Dario E. Viganò nominato vice Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze

Papa Francesco e Dario Edoardo Viganò

Papa Francesco e Dario Edoardo Viganò – Foto: Vatican Media / ACI Group

 

 

di Sabino Paciolla

 

La Sala stampa della santa Sede con un comunicato ha reso noto che Monsignor Dario E. Viganò è stato nominato da Papa Francesco Vice Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, con specifica competenza per il settore della comunicazione. A quanto riportano i giornali, la carica di Vice Cancelliere non esisteva in precedenza. Prima di questo nuovo incarico, egli ricopriva il ruolo di assessore del dicastero per la comunicazione, con il mandato di proseguire nel lavoro di riforma avviato quando era Prefetto dello stesso dicastero.

Paolo Ruffini, attuale Prefetto del Dicastero per la Comunicazione, lo ha salutato dicendo

“Nel giorno in cui, per volere del Papa, monsignor Dario Edoardo Viganò lascia il Dicastero per la Comunicazione per andare a ricoprire il ruolo di Vice Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, desidero ringraziarlo per il suo grande contributo umano e professionale al servizio del Santo Padre, della Santa Sede e della Chiesa tutta, prima come Prefetto e poi come Assessore del Dicastero per la Comunicazione. (…) 

In questo anno trascorso insieme ho potuto sempre contare sul sostegno e sulla amicizia di monsignor Viganò, che ringrazio anche per lo stile, la riservatezza, la disponibilità.

Oggi che il Santo Padre gli chiede – valorizzando la sua storia accademica di studioso di Comunicazione, Economia, Dottrina Sociale della Chiesa – di svolgere un altro importante servizio alla Chiesa e alla Santa Sede, come Vice-Cancelliere in quello che Pio XI definì “Senato di Sapienti”, a monsignor Dario Edoardo Viganò vanno insieme al nostro grazie gli auguri più sinceri di tutto il Dicastero”.

Mons. Dario Edoardo Viganò, come detto, è stato Prefetto del Dicastero delle Comunicazioni vaticane fino al marzo 2018, quando si è dovuto dimettere in seguito allo scandalo scoppiato per il “Lettergate“, in cui il sacerdote, nel presentare ai media una lettera del Papa emerito Benedetto XVI, aveva offuscato alcune righe e omesso interi paragrafi, alterando il pieno significato. Il Vaticano, in seguito al grande clamore scoppiato, ammise che la foto della lettera di Benedetto XVI era stata alterata.

Dopo le dimissioni, Papa Francesco, che elogiò il suo lavoro svolto con una lettera, gli “ritagliò” un posto su misura presso il Dicastero delle comunicazioni. Infatti, lo nominò “assessore”, carica prima inesistente.

Le dimissioni di Viganò hanno avuto luogo poche settimane dopo la pubblicazione del messaggio di Francesco per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni del 2018, giornata dedicata alla condanna degli abusi giornalistici e delle “false notizie”. In quel convegno di alto profilo dedicato in buona sostanza alle “fake news”, fu lo stesso Viganó a tenere una relazione. 

Per questo, sei settimane dopo le dimissioni, Viganò tornò sotto il tiro delle critiche. Infatti, durante la tavola rotonda del 28 aprile, dal titolo “Fake News and the Ethical Responsibilities of Media”, Viganò parlò dell’importanza della trasparenza nei media, dicendo: “Il giornalista, come il medico, ha la capacità di avvelenare i suoi lettori [ma] con una differenza, che è quella che il giornalista può avvelenare più lettori di quanto possa fare un medico con i suoi pazienti”. Egli, però, non fece alcun cenno alla sua storia.

 

Se il vice Prefetto sarà Dario Viganò, è bene tener presente che il Prefetto della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali è mons. Marcelo Sánchez Sorondo, argentino, il quale, il 2 febbraio dell’anno scorso, di ritorno da un viaggio in Cina, aveva detto: “In questo momento, quelli che realizzano meglio la dottrina sociale della Chiesa sono i cinesi”. “Essi, (i cinesi, ndr) tengono al bene comune, subordinano le cose al bene comune”. “Ho incontrato una Cina straordinaria: ciò che la gente non capisce è che il principio centrale cinese è il lavoro, lavoro, lavoro. Non c’è altro. Al fondo è come diceva san Paolo: chi non lavora, non mangia”. “Non ci sono baraccopoli, non hanno droga, i giovani non usano droga. Vi è come una coscienza nazionale positiva, essi desiderano dimostrare che sono cambiati, che accettano la proprietà privata”. Secondo mons. Sanchez Sorondo, Pechino “sta difendendo la dignità della persona”, seguendo più di altri Paesi l’enciclica di papa Francesco “Laudato sì”, difendendo gli accordi di Parigi sul clima.

Visto che in Cina è ammesso un solo partito, è dunque un regime, che tutto è controllato, che dal febbraio dello scorso anno ai minorenni è vietato entrare in chiesa, che l’autorità sta spingendo alla delazione, che molte chiese e santuari sono stati distrutti anche subito dopo l’accordo Cina-Vaticano, che alcuni vescovi sono stati trattenuti e altri sono scomparsi, e di essi non si è mai saputo più nulla, dove il regime sta pressando il clero ad iscriversi presso l’Associazione Patriottica (del clero cinese non riconosciuta dal Vaticano), che sta diventando pericoloso avere la Bibbia, e così via, quelle parole di mons. Sorondo suscitarono un notevole scandalo, quasi un oltraggio al buon senso. 

L’indignazione fu tale che lo scrittore George Weigel, biografo e amico di papa San Giovanni Paolo II, disse

“Se un funzionario vaticano, per quanto basso di rango, può impunemente dire stupidaggini per coprire un regime malvagio, c’è qualcosa di gravemente sbagliato in uno dei pochi centri di potere del mondo il cui fine principale è dire la verità”.

 

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Le dimissioni del cardinale Wuerl: un caso di perdita di credibilità

Severa analisi di padre Raymond J. de Souza sulle dimissioni odierne del cardinale Donald Wuerl, arcivescovo di Washington. de Souza afferma che le dimissioni del cardinale Wuerl sono un caso di perdita di credibilità

Eccola nella mia traduzione.

Il cardinale Wuerl incontra Papa Francesco nell'ottobre 2017.  (Vatican Media/National Catholic Register)

Il cardinale Wuerl incontra Papa Francesco nell’ottobre 2017. (Vatican Media/National Catholic Register)

Nel corso normale degli eventi, le dimissioni di un vescovo quasi tre anni dopo il suo 75° compleanno sarebbero irrilevanti. Ma questi non sono tempi normali, e la caduta del cardinale Donald Wuerl è davvero notevole.

I due punti bassi dellestate della vergogna per la Chiesa negli Stati Uniti – il rapporto della Gran Giuria della Pennsylvania e le rivelazioni sull’ex cardinale Theodore McCarrick – hanno entrambi messo il cardinale Wuerl su una sedia calda. Il suo periodo come vescovo di Pittsburgh è stato oggetto di esame nel rapporto del Gran Giuria, e ciò che lui sapeva del suo predecessore a Washington, il cardinale McCarrick, ha portato a molte domande scomode.

Ma sarebbe stato possibile immaginare che il cardinale Wuerl sarebbe sopravvissuto a uno o a entrambi. È stata la perdita di fiducia dei suoi sacerdoti che ha portato alle dimissioni odierne.

Quando il cardinale Wuerl si recò a Roma per incontrare papa Francesco in agosto a proposito del suo futuro, il Santo Padre gli disse di tornare a casa e di consultarsi con i suoi sacerdoti. Il cardinale lo ha fatto all’inizio di settembre e subito dopo ha annunciato che avrebbe chiesto a papa Francesco di accettare le sue dimissioni, che aveva presentato in accordo con il diritto canonico per il suo 75° compleanno nel 2015. Ci si aspettava che il cardinale Wuerl sarebbe rimasto in carica fino al suo 80° compleanno nel 2020.

E perché i suoi sacerdoti hanno perso fiducia in lui?

Non è stato il suo periodo a Pittsburgh, dove ha servito come vescovo dal 1988-2006. Mentre la reazione generale al rapporto del Gran Giuria è stata feroce nei confronti del cardinale Wuerl – il suo nome è stato rimosso da una scuola a lui intitolata a Pittsburgh – i sacerdoti di Pittsburgh e Washington avrebbero avuto una visione più sfumata.

Ci sono stati casi, all’inizio del suo periodo a Pittsburgh, che non sono stati trattati come avrebbero dovuto dopo la Carta di Dallas del 2002 (cioè secondo le norme susseguenti agli scandali sessuali, ndr). Ma come vescovo, il cardinale Wuerl era in anticipo sui tempi sulla questione dell’abuso sessuale, e già all’inizio degli anni ’90 aveva messo in atto misure che altri vescovi avrebbero impiegato un altro decennio per attuare.

Infatti, nella sua lettera del 12 ottobre, accettando le dimissioni di Wuerl, Papa Francesco si sforza di lodare la gestione dei casi di abuso da parte del Cardinale Wuerl – una dichiarazione coraggiosa, dato che sarà ricevuta male dopo la relazione della Gran Giuria.

“Possiedi sufficienti elementi per ‘giustificare’ le tue azioni e distinguere tra ciò che significa nascondere crimini o non occuparsi dei problemi, e commettere qualche errore”, ha scritto papa Francesco. “Tuttavia, la tua nobiltà ti ha portato a non scegliere questa via di difesa. Di questo sono orgoglioso e ti ringrazio”.

Questo non è del tutto vero. Quando è stato pubblicato il rapporto della Gran Giuria, il cardinale Wuerl ha aperto un sito web speciale proprio per difendere il suo operato a Pittsburgh. È stato un errore di calcolo così grave dello stato d’animo del pubblico che il cardinale Wuerl ha chiuso il sito web nell’arco di un solo giorno.

Su molte altre questioni – catechesi, educazione cattolica, formazione sacerdotale – il cardinale Wuerl è stato esemplare ed ha più che meritato l’elogio che Papa Francesco gli ha riconosciuto.

È stata la questione McCarrick che lo ha buttato giù. Precisamente, la sua ripetuta insistenza che egli non sapeva del cardinale McCarrick fino a quando l’arcidiocesi di New York ha annunciato a giugno che un’accusa di abuso sessuale di minorenne era stata “provata”.

I suoi sacerdoti non gli hanno creduto. Hanno pensato che stesse mentendo in pubblico e che stesse mentendo a loro. Quando l’arcivescovo Carlo Viganò ha scritto che il cardinale Wuerl “mente spudoratamente” nella sua “testimonianza” pubblicata a fine agosto, confermò le conclusioni a cui erano già arrivati molti sacerdoti di Washington.

Ulteriori dettagli della testimonianza dell’arcivescovo Viganò sono stati successivamente confermati dal Vaticano, da ultimo dal cardinale Marc Ouellet, prefetto della Congregazione per i vescovi, che ha riconosciuto che i nunzi di Washington erano stati informati del caso dell’arcivescovo McCarrick e delle restrizioni impostegli.

E’ semplicemente impossibile che il nunzio di Washington, comunicando le restrizioni della Santa Sede riguardo all’Arcivescovo McCarrick per gli abusi sessuali, non avesse detto al Cardinale Wuerl di ciò che si stava facendo al suo predecessore, ancora residente nell’arcidiocesi.

Ma non è necessario concludere che il cardinale Wuerl mentisse sulla sua ignoranza nei confronti del suo predecessore; il fattore importante nelle sue dimissioni ora è che non sia riuscito a convincere i suoi sacerdoti che stava dicendo la verità.

E qui, forse, si trova una pietra miliare significativa nella riforma in corso del clero.

I sacerdoti, infatti, hanno molta esperienza riguardo al fatto che i loro vescovi non dicano tutta la verità. O di quando parlano in un modo, anche se tecnicamente veritiero, che mira più ad oscurare che a rivelare. Oppure, a volte, di quando raccontano menzogne, in maniera pura e semplice.

Una cultura della menzogna clericale può prendere piede al punto che le violazioni dell’Ottavo Comandamento non hanno più il potere di scioccare e sono trattate come routine. E quando la cultura clericale si adatta alle violazioni di routine dell’Ottavo Comandamento, le questioni che violano il Settimo Comandamento – appropriazione indebita, frode, furto – e il Sesto Comandamento – mancanza di castità di ogni tipo, compresi gli abusi sessuali – non rimangono molto indietro.

Può darsi che i sacerdoti di Washington, dopo la Pennsylvania, dopo McCarrick, fossero solo stanchi di una cultura meno che franca.

Il cardinale Wuerl non è stato aiutato dal cardinale Kevin Farrell, ora a Roma, ma in precedenza vicario generale del cardinale McCarrick a Washington per sei anni. Il cardinale Farrell, pur insistendo nell’ottobre 2017 sul fatto che “sapeva tutto” su ciò che accadeva a Washington, si è dichiarato scioccato dal fatto che ci fosse qualcosa di negativo in merito all’arcivescovo McCarrick. Questa negazione è stata ampiamente accolta con incredulità.

Quanto profonda può andare la cultura della menzogna clericale?

Si pensi lo scorso marzo, quando Mons. Dario Viganò, prefetto della Segreteria vaticana per le comunicazioni (attenzione, da non confondere con l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, già Nunzio Apostolico negli USA ndr) – il responsabile delle comunicazioni della Santa Sede – ha manipolato una lettera del papa emerito Benedetto XVI per far sembrare che stesse appoggiando una serie di opuscoli sulla teologia di papa Francesco. Benedetto si era rifiutato di farlo, e gli erano state fornite esplicite ragioni per cui non avrebbe appoggiato il progetto. Quando è stato colto nella sua manipolazione, mons. Viganò ha palesemente mentito su ciò che aveva fatto.

La conseguenza? Si dimise come prefetto, ma fu subito insediato in una nuova posizione dirigenziale creata per lui nello stesso dipartimento delle comunicazioni, quella di “assessore” – una sorta di vice del prefetto. Il fatto che il capo delle comunicazioni vaticane non sia stato licenziato del tutto per falsificazioni deliberate e menzogne sul papa emerito è un’indicazione di quanto possa essere radicata una cultura della menzogna clericale.

Le dimissioni del cardinale Wuerl pongono fine a decenni di servizio che sarà danneggiato, almeno per un certo tempo, fino a quando non sarà possibile un apprezzamento più pieno. Ma le dimissioni potrebbero servire anche ad un altro scopo, quello di purificare la cultura del clero da uno dei suoi vizi più gravi, il non dire la verità.

 

Fonte: National Catholic Register




MONS. VIGANO’, FAKE NEWS: LA SPINTA ALLA TRASPARENZA SUL WEB “E’ ASSOLUTAMENTE URGENTE”

Elise Harris, in un suo articolo pubblicato ieri su Catholic News Agency (qui), riporta che Mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede fino al 21 marzo 2018, ha tenuto una relazione nell’ambito di un convegno, tenutosi in Vaticano, co-organizzato dal Pontificio Consiglio della Cultura e dalla Fondazione CURA. La sessione in cui ha parlato era parte di un complesso di incontri tenutosi tra il 14 ed il 20 di aprile scorso ed intitolato “Uniti per curare”, che ha visto riuniti medici, scienziati e celebrità come Katy Perry e Orlando Bloom per parlare dei nuovi sviluppi nella medicina. Di tale articolo riprendo qualche stralcio, nella mia traduzione.

Foto: mons. Dario Edoardo Viganò (Daniel Ibanez/ CNA)

Foto: mons. Dario Edoardo Viganò (Daniel Ibanez/ CNA)

Nei suoi commenti durante il panel, Viganò ha detto che la spinta per la trasparenza sul web, soprattutto quando si tratta di grandi organizzazioni, “è assolutamente urgente”.

Egli ha suggerito di leggere un libro sul “lavoro del giornalista”, che delinea il “paradigma” tra un medico e un giornalista, sostenendo che mentre il medico influenza il benessere fisico dei suoi pazienti, un giornalista influenza il benessere mentale dei suoi lettori.

“Il giornalista, come il medico, ha la capacità di avvelenare i suoi lettori [ma] con una differenza, che è quella che il giornalista può avvelenare più lettori di quanto possa fare un medico con i suoi pazienti”, ha detto.

Viganò ha detto che questo fatto significa che per i giornalisti è necessaria una “grande responsabilità etica”, e che questa responsabilità cresce con l’aumentare del pericolo di notizie false (le fake news, ndr).

Riferendosi alla conversazione tra Adamo, Eva e il serpente nel giardino dell’Eden, Viganò ha detto che il commento del serpente – “È vero che Dio ti ha detto che morrai se mangerai del frutto dell’albero della vita”? è un classico esempio di notizie false sotto forma di disinformazione.

Le notizie false hanno una dinamica mimetica“, ha detto, spiegando che essa non sembra falso immediatamente, dal momento che nella stessa probabilmente sono contenuti alcuni elementi di verità. Questo, ha detto, è il motivo per cui “è molto importante in questo momento ricordare la grande responsabilità etica”.

Con il rapido cambiamento dei media, che si basano sempre più su piattaforme digitali piuttosto che su mezzi tradizionali come i giornali, la conoscenza non viene più comunicata attraverso uno specifico “percorso pedagogico”, ma viene condivisa attraverso reti di vasta portata e non specifiche.

“Con questa conoscenza, o questa presunta conoscenza, tutti bevono attraverso l’interfaccia“, e questo crea una situazione complessa, ha detto Viganò, perché gli utenti che navigano in internet probabilmente non hanno una “attenzione alla falsificazione” o un “ascetismo all’interrogarsi”, il che significa che sono più vulnerabili alle notizie false.

Molti mezzi di comunicazione, come i blog, diventano rapidamente le loro piccole aziende, pubblicando notizie che pensano risuoneranno nell’ambito di persone appartenenti ad un determinato specifico gruppo, rendendo più facile produrre e condividere informazioni false con il fine di ottenere clic, ha detto.

E mentre la comunicazione medica è più mirata e personale, i media digitali e i social network sono globali, il che significa che il fattore di rischio è più alto, ha aggiunto.

Fin qui l’articolo della Harris.

Che dire? Tutto giusto, giustissimo quello che ha detto mons. Viganò sulle fake news.

Ricordiamo a beneficio del lettore che Viganò è stato prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede fino al 21 marzo 2018, che è la data di accettazione delle sue dimissioni da parte del papa (qui) poiché è stato al centro di uno scandalo mediatico di enormi proporzioni, chiamato “Lettergate” (qui).

Il tutto iniziò il 12 marzo scorso quando, alla vigilia del quinto anno di pontificato di papa Francesco, quando fu lanciata una collana di 11 volumi intitolata “La teologia di papa Francesco“, edita dalla Libreria Editrice Vaticana. Mons. Viganò, nel tentativo di dare alla collana un lancio mediatico a livello mondiale, lesse in sala stampa con molta enfasi una lettera del papa emerito Benedetto XVI che lodava la formazione teologica e filosofica di Francesco e, contemporaneamente, fu diffusa una foto (vedi sotto) della stessa lettera.

Qualche giorno dopo, proprio a seguito di un approfondimento della notizia e dell’analisi della foto da parte di giornalisti, venne fuori che il testo della lettera di papa Benedetto pubblicata non riportava tutto quello che era stato letto da Viganò in sala stampa, che, a sua volta, era mancante della parte più importante della lettera, quella in cui papa Benedetto scriveva di non aver letto gli undici volumetti e che non aveva alcuna intenzione di farlo. Anzi, in quel passo non letto, Benedetto mostrava una certa irritazione e tutta la sua meraviglia per il fatto che la Libreria Editrice Vaticana avesse incaricato come autori dei volumetti alcuni che in passato avevano aspramente attaccato lui e papa Giovanni Paolo II. Infine, ancora più grave, perché venivano violati gli standard internazionali di correttezza giornalistica, la fotografia della lettera e dei volumetti era stata sfuocata ad arte in alcuni punti e la posizione dei volumetti nascondeva quest’ultima parte della lettera che, come detto, non era stata letta in sala stampa.  

A seguito della forte pressione mediatica sviluppatasi, la segreteria pubblicò la lettera completa del 17 marzo (qui), che si disse essere riservata e che per questo non destinata ad essere pubblicata nella sua interezza.

Tutto ciò portò alle dimissioni di mons. Viganò. Papa Francesco nominò prefetto ad interim Mons. Lucio Ruiz, ex segretario del dicastero, ma chiese a Vigano di continuare a svolgere un ruolo consultivo, che continua a svolgere.

di Sabino Paciolla

Foto lettera Papa Benedetto XVI a Papa Franceco su libri

Foto lettera Papa Benedetto XVI a Papa Franceco su libri




VIGANÒ, CON LA LETTERA DI PAPA BENEDETTO, HA RESO EVIDENTE IL VERO TERRENO DI SCONTRO

VIGANÒ, CON LA LETTERA DI PAPA BENEDETTO, HA RESO EVIDENTE IL VERO TERRENO DI SCONTRO

Il dramma della cattiva comunicazione seguito alla pubblicazione del testo integrale della lettera di Benedetto XVI, anticipata parzialmente da Viganò, ha avuto l’effetto di rivelare una strategia teologica che sembra aver luogo senza che papa Francesco ne sia a conoscenza.

Molto interessante questa analisi di Andrea Gagliarducci pubblicata ieri, 22 marzo, sul Catholic News Agency (qui).

Eccola nella mia traduzione.

Foto: Piazza San Pietro a Roma

Foto: Piazza San Pietro a Roma

La storia della lettera di Benedetto XVI (vedi anche qui) e le problematiche di comunicazione che ha sollevato, soprannominata “Lettergate”, hanno portato, tra l’altro, alle dimissioni di un prefetto (leggi anche qui).

Ma ha anche avuto l’effetto di rivelare l’agenda che sta dietro alcune discussioni, vale a dire, pezzi di un piano strategico teso a minare l’insegnamento tradizionale della Chiesa cattolica, in particolare per quanto riguarda l’enciclica Humanae Vitae.

Le reazioni alla pubblicazione di sabato del testo integrale della lettera rivelano un certo risentimento tra i sostenitori dell’“agenda della misericordia”, quelli di Roma che spingono per un cambiamento nella dottrina della Chiesa.

Un esempio particolare è un post sul blog del teologo italiano Andrea Grillo, scritto dopo la pubblicazione del testo integrale della lettera da parte dell’Ufficio Stampa della Santa Sede.

Grillo, professore di teologia presso la Pontificia Università Sant’Anselmo, intitolava il suo blog “La lettera della discordia: troppe parole ingiuste e il silenzio degli innocenti” (leggi qui).

Nel 2017, Grillo ha criticato Benedetto XVI per essersi espresso in un contesto pubblico dopo le sue dimissioni. Dopo che il Papa emerito ha scritto la prefazione di un libro popolare del cardinale Robert Sarah, Grillo ha detto in un’intervista (leggi qui) che “per il futuro, in caso di dimissioni del papa, saranno necessarie norme che regolino in modo più acuto e sicuro la ‘morte istituzionale’ del predecessore e la piena autorità del successore”.

Grillo ha menzionato questa critica all’inizio del suo recente post sul blog. Ha continuato a criticare Benedetto, questa volta per le sue osservazioni (scritte nella lettera a Viganò, ndr) su un teologo che ha scritto uno dei libri su Francesco.

Grillo ha detto che la lettera di Benedetto XVI mostra “acrimonia e unilateralità di giudizio su un teologo come P. Huenermann, del quale presenta un profilo distorto e ingiusto”. (Grillo) ha criticato il Papa emerito per aver “giudicato il grande teologo solo con la misura della censura”.

(Come considerazione a parte, bisogna dire che Benedetto XVI sapeva molto bene quello che diceva su Huenermann: come ex Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, conosceva bene come i libri di padre Huenermann fossero monitorati e controllati. Inoltre, egli non descriveva P. Huenermann come ‘nemico dei papi’, come ha scritto Grillo, ma come uomo che ha attaccato con virulenza l’autorità magisteriale del papa. Cioè, di qualsiasi papa in qualsiasi epoca.)

Il post di Grillo criticava anche Mons. Dario Edoardo Viganò, prefetto del Segretariato per la Comunicazione, soprattutto perché chiedeva a Benedetto XVI di rompere il suo silenzio, e poi perché aveva usato solo una parte della risposta del Papa emerito.

Ma è la parte finale del suo post che è più rivelatore. Grillo elogia Francesco per “aver rotto il silenzio”, superando il “maldestro silenzio che aveva paralizzato il magistero per trent’anni”, mentre la Chiesa “faceva credere che l’autorità magisteriale ‘non avesse il potere’ di cambiare nulla in campo matrimoniale, ministeriale, liturgico, ecumenico, giuridico e curiale”.

Grillo criticava quella che chiamava “la Chiesa immobile del passato rispetto all’attuale Chiesa viva, che aveva bisogno di “teologi vivaci” come padre Huenermann, che “ha continuato a parlare anche quando il magistero voleva dai teologi solo silenzio o applausi”.

Il post del blog si conclude con una nota critica sul Papa emerito, il quale, ha detto, “ha promesso solennemente di tacere”, ma “ha parlato senza prudenza”.

Il post (di Grillo), nel complesso, sembra essere una lunga critica al pontificato di Papa Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. (Grillo, nel post) si preoccupa di suggerire che papa Francesco permetta il rinnovamento di un’agenda teologica progressista, anche senza un reale sostegno a tale rivendicazione.

Un’analisi curiosa, in una discussione che è iniziata mostrando una continuità intellettuale tra Benedetto XVI e Papa Francesco.

Ma chiedendo una “nuova discussione teologica”, Grillo suggerisce l’intenzione di sostenere posizioni teologiche in discontinuità con l’insegnamento tradizionale della Chiesa (leggi anche qui).

In breve, la reazione di Grillo riassume tutte le attuali problematiche in gioco: una sorta di “rivendicazione” dell’autoproclamata “teologia conciliare” che guarda al Concilio Vaticano II attraverso le lenti della discontinuità; un timore per le parole del Papa emerito, il cui giudizio è sempre sentito, anche da Papa Francesco; una spinta a rovesciare l’insegnamento cattolico, che si trasforma in acredine quando la discussione prende una piega inaspettata.

Se questo fosse solo il punto di vista di un teologo, sarebbe una cosa. Ma Grillo è una sorta di stella nascente nel mondo accademico italiano, guadagnando sempre più trazione nel dibattito pubblico, e anche nel mondo accademico.

In particolare Grillo è stato inserito tra i docenti del Corso di Alta Formazione intitolato: “Assistenza alle famiglie con specializzazione pastorale” (leggi qui).

Il corso è organizzato dall’Istituto Ecclesia Mater della Pontificia Università Lateranense ed è patrocinato dall’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia della Conferenza Episcopale Italiana.

Il percorso si snoda su tre estati, nella pittoresca località montana di Madonna di Campiglio, nel nord Italia (Dolomiti, ndr) (vedi qui).

Grillo insegnerà “La storia della famiglia nella storia della Chiesa”, affrontando la Familiaris Consortio e l’Amoris Laetitia.

Il corso è una sorta di replica di un’altra scuola estiva, quella sponsorizzata dall’Istituto di Studi sul Matrimonio e la Famiglia di Giovanni Paolo II, il “Diploma in ministro della Pastorale Familiare”.

Questa scuola estiva, come la nuova, è offerta a persone senza laurea teologica, si è svolta su tre estati, ed è stata patrocinata dalla Conferenza Episcopale Italiana.

Mentre l’Istituto Giovanni Paolo II è in un periodo di transizione, in via di riorganizzazione come Pontificio Istituto Teologico, questo nuovo corso (quello cui parteciperà Grillo, ndr), sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana, probabilmente cannibalizzerà il vecchio istituto estivo (cioè lo farà sparire, ndr). Ma il metodo teologico sarà molto diverso.

Questa mossa mostra la lotta esistente dietro il sipario per riformulare l’insegnamento cattolico.

Gli insegnanti dell’Istituto Giovanni Paolo II non torneranno indietro. La presentazione del libro “Karol Wojtyla and Humanae Vitae” è stato un chiaro campo di battaglia teologico, e non c’è da stupirsi che il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, sia stato abbastanza duro da dire che “ribaltare l’insegnamento di Humanae Vitae è un crimine contro la Chiesa” (leggi qui).

A seguito della discussione sul libro, Mons. Livio Melina, ex presidente dell’Istituto (Giovanni Paolo II), ha scritto un articolo per denunciare la strategia tesa a contrastare una raffigurazione “buona e flessibile” di Paolo VI con una raffigurazione “rigida e dottrinale” di Giovanni Paolo II.

Alla fine, il dramma della cattiva comunicazione seguito alla pubblicazione del testo integrale della lettera di Benedetto XVI ha avuto l’effetto di rivelare una strategia teologica che sembra aver luogo senza che papa Francesco ne sia a conoscenza.

Resta da vedere come si svilupperà questa strategia. Ma è bene guardare ai mesi a venire.

https://www.catholicnewsagency.com/news/analysis-benedict-xvis-letter—what-the-reaction-revealed-84625




SI È DIMESSO MONS. VIGANÒ

SI È DIMESSO MONS. VIGANÒ

Ne abbiamo parlato qui, qui e qui.

Fonte: Vatican Press

Foto: lettera dimissioni di mons. Dario Viganò

Foto: lettera di dimissioni di mons. Dario Viganò

Foto: lettera risposta di Papa Francesco alle dimissioni di mons. Viganò

Foto: lettera di risposta di Papa Francesco alle dimissioni di mons. Viganò




CASO VIGANO’, LA LETTERA DI BENEDETTO E LA CATTIVA GESTIONE

Mons. Viganò

foto: Mons. Viganò – credit Daniel Ibanez/CNA

CASO VIGANO’, LA LETTERA DI BENEDETTO E LA CATTIVA GESTIONE

I tre errori commessi e le conseguenze mediatiche non volute.

Quello che nelle intenzioni di mons. Viganò, Prefetto della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, doveva essere un grande contributo teologico e filosofico del papa emerito Benedetto a favore di papa Francesco, nella ricorrenza del suo quinto anniversario di pontificato, si è trasformato nel classico boomerang, fonte di accese polemiche, foriero di potenziali danni di credibilità per la Sala Stampa Vaticana e, in definitiva, per il Vaticano stesso.

Quel contributo era stato richiesto con una lettera da mons. Viganò a Benedetto, e questi aveva risposto con un’altra su cui è sorto un piccolo giallo. A questo proposito si veda il mio precedente post (qui).

Ma perché parlo di boomerang? Essenzialmente per tre ragioni, ovvero tre errori.

Primo errore. Credo che mons. Viganò abbia fatto una manchevolezza nel chiedere al papa emerito di scrivere un contributo “denso” di riflessioni filosofiche e teologiche, e ciò per un semplicissimo motivo: abbiamo a che fare con due papi, uno emerito ed uno in carica. Come noto, quella della compresenza delle due figure è una situazione assolutamente eccezionale. Per trovarne una simile bisogna risalire indietro nei secoli. Per sua natura, questa è una situazione molto delicata, che avrebbe dovuto sconsigliare quella richiesta. Infatti, un giudizio, sia pure sotto forma di riflessione filosofico-teologica, avrebbe significato una valutazione di un papa su un altro papa. Cosa, a mio parere, da evitare nel modo più assoluto. Soprattutto in questo momento in cui la Chiesa è attraversata da tensioni di un certo livello. Avrebbe ancor più sconsigliato quella richiesta il fatto che i volumetti non riportano le opere di papa Francesco, ma riflessioni di teologi sull’insegnamento del papa regnante. Una strana triangolazione. Un papa emerito che esprime una riflessione sul papa a partire da opere di terzi che riflettono a loro volta sul magistero del papa. Una personalità di levatura filosofica e teologica notevolissima e riconosciuta come quella del papa emerito, esprime il suo pensiero quando e come vuole, secondo la sua sensibilità e la sua proverbiale prudenza, senza che sia sollecitato a farlo in alcun modo.

Secondo errore. Rimane un grande mistero il fatto che la lettera del papa emerito sia stata solo letta in pubblico, ma mai consegnata, anche quando ne è stata richiesta una copia. Ad oggi, a quanto mi risulta, nessuno possiede una copia. La Sala Stampa Vaticana ha trasmesso solo i primi due capoversi, mentre Magister ha trascritto il terzo da una registrazione (qui)E’ naturale che questo atteggiamento susciti dubbi e faciliti speculazioni. Se una lettera è privata, rimane privata, e non la si legge in pubblico. Se invece il suo contenuto può essere reso di pubblico dominio, allora la si rilascia in copia alla stampa, soprattutto quando è stata letta pubblicamente ad alta voce e con enfasi. Non si possono usare mezze misure, che si rivelano poi raffazzonate.  

Terzo errore. Il rilascio alla stampa della foto, corretta, in cui sono visibili la lettera ed i libri. Una foto in cui il terzo capoverso – quello in cui il papa emerito esplicita di non aver letto l’opera, di non essere in grado di farlo nel prossimo futuro sia per carenti forze fisiche sia per impegni già presi e, quindi, di non poter esprimere la riflessione richiesta – è stato in parte volutamente ritoccato a mezzo sfocatura ed in parte coperto dai libri stessi (qui), fino a non essere per nulla leggibile, mette a serio rischio la credibilità e l’autorevolezza della Sala Stampa Vaticana. In un mondo tecnologicamente globalizzato dove le informazioni girano alla velocità della luce, in un settore giornalistico dove vigono standard operativi molto rigidi (es. “Nessun elemento deve essere aggiunto o sottratto digitalmente da una fotografia”), non si possono commettere cose come quelle fatte. Soprattutto quando il prossimo 13 maggio si celebrerà la Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali intitolata: « La verità vi farà liberi (Gv 8,32). Fake news e giornalismo di pace». Nel messaggio anticipato (qui) dal Santo Padre per quella giornata si può, tra l’altro, leggere che: la disinformazione si basa su “discorsi variegati, volutamente evasivi e sottilmente ingannevoli, e si avvale talvolta di meccanismi raffinati”. Quanto successo sollecita a mantenere alta la trasparenza ed a continuare a perseguire le best-practices del settore giornalistico.

Se queste sono state le condizioni scatenanti, non ci si può poi lamentare se le conseguenze sono state simili ad una tempesta mediatica. Con accese polemiche da una parte e dall’altra.

Legittime e comprensibili quelle di chi ha visto nella lettera di Viganò a papa Benedetto seconde finalità dettate da un eccesso di zelo. Uno zelo che può diventare veramente nocivo, finendo per creare più problemi di quanti spera di risolvere.

D’altra parte, non serve a niente, anzi produce ancora più danni, il modo di argomentare di alcuni, come quello, ad esempio, di Gianni Valente su Vatican Insider, che scrive (qui): “Stare tutto il tempo a disputare sui gesti e le scelte del Papa argentino è divenuta la nuova occupazione principale di un ceto di commentatori, intellettuali e giornalisti che si alzano la palla gli uni gli altri, anche quando si sbranano o fingono di sbranarsi. (…) L’apparato lobbistico che attacca Papa Francesco, con le sue centrali globali, le connessioni internazionali e le sotto-sezioni nazionali, è in realtà un grande fattore di devastazione della Tradizione e della memoria cristiana”.  

Come si vede, quelli di Valente sono toni eccessivamente fuori dalle righe che non aiutano a rasserenare la situazione e, soprattutto, non tengono nel dovuto conto il fatto che il tutto è stato generato da una serie oggettiva di errori di gestione o propositi mal formulati.

Allo stesso modo, anche coloro che si affannano a voler dimostrare che il papa emerito Benedetto con quella lettera abbia espresso inequivocabilmente ed in maniera evidentissima il suo sostegno a papa Francesco sbagliano, perché non è quella lettera il mezzo giusto per dimostrare una certa tesi. Certamente Benedetto loda l’iniziativa editoriale che si prefigge di opporsi allo “stolto pregiudizio per cui Papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica o filosofica, mentre io sarei stato unicamente un teorico della teologia che poco avrebbe capito della vita concreta di un cristiano oggi”. Di certo riconosce la “continuità interiore” dei due papati. Quella lettera, però, è semplicemente una risposta, con frasi di cortesia, ad un’altra lettera, quella di mons. Dario Viganò, che esprimeva una precisa richiesta. Inoltre, è il caso di precisare che per capire compiutamente il tenore della lettera del papa emerito occorrerebbe conoscere il contenuto della lettera che mons. Viganò gli ha inviato. Voler trarre un significato più ampio da una lettera come quella, scritta per altro un mese prima del giorno della sua lettura (la vigilia del quinto anniversario del pontificato di papa Francesco), appare francamente una forzatura.

Del resto, Benedetto ha espresso chiaramente la sua fedeltà e gratitudine a papa Francesco in altre circostanze.

Credo, in conclusione, che la cosa più ragionevole da farsi sia, da una parte, quella di lasciare in pace il papa emerito, che più volte ha implicitamente espresso il desiderio di non essere tirato in ballo da alcuno e, dall’altra, quella di riconoscere le manchevolezze occorse.    




IL VATICANO HA AMMESSO DI AVER ALTERATO LA FOTO DELLA LETTERA DI PAPA BENEDETTO

Foto lettera Papa Benedetto XVI a Papa Franceco su libri

Foto: servizio del Vaticano

“IL VATICANO HA AMMESSO DI AVER ALTERATO LA FOTO DELLA LETTERA DI PAPA BENEDETTO”

L’Associated Press riporta che il Vaticano ha ammesso oggi, mercoledì 14 marzo, di aver alterato una foto inviata ai media di una lettera del papa emerito Benedetto XVI scritta a proposito di Papa Francesco. La manipolazione ha cambiato il significato dell’immagine in un modo che ha violato gli standard del settore del fotogiornalismo.

Riprendo l’articolo di Nicole Winfield pubblicato oggi su Associated Press news (qui), nella mia traduzione. La stessa notizia è rilanciata dal Catholic Herald (qui) e da CNA (qui). Per ulteriore approfondimento vedi anche qui.

Ecco l’articolo dell’Associated Press.

L’ufficio delle comunicazioni del vaticano ha rilasciato la foto della lettera lunedì alla vigilia dell’anniversario quinquennale di Francesco. La lettera è stata citata da monsignor Dario Viganò, capo delle comunicazioni, per confutare i critici di Francesco che mettono in discussione il suo peso teologico e filosofico e dicono che (Francesco, ndr) rappresenta una rottura con l’impostazione dottrinale del papato di Benedetto.

Nella parte della lettera che è leggibile nella foto, Benedetto ha elogiato una nuova collana di libri sulla teologia di Francesco come prova dello “stolto pregiudizio” dei suoi critici. Il progetto del libro, ha scritto Benedetto, “aiuta a vedere la continuità interiore tra i due pontificati, con tutte le differenze di stile e temperamento”.

Il Vaticano ha ammesso mercoledì di aver sfuocato le due righe finali della prima pagina dove Benedetto comincia a spiegare che in realtà non ha letto i libri in questione. (Benedetto, ndr) Scrive che non può contribuire alla valutazione teologica di Francesco come richiesto da Viganò perché ha altri progetti da fare.

Un portavoce vaticano, parlando sotto la condizione di anonimato, non ha spiegato perché la Santa Sede abbia sfuocato le linee se non per dire che non intendeva che la lettera fosse completamente rilasciata. Tutta la seconda pagina della lettera, infatti, è coperta nella foto da una pila di libri, con appena visibile la piccola firma di Benedetto, per dimostrarne l’autenticità.

Il contenuto mancante ha alterato in modo significativo il significato delle citazioni che il Vaticano ha scelto di evidenziare, che sono state ampiamente raccolte dai media. Quelle citazioni suggerivano che Benedetto aveva letto i volumi, ne era d’accordo ed ne aveva dato piena approvazione e valutazione. La sistemazione della foto è significativa perché i mezzi di informazione si affidano ai fotografi vaticani per le immagini del papa in eventi che sono altrimenti chiusi ai media indipendenti.

Viganò ha letto le parti della lettera durante una conferenza stampa di lancio della collana, comprese le linee sfocate. Un giornalista che ha partecipato alla presentazione, Sandro Magister, ha trascritto i commenti di Viganò e li ha pubblicati sul suo blog. Ma Viganò non ha letto tutta la lettera. Il Vaticano non ha risposto alla richiesta di vedere il testo completo.

La maggior parte dei media indipendenti, tra cui The Associated Press, seguono standard rigorosi che vietano la manipolazione digitale delle foto.

“Nessun elemento deve essere aggiunto o sottratto digitalmente da una fotografia”, leggere le norme AP, che sono considerate lo standard industriale tra le agenzie di stampa.

Viganò dirige il nuovo Segretariato Vaticano per le Comunicazioni, che ha portato tutti i media vaticani sotto un unico ombrello nel tentativo di ridurre i costi e migliorare l’efficienza, come parte degli sforzi di riforma di Francesco. Il recente messaggio dell’ufficio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali della Chiesa ha denunciato “notizie false” come male ed ha esortato i media a cercare la verità.

Mons. Viganò

foto: Daniel Ibanez/CNA