Contro la confusione dottrinale e il modernismo teologico, ritornare al tomismo (e alla Veritatis Splendor).

Per gentile concessione del prof. Maurizio Moscone, riporto una sua riflessione sul pensiero di san Tommaso d’Aquino in vista della conferenza che terrà il 26 marzo assieme al prof. Stanislaw Gryegel, amico personale di papa Giovanni Paolo II. Durante l’incontro, organizzato in occasione il centenario della nascita di Karol Wojtyla, verranno presentati i due ultimi libri del prof. Moscone: “Da Cartesio alla Rivoluzione Francese” (Cantagalli 2019) e “Metafisica. Una sintesi tomistica (Aracne 2020).

 

Maurizio Moscone libro

La crisi in atto oggi nella Chiesa risale al periodo del post-Concilio, quando un’errata interpretazione del Concilio Vaticano II promossa e diffusa da teologi, che si erano allontanati dal tomismo, indusse molti presbiteri a seguire teorie filosofiche e teologiche in contrasto con la tradizione e il magistero della Chiesa.

La confusione dottrinale che ne seguì comportò (e comporta oggi) una profonda crisi di fede tra i sacerdoti, come testimoniato dalla meditazione svolta durante la Via Crucis del 2005, dall’allora card. Joseph Ratzinger: «Quante volte celebriamo soltanto noi stessi senza neanche renderci conto di lui! Quante volte la sua Parola viene distorta e abusata! Quanta poca fede c’è in tante teorie, quante parole vuote! Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia, quanta autosufficienza!» (J. Ratzinger, Via Crucis al Colosseo, IX stazione, Roma, Venerdì Santo 2005).

Certamente la crisi di fede ha investito in larga parte tutto il popolo di Dio, fino al punto da fare affermare a san Giovanni Paolo II che «la cultura europea dà l’impressione di una “apostasia silenziosa” da parte dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse» (Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa, n. 9, Roma, 28 giugno 2003).

Il card. Robert Sarah parla non di crisi, ma di “crollo” della fede, di cui sono “primariamente” responsabili i preti. Sostiene infatti: «Sono convinto che la responsabilità primaria del crollo della fede debba essere assunta dai preti. Nei seminari e nelle università cattoliche non abbiamo sempre insegnato la dottrina. Abbiamo insegnato quel che ci piaceva» (R. Sarah, Intervista a Valeurs Actuelles, La Chiesa è immersa nell’oscurità del venerdì santo).

In effetti oggi nei seminari e nelle università cattoliche si sta affermando sempre più una nuova forma di modernismo rappresentato da teologi che si sono formati alla scuola di Kant, di Hegel e di Heidegger e hanno elaborato una inedita teologia che è una sintesi del pensiero dei suddetti filosofi.

A questa situazione si può porre rimedio proponendo nuovamente alle istituzioni educative cattoliche il pensiero tomista, cioè quella corrente filosofica e teologica che si ispira a san Tommaso d’Aquino, cioè al pensatore definito da san Giovanni Paolo II “apostolo della verità” (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, Roma, 14 settembre 1998, n. 44), punto di riferimento stabile per tutti i Papi che si sono succeduti dal Concilio di Trento fino al Papa attuale.

Papa Francesco, infatti, rispondendo a una domanda rivoltagli da un gesuita riguardante l’Amoris laetitia, ha affermato: «Alcuni sostengono che sotto Amoris laetitia non c’è una morale cattolica o, quantomeno, non è una morale sicura, su questo voglio ribadire con chiarezza che la morale dell’Amoris laetitia è tomista, quella del grande Tommaso» (Francesco, “La grazia non è un’ideologia”. Un incontro privato del Papa con alcuni gesuiti colombiani, in “Civiltà Cattolica”, quaderno 4015, vol. IV, 7 ottobre 2017, p. 10).

Il libro che viene presentato, intitolato M. Moscone, Metafisica. Una sintesi tomista, (Aracne 2019), è un sussidio didattico rivolto, oltre ai cultori della filosofia, in particolare ai seminaristi e intende essere un contributo per la riscoperta del tomismo.

Il tomismo è quella corrente filosofica che si ispira a san Tommaso d’Aquino, il quale come afferma san Giovanni Paolo II, «amò in maniera disinteressata la verità. Egli la cercò dovunque essa si potesse manifestare, evidenziando al massimo la sua universalità. In lui, il Magistero della Chiesa ha visto ed apprezzato la passione per la verità; il suo pensiero, proprio perché si mantenne sempre nell’orizzonte della verità universale, oggettiva e trascendente, raggiunse “vette che l’intelligenza umana non avrebbe mai potuto pensare”» (Giovanni Paolo II, Fides et ratio, n. 44).

Giovanni Paolo II ha fortemente rivalutato il pensiero di san Tommaso, soprattutto nel campo della teologia morale, nel quale, come afferma Benedetto XVI, si è affermata un’etica relativista. La sua enciclica Veritatis Splendor del 1993 è un faro di luce per tutti coloro che ricercano dei criteri oggettivi per distinguere ciò che è assolutamente bene e ciò che è assolutamente male.

Gli insegnamenti morali contenuti nell’enciclica devono essere riproposti nelle università cattoliche e nei seminari per riaffermare i principi immutabili della morale cattolica e aiutare, soprattutto le nuove generazioni, a sapere discernere ciò è bene in sé e ciò che è male in sé, e superare, di conseguenza, il relativismo morale oggi imperante anche nelle istituzioni cattoliche.

L’attualità e la fecondità del pensiero di Giovanni Paolo II riguarda svariati ambiti: soprattutto l’antropologia filosofica e teologica, l’arte, la storia.
Leggendo e rileggendo i suoi scritti si trovano spunti di riflessione che necessitano di essere approfonditi a vari livelli: filosofici, teologici, storici, artistici.

Personalmente, rileggendo Fides et RatioMemoria e identità e Varcare le soglie della speranza, ho rilevato un filo logico che, secondo il Papa, collega la filosofia moderna, in particolare cartesiana, l’Illuminismo, la Rivoluzione francese e le odierne “ideologie del male”.

Ho voluto approfondire sul piano filosofico e storico questo percorso tracciato da Giovanni Paolo II scrivendo il libro: M. Moscone, Da Cartesio alla Rivoluzione francese. Il cammino tracciato da san Giovanni Paolo II, Cantagalli, Siena 2019, che viene presentato insieme a Metafisica. Sintesi tomista, Aracne, Roma 2019, con lo scopo di evidenziare la fecondità e l’attualità del pensiero del grande Papa polacco.

I libri verranno presentati dal Prof. Stanislaw Gryegel, giovedì 26 marzo 2020 alle ore 21, presso la Parrocchia San Cipriano. Via di Torrevecchia 169, Roma.

 

Locandina su San Giovanni Paolo II

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La Chiesa non può mai rinunciare al «principio della verità e della coerenza, per cui non accetta di chiamare bene il male e male il bene»

Papa San Giovanni Paolo II

La dottrina della Chiesa e in particolare la sua fermezza nel difendere la validità universale e permanente dei precetti che proibiscono gli atti intrinsecamente cattivi è giudicata non poche volte come il segno di un’intransigenza intollerabile, soprattutto nelle situazioni enormemente complesse e conflittuali della vita morale dell’uomo e della società d’oggi: un’intransigenza che contrasterebbe col senso materno della Chiesa. Questa, si dice, manca di comprensione e di compassione. Ma, in realtà, la maternità della Chiesa non può mai essere separata dalla sua missione di insegnamento, che essa deve compiere sempre come Sposa fedele di Cristo, la Verità in persona: «Come Maestra, essa non si stanca di proclamare la norma morale… Di tale norma la Chiesa non è affatto né l’autrice né l’arbitra. In obbedienza alla verità, che è Cristo, la cui immagine si riflette nella natura e nella dignità della persona umana, la Chiesa interpreta la norma morale e la propone a tutti gli uomini di buona volontà, senza nasconderne le esigenze di radicalità e di perfezione».

In realtà, la vera comprensione e la genuina compassione devono significare amore alla persona, al suo vero bene, alla sua libertà autentica. E questo non avviene, certo, nascondendo o indebolendo la verità morale, bensì proponendola nel suo intimo significato di irradiazione della Sapienza eterna di Dio, giunta a noi in Cristo, e di servizio all’uomo, alla crescita della sua libertà e al perseguimento della sua felicità.

Nello stesso tempo la presentazione limpida e vigorosa della verità morale non può mai prescindere da un profondo e sincero rispetto, animato da amore paziente e fiducioso, di cui ha sempre bisogno l’uomo nel suo cammino morale, spesso reso faticoso da difficoltà, debolezze e situazioni dolorose. La Chiesa che non può mai rinunciare al «principio della verità e della coerenza, per cui non accetta di chiamare bene il male e male il bene», deve essere sempre attenta a non spezzare la canna incrinata e a non spegnere il lucignolo che fumiga ancora (cf Is 42,3). Paolo VI ha scritto: «Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsi con la pazienza e la bontà di cui il Signore stesso ha dato l’esempio nel trattare con gli uomini. Venuto non per giudicare ma per salvare (cf Gv 3,17), Egli fu certo intransigente con il male, ma misericordioso verso le persone»

 

 

Fonte: Veritatis Splendor, n.95




Dichiarazione sulle verità riguardanti alcuni degli errori più comuni nella vita della Chiesa nel nostro tempo

Card. Raymond Leo Burke e arciv. Athanasius Schneider

Card. Raymond Leo Burke e arciv. Athanasius Schneider

 

I fondamenti della fede

1. Il senso corretto delle espressioni “tradizione vivente”, “Magistero vivente”, “ermeneutica della continuità” e “sviluppo della dottrina” include la verità che qualunque nuova comprensione del deposito della fede non può essere contraria a quanto la Chiesa ha sempre proposto nello stesso dogma, nello stesso senso e nello stesso significato (cfr. Concilio Vaticano I, Dei Filius, 3, cap. 4, “in eodem dogmate, eodem sensu, eademque sententia“).

2. Il significato delle formule dogmatiche nella Chiesa “rimane sempre vero e coerente, anche quando è maggiormente chiarito e meglio compreso”. Quindi è sbagliato sostenere: primo, “che le formule dogmatiche (o qualche categoria di esse) non possono manifestare la verità determinatamente, ma solo delle sue approssimazioni cangianti, che sono, in certa maniera, deformazioni e alterazioni della medesima”; secondo, “che le stesse formule, inoltre, manifestano soltanto in modo indefinito la verità, la quale deve essere continuamente cercata attraverso quelle approssimazioni”. Quindi, “chi la pensasse così, non sfuggirebbe al relativismo dogmatico e falsificherebbe il concetto d’infallibilità della Chiesa, relativo alla verità da insegnare e ritenere in modo determinato” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione Mysterium Ecclesiae circa la dottrina cattolica sulla Chiesa per difenderla da alcuni errori d’oggi, 5).

Il Credo

3. “Il Regno di Dio, cominciato quaggiù nella Chiesa di Cristo, non è di questo mondo, la cui figura passa; e la sua vera crescita non può esser confusa con il progresso della civiltà, della scienza e della tecnica umane, ma consiste nel conoscere sempre più profondamente le imperscrutabili ricchezze di Cristo, nello sperare sempre più fortemente i beni eterni, nel rispondere sempre più ardentemente all’amore di Dio, e nel dispensare sempre più abbondantemente la grazia e la santità tra gli uomini. (…) L’intensa sollecitudine della Chiesa, Sposa di Cristo, per le necessità degli uomini, per le loro gioie e le loro speranze, i loro sforzi e i loro travagli, non è quindi altra cosa che il suo grande desiderio di esser loro presente per illuminarli con la luce di Cristo e adunarli tutti in Lui, unico loro Salvatore. Tale sollecitudine non può mai significare che la Chiesa conformi sé stessa alle cose di questo mondo, o che diminuisca l’ardore dell’attesa del suo Signore e del Regno eterno” (Paolo VI, Lettera apostolica Solemni hac liturgia -Credo del Popolo di Dio-, 27). È quindi erronea l’opinione di chi afferma che Dio è glorificato principalmente dal progresso delle condizioni temporali e terrene dell’umanità.

4. Dopo l’istituzione della Nuova ed Eterna Alleanza in Gesù Cristo, nessuno può essere salvato soltanto mediante l’obbedienza alla legge di Mosè, senza avere fede in Cristo come vero Dio e unico Salvatore dell’umanità (cfr. Rm 3,28; Gal 2,16).

5. I musulmani e tutti quelli che non hanno fede in Gesù Cristo, Dio e uomo, anche se monoteisti, non possono rendere a Dio la stessa adorazione dei cristiani, cioè il culto soprannaturale in Spirito e Verità (cfr. Gv 4,24; Ef 2,8) di quanti hanno ricevuto lo Spirito di adozione filiale (cfr. Rom 8,15).

6. Le spiritualità e religioni che promuovono qualsiasi tipo di idolatria o panteismo non possono essere considerate né come “semi” né come “frutti” del Verbo Divino, poiché si tratta di inganni che precludono l’evangelizzazione e la salvezza eterna dei loro aderenti, come insegna la Sacra Scrittura: “in loro, increduli, il dio di questo mondo ha accecato la mente, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo, che è immagine di Dio” (2 Cor 4,4).

7. Secondo il vero ecumenismo i non cattolici devono entrare in quella unità che la Chiesa Cattolica già possiede in modo indistruttibile in virtù della preghiera di Cristo, sempre ascoltata dal Padre, “affinché siano una cosa sola” (Gv 17,11), e che si professa nel Simbolo della Fede: “Io credo in una Chiesa”. L’ecumenismo, quindi, non potrebbe legittimamente avere come scopo l’istituzione di una Chiesa unificata che non esiste ancora.

8. L’inferno esiste e coloro che vi sono condannati per qualsiasi peccato mortale senza pentimento sono eternamente puniti dalla giustizia divina (cfr. Mt 25,46). Secondo l’insegnamento della Sacra Scrittura, non solo gli angeli caduti, ma anche le anime umane sono dannate eternamente (cfr. 2 Ts 1,9; 2 Pt 3,7). Inoltre, gli esseri umani eternamente dannati non saranno annientati, dal momento che le loro anime sono immortali secondo l’insegnamento infallibile della Chiesa (cfr. V Concilio Lateranense, sess. 8).

9. La religione nata dalla fede in Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato e l’unico Salvatore dell’umanità, è l’unica religione, voluta positivamente da Dio. È opinione sbagliata affermare che, così come Dio vuole positivamente la diversità dei sessi maschile e femminile e la diversità delle nazioni, vuole anche la diversità delle religioni.

10. “La nostra religione cristiana instaura effettivamente con Dio un rapporto autentico e vivente, che le altre religioni non riescono a stabilire, sebbene esse tengano, per così dire, le loro braccia tese verso il cielo” (Paolo VI, Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, 53).

11. Il dono del libero arbitrio con cui Dio Creatore ha dotato la persona umana conferisce all’uomo il diritto naturale di scegliere solo il bene e la verità. Nessuna persona umana ha quindi il diritto naturale di offendere Dio scegliendo il male morale del peccato o dell’errore religioso dell’idolatria, della blasfemia o di un’altra falsa religione.

La legge di Dio

12. Una persona giustificata ha la forza necessaria, con la grazia di Dio, di adempiere alle esigenze oggettive della legge divina, poiché tutti i comandamenti di Dio si rendono adempibili ai giustificati. Poiché la grazia di Dio, quando giustifica il peccatore, per la sua propria natura produce la conversione da ogni peccato grave (cfr. Concilio di Trento, sess. 6, decreto sulla giustificazione, cap. 11; 13).

13. I fedeli sono tenuti a riconoscere e a rispettare i precetti morali specifici, dichiarati e insegnati dalla Chiesa in nome di Dio, Creatore e Signore. (…) L’amore di Dio e l’amore del prossimo sono inseparabili dall’osservanza dei comandamenti dell’Alleanza, rinnovata nel sangue di Gesù Cristo e nel dono dello Spirito” (Giovanni Paolo II, Enciclica Veritatis Splendor, 76). Secondo l’insegnamento della stessa enciclica, sbagliano quelli che “credono di poter giustificare, come moralmente buone, scelte deliberate di comportamenti contrari ai comandamenti della legge divina e naturale. Quindi, “queste teorie non possono richiamarsi alla tradizione morale cattolica” (ibid.).

14. Tutti i comandamenti di Dio sono ugualmente giusti e misericordiosi. È quindi errato dire che una persona, obbedendo ad una proibizione divina – come per esempio al sesto comandamento, ovvero di non commettere adulterio – possa peccare contro Dio per tale atto di obbedienza o danneggiare sé stesso moralmente, o peccare contro il prossimo.

15. “Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa” (Giovanni Paolo II, Enciclica Evangelium vitae, 62). Vi sono principi e verità morali contenute nella rivelazione divina e nella legge naturale che comportano proibizioni negative, le quali vietano assolutamente un certo tipo di azioni in quanto sempre gravemente illegali a causa del loro oggetto. Quindi, è sbagliato affermare che una buona intenzione o una buona conseguenza è, o può essere, sufficiente per giustificare il compimento di questo tipo di azioni (cfr. Concilio de Trento, sess. 6, de iustificatione, c. 15; Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica, Reconciliatio et Paenitentia, 17; Enciclica Veritatis splendor, 80).

16. La legge naturale e divina impedisce a una donna che ha concepito un bambino nel suo grembo di uccidere questa vita umana in lei presente, sia nel caso in cui sia ella stessa a farlo, sia che lo facciano altri, direttamente o indirettamente (cfr. Giovanni Paolo II, Enciclica Evangelium vitae, 62).

17. Le procedure che provocano il concepimento al di fuori dell’utero “sono moralmente inaccettabili, dal momento che dissociano la procreazione dal contesto integralmente umano dell’atto coniugale”(Giovanni Paolo II, Enciclica Evangelium vitae, 14).

18. Nessun uomo può mai essere moralmente giustificato o moralmente autorizzato a voler uccidersi o farsi uccidere dagli altri al fine di fuggire dalla sofferenza temporale. “L’eutanasia è una grave violazione della Legge di Dio, in quanto uccisione deliberata moralmente inaccettabile di una persona umana. Tale dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e universale” (Giovanni Paolo II, Enciclica Evangelium vitae, 65).

19. Il matrimonio è, per volere divino e per legge naturale, l’unione indissolubile di un uomo e di una donna (cfr. Gen 2,24; Mc 10, 7-9; Ef 5, 31-32). “Per la sua stessa natura l’istituto del matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento” (Concilio Vaticano II, Gaudium et spes, 48).

20. Secondo la legge naturale e divina, nessun essere umano può volontariamente e senza peccare esercitare le sue potenzialità sessuali al di fuori di un matrimonio valido. Pertanto è contrario alla Sacra Scrittura e alla Tradizione affermare che la coscienza può giudicare gli atti sessuali tra persone unite da un matrimonio civile come moralmente giustificati o addirittura richiesti o persino comandati da Dio, nonostante una o entrambe le persone siano già sacramentalmente sposate con un altro (cfr. 1Cor 7,11; Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica Familiaris consortio, 84).

21. La legge naturale e Divina proibisce “ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione” (Paolo VI, Enciclica Humanae vitae, 14).

22. Chi ha ottenuto un divorzio civile dal coniuge a cui è validamente sposato (o sposata) e ha contratto un matrimonio civile con un’altra persona durante la vita del coniuge, e vive more uxorio con il suo partner civile, e sceglie di rimanere in questo stato con piena conoscenza della natura del suo atto e con pieno consentimento della volontà verso quell’atto, si trova in uno stato di peccato mortale e, pertanto, non può ricevere la grazia santificante e crescere nella carità. Dunque, questi cristiani, a meno che non vivano come “fratello e sorella”, non possono ricevere la Santa Comunione (cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Familiaris consortio, 84).

23. Due persone dello stesso sesso peccano gravemente quando cercano un piacere venereo reciproco (cfr. Lev 18,22, Lev 20,13, Rom 1, 24-28, 1 Cor 6, 9-10, 1 Tim 1,10; Gd 7). Gli atti omosessuali “in nessun caso possono essere approvati” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2357). Quindi, è contrario alla legge naturale e alla Rivelazione Divina sostenere che Dio, il Creatore, così come ha dato ad alcuni umani una disposizione naturale per provare attrazione sessuale verso persone del sesso opposto, ad altri ha dato una disposizione naturale per provare desiderio sessuale verso persone dello stesso sesso e che in quest’ultimo caso Dio vuole si metta in pratica tale condotta in alcune circostanze.

24. La legge umana, o qualsivoglia altro potere umano, non possono dare a due persone dello stesso sesso il diritto di sposarsi insieme, né di dichiarare che siano sposate, poiché ciò è contrario alla legge naturale e divina. “Nel disegno del Creatore complementarità dei sessi e fecondità appartengono quindi alla natura stessa dell’istituzione del matrimonio” (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, 3).

25. Le unioni che hanno il nome di matrimonio senza possederne la realtà, non possono ricevere la benedizione della Chiesa, poiché ciò è contrario alla legge naturale e divina.

26. Il potere statale non può stabilire unioni civili o giuridiche tra due persone dello stesso sesso che imitino chiaramente l’unione del matrimonio, anche qualora non ricevano il nome di matrimonio, poiché dette unioni indurrebbero le persone che le contraggono a un grave peccato, e sarebbero causa di grave scandalo per il prossimo (cfr. Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 3 giugno 2003, 11).

27. Il sesso maschile e quello femminile, “essere uomo”, “essere donna”, sono realtà biologiche, create dalla sapiente volontà di Dio (cfr. Gen 1, 27; Catechismo della Chiesa Cattolica, 369). È quindi una ribellione contro la legge naturale e divina e un peccato grave che un uomo possa diventare una donna mutilandosi o anche semplicemente dichiarandosi tale, o che una donna possa similmente diventare uomo, o affermare che l’autorità civile abbia il dovere o il diritto di agire come se tali atti fossero o potrebbero essere possibili e legittimi (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2297).

28. Conformemente alla Sacra Scrittura e alla tradizione costante del Magistero ordinario e universale, la Chiesa non ha errato nell’insegnare che il potere civile possa legittimamente esercitare la pena capitale sui malfattori laddove ciò è veramente necessario per preservare l’esistenza o il giusto ordine della società (cfr. Gen 9,6; Gv 19,11; Rom 13, 1-7; Innocenzo III, Professio fidei Waldensibus praescripta; Catechismo Romano del Concilio di Trento, p. III, 5, n. 4; Pio XII, Discorso ai partecipanti al Convegno nazionale di studio dell’Unione dei giuristi cattolici italiani, 5 dicembre, 1954).

29. Ogni autorità, sulla terra così come in cielo, appartiene a Gesù Cristo, quindi le società civili e tutte le altre associazioni di uomini sono soggette alla sua regalità poiché “il dovere di rendere a Dio un culto autentico riguarda l’uomo individualmente e socialmente” (Catechismo della Chiesa cattolica, 2105; cfr. Pio XI, Enciclica Quas primas, 18-19; 32).

I sacramenti

30. Nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia avviene un meraviglioso cambiamento, di tutta la sostanza del pane nel corpo di Cristo, e di tutta la sostanza del vino nel Suo sangue, un cambiamento che la Chiesa cattolica chiama molto adeguatamente transustanziazione (cfr. Concilio Lateranense IV, cap. 1, Concilio di Trento, sess. 13, c. 4). “Ogni spiegazione teologica, che tenti di penetrare in qualche modo questo mistero, per essere in accordo con la fede cattolica deve mantenere fermo che nella realtà obiettiva, indipendentemente dal nostro spirito, il pane e il vino han cessato di esistere dopo la consacrazione, sicché da quel momento sono il Corpo e il Sangue adorabili del Signore Gesù ad esser realmente dinanzi a noi sotto le specie sacramentali del pane e del vino” (Paolo VI, Lettera apostolica Solemni hac liturgia -Credo del Popolo di Dio-, 25).

31. Le formulazioni con cui il Concilio di Trento ha espresso la fede della Chiesa nella Santa Eucaristia sono adatte agli uomini di ogni tempo e luogo, poiché sono un “insegnamento perennemente valido della Chiesa” (Giovanni Paolo II, Enciclica Ecclesia de Eucharistia, 15).

32. Nella Santa Messa viene offerto un vero e proprio sacrificio alla Santissima Trinità, e questo sacrificio è propiziatorio sia per gli uomini che vivono sulla terra sia per le anime del purgatorio. È erroneo, quindi, affermare che il sacrificio della Messa consiste semplicemente nel sacrificio spirituale di preghiere e lodi fatto dal popolo, così come sostenere che la Messa può o deve essere definita solamente come Cristo che si dà ai fedeli come cibo spirituale (cfr. Concilio di Trento, sess. 22, c.2).

33.“La Messa, celebrata dal Sacerdote che rappresenta la persona di Cristo in virtù del potere ricevuto nel sacramento dell’Ordine, e da lui offerta nel nome di Cristo e dei membri del suo Corpo mistico, è il Sacrificio del Calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. Noi crediamo che, come il pane e il vino consacrati dal Signore nell’ultima Cena sono stati convertiti nel suo Corpo e nel suo Sangue che di lì a poco sarebbero stati offerti per noi sulla Croce, allo stesso modo il pane e il vino consacrati dal sacerdote sono convertiti nel Corpo e nel Sangue di Cristo gloriosamente regnante nel Cielo; e crediamo che la misteriosa presenza del Signore, sotto quello che continua ad apparire come prima ai nostri sensi, è una presenza vera, reale e sostanziale” (Paolo VI, Lettera apostolica, Solemni hac liturgia -Credo del Popolo di Dio-, 24).

34.“L’immolazione incruenta per mezzo della quale, dopo che sono state pronunziate le parole della consacrazione, Cristo è presente sull’altare nello stato di vittima, è compiuta dal solo sacerdote in quanto rappresenta la persona di Cristo e non in quanto rappresenta la persona dei fedeli. (… ) e che i fedeli offrano il Sacrificio per mezzo del sacerdote è chiaro dal fatto che il ministro dell’altare agisce in persona di Cristo in quanto Capo. (…) Quando, poi, si dice che il popolo offre insieme col sacerdote, non si afferma che le membra della Chiesa, non altrimenti che il sacerdote stesso, compiono il rito liturgico visibile – il che appartiene al solo ministro da Dio a ciò deputato – ma che unisce i suoi voti di lode, di impetrazione, di espiazione e il suo ringraziamento alla intenzione del sacerdote, anzi dello stesso Sommo Sacerdote, acciocché vengano presentate a Dio Padre nella stessa oblazione della vittima, anche col rito esterno del sacerdote” (Pio XII, Enciclica Mediator Dei, 92).

35. Il sacramento della Penitenza è l’unico mezzo ordinario attraverso il quale i peccati gravi commessi dopo il Battesimo possono essere rimessi, e per legge divina tutti questi peccati devono essere confessati per numero e per specie (cfr. Concilio di Trento, sess. 14, can. 7).

36. Per legge divina il confessore non può violare il sigillo del sacramento della Penitenza per qualsivoglia ragione; nessuna autorità ecclesiastica ha il potere di dispensarlo dal sigillo del sacramento e il potere civile è del tutto incompetente per costringerlo a farlo (cfr. CIC 1983, can. 1388 § 1; Catechismo della Chiesa Cattolica 1467).

37. In virtù della volontà di Cristo e della tradizione immutabile della Chiesa, il sacramento della Santa Eucaristia non può essere dato a coloro che sono in uno stato pubblico di peccato oggettivamente grave e l’assoluzione sacramentale non può essere data a quelli che esprimono la loro riluttanza a conformarsi alla legge divina, anche se detta riluttanza riguarda solo una singola materia grave (cfr. Concilio de Trento, sess. 14, c. 4; Giovanni Paolo II, Messaggio al Cardinale William W. Baum, 22 marzo 1996).

38. Secondo la tradizione costante della Chiesa, il sacramento della Santa Eucaristia non può essere dato a coloro che negano qualunque verità della fede cattolica, in quanto professano formalmente la propria adesione ad una comunità cristiana eretica o ufficialmente scismatica (cfr. Codice di Diritto Canonico, can. 915; 1364).

39. La legge con la quale i sacerdoti sono tenuti ad osservare la perfetta continenza nel celibato scaturisce dall’esempio di Gesù Cristo e appartiene alla tradizione immemorabile e apostolica, secondo la costante testimonianza dei Padri della Chiesa e dei Romani Pontefici. Per questa ragione detta legge non dovrebbe essere abolita nella Chiesa Romana attraverso l’innovazione di un celibato sacerdotale opzionale, sia a livello regionale sia universale. La perenne e valida testimonianza della Chiesa afferma che la legge della continenza sacerdotale “non comanda nuovi precetti. Questi precetti vengano osservati, perché sono stati trascurati da parte di alcuni per ignoranza e indolenza. Questi precetti, tuttavia, risalgono agli Apostoli e furono stabiliti dai Padri, come è scritto: ‘Fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete apprese tanto dalla nostra parola quanto dalla nostra lettera’. (2 Ts 2,15). Ci sono infatti molti che, ignorando gli statuti dei nostri antenati, hanno violato la castità della Chiesa con la loro presunzione e hanno seguito la volontà del popolo, non temendo il giudizio di Dio” (Papa Siricio, Decretale Cum in unum dall’anno 386).

40. Per volontà di Cristo e per la costituzione divina della Chiesa, solo i battezzati maschi (viri) possono ricevere il sacramento dell’Ordine, sia nell’episcopato che nel sacerdozio e il diaconato (cfr. Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis, 4). Inoltre, è errato affermare che solo un Concilio Ecumenico può definire questa materia, perché l’autorità d’insegnamento di un Concilio Ecumenico non è più ampia di quella del Romano Pontefice (cfr. Concilio Lateranense V, sess. 11; Concilio Vaticano I, sess. 4, c. 3).

31 maggio 2019

Cardinale Raymond Leo Burke, Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta

Cardinal Janis Pujats, Arcivescovo emerito di Riga

Tomash Peta, Arcivescovo dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana

Jan Pawel Lenga, Arcivescovo-Vescovo emerito di Karaganda

Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana

 

Nota esplicativa alla

Dichiarazione sulle verità riguardanti alcuni degli errori
più comuni nella vita della Chiesa nel nostro tempo”

Nel nostro tempo la Chiesa sta vivendo una delle più grandi epidemie spirituali, cioè una confusione e un disorientamento dottrinale quasi universalmente diffusi, che costituiscono un serio pericolo di contagio per la salute spirituale e per la salvezza eterna di molte anime. Allo stesso tempo, ai giorni nostri dobbiamo riconoscere una pervasiva letargia nell’esercizio del Magistero a diversi livelli della gerarchia della Chiesa. Ciò è causato in gran parte dall’inosservanza del dovere apostolico – come affermato anche dal Concilio Vaticano II – di “vegliare per tenere lontano dal loro gregge gli errori che lo minacciano” (Lumen gentium, 25).

La nostra epoca è caratterizzata da un’acuta fame spirituale dei fedeli cattolici di tutto il mondo, fame di una riaffermazione di quelle verità che sono offuscate, minate e negate da alcuni degli errori più pericolosi del mondo attuale. I fedeli che soffrono una tale fame spirituale si sentono abbandonati in una sorta di periferia esistenziale. Una situazione del genere richiede urgentemente un rimedio concreto. Pertanto, una dichiarazione pubblica sulle verità riguardanti questi errori non può ammettere un ulteriore rinvio. Siamo consapevoli delle parole immortali del papa san Gregorio Magno: “Che la lingua non resti inceppata nell’esortare, e il nostro silenzio non condanni presso il giusto giudice noi, che abbiamo assunto l’ufficio di predicatori. (…) Coloro che ci sono stati affidati abbandonano Dio e noi stiamo zitti. Giacciono nei loro peccati e noi non tendiamo loro la mano per correggerli” (In Ev. hom. 17, 3. 14).

Siamo consapevoli della nostra grave responsabilità di vescovi cattolici secondo l’ammonimento di san Paolo, il quale insegna che Dio ha dato alla sua Chiesa “alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo. Questo affinché non siamo più come fanciulli sballottati dalle onde e portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina, secondo l’inganno degli uomini, con quella loro astuzia che tende a trarre nell’errore. Al contrario, vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare sé stesso nella carità” (Ef 4, 11-16).

Nello spirito di carità fraterna, pubblichiamo questa Dichiarazione come un aiuto spirituale concreto, in modo che vescovi, sacerdoti, parrocchie, conventi religiosi, associazioni di fedeli laici e persone private possano avere l’opportunità di confessare, privatamente o pubblicamente, le verità che ai nostri giorni sono per lo più negate o sfigurate. La seguente esortazione dell’Apostolo Paolo dovrebbe essere intesa come rivolta anche a ciascun vescovo e fedele laico del nostro tempo: “Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Al cospetto di Dio che dà vita a tutte le cose e di Gesù Cristo che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti scongiuro di conservare senza macchia e irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Tm 6, 12-14).

Agli occhi del Giudice Divino e della propria coscienza, ogni vescovo, sacerdote e fedele laico ha il dovere morale di testimoniare in modo inequivocabile quelle verità oggi offuscate, minate e negate. Atti pubblici e privati, con la diffusione di​ una dichiarazione come questa, potrebbero avviare un movimento di confessione della verità e della sua difesa, di riparazione per i numerosi peccati contro la Fede e soprattutto per i peccati di apostasia – nascosta e aperta – dalla Fede cattolica di un non piccolo numero di fedeli, sia tra il clero sia tra i laici. Bisogna però ricordare che un tale movimento non sarà una questione di numeri, ma di verità, così come formulato da san Gregorio Nazianzeno in mezzo alla generale confusione dottrinale della crisi ariana, quando affermò che Dio non si compiace nei numeri (cfr. Or. 42, 7).

Nel dare testimonianza all’immutabile fede cattolica, clero e laici ricorderanno che “la totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo, non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa sua proprietà mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando ‘dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici’ mostra l’universale suo consenso in cose di fede e di morale” (Concilio Vaticano II, Lumen gentium, 12).

I santi e i grandi vescovi vissuti in tempi di crisi dottrinali possono intercedere per noi e guidarci con le loro parole, come ad esempio sant’Agostino, che così si rivolse a papa san Bonifacio I: “Poiché la vigilanza pastorale è comune a tutti noi che esercitiamo l’ufficio dell’episcopato, sebbene tu primeggi in essa per la sede più alta, io faccio quello che posso, secondo la piccolezza del mio ufficio e secondo quanto il Signore si degna donarmi con l’aiuto delle tue orazioni” (Contra ep. Pel. I, 2).

Una voce comune dei Pastori e dei fedeli, attraverso una precisa dichiarazione delle verità, sarà senza dubbio un mezzo efficace di aiuto fraterno e filiale per il Sommo Pontefice, nell’attuale situazione straordinaria di confusione dottrinale e di generale disorientamento nella vita della Chiesa.

Facciamo questa pubblica Dichiarazione nello spirito della carità cristiana, che si manifesta nella cura della salute spirituale sia dei pastori sia dei fedeli, cioè di tutti i membri del corpo di Cristo, che è la Chiesa, memori delle seguenti parole di san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “Perché non vi fosse disunione nel corpo, ma anzi le varie membra avessero cura le une delle altre. Quindi se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui. Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1 Cor 12, 25-27); e nella Lettera ai Romani: “Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri. Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero attenda al ministero; chi l’insegnamento, all’insegnamento; chi l’esortazione, all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede, lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda. Non siate pigri nello zelo; siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore” (Rom 12, 4-11).

I cardinali e vescovi firmatari di questa “Dichiarazione sulle verità” l’affidano al Cuore Immacolato della Madre di Dio sotto l’invocazione “Salus populi Romani”, tenendo conto del significato spirituale privilegiato di questa icona per la Chiesa Romana. Possa l’intera Chiesa Cattolica sotto la protezione della Vergine Immacolata e Madre di Dio, “combattere intrepidamente la buona battaglia della Fede, persistere saldamente nell’insegnamento degli Apostoli e procedere sicura fra le tempeste del mondo, fino a raggiungere la città celeste” (Prefazio della Santa Messa in onore della beata Vergine Maria “Salvezza del popolo romano”).

31 maggio 2019

Cardinale Raymond Leo Burke, Patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta

Cardinal Janis Pujats, Arcivescovo emerito di Riga

Tomash Peta, Arcivescovo dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana

Jan Pawel Lenga, Arcivescovo-Vescovo emerito di Karaganda

Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare dell’arcidiocesi di Maria Santissima in Astana

 

 

Fonte: Corrispondenza Romana




Card. Brandmüller: “anche oggi ricorriamo al rosario, quest’arma potente nelle mani di ogni cristiano”

kath.net, l’agenzia di stampa viennese, riporta il testo integrale della omelia, originariamente prevista per la comunità “Rosario per l’Austria”, non pronunciata dal Cardinal Walter Brandmüller che purtroppo ha dovuto disdire la sua partecipazione. La predica avrebbe dovuto essere pronunciata il 13 maggio durante la messa solenne nella forma straordinaria di rito romano con il Cardinal Brandmüller nella Chiesa viennese di San Carlo. kath.net ringrazia Sua Eminenza per aver gentilmente concesso il permesso di pubblicarla.

Dice il card. Brandmüller: “Oggi a minacciarci non sono più eserciti stranieri, ma ideologie che odiano l’uomo ed errori morali che hanno colpito la nostra società come una malattia.”

Ecco l’omelia del cardinale Walter Brandmüller, uno dei quattro cardinali dei “Dubia”, nella traduzione di Alessandra Carboni Riehn.

card. Walter Brandmüller

 

Cari fratelli e sorelle nel Signore!

il Rosario per l’Austria: ecco che cosa oggi ci riunisce.

Chi non si ricorda delle ore fatali in cui i vostri antenati ricorsero al rosario, sperimentando in modo mirabile nel loro grave bisogno l’aiuto della Madre di Dio, la Magna Mater Austriae?

Che fosse la vittoria di Don Juan d’Austria a Lepanto, o gli assedi coraggiosamente superati dei giannizzeri del Sultano – o infine la liberazione dell’Austria dopo la Seconda Guerra Mondiale – è stata sempre la preghiera del rosario ad essere esaudita.

Ricordando questi grandi momenti in cui l’aiuto del cielo si fece così palpabile, anche oggi ricorriamo al rosario, quest’arma potente nelle mani di ogni cristiano.

Oggi, cari fedeli, non sono più eserciti stranieri a minacciarci: sono ideologie che odiano l’uomo, errori morali che hanno infettato la nostra società come una malattia e distruggono la nostra vita comune, la nostra cultura.

Proprio ora bisogna tornare a implorare l’aiuto della Madre di Dio, contemplando in preghiera con il Rosario i misteri della nostra redenzione, ripetendo ancora e ancora: “Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.”

Ma contemporaneamente sentiamo le parole che Ella disse ai servitori durante le nozze di Cana, quando era finito il vino: “Fate quello che LUI vi dirà” – e poi successe il miracolo. Ma che cosa ci dice LUI, anche oggi?

“Io sono la Via, la Verità e la Vita”.

I

In effetti abbiamo perso la strada. Errori morali vengono definiti normali. E ancora, solo qualche accenno: la vita e la salute della popolazione vengono messe a rischio mettendo in commercio alimenti e medicamenti avariati, imprese edili usano materiale scadente e causano così crolli di edifici.

Bambini vengono rapiti, mutilati, uccisi, per commerciare con i loro organi sani.

Dietro a discutibili ricerche biotecniche si nascondono enormi interessi finanziari. Si aggiunga il mostruoso scandalo dell’aborto, cui alla fine della vita corrisponde sempre più la cosiddetta eutanasia (che bella parola per un omicidio!) – ma basta con questo terribile elenco. Ci siamo molto allontanati dalla retta via, da Gesù Cristo che dice: “Io sono la Via”.

Ma ricordiamoci: è stato il Creatore stesso a dotare l’uomo da lui creato di una bussola che gli mostra la vera via.

Intendo qui anzitutto la legge morale naturale, le cui norme e esigenze derivano dalla natura spirituale-corporale dell’uomo, della persona umana.

Così come questa è la stessa persona umana attraverso lo spazio e il tempo, così anche l’agire morale dell’uomo deve orientarsi a criteri che sono sempre e ovunque validi e non soggetti ad alcun cambiamento.

Come dice San Giovanni Paolo II, “Queste norme costituiscono, infatti, il fondamento incrollabile e la solida garanzia di una giusta e pacifica convivenza umana…” (Veritatis splendor n. 96). Questi principi e queste norme si radicano nella più intima natura dell’uomo. Così San Paolo poté scrivere che anche nel caso dei pagani “quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianza della loro coscienza.”

Alla luce di tali parole bisogna anche difendersi con decisione contro le svariate minacce delle ideologie moderne al matrimonio di uomo e donna, ma anche contro l’educazione sessuale priva di orientamento morale di bambini e giovani che da tante parti si va propagandando. Giovanni Paolo II ha insegnato cose decisive al riguardo nella sua “Teologia del corpo”.

Se seguiamo la via mostrataci da questo maestro, troviamo Lui che dice “Io sono la Via. Nessuno arriva al Padre se non per mezzo di me.”

Torniamo sia come singoli che come popolo su questa via, seguiamo la parola della Madre di nostro Signore: “Fate quello che LUI vi dirà”.

II

Gesù  dice: “Io sono la Via, la Verità, la Vita”. Sì, è di verità che si parla. E oggi è già sufficiente parlare di “verità” per suscitare proteste e incomprensione. Torna a risuonare l’antica domanda di Pilato: “Che cos’è la verità?” – diciamolo – anche così: Che cosa sarà mai la verità?! In realtà esiste solo un’opinione: la mia opinione, la tua opinione, e ognuno ha diritto ad avere una sua opinione. Verità: esisterà davvero? Sarà davvero importante?

No, in realtà no, dicono molti. Criterio decisivo dell’agire umano è se qualcosa serve, se porta al successo!

Così pensava però anche il sommo sacerdote Caifa, quando intendeva che era meglio che morisse un solo uomo piuttosto che i Romani annientassero l’intero popolo. Se le accuse rivolte contro il profeta galileo fossero vere o no, non ha alcuna importanza in un momento in cui dal punto di vista politico la posta in gioco è così alta!

Verità: è davvero importante? Non è molto più decisivo se qualcosa sia fattibile? Fattibilità: sì! Verità? “Che cos’è la verità?”, chiedeva già Pilato.

Nel caso del Galileo a lui interessava una soluzione praticabile, fattibile. E si presentò la possibilità di lasciare libero Barabba. Sì, miei cari, così si tratta la verità anche oggi!

Eppure è decisamente lei la cosa più importante. Un solo esempio: gli astronauti non sarebbero mai arrivati sulla luna se i calcoli degli ingegneri non avessero corrisposto alla verità, alla realtà, bensì fossero stati errati!

La domanda, non unica, ma certo decisiva che dobbiamo porci prima di prendere le nostre decisioni non è “Che vantaggio ne ricavo?” bensì “È vero?”. E se è vero, allora è anche buono e bello! Allora è anche in armonia con Gesù Cristo che dice “Io sono la Verità”.

III

Ma poi aggiunge: “e la Vita”. “Io sono la Via, la Verità e la Vita”. Con queste parole Gesù intende la vita eterna: “Chi mangia la mia carne…”

Un uomo, una società che ha perso di vista l’eterno destino dell’uomo, si esclude dalla dimensione decisiva dell’esistenza umana. Ma questo significa anche una rinuncia generale a quanto è vero, buono, bello e santo, perché fonte di tutto ciò è l’infinito, eterno Creatore di tutto quanto esiste. Solo se incontriamo Lui, se la nostra vita è un costante dialogo con il Dio Trino, essa può riuscire e la corrente della nostra vita sfocerà nell’oceano sconfinato della vita eterna.

Proprio comunicare questo messaggio ai tanti che vagano disorientati è un vero atto di amore per il prossimo. Ognuno di noi è in dovere di farlo. Come Maria un tempo portò il Figlio di Dio nel Suo grembo da Elisabetta, così anche noi dobbiamo portare Gesù, che vive in noi, a quanti incontriamo nel nostro quotidiano.

Per farlo è necessario, prima ancora di tutte le parole, il messaggio della nostra vita vissuta in verità, giustizia e amore.

IV

La nostra odierna preghiera del rosario per l’Austria qui a Vienna ridesta, come abbiamo già detto al principio, grandi ricordi. Ricordi anche di come in tutti i momenti storicamente così importanti non si sarebbe affatto trattato solo dell’Austria. È sempre stato in gioco anche il destino dell’Europa, del Cristianesimo in Europa. Ma poniamoci la domanda: non è così anche oggi?     Certo, oggi il futuro dell’Europa non si decide più sul campo di battaglia, bensì alle elezioni. Ma anche qui si tratta di ricordare tutto quello che nei secoli ha reso grande l’Europa e la vostra patria: è stata la fede che noi confessiamo quando iniziamo a pregare il rosario. E lì sentiamo anche la voce della Madre che, come una volta con i servitori di Cana, anche oggi ci dice: “Fate quello che LUI vi dirà.”

Se sentiamo questo e obbediamo, allora anche nei nostri giorni il Figlio potrà compiere miracoli di cambiamento: il miracolo di una rinascita cristiana dell’Europa.




Una Chiesa che affoga nel sentimentalismo

Molto acuto questo articolo del dott. Samuel Gregg su una delle malattie che oggi affligge il cattolicesimo, cioè la Chiesa: il sentimentalismo. Riprendo la quasi totalità dell’articolo nella mia traduzione.

Foto: card. J. Ratzinger

Foto: card. J. Ratzinger

 

(…)

Il cattolicesimo ha sempre attribuito grande valore alla ragione. Per ragione, non intendo solo le scienze che ci danno accesso ai segreti della natura. Intendo anche la ragione che ci permette di sapere come usare correttamente queste informazioni; i principi della logica che ci dicono che 2 volte 2 non può mai totalizzare 5; la nostra capacità unica di conoscere la verità morale; e la razionalità che ci aiuta a comprendere e spiegare la Rivelazione.

Tale è la considerazione del cattolicesimo per la ragione che questa enfasi è talvolta sfociata in un iper-razionalismo, come quello che Thomas More e John Fisher pensavano caratterizzasse molta teologia scolastica nei vent’anni precedenti la Riforma Protestante. L’iperrazionalismo non è, tuttavia, il problema del cristianesimo nei Paesi occidentali di oggi. Ci troviamo di fronte alla sfida opposta. Lo chiamerò Affectus per solam.

“By Feelings Alone” (per soli sentimenti, ndr) cattura gran parte dell’atmosfera presente all’interno della Chiesa in tutto l’Occidente. Ha un impatto su come alcuni cattolici vedono non solo il mondo ma anche la fede stessa. Al centro di questo sentimentalismo diffuso c’è l’esaltazione di sentimenti fortemente sentiti, una svalutazione della ragione e la conseguente infantilizzazione della fede cristiana.

Quali sono dunque i sintomi di Affectus per solam? Uno è l’uso diffuso di un linguaggio nella  quotidiana predicazione e nell’insegnamento che è più caratteristico della terapia che delle parole usate da Cristo e dai suoi apostoli. Parole come “peccato” svaniscono così e sono sostituite da “dolori“, “rimpianti” o “errori tristi“.

Il sentimentalismo rialza la testa anche quando a coloro che offrono difese ragionate dell’etica sessuale o medica cattolica viene detto che le loro posizioni sono “offensive” o “giudicanti”. La verità, a quanto pare, non dovrebbe essere articolata, nemmeno delicatamente, se può ferire i sentimenti di qualcuno. Se fosse vero, Gesù avrebbe dovuto astenersi dal raccontare alla donna samaritana i fatti della sua storia matrimoniale.

Affectus per solam (cioè il sentimentalismo) ci rende ciechi anche verso la verità che c’è – come afferma Cristo stesso – un luogo chiamato Inferno per coloro che muoiono senza essersi pentiti. Il sentimentalismo semplicemente evita la questione. L’inferno non è un argomento da prendere alla leggera, ma ponetevi questa domanda: quando è stata l’ultima volta che durante la Messa avete sentito parlare della possibilità che qualcuno di noi possa finire eternamente separato da Dio?

Soprattutto, il sentimentalismo si rivela in alcune presentazioni di Gesù Cristo. Il Cristo il cui duro insegnamento sconvolse i suoi stessi seguaci e che rifiutò ogni concessione al peccato quando parlava di amore viene ridotto oggi in qualche modo ad un piacevole rabbino liberale. Questo Gesù inoffensivo non ci sfida mai a trasformare la nostra vita abbracciando la completezza della verità. Invece ricicla banalità come “ognuno ha la sua verità“, “fa’ quello che ti senti meglio di fare”, “sii fedele a te stesso”, “abbraccia la tua storia”, “chi sono io per giudicare”, ecc. E non temere mai: questo Gesù garantisce il cielo, o qualcosa del genere, per tutti.

Questo non è, però, il Cristo rivelato nelle Scritture. Come scrisse Joseph Ratzinger nel suo libro del 1991 Guardare Cristo:

Un Gesù che è d’accordo con tutto e con tutti, un Gesù senza la sua santa ira, senza la durezza della verità e del vero amore non è il vero Gesù come mostra la Scrittura, ma una miserabile caricatura. Una concezione del “vangelo” in cui la gravità dell’ira di Dio è assente non ha nulla a che vedere con il Vangelo biblico.

La parola “serietà” è qui importante. Il sentimentalismo che contagia gran parte della Chiesa è tutto ciò che riguarda la diminuzione della gravità e della chiarezza della fede cristiana. Questo è particolarmente vero per quanto riguarda la salvezza delle anime. Il Dio pienamente rivelato in Cristo è misericordioso, ma è anche giusto e chiaro nelle sue aspettative verso di noi perché ci prende sul serio. Guai a noi se non restituiamo la considerazione ricevuta.

Allora, quanto della Chiesa ha finito per sprofondare in una palude di sentimentalismo? Ecco tre cause principali.

In primo luogo, il mondo occidentale sta annegando nel sentimentalismo. Come tutti gli altri, i cattolici sono sensibili alla cultura in cui viviamo. Se volete la prova dell’Affectus per solam occidentale, basta attivare il vostro browser web. Presto noterete il puro emotivismo che pervade la cultura popolare, i media, la politica e le università. In questo mondo, la moralità riguarda il vostro impegno per cause particolari. Ciò che conta è quanto “appassionato” (notate l’espressione) sei nel tuo impegno, e il grado di correttezza politica della causa, non se la causa stessa è ragionevole da sostenere.

In secondo luogo, consideriamo come la fede è intesa da molti cattolici oggi. Per molti, sembra essere un “sentire la fede“. Con questo intendo dire che il significato della fede cristiana viene giudicato principalmente in termini di sentire ciò che fa per me, il mio benessere e le mie preoccupazioni. Ma indovinate un po’? Io, me stesso e io non siamo al centro della fede cattolica.

Il cattolicesimo è, dopo tutto, una fede storica. Si tratta di decidere che ci fidiamo di coloro che hanno testimoniato la vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo, che hanno trasmesso ciò che hanno visto attraverso testi scritti e tradizioni non scritte, e che, abbiamo concluso, hanno detto la verità su ciò che hanno visto. Ciò include i miracoli e la risurrezione che attestano la divinità di Cristo. Il cattolicesimo non li vede come “storie”. Essere cattolici significa affermare che sono realmente accaduti e che Cristo ha istituito una Chiesa la cui responsabilità è quella di predicare questo fino agli estremi confini della terra.

La fede cattolica non può quindi riguardare me e i miei sentimenti. Si tratta invece della capitale “V”: la Verità. La realizzazione e la salvezza dell’uomo comporta, di conseguenza, la scelta libera e costante di conformarsi a quella Verità. Non si tratta di subordinare la Verità alle mie emozioni. Infatti, se il cattolicesimo non riguarda la Verità, che senso ha?

In terzo luogo, la pervasività del sentimentalismo nella Chiesa deve qualcosa agli sforzi tesi a declassare e distorcere la legge naturale a partire dal Vaticano II. La riflessione sul diritto naturale è stata in forma mista in tutto il mondo cattolico nei decenni che hanno preceduto gli anni Sessanta. Ma in seguito ha subito un’eclissi in gran parte della Chiesa. Questo in parte perché la legge naturale era parte integrante dell’insegnamento della Humanae Vitae (l’enciclica di Paolo V pubblicata nel 1968, ndr). Molti teologi hanno poi deciso che tutto ciò che stava alla base dell’Humanae Vitae doveva essere svuotato di ogni contenuto sostanziale.

Mentre i ragionamenti sul diritto naturale si sono ripresi in alcune parti della Chiesa dagli anni Ottanta in poi, abbiamo dovuto pagare un prezzo per l’emarginazione del diritto naturale. E il prezzo è questo: una volta relegata la ragione alla periferia della fede religiosa, si comincia a immaginare che la fede sia in qualche modo indipendente dalla ragione; o che la fede sia in qualche modo intrinsecamente ostile alla ragione; o che le proprie convinzioni religiose non richiedano spiegazioni da dare agli altri. Il risultato finale è la diminuzione della preoccupazione per la ragionevolezza della fede. Questo è un modo sicuro per finire nella palude del sentimentalismo.

Altre ragioni della forza di spinta del sentimentalismo nella Chiesa di oggi potrebbero essere menzionate: la scomparsa della logica dai programmi educativi, l’eccessiva deferenza per la (cattiva) psicologia e per la (cattiva) sociologia da parte di alcuni chierici formatisi negli anni Settanta, l’inclinazione a considerare l’opera dello Spirito Santo come qualcosa che potrebbe contraddire gli insegnamenti di Cristo, liturgie sciroppose auto-referenziali simili ai cartoni della Disney, ecc. È una lunga lista.

La soluzione non è declassare l’importanza di emozioni come l’amore e la gioia o la rabbia e la paura per le persone. Noi non siamo robot. I sentimenti sono aspetti centrali della nostra natura. Invece, le emozioni umane devono essere integrate in un resoconto coerente della fede cristiana, della ragione umana, dell’azione umana e della fioritura umana – una cosa intrapresa con grande abilità da figure del passato come Tommaso d’Aquino e pensatori contemporanei come il compianto Servais Pinckaers. Allora abbiamo bisogno di vivere la nostra vita di conseguenza.

Sfuggire a Affectus per solam (cioè al sentimentalismo, ndr) non sarà facile. È semplicemente parte dell’aria che respiriamo in Occidente. Inoltre, alcuni dei più importanti responsabili oggi della formazione di persone alla fede cattolica sembrano molto sensibili a modi sentimentali. Ma a meno che non si faccia il nome e si contesti l’emotivismo sfrenato che attualmente compromette la testimonianza della Chiesa alla Verità, rischiamo di rassegnarci al mero ONGismo (ad una Chiesa simile ad una ONG, cioè una Organizzazione Non Governativa, ndr) per il prossimo futuro.

Vale a dire, alla vera irrilevanza.

 

Fonte: World Catholic Report

 

Samuel Gregg è direttore di ricerca presso l’Acton Institute. Ha scritto e parlato a lungo su questioni di economia politica, storia economica, etica della finanza e teoria del diritto naturale. È autore di numerosi libri, tra cui Diventare l’Europa (2013) e Per Dio e il profitto: come le banche e la finanza possono servire il bene comune (2016).

 




“Gesù Cristo non è venuto a darci una pacca sulla spalla.”

Ho letto un articolo di padre Xandier Lucie-Smith che ho trovato interessante. Vi propongo solo uno stralcio. Dice: “Gesù Cristo non è venuto a darci una pacca sulla spalla.”

Eccolo nella mia traduzione.

 

Foto: statua di San Paolo

Foto: statua di San Paolo

 

.la rivelazione di Dio ci mette in discussione. In altre parole, Gesù non è venuto a darci una pacca sulla spalla, è venuto a metterci profondamente a disagio e a farci capire che tutti noi dobbiamo cambiare. O, come disse una volta il grande Rowan Williams: “Gesù non è colui che risponde alle nostre domande, è colui che interroga le nostre risposte”. E ricordiamoci che le nostre risposte non sono molto buone, perché lo stato del mondo e lo stato della nostra vita ne dà ampia evidenza.

Tuttavia, il fatto incontrovertibile che il peccato esiste è un fatto che difficilmente si osa sussurrare in questi giorni, come chiarisce il dottor Gregg. Dopo tutto, il mondo si aspetta che noi confermiamo le persone non che le sfidiamo. Ma confermare le persone può spesso significare mentire, e questo non è un bene. Dobbiamo dire la verità, e insistere su di essa, in qualunque momento, come qualcuno ha detto una volta (cioè San Paolo a Timoteo, vedi sotto, ndr). Questo però richiede un po’ di coraggio e può rendere impopolare colui che afferma la verità. Ma resta il fatto che la verità deve essere proclamata e la menzogna deve essere messa in discussione. Non tutte le scelte che facciamo sono buone; molte di esse sono peccaminose; dire ai peccatori che di fatto non si sono smarriti è condurre le loro anime in grave pericolo.

Dove ci conduce questo? Due grandi risorse che abbiamo a nostra disposizione sono la Fides et Ratio e la Veritatis Splendor, entrambe encicliche di San Giovanni Paolo II. Entrambe sono una chiamata all’umanità a rendersi conto che la soggettività non è l’ultima parola; c’è la verità morale oggettiva e quella verità oggettiva la possiamo raggiungere attraverso la ragione. Entrambe offrono un’opposizione a quella che Benedetto XVI ha definito così memorabilmente la dittatura del relativismola convinzione assoluta (e contraddittoria) che tutte le credenze sono soggettive.

Come molti dei miei contemporanei nel sacerdozio, sono costernato che la Veritatis Splendor e la Fides et Ratio sembrano così trascurate in questi giorni. Le trascuriamo a nostro rischio e pericolo.

 

Dalla seconda lettera di San Paolo a Timoteo, cap. 4:

 

Ti scongiuro davanti a Dio e a Cristo Gesù, che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno: annuncia la Parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole. Tu però vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo, adempi il tuo ministero.

 

Fonte: Catholic Herald




Papa San Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!”

Foto: Papa San Giovanni Paolo II

Foto: Papa San Giovanni Paolo II

“Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!Alla sua salvatrice potestà aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà, di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo sa ‘cosa è dentro l’uomo’. Solo lui lo sa! Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione. Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna”.

 

Papa San Giovanni Paolo II




Veritatis Splendor, i suoi 25 anni ed il rischio del “nuovo paradigma”

Oggi 6 agosto 2018 ricorre il 25° anniversario della Veritatis Splendor di San Giovanni Paolo II. Vogliamo ricordarla con questo saggio del prof. Eduardo Echeverria che attira l’attenzione sui rischi insiti nel cosiddetto “nuovo paradigma” e nel “principio della pastoralità” intesi storicisticamente, poiché tendenti a negare esplicitamente o implicitamente la perdurante validità della verità proposizionale. Essi intendono la verità stessa e non solo le sue formulazioni come soggette a riforme e reinterpretazioni perpetue.

Eccola nella nostra traduzione.

Foto: papa San Giovanni Paolo II (CNS photo by Alessia Giuliani, Catholic Press Photo)

Foto: papa San Giovanni Paolo II (CNS photo by Alessia Giuliani, Catholic Press Photo)

 

di Eduardo Echeverria

Il 2018 è un anno di significativi anniversari per le encicliche papali: Il 25 luglio ha segnato il cinquantesimo anniversario dell’enciclica Humanae vitae di Paolo VI; il 6 agosto è il 25° anniversario della Veritatis Splendor di San Giovanni Paolo II; e il 14 settembre è il ventesimo anniversario della Fides et Ratio di Giovanni Paolo II.

In questo articolo mi concentro su Veritatis Splendor (di seguito VS), con qualche accenno a Fides et Ratio (di seguito FR). Cerco di illuminare le questioni che dividono la concezione lériniana dello sviluppo dottrinale di Giovanni Paolo II, che è dovuta al Vaticano II, nel regno della morale con quella dei sostenitori di un “nuovo paradigma”, in particolare Richard Gaillardetz, professore di Teologia sistematica al Boston College, che avanza una nozione di sviluppo dottrinale orientato alla pastorale alla luce di quello che Christoph Theobald, SJ, professore di Teologia fondamentale presso le Facoltà gesuite di Parigi, ha chiamato “il principio della pastoralità”.

In seguito, considero le questioni cruciali della natura della rivelazione divina, il linguaggio, la verità e la realtà, la verità proposizionale e il modo in cui la verità è autenticata, così come le dinamiche normative e globali della vita morale. Queste questioni sono fondamentali per le loro rispettive concezioni dello sviluppo dottrinale e morale.

Eredità leriniana del Concilio Vaticano II

Secondo Giovanni Paolo II, l’analisi delle azioni morali si colloca nella dinamica normativa e complessiva della vita morale, che è quadruplice.

Questi sono: 1) la subordinazione dell’uomo e della sua attività a Dio, Colui che “solo è buono”; 2) il rapporto tra il bene morale degli atti umani e la vita eterna; 3) il discepolato cristiano, che ci apre alla prospettiva dell’amore perfetto; infine 4) il dono dello Spirito Santo, fonte e mezzo della vita morale della “nuova creazione” (cfr 2 Cor 5, 17)” (VS §28).

In breve, Dio, “sommo bene” (FR §83), è il fine ultimo di tutta la vita morale dell’uomo (cfr VS §79) – fonte e fondamento di ogni bontà – ma anche Verità stessa (prima veritas) (VS §§9, 35, 40; FR §22). Le buone azioni morali devono essere virtuose, conformi alla legge morale e al bene della persona stessa (cfr. VS §79), e solo allora sono coerenti con questo fine e quindi integralmente buone. Inoltre, le verità della vita morale devono essere vissute, praticate, realizzate, come parte integrante del discepolato cristiano, e quindi non possono ridursi a semplici credenze, affermazioni e rivendicazioni. Infine, essere “nuova creazione” in Cristo significa che la vita morale in Cristo riguarda il rinnovamento della natura caduta dell’uomo dall’interno dell’ordine della creazione mediante la grazia redentrice di Dio in Cristo, ordinando adeguatamente l’uomo al suo fine principale. In breve, la nostra umanità Adamica, con la sua comprensione oscurata, l’alienazione da Dio e la cecità del cuore, si trasforma in Cristo, indossando l’uomo nuovo, “creato secondo Dio in vera giustizia e santità” (Ef 4,22-24). Dio che ha creato tutte le cose in e per Cristo (Col 1, 16), ha restaurato la sua creatura caduta, ferita selvaggiamente dal peccato, ricreandola in Cristo.

In questo contesto normativo, dice Giovanni Paolo II, “la Sacra Scrittura rimane la fonte viva e feconda della dottrina morale della Chiesa; come ha ricordato il Concilio Vaticano II, il Vangelo è ‘la fonte di ogni verità salvifica e di ogni insegnamento morale’ [Dei Verbum § 7]”. In particolare, egli ritiene “che esista, nella Divina Rivelazione, un contenuto morale specifico e determinato, universalmente valido e permanente” (VS §37). In generale, Giovanni Paolo II afferma: “La Bibbia, e il Nuovo Testamento in particolare, contengono testi e dichiarazioni che hanno un contenuto genuinamente ontologico. Gli autori ispirati intendevano formulare affermazioni vere, capaci, cioè, di esprimere la realtà oggettiva“. Inoltre, dice Giovanni Paolo II, “Questo vale anche per i giudizi di coscienza morale, che la Sacra Scrittura considera capaci di essere oggettivamente veri” (FR § 82). Il Papa sviluppa questa affermazione proprio in VS §60:

La dignità di questo foro razionale (coscienza) e l’autorità della sua voce e dei suoi giudizi derivano dalla verità sul bene e sul male morale, che è chiamata ad ascoltare ed esprimere. Questa verità è indicata dalla ‘legge divina’, norma universale e oggettiva della morale” (si veda l’intero contesto, §§ 57-61, 51-53).

Queste verità morali sono fondate sulla legge eterna di Dio, e questa legge dà alle proposizioni morali qualcosa di vero senza il quale l’obiettività morale sarebbe priva di fondamento. Sottolineare la validità universale e permanente delle proposizioni morali è fondamentale per capire perché ci sono atti intrinsecamente malvagi. Queste verità morali appartengono al deposito della fede. Assistita dallo Spirito Santo, la Chiesa ha raggiunto uno sviluppo dottrinale sulla morale che è “analogo a quello che è avvenuto nel regno delle verità di fede”. (VS §28)

Lo sviluppo è qui per mezzo di un chiarimento, cioè di “‘cercare un modo più appropriato di comunicare la dottrina agli uomini del loro tempo; poiché c’è una differenza tra il deposito o le verità di fede e il modo in cui si esprimono, mantenendo lo stesso significato e lo stesso giudizio [eodem sensu eademque sententia]” [Gaudium et Spes §62]” (VS §29). In linea, poi, con il pensiero di Vincenzo di Lérins (d. 450), Giovanni Paolo II segue il Vaticano II distinguendo tra verità e sue formulazioni storicamente condizionate, verità-contenuto e contesto, in sintesi, proposizioni e frasi. Giovanni XXIII alludeva a queste distinzioni nel suo discorso di apertura al Concilio Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia:

Poiché il deposito della fede [2 Tm 1, 14], le verità contenute nel nostro sacro insegnamento, sono una cosa; il modo in cui si esprimono, ma con lo stesso significato e lo stesso giudizio (eodem sensu eademque sententia), è un’altra cosa”.

La clausola subordinata qui – eodem sensu eademque sententia – fa parte di un più ampio passo della Dei Filius del Concilio Vaticano I (4.14), e questo passo è, a sua volta, tratto dal Commonitórium primum (23.3) di Vincenzo di Lérins: “Perciò, ci sia crescita e abbondanti progressi nella comprensione, conoscenza e sapienza, in tutti e in ciascuno, negli individui e nella Chiesa intera, in ogni tempo e nel progresso dei secoli, ma solo con i giusti limiti, cioè nello stesso dogma, nello stesso significato, nello stesso giudizio“. Dobbiamo sempre determinare se queste nuove riformulazioni conservano lo stesso significato e lo stesso giudizio (eodem sensu eademque sententia), e quindi la continuità materiale, l’identità e l’universalità di queste verità.

Dottrina pastorale

Contra Gaillardetz, che afferma che “il Vaticano II ha offerto un nuovo modo di pensare la dottrina“, intendendo con ciò che “ha presentato la dottrina come qualcosa che ha sempre bisogno di essere interpretato e adattato in chiave pastorale“, il Concilio e Giovanni XXIII alludevano alle verità contenute nel nostro sacro insegnamento come a verità propositive, cioè verità assolute, intendendo con ciò verità immutabili, permanenti e universali. Ciò presuppone una visione realistica della verità in cui una proposizione è vera se e solo se ciò che afferma è in realtà il caso della realtà oggettiva; altrimenti è falsa. La differenza cruciale tra il Vaticano II, Giovanni Paolo II, da un lato, e Gaillardetz, dall’altro, riguarda il rapporto tra lingua, verità e realtà nel rispetto della dottrina.

Per quanto io intenda Gaillardetz, pastorale significa che “i valori centrali radicati nella dottrina” o in “particolari formulazioni dottrinali [sono] mediati dal messaggio salvifico dell’amore trasformante di Dio” [1]. Per Gaillardetz, le affermazioni di fede non hanno un contenuto determinabile di verità proposizionale rispetto alla loro corrispondenza alla realtà. Si tratta di una visione strumentalista o funzionalista della dottrina che ricorda la visione modernista di fine Ottocento e inizio Novecento, piuttosto che realista con la sua corrispondente nozione di verità proposizionale (cfr. Pio X, Pascendi Dominici Gregis §§11-13). Queste “verità” sono intese in modo puramente funzionale (cfr. FR §97). Il dogma non ha alcun rapporto determinante con la verità stessa perché lo stato di verità delle formulazioni dottrinali non ha come tale un’adeguata funzione di riferimento alla realtà. Piuttosto, essi sono storicamente determinati, il che significa che Gaillardetz storicizza il significato e la verità del dogma ampliando il significato della pastorale. “Pastoralequi ha un significato storicistico, negando esplicitamente o implicitamente la perdurante validità della verità proposizionale: la verità stessa e non solo le sue formulazioni sono soggette a riforme e reinterpretazioni perpetue.

Il principio della pastoralità

Così Christoph Theobald, SJ, definisce il “principio di pastoralità” nel suo contributo al volume intitolato L’eredità del Vaticano II. Questo principio collassa la distinzione della verità immutabile e delle loro formulazioni in un contesto storico, intendendo così, come afferma Teobaldo, che essa è “soggetta a continua reinterpretazione (e ricontestualizzazione) a seconda della situazione di coloro ai quali è trasmessa“. Egli sostiene che l’espressione “sostanza del deposito della fede” dovrebbe essere “presa nel suo insieme e senza fare riferimento ad una pluralità interna (cioè alla verità immutabile e alle sue formulazioni) che è già parte di tale espressione“. Su questo principio, le dottrine non sono verità assolute, né affermazioni oggettivamente vere, perché ciò che affermano è in realtà il caso della realtà oggettiva (cfr. FR § 82).

Gaillardetz cita il collega teologo John O’Brien per spiegare questa visione storicista che sostiene l’affermazione che la dottrina ha un orientamento pastorale:

(La) pastorale aveva riconquistato [con papa Giovanni XXIII] il suo proprio posto come qualcosa di ben più della semplice applicazione della dottrina, ma come il contesto stesso da cui emergono le dottrine, la condizione stessa della possibilità di dottrina, la pietra di paragone per la validità della dottrina e la prassi sempre anteriore e posteriore che la dottrina al massimo tenta di riassumere, salvaguardare e trasmettere.

L’affermazione di O’Brien è molto più di “la specifica formulazione della dottrina rappresenta un riconoscimento che la dottrina è sempre storicamente condizionata“. Dice anche molto di più di “l’interpretazione della dottrina ecclesiale richiede la conoscenza dei contesti storici specifici in cui essa è stata formulata per la prima volta e in cui viene adattata“. Naturalmente per cogliere il significato di un dogma, come quello delle formulazioni trinitarie e cristologiche, dobbiamo comprendere il loro contesto storico. Ma non siamo semplicemente interessati alle condizioni in cui queste affermazioni sono state originariamente affermate, ma piuttosto in particolare a “ciò che viene affermato in esse, la contenuto-verità teologica”.

Visione realistica della verità

Per esempio, se le affermazioni del Credo degli apostoli, come nota correttamente il teologo britannico Colin Gunton, “una volta erano vere, sono sempre vere“. In altre parole, queste affermazioni non hanno mai smesso di essere vere, anche dopo che Gesù ha smesso di soffrire, e così via, e quindi sono ora per sempre vere. Si consideri, ad esempio, l’affermazione che esprime la proposizione: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori” (1 Tm 1,15). Sì, qui ci concentriamo sulla verità proposizionale, sulla verità di ciò che san Paolo ha affermato, sul contenuto-verità teologica, piuttosto che sul fatto che l’ha affermata in un contesto particolare, e così via. Infatti, questo è il caso “anche se potrebbe essere necessario spiegare, chiosare ed espandere in tutti i modi”. In altre parole, l’affermazione che una volta che qualcosa è vero è sempre vero, per sempre vero, e immutabilmente vero, non è incoerente con la ricerca di nuovi modi di esprimere la verità dei dogmi quando se ne presenti la necessità. Si tratta quindi, verosimilmente, di giudicare se ciò che si intende sia vero o no per la realtà oggettiva, e non, contra O’Brien e quindi contra Gaillardetz, le circostanze storiche in cui l’affermazione dogmatica è stata fatta. In altre parole, quelle circostanze non sono “la pietra di paragone per la validità della dottrina.

Così, anche se O’Brien, citato sopra da Gaillardetz, è corretto che le condizioni storiche sono particolarmente rilevanti come le condizioni in cui si arriva a sapere che qualcosa è vero, quelle condizioni sono distinte dalle condizioni in cui qualcosa è vero. In sintesi, le condizioni di verità devono essere distinte dalle condizioni di giustificazione. Ma il passo precedente sembra offuscare la distinzione tra le condizioni in cui vengo a sapere che una dottrina è vera e le condizioni che la rendono vera. In questo confondersi, è chiaro che Gaillardetz è sia uno storicista della dottrina e quindi un antirealista del linguaggio, della verità e della realtà. Dice Gaillardetz:

La dottrina cambia quando i contesti pastorali cambiano e emergono nuove intuizioni tali che particolari formulazioni dottrinali non mediano più il messaggio salvifico dell’amore trasformante di Dio. La dottrina cambia quando la Chiesa ha leaders e insegnanti che non hanno paura di prendere nota dei nuovi contesti e delle intuizioni emergenti.

Contra Gaillardetz, invece, l’ermeneutica leriniana del Vaticano II è realista nell’orientamento perché una proposizione dottrinale è vera se e solo se ciò che essa asserisce è infatti il caso della realtà oggettiva; altrimenti, la proposizione è falsa. Non è il contesto storico che determina la verità della proposizione che si giudica essere il caso della realtà oggettiva; piuttosto, la realtà stessa determina la verità o falsità di una proposizione. In sintesi, il contesto storico non determina la validità – lo stato di verità – della dottrina.

Quindi, Gaillardetz è uno storicista riguardo verità-stato delle formulazioni dogmatiche e uno strumentista o pragmatico perché rifiuta la verità proposizionale e la corrispondente idea, come afferma Giovanni Paolo II, che “le affermazioni dogmatiche, pur riflettendo a volte la cultura del tempo in cui sono state definite, formulano una verità immutabile e definitiva“. Aggiunge Giovanni Paolo II:

Il linguaggio umano può essere condizionato dalla storia e costretto in altri modi, ma l’essere umano può ancora esprimere verità che superano il fenomeno del linguaggio. La verità non può mai essere confinata al tempo e alla cultura; nella storia è conosciuta, ma va anche oltre la storia. (FR, PARAGRAFO 95).

Interpretazioni Lériniane

In questa luce, possiamo capire che Giovanni Paolo II fece interpretazioni Lériniane quando riuscì a sintetizzare in un insieme coerente il personalismo, la fenomenologia esistenziale/ermeneutica e il tomismo nella sua opera filosofica e teologica. Questa sintesi si manifesta nelle sue numerose opere sull’antropologia cristiana, la metafisica e l’etica sessuale. In chiave leriniana ha riconosciuto “la necessità di cercare e scoprire la formulazione più adeguata di norme morali universali e permanenti alla luce dei diversi contesti culturali, una formulazione più capace di esprimere incessantemente la loro rilevanza storica, di farle comprendere e di interpretarne autenticamente la loro verità“. Egli spiega: “

Questa verità della legge morale – come quella del ‘deposito della fede’ – si dispiega lungo i secoli: le norme che esprimono tale verità restano valide nella loro sostanza, ma devono essere specificate e determinate “eodem sensu eademque sententia” (devono mantenere lo stesso significato e lo stesso giudizio) alla luce delle circostanze storiche dal Magistero della Chiesa, la cui decisione è preceduta e accompagnata dall’opera di interpretazione e formulazione caratteristica della ragione dei singoli credenti e della riflessione teologica. (VS §53).

La comprensione della verità della legge morale si è sviluppata nell’interpretazione e nell’applicazione di tale legge nel corso dei secoli. Attingendo alla distinzione tra verità e sue formulazioni, tra proposizioni morali ed espressioni linguistiche, Giovanni Paolo II spiega che le norme morali espressive delle verità morali, pur tenendo conto delle diverse condizioni di vita a seconda dei luoghi, dei tempi e delle circostanze, “restano valide nella loro sostanza” e quindi “devono essere specificate e determinate “eodem sensu eademque sententia” (secondo lo stesso significato e lo stesso giudizio)” secondo quella verità morale. Così, cresce la comprensione della verità morale, cercando e scoprendo “la formulazione più adeguata per norme morali universali e permanenti” senza cambiare la verità sostanziale e determinata della morale.

Ora, Gaillardetz probabilmente risponderebbe all’idea di rivelazione proposizionale di Giovanni Paolo II e alla corrispondente nozione di verità dogmatica accusandoci di dimenticare “quasi interamente l’antica convinzione che la rivelazione divina ci è venuta prima e soprattutto come offerta per salvare la comunione nella persona di Gesù Cristo“. 6] Ma Dio che rivela se stesso e le verità su se stesso, sull’uomo e sul mondo sono due descrizioni compatibili della rivelazione; allo stesso modo, le visioni dialogiche e propositive della rivelazione sono compatibili.

La natura della Rivelazione Divina

La rivelazione è personale perché, in senso fondamentale, Dio si rivela, e così possiamo dire che il contenuto della rivelazione è la realtà propria di Dio, la propria rivelazione, il dono di sé, secondo le parole dell’ultimo Germain Grisez, “come comunione di persone che invitano la persona umana ad entrare in comunione“. Dio è allora il colui della rivelazione divina.

La rivelazione è cristologica e pneumatologica perché, per dirla con Dei Verbum:

La  sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38). (DV, §2)

Questo è il Chi della rivelazione divina. Infatti, Dei Verbum rivela che lo scopo soteriologico dell’auto-rivelazione di Dio è di conoscerlo. Questo è il perchè della rivelazione divina. “Ora questa è la vita eterna: perché conoscano te, l’unico vero Dio, e Gesù Cristo, che tu hai mandato” (Gv 17,3). Siamo quindi invitati alla comunione trinitaria con il Padre, per mezzo del Figlio Gesù Cristo, Verbo incarnato, nella potenza dello Spirito Santo. La rivelazione, quindi, non è la semplice comunicazione delle verità, ma piuttosto “l’autocomunicazione del Dio Trinitario che dà vita, in cui si rivolge agli esseri umani come amici“, come afferma Dei Verbum. Quindi, le nozioni di rivelazione come trasformazione della vita e come fornitura di informazioni non sono incompatibili.

In effetti, c’è la necessità di una comprensione cognitiva e proposizionale della rivelazione.

Mi sembra che la Dei Verbum §2 riconosca che dobbiamo essere istruiti da Dio nella sua affermazione che “il piano di rivelazione si realizza con azioni e parole che hanno un’unità interiore“. In altre parole, Dei Verbum afferma che ci sono due modi distinti ma intrinsecamente uniti di rivelare, e quindi parla di rivelare la parola-opera. Nelle parole di George Eldon Ladd, “Cristo è morto è l’atto; Cristo è morto per i nostri peccati è la parola [divinamente data] di interpretazione che rende l’atto rivelatore“.

Così, congiuntamente costitutive della speciale rivelazione di Dio, sono le sue parole (rivelazione verbale) e le sue opere inseparabili, intrinsecamente legate l’una all’altra perché nessuna è completa senza l’altra; le realtà storiche della redenzione sono inseparabilmente collegate alla comunicazione verbale della verità di Dio, affinché noi possiamo, come dice il teologo cattolico Francesco Martino, “partecipare più pienamente alle realtà mediate dalle parole“. In altre parole, un presupposto fondamentale del concetto di rivelazione in Dei Verbum §2 è che “senza gli atti di Dio le parole sarebbero vuote, senza la sua parola gli atti sarebbero ciechi”, come ha ammirevolmente affermato il teologo riformato Geerhardus Vos.

Inoltre, l’idea che l’auto-rivelazione di Dio sia una parola-rivelazione, che costituisce un elemento essenziale dell’auto-rivelazione di Dio, implica l’idea della rivelazione proposizionale, della verità rivelata, cioè che le affermazioni che esprimono proposizioni sono parte del modo in cui Dio si rivela. Contra Gaillardetz, Dei Verbum, afferma anche la centralità delle “asserzioni”, o proposizioni, dello Spirito Santo nella rivelazione verbale di Dio:

Poiché dunque tutto ciò che gli autori ispirati o agiografi asseriscono è da ritenersi asserito dallo Spirito Santo, bisogna ritenere, per conseguenza, che i libri della Scrittura insegnano con certezza, fedelmente e senza errore la verità che Dio, per la nostra salvezza, volle fosse consegnata nelle sacre Scritture. (§11)

Aidan Nichols, OP, ha ragione. “Quali che siano le altre dottrine, si tratta di proposizioni, e nessun resoconto di rivelazione che escludesse completamente le proposizioni dal suo ambito potrebbe rendere giustizia al ruolo delle dottrine nel cristianesimo cattolico“. Data la visione strumentalista e funzionalista della dottrina di Gaillardetz e il suo corrispondente antirealismo, il suo “nuovo paradigma” orientato alla pastorale non può rendere giustizia al ruolo delle dottrine nel cattolicesimo perché non esiste un legame intrinseco tra linguaggio, verità e realtà per quanto riguarda lo stato di verità delle formulazioni dogmatiche.

Autenticazione della verità

In conclusione, sebbene la verità proposizionale sia una dimensione indispensabile della verità stessa, il modo in cui la verità è autenticata – cioè vissuta, praticata, realizzata – non può essere ridotta ad essa – ad essere semplicemente creduta, affermata e rivendicata perché ciò che viene comunicato nella catechesi non è [semplicemente] un corpo di verità concettuali, ma il mistero del Dio vivente” (FR §99). In altre parole, dice Giovanni Paolo II,

L’intellectus fidei esplicita questa verità, non solo cogliendo le strutture logiche e concettuali delle proposizioni nelle quali si articola l’insegnamento della Chiesa, ma anche, e primariamente, nel far emergere il significato di salvezza che tali proposizioni contengono per il singolo e per l’umanità. E dall’insieme di queste proposizioni che il credente arriva a conoscere la storia della salvezza, la quale culmina nella persona di Gesù Cristo e nel suo mistero pasquale. A questo mistero egli partecipa con il suo assenso di fede. (FR, PARAGRAFO 66).

Riguardo, poi, alla questione fondamentale di come la verità si autentica, compresa la verità morale, Giovanni Paolo II osserva giustamente che non si tratta solo di verità propositiva, ma piuttosto di come la verità è avvalorata nella vita. Egli scrive:

Urge ricuperare e riproporre il vero volto della fede cristiana, che non è semplicemente un insieme di proposizioni da accogliere e ratificare con la mente. È invece una conoscenza vissuta di Cristo, una memoria vivente dei suoi comandamenti, una verità da vivere. Del resto, una parola non è veramente accolta se non quando passa negli atti, se non quando viene messa in pratica. La fede è una decisione che impegna tutta l’esistenza. È incontro, dialogo, comunione di amore e di vita del credente con Gesù Cristo, Via, Verità e Vita (cf Gv 14,6). Comporta un atto di confidenza e di abbandono a Cristo, e ci dona di vivere come lui ha vissuto (cf Gal 2,20), ossia nel più grande amore a Dio e ai fratelli.(VS §88). La fede possiede anche un contenuto morale: origina ed esige un impegno coerente di vita, comporta e perfeziona l’accoglienza e l’osservanza dei comandamenti divini.(VS §89)

In questo 25° anniversario della grande enciclica Veritatis splendor di San Giovanni Paolo II, è tempo di impegnarsi in un recupero creativo di quest’opera per rivitalizzare l’attuale cultura teologica e la vita della Chiesa dalla sua deriva verso quello che non è altro che un nuovo modernismo.

 

Fonte: The Catholic World Report

 

Eduardo Echeverria è professore ordinario di Filosofia e Teologia sistematica al Seminario maggiore del Sacro Cuore di Detroit. Ha conseguito il dottorato in filosofia presso la Libera Università di Amsterdam e il S.T.L. presso l’Università di San Tommaso d’Aquino (Angelicum) di Roma.

 




VERITA’ ETERNE E CAMBIAMENTI “PASTORALI”

Si strombazza: la dottrina non si tocca, bisogna solo lavorare sulla pastorale. In sé il concetto sarebbe pure giusto, l’unico problema è cosa si intenda per principio di pastoralità. Inteso in senso storicistico, il risultato sarebbe l’inevitabile svilimento del Depositum fidei. Un modo per cambiare subdolamente la Dottrina.

Un esempio lampante c’è lo offre Luciano Moia su Avvenire (qui) quando scrive: “molti esperti (…) hanno colto lo spunto offerto dall’anniversario (della Humanae Vitae, ndr) per riaprire un dibattito che sembrava inopportuno ma che era ormai ineludibile, alla luce della distanza che ormai divide la vita della coppie e le indicazioni normative per quanto riguarda la regolazione delle nascite. (…) indicazioni non solo ignorate ma di cui la maggior parte delle coppie cristiane non riesce più a comprendere le ragioni etiche, rischia di apparire in contrasto con quel principio di realtà – che è poi la ricerca del bene possibile – su cui deve fondarsi ogni percorso pastorale”. Come se la validità di una verità eterna dipendesse dall’adesione ad essa della maggioranza delle coppie. Seguendo questo strano ragionamento si potrebbe dire: visto che l’aborto è ampiamente praticato e persino non compreso nella sua gravità dalla maggioranza delle coppie applichiamo il concetto di “bene possibile”.

Di qui la bizzarra richiesta che da alcune parti si alza di sviluppare “la dottrina di Humanae vitae alla luce del nuovo paradigma introdotto da Amoris laetitia”. “Nuovo paradigma”? Non esiste un nuovo paradigma. Esiste il paradigma di sempre (rif. card. Müller, qui).

Ci spiega i termini della questione Eduardo J. Echeverria, Professore ordinario di Filosofia e Teologia sistematica al Seminario Maggiore del Sacro Cuore di Detroit.

Ecco l’articolo nella mia traduzione.

Foto: papa San Giovanni Paolo II

Foto: papa San Giovanni Paolo II

Il “ritorno alle fontiè un recupero creativo dei fondamenti autorevoli della fede cristiana nella Scrittura e nella Tradizione per rivitalizzare il presente. Questo recupero è stato al centro del Vaticano II. In linea con il pensiero di Vincenzo di Lérins (d.C 450), il Concilio distingueva tra verità e sue formulazioni storicamente condizionate, verità-contenuto e contesto, in sintesi, proposizioni e frasi. Giovanni XXIII alludeva a queste distinzioni nel suo discorso di apertura al Vaticano II, Gaudet Mater Ecclesia: “Poiché il deposito della fede [2 Tm 1, 14], le verità contenute nel nostro sacro insegnamento, sono una cosa; il modo in cui si esprimono, ma con lo stesso significato e lo stesso giudizio [eodem sensu eademque sententia], è un’altra cosa“.

La clausola subordinata qui – eodem sensu eademque sententia – fa parte di un più ampio passo della Dei Filius del Vaticano I (4.14), e questo passo è, a sua volta, del Commonitórium primum (23.3) di Vincenzo di Lérins: “Perciò, ci sia crescita e abbondanti progressi nella comprensione, conoscenza e sapienza, in tutti e in ciascuno, negli individui e nella Chiesa intera, in ogni tempo e nel progresso dei secoli, ma solo con i giusti limiti, cioè nello stesso dogma, nello stesso significato, nello stesso giudizio“.

Yves Congar, uno dei grandi teologi della nouvelle théologie, sostiene che questa distinzione riassume il significato del Vaticano II. Anche se le verità della fede possono essere espresse in modo diverso, dobbiamo sempre determinare, proprio mentre approfondiamo la nostra comprensione di quelle verità, che quelle nuove formulazioni conservino lo stesso significato e lo stesso giudizio (eodem sensu eademque sententia), e quindi la continuità materiale, l’identità e l’universalità di quelle verità.

Al contrario, oggi si sente molto parlare di un orientamento pastorale della dottrina. “Pastorale” qui ha un significato storicistico, negando esplicitamente o implicitamente la perdurante validità della verità proposizionale: la verità stessa e non solo le sue formulazioni sono soggette a riforme e reinterpretazioni perpetue. È proprio così che alcuni interpretano la distinzione di Giovanni XXIII tra la verità e le sue formulazioni. Per esempio, Richard Gaillardetz e Christoph Theobald, S.J., portano avanti questa interpretazione, che Theobold chiama il “principio della pastoralità”.

Questo principio è storicistico perché fa crollare la distinzione della verità immutabile e delle loro formulazioni in un contesto storico, intendendo così, come afferma Teobaldo, “soggetta a continua reinterpretazione [e ricontestualizzazione] a seconda della situazione di coloro ai quali viene trasmesso“.

Teobaldo afferma che l’espressione “sostanza del deposito della fede” dovrebbe essere “presa nel suo insieme e senza fare riferimento a una pluralità interna [cioè alla verità immutabile e alle sue formulazioni] che è già parte di tale espressione“.

Come dice Gaillardetz,la dottrina cambia quando cambiano i contesti pastorali e emergono nuove intuizioni [perché] particolari formulazioni dottrinali non mediano più il messaggio salvifico dell’amore trasformante di Dio“. In poche parole, questo approccio mette in discussione il significato delle dottrine come verità assolute, o come affermazioni oggettivamente vere.

Ma questo particolare principio di pastoralità non è plausibile come interpretazione del Vaticano II, dato che Giovanni XXIII segnò un chiaro punto di contatto con la nouvelle théologie, un movimento di rinnovamento che esercitò un’influenza significativa sul Concilio.

Ci sono prove che i sostenitori di questo principio non sembrano cogliere la distinzione tra proposizioni e frasi, tra verità e sue formulazioni. Per esempio, hanno suggerito che poiché la Humanae Vitae ha attraversato un processo di revisione che ha portato alle sue formulazioni teologiche finali che, quindi, la verità stessa affermata da questa enciclica può cambiare.

Alcuni ora sostengono anche che Joseph Ratzinger abbia avuto difficoltà con le affermazioni di verità della Humanae Vitae. Eppure durante le interviste (contenute nel libro) Ultime conversazioni (Garzanti Libri), Papa Benedetto XVI afferma chiaramente che non sono state le conclusioni della Humanae Vitae che lui ha messo in discussione, ma piuttosto il modo di argomentare: “Era certamente chiaro che quello che (la Himanae Vitae) diceva era essenzialmente valido, ma il ragionamento … non era soddisfacente“.

Egli aggiunge: “Cercavo un punto di vista antropologico complessivo“, che trovò in “Giovanni Paolo II, che doveva integrare (non rigettare) con una visione personalista il punto di vista della legge di natura dell’enciclica“. JPII sintetizzò con successo in un insieme coerente il personalismo, la fenomenologia esistenziale/ermeneutica e il tomismo nel suo lavoro filosofico e teologico.

Giovanni Paolo II ha fatto interpretazioni leriniane. Questa sintesi si manifesta nelle sue opere sull’antropologia cristiana, la metafisica e l’etica sessuale (ad esempio, Amore e responsabilità, Uomo e Donna li creò: una teologia del corpo, Persona e atto, Persona e comunità). Infatti, nella sua grande ma spesso ignorata enciclica del 1993, Veritatis Splendor, si allinea esplicitamente all’ermeneutica lériniana:

Certamente occorre cercare e trovare delle norme morali universali e permanenti la formulazione più adeguata ai diversi contesti culturali, più capace di esprimerne incessantemente l’attualità storica, di farne comprendere e interpretare autenticamente la verità. Questa verità della legge morale — come quella del «deposito della fede» — si dispiega attraverso i secoli: le norme che la esprimono restano valide nella loro sostanza, ma devono essere precisate e determinate «eodem sensu eademque sententia» secondo le circostanze storiche dal Magistero della Chiesa, la cui decisione è preceduta e accompagnata dallo sforzo di lettura e di formulazione proprio della ragione dei credenti e della riflessione teologica. (§53)

Attingendo alla distinzione tra verità e sue formulazioni, tra proposizioni morali ed espressioni linguistiche, Giovanni Paolo II spiega che le norme morali espressive delle verità morali, pur tenendo conto delle diverse condizioni di vita a seconda dei luoghi, dei tempi e delle circostanze, “restano valide nella loro sostanza” e quindi “devono essere specificate e determinate eodem sensu eademque sententia [“secondo lo stesso significato e lo stesso giudizio”].

Così, cresce la comprensione della verità morale, cercando e scoprendo “la formulazione più adeguata per norme morali universali e permanenti” senza cambiare la verità sostanziale e determinata della morale.

Per rivitalizzare il presente con un recupero creativo delle fonti autorevoli della fede cristiana, la Chiesa ha bisogno dell’ermeneutica Lériniana, non di un principio storicistico di pastoralità.

Fonte: The Catholic Thing




HUMANAE VITAE, IL MODERNISMO “SOTTO ALTRI NOMI E’ ANCORA PRESENTE”

Chiara, precisa, profonda e tagliente questa intervista di Edward Pentin a mons. Livio Melina sulla Humanae Vitae, già presidente del Pontificio Istituto Teologico per il Matrimonio e le Scienze Familiari San Giovanni Paolo II. Una lettura senz’altro consigliata. Ve la propongo nella mia traduzione.

foto: Prof. mons. Livio Melina

foto: Prof. mons. Livio Melina

Mons. Melina, qual è il cuore della Humanae Vitae? È un orientamento ideale lasciato all’interpretazione della coscienza di ciascuno, come alcuni hanno sostenuto, o è una norma morale vincolante?

Il nucleo fondante dell’enciclica Humanae Vitae si trova nei paragrafi 12 e 14. Il n. 12 esprime in termini positivi il principio della “connessione inscindibile, stabilita da Dio, che l’uomo di sua iniziativa non può rompere, tra il significato unitivo e il significato procreativo che sono entrambi inerenti all’atto matrimoniale” – una dottrina, si dice, “spesso esposta dal magistero”. Inoltre, si esprime in termini negativi come norma conseguente, al n. 14: “È esclusa qualsiasi azione che, prima, al momento o dopo il rapporto sessuale, sia specificamente intesa a prevenire la procreazione – sia come fine che come mezzo“. L’atto contraccettivo è infatti definito come “intrinsecamente sbagliato” e “è un grave errore pensare che un’intera vita matrimoniale di relazioni altrimenti normali possa giustificare un rapporto sessuale deliberatamente contraccettivo“.

Queste affermazioni non possono essere interpretate come mere linee guida ideali valide per tutta la vita coniugale, perché l’insegnamento della Humanae Vitae fa esplicito riferimento ad ogni singolo atto coniugale. L’enciclica in questi due punti risponde chiaramente alla questione discussa e respinge la tesi (del ‘rapporto di maggioranza’ della Commissione che consigliava Paolo VI) che, in nome del cosiddetto “principio di totalità”, si pretende non si applichi ai singoli atti, ma solo alla vita matrimoniale nel suo insieme.

È un insegnamento dottrinale o solo disciplinare e pastorale?

Il n. 4 dell’enciclica del Beato Paolo VI afferma che questa risposta si fonda sulla “dottrina morale del matrimonio”, “fondata sulla legge naturale, illuminata e arricchita dalla rivelazione divina”, di cui il magistero della Chiesa non è l’autore, ma “custode e autentico interprete”. Si tratta quindi di un pronunciamento dottrinale, basato sulla legge naturale, ma che gode anche della luce della rivelazione, data in modo autentico.

Le verità della fede e l’insegnamento morale non possono essere separati. Dal Concilio di Trento, poi dal Vaticano I e dal Vaticano II, la formula in fide et moribus indica l’oggetto di un autentico magistero, dato con l’aiuto dello Spirito Santo, che può essere oggetto di un insegnamento definitivo.

È infallibile nella Chiesa o discutibile? È riformabile?

Non si deve confondere un atto solenne del magistero con l’infallibilità. Il teologo [Mons. Ferdinando] Lambruschini, quando presentò alla stampa l’enciclica Humanae vitae, pur negando che si trattasse di un atto solenne con la nota dell’infallibilità, la definì come un “pronunciamento autentico” della “dottrina cattolica“, con la qualifica di “non riformabilità“, che quindi chiedeva un “assenso leale e pieno, interiore ed esteriore. Va anche sottolineato che una dottrina può essere infallibile, anche se non è stata insegnata con un atto solenne del Magistero, che ne definisce la formula. Infatti, il cardinale Joseph Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, disse: “Secondo la definizione del Vaticano I e l’insegnamento del Vaticano II nella Lumen Gentium 25, il magistero del Papa gode del carisma dell’infallibilità quando proclama con atto definitivo una dottrina riguardante la fede e la morale. Anche l’intero corpo episcopale beneficia della stessa infallibilità, quando conservando il vincolo di comunione in se stesso e con il Successore di Pietro, insegna una proposizione da considerare definitiva. Ciò significa che il magistero può insegnare una dottrina riguardante la fede e la morale come definitiva, o con un atto definitivo (giudizio solenne) o con un atto che non ha la forma di una definizione (Introduzione alla Lettera Apostolica Ordinatio Sacerdotalis, 28 ottobre 1995).

L’insegnamento della Humanae Vitae fu insegnato da Paolo VI, Giovanni Paolo II e dai papi successivi, ricordando il costante giudizio dei vescovi cattolici su questo punto, come appartenente alla legge morale naturale, e quindi come verità definitiva, che la Chiesa non può cambiare. Questa dottrina di Humanae Vitae è stata poi accolta, e lo è stata da 50 anni, dal magistero ordinario dei vescovi, sparsi in tutto il mondo (segno di questo consenso è il Sinodo sulla Famiglia del 1980, e quello del 2014 e 2015). È necessario, quindi, concludere che questo insegnamento è definitivo, il che giustifica le chiare parole di san Giovanni Paolo II: “Ciò che la Chiesa insegna sulla contraccezione non appartiene a questioni liberamente contestabili tra i teologi. Insegnare il contrario equivale a indurre in errore la coscienza morale dei coniugi” (discorso 5 giugno 1987). Queste parole sono valide ancora oggi: chi mette in dubbio il valore irreformabile della dottrina della Humanae Vitae “trae in inganno la coscienza morale dei coniugi”.

Può esserci un’evoluzione della dottrina di Humanae Vitae?

Lo sviluppo della dottrina può certamente avvenire a condizione che non significhi negazione o contraddizione con quanto il Magistero ha insegnato prima: eodem sensu, eademque substantia (Vaticano I). La coerenza vitale con la Tradizione, senza aggiunte spurie e senza perdita di elementi essenziali, è una condizione per lo sviluppo organico, come insegnò il beato John Henry Newman. Altrimenti, cadiamo nel modernismo, che pretende di trasformare la dottrina dall’interno, adattando le sue formule alla coscienza e all’esperienza religiosa dei tempi. Fu proprio Paolo VI, in un’udienza del 19 gennaio 1972, a denunciare la sopravvivenza del modernismo, che “sotto altri nomi è ancora presente“, perché è espressione di una serie di errori che potrebbero “rovinare totalmente la nostra concezione della vita e della storia”.

Si presume che ci siano “cambiamenti di paradigma” che, pur sostenendo di non cambiare la dottrina, ne distorcono di fatto il significato, poiché rendono buono ciò che prima era male e male ciò che prima era bene. Lo spazio per lo sviluppo della dottrina è quello di un approfondimento antropologico e teologico, come è avvenuto nella “teologia del corpo” di San Giovanni Paolo II. Il limite proposto dalle norme morali negative, che riguarda le azioni intrinsecamente cattive, rappresenta un punto di verifica che uno sviluppo della dottrina non equivalga alla sua perversione. “Il cielo e la terra passeranno, le mie parole non passeranno”, dice il Signore.

Qual è il rapporto tra norma e coscienza? In che senso c’è un primato di coscienza?

Il punto decisivo del dibattito attuale riguarda il rapporto tra la norma, insegnata da Humanae Vitae, e la coscienza, alla quale si vorrebbe attribuire il primato. Va ricordato che Papa Francesco in Amoris Laetitia, auspicando un migliore coinvolgimento della coscienza delle persone nella pratica della Chiesa, ribadisce che è necessario innanzitutto “favorire lo sviluppo di una coscienza illuminata, formata e guidata dal discernimento responsabile e serio del proprio pastore” (n. 303). Certamente è il giudizio della coscienza che determina il valore concreto di un atto, ma la coscienza morale deve essere formata nella sua dipendenza dalla verità sul bene e sul male.

Qui il punto decisivo è il magistero di San Giovanni Paolo II nell’enciclica Veritatis splendor, che non può essere dimenticato o messo da parte. Essa esclude la concezione autonoma o creativa della coscienza, che non è la fonte per decidere ciò che è bene e ciò che è male, poiché “profondamente impressa in essa [è] un principio di obbedienza nei riguardi della norma oggettiva (n. 60), l’espressione della verità sul bene e non un decreto arbitrario e mutevole di un’autorità umana. Per questo motivo “le circostanze o le intenzioni non possono mai trasformare un atto intrinsecamente malvagio in virtù del suo oggetto in un atto ‘soggettivamente’ buono o difendibile come scelta”. (No. 81).

Per quanto riguarda la discussione nel periodo del Sinodo sulla Famiglia, quali vantaggi ha portato al tema della Humanae vitae?

Se poi si considera lo sviluppo della discussione sinodale, si deve notare che l’ambigua interpretazione del ruolo della coscienza nell’applicazione della norma dell’Humanae Vitae 14, contenuta nello instrumentum laboris (137), preparato per l’Assemblea sinodale del 2015, non solo è stata oggetto di grande protesta (appello di 200 teologi moralisti), ma è stata effettivamente messa da parte dai padri sinodali nel documento finale e ciò indica, al di là delle manipolazioni mediatiche, quale fosse la loro vera intenzione.

C’è chi afferma che il vero sentimento di Paolo VI sarebbe stato molto più permissivo della lettera della Humanae vitae e dell’interpretazione poi affermata dalla Chiesa.

Paolo VI non era una banderuola meteorologica. Il giornalista della BBC che annunciò la pubblicazione dell’enciclica il 25 luglio 1968, confessò di ammirare il Papa, proprio per il coraggio di andare controcorrente, di fronte all’enorme pressione mediatica (e non solo). Sembra, dunque, veramente meschino e pietoso cercare di far apparire il beato Paolo VI come una persona timida, che per paura si sarebbe arresa alla questione decisiva della Humanae Vitae sotto la pressione curiosa dei tradizionalisti mentre il suo sentimento sarebbe stato diverso, con l’assurda pretesa di riconoscersi oggi come veri interpreti del suo sentimento profondo, (con l’assurda pretesa) che negli anni del dibattito quando lui fu aspramente contestato egli si sia schierato con il dissenso pubblico che tanto lo ha amareggiato.

Come giudica le interpretazioni sciolte che minano il valore normativo dell’enciclica del beato Paolo VI?

Altrettanto strumentale è l’interpretazione “spiritualista” di un’enciclica, dedicata ad illustrare un ideale e dei principi, ma senza giungere ad alcuna conclusione normativa e pratica (‘il problema della Humanae Vitae – si dice – non può essere ridotto a: pillola Sì, pillola No!’), che sarebbe affidata al primato della coscienza soggettiva.

In realtà la Humanae vitae è l’opposto di questo gnosticismo spiritualistico o di questo “docetismo morale” (R. Brown): È un’enciclica che parla della carne e della sua concretezza della intimità coniugale, perché sa bene che è lì che si decide la verità dell’amore, dell’autenticità delle relazioni e, in fondo, anche del bene comune di una società.

Fonte: National Catholic Register

 




“COSCIENZA CREATIVA” E’ FRUTTO DELLA “CRISI DELLA VERITA’” CHE HA OPPOSTO LEGGE DIVINA E LIBERTA’ UMANA

Una “crisi della verità” nella Chiesa di oggi ha messo in opposizione la legge divina e la libertà umana, permettendo a una coscienza “creativa” di decidere cosa è bene e cosa è male, ha avvertito una professoressa cattolica di filosofia al Rome Life Forum la scorsa settimana. Di questo si parla in questo articolo di Dorothy Cummings su LifeSiteNews.

Eccolo nella mia traduzione.

Foto: papa Giovanni Paolo II

Foto: papa Giovanni Paolo II

La professoressa Isobel Camp della Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino (l’Angelicum) ha dimostrato nel suo intervento come l’insegnamento di San Giovanni Paolo II in Veritatis Splendor si opponga alla nozione di coscienza autonoma e al suo “potere giustificante” per determinare ciò che è bene e ciò che è male. In realtà, ha sostenuto, la coscienza non si basa su se stessa, ma sulle verità della legge divina.

Camp ha spiegato che nella Veritatis Splendor, San Giovanni Paolo II affermava la dottrina “ponendo la coscienza nel rapporto armonico della legge [divina] e della libertà [umana]“. Il professore ha notato come Giovanni Paolo II abbia sottolineato chenon ci potrà mai essere un’opposizione tra la legge e la libertà che permetta alla coscienza creativa di decidere cosa è bene e cosa è male“.

Il pontefice polacco ha messo in guardia, ha detto, contro le tendenze teologiche che hanno posto questa “coscienza creativa” al di sopra della tradizione e del magistero della Chiesa.

Queste diverse scuole di pensiero vedono un’apparente tensione o opposizione tra la legge e la libertà“, ha detto Camp. “La legge è vista come autoritaria, giustapposta a una nozione di libertà ‘che viene esaltata fino all’idolatria’“.

Tale separazione sfocia in teorie di una coscienza creativa che ‘divergono dalla tradizione della Chiesa e dal suo Magistero’“, ha continuato.

Poi [Giovanni Paolo II] spiega che le tensioni o il dualismo tra diritto e libertà conducono a una coscienza creativa: ‘Alla coscienza individuale è trasferito lo status di corte suprema del giudizio morale che tramanda affermazioni categoriche e infallibili sul bene e sul male“.

Ha rilevato come il pontefice abbia avvertito che alcuni autori hanno addirittura permesso alla coscienza una “creatività” che stabilisce un’opposizione tra la legge divina e “l’azione concreta“, portando ad una “sorta di doppio status della verità morale“.

Una predilezione per il “concreto” potrebbe essere usata per permettere a una persona di fare “in buona coscienza” ciò che è giudicato “intrinsecamente malvagio dalla legge morale“, ha detto citando il santo papa.

Si stabilisce così in alcuni casi una separazione, o addirittura un’opposizione, tra l’insegnamento del precetto, che è valido in generale, e la norma della coscienza individuale, che di fatto prenderebbe la decisione finale su ciò che è bene e ciò che è male“.

Camp non ha menzionato per nome l’esortazione Amoris Laetitia di Papa Francesco del 2016 , ma ha indicato che Giovanni Paolo II sembrava anticipare quel documento controverso quando ha detto che questo potere decisionale finale della coscienza veniva usato come scusa per trovare “soluzioni cosiddette ‘pastorali’” contrarie alla dottrina della Chiesa:

Su questa base, si cerca di legittimare soluzioni cosiddette ‘pastorali’ contrarie all’insegnamento del Magistero, e di giustificare un’ermeneutica ‘creativa’ secondo la quale la coscienza morale non è in alcun modo obbligata, in ogni caso, da un precetto negativo“, ha detto la Camp, citando Giovanni Paolo II. Il sesto comandamento che vieta l’adulterio è un esempio di precetto negativo. Secondo la fede cristiana, non ci sono eccezioni ai precetti negativi.

La professoressa ha spiegato come in Veritatis Splendor, Giovanni Paolo II abbia descritto le allarmanti conseguenze morali legate alla nozione di coscienza autonoma (auto-giustificante).  Il risultato finale è che la coscienza, non più dipendente dalla legge divina, “determina ciò che porterà la felicità”.

Usando la storia del “giovane sovrano ricco” di Matteo 19, Camp ha sottolineato che la vita eterna, o beatitudine, inizia obbedendo ai comandamenti di Dio (Matteo 19:16). Per raggiungere la beatitudine, la persona ha bisogno, e ha ricevuto, dell’orientamento del suo Creatore. La legge naturale, che si fonda sulle inclinazioni naturali del cuore umano, è una partecipazione alla saggezza divina, ha spiegato Camp.

Secondo l’enciclica, la legge naturale che inscrive le norme morali universali è considerata una partecipazione alla saggezza divina e al governo divino dell’universo“, ha detto. “Quindi è opportuno chiamare legge naturale una legge. Inoltre, san Tommaso [d’Aquino] non parla della legge naturale come derivata; descrive invece la legge naturale come fondata sull’inclinazione naturale“.  

Camp ha detto che abbiamo una consapevolezza primordiale della verità, abbiamo una innata ragione pratica tra cui principi come “fare il bene e fare il male”. Questo ci è stato dato dal nostro Creatore, che, pur dandoci i mezzi e la libertà di partecipare alle preoccupazioni del bene, è l’arbitro finale del bene.

L’uomo ha una determinazione iniziale per il bene in modo da poter scegliere particolari beni che si presentano alla mente“, ha spiegato Camp. “L’uomo non può creare la verità ex nihilo e quindi non può creare la propria morale“.

Anche quando cerca di creare la propria morale, è sempre sulla perversione della natura umana“, continua. “Alla fine non può liberarsi dalla realtà del bene e del male; anche se vuole chiamare bene il male e male il bene, è sempre diviso tra ciò che è bene e ciò che non lo è, tra ciò che deve essere fatto e ciò che non deve essere fatto“.

Fonte: LifeSiteNews