XVI

Dopo gli attacchi a Benedetto XVI di questi giorni, lo scrittore George Weigel, biografo e amico di Papa San Giovanni Paolo II, dà il suo contributo nel portare alla luce quale sia la vera ragione di questi attacchi. Vedrete che essi hanno le loro radici nella lotta nelle fila dei teologi riformisti che iniziò durante la fine del Concilio Vaticano II. 

Ecco il suo articolo pubblicato sul The Catholic World Report nella mia traduzione. 

 

Karl Rahner e Joseph Ratzinger durante il Concilio Vaticano II

Karl Rahner e Joseph Ratzinger durante il Concilio Vaticano II

 

A 94 anni, il 16 aprile, Joseph Ratzinger è rimasto uno degli uomini più fraintesi e travisati della recente storia cattolica. Dubito che il Papa emerito se ne dispiaccia; probabilmente è immune alla calunnia, visto che ha avuto a che fare con essa per oltre mezzo secolo. Quest’uomo gentile può provare una certa compassione per le piccole menti che raccontano continuamente menzogne su di lui e sulla sua teologia. Ma ha di meglio da fare che agitarsi per i suoi detrattori: nani che lanciano sassolini inefficaci contro un gigante sereno.

I suoi amici e ammiratori hanno però difficoltà ad avere una visione benigna della situazione, perché la continua spazzatura rovesciata su Joseph Ratzinger è guidata da un’agenda e mira a puntellare le fondamenta fatiscenti del progetto del Cattolicesimo Lite (annacquato, ndr). Questa operazione di salvataggio richiede che i suoi detrattori sostengano che Ratzinger/Benedetto XVI abbia tradito il Vaticano II, o non abbia mai capito il Vaticano II, o fosse (e sia) profondamente contrario al Vaticano II. O tutte le cose insieme. Questa è una sciocchezza. E mentre spesso sono state commesse da coloro che rivendicano la competenza come studiosi delle vicende cattoliche contemporanee, tali travisamenti del pensiero di Ratzinger tradiscono una triste indifferenza nei confronti di ciò che è realmente accaduto a Roma durante gli ultimi due anni del Concilio Vaticano II.

Come ho scritto ne L’ironia della storia cattolica moderna, una spaccatura nelle fila dei teologi riformisti del Vaticano II ha cominciato ad aprirsi durante la terza sessione del Concilio, tenutasi nell’autunno del 1964. Una nuova rivista teologica, Concilium, era in fase di progettazione da parte di alcuni influenti consiglieri teologici del Concilio (molti dei quali erano stati pesantemente censurati negli anni precedenti al Vaticano II). Una figura di spicco tra queste, il gesuita francese Henri de Lubac, cominciò a temere che Concilium avrebbe portato il progetto riformista in una direzione decostruttiva: un progetto che avrebbe danneggiato gravemente quello che Giovanni XXIII, nel suo discorso di apertura al Concilio, chiamò “il sacro deposito della dottrina cristiana”, che papa Giovanni esortava a “essere più efficacemente difeso e presentato”.

I primi numeri della nuova rivista intensificarono le preoccupazioni di de Lubac. Così nel maggio 1965 il più venerabile membro del suo comitato di redazione si ritirò tranquillamente dal progetto di Concilium, mentre continuava il suo lavoro presso il Concilio stesso. Al termine del Concilio Vaticano II, altri si uniranno a lui nell’esprimere serie riserve sulla linea di condotta adottata dai loro un tempo alleati teologi. E queste preoccupazioni non sono diminuite nel tempo.

Il risultato fu quello che io chiamo nel mio libro “La guerra di successione conciliare”: la guerra per definire ciò che il Vaticano II era stato e ciò che il Vaticano II intendeva per il futuro cattolico. Questa guerra non fu una lotta tra “tradizionalisti” e “progressisti”. Fu una competizione aspramente combattuta all’interno del campo dei riformatori teologici del Vaticano II. E continua ancora oggi. E la questione che tanto preoccupava Henri de Lubac rimane del tutto pertinente, 56 anni dopo: finirebbe per tradire il Vangelo e svuotarlo del suo potere un’interpretazione del Concilio che contrapponesse effettivamente la Chiesa cattolica al “sacro deposito della dottrina cristiana”?

Joseph Ratzinger si unì a de Lubac e ad altri riformatori conciliari dissidenti nel lanciare un’altra rivista teologica, Communio, che lui e i suoi colleghi speravano portasse  avanti un’interpretazione del Vaticano II che fosse in continuità con la dottrina consolidata della Chiesa, proprio mentre essa sviluppava la comprensione di tale dottrina da parte della Chiesa. Communio, ora pubblicata in 14 edizioni linguistiche, è stata per decenni una forza creativa nella vita intellettuale cattolica. Come Ratzinger, Communio non è contro il Vaticano II; ha messo in discussione ciò che i suoi autori sostengono essere un’interpretazione sbagliata del Vaticano II.

Come hanno illustrato i recenti avvenimenti nella Chiesa, il punto fondamentale della Guerra di successione conciliare è la realtà della rivelazione divina: La rivelazione di Dio nella Scrittura e nella Tradizione include verità che sono vincolanti nel corso dei secoli, indipendentemente dalle circostanze culturali? Oppure la storia e la cultura giudicano la rivelazione, che la Chiesa è poi autorizzata a migliorare, per così dire, alla luce dei “segni dei tempi”? Coloro che si schierano con la realtà della rivelazione (che è stata affermata con forza dal Vaticano II) non sono affatto “fondamentalisti”, nonostante ciò che i loro avversari accusano. Sono teologi creativi che credono nello sviluppo della dottrina, ma che comprendono anche, con Chesterton, che “una mente aperta, come una bocca aperta, dovrebbe chiudersi su qualcosa”.

Nella Guerra di Successione Conciliare ci sono i veri riformatori, e poi ci sono le forze della decostruzione. Joseph Ratzinger è decisamente un vero riformatore cattolico. Sostenere il contrario suggerisce ignoranza, malizia, o entrambe le cose.

 




San Giovanni Paolo II e il Sinodo dei Giovani

Lo scrittore George Weigel, amico e biografo di papa Giovanni Paolo II, riflette sul Sinodo dei giovani con l’ottica ed il patrimonio umano e spirituale del papa santo.

Ecco l’articolo nella mia traduzione:

 

Foto: papa San Giovanni Paolo II

Foto: papa San Giovanni Paolo II

Karol Wojtyla, polacco di per sé, aveva un ben sviluppato senso dell’ironia storica. Così, dalla sua attuale posizione nella Comunione dei Santi, potrebbe essere colpito dal fatto ironico che il Sinodo su “Gioventù, fede e discernimento vocazionale”, attualmente in corso a Roma, coincide con il 40° anniversario della sua elezione a Papa Giovanni Paolo II il 16 ottobre 1978.

Qual’è l’ironia? L’ironia è che il ministro della gioventù papale di maggior successo nella storia moderna, e forse di tutta la storia, è stato ampiamente ignorato nel documento di lavoro del Sinodo-2018. E la direzione del Sinodo sotto il cardinale Lorenzo Baldisseri sembra stranamente riluttante ad invocare il suo insegnamento o il suo esempio.

Ma andiamo oltre l’ironia. Quali sono alcune lezioni che il Sinodo potrebbe trarre da Giovanni Paolo II, il pifferaio dei giovani, in questo rubino anniversario della sua elezione?

 

1) Le grandi questioni rimangono le stesse.

 

Diversi vescovi al Sinodo-2018 hanno osservato che i giovani di oggi vivono in un mondo completamente diverso da quello in cui sono cresciuti i vescovi in questione. C’è ovviamente un elemento di verità in questo, ma c’è anche una confusione tra le cose effimere e le cose permanenti.

Quando il cardinale Adam Sapieha assegnò il giovane padre Wojtyla alla parrocchia di San Floriano nel 1948, al fine di iniziare un ministero agli studenti universitari che vivevano nelle vicinanze, le cose a Cracovia erano certamente diverse da quando Wojtyla era studente dell’Università Jagellonica nel 1938-39. Nel 1948, la Polonia era nel profondo gelo dello stalinismo e il lavoro giovanile cattolico organizzato era vietato. La vita libera, sociale e culturale, in cui Wojtyla si era divertito prima che i nazisti chiudessero l’università Jagellonica non c’era più, e la propaganda atea era diffusa in molte aule scolastiche. Ma Wojtyla sapeva che le grandi domande che coinvolgono i giovani adulti – Qual è il mio scopo nella vita? Come faccio a stringere amicizie durature? Cos’è nobile e cos’è basso? Come faccio a navigare tra le rocce e i banchi di sabbia della vita senza scendere a compromessi fatali? Che cosa genera la vera felicità? – sono sempre le stesse. Lo sono sempre state, e lo saranno sempre.

Dire ai giovani adulti di oggi che sono completamente diversi significa assecondarli, ed è una forma di mancanza di rispetto. Aiutare i giovani adulti che stanno maturando a porsi le grandi domande e lottare per le cose permanenti significa far loro il complimento di prenderli sul serio. Wojtyla lo sapeva, e così dovrebbero i vescovi del Sinodo-2018.

 

2) Camminare con i giovani adulti dovrebbe portare da qualche parte.

 

Alcuni dei ragazzi di Wojtyla di quel ministero universitario di San Floriano sono diventati miei amici, e quando chiedo loro come è stato come compagno, direttore spirituale e confessore, sottolineano sempre due punti: ascolto magistrale che ha portato a conversazioni penetranti e l’insistenza sulla responsabilità personale. Come mi ha detto una volta uno di loro: “Parlavamo per ore e lui faceva luce su una domanda, ma non l’ho mai sentito dire ‘Dovresti farlo’. Quello che diceva sempre era: ‘Devi scegliere'”. Per Karol Wojtyla, ministro della gioventù, il vero significato di “accompagnamento” (una parola d’ordine del Sinodo-2018) è stato quello di prendere decisioni morali serie e persistentemente convincenti.

 

3) L’eroismo non è mai fuori moda.

 

Quando, come papa, Giovanni Paolo II propose di lanciare quella che divenne la Giornata Mondiale della Gioventù, la maggior parte della Curia Romana pensò che avesse perso il senno: i giovani adulti della fine del XX secolo non erano interessati a un festival internazionale che comprendesse la catechesi, la Via Crucis, la confessione e l’Eucaristia. Giovanni Paolo II, al contrario, capì che l’avventura di condurre una vita di eroica virtù era altrettanto avvincente nella tarda modernità come lo era stata ai suoi tempi, e aveva fiducia che i futuri leader del terzo millennio della storia cristiana avrebbero risposto a questa chiamata all’avventura.

Questo non significava che sarebbero stati perfetti. Ma, come ha detto ai giovani in tante occasioni, “Mai, mai e poi mai accontentarsi di qualcosa di meno della grandezza spirituale e morale che la grazia di Dio rende possibile nella vostra vita. Fallirai, capita a tutti. Ma non abbassare il livello delle aspettative. Alzati, scrollati la polvere di dosso, cerca la riconciliazione. Ma mai, mai, mai, accontentarsi di qualcosa di meno dell’eroismo per cui sei nato“.

Quella sfida – quella fiducia che i giovani adulti bramano veramente di vivere con un cuore indiviso – ha dato inizio ad una rinascita nel ministero dei giovani adulti e dei campus nelle parti vive della Chiesa mondiale. Il Sinodo-2018 dovrebbe riflettere su questa esperienza e prenderla molto, molto seriamente.

 

Fonte: The Catholic World Report

 




LA BRAMA PER L’APPROVAZIONE NON E’ EVANGELIZZAZIONE

Riporto all’attenzione dei lettori di questo blog questo articolo che George Weigel, scrittore, biografo, nonché amico del papa Giovanni Paolo II, ha scritto per First Thing.

Eccolo nella mia traduzione.

Foto: George Weigel

Foto: George Weigel

Il commento bizzarro e il gesto strano non sono stati, fino a poco tempo fa, associati ad ecclesiastici di alto rango. Entrambi, purtroppo, sono stati in bella mostra il mese scorso, quando i cardinali Reinhard Marx e Gianfranco Ravasi hanno spinto più di uno di noi a grattarsi la testa per la meraviglia.

Il cardinale Marx è l’arcivescovo di Monaco e di Frisinga, una chiesa locale che soffre di gravi carenze nella partecipazione alla Messa domenicale e nelle vocazioni. Il cardinale ha molte opinioni su molti argomenti, e nel 200° anniversario di quell’altro Marx, Karl (Karl Marx, il fondatore del marxismo, ndr), Reinhard Marx ha detto che, senza l’autore del Manifesto comunista, “non ci sarebbe stata alcuna dottrina sociale cattolica”. Quel curioso giudizio è stato rilanciato sulle pagine dell’Osservatore Romano del Vaticano e in esso ampliato per includere l’affermazione ausiliaria che non si può biasimare Stalin a partire da Karl Marx ( cioè, non si può collegare Karl Marx, ideologo del comunismo, alle decine e decine di milioni di morti causati dal comunista Stalin, ndr).

Bene.

Sicuramente un teologo tedesco accreditato come il cardinale Marx sa che uno dei fondatori intellettuali del pensiero sociale cattolico moderno fu il vescovo di Magonza del XIX secolo, Wilhelm Emmanuel von Ketteler, l’uomo che papa Leone XIII, padre della Dottrina Sociale della Chiesa nella sua forma papale, chiamò “il mio grande predecessore”.

Ma forse, si risponderà, il cardinale Marx suggeriva che l’opera di Karl Marx ha spinto von Ketteler e Leone XIII a sviluppare la Dottrina Sociale Chiesa. C’è qui forse una traccia di causalità visibile al microscopio storico, in quanto quei due grandi pensatori cattolici sapevano certamente cosa insegnava il Manifesto comunista (ed entrambi lo respinsero vigorosamente). Ma i cattolici del XXI secolo hanno una voglia così disperata per l’approvazione dell’intellighenzia occidentale di sinistra che noi dovremmo pensare alla Dottrina Sociale della Chiesa come a una mera reazione al marxismo? Il cardinale Marx suggerirà poi che Lord North, non John Adams, Thomas Jefferson, George Washington, e il resto, sia stato l’autore della Rivoluzione Americana?

Per quanto riguarda Marx e Stalin, forse il cardinale Marx potrebbe dedicare una parte della sua vacanza di quest’estate leggendo le opere di Friedrich Hayek e Anne Applebaum. Hayek ha spiegato decenni fa che le economie statali implicano necessariamente la tirannia; più recentemente, Applebaum ha dimostrato come il sistema del lavoro da schiavi dei GULAG  è stato una parte integrante dell’economia marxista di Stalin. (Il GULAG è stato il ramo della polizia politica dell’URSS che costituì il sistema penale dei campi di lavoro forzato nei quali furono rinchiusi milioni di oppositori politici dell’Unione Sovietica, moltissimi dei quali morirono per gli stenti ed il gelo, ndr)

Poi c’è il cardinale Ravasi. Ho imparato molto dalla sua esegesi biblica, attingendo da essa in diversi libri. Ma il suo lavoro al Pontificio Consiglio della Cultura è stato meno edificante. Il progetto del “Cortile dei gentili” da lui condotto sotto papa Benedetto XVI, promosso come tentativo di dialogo con i non credenti di aperte vedute, vedeva spesso protagonista la filosofa esperta di media Julia Kristeva. Un recente articolo, tuttavia, ha suggerito che la Prof.ssa Kristeva non era sempre stata la campionessa di libertà che a lungo ha affermato di essere: ella è stata molto probabilmente un informatore dell’odioso servizio segreto bulgaro durante la guerra fredda, e aveva la brutta abitudine di fornire una copertura pseudo-intellettuale per alcuni dei peggiori regimi del XX secolo.

Poi c’è stato il recente prestito di piviali, tiare, croci pettorali, anelli papali e altri paramenti di proprietà vaticana al Metropolitan Museum of Art di New York, un’altra trovata geniale del Pontificio Consiglio della Cultura diretto da Ravasi. Il cardinale è stato davvero sorpreso dal fatto che l’apertura di una mostra dedicata all’impatto dei paramenti liturgici e dell’arte cattolica sulla moda contemporanea si sia trasformata in un esercizio di ambiguità e di volgarità che ha lambito il blasfemo? In caso negativo, che cosa sa esattamente il cardinale Ravasi della cultura contemporanea, presumibilmente il mandato del suo dicastero vaticano (per la cultura, ndr)?

Sotto tutta questa stravaganza potrebbe nascondersi l’assunto che la Chiesa deve coinvolgersi con queste realtà se vuole seminare il lievito del Vangelo nel mondo postmoderno. Ma come si fa ad assecondare l’evangelizzazione di questa bella gente? Questa patetica tensione per l’approvazione – da parte di persone la cui vita manifesta il loro disprezzo per l’idea cattolica del sacro e per l’insegnamento della Chiesa sulla dignità della persona umana – non è forse un segnale che non siamo davvero seri riguardo a ciò che le élite culturali trovano detestabile? Per un decennio e mezzo ho criticato il “Catholic Lite” (il “cattolico leggero”, ndr) per la sua flaccidità evangelica. Le comiche dei cardinali Marx e Ravasi suggeriscono che il “Cattolico leggero” si sia decomposto nel Cattolico Senza Peso: con le scuse a Milan Kundera, l’insostenibile leggerezza dello chic (Milan Kundera, è stato l’autore del libro L’insostenibile leggerezza dell’essere, che ha a tema la sfuggente evanescenza della vita, ndr).

Adulare le teste pensanti della confusione intellettuale postmoderna e adulare i generatori di mode della decadente cultura postmoderna non è il modo di essere la Chiesa della Nuova Evangelizzazione, o la “Chiesa permanentemente in uscita” che papa Francesco ci chiama ad essere. È il modo per diventare uno zimbello, in viaggio verso il cortile dell’irrilevanza.  

 

(Nota di Redazione: l’espressione Catholic Lite, che in poche parole significa “simile al cattolicesimo senza abbracciare tutta la dottrina del cattolicesimo”, fu un termine che comparve negli anni novanta come critica alla chiesa protestante Episcopale presente negli USA).




GEORGE WEIGEL: IL RISCHIO E’ IL “CATHOLIC LITE”, OVVERO LA BANALIZZAZIONE DELLA FEDE

George Weigel è stato il biografo del papa santo Giovanni Paolo II. Ha avuto colloqui continui con il papa per circa dieci anni. Un periodo che ha influenzato enormemente il suo pensiero. Riporto solo alcuni stralci di una lunga intervista che Weigel ha rilasciato a messengersaintanthony.com.

Foto: George Weigel

Foto: George Weigel

Domanda: Quali fattori hanno contribuito a rendere papa Giovanni Paolo II una figura così straordinaria?

George Weigel: La realtà assolutamente fondamentale della vita di Giovanni Paolo II è stata la sua discepolanza cristiana: la sua radicale conversione a Cristo e l’intensa vita interiore che ha approfondito tale conversione è stata la fonte del suo ministero pastorale e della sua azione papale “nel mondo”; essa ha anche plasmato la sua vita intellettuale, perché con Giovanni Paolo II la fede e la ragione si sono alimentate a vicenda. Poi c’è stato il suo “essere polacco”. La Polonia ha vissuto il dramma umano del XX secolo in modo singolare, ed è stata quell’esperienza di morte e risurrezione nazionale che ha dato a Giovanni Paolo II la chiave per resistere alla tirannia: l’idea che la cultura, comprese le convinzioni religiose, sia la più importante forza dinamica della storia. E fu con il ritornare al suo popolo, alla verità della sua cultura e a se stessi, al suo primo pellegrinaggio papale in Polonia nel giugno 1979, che ha innescato la rivoluzione di coscienza che alla fine ha portato alla rivoluzione politica non violenta del 1989.

Domanda: Ci sono alcune lezioni di Giovanni Paolo II che pensi siano particolarmente rilevanti ora, nel 2018?

George Weigel: Se in questo secondo decennio del terzo millennio il mondo democratico sta vivendo una grave crisi, è soprattutto a causa di un deficit della cultura democratica: le abitudini della mente e del cuore che consentono alle persone di far funzionare i meccanismi della democrazia in modo che il risultato netto sia una vera e propria fioritura umana. Giovanni Paolo II ha spiegato l‘importanza cruciale di una vibrante cultura morale pubblica per il progetto democratico nell’enciclica Centesimus annus del 1991, che rimane del tutto rilevante per la nostra situazione del 21° secolo.

Domanda: Lei è ottimista sulla direzione in cui Papa Francesco sta guidando la Chiesa?

George Weigel: Quando ho incontrato per la prima volta papa Francesco a Buenos Aires nel 2012, l’allora cardinale Bergoglio ed io abbiamo parlato a lungo del documento di Aparecida dei vescovi latinoamericani, nel quale aveva avuto un grande ruolo nella stesura. La visione di Aparecida, e la visione del futuro cattolico che ho abbozzato nel mio libro Cattolicesimo evangelico: Riforma profonda nella Chiesa del XXI secolo, mi è sembrato del tutto congruente. Così mi ha fatto molto piacere l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, e la descrizione di papa Francesco di una “Chiesa permanentemente in uscita“, che è proprio l’ecclesiologia o teologia della Chiesa che avevo esposto nel libro Cattolicesimo evangelico. La mia preoccupazione nel 2018 è che la turbolenza creata dall’esortazione apostolica Amoris Laetitia sta ostacolando l’opera della Chiesa nel vivere la visione di Evangelii Gaudium, perché sono convinto che l’unico cattolicesimo che possa effettivamente offrire amicizia con Gesù Cristo e l’opportunità di vivere come suo discepolo sia un cattolicesimo-nella-sua-pienezza, non quello che ho chiamato “Catholic Lite” (Cattolico dietetico, ndr). Il “Catholic Lite”, la banalizzazione della fede, è stata un completo fallimento nell’Europa occidentale, e questo fatto inconfondibile dovrebbe plasmare il nostro modo di essere una “Chiesa permanentemente in uscita.

Sembra esserci una legge ferrea del rapporto del cristianesimo con la modernità: Le comunità cristiane che mantengono i loro confini dottrinali e morali possono sopravvivere, e persino prosperare, tra le tendenze secolarizzanti della modernità e della postmodernità; le comunità cristiane i cui confini dottrinali e morali diventano porosi, al punto che in realtà non esistono, appassiscono e muoiono. Coloro che condividono la visione di una “Chiesa permanentemente in uscita” devono pensare molto attentamente a questa verità.




PARLARE DI “IDEALE” SIGNIFICA SOTTOVALUTARE LA POTENZA DELLA GRAZIA

 

PARLARE DI “IDEALE” SIGNIFICA SOTTOVALUTARE LA POTENZA DELLA GRAZIA

Weigel dice: l’affermazione che dice che Dio può chiedermi, attraverso la mia coscienza, di fare cose che non sono coerenti con l’insegnamento della Chiesa – rompe i legami tra Dio, l’autorità dell’insegnamento della Chiesa e la coscienza in modo pericoloso.

 

Le Scritture della Quaresima nella liturgia quotidiana della Chiesa invitano a due riflessioni correlate. Le settimane immediatamente precedenti la Pasqua ci chiamano a camminare a Gerusalemme ad imitazione di Cristo, affinché anche noi, a Pasqua, siamo benedetti con acqua battesimale e inviati nel mondo in missione. Le settimane precedenti, quelle immediatamente successive al mercoledì delle ceneri, propongono un serio esame di coscienza: Che cosa c’è in me che non funziona? Che cosa mi impedisce di essere il discepolo missionario per cui sono stato battezzato?

In questa Quaresima, quell’esame di coscienza potrebbe benissimo includere una riflessione seria su che cosa significhi “coscienza”.

Questo concetto spesso controverso è tornato al centro della conversazione cattolica a livello mondiale, grazie al prossimo cinquantesimo anniversario dell’Humanae Vitae, enciclica profetica del beato Paolo VI sui mezzi moralmente appropriati di pianificazione familiare, e alla discussione in corso generata dall’esortazione apostolica di papa Francesco sul matrimonio, Amoris Laetitia. In quella conversazione, si sono sentite voci che sollecitano una visione della coscienza curiosa, anche pericolosa: in certe circostanze, la coscienza può permettere o addirittura richiedere che una persona scelga gli atti che la Chiesa ha costantemente insegnato essere intrinsecamente sbagliati, come l’uso di mezzi artificiali di contraccezione, o la ricezione della Santa Comunione mentre si vive la vita matrimoniale in una unione che non è stata benedetta dalla Chiesa.

Coloro che propongono questa idea di “coscienza” ci spingono a riconoscere tre cose: 1) che la vita spirituale e morale sia un cammino; 2) che quando la Chiesa insegna che alcune cose sono sbagliate e nessuna combinazione di intenzioni e conseguenze può renderle giuste, [in realtà] la Chiesa sta proponendo un “ideale” al quale la risposta più “generosa” potrebbe non essere sempre possibile ; 3) e che i confessori e i direttori spirituali siano guide compassionevoli e discernenti lungo i percorsi spesso rocciosi della vita morale.

Nessuna persona ragionevole contesterá l’ultima affermazione. Sono grato di essere stato il beneficiario di una guida così attenta, e più di una volta. Ma le altre due affermazioni sembrano problematiche, per dirla con delicatezza.

Se, per esempio, la “coscienza” (vedi anche qui) mi può indurre a usare mezzi contraccettivi artificiali a causa delle mie condizioni di vita, perché la coscienza non può permettere, o addirittura esigere, che io continui a truffare i clienti se la mia azienda è indebitata e la mia famiglia soffrirebbe a causa del fallimento, anche quando lavoro in una situazione finanziaria migliore e più onesta? Perché la “coscienza” non potrebbe permettermi, durante il mio percorso verso l'”ideale”, di continuare a giudicar benevolmente le relazioni extraconiugali nel mentre io e il mio coniuge elaboriamo i nodi presenti nel nostro matrimonio? All’interno dell’idea che la “coscienza” possa permetterci o addirittura richiederci di fare qualcosa di sbagliato, punto, dove è l’interruttore che impedirebbe a una coppia di “discernere” che l’aborto sia la migliore soluzione alle difficoltà [attuali] di portare a termine questo bambino non ancora nato, anche se in circostanze future abbraccerebbero l'”ideale” accogliendo un bambino nella loro famiglia?

L’ulteriore affermazione fatta qui – cioè che Dio può chiedermi, attraverso la mia coscienza, di fare cose che non sono coerenti con l’insegnamento della Chiesa – rompe i legami tra Dio, l’autorità dell’insegnamento della Chiesa e la coscienza in modo pericoloso.

Cristo ha promesso di mantenere la sua Chiesa nella verità (Gv 8,32; Giovanni 16,3). Tale promessa è stata violata? Il Concilio di Trento ha insegnato che è sempre possibile, con l’aiuto della grazia di Dio, obbedire ai comandamenti: Dio vuole la nostra trasformazione e ci aiuta lungo il cammino della santità. Tale insegnamento è stato soppresso? Sostituito da un “cambiamento di paradigma” in un radicale soggettivismo che ha svuotato la maggior parte del protestantesimo liberale della zavorra spirituale e morale? Il Vaticano II ha insegnato che nella mia coscienza c’è “una legge inscritta da Dio”. Dio ora mi dice che posso violare la verità che ha scritto nel mio cuore?

Suggerire che la Chiesa insegni “ideali” impossibili da vivere sottovaluta la potenza della Grazia e svuota la vita morale del dramma che Dio stesso ha costruito in essa. La Quaresima non ci chiama a confessare che non siamo riusciti ad essere all’altezza di un “ideale” irraggiungibile; la Quaresima non ci chiama ad autoassolverci come il fariseo in Luca 18,10-14, che è andato via non giustificato. La Quaresima ci chiama ad abbracciare l’umiltà del Vangelo pubblicano e a confessare che abbiamo peccato, sapendo che la misericordia di Dio può guarire ciò che è rotto in noi se cooperiamo con la sua grazia. [grassetto mio]

George Weigel

(Nella mia traduzione, un articolo – qui – dello scrittore George Weigel, e biografo di papa Giovanni Paolo II, pubblicato ieri su The first Thing)