I falsi ed il vero umanesimo

transumanesimo

 

 

di Gianni Silvetri

 

Il primo ministro Conte, in sede di presentazione del suo secondo governo, ha parlato della necessità di un “nuovo umanesimo”,  dimostrando sia che il tema è ritenuto attuale e fondamentale, non solo da un teologo o da un filosofo, ma anche da un politico, sia che il “vecchio umanesimo” è – a suo parere – da sostituire.

E’ tempo quindi  di vari umanesimi, cioè di varie concezioni dell’uomo, ed il tema non è accessorio, ma fondamentale in quanto ognuno di noi vive – più o meno consapevolmente – secondo un “tipo di umanesimo” essendo il comportamento umano necessariamente guidato da idee e motivazioni  (con  conseguenze sullo stile di vita, personale e sociale).

Appare opportuno premettere una generale (quanto sintetica) introduzione al tema.

L’umanesimo, inizialmente noto come  fenomeno letterario del XIV sec., è parte di una tendenza più ampia che ha modificato la stessa impostazione di vita e studio esistenti in Oriente ed Occidente sino al Medio Evo: l’uomo non è più conoscibile partendo dal suo rapporto con il Creatore – ma deve essere posto al centro della ricerca speculativa; dall’uomo stesso deve partire la sfida della conoscenza e della organizzazione della vita e non più (solo) da Dio. Questo cammino di autonomia si è sviluppato nei secoli successivi, portando al progressivo allontanamento di Dio dalla vita stessa dell’uomo, che ha iniziato a concepirsi sempre più come autosufficiente, bastante a sé stesso, senza bisogno di Altro, quasi una creatura senza creatore.

Tale percorso, che qui non si ha il tempo e lo spazio di specificare, giunge al periodo dell’Illuminismo, in cui la ragione da semplice strumento di conoscenza (di un Reale più ampio ed aperto al Mistero), si trasforma in una sorta di “imbuto” che vaglia tutto per trattenere solo ciò che comprende con il metro della ragione strumentale (ritenendolo  esistente e reale) e rifiutando, sempre con lo stesso metro, ciò che non comprende (ritenuto non reale, fantasioso, frutto di miti o superstizioni anche religiose).

La mentalità illuminista arriva all’ateismo, (“Dio non esiste, non è dimostrabile”) solo perché Dio non è riducibile ai limitati criteri di tale “ragione-imbuto”,  che pretende di dover dimostrare con procedure sperimentali e riproducibili persino il Creatore. (Vi è la presunzione di ritenere che il Creatore debba potersi ridurre alle misure ed ai criteri limitati, stabiliti dalla creatura).

A distanza di circa un secolo, a seguito della parentesi idealista occidentale, Nietzsche fa il passo conseguente che porta al compimento di un umanesimo ateo-laico (celebre la famosa frase “Dio è morto”, – cioè, anche se esistente, non è più necessario alla vita dell’uomo): l’uomo diviene “superuomo” cioè unico attore delle sue scelte che non sono più ispirate ad una visione soprannaturale, ma guidate solamente da principi ritenuti giusti e/o accettabili da lui e/o dalla società.

Ma la (prematura) morte di DIO del XIX secolo ha ben presto portato però alla morte dell’uomo nelle dittature atee, naziste e comuniste del XX secolo, come acutamente osservato dal docente universitario francescano Adam Kopiec di origini polacche nel suo recente libro “Umanesimi laici e cristianesimo umanistico”(2017). La dissoluzione di Dio ha portato alla dissoluzione della dignità umana, calpestata nei campi di concentramento nazisti o nel gulag sovietici. Nel cosiddetto “secolo breve”, l’abbandono di ogni verità “oggettiva ed universale”, alla quale orientare le proprie scelte, ha portato ad un esagerato ampliamento del solo valore residuo; quello della libertà personale, rimasto l’unico valore universalmente accettato; oggi infatti la diversa e singola opinione  soggettiva è divenuta il principale (se non l’unico) metro di valutazione e scelta.

Questa parcellizzazione di posizioni (soggettive e mutevoli nel tempo) ha portato alla morte di ogni certezza ed alla cosiddetta “dittatura del relativismo” denunciata da Benedetto XVI nel suo intervento nella “Missa pro eligendo romano pontifice”. La dittatura del relativismo elimina ogni verità creando un sistema in cui la singola personale opinione ha sostituito la verità, dove non si cerca più il bene, ma al massimo il benessere soggettivo, illudendo così l’uomo di essere libero dalla Verità (senza spiegargli che, così facendo, rischia di divenire schiavo di qualsiasi menzogna o ideologia).

 

Un umanesimo nichilista senza speranze e valori trascendenti che l’intellettuale Augusto del Noce definiva “gaio” per la sua capacità – con ogni genere di divertimento (reale o virtuale) – di distrarre l’uomo persino dalla ricerca del senso della vita, del bene comune, di una verità che sapesse spiegare l’assurdità della morte ed il desiderio di una pienezza assoluta (Dio).

In questo deserto di valori e certezze l’uomo ed i suoi desideri diventano unico punto di riferimento (e addirittura fonte di “nuovi diritti”): viene abbandonata persino l’unica certezza rimasta, quella dell’ordine naturale, e l’essere umano ritiene di poter intervenire sulla stessa vita (manipolazione genetica), sulla vita altrui (aborto e/o eutanasia), sulla stessa propria identità sessuale (“teoria gender” che fa discendere la propria identità sessuale dal semplice “sentirsi” uomo o donna, eliminando il concetto di sessualità biologicamente intesa ed ammettendo addirittura l’identità “gender fluid”, in cui la sessualità percepita cambia a seconda del temporaneo stato d’animo).
E’ tanta l’innaturalità di tale concezione che sarebbe opportuno coniare il termine di “umanesimo Arbitrario” in cui la ragione si illude di creare la realtà stessa, al posto di conoscerla (proprio il contrario del metodo realistico e veritativo di S. Tommaso: “veritas est adeguatio rei et intellectus”).

In questo “relativismo postmoderno”  caratterizzato non da certezze, ma da un “pensiero debole” (evidenziato da Vattimo & C.) stanno sorgendo nuovi umanesimi sostitutivi (post-umanesimi) che tentano di ricercare un diverso e nuovo senso della vita, una nuova motivazione alla esistenza.

Tra questi, oggi è prevalente l’umanesimo tecnologico in cui il (solo) sapere scientifico (con la sua applicazione tecnica) viene visto come unica fonte di certezze e di scelta. Per tale umanesimo diviene lecito tutto ciò che è puramente fattibile e realizzabile dalla scienza-tecnica.

Significativo ad esempio l’ammissibilità di ogni tipo di intervento scientifico sulla naturale esistenza dell’uomo, non solo nelle iniziali fasi della nascita (es. la Procreazione Medicalmente assistita – in Italia normata dalla L 40/04), ma persino nel rifiuto della stessa idea di una vita limitata (si pensi alle tecniche di ibernazione nel tentativo di sopravvivere in tempi in cui – si spera- le malattie o la stessa vecchiaia saranno eliminate, nella ricerca di una “quasi-immortalità” tecnica).

Transumanesimo

In attesa di questi tempi a venire, l’uomo tecnologico è persino disposto a limitare il tempo trascorso nel “duro” mondo reale, trasferendolo in un “mondo costruito a propria immagine” in cui trascorrere una parte crescente del proprio tempo, magari solo con i propri amici (pensiamo alla enorme e crescente influenza sui nostri giovani del “mondo  social-informatico” o alla creazione di un nuovo mondo virtuale, in cui trasferire parte della propria vita come nel fenomeno degli avatar digitali, affrontato anche dal cinema con il famoso film sui replicanti, interpretato da Bruce Willis).  Il fenomeno del (post)umanesimo tecnologico si sta sviluppando nel cosiddetto transumanesimo in cui la caratteristiche umane della nostra specie verranno rafforzate o addirittura superate da applicazioni o impianti tecnologici (uomo potenziato da protesi, chip sensoriali, o memorie informatiche applicate al corpo che ben presto potrebbe essere in tutto o in parte sostituito da cloni bio-tecnologici. Si tratta di temi concreti, ma in parte segreti, come nelle tecnologie militari).

Di fronte a questo “umanesimo esagerato” (che fa parlare a ragion veduta di trans-umanesimo), si sta sviluppando un altro tipo di umanesimo, che chiameremo, ecologico.

In questa concezione l’uomo diventa “un tutt’uno” con l’ambiente che lo circonda e di cui è una parte, al pari di altre specie. Si abbandona per la prima volta l’antropocentrismo (comune a tutti i precedenti umanesimi) per mettere al centro non più l’uomo, ma l’ambiente di cui fa parte.

In questo umanesimo si parla di interspecismo, per significare che l’essere umano è solo una delle tante specie e nemmeno la principale, (senz’altro la più pericolosa, in quanto sta modificando profondamente lo stesso ambiente, mettendolo a rischio).

A differenza della concezione cristiana che distingue tra creato e creatore, qui l’ambiente è addirittura idealizzato o divinizzato e si comincia a parlare di una indefinita “Madre natura” (l’ambiente come nuova divinità a cui orientare ogni nostro sforzo?). In qesta concezione di umanesimo ecologico l’uomo non è più l’essere dominante (in quanto unico ad essere dotato di coscienza), ma diviene un elemento naturale tra gli altri, tendenzialmente con la stessa dignità e diritti, dimenticando la concezione cristiana in cui Dio pone l’uomo al vertice della creazione, come unico essere fatto a Sua immagine (a cui viene affidata la terra ed i suoi abitanti per esercitarne un saggio dominio). Ora è quasi lecito domandarsi: E’ la terra fatta per l’uomo o viceversa?

Madre Terra

All’interno di questo umanesimo ecologico si distingue l’animalismo che “amplifica” il ruolo degli  animali, ampliandone i diritti. Anche in quest’ottica viene presentato il vegetarianesimo o il veganesimo, che propone l’adozione di uno stile di vita proprio di una società basata idealmente su risorse non provenienti dal mondo animale poiché ritenute inutile violenza sugli animali (animali a cui un numero crescente di ricchi occidentali lasciano addirittura il loro patrimonio ereditario, che sarebbe certo moralmente più utile a tanti uomini in difficoltà, -da ultimo la gatta miliardaria dello stilista K. Lagerfeld).

Ad oggi non possiamo, inoltre, non notare che, di fronte al preoccupante calo demografico, assistiamo ad un incremento di animali che “fanno parte della propria famiglia” (magari senza figli). Si inizia  a parlare di normale convivenza inter-specie e sono sempre più le persone che dicono di preferire il (più facile) rapporto con i propri animali domestici, che con altri esseri umani. Addirittura sono già stati “celebrate” le prime unioni tra uomo o donna con i propri cani. (Questa ultima è certo solo una sparuta tendenza, ma indicativa della confusione in atto a cui fare attenzione, in quanto ogni fenomeno è quasi sempre iniziato da piccole “avanguardie”).

Al termine della carrellata su questi nuovi umanesimi è necessario un ultimo sguardo ad un “umanesimo originario”, quello cristiano, che nei secoli ha costruito la nostra civiltà. La sua caratteristica fondamentale (che lo differenzia dagli altri umanesimi) è che qui l’uomo non è solo con se stesso e le sue ideologie, non è un orfano (o figlio del caso), ma un essere voluto alla vita da un Dio che, non solo lo chiama per nome, ma si è manifestato come Padre, tramite il Figlio: Gesù Cristo, inviato a noi proprio per comunicarci questo rapporto, questa compagnia alla vita.

L’esistenza umana assume, solo in questo umanesimo, la compagnia con un Altro che ci ha svelato il nostro destino eterno. Dio ci mostra la continuità della vita, che non è solo quella terrena, che viene finalmente strappata ad una morte che tutti sentono estranea ed ingiusta, quasi che il nostro anelito alla vita eterna sia un dato naturale ed innato, un elemento originario che prescinde dalle diverse condizioni storiche e culturali per divenire un “idem sentire” (sentimento comune).

Questo Destino buono, non più sconosciuto, dà un motivo alla nostra esistenza che altrimenti avrebbe un inizio ed una fine senza un senso, al pari di una qualsiasi roccia dell’universo.

Il comandamento di “amare Dio sopra ogni cosa” assume quindi il valore fondante della vita umana, costruendo un rapporto di amore con il proprio creatore, che costituisce un punto di riferimento e di senso ad ogni nostro sforzo terreno (parte di un cammino più ampio, di un percorso che inizia ma non finisce qui).

Ma la grandezza del cristianesimo (a differenza di altre religioni-filosofie che mirano al solo benessere ed equilibrio di sé), è di aver fondato anche un rapporto interpersonale, con valenza anche sociale, grazie al secondo comandamento “dell’amore per il prossimo”.

La religione cristiana non nasce e finisce nella coscienza individuale, ma il destino eterno ci accomuna, l’esser figli di uno stesso Padre ci rende fratelli e ci chiede di comportarci come tali, sia nella vita individuale che in quella sociale. In questa ottica le forze di ognuno si uniscono nella costruzione di una società che tende ad essere addirittura fraterna.

In tale ottica la sobrietà di vita è naturale, in quanto l’uomo trova la serenità e la felicità nello stesso rapporto con Dio e con i fratelli e non sente il bisogno di “esagerazioni inutili, di spendere la vita nella ricerca delle cose superflue, nel consumismo, nel crescente arricchimento materiale, nella sete di potere e dominio oggi ritenuti fondamentali nella società laica (traguardi effimeri che sempre però continuano a tentare l’uomo ed anche il credente).

Significative a questo proposito le testimonianze di migliaia di santi e mistici, come la figura di S.Teresa che, dopo l’esperienza estatica della visione di Dio, desidera lasciare questa vita per raggiungerLo quanto prima (“Muoio perché non muoio” è quasi il suo lamento nella vita terrena, ritenuta troppo misera, quasi insopportabile, a confronto di quella intravista con Dio).

Michelangelo - Giudizio universale - Creazione di Adamo (particolare)

Michelangelo – Giudizio universale – Creazione di Adamo (particolare)

Questa esperienza liberante conduce ad una vita nuova e qualitativamente incomparabile. Essa è il contrario dei tentativi di allungare artificialmente la vita, di aumentarne solo la quantità di anni, aggrappandosi ad una corporeità invecchiata, che appare l’unica certezza per il non credente, l’unico scoglio a cui aggrapparsi nel naufragio di una vita che passa inesorabilmente, senza un futuro.  Ecco l’importanza di un vero umanesimo, da riconoscere con cura tra i vari umanesimi “oggi sul mercato” in quanto la varietà e l’illusorietà “dell’offerta” costituiscono un rischio grave di smarrimento, seguendo illusioni sempre più sofisticate e apparentemente realistiche, spesso frutto di menzogne interessate (sia pure ben confezionate).  La verità di un vero umanesimo per la vita, si misura e riconosce sia per il superamento del solo benessere materiale (tra l’altro ricercato in tante proposte) e sia per l’abbraccio di ogni aspetto dell’esistere a cominciare dalla ricerca di un senso lieto della vita (e non solo della sua “frazione terrena”) che sappia far affrontare la solitudine ed il dolore realtà, attenuabili ma non eliminabili, della nostra vita.
Ed in questa ricerca risultano sempre valide l’esperienza e le Confessioni del grande viveur Agostino, inizialmente ingannato da tante proposte illusorie:

“Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”

 

 

 




«Il laicismo propone un nuovo umanesimo, vuole elidere il cristianesimo richiamando la parola “valori”»

Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio

Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio

 

di Gianfranco Amato

 

Da qualche tempo notavo, con un certo fastidio, come Giuseppe Conte si riferisse sempre più spesso ed in maniera esplicita al cosiddetto “nuovo umanesimo”, come orizzonte valoriale della società ideale. Il fastidio se è trasformato in preoccupazione quando questo concetto è ufficialmente entrato a far parte di un possibile programma di governo. Il 29 agosto 2019, infatti, l’“Avvocato del popolo” nel suo discorso al Quirinale ha testualmente affermato: «Molto spesso, negli interventi pubblici sin qui pronunciati, ho evocato la formula di un “nuovo umanesimo”. Non ho mai pensato che fosse lo slogan di un Governo. Ho sempre pensato che fosse l’orizzonte ideale per un intero Paese». In quello stesso discorso ha parlato di “valori” comuni, definendoli “non negoziabili”, tra cui «il primato della Persona», «il lavoro come supremo valore sociale», «l’uguaglianza nelle sue varie declinazioni, formale e sostanziale», «il rispetto delle Istituzioni», «il principio di laicità», e così via.

Conte è un uomo troppo intelligente e colto per non sapere di cosa stia parlando, e per ignorare quale sia l’umanesimo cui lui fa riferimento.

Ricordo che ai tempi in cui si stava redigendo la Costituzione europea, Giovanni Paolo II incaricò un politico italiano di consegnare una sua lettera personale all’allora presidente della Convenzione che stava lavorando al testo costituzionale, Valerie Giscard D’Estaing, per supplicarlo di inserire nel preambolo di quell’importante documento il riferimento alle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Quando il politico italiano incontrò il presidente e gli anticipò il contenuto della lettera che stava per consegnargli, quest’ultimo, con l’insolenza tipica dei francesi e dei massoni, gli rispose così: «Guardi, se questo è il contenuto della lettera, può fare pure a meno di darmela. Anzi, è bene che la tenga in tasca e non me la consegni affatto». La lettera rimase nella tasca del politico italiano e il riferimento delle radici giudaico-cristiane sparì dalla bozza della Costituzione. Interessante è il fatto di come venne sostituito quel riferimento nella prima versione del preambolo: «Consapevoli che l’Europa è un continente portatore di civiltà; che i suoi abitanti, giunti in ondate successive fin dagli albori dell’umanità, vi hanno progressivamente sviluppato i valori che sono alla base dell’umanesimo: uguaglianza degli esseri umani, libertà, rispetto della ragione; (…)». Non il cristianesimo ma l’umanesimo. Giovanni Paolo II, che in realtà era un tipo alquanto suscettibile, non prese bene lo sgarro all’Angelus del 20 giugno 2004, urbi et orbi, gridò in polacco: «Nie podcina sie korzeni, z których sie wyroslo!», non si tagliano le radici dalle quali si è cresciuti!

Per comprendere meglio la natura di quell’umanesimo considerato vera radice della nuova Europa, è sufficiente leggere un documento coevo molto interessante. Si tratta dell’Allocuzione, non a caso intitolata Per un Nuovo Umanesimo, tenuta il 6 aprile 2002 dall’Illustrissimo e Venerabilissimo Fratello Fabio Venzi, in occasione della sua nomina a Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d’Italia.

Ma che cos’è, in realtà, questo nuovo umanesimo?

È molto semplice: siamo ancora una volta di fronte alla prospettiva antropocentrica e anticristiana che considera l’uomo come misura di tutte le cose. Secondo questi “nuovi umanisti”, la ragione, invece di essere considerata come lo strumento con cui l’uomo si apre alla realtà fino al suo ultimo orizzonte di mistero, viene concepita come misura, come garanzia ultima dell’esistenza stessa del reale, come gabbia entro cui ridurre la inesauribile natura della realtà. Ma l’esito di questa prospettiva è disastroso: l’uomo che si erige a misura di tutte le cose pretende, in ultima analisi, di ridurre tutte le cose alla misura delle sue capacità e del suo potere su di esse. Per i “nuovi umanisti”, infatti, lo Stato moderno è l’incarnazione del potere autoreferenziale: una realtà che si presenta come assoluta e che conferisce, essa, dignità all’uomo. Cadono nello stesso errore condannato dalla preposizione 39 del Sillabo di Pio IX: «Lo Stato, come quello che è origine e fonte di tutti i diritti, gode un certo suo diritto del tutto illimitato». Per questo inquieta un personaggio come Conte, quando parta di “valori” e di nuovo umanesimo.

Mai come in questi ultimi tempi sto rivalutando le parole profetiche di quello che considero il mio Maestro, Luigi Giussani, fondatore del movimento di Comunione e Liberazione, il cui giudizio acuto sulla realtà ci manca terribilmente.

Giussani aveva già affrontato decenni fa il tema del cosiddetto nuovo umanesimo, avvertendone il tratto anticristiano e totalitario e denunciandolo con queste parole: «il laicismo propone un nuovo umanesimo, vuole elidere il cristianesimo richiamando la parola “valori”. Il potere, attraverso la sottolineatura di valori da lui stabiliti, pretende dalla gente ubbidienza secondo il suo disegno. Ma senza il senso del mistero, l’affermazione di un valore come criterio unico genera “violenza”, “omologazione” e “moralismo”».

Si può anche essere devoti di Padre Pio, ma la concezione dell’uomo come centro e misura di tutte le cose rende Dio una realtà inutile, in quanto, pur se professato, il rapporto tra Lui e l’uomo è concepito come rapporto con un’astrazione, come fattore non decisivo nella determinazione dello svolgersi concreto della vita. Anche il devozionismo si può ridurre all’ateismo pratico se prevale l’idea denunciata dal teologo Cornelio Fabro, per cui «Dio, se c’è, non c’entra». Vale per i nuovi umanisti ciò che ancora una volta spiegava bene Giussani, ossia che per loro «Dio non c’entra con l’uomo concreto, con i suoi interessi, i suoi problemi, ambito in cui l’uomo è misura a se stesso,

signore di se stesso, sorgente e dell’immaginazione del progetto e dell’energia concreta per la sua realizzazione, ivi compresa la direttiva etica implicata». Nell’ambito dei problemi umani dunque Dio – se c’è – è come se non fosse. Si realizza così la divisione tra un sacro e un profano, invocata dai nuovi umanisti nel principio della laicità dello Stato.

Se chiedessimo oggi a Giussani di spiegarci quali sono i «valori comuni» invocati da Giuseppe Conte – in compagnia di qualche alto prelato –, e cosa sia questo nuovo umanesimo, il fondatore di C.L. ci risponderebbe con le stesse parole che si possono gustare a pagina 32 dell’ottimo volume intitolato L’io, il potere, le opere: Contributi da un’esperienza: «Io vorrei spiegare questo nuovo umanesimo, che è lo sforzo supremo operato dalla cultura dominante (atea nel senso pratico del termine) per eludere ed elidere il cristianesimo (con la collaborazione di tanti cattolici di ogni ordine e tipo), richiamando una parola importante: la parola valori. Si dice, si può anche sentire qualche alta personalità ecclesiastica affermare che scopo della Chiesa è aiutare la società civile a individuare e sorreggere una piattaforma di “valori comuni”. Ma i valori comuni anche i pagani li possono sostenere. Non può essere specifico del cristianesimo. Cosa è un valore? E ciò per cui vale la pena, in fondo, vivere».

Vale davvero la pena vivere per i valori invocati dal nuovo umanista Giuseppe Conte, ovvero per «il lavoro come supremo valore sociale», per «l’uguaglianza nelle sue varie declinazioni», per « il rispetto delle Istituzioni, per il «principio di laicità», per «il primato della persona» inteso nell’accezione prometeico-umanistica del «faber est suae quisque fortunae», ovvero dell’uomo artefice del proprio destino?

Duemila anni di cristianesimo ci hanno rivelato qual è il vero significato ultimo dell’esistenza umana per cui, davvero, vale la pena, in fondo, vivere.

 

 

[wpedon id=”15469″ align=”center”]