Dummitt: Studi di genere? Mi spiace, mi sono inventato tutto e vi spiego perché.

“Per ribadire: il problema era, e rimane, che mi stavo inventando tutto. Quello che presentavo era un tirare ad indovinare in maniera erudita. Si trattava di ipotesi. Forse avevo ragione. Ma né io né nessun altro ha mai pensato di verificare quanto scrivessi. (…). Sia le mie argomentazioni fallaci, che altri studi che presentano gli stessi difetti di ragionamento, vengono ora branditi dagli attivisti e dai governi per legiferare su un nuovo codice morale e di condotta. Una cosa era quando io andavo a bere con i miei compagni specializzandi e disputavamo all’interno dell’insignificante mondo del nostro proprio ego. Ma ora c’è molto di più in ballo”. 

Ecco, tanta legislazione oppressiva è nata in un bar, magari attorno ad una birra, e a tanto tanto ego. Ed ora, Christopher Dummitt, l’ideologo degli studi di genere, si scusa. Verrebbe da dire meglio tardi che mai. Ma intanto…

Christopher Dummitts spiega come è nato il suo lavoro in questo articolo pubblicato su Quillette, e per noi tradotto da Francesco Santoni, che ringraziamo. 

Christopher Dummitt

Christopher Dummitt

 

Se vent’anni fa avessi saputo che nella guerra ideologica su gender e sesso, la mia fazione avrebbe vinto in modo così schiacciante, ne sarei stato entusiasta. Al quel tempo passavo molte serate nei pub o alle cene a discutere di gender e di identità con altri specializzandi; o, in realtà, con chiunque mi avesse prestato ascolto – mia suocera, i miei parenti, o anche soltanto qualsiasi persona a caso abbastanza sfortunata da capitare in mia presenza. Insistevo su come il sesso non esistesse proprio. E lo sapevo, semplicemente lo sapevo. Perché io ero uno storico del gender (genere).

Era esattamente ciò che si doveva essere nei dipartimenti di storia del Nordamerica negli anni ’90. La storia del gender – e i gender studies (studi di genere) in generale nell’ambito accademico – faceva parte di una più ampia categoria di sotto-discipline incentrate sull’identità che stavano prendendo piede in campo umanistico. I dipartimenti di storia per tutto il continente subirono una mutazione. Quando la American Historical Association fece un’indagine su quali fossero i settori di specializzazione più frequentati nel 2007, e successivamente ancora nel 2015, il campo relativamente più studiato era storia delle donne e di genere. E questo era a pari merito con storia sociale, storia culturale, e storia della razza e della sessualità. Con ognuno di questi campi io condividevo la mia concezione del mondo, quella secondo cui ogni identità non sarebbe stata altro che una costruzione sociale. E che l’identità, in fin dei conti, non fosse altro che una questione di potere.

All’epoca erano ben pochi quelli in disaccordo con me. Quasi nessuno di coloro che non avessero subito l’influsso di tali teorie all’università, sarebbe riuscito a credere che il sesso fosse interamente una costruzione sociale, perché una tale concezione era contraria al buon senso. Ed è precisamente ciò che rende sorprendente la svolta culturale che su tale questione è avvenuta così rapidamente. Le persone ragionevoli potrebbero prontamente ammettere come alcune – se non molte – identità di genere siano socialmente costruite, ma questo vuol dire davvero che il sesso non conti nulla? Il genere si fonda solo sulla cultura? Sì, insisterei io. E allora avrei insistito anche di più. Nessuno è più sicuro di sé di uno studente specializzando con la sua preziosa breve esperienza di vita, e con una grande idea.

Ed ora la mia grande idea è ovunque. Essa emerge particolarmente nelle discussioni sui diritti dei transessuali, e sulle regole riguardanti gli atleti transessuali nello sport. Essa è inscritta in leggi che minacciano ripercussioni per tutti coloro che sostengono che il sesso costituisca una realtà biologica. Una tale affermazione, per molti attivisti, equivale ad un discorso d’odio (hate speech). Se uno assumesse la stessa posizione che assumevano tanti dei miei critici negli anni ’90 – quella secondo cui il genere sarebbe almeno in parte fondato sul sesso, e che ci siano in realtà due sessi (maschio e femmina), come i biologi hanno sempre saputo sin dagli albori della loro disciplina – gli ultra-progressisti gli contesterebbero di star negando l’identità delle persone transessuali, che sarebbe come auspicare un danno ontologico ad altri esseri umani.

Sono sicuro che non ci sia bisogno di stare spiegare ai lettori di Quillette tutte le modalità attraverso le quali la logica costruttivista ha pervaso la nostra cultura. Ma ciò che posso offrire è un mea culpa per il ruolo che ho avuto in tutto ciò, ed una critica dettagliata del perché mi sbagliavo allora, e perché i costruttivisti sociali radicali si sbagliano oggi. Un tempo io usavo gli stessi argomenti che loro usano oggi, e sono dunque consapevole di quanto si sbaglino.

Foto: transgender

Foto: transgender

Ho la mia tessera di piena adesione al costruttivismo sociale. Ho terminato il mio dottorato in storia di genere e pubblicato il mio primo libro sull’argomento, The Manly Modern: Masculinity in Postwar Canada[1], nel lontano 2007. Il titolo promette più di quanto mantiene; si tratta in realtà di cinque casi di studio di metà ventesimo secolo, tutti situati a Vancouver, dove ci fu un pubblico dibattito sugli aspetti “mascolini” della società. Gli esempi che portai riguardavano la cultura automobilistica, l’omicidio aggravato, un gruppo alpinistico, un terribile incidente su un luogo di lavoro (il cedimento di un ponte), ed una commissione regia sul trattamento di un gruppo di soldati veterani. Non scenderò nei dettagli, ma mi vergogno per alcuni dei contenuti, in particolar modo quelli riguardanti i due ultimi esempi.

Il libro non vinse alcun premio, ma sembra sia diventato uno di quei libri che gli studiosi occasionalmente citano ogniqualvolta vogliano scrivere riguardo alla storia della mascolinità. Guarda, diranno, qualcun altro ha già trattato l’argomento nel 2007, quel collega Canadese, Dummitt. (Google Scholar mi informa che a luglio 2019 era stato citato 112 volte. Non è molto, ma la storia del Canada è un settore ristretto ed il numero di citazioni è solitamente basso per chiunque). Attualmente la mascolinità, specie nella sua variante “tossica”, è un tema caldo. Ma al tempo, in Canda, di libri sulla mascolinità ce n’erano pochi, e così il mio ottenne la sua buona dose di attenzione.

Pubblicai anche un articolo derivato dalla mia tesi per la specializzazione, il quale probabilmente ebbe una diffusione più ampia rispetto ai miei lavori di ricerca. Si trattava di un articolo scherzoso dal titolo Finding a Place for Father: Selling the Barbecue in Postwar Canada[2], che indagava il legame tra gli uomini e l’uso del barbecue nel Canada degli anni ’40 e ’50. (Sì, è questo il genere di cose di cui si occupano gli accademici). Pubblicato per la prima volta nel 1998, è stato ripubblicato svariate volte all’interno di libri di testo per studenti dei corsi di laurea triennale. Un gran numero di giovani studenti universitari, ai loro primi studi sulla storia del Canada, è stato costretto a leggere quell’articolo per apprendere qualcosa riguardo alla storia di genere, e alla costruzione sociale del genere.

Il problema è che io mi sbagliavo. O, per essere un po’ più precisi, sostenevo in parte cose corrette. Ma poi, per il resto, avevo praticamente inventato.

A mia difesa, non ero il solo. Tutti inventavano, e lo fanno ancora. È così che funziona nell’ambito degli studi di genere. Ma non è un granché come difesa. Avrei dovuto avere più giudizio. In realtà, se dovessi psicanalizzarmi retrospettivamente, direi che all’epoca ne fossi ben cosciente. Ed è per proprio per questo che ero tanto rabbioso e risoluto su quanto credevo di sapere. Era per nascondere il fatto che, di base, non avevo prove per una parte delle cose che andavo dicendo. E così mi aggrappavo con forza ai miei argomenti, e stigmatizzavo i punti di vista alternativi. Intellettualmente parlando, non è una bella cosa. Ed è per questo che è così sconfortante vedere come le concezioni che difendevo con tanto fervore – e senza alcun fondamento – siano ora accettate da così tante persone nella società.

La mia metodologia funzionava come segue. Primo, puntualizzavo che, in quanto storico, ero a conoscenza

Re Luigi XIV

Re Luigi XIV

dell’esistenza di una notevole variabilità culturale e storica. Il genere non era stato mai definito allo stesso modo in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Si trattava, come scrivevo in The Manly Modern, «di un insieme di concetti e relazioni storicamente mutevoli che danno senso alle differenze tra uomini e donne». Come si poteva sostenere che l’essere uomo o donna fosse radicato nella biologia, se avevamo le prove di come esso cambiasse nel tempo? Ed in più insistevo su come «non ci siano fondamenti meta-storici della differenza sessuale radicati nella biologia, né in alcun’altra base concreta che esista a priori del suo essere compresa culturalmente».

Ed infine avevo i miei esempi preferiti, rielaborati in forma di concisi aneddoti che potevo usare a lezione o in conversazione – ad esempio Luigi XIV in quella che definivo la sua posa virile dei polpacci (Figura 1), che nel 1600 sarà pure stata considerata il vertice della mascolinità, ma che oggi sembra piuttosto effeminata. Oppure discutevo dell’azzurro e del rosa, riportando citazioni degli anni ’20 che dimostravano come la gente dicesse ai ragazzini di indossare il rosa, in quanto colore focoso e concreto, e alle ragazzine di indossare l’azzurro, in quanto arioso e celestiale. Con questi suscitavo una risata e segnavo un punto a mio favore. Quelle che, riguardo al genere, ritenevamo essere verità assolutamente certe, erano in realtà cambiate nel corso del tempo. Il genere non era binario; era mutevole e probabilmente senza limiti.

In secondo luogo sostenevo che ogniqualvolta si incappi in qualcuno che dice come una certa cosa sia da maschi e un’altra da femmine, non si tratti mai soltanto di una faccenda di genere. Ma è sempre, al tempo stesso, una faccenda di potere. Il potere era e rimane tuttora una specie di parola magica in ambito accademico – specialmente per gli specializzandi che leggono Michel Foucault per la prima volta. Si ricordi di come allora eravamo nel bel mezzo di interminabili dibattiti sull’”agentività” (Chi la possiede? Chi no? Quando? Dove?). E così se qualcuno avesse negato che genere e sesso fossero mutevoli, avrebbe in realtà fatto il gioco del potere. Sarebbe stato un difensore dell’oppressione. Vi suona familiare?

Ad esempio nel mio articolo sul perché gli uomini si occupassero del barbecue, sostenevo di sapere come l’avere il controllo della spatola fosse in realtà, più genericamente, una questione di potere. Mi domandavo: «Possiamo considerare il coinvolgimento degli uomini nelle faccende domestiche [fare il barbecue] come un piccolo passo di una progressiva evoluzione?». No, naturalmente no. Al contrario, il modo in cui le persone parlavano degli uomini al barbecue «ridefiniva e riarticolava vecchie distinzioni tra il pubblico ed il privato, e tra la mascolinità e la femminilità». In The Manly Modern ero anche più esplicito: «Il genere è anche una questione di potere […] Riferirsi a due concetti in modo da considerarne uno come mascolino e l’altro come femminile, significa stabilire una gerarchia tra i due». Non si trattava mai soltanto di una descrizione di genere. Le idee riguardanti la mascolinità nel passato erano sempre escogitate «a scopo politico». In particolare sostenevo come le idee che discutevo nel libro, dimostrassero che in passato le persone, descrivendo alcune cose come da maschi ed altre da femmine, «si dessero una spiegazione delle differenze tra uomini e donne, nonché una formidabile giustificazione delle disuguaglianze».

Ed infine, al terzo punto, andavo a cercare nella storia una qualche ragione che spiegasse perché, in un dato momento storico, le persone si riferissero ad una certa cosa come mascolina oppure femminile. La storia è un campo vastissimo, e dunque vi si può sempre trovare qualcosa. Scrivendo degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, potevo sempre affermare che la gente allora fosse ansiosa di tornare alla normalità dopo il conflitto. Le donne avevano anche prestato servizio militare, ed avevano svolto lavori “da uomini”. E dunque il fulcro delle distinzioni di genere riguardava il ricollocare le donne a casa dopo le attività svolte durante la guerra. Era tutta una questione di controllo e di oppressione.

E naturalmente, alla fine degli anni ’40, la gente era in ansia per questi cambiamenti. Potevo citare le ricerche di altri sull’argomento, e così mostrare – davvero mostrare, pensavo – che il genere fosse un costrutto sociale, e che fosse stato articolato in maniera tale da rimettere le donne al loro posto dopo la seconda guerra mondiale.

Si può così procedere selettivamente con altri dettagli contestuali. Ed è proprio ciò che in effetti facevo nel mio libro. Ero restato affascinato dagli studi sulla modernizzazione della vita alla metà del secolo, e così indicai tutti i modi in cui, negli anni del dopoguerra, le persone collegassero i discorsi sulla modernità con quelli sulla mascolinità. Per essere un lavoro di ricerca esso era, se mi è concesso dire, esposto in maniera decisamente elegante. Il problema è che esso era, in parte, un fallimento dal punto di vista intellettuale.

Ecco dove non mi sbagliavo: la ricerca d’archivio, io credo fosse solida. Ero risalito ai documenti di quel tempo, e così ho potuto ricostruire in che modo la gente parlasse e scrivesse riguardo all’essere un maschio. Ero davvero riuscito a conoscere quell’epoca. È questa la parte meravigliosamente “voyeuristica” dell’essere uno storico, un po’ come scrivere una letteratura di viaggio.

Nella misura in cui mi attenevo ai documenti, e ricostruivo il modo di parlare della gente in passato, ero su un terreno sicuro. Nel gergo degli storici, questo era il “come” della storia. Gli storici considerano certe domande più importanti di altre. Si presuppone che chiunque possa rispondere correttamente al “chi”, “cosa”, “quando” e “dove”. Questi sono i dettagli del passato. Ma come scrisse il grande storico E. H. Carr, questo genere di accuratezza è un dovere, non una virtù. Non è dunque qualcosa che io possa esibire come un vanto.

Ma sorgono allora due ulteriori domande, che sono poi quelle che realmente contano. La prima di esse è il “come”: in che modo ciò è accaduto? Come le persone pensavano in passato? Rispondere a queste domande significa ricostruire gli schemi di pensiero. Non si possono mai ricostruire completamente gli schemi di pensiero degli altri, soprattutto se vivevano in un’altra epoca. Ma per quanto riguarda questo compito, direi di aver passato l’esame a pieni voti.

Ma la domanda più difficile ed importante tra tutte è l’ultima: “perché?”. Perché un certo fatto è accaduto nel modo in cui è accaduto? Nel mio caso la domanda era: perché nel dopoguerra i canadesi discutevano di uomini e donne nel modo in cui ne discutevano?

Io avevo le risposte, ma non le avevo trovate con la mia ricerca sulle fonti primarie. Esse derivavano dalle mie convinzioni ideologiche, sebbene al tempo non le avrei descritte come ideologia. Né lo avrebbero fatto i miei colleghi ricercatori che adottavano lo stesso approccio, e a differenza di me ancora lo adottano: un insieme di credenze preformate integrate nella penombra disciplinare degli studi di genere. Essenzialmente io seguivo la strategia foucaultiana in tre punti esposta più sopra.

La gente parlava degli uomini alla maniera che avevo descritto perché, spiegavo, il genere era una costruzione sociale le cui linee principali potevano essere ricondotte al potere e all’oppressione: i Canadesi avrebbero utilizzato una forma di pensiero caratterizzata da aspetti di genere per dare più potere agli uomini e svantaggiare le donne, e per strutturare una mascolinità che fosse migliore della femminilità.

Riguardo alla più ampia questione se il genere sia un costrutto sociale, non era questa una cosa che io potessi dimostrare. Ma in The Manly Modern, citavo l’eminente storico Joan Scott a questo proposito, e ciò parve sufficiente ad accontentare i revisori. Certamente nel mio libro dimostravo come le persone parlassero utilizzando un linguaggio di genere. Descrivevano alcune cose come più mascoline, ed altre più femminili. Per quanto pure su questo punto potevo permettermi di essere creativo: se non ci si riferiva a qualcosa specificamente come mascolino o femminile, io potevo sempre suggerire che ciò fosse sottinteso. Ad esempio in un capitolo di The Manly Modern, affermavo come gli «ideali del buon guidatore e dell’uomo buono – categorie evidentemente distinte – avessero molte caratteristiche in comune». E sostenevo anche che se i contemporanei non avevano fatto esplicitamente notare questo aspetto, era perché esso era “dato per scontato”. E se ci infilavi dentro delle citazioni ad un altro studioso che diceva la stessa cosa, tutto sembrava aver senso.

Naturalmente sarebbe stato possibile osservare le stesse fonti e trarne spiegazioni alternative perfettamente plausibili. È possibile che i canadesi avessero socialmente costruito l’idea che gli uomini fossero inclini a rischiare? Sì, è plausibile. Ma è plausibile anche che avessero parlato in quel modo degli uomini perché, tipicamente, gli uomini… si assumevano più rischi. Infatti potrebbe semplicemente darsi che sia così che gli uomini sono fatti. In un senso o nell’altro, la mia ricerca non dimostrava alcunché. Io avevo semplicemente presunto che il genere fosse un costrutto sociale, e procedevo su quella base.

Non ho mai affrontato – almeno non seriamente – qualcuno che proponesse spiegazioni alternative. E nessuno, durante tutta la mia specializzazione, né nelle revisioni paritarie, mi ha mai proposto un’alternativa, eccetto che in conversazione, solitamente al di fuori dell’ambito accademico. E così io non sono mai stato costretto a confrontarmi con le spiegazioni alternative ed incentrate sulla biologia, le quali erano plausibili almeno tanto quanto l’ipotesi cui io conferivo un’aria di certezza. La critica di Steven Pinker al costruttivismo sociale, The Blank Slate: The Modern Denial of Human Nature[3], era stata pubblicata nel 2002, prima che io terminassi il mio dottorato e pubblicassi il mio libro. Purtuttavia di essa non avevo mai nemmeno sentito parlare, e nessuno mi aveva mai fatto notare che io dovessi confrontarmi con gli argomenti e le prove in essa esposte. Già questo la dice lunga sul contenitore in cui noi tutti vivevamo chiusi.

Le uniche vere critiche che io ricevetti, erano esortazioni a rafforzare il paradigma, o a battersi per altre identità e a protestare contro altre forme di oppressione. (L’idea secondo cui l’oppressione esistesse assolutamente fondandosi su queste identità intersezionali, era semplicemente presunta, non dimostrata né provata). E così poteva capitare che mi venisse chiesto perché non parlassi di più di classe. O perché passassi così tanto tempo a parlare degli uomini e non delle donne. Seppure stessi decostruendo la mascolinità e mostrassi come essa fosse un costrutto sociale, sarebbe stato sicuramente necessario prestare attenzione anche alle donne. E riguardo alla sessualità? Non avevo forse trovato un maggior numero di riferimenti a uomini non eterosessuali, così che dovessi concentrarmi sui modi in cui la mascolinità veniva costruita insieme alla sessualità? Si possono estendere queste critiche in una miriade di modi diversi. Ma tutte quante, è questo il punto, si muovono all’interno dello stesso paradigma che io avevo già adottato. Si tratta esattamente della stessa “ciambella autofaga” che è stata oggetto di satira nella recente bufala dei “grievance studies”.[4]

Casa Bianca colorata LGBT

Casa Bianca

Qualche primo dubbio sulla mia preparazione specialistica cominciò ad insinuarsi proprio in quelle circostanze. Per quanto a lungo la mia professione avrebbe potuto continuare ad espandersi includendo via via sempre più forme di oppressione diverse? Di sicuro ad un certo punto la storia sarebbe diventata una disciplina perfettamente inclusiva. In effetti io ero abbastanza certo che lo fosse già. Nel 2009 pubblicai un libro contenente un saggio intitolato After Inclusiveness (Dopo l’inclusività), in cui sostenevo precisamente ciò. Fortunatamente allora avevo già un incarico stabile all’università quando il libro venne pubblicato. Molti colleghi in privato ammettevano che io avessi ragione, ma quasi nessuno lo avrebbe detto a mezzo stampa.

Mi ricordo una conversazione con un geniale storico più anziano che si era gentilmente offerto di leggere il mio articolo sugli uomini al barbecue. Ero un giovane studente di dottorato e mi occupavo di argomenti completamente diversi dai suoi. Non so perché fu così disponibile, ma i suoi commenti sono significativi. Con rispetto mi disse che la parte centrale era buona, ma che avrebbe potuto “tanto prendere che lasciare” sia l’inizio che la fine. Ovvero, dell’articolo gli piacque la ricerca vera e propria, nella quale ricostruivo come nel Canada postbellico la gente discutesse riguardo agli uomini in cucina. Ma la parte in cui avvolgevo il tutto nell’ideologia espressa dagli ultimi libri che avevo letto, non molto.

Al tempo non apportai cambiamento alcuno. Come avrei potuto? Quello era il paradigma a cui mi attenevo. Era nell’introduzione e nelle conclusioni che andavo a segno proprio dove volevo: che il genere fosse una costruzione sociale, che i canadesi nel dopoguerra provassero un certo nervosismo riguardo agli uomini che vivevano una vita addomesticata nelle periferie e che erano impegnati come padri presenti, e così utilizzassero l’esempio ridicolo degli uomini al barbecue per sostenere che in fondo gli uomini non erano poi più di tanto coinvolti in cucina, e che quando lo erano è perché era una cosa divertente, e che naturalmente non erano bravi a farlo, e vi si dedicavano solamente perché fosse una cosa pericolosa che ricordava loro i tempi delle caverne. C’era il potere al lavoro qui, che in modo certamente divertente puntellava le distinzioni tra uomini e donne.

Per ribadire: il problema era, e rimane, che mi stavo inventando tutto. Quello che presentavo era un tirare ad indovinare in maniera erudita. Si trattava di ipotesi. Forse avevo ragione. Ma né io né nessun altro ha mai pensato di verificare quanto scrivessi. Ciò che mi disse quello studioso più anziano potrebbe applicarsi a migliaia di altri articoli e libri: la parte centrale va bene, ma tanto l’introduzione quanto le conclusioni sono dubbie.

Sorgono spontaneamente alcune domande fondamentali. Ci sono davvero state, nei vari tempi e luoghi, aspettative sul genere estremamente diverse e mutevoli? Non è una domanda che può trovare risposta nei sintetici aneddoti che ero solito presentare, e che la gente ancora oggi ripropone a ruota. La questione doveva essere studiata sistematicamente e comparativamente. Nel rileggermi oggi, devo ammettere che quanto avevo sotto gli occhi era una leggera variabilità intorno a dei punti fermi. La concezione degli uomini come coloro che provvedono alla famiglia, che si assumono dei rischi, che hanno una particolare responsabilità di protezione e per la guerra, sembra ricorrere più o meno sempre allo stesso modo nel corso della storia e nelle diverse culture. Sì, ci sono mutamenti nel corso della vita, nonché alcune peculiarità storiche e culturali. Ma se la ricerca non parte già con l’assunzione che le piccole differenze debbano contare molto, non è affatto pacifico che le prove conducano a tale conclusione.

E davvero si trattava sempre di una questione di potere? Forse. E forse no. Le prove che portavo per insistere che si trattasse di potere, consistevano nel citare altri studiosi che lo sostenevano. E se avevano dei nomi francesi ed erano filosofi, la cosa mi era d’aiuto. Anche i lavori del sociologo australiano R. W. Connell mi furono utili. Questi sosteneva che la mascolinità riguardasse in primo luogo il potere, l’affermazione del proprio dominio sulle donne e su altri uomini. Ma in effetti i suoi lavori non lo dimostravano; si trattava semplicemente di un’estrapolazione plausibile da un piccolo numero di casi di studio, proprio come avevo fatto io. E così io citavo Connell. Ed altri citavano me. Ed è così che si “dimostra” che il genere è un costrutto sociale e che sia tutta una faccenda di potere. O anche, in pratica, qualsiasi altra cosa.

Sia le mie argomentazioni fallaci, che altri studi che presentano gli stessi difetti di ragionamento, vengono ora branditi dagli attivisti e dai governi per legiferare su un nuovo codice morale e di condotta. Una cosa era quando io andavo a bere con i miei compagni specializzandi e disputavamo all’interno dell’insignificante mondo del nostro proprio ego. Ma ora c’è molto di più in ballo. Mi piacerebbe poter dire che gli studi siano migliorati, e che i criteri di prova e di revisione paritaria siano diventati più restrittivi. Ma la realtà è che la pressoché completa accettazione del costruttivismo sociale in alcuni circoli, sembra più che altro il risultato di un cambiamento della popolazione accademica, con alcune specifiche concezioni che hanno assunto una posizione ancor più predominante rispetto ai miei anni giovanili alla scuola di specializzazione.

Queste confessioni non dovrebbero esser prese per un argomento a sostegno del fatto che il genere non sarebbe, in molti casi, socialmente costruito. Tuttavia i critici del costruttivismo sociale hanno ragione ad inarcare le sopracciglia di fronte a certe cosiddette prove presentate da presunti esperti. Le mie argomentazioni fallaci non sono mai state messe in questione, e in effetti divennero ancora più ideologicamente inclinate durante il processo di revisione paritaria. Fintanto che avremo a che fare con studi su sesso e genere con tali serie criticità, ed ideologicamente contrastanti; finché revisione paritaria non significherà qualcosa di più della mera difesa ideologica di gruppo, fino ad allora dovremmo essere molto scettici su molta di quella che è considerata “competenza” riguardo alla costruzione sociale del sesso e del genere.

[1] Il moderno virile: la mascolinità nel Canada postbellico. Non esistono edizioni italiane

[2] Trovare una collocazione al padre: vendere barbecue nel Canada postbellico. Non sono disponibili traduzioni italiane.

[3] trad. it. Tabula rasa. Perché non è vero che gli uomini nascono tutti uguali, Mondadori, 2005

[4] Per autofagia si intende una forma fallace di ragionamento in cui le conseguenze di una certa argomentazione invalidano l’argomentazione stessa, la quale pertanto “divora se stessa”.  L’esempio tipico è l’affermazione «non esiste alcuna verità», infatti se ciò fosse vero non sarebbe nemmeno possibile affermarlo. Per autofagia si può intendere anche una forma di argomentazione che, se analizzata, si scopre essere fondata sulle sue stesse conseguenze, risolvendosi così in un ragionamento circolare. Sostenere quell’argomentazione, sarebbe come cercare di “nutrirsi di se stessi” senza alcun apporto esterno. La critica di Dummitt è dunque la seguente: gli studi di genere dovrebbero confrontarsi con le obiezioni al loro paradigma, ossia con quegli studi che forniscono prove ed argomenti contro il costruttivismo sociale. Invece, scrive Dummitt, gli studi di genere sono un campo completamente chiuso in se stesso (la “ciambella autofaga”) in cui ogni discussione o critica si basa sempre sullo stesso paradigma, il quale pertanto non potrà mai essere né comprovato né smentito nell’ambito stesso degli studi di genere per come sono concepiti oggi, e questo costituisce il loro aspetto ideologico. La bufala dei “grievance studies” cui si fa riferimento è un’operazione condotta da tre ricercatori con lo scopo di smascherare il carattere ideologico di molte ricerche nell’ambito delle scienze sociali (per i dettagli vedasi en.wikipedia.org/wiki/Grievance_studies_affair). In estrema sintesi questi ricercatori definivano provocatoriamente “grievance studies” (studi sulle lamentele) tutti quegli studi sociali che dietro al paravento dell’indagine sociale nascondono l’intento di fornire un fondamento apparentemente solido a rivendicazioni di vario genere, su base sessuale, religiosa, etnica, ecc., e nei quali solo certe conclusioni prestabilite sono ammesse. Questi ricercatori inviarono a diverse riviste del settore articoli palesemente assurdi, che però soddisfacevano i canoni del costruttivismo sociale, riuscendo ad ottenere in molti casi la pubblicazione. Pubblicarono ad esempio uno studio in cui si sosteneva che il pene non dovrebbe essere considerato una parte anatomica, ma un costrutto sociale funzionale alla “mascolinità tossica”, e un altro in cui si sosteneva che i cani alimentassero la “cultura dello stupro”. [NdT]

 




Contro l'”essenza femminile”.

Perché gli attivisti transgender rifiutano così fortemente il concetto di autoginefilia, in cui un uomo vuole essere donna a causa di un attaccamento erotico all’idea di se stesso come donna? La chiusura dell’indagine scientifica per pressione politica impedisce il progresso oggettivo della scienza. Inoltre, negare la validità della teoria dell’autoginefilia può danneggiare i pazienti disforici di genere negando loro l’accesso a terapie che potrebbero aiutarli a superare i loro problemi specifici.

Un articolo di Jane Robbins, pubblicato su Public Siscourse, nella traduzione di Elisa Brighenti. 

 

Persona triste

 

Perché gli attivisti transgender rifiutano così fortemente il concetto di autoginefilia, per cui un uomo vuole essere donna a causa di un attaccamento erotico all’idea di se stesso come donna? La compromissione dell’indagine scientifica, per mezzo di pressioni politiche, impedisce il progresso oggettivo della scienza. Inoltre, negare la validità della teoria dell’autoginefilia può danneggiare i pazienti disforici di genere, impedendo loro l’accesso alle terapie che potrebbero aiutarli a superare i loro problemi specifici

Gli attivisti transgender spesso sostengono che gli uomini che desiderano presentarsi come donne (da maschio a femmina o transessuali MtF) hanno un’identità di genere femminile, probabilmente innata, che è in conflitto con il loro sesso biologico. Questi uomini, sostengono, sono “donne intrappolate in corpi maschili” e sono quindi i candidati idonei per il cosiddetto “trattamento di affermazione di genere”: farmaci, ormoni e interventi chirurgici che non cambieranno il loro sesso ma li aiuteranno ad imitare le donne in apparenza. Questo argomento è stato ritenuto il “racconto dell’identità femminile”.

Gli attivisti transgender considerano questa teoria come un dato scientifico. Ma la narrazione dell’identità femminile è in conflitto con un’altra teoria che gode di un supporto probatorio molto più evidente, che spiega una grande quantità di casi di disforia di genere MtF, e che offre speranza per un trattamento psicologico.

All’inizio degli anni ’90, il dottor Ray Blanchard ha coniato il termine “autoginefilia” per indicare la condizione di un uomo che mostra una “propensione ad essere eroticamente eccitato dal pensiero o dall’immagine di se stesso come donna”. Il Dr. Blanchard è il capo in pensione dei Servizi di Sessuologia Clinica presso il Centro per le Dipendenze e la Salute Mentale di Toronto, in Canada. Clinico di primo piano a livello internazionale, che aiuta i pazienti con vari disturbi legati all’identità di genere e all’orientamento sessuale, nonché collaboratore alle sezioni pertinenti della quinta edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (il DSM-5), Blanchard ha decenni di esperienza nel settore.

L’autoginefilia è distinta dall’omosessualità; infatti, gli autoginefili spesso interagiscono sessualmente con le donne e possono presentarsi come lesbiche dopo la “transizione” ad imitazione del sesso femminile. La caratteristica distintiva è l’attaccamento erotico del paziente non a un’altra persona, maschile o femminile, ma piuttosto a un’idea interiore: l’idea di sè come donna. Tra i molti casi di studio professionale, Blanchard riferisce di pazienti  sessualmente eccitati da manifestazioni corporee femminili come le mestruazioni.

Questo sembrerebbe essere il caso di Jonathan/Jessica Yaniv, un uomo canadese – che a più riprese ha sostenuto di essere una donna – che si interroga su come “intrattenere” le giovani ragazze nei bagni o negli spogliatoi, chiedendo loro informazioni sugli assorbenti e altri prodotti per l’igiene femminile. Questa è la stessa persona che chiede, nel rispetto della legge, che le personale dei saloni femminili si depilino i genitali, e che dimostra una inquietante ossessione per le funzioni corporee femminili.

Una maggiore comprensione della condizione può essere ricavata dai feed transgender/cross-dressing di Twitter. I tweeters maschi si scambiano messaggi ridicoli sulle loro fantasie sessuali, presentandosi tutti come donne; discutono i pro e i contro di indossare il reggiseno e come assumere  ormoni per simulare la sindrome premestruale, cosa che le donne biologiche non fanno mai. Si emozionano all’idea di essere tra le donne e di imitare la loro identità femminile. Come osserva la commentatrice femminista e lesbica Lara Adams-Miller, non si tratta di un problema di identità di genere, ma di fantasie sessuali, in cui le donne vere appaiono solo come oggetti di scena.

Blanchard spiega inoltre che quasi tutta la disforia di genere MtF per adulti risulta da, o è accompagnata da, autoginefilia o omosessualità. In ogni caso, egli trae questa conclusione: “Il transessualismo e le forme più lievi di disforia di genere sono tipi di disturbi mentali, che possono lasciare l’individuo con funzionalità medie o addirittura superiori alla media in aree di vita non correlate”.

Altri medici concordano con le teorie di Blanchard sulla disforia di genere della MtF e le hanno ulteriormente esplorate. Per esempio, il professore di psicologia Dr. Michael Bailey della Northwestern University ha scritto molto sull’autoginefilia e la sua relazione con la disforia di genere, concludendo che le prove a sostegno del lavoro di Blanchard superano di gran lunga quella della narrazione dell’identità femminile.

Ma gli attivisti transgender attaccano ferocemente chiunque suggerisca che individui disforici di genere potrebbero in realtà non avere il cervello dell’altro sesso, o che soffrano di qualsiasi tipo di disordine. Twitter ha incoraggiato i loro interventi opponendosi alla valutazione clinica di Blanchard definendola “condotta odiosa”.  Anche se sia Blanchard che Bailey credono che alcuni pazienti adulti possano beneficiare della cosiddetta “terapia di affermazione di genere” (GAT), forse anche con interventi chirurgici, la loro posizione secondo cui la disforia di genere è spesso associata all’autoginefilia li esclude dalla cortese compagnia della compagine dei radicali.

Perché gli attivisti transgender rifiutano così fortemente il concetto di autoginefilia? Bailey suggerisce diverse possibilità. Gli individui disforici di genere possono temere che venga loro negata la “riassegnazione sessuale”, se il loro motivo è la soddisfazione erotica piuttosto che la profonda certezza di essere in realtà delle donne. Temono di essere considerati sessualmente deviati. Oppure possono credere che la narrazione dell'”identità femminile”, anche se non documentata, sarà più accettabile per il pubblico e quindi potrà spianare la strada ad altri individui disforici ad essere accettati per il GAT.

Anche i clinici possono negare l’autoginefilia e accettare invece la narrazione dell’identità femminile. Come osserva Bailey, possono esitare a smentire le loro pazienti, che insistono sul fatto di essere donne con un cervello femminile e di non essere attratte eroticamente dall’idea di se stesse come donne. Possono avere “maggiore rassicurazione dall’idea della riassegnazione del sesso per motivi legati al genere piuttosto che all’erotismo”. E possono anche credere che “la narrazione dell’identità femminile possa essere un beneficio per la salute psicologica e per le relazioni sociali delle loro pazienti, anche se non corrisponde alla vera eziologia del loro desiderio di riassegnazione sessuale”.

Ebbene, ci si potrebbe chiedere, e allora? Se un uomo fosse più felice di imitare una donna, per qualsiasi motivo, perché non stare al gioco (e, come potrebbero notare i clinici del GAT, guadagnare anche economicamente nel processo)? Da un lato, come sottolinea Bailey, la limitazione dell’indagine scientifica per pressione politica impedisce il progresso oggettivo della scienza. Inoltre, negare la validità della teoria dell’autoginefilia può danneggiare i pazienti disforici di genere, impedendo loro l’accesso a terapie che potrebbero aiutarli a superare i loro problemi specifici. “I transessuali omosessuali e non omosessuali [autogynephilic] MtF hanno problemi di vita e obiettivi diversi”, dice Bailey, “e la persistenza della convinzione che siano simili impedisce lo sviluppo di interventi clinici” che potrebbero andare a beneficio dei singoli pazienti.

Bailey sostiene anche che l’ostilità che si riflette su chiunque suggerisca l’esistenza di autoginefilia-ostilità che, egli crede, proviene principalmente da “autoginefili in negazione” – “rende molto meno probabile che [autoginefili] possono trovare risorse che [potrebbero] aiutarli a capire se stessi, li costringe nelle loro idee, invalida il loro concetto di sé e alimenta  sentimenti di vergogna”. Questi uomini non hanno chiesto di trovarsi in questa condizione – le cui radici sono profonde e complesse – tuttavia, la loro situazione può essere migliorata con una terapia adeguata. Ma, perché questo si realizzi, la società deve riconoscere la condizione per quello  che essa è, e offrire un aiuto concreto, piuttosto che sostenere istintivamente che gli spiacevoli desideri di chi soffre sono perfettamente normali.

Oltre a permettere il miglioramento delle terapie per i pazienti che soffrono, tuttavia, riconoscere l’autoginefilia dovrebbe guidare la società verso l’attuazione di politiche appropriate. Questa condizione illustra il ragionevole motivo  (al di là della protezione della privacy e della modestia delle donne) per cui gli uomini biologici non dovrebbero essere ammessi negli spazi privati riservati alle donne, come i bagni o gli spogliatoi. Come dimostrato dal caso Yaniv, non tutti i transessuali MtF sono individui innocui che si credono donne ed è quindi imbarazzante per loro assumere un comportamento  fortemente personale nei confronti degli uomini. Invece, potrebbero soffrire di una patologia che li spinge a minacciare la privacy di donne e ragazze in modi ancora più pericolosi della loro semplice presenza.

Jessica Yaniv, nato Jonathan Yaniv

Jessica Yaniv, nato Jonathan Yaniv (foto da Twitter)

 

Come conclude Adams-Miller esaminando i feed di Twitter, gli autogynephiles “vogliono essere dall’altra parte della stanza, oltre i confini che separano uomini e donne”. Una società che permette – e addirittura celebra – l’eliminazione di tali confini è una società che non rispetta veramente le donne.

Per aiutare gli individui che soffrono di disforia di genere, e per elaborare le migliori politiche per affrontare la patologia, dobbiamo conoscere le cause. Abbiamo bisogno di maggiori informazioni, non di conclusioni politicamente corrette che sfidano le prove scientifiche. Ancora più importante, abbiamo bisogno di una corretta comprensione di ciò che significa essere sani. Sacrificare donne e ragazze alle fantasie erotiche di individui con malattie mentali non dovrebbe essere considerata un’opzione.

 

 

Jane Robbins, laureata alla Clemson University e alla Harvard Law School, è avvocato e scrittrice in Georgia.

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McCarthy-Calvert dice: solo le donne possono avere bambini. “Cacciata”! Ha offeso gli attivisti transgender.

L’ideologia gender continua a mietere vittime. Oltre ai bambini, assecondati e forzati a rimanere nella loro confusione di genere con terapie psicologiche e farmacologiche, anche le donne continuano a subire ingiustizie e soprusi sia nello sport che in campo lavorativo. La vicenda che ci racconta questo articolo del Daily Mail accaduta in questi giorni in Gran Bretagna mostra come l’attivismo trans gender porti ad un distacco dalla realtà dell’intera società e a serie conseguenze per chi non si adegua alla “post-verità” che considera “donne” anche gli uomini convinti di essere tali.

Lynsey McCarthy-Calvert, doula

Lynsey McCarthy-Calvert, doula

Una doula* è stata “cacciata” dall’ente benefico Doula UK dopo che attivisti transgender hanno segnalato come “offensivo” il suo post su Facebook in cui affermava che solo le donne possono avere bambini

(La *doula è un’assistente alla donna prima, durante e dopo il parto. A differenza dell’ostetrica non ha preparazione medica specifica ma ha una semplice funzione di supporto e sostegno alla donna)

 

 

Una “assistente al parto” è stata “ostracizzata” dalla sua organizzazione professionale dopo che alcuni attivisti transgender hanno definito offensivo un suo post su Facebook in cui aveva affermato che solo le donne possono avere figli.

Lynsey McCarthy-Calvert, 45 anni, è stata costretta prima a dimettersi da portavoce di Doula UK e in seguito ha rassegnato le dimissioni dall’organizzazione nazionale delle “assistenti al parto”. La sua fuoriuscita è stata causata dall’indagine interna avviata a causa di alcuni attivisti per i diritti trans gender, e in base alla quale Doula UK ha concluso che il suo post aveva violato le linee guida interne sulla eguaglianza e la diversità.

Non hanno direttamente espulso la donna, madre di quattro figli, che lavorava come doula – persona che fornisce supporto durante tutta la gravidanza – da sei anni, ma hanno minacciato di sospenderla a meno che non cancellasse il post.

La signora McCarthy-Calvert lo ha fatto, ma ha rassegnato le dimissioni ritenendo che Doula UK avesse “accondisceso” alle richieste di un piccolo numero di attivisti e non fosse riuscita a difendere i diritti delle donne.

“Sono arrabbiata e triste”, ha detto ieri sera. “Sono stata effettivamente ostracizzata per aver detto che sono una donna e che anche le mie clienti lo sono”.

“Sono stato molto delusa dalla risposta di Doula UK. La leadership è paralizzata dal non voler irritare gli attivisti per i diritti transgender. Si sono affrettati  ad accondiscendere alle loro richieste.” La controversia arriva dopo una serie di recenti vittorie per gli attivisti transgender.

 

La margarina Flora ha smesso di fare pubblicità su MumsNet (pagina web per genitori, ndt) dopo che il sito è stato accusato di essere transfobico per aver ospitato una discussione con opinioni molto diversificate sulle questioni transgender. E il marchio di assorbenti Always ha rimosso il simbolo femminile di Venere dalle confezini dopo le lamentele di uomini trans.

La querelle di Doula UK è iniziata dopo che il Cancer Research UK ha eliminato la parola “donne” dalla sua campagna per il Pap-test, dicendo invece che lo screening era “importante per tutte le persone con una cervice tra i 25 e 64 anni “.

In risposta, la signora McCarthy-Calvert ha pubblicato su Facebook una fotografia di una donna in négligé che faceva capriole sott’acqua, con la scritta: “Non sono ‘titolare di cervice’ . Non sono ‘una persona che mestrua’. Non è che ‘mi sento’ così. Non sono definita dal mettermi un vestito e il rossetto. Sono una donna: una femmina umana adulta.”

E sotto ha scritto: “Le donne danno alla luce tutte le persone, costituiscono la metà della popolazione, ma meno di un terzo dei seggi alla Camera dei Comuni sono occupati da noi”.

Ha affermato che le donne vengono  accusate di transfobia più degli uomini, sostenendo che gli uomini non vengono “fatti oggetto di accuse di bigottismo e transfobia quando dicono di non voler fare sesso con una donna con il pene”. Alla maggior parte delle donne trans non sono stati rimossi i genitali maschili.

Un utente di Facebook l’ha accusata di usare “un linguaggio assolutamente disgustoso”, aggiungendo: “Oltretutto sembra che tu stia dimenticando che non sono solo le donne a far nascere i bambini”.

Qualche giorno dopo circa 20 attivisti trans hanno scritto una lettera di denuncia sostenendo che la signora McCarthy-Calvert aveva “chiaramente” violato le politiche di Doula UK che affermano che le associate “non devono pubblicare nulla che le nostre colleghe, clienti e affiliate possano trovare offensivo”.

Sostenevano che il post contenesse diversi “commenti di esclusione verso i trans”, compresa la definizione di donna come “femmina umana adulta”.

Doula UK ha immediatamente sospeso la sig.ra McCarthy-Calvert da portavoce e, dopo un’indagine di quattro mesi, il Consiglio di Amministrazione ha concluso che il post  di marzo “viola le linee guida di Doula UK“.

Ieri sera, Doula UK ha negato di aver “assecondato” gli attivisti e che la signora McCarthy-Calvert fosse stata “in qualche modo scacciata dall’organizzazione”.

Una portavoce ha aggiunto: “Siamo orgogliosi di dire che cerchiamo di ascoltare l’esperienza di vita dei gruppi emarginati e di apportare cambiamenti, compresi cambiamenti del linguaggio che usiamo, se riteniamo che questo possa servire a rendere la comunità di Doula UK più accogliente e solidale.”

 

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Nessuno è nato nel corpo sbagliato.

“Il fatto è che nessun bambino nasce nel corpo sbagliato. Gli adulti dovrebbero ampliare la comprensione di come si presentano i normali comportamenti e le preferenze maschili e femminili; questo indurrebbe ad apprezzare che essere maschi o femmine significa avere una gamma di preferenze e una personalità più ampie di quanto i vecchi stereotipi ci facciano credere.”

Un articolo scritto da William J. Malone*, Colin M. Wright**, e Julia D. Robertson***, pubblicato su Quillette e tradotto per noi da Elisa Brighenti. 

 

Sharon McCutcheon (unsplash)

Sharon McCutcheon (unsplash)

 

L’idea che tutte le persone hanno un’innata “identità di genere” è stata recentemente sostenuta da molti professionisti della sanità e dalle principali organizzazioni mediche. Questo termine viene comunemente definito come il senso “interiore, profondamente radicato” di essere uomo o donna (o, nel caso dei bambini, un ragazzo o una ragazza), entrambi o nessuno dei due. È anche diventato comune ritenere che questo senso di identità possa insorgere in modo attendibile da bambini, a partire dai tre anni di età.

Sebbene queste affermazioni sull’identità di genere non siano state inizialmente indagate in modo sistematico,  sono ora diventate oggetto di critiche da parte di un numero crescente di scienziati, filosofi e operatori sanitari. Studi sullo sviluppo dimostrano che i bambini piccoli hanno solo una comprensione superficiale del sesso e del genere (nella migliore delle ipotesi). Ad esempio, fino ai 7 anni, molti bambini spesso credono che se un ragazzo si vesta da donna, diventi una ragazza. Questo ci fa dubitare dell’esistenza nei bambini piccoli di un concetto di identità di genere coerente. Nella misura in cui tale identità può esistere, il concetto si basa su stereotipi che incoraggiano la confusione di genere con il sesso.

Tuttavia, a partire dalla più tenera età, i bambini tendono a mostrare preferenze e comportamenti che associamo al sesso (distinti dal genere). Ad esempio, i bambini di sesso maschile mostrano un comportamento più aggressivo rispetto ai bambini di sesso femminile. Inoltre, il comportamento del “sesso incrociato” – o, più precisamente, il comportamento stereotipico del sesso incrociato – è spesso indicativo dell’attrazione futura per lo stesso sesso.

Tutti questi risultati possono essere integrati? Per cominciare, così come il sesso influenza lo sviluppo dei corpi, influenza anche i cervelli. Ci sono differenze già in utero nelle esposizioni ormonali (ad esempio, i picchi di testosterone maschile a otto settimane di gestazione), e dei percorsi di sviluppo distinti attivati sulla base del XX (tipicamente femminile) o XY (tipicamente maschile) della composizione cromosomica neuronale. L’integrazione di questi processi di sviluppo legati al sesso con altri, correlati alle pressioni ambientali, dà origine alla personalità e alle preferenze proprie di un individuo.

Non sorprende quindi che studi basati sulla popolazione abbiano dimostrato differenze di personalità e preferenze legate al sesso che si mostrano indipendenti dalle influenze sociali. Quando le influenze sociali sono indebolite (in società più egualitarie come i paesi nordici d’Europa), le differenze di personalità e preferenze legate al sesso aumentano di fatto (l’opposto di quanto ci si aspetterebbe se uomini e donne fossero fatti allo stesso modo). Questo ci suggerisce che, mano a mano che le pressioni ambientali si allentano, emergono le preferenze sessuali innate.

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Uno sguardo più attento ai tratti della personalità mostra che quando i dati sono analizzati in forma aggregata, c’è una sovrapposizione di circa il 30% tra i sessi, come schematizzato nell’immagine illustrativa. La conseguenza di questa sovrapposizione è che i maschi adolescenti che rientrano nell’estremità sinistra della curva maschile (blu “maschile”), e le femmine adolescenti che rientrano nell’estremità destra della curva femminile (rosa “femminile”), mostreranno tratti di personalità che divergono dalla maggior parte degli altri membri del proprio sesso. Infatti, a causa della sovrapposizione dei tratti di personalità tra maschi e femmine, i tratti di personalità di alcune femmine saranno più “maschili” di quelli esibiti da alcuni maschi, o addirittura dalla maggior parte dei maschi e viceversa.

Nel caso di una femmina adolescente il cui comportamento, tratti di personalità e preferenze sono più “maschili” della maggior parte delle ragazze e della maggior parte dei ragazzi, questa potrebbe essere indotta a concludere erroneamente di essere un maschio nato nel corpo sbagliato. Anche i genitori potrebbero confondersi, notando come il comportamento della ragazza sia “diverso” dal proprio, o da quello dei suoi coetanei. In realtà, quella ragazza esiste semplicemente alla fine di uno spettro comportamentale, e il comportamento “sessualmente atipico” fa parte della naturale variazione esibita sia all’interno che tra i sessi. La personalità e il comportamento non definiscono il proprio sesso.

Negli Stati Uniti, ci sono circa 40 milioni di bambini tra i quattro e i quattordici anni. La curva di distribuzione di cui sopra suggerisce che circa quattro milioni di loro hanno profili di personalità che sono “sessualmente atipici”, ma che fanno ancora parte della distribuzione naturale delle personalità all’interno di ciascun sesso.

L’ampia ma normale distribuzione dei tratti di personalità giustifica anche quegli studi interessati a  dimostrare una concordanza del 28% di identità transgender nei gemelli. I gemelli hanno cromosomi identici, e quindi probabilmente avranno comportamenti simili legati al sesso, così come sono in grado di sperimentare simili influenze ambientali inerenti a tali comportamenti.

Consideriamo come esempio i maschi adolescenti gemelli: se i loro comportamenti sono al termine del “femminile” nella distribuzione maschile-tipica, entrambi potrebbero confondersi su cosa significhino i loro comportamenti e le loro preferenze riguardo al loro sesso.

Nella maggior parte dei casi, la cosa che ora viene chiamata “identità di genere” è probabilmente semplicemente la percezione di un individuo di come la propria personalità, legata al sesso e influenzata dall’ambiente, si confronti con quella di persone dello stesso sesso e di sesso opposto. In altre parole, si tratta di un’autovalutazione del grado stereotipato di “mascolinità” o “femminilità”, ed è erroneamente in conflitto con il sesso biologico. Questa contraddizione deriva dall’incapacità culturale di comprendere l’ampia distribuzione di personalità e preferenze all’interno dei sessi e la sovrapposizione tra i sessi.

Quando una ragazza riferisce di sentirsi ” come un ragazzo” o di “essere ” un ragazzo, quel sentimento può riflettere la sua percezione di come la sua personalità e le sue preferenze si rapportino a quelle dei suoi coetanei. Se la ragazza ha una condizione di spettro autistico, può percepire un comportamento “sessualmente atipico” che in realtà non esiste, e quindi falsamente auto-diagnosticarsi come maschio, anche senza vivere alcun tratto reale della personalità maschile.

Va notato che questi scenari non si applicano a tutti i casi di disforia di genere, come molti altri fattori scatenanti descritti in letteratura. Ma nella maggior parte dei casi, la consulenza può aiutare gli adolescenti disforici di genere a risolvere qualsiasi trauma o processi di pensiero che li hanno portati a desiderare un corpo di sesso opposto.

I dati storici suggeriscono che circa lo 0,5% dei bambini sviluppa disforia di genere a causa della percezione dell’incongruenza tra il proprio sesso biologico e la rappresentazione del genere. Il rafforzamento degli studi nella letteratura medica mostra che, con l’avanzare dell’età dei bambini, la disforia di genere insorta nell’infanzia si risolve. Come due autori scrivono in un articolo del 2016 della Rivista Internazionale di Psichiatria, “la conclusione di questi studi è che la disforia di genere infantile è fortemente associata ad un esito lesbico, gay o bisessuale e che per la maggior parte dei bambini (85,2%; 270 su 317 [individui studiati]) i sentimenti di disforia di genere vengono risolti intorno o dopo la pubertà”.

Tuttavia, invece di offrire consulenza, i professionisti medici ora dicono comunemente ai bambini che possono essere “nati nel corpo sbagliato”. Questo nuovo approccio, chiamato “affermazione di genere”, rende la disforia di genere meno suscettibile di soluzione, spingendo i bambini lungo un percorso fatto di interventi medici e chirurgici irreversibili. Se le operazioni di transizione avvengono all’inizio della pubertà, la combinazione di farmaci che bloccano la pubertà, seguita da ormoni sessuali incrociati, si tradurrà in infertilità permanente.

La crescente popolazione di studenti transgender presso le scuole superiori è stimata oggi del 2% circa – un aumento triplicato rispetto alla cifra di base dello 0,5% sopra citata. Molti adolescenti si rivolgono a cliniche  che vedono un aumento 10 volte maggiore grazie a nuovi casi. Molti di questi adolescenti non hanno una storia di disforia di genere nell’infanzia. Percentuali più elevate di casi di autismo riguardano molti di questi adolescenti, e il controverso “modello di affermazione” viene applicato anche a questa fascia non sufficientemente studiata. Non a caso, il rimpianto di transizione, e di de-transizione, sono in crescita.

Per riassumere, la mancanza di comprensione della distribuzione della personalità legata al sesso e le differenze comportamentali hanno portato ad una confusione che incide sui bambini rientranti nelle estremità  della distribuzione, e che sarebbero statisticamente più inclini a crescere fino ad essere gay, lesbiche o bisessuali adulti se fosse loro permesso di sperimentare una pubertà ininterrotta. Inoltre, dire ad un bambino che è nato nel corpo sbagliato patologizza il comportamento “non conforme al genere” e rende meno probabile che la disforia di genere si risolva.

Il fatto è che nessun bambino nasce nel corpo sbagliato. Gli adulti dovrebbero ampliare la comprensione di come si presentano i normali comportamenti e le preferenze maschili e femminili; questo indurrebbe ad apprezzare che essere maschi o femmine significa avere una gamma di preferenze e una personalità più ampie di quanto i vecchi stereotipi ci facciano credere.

 

*William J. Malone è un endocrinologo. Ha conseguito la laurea in medicina presso la NYU School of Medicine. È possibile seguirlo su Twitter a @will_malone. **Colin M. Wright è un biologo evolutivo presso la Penn State. È possibile seguirlo su Twitter a @SwipeWright. ***Julia D. Robertson è una giornalista, autore pluripremiato e Senior Editor di The Velvet Chronicle. È possibile seguirla su Twitter a @JuliaDRobertson.

 

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Famiglie neutralizzate e “famiglie” naturalizzate: l’inculturazione gender che porta a Bibbiano

Sulla questione “Bibbiano” sentiamo il punto di vista della professoressa Giorgia Brambilla. Nel suo articolo collega gli spinosi fatti alla ideologia “gender”.

 

Bibbiano

 

 

di Giorgia Brambilla

 

Di recente, sono stata chiamata a svolgere delle conferenze sul legame tra gli obbrobriosi fatti di Bibbiano e l’ideologia “gender”, un legame che non si coglie immediatamente, ma che richiede invece un’attenzione particolare. Con questa breve riflessione, infatti, non voglio entrare nel merito del buco nero della spaventosa macchina degli affidi che è venuta a galla nell’ultimo periodo, ma nel pensiero che ha contribuito a fabbricare questa macchina. E questo perché chi decide onorevolmente di scendere in battaglia contro “Bibbiano” possa ricordare chi è il suo vero nemico.

Ripercorriamo brevemente i fatti. Nel 2016 si costituisce una commissione a Reggio Emilia contro gli abusi sui minori basata sulla formazione degli assistenti sociali, che incentiva il ricorso agli affidi, al posto delle comunità. Il tutto in una cornice di contrasto all’idea della famiglia “patriarcale” – termine comparso sui giornali – covo di violenza. Nel 2019 emerge il vero volto di quel “modello”: un’associazione a delinquere istituzionalizzata che individua le famiglie in difficoltà (e su questo non ci sarebbe nulla da dire), calcando la mano per togliere o sospendere la patria potestà ai genitori e affidando i figli a nuclei “famigliari” che ruotano attorno al sistema.

Si scopre, infatti, che lo stesso sistema ne incentiva un altro che alcuni sostengono non esista o perlomeno non abbia nulla a che fare con queste faccende: la visione, chiamata ideologia gender, che “naturalizza” ciò che non è naturale cioè le unioni tra persone dello stesso sesso. E così la coppia affidataria, impersonando la figura di “salvatrice dell’infanzia offesa”, rincara l’idea che chiunque può crescere un bambino, anzi che la “famiglia omogenitoriale” lo sa fare pure meglio, creando contemporaneamente una casistica a riguardo.  A un certo punto, però, i nodi vengono al pettine: assistenti sociali che confessano, giudici che ammettono di aver ricevuto pressioni, psicologi laureati in altro, segnalazione di metodi impropri fino alla manipolazione mentale dei bambini. Escono altri casi in altre parti d’Italia. La politica glissa sulle “fake news” e non ferma la macchina, tanto che nella notte del 27 luglio con una seduta record di 40 ore, proprio la regione Emilia Romagna fa passare la “Legge contro l’omotransnegatività”, rinominata in modo più asettico “Legge regionale contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere”. Parallelamente, anche il progetto scolastico di “educazione alla parità e al rispetto delle differenze di genere allo scopo di superare gli stereotipi” va avanti; del resto, in un sistema in cui la famiglia naturale viene neutralizzata e le altre unioni naturalizzate, la scuola, così come il sistema Bibbiano, non può che fungere da riprogrammatrice di cervelli. Il tutto dietro al paravento delle “pari opportunità”.

È infatti proprio la retorica femminista ad aver gradualmente disinnescato il gender riassorbendolo da un lato nella violenza di genere, dall’altro in una versione melensa di “tolleranza”. Le “teorie del genere” e l’omosessualismo – dove con questo termine intendiamo i gruppi di militanti gay che cercano di ottenere il riconoscimento di taluni diritti – ancorano le loro argomentazioni a una sorta di egualitarismo che mostra la differenza, nella fattispecie quella sessuale, come motivo di discriminazione. Questo approccio diventa muro, se non addirittura strategia, che impedisce di entrare in merito alla questione omosessuale e alle sue innumerevoli implicazioni individuali, culturali e sociali. Tutto il discorso è riportato continuamente all’aspetto dei diritti, alla lotta contro le discriminazioni, alla ricerca dell’uguaglianza. I movimenti LGBT affermano che la differenza tra uomo e donna presuppone un’ingiustizia e lo fanno attuando una specie sillogismo: la differenza dei sessi è una disuguaglianza, la diseguaglianza è un’ingiustizia; dunque, la differenza sessuale è un’ingiustizia.

In ottemperanza al principio secondo il quale diversità equivale a disuguaglianza, e dunque a un’inaccettabile fonte di discriminazione e oppressione, è necessario fare in modo che tutti gli esseri umani non siano più identificabili in intollerabili classi in base al comportamento sessuale, ma nella nuova categoria del genere come promessa per un futuro di felicità e pace per tutti nel momento in cui saranno cadute tutte le barriere e le discriminazioni. Un po’ sullo stile di “Imagine” di John Lennon. Tutti uguali, tutti indistinti, tutti felici. Eliminiamo ogni differenza: da quelle economiche, a quelle di merito; da quelle religiose a quelle morali (non c’è Paradiso né Inferno); da quelle sessuali a quelle di salute (tutti sani, quindi eliminiamo il malato con l’eutanasia).

Il problema è che, dal punto di vista antropologico, eliminare la “classe”, cioè il sesso di appartenenza, è innanzitutto “rimpicciolire” il proprio corpo in favore di una visione quasi “spiritualista” della persona; poi, è eliminare la natura, che in ambito sessuale significa raggiungere quell’aspirato “genere neutro” a cui deve aspirare l’intera umanità per poter giungere al miraggio della pacifica convivenza sulla terra. In questo pensiero, le differenze – anche quelle biologiche – considerate pericolose, devono essere sacrificate all’uniformità culturale, il che non è affermazione di sé o del proprio agire, ma semmai già di per sé privazione. È facile cogliere che le stesse rivendicazioni che scaturiscono dai cosiddetti “gender studies” si rifanno ad una aspirazione di giustizia “correttiva”, quasi che la naturale differenza sessuale costituisse di per sé una mancanza e quindi un’ingiustizia. Di fatto, quindi, l’uguaglianza si ottiene al negativo, cioè togliendo qualcosa – in questo caso l’identità sessuata – e non piuttosto affermando, o semplicemente riconoscendo, la persona per quello che è. Capiamo, allora che la teoria del gender ha un aspetto politico, anzi biopolitico, in due sensi apparentemente opposti. Da un lato, poiché il concetto di “differenza” è affiancato al concetto di “autorità” e letto come un sistema di potere, “decostruire” il sesso e quindi la natura è una forma di liberazione – una libertà che degenera, però, in un ulteriore potere sul proprio corpo oggettivizzato. Dall’altro, la ricerca ossessiva di uniformità è essa stessa una forma di “controllo”, che diventa crescente pervasività del politico nel biologico.

Ogni qual volta si propone una sorta di “standardizzazione” va da sé che ci si deve rifare a uno “stampo”. Chi decide quale modello sia quello giusto? In un precedente articolo, si è dimostrato che, in un ambito più strettamente medico, un’eugenetica di stampo liberale potrebbe coerentemente arrivare a far diventare il genitore un designer del figlio attraverso la manipolazione genetica. Andando più indietro nel tempo, alla prima utopia eugenetica, ricordiamo che a farsi garante del “miglioramento” – chiamata anche “rigenerazione” – era lo Stato che, entrando nella vita dei cittadini, imponeva linee di condotta relative alla sessualità e alla riproduzione (stabilendo chi fosse idoneo per sposarsi e avere figli e chi no), chiamando in causa già allora la scuola, affinché passasse un’educazione “scientifica” presentata come “igiene sessuale” o “medicina sociale”.

Lo scandalo di Bibbiano, mostra che anche oggi, tra l’altro in una realtà socio-culturale ossessionata dalla “privacy”, si assiste a un massiccio intervento dello Stato di stampo collettivista sulla sfera privata e in particolare sulla famiglia. Questa politicizzazione della vita che sembra cercare di “proteggere”, di immunizzare la collettività attraverso l’uniformità dei suoi membri non può che estendere il controllo agli ambiti della sessualità e della procreazione soprattutto a partire dalle nuove generazioni, attraverso la neutralizzazione progressiva della famiglia naturale. Ed è qui che l’uniformità diventa controllo.

Come dimenticare le parole di Aldous Huxley che ne “Il mondo nuovo” scrive: «il complesso sociale ha maggiore importanza e significato delle parti individuali: le differenze biologiche innate debbono sacrificarsi all’uniformità (..) L’uomo deve sacrificare le proprie idiosincrasie ereditarie e fingere di essere quel buon ingrediente standardizzato che gli organizzatori dell’attività di gruppo stimano perfetto per i loro fini. Quest’uomo ideale è colui che mostra “conformismo dinamico”» (A.Huxley, Il mondo nuovo, Mondadori, 200013, p.256).

 

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Gender, inferno vuoto, Pianeta divino. Come fluidità di genere, panteismo ecologista e reintegrazione dei dannati siano le pastorali di un’unica “teologia”

Stanno avendo notevole notorietà le posizioni di Teresa Forcades, la suora che in nome del bene, promuove il Gender. E avviene a stretto giro rispetto all’intervista di padre Arturo Sosa Abascal, superiore generale dei Gesuiti, il quale nega esplicitamente la realtà sostanziale del diavolo. Non occorre molta memoria per richiamare le dichiarazioni del card. Marx circa il peccato della Chiesa di aver parlato per secoli dell’inferno. Sono fuochi di paglia o accurati capitoli di un’unica visione teologica di Dio, dell’uomo, del mondo?

 

Suor Teresa Forcades, monaca benedettina femminista e teologa queer

Suor Teresa Forcades, monaca benedettina femminista e teologa queer

 

 

di Pierluigi Pavone

 

Non mi stupirei affatto se cristiani (laici e religiosi) sostenitori delle teorie Gender e dell’ecologismo, si dichiarassero alfieri dell’apocatastasi, cioè di quella credenza escatologica, secondo la quale alla fine dei tempi, tutti i dannati – angeli e diavoli – saranno reintegrati in Dio.

Coloro che già sostengono che su questa Terra non c’è peccato né colpa e che siamo destinati tutti ad incontrare Dioin fratellanza, pace e amore – perché non dovrebbero, con eguale logica, ammettere un giudizio di ammenda totale? Una sanatoria universale. Come se nulla fosse successo. Come se il peccato fosse una ferita rimarginata e scomparsa. La giustificazione anonima, la santità globale, il Cristo cosmico dell’evoluzionismo panteista, il cristianesimo iscritto nel fondo di ogni spiritualità e mistica sono tutte teorie coerentemente conciliabili con la tesi della reintegrazione dei dannati, che a sua volta condivide la stessa visione teologica di base con gender ed ecologismo“cristiani”.

Coloro che da cattolici (?!) – difendono una pseudo-libertà di auto-determinarsi in infinite identità sessuali o nel darsi la morte o nell’uccidere il bambino nel grembo della madre (anche se si guardano bene dal mangiare uova perché magari sono purevegani), spesso sono gli stessi che – sempre da cattolici (?!) – negano il giudizio e la colpa, il peccato e la stessa realtà di Satana, per credere nell’empatia cosmica, nello Spirito Santo come lo spirito divino presente in ogni cosa e nel diavolo come una “maniera di attuare il male”. Qualcuno rilascia interviste in merito ad una questione morale, qualcun altro scrive un libro sull’amore gender, qualcun altro affronta argomenti di teologia trinitaria.

Sembrano posizioni solitarie che toccano singoli aspetti del credo.

Io sono convinto del contrario. Sono convinto che rispondono – a diverso titolo, con maggiore o minore conoscenza, magari con eterogenee intenzioni – ad una identica dottrina teologica, da cui ricavano – coerentemente – varie conclusioni sull’uomo o sul mondo, sulla Chiesa o sul peccato.

Non c’è da stupirsi, dunque. È certo necessario riproporre la dottrina cattolica. Ma urge con altrettanto impegno la formazione del soldato. C’è da capire le ragioni profonde della visione globale che soggiace alle varie eterodossie.

Primo concetto utile: anarchia.

Non nel senso politico, in questo caso, ma nel suo significato letterale: archè infatti in greco significa sia principio-origine, sia potere. Ci interessa il primo senso. Anarchia come assenza di ragione-principio. Anarchia come illimitatezza. Caos. Ma non nel significato ordinario di disordine, bensì nel senso di Indeterminazione.

Ebbene, con Lutero questa indifferenziazione è contestualizzata nell’ambito della libertà divina. Indifferenziato e illimitato, privo di ragione e principio, è l’arbitrio divino. Quindi l’anarchia è confinata ad una speciale azione. Dio salva in modo anarchico. L’anarchia irragionevole è quella che riguarda la giustizia di Dio. Per Lutero giustizia coincide con giustificazione. E la giustificazione è anarchica da parte della Grazia. Cioè Dio dispone – indipendentemente dall’individuo e senza alcuna ragionevolezza di salvare alcuni e di lasciare altri dannati.Illimitatezza dell’arbitrio, volontarismo assoluto.

Il processo attuale, piuttosto che essere un ampliamento, non è altro che una radicalizzazione: un richiamarsi alla matrice originaria di quel pensiero e una applicazione in ogni ambito. L’anarchia salvifica di Dio – propria della dottrina protestante – è determinata dal fatto che Dio stesso è Anarchia. Ma prima di Lutero, «Anarchia» come non-principio, Nulla o Vuoto, era ilmodo cabalistico di intendere l’intima essenza di Dio. In assoluto.In principio è il Caos. Non nel senso di disordine, ma nel senso di indistinzione. Abisso indistinto di luce e tenebra, bene e male.

Il male allora diventa la possibilità in Dio, che Dio non attua. E questo poi lo si dice anche per luogo, reinterpretando Satana come una potenza negativa realizzata. In questo modo si nega il diavolo. Assorbendo la figura angelica nella potenza illimitata e indefinita di Dio e in Dio. È la stessa ragione per cui il filosofo francese P. Nemo, in un testo su Giobbe tradotto da Città Nuova, poteva ritenere che le tentazioni di Giobbe sono ordite insieme, in perfetta connivenza e complicità di intenzioni, da Dio e da Satana, tanto da sembrare «che non ci sia alcuna ragione per distinguerli. Dio è il Diavolo, e Satana è Dio, e Giobbe non è Giobbe che attraverso il gioco di Dio-Satana».

Secondo concetto utile: apocatastasi.

Il termine apocatastasi appartiene alla filosofia panteistica dello Stoicismo, cioè a quella scuola filosofica che ritiene l’universo come unico essere vivente – divino e razionale –, che ciclicamente diviene e si sviluppa, fino alla consumazione nel fuoco di ogni cosa e la loro reintegrazione (apocatastasi). Questo termine fu poi assunto – in modo eretico – in chiave teologica da una corrente filosofica cristiana, per indicare non la reintegrazione cosmica, ma quella salvifica dei dannati. Fu rifiutata dalla Chiesa cattolica per evidenti ragioni: la contraddizione scritturistica, con quanto Cristo stesso afferma nel Vangelo; la contraddizionemorale con la Giustizia di Dio; la contraddizione antropologica, relativa alla morte dell’uomo e alla natura dell’angelo (gli angeli, essendo di puro spirito, hanno scelto di amare o rifiutare Dio in modo irreversibile, fuori dalla dimensione temporale, come avverrà per il giudizio sull’anima nell’istante della morte, cioè quando si separerà dal corpo).

Esiste un’ulteriore contraddizione. Quella teologica.

La teoria dell’apocatastasi si basa sull’idea di Dio come Unità indistinta e sull’idea di peccato come rottura in Dio di questa unità. Alla fine del mondo ci sarebbe il ripristino finale dell’identità indistinta e indeterminata di Dio e in Dio. Ecco perché l’inferno è vuoto, siamo già tutti salvati. A non esistere è il peccato stesso, se non come frattura che verrà totalmente rimarginata, in una sorta di cosmico Uno-Tutto impersonale, caro alla mistica orientale. Ecco perché è indifferente assistere alla Messa o passare un’ora in meditazione cercando di mettersi in empatia con Saturno. Ecco perché tutte le religioni sono uguali e derivazioni culturali di un’unica cosmica sapienza spirituale. Si tratta di simili processi di ascesi, momenti di un unico movimento spirituale dell’universo, in cui si prende coscienza del proprio sé divino, in totale armonia con il Sé universale. In pieno New Age cristico, ecologista e panteista.

Terzo concetto utile: En Sof.

La prospettiva teologica di pensare Dio, in termini di Infinito, come Indistinto e indifferenziato non è un’idea contemporanea.

a) Esiste un precedente filosofico, nella tradizione presocratica. Anassimandro: quando in modo originale pensa che la realtà derivi – colpevolmente – dall’infinito (inteso come illimitatezza e indeterminazione assoluta). Questo precedente è però spiccatamente fisico e materialista.  

b) In chiave teologica raggiunge l’apice estremo di sviluppo e complessità con l’idealismo tedesco, in particolare con la teologia filosofica di Hegel e dell’ultimo Schelling. Nel primo si ha il fondamentale stravolgimento del significato di Rivelazione, da cui procedono i concetti di dialettica, auto-alienazione, fenomenologia dello Spirito; nel secondo l’idea di Dio prima di Dio. Ne discuterò in un successivo articolo.

c) la matrice dell’idealismo tedesco sarà fondamentale per capire il concetto attuale di modernismo e come è stato possibile far coincidere lo spirito del mondo con lo Spirito Santo. A sua volta, però, questa stessa matrice è uno sviluppo filosofico della mistica cabalistica.

d) Risale, infatti, alla Cabala, il pensiero di Dio come En Sof.Il Nulla-Infinito. Rispetto a Dio così pensato, il mondo non è creato, come nella tesi classica. È l’effetto di un processo in Dio di auto-oblio, auto-contrazione (Tzimtzum). Dio si sarebbe auto-limitato, perché il mondo potesse esistere.

È un concetto che si riscontra anche nel pensiero del cardinal Cusano nel 1400: l’universo come un dio-contratto. La famosa «dotta ignoranza», che si studia a scuola, non è affatto l’umiltà del fedele che si rapporta al mistero di Dio, senza poterlo esaurire. È, invece, la via mistica di pensare Dio come coincidenza degli opposti, al di là dello stesso principio di non contraddizione.

Vani e anche inutili sono tutti gli sforzi di negare l’occulto o esplicito panteismo dialettico (il nucleo dell’ecologismo in chiave religiosa), che arriva a pensare alla creazione come il primo atto di auto-umiliazione di Dio che precede quello della Croce (ma è ad esso legato come unica realtà processuale) e l’Incarnazione come l’atto in cui Dio si unisce al creato.

e) Ma non basta. È proprio di vari movimenti occultisti ed esoterici interpretare l’Esagramma  come principio androgino. Nell’intersezione dei due triangoli sarebbe espressa l’idea dell’indistinzione sessuale, là dove il triangolo con la punta verso l’alto rappresenterebbe l’identità maschile e quella verso il basso, quella femminile. Indifferenziazione. La stessa che l’ideologia gender contestualizza sul piano dell’identità sessuale dell’uomo.

A ben ragione per il “cabalista cristiano” Pico della Mirandola, Dio crea Adamo con un’essenza indeterminata, perché lui la possa liberamente forgiare e auto-plasmare. Cosa c’è da stupirsi se poi l’ideologia Gender contestualizza questa auto-creazione della propria essenza, in ambito sessuale e una suora fa riferimento a Dio come a un Lui o una Lei?  

Ecco allora l’unica matrice per pensare insieme ecologismo e gender, per negare insieme Giudizio e inferno. Ecologismo cristiano, gender cristiano, apocatastasi cristiana sono tutti aspetti coerenti di un’unica reintepretazione apostata del cattolicesimo, che trova nello gnosticismo moderno la sua radice.  

 

 

 

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Leader del Partito polacco al governo: “grato” all’Arcivescovo Jędraszewski per la sua dichiarazione contro l’ideologia LGBT

Il leader del partito al potere polacco ha elogiato domenica l’arcivescovo di Cracovia per la sua opposizione alla ridefinizione del matrimonio e dell’ideologia gender nel paese.

Se ne parla in questo articolo dello staff del Catholic News Agency, nella mia traduzione.

 

Jaroslaw Kaczynski, leader del Partito polacco per il Diritto e la Giustizia (PiS)

Jaroslaw Kaczynski, leader del Partito polacco per il Diritto e la Giustizia (PiS)

 

Il leader del partito al potere polacco ha elogiato domenica l’arcivescovo di Cracovia per la sua opposizione alla ridefinizione del matrimonio e dell’ideologia di genere nel paese.

Jaroslaw Kaczynski, leader del Partito polacco per il Diritto e la Giustizia (PiS), ha dichiarato nella campagna elettorale nel sud-est della Polonia il 18 agosto di essere “grato” all’Arcivescovo Marek Jędraszewski per la sua dichiarazione di questo mese secondo le quali i tentativi di ridefinire il matrimonio e imporre l’ideologia gender in Polonia fanno parte di una “peste arcobaleno”.

Definendo la promozione dell’ideologia LGBT una “dura offensiva” e un “teatro itinerante”, Kaczynski ha detto che “noi siamo quelli che sono danneggiati da questo, deve essere smascherato e buttato via”, ha riferito Reuters domenica.

L’arcivescovo Jędraszewski ha detto in un’omelia del 1° agosto, commemorando il 75° anniversario dell’insurrezione di Varsavia, che “la nostra terra non è più colpita dalla peste rossa, il che non significa che non ve ne sia una nuova che voglia controllare le nostre anime, i nostri cuori cuori e le nostre menti”, ha riferito Reuters. 

Quella nuova “peste”, ha detto, non è “marxista, bolscevica, ma nata dallo stesso spirito, neo-marxista. Non rossa, ma arcobaleno”.

Le osservazioni di Kaczynski sono arrivate in occasione di una campagna elettorale per le elezioni parlamentari nazionali polacche di ottobre, dove la ridefinizione del matrimonio sarà uno dei temi della contesa, dato che in Polonia sono in aumento gli eventi dell’”orgoglio” pro-LGBT.

Nel mezzo di alcune reazioni secolari, l’arcivescovo Jędraszewski ha ricevuto dichiarazioni di sostegno dai suoi colleghi vescovi. 

 

Marek Jędraszewski, Arcivescovo di Cracovia

Marek Jędraszewski, Arcivescovo di Cracovia

 

Domenica scorsa, il cardinale Zenon Grocholewski ha chiesto a 80.000 pellegrini in una messa e processione eucaristica nel santuario mariano di Kalwaria Zebrzydowska nell’arcidiocesi di Cracovia, di “pregare per i nostri cari pastori della nostra arcidiocesi, che difendono coraggiosamente la verità e la legge di Dio contro ogni tipo di ideologie distruttive”. L’arcivescovo Jędraszewski ha concelebrato la Messa.

L’8 agosto, il presidente della Conferenza episcopale polacca, l’arcivescovo Stanisław Gądecki di Poznań, ha rilasciato una dichiarazione in risposta alle recenti “polemiche” nel Paese sull'”ideologia LGBT”, compresa l’”ondata di critiche” contro l’arcivescovo Jedraszewski riguardo le sue osservazioni.

Ci deve essere rispetto per tutte le persone, comprese quelle con attrazione per lo stesso sesso, ha detto l’arcivescovo, ma questo non deve mai includere l'”accettazione” delle ideologie pro-LGBT.

“Le persone che appartengono agli ambienti delle cosiddette minoranze sessuali sono i nostri fratelli e sorelle per le quali Cristo ha dato la sua vita e che Egli vuole anche che siano salvate”, ha detto l’Arcivescovo Gądecki. 

“Il rispetto per determinati individui non può, tuttavia, portare all’accettazione di un’ideologia che mira a rivoluzionare i costumi sociali e le relazioni interpersonali”.

Ha notato “un significativo aumento del numero delle cosiddette marce dell’orgoglio organizzate nel nostro paese”, così come la prevista introduzione di una nuova educazione sessuale nelle scuole da parte delle autorità locali, gli sforzi per ridefinire il matrimonio e imporre l’ideologia di genere, e i datori di lavoro che discriminano i dipendenti che credono nel matrimonio tradizionale.

A giugno, un negozio IKEA di Cracovia ha licenziato un dipendente che ha citato versi della Scrittura contro l’omosessualità sull’intranet aziendale, dichiarando il suo rifiuto di partecipare a un evento pro-LGBT su richiesta dell’azienda.

La protesta nel paese contro la Chiesa e gli altri che sostengono il matrimonio tradizionale è una manifestazione di un “totalitarismo ideologico”, ha detto Gądecki, “che consiste nel rimuovere persone che pensano diversamente al di fuori della sfera della libertà”.

Ha esortato i legislatori a non aderire alle richieste di ridefinire il matrimonio e ha chiesto “la non discriminazione nella discussione pubblica” da entrambe le parti del dibattito sul sesso e l’ideologia del gender.

Questa “ideologia” pro-LGBT, ha detto, porterebbe alla rovina della società, ha detto, citando il discorso di Papa Francesco del novembre 2014 al Colloquio internazionale sulla complementarietà tra uomo e donna.

L’Arcivescovo Gądecki ha citato Papa Francesco nella sua dichiarazione: “Questa rivoluzione dei costumi e della morale ha spesso sventolato ‘la bandiera della libertà’, ma in realtà ha portato devastazione spirituale e materiale a innumerevoli esseri umani, specialmente ai più poveri e vulnerabili”.

 

 

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Regno Unito, vietata pubblicità della Golf perché la donna è con il passeggino!

La questione della rappresentazione di ruoli e di genere, e del presunto danno ad essi connesso, sta assumendo aspetti sempre più esilaranti e incomprensibili. Fonte di ulteriore confusione. E’ quello che è capitato alle pubblicità di due colossi come la Volkswagen e la Craft, incappate nel Regno Unito nelle maglie della censura di genere del Garante per la pubblicità, sulla base di norme appena approvate. I due colossi fanno fatica a credere alle argomentazioni addotte dal Garante.

Ma tutto diventa chiaro quando si leggono le affermazioni di Ella Smillie, responsabile delle politiche e delle campagne della Fawcett Society che, gaudente per le decisioni prese dal Garante, ha dichiarato: “È ora che gli inserzionisti si sveglino e smettano di rafforzare gli stereotipi di genere pigri e superati”. Aggiungendo che i bambini sono noti per interiorizzare tali stereotipi “in un modo che limita le loro aspirazioni e potenzialità nella vita”. “Dobbiamo cogliere l’opportunità per cambiare l’infanzia e cambiare le vite”. 

Già, abbiamo capito benissimo, vogliono “cogliere l’opportunità di cambiare l’infanzia e cambiare le vite”!

Ecco un articolo Katie O’Malley, pubblicato su Independent, nella mia traduzione. 

Pubblicità della Golf vietata (screenshot)

Pubblicità della Golf vietata (screenshot)

 

Due spot distinti che promuovono un’auto Volkswagen e il formaggio molle Philadelphia sono stati vietati dalle nuove regole che vietano gli stereotipi di genere “dannosi”.

Secondo l’Advertising Standards Authority (ASA), tre persone si sono lamentate degli stereotipi con il Garante della pubblicità dopo aver visto un annuncio pubblicitario per l’auto elettrica Volkswagen eGolf e uno per la famosa marca di formaggio morbido il 14 giugno, giorno in cui sono entrate in vigore le nuove regole.

I reclami sono stati accolti dal Garante della pubblicità che ha riscontrato che entrambi gli annunci pubblicitari hanno violato le nuove regole in materia di “danno e offesa”.

 

All’inizio della pubblicità della Volkswagen, un uomo e una donna sono sdraiati in una tenda appostata sul fianco di una scogliera. La donna dorme e l’uomo legge un libro.

La scena seguente mostra due astronauti maschi che galleggiano dentro un’astronave prima che un atleta maschio con una protesi alla gamba faccia il salto in lungo. La scena finale mostra una donna seduta su una panchina accanto a una carrozzina.

Le nuove regole stabiliscono che “la pubblicità non deve includere stereotipi di genere che possono causare danni o offese gravi o diffuse”.

Le linee guida stabiliscono inoltre che i ruoli stereotipi di genere includono occupazioni o posizioni solitamente associate a un determinato genere, mentre le caratteristiche stereotipiche di genere includono “attributi o comportamenti solitamente associati a uno specifico genere”.

I ricorrenti hanno detto che la pubblicità di Volkswagen “ha perpetuato stereotipi di genere dannosi” mostrando uomini impegnati in attività avventurose in contrasto con una donna in un ruolo di [una persona] “che si prende cura”.

I capi di Volkswagen hanno affermato che il “messaggio centrale” della pubblicità era incentrato sulla “capacità dello spirito umano di adattarsi alle sfide e al cambiamento”. Di conseguenza, la casa automobilistica non credeva che uno scalatore, un astronauta o un atleta che gareggia in uno sport paralimpico fossero ruoli stereotipati di genere.

In risposta alle lamentele, i portavoce della casa automobilistica hanno dichiarato che i personaggi sono stati “rappresentati mentre compiono azioni non stereotipate per un genere”.

Essi hanno anche sostenuto che il fatto che la scalatrice dormisse “si potrebbe dire che non è passiva, ma che è rilassata e a suo agio in un ambiente ostile”.

Tuttavia, l’ASA ha respinto le argomentazioni di Volkswagen e ha accolto le denunce.

Un portavoce di ASA ha detto dell’annuncio pubblicitario: “Mentre la maggior parte dell’annuncio è incentrato sul tema dell’adattamento alle circostanze difficili e al successo, la scena finale mostra una donna seduta su una panchina a leggere, con una carrozzina al suo fianco”.

“Abbiamo avuto l’impressione che diventare genitori sia un’esperienza che cambia la vita e che richiede un adattamento significativo, ma prendersi cura dei bambini sia un ruolo stereotipato associato alle donne”.

Hanno aggiunto che, tenendo conto dell’impressione generale dell’annuncio pubblicitario, essi credono che gli spettatori “si concentreranno probabilmente sulle occupazioni dei personaggi presenti” e “osserveranno un contrasto diretto tra il modo in cui i personaggi maschili e femminili sono raffigurati”.

Di conseguenza, il Garante della pubblicità ha detto [agli autori del] film sull’auto di assicurarsi che la loro pubblicità “non presentasse gli stereotipi di genere in un modo che potesse causare danni, anche attraverso un contrasto diretto tra i ruoli e le caratteristiche maschili e femminili in un modo che implicasse che fossero associati in modo univoco con un solo genere”.

Nel frattempo, la pubblicità del Philadelphia mostra due uomini che si prendono cura dei neonati prima che uno di loro lasci il suo su un nastro trasportatore di un ristorante.

Uno spettatore si è lamentato con l’ASA per la clip che “perpetuava uno stereotipo dannoso”, suggerendo che gli uomini fossero “incapaci di prendersi cura dei bambini” e che “li avrebbero messi a rischio a causa della loro incompetenza”.

Alla luce della denuncia, Mondelez UK – i produttori di Philadelphia – ha detto che l’annuncio era destinato a mostrare una situazione “umoristica” in cui i genitori trovano il formaggio così delizioso da distrarsi momentaneamente dalla cura dei loro figli.

Credevano che i ruoli di genere suggeriti nell’annuncio pubblicitario potessero essere invertiti e quindi non perpetuassero uno stereotipo dannoso. L’azienda ha anche dichiarato di aver scelto deliberatamente di avere due padri per evitare lo stereotipo tipico di due madri con compiti di assistenza all’infanzia.

Tuttavia, la denuncia è stata accolta dall’ASA, anche se un suo portavoce ha aggiunto di aver riconosciuto l’intenzione di Mondelez UK di presentare una situazione “leggera” e “comica”.

“Abbiamo ritenuto, tuttavia, che gli uomini siano stati ritratti come un po ‘sfortunati e disattenti, il che li ha portati a non essere in grado di prendersi cura dei bambini in modo efficace”, hanno spiegato.

Il portavoce ha detto che il Garante per la pubblicità ha riconosciuto che la rappresentazione dei nuovi genitori potrebbe essere vista come una caratterizzazione di inesperienza. Hanno aggiunto che, indipendentemente dal sesso, è spesso comune per i genitori di chiedere scherzosamente ai loro figli di non dire all’altro genitore qualcosa che è successo.

“Tuttavia, in combinazione con la scena di apertura in cui uno dei bambini è stato consegnato dalla madre al padre, e la scena finale in cui uno dei padri ha detto ‘Non dirlo alla mamma!’, abbiamo considerato che l’annuncio pubblicitario si basasse sullo stereotipo secondo cui gli uomini non fossero in grado di prendersi cura dei bambini così come le donne”, hanno concluso.

In sintesi, l’ASA ha concluso che “l’annuncio ha perpetuato uno stereotipo dannoso, vale a dire che gli uomini sono inefficaci nella cura dei bambini, ed è in violazione del Codice”.

Di conseguenza, Mondelez UK è stato invitato a garantire che la sua pubblicità non perpetuasse stereotipi di genere dannosi.

Ella Smillie, responsabile delle politiche e delle campagne della Fawcett Society, ha dichiarato che la sua organizzazione accoglie con favore le sentenze dell’ASA.

“È ora che gli inserzionisti si sveglino e smettano di rafforzare gli stereotipi di genere pigri e superati”, ha detto Smillie.

Il portavoce ha aggiunto che i bambini sono noti per interiorizzare tali stereotipi “in un modo che limita le loro aspirazioni e potenzialità nella vita”.

“Dobbiamo cogliere l’opportunità per cambiare l’infanzia e cambiare le vite”. Ha dichiarato Smillie.

 

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Scuola cattolica elementare consentirà ai maschietti di vestire con la gonna se si sentono femminucce

Una scuola cattolica in Irlanda ha annunciato la sua nuova politica uniforme e neutrale per gli alunni delle elementari che permette alle ragazze di indossare pantaloni e ai ragazzi di indossare le gonne se sentono una identità diversa da quella biologica. Anche i bagni diventeranno neutrali.

Un articolo di Martin M. Barillas nella mia traduzione.

Una scolaresca della St. Brigid's National School di Greystones

Una scolaresca della St. Brigid’s National School di Greystones

 

Una scuola cattolica in Irlanda ha annunciato la sua nuova politica uniforme e neutrale per gli alunni delle elementari che permette alle ragazze di indossare pantaloni e ai ragazzi di indossare le gonne a partire da settembre.

La St. Brigid’s National School si trova a Greystones, una piccola città vicino a Dublino. La scuola permetterà il cross-dressing per i suoi studenti delle elementari al fine di omologarsi all’ideologia transgender. La preside della scuola Máire Costello ha detto, secondo l’Irish Times, che l’idea è stata proposta dal consiglio studentesco della scuola, che è stata accolta con favore dal consiglio scolastico e dai genitori. Costello ha detto al giornale che la scuola ha studenti che “mettono in discussione la loro identità sessuale” in giovane età.

Anche se la St. Brigid’s National School è finanziata con fondo pubblici, è sotto l’ultima autorità dell’Arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin.

Prima che il cambiamento fosse annunciato, la politica scolastica imponeva ai ragazzi di indossare pantaloni grigi e un maglione verde. Le ragazze dovevano indossare un grembiule di tartan verde. Al ritorno a scuola a settembre, gli alunni potranno scegliere l’abbigliamento che preferiscono indipendentemente dal sesso.

La scuola vuole che i bambini abbiano una “felice esperienza scolastica”, ha aggiunto Costello, “Se questo significa che le ragazze [indossino] i pantaloni o i ragazzi le gonne, così sia. La cosa più importante è che i bambini si sentano a proprio agio e felici per come sono vestiti”. [Costello] Ha affermato che i membri del consiglio scolastico hanno studiato le opinioni dei loro compagni di scuola e hanno scoperto che la direzione scolastica sostiene il cambiamento.

La scuola di Santa Brigida sta anche sostituendo i bagni dei ragazzi e delle ragazze con strutture neutre dal punto di vista del genere.

L’Irish Times ha citato l’avvocato LGBTQ Sara Phillips della Transgender Equality Network Ireland, che ha detto che alcune scuole cattoliche in Irlanda accolgono l’ideologia transgender, e il documento ha osservato che Moninne Griffith di Belong To – un altro gruppo che promuove l’ideologia LGBTQ nelle scuole – ha detto che le scuole secondarie sono particolarmente molto disponibili nel cambiare le politiche uniformi scolastiche. Ha espresso delusione, tuttavia, per il fatto che alcuni insegnanti ancora rifiutano di chiamare gli studenti con il loro pronome preferito, “il che può essere molto doloroso”.

Visto da alcuni come un rimprovero o chiarimento delle dichiarazioni di Papa Francesco e di alcuni vescovi che hanno portato i cattolici a mettere in discussione gli articoli fondamentali della loro fede, il cardinale Raymond Burke e il vescovo Athanasius Schneider si sono uniti a diversi altri prelati nel rilasciare una dichiarazione pubblica di verità per porre rimedio alla “confusione dottrinale quasi universale e al disorientamento” nella Chiesa di oggi. Per quanto riguarda l’ideologia transgender, hanno riaffermato che “il sesso maschile e femminile, uomo e donna, sono realtà biologiche create dalla saggia volontà di Dio”. La chirurgia della riassegnazione di genere, quindi, è una “ribellione alla legge naturale e divina” e un “peccato grave”.

Per quanto riguarda l’omosessualità, [Burke, Schneider Ed altri] hanno riaffermato la Sacra Scrittura e la tradizione dicendo che “due persone dello stesso sesso peccano gravemente quando cercano il piacere venereo l’uno dall’altro”, citando il Catechismo della Chiesa Cattolica che [afferma che] gli atti omosessuali “in nessuna circostanza possono essere approvati”.

L’arcivescovo Martin ha bandito dalla sua arcidiocesi un libro sull’ideologia LGBTQ scritto dal vescovo [Atanasius] Schneider. Secondo lo scrittore Anthony Murphy, l’arcivescovo ha manifestamente abbandonato gli insegnamenti della Chiesa a favore delle tendenze liberali di sinistra, come prova del divieto del libro di Schneider. Murphy ha detto agli ascoltatori al Rome Life Forum di maggio che le scuole sono sotto attacco da parte della sinistra.

“Non avremmo permesso che i nazisti educassero i nostri figli. Non permetteremmo a Stalin di educare i nostri figli”, ha affermato Murphy. “Ma abbiamo un gruppo ancora peggiore di persone che inquinano la mente dei nostri figli e li rivoltano contro la loro storia, i loro antenati e la loro famiglia”.

 

Fonte: LifeSiteNews




Studente messo fuori della classe perché affermava che i generi sono solo due, maschile e femminile.

Un insegnante in Scozia ha cacciato uno studente dalla sua classe dopo che lo studente aveva insistito sul fatto che ci sono solo due generi, maschile e femminile. Il video ripreso da uno studente su smartphone mostra l’insegnante che dà lezione allo studente fuori dalla classe perché non era stato “inclusivo”.

Un articolo di Doug Mainwaring nella mia traduzione.

Screenshot

Screenshot

 

Un insegnante in Scozia ha cacciato uno studente dalla sua classe dopo che lo studente aveva insistito sul fatto che ci sono solo due generi, maschile e femminile. Il video ripreso da uno studente su smartphone mostra l’insegnante che dà lezione allo studente fuori dalla classe perché non era stato “inclusivo”.

Il breve video, girato da uno studente di nome Murray e pubblicato sul blog dell’Arcivescovo Cranmer, mostra l’insegnante sempre più infastidito da Murray che insiste con calma sulla realtà binaria della sessualità umana maschile-femminile. Non si sa chi sia l’insegnante o in quale scuola si sia svolta questa attività scolastica.

“Perché mi ha cacciato dalla classe? Non è molto inclusivo da parte sua”, ha detto Murray.  

“Mi dispiace, ma quello che stavi dicendo non è molto inclusivo”, ha detto l’insegnante di Murray, “e questa è una scuola inclusiva”.    

Murray ha poi chiesto perché ciò che aveva detto non era inclusivo.  

“Ci sono più di un sesso”, ha risposto l’insegnante.  

“Questa è la sua opinione”, ha insistito Murray.

“Questa è la mia opinione e questa è un’opinione che è accettabile in questa scuola”, ha detto l’insegnante facendo appello alla politica scolastica nazionale scozzese. “E penso che la tua [opinione], dicendo che non c’è altro [genere] diverso da quello maschile o femminile, non sia inclusiva”.

Mentre Murray spiega ancora una volta al suo insegnante: “Ci sono solo due generi”, l’insegnante si infastidisce visibilmente, si morde il labbro e si allontana.

L’insegnante ha poi accusato Murray di “aver scelto di creare un problema su questo. Hai avuto l’opportunità di stare zitto. Ti è stata chiaramente data l’opportunità di non continuare e tu hai scelto di proseguire”.    

“Sì, perché penso che sia sciocco”, ha detto Murray, che ha ribadito che è sciocco pensare che ci siano più di due generi.   

“Vuoi per favore affermare questa opinione a casa tua, non in questa classe?” ha chiesto l’insegnante, sempre più confuso.

“Quindi lei può esprimere la sua opinione in classe, ma la mia opinione deve rimanere in casa mia?” ha ribattuto lo studente.

“Non sto esprimendo la mia opinione. Sto affermando la politica dell’autorità scolastica nazionale”, ha dichiarato l’insegnante.    

“Questo non è assolutamente scientifico”, ha risposto Murray.

“Non tutte le politiche sono scientifiche”, ha detto l’insegnante, diventando a questo punto incerto con le parole mentre si volta per allontanarsi dalla conversazione.  

“Io affermo qualcosa in cui credo e lei mi ha cacciato fuori dalla classe per trenta minuti”, ha detto Murray.  

“So cosa pensi e so cosa pensa l’autorità”, ha detto l’insegnante di Murray. “So che il punto di vista dell’autorità è molto chiaro – molto chiaro – che non ci sono discriminazioni”.

Murray lo interrompe, insistendo sul fatto che non era stato discriminatorio. “Sto semplicemente dicendo che ci sono due generi: Maschio e femmina”.

“Mi dispiace”, ha detto l’insegnante, che non è riuscito a esprimere il suo punto di vista contro le scienze biologiche e ha detto ancora una volta che la dichiarazione di Murray, “è contraria alla politica”.

Il video mostra la battaglia sempre più comune tra biologia e l’ideologia transgender politicamente corretta, che viene adottata da un numero sempre maggiore di sistemi scolastici nel mondo occidentale.

“Scioccante, vero? Questa è una scuola ‘inclusiva’, e questo sembra indicare che ci sia solo un’opinione che sia ‘accettabile nella scuola’, ha scritto un blogger che si chiama Arcivescovo Cranmer a proposito del video.

 

Fonte: LifeSiteNews




Versaldi, Gender: Se venisse imposto un “pensiero unico”, lo Stato diventerebbe non solo etico ma dittatoriale

Il capo del dipartimento vaticano che ha redatto un controverso opuscolo sulla teoria del gender ha difeso il documento dalle critiche ricevute, affermando che i tentativi di imporre “forme estreme” di ideologia del genere ricordano i regimi totalitari e dittatoriali. Lo ha detto il prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica, il cardinale Giuseppe Versaldi, durante un’intervista esclusiva con il Catholic Herald nel suo ufficio in Piazza Pio XII, appena fuori Piazza San Pietro.

Questa intervista potrebbe risultare di aiuto alla comprensione della ratio sottostante il documento sul gender. Ve la propongo della mia traduzione

Card. Giuseppe Versaldi

Card. Giuseppe Versaldi

 

Giuseppe Versaldi: La natura di questo documento, la storia della sua genesi, spiegano la scelta di non tenere una conferenza stampa [di presentazione]. Perché [il documento] vuole essere un aiuto pratico. Abbiamo ricevuto da molte conferenze episcopali in visite ad limina – ma anche dagli insegnanti, soprattutto nelle scuole primarie e secondarie – una richiesta di aiuto per affrontare questo tema, che sta pervadendo le nostre istituzioni – soprattutto nel mondo occidentale – cattoliche, ma anche i nostri insegnanti cattolici nelle scuole pubbliche.

Non si tratta quindi di un documento dottrinale, ma piuttosto di un aiuto pratico. Così, ci è sembrato che – forse sottovalutando allora l’eco che ha avuto – fosse più un manuale pratico da dare alle nostre istituzioni, che un documento che affrontasse l’argomento in modo teorico e astratto – anche se, come potete vedere, poi, c’è al suo interno una dichiarazione sintetica, sia dal punto di vista antropologico che teologico, della dottrina tradizionale della Chiesa. Soprattutto, però, è un documento “metodologico”: per spiegare agli insegnanti come devono comportarsi con coloro che sostengono queste teorie.

Sembrava quindi proporzionato proporlo in questo modo, in forma scritta, senza suscitare un dibattito sull’argomento, che di per sé appartiene alla [Congregazione per la] Dottrina della Chiesa, piuttosto che alla nostra Congregazione.

 

Catholic Herald: Una generazione fa, gli studenti avrebbero studiato il sistema riproduttivo – a partire dalle scuole medie – e avrebbero imparato la “meccanica” della riproduzione umana: era la biologia, insomma. La Congregazione per l’educazione cattolica, con questo documento, risponde, per così dire, alle mutate circostanze “sul campo”. Quali sono i problemi, le domande, le discussioni che nella società sono cambiate?

GV: Ora, la situazione è cambiata notevolmente, perché prima era limitata – forse troppo – ad elementi biologici e fisici nella cosiddetta educazione “sessuale”. La Chiesa in genere preferisce parlare di affettività, piuttosto che di “sesso”, per dare un’idea più completa della sessualità: perché non è solo a livello fisico e genitale, ma anche a livello affettivo-psicologico, che integra la piena nozione di sessualità umana. Questo ampliamento, tuttavia, ha ovviamente portato anche all’introduzione di criteri ideologici, e quindi a questo avanzamento di proposte basate su presupposti diversi e talvolta contrastanti.

La Chiesa vuole intervenire in modo dialogico in questo dibattito, non con argomenti di fede, ma con argomenti di ragione. Il metodo stesso che proponiamo ai nostri operatori è quello del dialogo, che si sintetizza in tre passi, cioè:

 

  • In primo luogo, ascoltare le ragioni degli altri, che la pensano diversamente – non presumere di sapere subito quello che dicono gli altri, per poter essere aperti, reciprocamente, a un gesto di fiducia, sul presupposto di buona fede da parte di tutti.
  • Il secondo passo, che è quello centrale, è la ragione. Da parte nostra, sappiamo che la fede illumina la ragione, ma non possiamo usare argomenti di fede nelle nostre scuole, soprattutto nel dibattito scientifico. Dobbiamo quindi essere in grado, diciamo così, di tradurre in termini razionali anche quelle che sono le intuizioni di fede.
  • Questo significa anche che, d’altra parte, tutti [coloro che sono coinvolti nella discussione] dovrebbero abbandonare l’aspetto ideologico – degli slogan, degli impegni ideologici a priori, che danno per scontato che il loro sia l’unico pensiero scientifico. Così, ragionando insieme, cerchiamo di trovare insieme gli elementi compatibili tra loro, perché per noi le forme estreme di ideologia di genere non sono giustificabili anche dal punto di vista razionale-scientifico. Vi sono però anche elementi di maggiore apertura.

 

CH: Tuttavia, se c’è una cosa su cui il documento è chiaro e inequivocabile, è che lo Stato – le autorità civili – e quindi le istituzioni pubbliche in quanto tali – devono rimanere fuori dal dibattito antropologico: quando le scuole – anche primarie – si trasformano in campi di battaglia per ideologie inconciliabili, la società per cui queste istituzioni sono date è già in uno stato piuttosto negativo?

CV: Sì, questo è il problema. È un problema epistemologico [confuso] con il problema politico: perché uno Stato non può imporre un solo modo di pensare [il cosiddetto pensiero unico], soprattutto in campo etico. Avere opinioni diverse, che lo Stato dovrebbe rispettare, favorisce quel pluralismo, che è alla base della democrazia. Perché – soprattutto nelle nostre scuole [cattoliche] – non siamo noi a scegliere gli studenti. Sono gli studenti che scelgono noi. Ci scelgono, inoltre, perché sposano – credono – anche in questo campo – l’identità cattolica. Se lo Stato impone una pensée unique (un pensiero unico) anche nelle nostre scuole, questa ideologia che riteniamo non abbia basi scientifiche – e che comunque ha presupposti meta-scientifici – allora non è possibile che ci sia democrazia.

Perché, se tutti noi dobbiamo conformarci a un pensée unique (pensiero unico) – un unico modo di pensare – sottraiamo a chi ha la responsabilità primaria dell’educazione, cioè alle famiglie quando si tratta di bambini piccoli, e ai giovani, quando sono maggiorenni, la possibilità di scelta. Con la scelta, però, deve esserci un pluralismo. Se, d’altra parte, dobbiamo pensare tutti allo stesso modo: non è solo uno stato etico [termine filosofico che indica la nozione che lo Stato è il fine supremo dello sforzo umano, a cui tende e deve essere ordinata tutta l’attività umana], ma uno stato dittatoriale.

 

CH: Col senno di poi, cosa avreste voluto fare diversamente, o meglio?

GV: Una critica che abbiamo ricevuto da diverse parti, anche dalla parte interessata, è che non abbiamo ascoltato le persone che hanno difficoltà in questo campo dell’identità sessuale. Questo è vero: nella fase preparatoria non siamo stati in grado di ascoltare le persone direttamente coinvolte. Indirettamente, però, sì, perché, avendo anche dato la preparazione di questo documento nelle mani di esperti, abbiamo tenuto a mente le persone direttamente interessate. Pertanto, nel documento, anche se avremmo potuto essere più espliciti, raccomandiamo davvero il rispetto per le persone in difficoltà, persone che possono subire discriminazioni a causa della differenza che trovano rispetto alla vita normale in questo settore. Pertanto, avremmo potuto fare di meglio, certamente, in questo settore.

 

Fonte: Catholic Herald

 




George: “Caro Padre Martin, trattenere la verità, anche per un senso di compassione, equivale a non amare veramente la persona a cui si è al servizio”

Qualche giorno fa è stato pubblicato il documento vaticano sulla ideologia gender. Tale documento ha irritato molti, tra cui il gesuita padre James Martin, consultore dei media vaticani, e vicino agli ambienti LGBT. Robert George, professore presso la prestigiosa università di Princeton, gli ha scritto questa affettuosa lettera, ma severa nei contenuti, che propongo ai lettori di questo blog nella mia traduzione.

Padre Jame Martin, gesuita

Padre Jame Martin, gesuita

 

Caro padre Jim [Martin]:

Twitter probabilmente non è il posto migliore per la discussione che mi piacerebbe avere, ma vorrei fare qui alcuni punti in difesa di Papa Francesco e degli insegnamenti della Chiesa che sono fortemente rafforzati nel recente documento su cui tu, nella tua lodevole compassione, hai espresso riserve e preoccupazioni.

Tra le più grandi conquiste del cristianesimo c’è il suo profondo rifiuto della separazione tra l’io interiore e il corpo, cosa che si trova, ad esempio, nel platonismo, nel cartesianesimo e (in modo più pertinente) in varie forme di gnosticismo, antico e moderno. La tentazione di abbracciare tale separazione è perenne, ma la Chiesa ha sempre resistito a essa ed ha testimoniato fedelmente l’unità della persona, del corpo umano e dello spirito. Noi esseri umani non siamo “fantasmi nelle macchine”. Siamo i nostri corpi (qualunque cosa siamo) e non li “abitiamo” e non li usiamo semplicemente come strumenti estrinseci del presunto “io reale”, considerato come psiche, spirito o anima. Il corpo, maschio o femmina, lungi dall’essere un oggetto subpersonale da usare e persino manipolato dal “sé” o “persona”, è parte di un aspetto irriducibile della realtà personale dell’essere umano.

Questa comprensione della persona umana – questa antropologia filosofica – è alla base delle verità morali proclamate dalla Chiesa, comprese (tra le tante altre) quelle relative al matrimonio, alla morale sessuale e alla santità della vita umana. Rifiutarla significa togliere il tappeto da sotto quelle verità. È questa antropologia che è in gioco nel dibattito sull’identità sessuale o di genere. Affermare che la persona umana è il suo corpo (maschile o femminile) non significa affatto suggerire che le persone che sperimentano disforie di genere “non esistano”. E neppure suggerire che tali persone siano qualcosa di meno che portatori di una profonda, intrinseca, e pari dignità, preziosi fratelli e sorelle che meritano di essere non solo rispettati, ma apprezzati e amati.

Rispettare, apprezzare e amare una persona, tuttavia, non richiede – e talvolta non ci permette – di avallare le sue convinzioni filosofiche o ideologiche o, a fortiori, di affermare scelte che possono portare alla luce tali convinzioni. Una normale mossa retorica che si incontra quando si parla di questo punto è l’affermazione che la “verità” di una persona (specialmente la verità sulla sua “identità”) è stabilita dalla sua “esperienza vissuta”. Ma l’esperienza (compresa l'”esperienza vissuta”) non è autolegittimante. Supporre il contrario significa cadere in una forma di soggettivismo che il cristianesimo, l’ebraismo, l’Islam e, in effetti, tutta la sana filosofia rifiutano fermamente. I nostri sentimenti sono reali, ma non determinano la realtà – anche la realtà della propria identità di essere umano. Una disforia, sia che si tratti di una disforia di genere o di un altro tipo di disforia, può indurre una persona sinceramente – e intensamente – a sentire di essere qualcosa di diverso da quello che è, ma non può trasformarlo o trasformarla in quello che lui o lei sente di essere. I sentimenti sono soggettivi, ma le verità antropologiche fondamentali sono oggettive.

Naturalmente, mancare di rispetto a qualcuno che sperimenta una disforia di qualsiasi tipo, compresa una disforia di genere, è sbagliato. Ridicolizzare, canzonare o dileggiare qualcuno che sta cercando di affrontare una disforia, è crudele e grottesco. E’, infatti, non cristiano e, per essere schiettamente giudicante, peccaminoso. E questo è vero indipendentemente dal fatto che un individuo che sperimenta una disforia la affronti in un modo che noi crediamo (o la Chiesa insegna) renda giustizia ai nostri obblighi verso la verità sulla persona umana e la sua identità. Ti ho sempre elogiato e lodato per aver difeso l’umanità e la dignità di tutte le persone, compresi quelli che si identificano come “minoranze sessuali”, compresi quelli che si identificano come transgender. Ma spero che anche tu, in particolare nel tuo ministero pastorale individuale e nel tuo commento pubblico, fonderai il tuo lavoro sulle verità proclamate dalla Chiesa sulla nostra natura incarnata di maschio e femmina.

Avremmo motivi convincenti per affermare queste verità – e per unirci a Papa Francesco nel respingere le ideologie di genere che le rifiutano o le compromettono – anche se non fossimo cattolici. Una sana filosofia è una sana filosofia. Ma come cattolici abbiamo ulteriori motivi per occuparci di queste verità e per unirci alla loro proclamazione, anche quando testimoniarle è difficile e rischioso, come è diventato ai nostri giorni in cui le verità antropologiche e morali fondamentali proclamate dalla Chiesa sono impopolari tra i potenti e le persone influenti. E, se posso dirlo, queste verità devono essere alla base della cura pastorale di un sacerdote o di un diacono nei confronti dei cattolici che sperimentano, e così spesso lottano profondamente con, le disforie di genere. È fondamentale per chi fornisce la cura pastorale dire la verità – l’intera verità – nell’amore, anche quando la verità, o aspetti della verità, sono sgraditi e forse sgradevoli. Trattenere la verità, anche per un senso di compassione, equivale a non amare veramente la persona a cui si è al servizio. La verità, cui noi cattolici crediamo, è liberatrice e vivificante, anche quando è difficile da ascoltare e difficile da vivere. La pastorale e la verità sono nella stessa unità “ilomorfa” del corpo e dello spirito. Sono inseparabili – e ogni tentativo di separarli si rivelerà, alla fine, qualcosa di molto peggio di un semplice fallimento. E il prezzo più alto sarà pagato da coloro che hanno più bisogno di ascoltare tutta la verità proclamata.

In fede, Robby.

 

Fonte: Mirror of Justice