“La fatica (della Chiesa) a trasmettere la bellezza della visione cristiana della corporeità e della sessualità” ai giovani

Come contributo alla discussione, riprendo una riflessione di Paolo Ultimo a margine del Documento finale del Sinodo dei vescovi ed il suo richiamo alla Chiesa perché torni ad annunciare forte la verità e la bellezza della sessualità ai giovani.  Secondo Paolo Ultimo, il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede del 1° ottobre 1986 intitolato “Lettera ai vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali” è un documento profetico di cui far tesoro. 

suora che fa selfie con giovani

 

 

La “Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali”.

Ogni buon cattolico dovrebbe imparare a memoria questo documento del Magistero che chiarisce definitivamente la posizione della Chiesa cattolica nei confronti dell’omosessualità. Andrebbe studiato e meditato approfonditamente perché è una fonte inesauribile di sapienza teologica e culturale. E’ un documento davvero profetico che anticipa di trent’anni le risposte “urgenti” alle domande che da più parti giungono oggi sulla “questione omosessuale”.

L’ultimo Sinodo dei Vescovi sui giovani lancia un allarme: la Chiesa è in seria difficoltà nel “trasmettere la bellezza della visione cristiana della corporeità e della sessualità, così come emerge dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione e dal Magistero degli ultimi Papi”.

I Vescovi registrano un fallimento che va considerato in tutta la sua drammaticità. Il Magistero, che è proprio la trasmissione del “deposito” della fede, non ha raggiunto il Popolo di Dio nei modi adeguati. E’ un’ammissione drammatica che chiama a un’assunzione di responsabilità: “Appare quindi urgente una ricerca di modalità più adeguate, che si traducano concretamente nell’elaborazione di cammini formativi rinnovati”, perché quelli che ci sono non vanno bene.

I Vescovi danno la colpa della “fatica a trasmettere la bellezza della visione cristiana” della sessualità a “l’attuale contesto culturale“. Ammettono che mentre la Chiesa avrebbe dovuto vigilare per “non conformarsi alla mentalità di questo mondo“, Essa si è lasciata intimidire dall’attuale cultura dominante, “fa fatica” ad annunciare la Verità sulla sessualità. Ma già trent’anni fa, in questo documento, la Chiesa avvisava: “si può dunque comprendere con chiarezza in che senso il fenomeno dell’omosessualità, con le sue molteplici dimensioni e con i suoi effetti sulla società e sulla vita ecclesiale, sia un problema che riguarda propriamente la preoccupazione pastorale della Chiesa. Pertanto dai suoi ministri si richiede studio attento, impegno concreto e riflessione onesta, teologicamente equilibrata“. Non è stato fatto, evidentemente, se trent’anni dopo siamo di nuovo al punto di partenza.

Bisogna domandarselo, però, il perché in questi anni i Vescovi e i Ministri non si sono impegnati in questo pressante lavoro. Per quale ragione non è stato raccolto questo chiaro invito alla “preoccupazione pastorale” che veniva rivolto ai ministri affinchè si mobilitassero per occupare quegli “spazi teologici” che richiedevano particolare attenzione? In questi anni, salvo rare eccezioni, non hanno fatto altro che lasciare assorbire lentamente al Popolo di Dio la mentalità di questo mondo sull’omosessualità, che ha colonizzato quegli “spazi teologici”. Forse non si è colta la gravità o per molti di loro, probabilmente, si sarebbe trattato di un conflitto d’interessi.

Ma la debolezza della Chiesa, causata dal mancato “studio attento, impegno concreto e riflessione onesta, teologicamente equilibrata” che erano auspicati in questo documento, la mette in una condizione di subalternità rispetto ad altre “verità”, ad altre “visioni” dell’omosessualità che sono già permeate nella cultura del Popolo di Dio. E’ sotto gli occhi di tutti la colonizzazione della “cosiddetta cultura Gay” operata in questi anni da parte di Ministri scellerati e conniventi.

Recita il documento a tal proposito:

8. […] “Tuttavia oggi un numero sempre più vasto di persone, anche all’interno della Chiesa, esercitano una fortissima pressione per portarla ad accettare la condizione omosessuale, come se non fosse disordinata, e a legittimare gli atti omosessuali. Quelli che, all’interno della comunità di fede, spingono in questa direzione, hanno sovente stretti legami con coloro che agiscono al di fuori di essa. Ora questi gruppi esterni sono mossi da una visione opposta alla verità sulla persona umana, che ci è stata pienamente rivelata nel mistero di Cristo. Essi manifestano, anche se non in modo del tutto cosciente, un’ideologia materialistica, che nega la natura trascendente della persona umana, così come la vocazione soprannaturale di ogni individuo.

I ministri della Chiesa devono far in modo che le persone omosessuali affidate alle loro cure non siano fuorviate da queste opinioni, così profondamente opposte all’insegnamento della Chiesa. Tuttavia il rischio è grande e ci sono molti che cercano di creare confusione nei riguardi della posizione della Chiesa e di sfruttare questa confusione per i loro scopi.

9. Anche all’interno della Chiesa si è formata una tendenza, costituita da gruppi di pressione con diversi nomi e diversa ampiezza, che tenta di accreditarsi quale rappresentante di tutte le persone omosessuali che sono cattoliche. Di fatto i suoi seguaci sono per lo più persone che o ignorano l’insegnamento della Chiesa o cercano in qualche modo di sovvertirlo. Si tenta di raccogliere sotto l’egida del Cattolicesimo persone omosessuali che non hanno alcuna intenzione di abbandonare il loro comportamento omosessuale. Una delle tattiche usate è quella di affermare, con toni di protesta, che qualsiasi critica o riserva nei confronti delle persone omosessuali, delle loro attività e del loro stile di vita, è semplicemente una forma di ingiusta discriminazione.

È pertanto in atto in alcune nazioni un vero e proprio tentativo di manipolare la Chiesa conquistandosi il sostegno, spesso in buona fede, dei suoi pastori, nello sforzo volto a cambiare le norme della legislazione civile. Il fine di tale azione è conformare questa legislazione alla concezione propria di questi gruppi di pressione, secondo cui l’omosessualità è almeno una realtà perfettamente innocua, se non totalmente buona. Benché la pratica dell’omosessualità stia minacciando seriamente la vita e il benessere di un gran numero di persone, i fautori di questa tendenza non desistono dalla loro azione e rifiutano di prendere in considerazione le proporzioni del rischio, che vi è implicato.

La Chiesa non può non preoccuparsi di tutto questo e pertanto mantiene ferma la sua chiara posizione al riguardo, che non può essere modificata sotto la pressione della legislazione civile o della moda del momento. Essa si preoccupa sinceramente anche dei molti che non si sentono rappresentati dai movimenti pro-omosessuali, e di quelli che potrebbero essere tentati di credere alla loro ingannevole propaganda. Essa è consapevole che l’opinione, secondo la quale l’attività omosessuale sarebbe equivalente, o almeno altrettanto accettabile, quanto l’espressione sessuale dell’amore coniugale, ha un’incidenza diretta sulla concezione che la società ha della natura e dei diritti della famiglia, e li mette seriamente in pericolo”.

Questo documento non è stato recepito e diffuso, bisogna prenderne atto. Ma allo stesso tempo, dall’ultimo Sinodo dei Vescovi, viene rilanciato con forza l’allarme: “Appare quindi urgente una ricerca di modalità più adeguate, che si traducano concretamente nell’elaborazione di cammini formativi rinnovati”.

E’ necessario, questa volta, raccogliere questo allarme e invitare con forza i Ministri a fare quello “studio attento, impegno concreto e riflessione onesta, teologicamente equilibrata” al fine di recuperare trent’anni di colonizzazioni ideologiche. E’ necessaria una fase di “pulizia”, di decostruzione di tutte quelle “visioni” dell’omosessualità tanto pericolose, e una fase di costruzione su ciò che è e rimane solido per tutte le generazioni. “La Chiesa non può non preoccuparsi di tutto questo” e, questa volta, non può sottrarsi al Suo dovere di mantenere solido il deposito della fede per “trasmettere la bellezza della visione cristiana della corporeità e della sessualità” alle future generazioni.

 

Fonte: dalla pagina Facebook di Paolo Ultimo




Perché le parole del Documento Finale del Sinodo sull’omosessualità possono essere considerate “preoccupanti”.

Sinodo e giovani

Sinodo e giovani

 

di Annarosa Rossetto

 

Come saprà chi segue questo blog, si è da poco concluso il Sinodo dei vescovi sui giovani che ha avuto molta risonanza nei media soprattutto per gli aspetti riguardanti il tema della omosessualità e la polemica sulla sigla “LGBT” presente nello strumento di lavoro in cui in modo surrettizio è finita senza che si sia capito bene per mano di chi. Sul perché, invece, si sono fatte molte ipotesi maliziose.

“Sessualità: una parola chiara, libera, autentica” questo il titolo, nel Documento Finale del Sinodo, dei paragrafi dedicati alla sessualità, i nr 149 e 150 del capitolo III “UN RINNOVATO SLANCIO MISSIONARIO”. Diversi i richiami alla Dottrina e al Magistero (anche senza nessuno diretto al Catechismo) mettono in chiaro gli ambiti della pastorale per le persone con attrazione per lo stesso sesso. Tutto bene, quindi?

Ci sono molti modi di valutare il valore ed il significato di qualcosa. Talvolta anche le reazioni che suscita possono dare una chiave di lettura per capire, quanto meno, l’impatto che ha magari al di là delle reali sue ragioni d’essere o intenzioni.

A me questo metodo piace molto perché la modalità di comunicare è spesso essa stessa portatrice di significato e il “come” viene recepita vale quanto, se non di più, di quanto “avrebbe voluto” comunicare.

Per capire “cosa passa” di un messaggio, quindi, è molto interessante andare a vedere le reazioni di chi ha un qualche interesse nel volerne vedere aspetti a lui convenienti o di intralcio: questo aiuta a misurare l’effettivo valore del messaggio stesso ai fini pratici.

Mi sono presa la briga, quindi, di vedere come gli ambienti vicini alla cosiddetta “pastorale LGBT” tanto cara al consultore della S.Sede per la comunicazione, p. James Martin sj (per gli errori di questo approccio vi rinvio all’articolo scritto da D. Mattson e tradotto su questo blog e a questo post su Facebook).

Ecco un piccolo florilegio di opinioni di chi sul tema “omosessualità” è critico sull’approccio attuale della Chiesa Cattolica.

Il  vaticanista di Reuters  apprezza la chiamata finale ad un maggior coinvolgimento delle donne nella Chiesa come “dovere di giustizia” ma afferma che il Sinodo ha annacquato il linguaggio che avrebbe reso la Chiesa più accogliente per i gay.

Nell’articolo, poi,  dà ai vescovi “conservatori”, Africani in particolare ma ricordando anche le nette parole di Chaput, la responsabilità di aver eliminato l’acronimo LGBT presente nell’Instrumentum Laboris presentato a maggio. In fondo all’articolo, probabilmente per una correlazione non voluta ma significativa con il tema omosessualità, parla del paragrafo sugli abusi sessuali in cui si accenna a “forti misure preventive per prevenire ogni ripetizione”.

Vediamo poi in questo tweet come il campione della “pastorale LGBT” padre James Martin s.j.  commenti in modo un po’ risentito alcuni aspetti del testo presentando un articolo sulle conclusioni sinodali:

“Il Sinodo fa retromarcia sul tema della pastorale della chiesa verso i gay, “sia astenendosi dal ripetere il primo uso fatto dal Vaticano dell’acronimo LGBT sia sostituendo l’espressione presente nella prima bozza di condanna della ‘violenza basata su orientamento sessuale’ con quella ‘della violenza ‘su base sessuale’”

In  un suo post su Facebook , invece, analizza 4 “aspetti positivi” del Documento Finale del Sinodo.

Possiamo, per inciso, notare  la sua insistenza nell’ usare la definizione “persone LGBT” in netto contrasto a quanto anche diversi omosessuali fedeli alla Dottrina chiedono. E l’uso sistematico del minuscolo per la parola “Chiesa”…

Ecco il testo del post:

Cari amici: ecco quattro aspetti positivi ” nel documento finale ” del #synod18 (che è ancora disponibile solo in italiano) sulla pastorale della Chiesa con le persone LGBT:

1) il documento finale ha sottolineato il valore di ” accompagnamento.”

2) ha riconosciuto il lavoro che molti nella chiesa stanno già facendo nella pastorale con le persone LGBT.

3) ha riconosciuto che la chiesa non sa tutto sulle persone LGBT e (come con gli altri gruppi) deve ascoltarli.

4) ha parlato chiaramente della necessità di raggiungere, includere e cercare vie perché le persone LGBT facciano parte della vita e della missione della chiesa.

Mentre il documento non ha usato il termine ” LGBT ” e sembra in difficoltà anche su come identificare i cattolici LGBT, vedo questi quattro aspetti come sviluppi positivi e, insieme al tema generale dell’ascolto in una chiesa ” sinodale ” (ossia più collegiale e consultiva), buone indicazioni di progresso nella pastorale della chiesa verso i cattolici LGBT e di sensibilizzazione verso le persone LGBT in generale.”

Accenno solo alcune preoccupazioni che i vari punti evidenziati da p.Martin evocano:

1) sembra parli di una novità, e non lo è. Vero è che la pastorale cattolica per le persone con attrazione per lo stesso sesso (ASS) è probabilmente troppo timida e silenziosa. Su questo nella Chiesa necessita senz’altro di rivedere modalità e metodologie anche comunicative di quanto di positivo e davvero in linea con la Dottrina c’è. Courage, ad esempio, ha probabilmente molti aspetti da rivedere e sicuramente è da rivedere come viene comunicato. E perché non è valorizzata per nulla all’interno delle diocesi e delle parrocchie.

2) Qui vedo la vera ambiguità del punto 150. A quali “cammini di accompagnamento presenti in molte comunità cristiane” fa riferimento il documento? A parte Courage, presente in pochissime diocesi e parrocchie, moltissimi di questi “cammini” sono portati avanti da associazioni LGBT autodefinitesi cattoliche ma che portano nella Chiesa l’ideologia gay affermativa (vedi più avanti). Qui l’entusiasmo di Martin è davvero inquietante.

3) Anche questo è un punto ambiguo. Nessuno “sa tutto” sull’omosessualità, comprese le persone che la provano come attrazione prevalente. La Chiesa, nella sua saggezza, si è tenuta molto cauta sulla definizione stessa di “omosessualità” parlandone in termini di “inclinazione” di cui non si conosce la “genesi psichica”. P. Martin (e praticamente tutta la cultura LGBT che in lui vede una sponda nella Chiesa Cattolica) ha più volte ribadito che le persone omosessuali sono create così da Dio, abbracciando la teoria “born this way” che imprigiona chi prova sentimenti di ASS in una gabbia senza via di uscita. Una teoria questa sì davvero rigida.

4) Rimando a quanto detto al punto 1)

Come “prova del nove” per capire se le impressioni avute fino a qui avessero un fondamento ho voluto vedere come è stato accolta e valutata questa parte del Documento finale in Italia da testate giornalistiche e siti “gay friendly” e di “pastorale LGBT” .

Ecco alcune reazioni cominciando da una testata Gay

Qui, oltre a considerazioni simili a quelle di p. Martin, si sottolinea  quanto scritto nel paragrafo 39 in cui si afferma che «frequentemente la morale sessuale è causa di incomprensione e di allontanamento dalla Chiesa, in quanto è percepita come uno spazio di giudizio e di condanna» e che «i giovani, anche quelli che conoscono e vivono tale insegnamento, esprimono il desiderio di ricevere dalla Chiesa una parola chiara, umana ed empatica. Dunque di fronte ai cambiamenti sociali e dei modi di vivere l’affettività e la molteplicità delle prospettive etiche, i giovani si mostrano sensibili al valore dell’autenticità e della dedizione, ma sono spesso disorientati. Essi esprimono più particolarmente un esplicito desiderio di confronto sulle questioni relative alla differenza tra identità maschile e femminile, alla reciprocità tra uomini e donne, all’omosessualità».

Anche in questo punto, infatti, la testata sfrutta una sorta di cortocircuito del testo sinodale che, dopo aver citato molto del ricco Magistero sulla sessualità, sembra dire che la Chiesa non ha insegnamenti chiari, che non promuove l’accoglienza ma la condanna, e che ci sia una necessità di approfondire questi temi. Forse, invece, i padri sinodali avrebbero dovuto fare un mea culpa su come poco siano riusciti, o forse come poco abbiano cercato, di far passare questa enorme quantità di stupendi insegnamenti ai giovani nella pastorale loro dedicata finora!

In questo altro articolo di un sito dichiaratamente gay troviamo addirittura entusiasmo anche per un fantomatico impegno contro l’omofobia, senza che questo termine sia nemmeno mai stato citato in nessun momento ufficiale del Sinodo, e concludendo con un “Ma la porta, dopo decenni d’attesa, è stata in qualche modo aperta.” che suona davvero inquietante.

 

 

 

 

 

E veniamo ad un paio di siti di Associazioni che fanno “pastorale per cattolici LGBT” note purtroppo, anche per avere stretti rapporti con la galassia LGBT “cattolica” internazionale che plaude a p. Martin e per averlo invitato anche recentemente in Italia a presentare il suo libro oltre che per essere presenti in molte realtà ecclesiali.

Il gruppo Gionata  rilancia un articolo di Huffington Post  che entusiasticamente definisce il Sinodo “Una svolta importante, si potrebbe dire storica”.

In un articolo di approfondimento sottolineano che “Nel paragrafo 149 si parla in modo nuovo e forte della sessualità, in genere, citando anche la castità* (e non l’astinenza) in modo bello e adatto a “tutti gli stati di vita” (quindi anche i coniugati).”

In ultimo ecco il comunicato stampa dell’Ass. Cammini di speranza: “Benché non sia ancora all’ordine del giorno una modifica della dottrina e, quindi, di alcune espressioni che descrivono le nostre vite con parole che non sentiamo appartenere alla nostra quotidianità, il documento finale del Sinodo propone una Chiesa fresca, viva, che vuole essere nella storia e per la storia, con le persone e per le persone” – dichiara Andrea Rubera, portavoce di Cammini di Speranza.

Ricordiamo, a chi non lo conoscesse, che Andrea Rubera con il suo compagno si è procurato tre bambini con l’utero in affitto e, in una trasmissione, hanno definito la madre dei “loro” figli come un concetto antropologico.

Evidentemente l’attesa per una modifica della dottrina diventa per queste realtà decisamente gay-affermative una speranza che la stessa stesura di questo documento scritto in questi termini inizia a rendere possibile.

Riporto in coda a queste mie considerazioni sparse quelle di Joseph Sciambra un ex gay oggi tornato alla Chiesa che trova preoccupanti alcune espressioni presenti nel testo. Parole che a “noi” sfuggono ma che balzano agli occhi a chi conosce il lessico velenoso di una ideologia strisciante come quella della cultura gay ormai diffusa anche nella Chiesa.

“L’inclusione della parola ‘integrare’ nel documento del Sinodo, in riferimento ai giovani che sperimentano ASS, è un assoluto disastro. Integrare è un termine in codice usato spesso dagli LGBT cattolici  per confermare l’orientamento LGBT all’interno della persona”

Video(*)

Insomma, il Documento Finale, almeno per gli aspetti qui analizzati riguardo l’omosessualità, sembra aver raccolto se non entusiasmo almeno molta simpatia tra i sostenitori delle relazioni omosessuali quali via di realizzazione della persona umana. Forse come già in “Amoris Laetitia qualcuno intravvedeva.

Il titolo e i richiami al Magistero, se non esplicitati meglio, rischiano di essere usati come grimaldello da chi, già ora, imperversa in moltissime parrocchie di tutta la Chiesa Cattolica insegnando attraverso una “pastorale LGBT” un “magistero alternativo” che cerca di soppiantare quello autentico, con risultati già evidenti. Sta alle persone di buona volontà provare ad aprire gli occhi a chi ancora non si è accorto di questa infiltrazione magari usando proprio le parti positive del Documento Finale che in molti senz’altro sottolineeranno, e denunciando le intrusioni di venditori di fumo arcobaleno nelle nostre comunità ecclesiali.

 

 

(*)Il video, in Inglese, è molto interessante anche per capire cosa intenda significare davvero la frase che avete letto poco sopra sulla differenza tra “castità” e “astinenza”: la prima intende definire, secondo chi si occupa di “pastorale LGBT”, un rapporto duraturo, possibilmente esclusivo e fedele in un contesto affettivo e di supporto reciproco.

 




Arciv. Chaput: la Chiesa non ha bisogno di creare dubbi o ambiguità sulla sessualità, ha già un insegnamento chiaro.

Riporto le considerazioni conclusive di una delle personalità più importanti della Chiesa statunitense, l’arcivescovo di Philadelphia, mons. Charles J. Chaput. Sono molto importanti sia perché ha partecipato direttamente al Sinodo dei giovani sia perché è una persona molto autorevole e soprattutto molto schietta nell’esprimere pubblicamente le sue opinioni. L’Arciv. Chaput dice: la Chiesa non ha bisogno di creare dubbi o ambiguità sulla sessualità, ha già un insegnamento chiaro.

Ve le propongo nella mia traduzione.

Foto: Archivescovo di Philadelphia Charles Chaput (Reuters/Tony Gentile)

Foto: Archivescovo di Philadelphia Charles Chaput (Reuters/Tony Gentile)

 

I Sinodi sono eventi importanti nella vita della Chiesa, ma quasi quattro settimane di discussioni su qualsiasi argomento possono diventare stancanti. È bello essere a casa, e sono grato a tutti coloro che hanno offerto le loro preghiere e il loro sostegno per il successo dell’incontro. Come in passato, il voto dei vescovi sul documento finale si è svolto paragrafo per paragrafo, e come la maggior parte dei delegati, ho votato “sì” sulla maggior parte dei paragrafi.

Il Sinodo ha avuto i suoi problemi: in particolare un’ambiguità di regole e procedure, e la mancanza delle necessarie traduzioni. Ma il documento finale, pur non privo di difetti, è un miglioramento rispetto al testo originario Instrumentum Laboris. I delegati hanno anche eletto alcuni buoni uomini al Consiglio permanente del Sinodo. Questo ha implicazioni di speranza per il futuro.

Prima di passare alle questioni più urgenti come Chiesa locale, però, vorrei citare alcune cose per semplice onestà. Il 27 ottobre, in un’intervista a Frank Rocca del Wall Street Journal, ho detto quanto segue, e voglio ripeterlo qui.

Sul tema dell’abuso sessuale sui minori:

C’è stata una buona discussione (da parte dei padri sinodali) sull’argomento, anche se non abbastanza, e il documento sinodale finale è francamente inadeguato e deludente sulla questione degli abusi. I responsabili della Chiesa al di fuori degli Stati Uniti e di alcuni altri Paesi che si occupano del problema chiaramente non ne comprendono la portata e la gravità. C’è ben poco senso di scuse fatte con il cuore nel testo. E il clericalismo, per esempio, è parte del problema degli abusi, ma non è affatto la questione centrale per molti laici, specialmente per i genitori.

Per quanto riguarda l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità:

La chiave di tutti i dibattiti sulla sessualità è antropologica. Uno degli acuti e preoccupanti problemi nel testo sinodale in varie fasi (è stato) il suo riferimento alla necessità di “approfondire” o “sviluppare” la nostra comprensione delle questioni antropologiche.    Ovviamente possiamo e dobbiamo sempre portare più preghiera e riflessione su questioni umane complesse. Ma la Chiesa ha già un’antropologia cristiana chiara, ricca e articolata. È inutile creare dubbi o ambiguità su questioni di identità umana, scopi e sessualità, a meno che non si pongano le basi per cambiare ciò che la Chiesa crede e insegna su tutte e tre le questioni, a partire dalla sessualità.

Nel valutare l’esperienza sinodale del 2018 nel suo complesso:

Molti dei vescovi sono rimasti frustrati dalla mancanza di previe traduzioni per questioni importanti su cui dovevano votare. Come ha sostenuto uno dei padri sinodali, in realtà è immorale votare “sì” su questioni significative se non si riesce nemmeno a leggere e riflettere su ciò che dice il testo. Molti delegati sono rimasti anche sorpresi e scontenti per l’introduzione della sinodalità come tema importante di un incontro per i giovani. Non è un accoppiamento naturale. La sinodalità ha implicazioni serie. Merita una seria riflessione teologica e discussione tra i vescovi. Questo non è accaduto, il che non sembra coerente con un incontro tra Papa e vescovi in uno spirito di collegialità.

Nei mesi a venire, spero che tutti noi della comunità cattolica americana di preghi soprattutto per il Santo Padre, e anche per la missione della Chiesa nel suo cammino verso il futuro.

 

Fonte: First Thing




Due padri sinodali africani in un ristorante di Roma non comprendono il cameriere che parla in italiano

Padre Nicholas Gregoris, giornalista, ha scritto delle considerazioni finali sul Sinodo dei giovani in un suo articolo. È piuttosto interessante. Quello che mi ha colpito però è stato un passaggio, che vi riporto, tralasciando il resto, in cui racconta della sua esperienza diretta della questione della lingua italiana in cui è stato redatto il testo finale del Sinodo, che doveva essere sottoposto a votazione, paragrafo per paragrafo, da parte dei padri sinodali. È un passaggio che merita la lettura.

Eccolo nella mia traduzione.

 

Foto: aula Sinodo

Foto: aula Sinodo

 

(…)

L’altro giorno, dopo il briefing sinodale delle 13:30, sono entrato in un ristorante di Borgo Pio nella zona del Vaticano e, mentre mi sono sistemato al mio posto per il pranzo, ho notato due Padri sinodali africani seduti di fronte a me. Erano verso la fine del loro pasto e stavano cercando di capire qualcosa sul loro conto. Il cameriere italiano ha fatto un tentativo dopo l’altro cercando di comunicare con loro in italiano, senza successo. Alla fine, qualcosa è capitato, e sono stati in grado di pagare il conto e lasciare il ristorante. Non avevo idea di quale fosse la loro lingua originale o addirittura secondaria. Tuttavia, posso dire che la loro conoscenza dell’italiano era a livello zero. Poi mi è apparsa chiara una cosa: come avrebbero potuto questi Padri sinodali comprendere in maniera soddisfacente il “Documento Finale” (a conclusione del Sinodo dei giovani, ndr) scritto in italiano accademico ed elevato, senza una conoscenza anche solo di base dell’italiano, per non parlare degli interpreti o di una traduzione funzionante?

Questo è qualcosa di cui Diane Montagna (la giornalista) ha già scritto per LifeSiteNews.com, ma pensavo di dover confermare le sue preoccupazioni come le mie personali provenienti da un’esperienza personale del fenomeno. Francamente, non riesco a capire come un documento possa essere considerato “magisteriale” quando i vescovi che l’hanno votato lo hanno fatto sulla base di un testo scritto e presentato loro in una lingua che capiscono a malapena, o almeno non in grande profondità teologica.

Quando questa domanda è stata sollevata da Montagna nella Sala Stampa, la risposta che è stata data in realtà è stata una non-risposta. Tanto per la trasparenza! Ciò mi ha ricordato Nancy Pelosi che diceva ai congressisti che avrebbero capito Obamacare (la riforma del servizio sanitario fatta dall’amministrazione Obama, ndr) dopo la sua attuazione. Forse abbiamo bisogno di un Sinodo dei vescovi sulle comunicazioni sociali e su come funziona il giornalismo nel XXI secolo nel mondo al di fuori delle mura del Vaticano. Probabilmente, c’è più trasparenza nella Casa Bianca di Trump che in Vaticano. Dal mio punto di vista di giornalista, questa segretezza è controproducente e serve solo a rafforzare l’idea che i sinodi sono effettivamente eventi manovrati o già preparati in anticipo.

Il vescovo Robert Barron, Ausiliare di Los Angeles, ha espresso l’opinione che un qualsiasi incontro così internazionale e complesso come un Sinodo deve in qualche modo essere fissato in anticipo. Questo lo posso capire per quanto riguarda le procedure, ma non in termini di “Documento Finale”, che mi dà la netta impressione che ampie parti di esso siano state scritte prima del Sinodo. Forse mi sbaglio, ma questo non sminuisce la mia tesi di fondo secondo cui il Documento Finale del Sinodo dovrebbe essere scritto in una lingua che la maggioranza dei Padri sinodali comprende.  Fingere che la lingua universale della Chiesa sia l’italiano è ridicolo. Per quanto mi riguarda, il suo uso è stato imposto ai Padri sinodali ed è diventato un pretesto per i prelati e i periti italiani, lavorando per conto del Papa, per esercitare un controllo diretto sul processo sinodale in modo che il Documento Finale dicesse quello che volevano fargli dire fin dall’inizio.

Poi mi chiedo: il Documento finale è veramente un frutto della collegialità e della sinodalità, così spesso propagandata da papa Francesco e dalla sua equipe?  Oppure si tratta di qualcosa che viene presentato ai Padri sinodali come un fatto compiuto, che richiede meno di un voto informato a causa delle proprie carenze nella lingua di lavoro originale del documento?

(…)

 

 

Fonte: Catholic World Report




Sinodo, testo finale: il paragrafo 150 suscita preoccupazione

I Vescovi escono dall'aula sinodale della Città del Vaticano durante il Sinodo dei Vescovi del 2018. (foto: Daniel Ibanez/CNA)

I Vescovi escono dall’aula sinodale della Città del Vaticano durante il Sinodo dei Vescovi del 2018. (foto: Daniel Ibanez/CNA)

 

 

di Sabino Paciolla

 

Il Vaticano ha pubblicato ieri sera il documento finale del Sinodo dei giovani. Al termine dell’approvazione finale, i 249 padri sinodali hanno espresso un applauso. Tutti i paragrafi sono stati approvati con la maggioranza dei due terzi richiesta. Ciò nonostante, vi sono stati alcuni paragrafi su cui si è appostata maggiore preoccupazione. Su di essi si è appostato il maggior numero di “non placet”. Uno di questi è stato il paragrafo 150 inserito nel tema: “Sessualità: una parola chiara, libera, autentica”, che ha ottenuto il più alto numero di “non placet”, pari a 65. Riprendo il paragrafo 150 nella sua interezza dal sito del Vaticano:

Esistono questioni relative al corpo, all’affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale, da realizzare nelle modalità e ai livelli più convenienti, da quelli locali a quello universale. Tra queste emergono in particolare quelle relative alla differenza e armonia tra identità maschile e femminile e alle inclinazioni sessuali. A questo riguardo il Sinodo ribadisce che Dio ama ogni persona e così fa la Chiesa, rinnovando il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale. Ugualmente riafferma la determinante rilevanza antropologica della differenza e reciprocità tra l’uomo e la donna e ritiene riduttivo definire l’identità delle persone a partire unicamente dal loro «orientamento sessuale» (CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1 ottobre 1986, n. 16).

Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi. In questi cammini le persone sono aiutate a leggere la propria storia; ad aderire con libertà e responsabilità alla propria chiamata battesimale; a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo. In questo modo si aiuta ogni giovane, nessuno escluso, a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità, crescendo nella qualità delle relazioni e camminando verso il dono di sé.

 

Quello che chiunque può notare è una vaghezza dei termini usati che lascia aperta la porta a varie interpretazioni.

Prima di tutto, notiamo che non sono presenti le due parole “giovani LGBT”, che erano invece presenti nell’Instrumentum Laboris (il testo base per la discussione dei padri sinodali), e che tante obiezioni avevano sollevato. Un acronimo, LGBT, molto caro alle lobbies omosessuali. Infatti, le parole “giovani LGBT” non erano presenti nei contributi proposti dai giovani ai vescovi, né erano mai state utilizzate nei testi del Magistero. Infatti, esse aprono le porte ad una nuova antropologia in antitesi a quella dell’Insegnamento di sempre della Chiesa. Quello che più aveva dato fastidio era stato il fatto che quelle parole erano state inserite nell’Instrumentum laboris da qualche padre sinodale, ma non dai giovani, le persone che fino a prova contraria avrebbero potuto essere le più interessate. Segno evidente di un certo “pilotaggio”.

Naturalmente, l’assenza delle parole “giovani LGBT” non lasciava tranquilli, poiché quello che interessava non era la forma ma la sostanza. Si era infatti capito che alcuni stavano cercando di aggirare l’ostacolo rappresentato dalla maggioranza qualificata dei due terzi, che sarebbe risultato insormontabile nel caso fosse stato utilizzato l’acronimo “LGBT”, mediante l’utilizzo di termini più “neutri”. L’utilizzo di termini più neutri sarebbe stato un modo per “addolcire”, ovvero, “annacquare” l’insegnamento morale della Chiesa in questa materia, come aveva detto nel suo intervento il card. Robert Sarah. Fermissima, infatti, era l’opposizione dei vescovi africani che insistevano sull’utilizzo di termini desunti dall’insegnamento del Catechismo della Chiesa Cattolica e sulla opportunità di una migliore catechesi.

E infatti, da quanto riportato da fonti giornalistiche, nella bozza del testo finale erano presenti tre espressioni che riprendevano il concetto di orientamento sessuale, che però sono state sostituite da un riporto testuale, «orientamento sessuale», tratto dalla Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1 ottobre 1986, n. 16 della CDF.

Nonostante tali espressioni siano state eliminate, le preoccupazioni riaffiorano comunque quando si legge la seguente frase: “Esistono questioni relative al corpo, all’affettività e alla sessualità che hanno bisogno di una più approfondita elaborazione antropologica, teologica e pastorale”. E questi sono proprio i concetti che sono affiorati nel circolo di lingua tedesca che ha cercato in tutti i modi di sostituire termini come l’acronimo ‘LGBT’ e la parola omosessualità, con concetti come “qualità delle relazioni umane” o “chiarire l’antropologia” o “nuova antropologia”. Il cardinale Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca, aveva cercato di minimizzare la questione omosessuale dicendo che essa “non gioca un ruolo centrale, anche se alcuni vorrebbero portarlo direttamente al centro della questione”. I sospetti erano però legittimi quando si ricordi che proprio il suo vice presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, mons. Franz-Josef Bode, a gennaio scorso, aveva proposto la benedizione per le coppie omosessuali, però non in chiesa. “Ormai sono un fatto: visto che c’è molto di positivo, buono e corretto in questo, perché non considerare non una messa, ma almeno una benedizione?”, aveva affermato mons. Bode.

A tal proposito, l’arcivescovo Chaput di Philadelphia, che si è espresso sempre in maniera chiara e netta su tale questione prima e durante il Sinodo, ha detto che questa necessità di “approfondire” o “sviluppare” la nostra comprensione delle questioni antropologiche è uno dei problemi più “acuti e preoccupanti” del testo. “Ovviamente possiamo e dobbiamo portare sempre più preghiera e riflessione su questioni umane complesse“, ha detto, ma ha aggiunto che la Chiesa “ha già un’antropologia cristiana chiara, ricca e articolata. È inutile creare dubbi o ambiguità sulle questioni dell’identità umana, dello scopo e della sessualità, a meno che non si pongano le basi per cambiare ciò che la Chiesa crede e insegna su tutti e tre (i concetti), a cominciare dalla sessualità“.

Il riferimento chiaro dell’arcivescovo Chaput è alla Teologia del corpo. Si tenga presente che alcune correnti nella Chiesa stanno cercando di sminuire, o addirittura svilire, in tutti i modi sia la Teologia del corpo di Giovanni Paolo II, sia le sue encicliche Evangelium Vitae, Fides et Ratio e Veritatis Splendor, oltre che l’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio.

Ritornando al paragrafo 150 sopra riportato, altra problematica è quella connessa alla frase “rinnovando il suo impegno contro ogni discriminazione e violenza su base sessuale”. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica, però, al n. 2358 si parla di “A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”. Ora, il paragrafo 150, utilizzando la parola “ogni” discriminazione al posto di “ingiusta”, sembra voler accogliere l’istanza di eliminare “tutte” le percepite “discriminazioni”, anche quelle giuste. Il paragrafo in questione sembra venire incontro alle richieste di padre James Martin, forte sostenitore delle associazioni LGBT, che si è sempre battuto, ad esempio, contro i licenziamenti nelle scuole americane di docenti che avevano contratto un “matrimonio” omosessuale durante il contratto di assunzione. Tale atto, infatti, è ritenuto incompatibile con le le linee fondamentali dell’insegnamento fatto proprio dalla scuola cattolica stessa.

Infine, l’ultimo capoverso del paragrafo 150 è quello in cui i termini sono molto vaghi. Frasi come: “Esistono già in molte comunità cristiane cammini di accompagnamento nella fede di persone omosessuali: il Sinodo raccomanda di favorire tali percorsi”, oppure “a riconoscere il desiderio di appartenere e contribuire alla vita della comunità; a discernere le migliori forme per realizzarlo”, ovvero “a integrare sempre più la dimensione sessuale nella propria personalità” in un certo senso sono molto aperte alle ambigue affermazioni di padre James Martin. Quest’ultimo, come si ricorderà, è stato l’unico “esperto” ad essere stato invitato al recente Incontro Mondiale delle Famiglie in Irlanda, proprio per parlare dei cammini di accompagnamento fatte in alcune comunità ecclesiali per i “figli LGBT” (sic). Al contrario, gli esponenti di Courage, che sull’accompagnamento delle persone che sperimentano una attrazione per persone dello stesso sesso seguono l’insegnamento completo della Chiesa cattolica, non sono state per nulla invitati.

Ultima notazione, fonti giornalistiche parlano di un tentativo da parte di alcuni padri sinodali di inserire nel paragrafo 150 passi più espliciti e chiari desunti dalla già citata Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, 1 ottobre 1986, n. 16. Purtroppo, questo tentativo è fallito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




Sinodo, Papa Francesco, nell’ultimo sabato, ritorna sul “grande accusatore”

 

Papa Francesco, oggi, 27 ottobre 2018, al Sinodo dei giovani, ha fatto un accenno alle recenti vicende, quelle delle accuse ricevute dall’ex nunzio Carlo Maria Viganò per la gestione della questione dell’ex card. Theodore McCarrick e del relativo scandalo della pedofilia (vedi video). Infatti ha detto:

«Penso a nostra madre, la Santa Madre Chiesa: gli ultimi tre numeri del documento sulla santità fanno vedere che nostra madre è santa, ma noi figli siamo peccatori, siamo peccatori tutti. Non dimenticare l’espressione dei Padri, casta meretrix. A causa dei nostri peccati sempre il grande accusatore che approfitta – leggiamo nel primo capitolo di Giobbe – che gira, gira cercando chi accusare».

«In questo momento ci sta accusando forte, e questa accusa diventa persecuzione pure. Lo dica il presidente di oggi (il patriarca iracheno Sako), il popolo perseguitato in altre parte dell’Oriente. E c’è anche un altro tipo di persecuzione, di accuse continue per sporcare la Chiesa: la Chiesa non va sporcata. I figli sì, ma la madre no, e la madre la si difende dal grande accusatore con la preghiera e la penitenza. Per questo ho chiesto di pregare il Rosario, la Madonna, san Michele arcangelo. È un momento difficile perché al’accusatore tramite noi attacca la madre e la madre non si tocca».

 

fonte: (testo da Vatican Insider)

 

 




Sinodo: problemi nella votazione sul il testo finale

Foto: tweet di Edward Pentin di NCR

Foto: tweet di Edward Pentin di NCR

 

di Sabino Paciolla

 

Alcuni giornalisti presenti al Sinodo dei giovani riportano lamentele da parte di padri sinodali che oggi stanno votando il testo finale del Sinodo paragrafo per paragrafo.

I padri sinodali lamentano il breve tempo trascorso tra la consegna della bozza del testo finale ed il testo finale stesso. In questo breve tempo non è possibile verificare con adeguatezza la piena corrispondenza tra i due testi, oltre che la sostanza del testo finale stesso.

Come riportato da Edward Pentin, del National Catholic Register (vedi tweet in foto), alcuni padri fanno presente che vi sarebbero sostanziali differenze su alcuni argomenti tra il testo finale e la bozza che qualche giorno fa era stata consegnata. Sembra che siano stati “espansi” alcuni degli argomenti più controversi.

Ultima, ma sostanziale difficoltà, è la lingua. Infatti, come possono 270 padri sinodali provenienti da tutte le parti del mondo leggere un documento consegnato poco tempo prima in una lingua, l’italiano, che molti dei padri neanche conoscono?

 




Arciv. Martin: “La Chiesa deve presentare un messaggio controcorrente, in maniera chiara e senza paura”

Riprendo questa sintesi fatta da Hannah Brockhous della conferenza stampa del primate d’Irlanda, mons. Eamon Martin. Egli dice che “La chiesa deve presentare un messaggio controcorrente, in maniera chiara e senza paura”

Ecco l’articolo nella mia traduzione.

 

Arciv. Ramon Martin (a sinistra) (foto Daniel Ibanez/CNA)

Arciv. Ramon Martin (a sinistra) (foto Daniel Ibanez/CNA)

 

In un mondo in costante cambiamento, i giovani hanno bisogno che la Chiesa sia una fonte di stabilità e di un insegnamento coerente, ha detto venerdì un arcivescovo irlandese di spicco.

“I giovani anelano a qualche punto di riferimento stabile, a qualche tipo di ormeggio, cose a cui possono aggrapparsi, che non solo cambiano continuamente“, ha detto l’arcivescovo Eamon Martin di Armagh e primate di tutta l’Irlanda, ha detto il 26 ottobre.

La Chiesa deve presentare chiaramente e senza paura un messaggio che a volte va controcorrente rispetto a ciò che i giovani vivono e sentono altrove”.

Parlando ad una conferenza stampa vaticana sul Sinodo dei giovani, ha detto: “uno dei messaggi che certamente porterò a casa è l’importanza che la Chiesa presenti senza paura [quello che è] spesso un messaggio controculturale, al mondo in cui i giovani annegano e vengono soffocati”.

Egli ha notato le pressioni cui sono sottoposti i giovani di tutto il mondo, che si tratti della realtà della povertà e della tratta di esseri umani in alcuni paesi, o della crescente prevalenza di malattie mentali e di sentimenti di sentirsi  “completamente perduti” che si possono trovare in molte società occidentali.

In mezzo a queste sfide, ha detto di sperare che la Chiesa sia in grado di dire: “Ascolta, hai una ragione per vivere, una ragione per sperare, una ragione per continuare ad aggrapparti al prezioso dono della vita che ti è stata data”.

Mi piace pensare che la Chiesa non si limiti a rincorrere le mode e a cambiare questo e a cambiare quello, nella speranza che in qualche modo attiri più giovani. (Perché) Non ci riuscirà“, ha sottolineato.

Martin ha anche affrontato una delle questioni più importanti in Irlanda, la recente legalizzazione dell’aborto attraverso un referendum approvato a maggio. Ha detto che il voto che legalizza l’aborto è stato approvato con circa il 66% dei voti – solo il 34% dei voti si è opposto alla legalizzazione dell’aborto nel paese.

Per converso, se si studiano da vicino gli exit polls, il margine è stato ancora maggiore tra i giovani, ha detto l’arcivescovo: “C’erano solo il 17 per cento circa dei giovani che hanno votato a favore della vita. Questo è preoccupante”.

Perché i giovani, che sono così appassionati della vita, e che sono così appassionati della giustizia – perché sono così facilmente convinti che se si elimina il diritto fondamentale alla vita stessa si è in qualche modo una persona più compassionevole?“, ha chiesto.

Ha detto che dopo il referendum ha parlato con alcuni dei giovani che hanno votato per la protezione della vita dei non ancora nati e che si sono battuti per la causa a favore della vita. Ha detto che erano totalmente abbattuti, sentendosi come se il loro messaggio “fosse stato rifiutato”.

Ma ciò che l’Arcivescovo Martin ha tratto dalla loro testimonianza “coraggiosa” e “controculturale” è che la Chiesa ora ha ancora più bisogno di “missionari per la vita. Abbiamo bisogno di persone coraggiose che si esprimano apertamente”.

Questo sarà uno dei suoi punti da portare a casa dal Sinodo sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale, ha detto, “non rinunciare al fatto che ci sono molti giovani che sono ancora pronti a difendere l’insegnamento della Chiesa in questo settore critico”.

 

Fonte: Catholic News Agency




Ecco chi sono i due vescovi cinesi che hanno partecipato al Sinodo dei giovani

Per la prima volta dalla interruzione delle relazioni Cina-Vaticano, due vescovi cinesi hanno partecipato ad un Sinodo in Vaticano. Uno è deputato del Congresso del Partito Comunista Cinese (organo legislativo di governo della Cina) e segretario della Conferenza Episcopale Cinese (quella i cui vescovi vengono nominati direttamente dal Governo) e l’altro vescovo  è vicepresidente della stessa conferenza.

Per saperne di più vi propongo questo articolo di Courtney Grogan.

Eccolo nella mia traduzione.

Foto: vescovi cinesi che partecipano al Sinodo dei giovani, mons. Giuseppe Guo Jincai, vescovo di Chengde (provincia di Hebei) e mons. Giovanni Battista Yang Xiaoting, vescovo di Yan'an (Shaanxi)

Foto: vescovi cinesi che partecipano al Sinodo dei giovani, mons. Giuseppe Guo Jincai, vescovo di Chengde (provincia di Hebei) e mons. Giovanni Battista Yang Xiaoting, vescovo di Yan’an (Shaanxi)

 

Mentre il vescovo cinese Joseph Guo Jincai è nuovo al Sinodo dei vescovi del Vaticano, ha servito tre mandati come deputato al Congresso nazionale del popolo di Pechino (il congresso del Partito Comunista Cinese, ndr).

Come membro dell’organo legislativo cinese, Mons. Guo ha pubblicamente sostenuto un emendamento per eliminare i limiti del mandato presidenziale e inserire “Il pensiero di Xi Jinping sul socialismo con le caratteristiche cinesi per una nuova era” nella Costituzione cinese del marzo 2018. (diventando così presidente a vita, ndr)


Settimane dopo la scomunica, revocata il mese scorso nell’ambito di un accordo tra la Cina e la Santa Sede, il vescovo Guo si è fatto notare a Roma come uno dei primi vescovi cinesi a partecipare a un sinodo ecclesiale, insieme al vescovo Yang Xiaoting di Yan’an.

Papa Francesco ha aperto il sinodo con un saluto ai due arrivati cinesi, dicendo che “la comunione di tutto l’episcopato con il successore di Pietro è ancora più visibile grazie alla loro presenza”.

I due vescovi cinesi hanno partecipato al Sinodo sui giovani, la fede e la vocazione.

I giovani in Cina devono affrontare sfide uniche in relazione alla fede. Ad esempio, a causa di un cambiamento nel controllo religioso del governo cinese all’inizio di quest’anno, è ora illegale per chiunque abbia meno di 18 anni entrare in una chiesa o in un edificio religioso.

Il vescovo Guo ha detto ai media statali cinesi che non vedeva alcun conflitto tra il suo ruolo di legislatore e quello di vescovo, quando lo scorso marzo si è riunito il Congresso nazionale del popolo.

La mia posizione di legislatore nazionale non influenzerà e non può influenzare il mio servizio religioso, dato che la Cina attua il principio della separazione tra Chiesa e Stato“, ha detto Guo al Global Times, un quotidiano riconducibile allo Stato.

Il Global Times ha riferito che il vescovo Guo ha continuato dicendo che i cattolici devono adattarsi alla società socialista per sopravvivere e svilupparsi in Cina, e un requisito fondamentale per questo è quello di essere patriottici.

Questo fa eco ai ripetuti commenti del presidente (della Cina) Xi Jinping, secondo cui tutte le religioni in Cina devono “Sinicizzarsi” o adattarsi alla cultura e alla società cinese secondo le linee definite dallo Stato. Nel 2016, Xi ha detto ai leader del Partito Comunista Cinese che devono “guardarsi risolutamente dalle infiltrazioni che vengono dall’estero mediante mezzi religiosi“.

Per decenni, i 12 milioni di cattolici cinesi sono stati divisi tra una Chiesa cattolica clandestina in piena comunione con la Santa Sede, a volte soggetta a persecuzioni da parte del governo, e l’Associazione cattolica patriottica cinese, i cui vescovi sono nominati dal governo comunista e talvolta sono stati ordinati senza l’approvazione del Papa.

Il vescovo Guo è segretario generale della Conferenza episcopale della Chiesa cattolica in Cina (BCCCCCC) (cioè quella diretta e controllata dal governo cinese, ndr). Il vescovo Yang, l’altro delegato sinodale cinese, ne è vicepresidente.

Questa “conferenza episcopale cinese” è stata ritenuta illegittima nella lettera di Papa Benedetto XVI del 2007 ai cattolici in Cina perché “governata da statuti che contengono elementi incompatibili con la dottrina cattolica“. Non è chiaro se l’accordo del 22 settembre tra la Santa Sede e la Cina abbia riconosciuto la legittimità della Conferenza episcopale cinese. (l’accordo è stato tenuto segreto, ndr)

Il portavoce vaticano Greg Burke ha detto che l’obiettivo dell’accordo di settembre non è “politico ma pastorale” e permetterà “ai fedeli di avere vescovi che sono in comunione con Roma ma allo stesso tempo riconosciuti dalle autorità cinesi“.

Yang è stato ordinato vescovo con l’approvazione del Papa e il riconoscimento del governo nel luglio 2010. Il vescovo Yan’an ha studiato teologia a Roma, ottenendo il dottorato nel 1999.

Come la famiglia composta da marito e moglie è sempre unita, così è la Chiesa, che è una, santa, cattolica e apostolica. In Italia, in Cina o in altri Paesi, l’amore di Cristo è sempre lo stesso. Papa Francesco, che conosce molto bene la nostra situazione nella Chiesa cattolica in Cina, non vuole lasciarci, non vuole separarci dalla Chiesa universale“, ha detto Yang in una parrocchia romana il 7 ottobre, ha riferito la SIR, un’agenzia di stampa della  Conferenza episcopale italiana.
 
Vi chiedo ancora aiuto per questa Chiesa in Cina. La nostra Chiesa è come un bambino, non è molto matura, quindi abbiamo bisogno del vostro accompagnamento, del vostro aiuto e della vostra preghiera, sempre nell’amore del Signore“, ha continuato Yang dopo aver celebrato la messa a Santa Maria ai Monti.

Prima di lasciare in anticipo il Sinodo il 15 ottobre senza spiegazioni, i due vescovi cinesi hanno avuto l’opportunità di parlare con papa Francesco e di invitarlo a visitare la Cina.

Guo e Yang hanno soggiornato nella pensione a Santa Marta della Città del Vaticano, dove “abbiamo potuto vivere insieme nella vita quotidiana con il Papa”, ha detto il vescovo Guo ad Avvenire, il giornale della Conferenza Episcopale Italiana, in un’intervista pubblicata il 16 ottobre.

Abbiamo potuto parlare con familiarità come bambini con il padre. Ci ha detto che ci ama, ama il nostro Paese e prega sempre molto per i cristiani in Cina“, ha detto Guo.

 

 

Fonte: Catholic News Agency




Sinodo, vescovo Fuanya: “Non voterò nulla che sia contrario al Vangelo”

Molto interessante questa intervista di Edward Pentin al vescovo camerunense Andrew Nkea Fuanya di Mamfe. Interessante perché mette in evidenza quanto sia diversa la sensibilità dei vescovi africani da quella degli occidentali. Netta l’affermazione di Fuanya: “Non voteremo, non voterò nulla che sia contrario al Vangelo”

Dell’intervista vi propongo i passaggi che ritengo più importanti.

Eccoli nella mia traduzione. 

 

Il vescovo Andrew Nkea Fuanya di Mamfe, Camerun, fuori da Piazza San Pietro, 22 ottobre 2018. (foto di Edward Pentin)

Il vescovo Andrew Nkea Fuanya di Mamfe, Camerun, fuori da Piazza San Pietro, 22 ottobre 2018. (foto di Edward Pentin)

(…)

È stato detto che le voci africane si stanno esaurendo, che anche se state facendo sentire la vostra voce nel Sinodo nei piccoli gruppi e nelle congregazioni generali, non sono state incluse molto nelle relazioni. È qualcosa che avete sentito?

Ebbene, nel mio gruppo, ci siamo sforzati di essere ascoltati, e quando non vediamo questo nella relazione, torniamo al gruppo…. Abbiamo spinto i nostri punti, e abbiamo gridato abbastanza per essere ascoltati. Non posso lamentarmi di questo.

E per gli altri vostri fratelli vescovi africani?

Beh, non si preoccupano di non essere ascoltati. Sono preoccupati che, quando si tratta di votare, le loro opinioni passino. Questa è la maggiore preoccupazione. Certo, stanno preparando i loro punti di vista, ma tutto ha a che fare con la maggioranza.

Vi siete incontrati due volte alla settimana – questo vi dà una certa forza come gruppo, come blocco?

Il nostro obiettivo non è stato quello di formare un gruppo di pressione, o una sorta di sindacato africano per rivendicare i diritti. Ma è così che lo sfondo della nostra cultura si riflette sul Sinodo, e per vedere questo non torniamo a casa per farci lapidare. Non vogliamo prendere decisioni che le nostre comunità non possono accettare.

Il cardinale Napier, e altri, hanno detto che il sinodo sembra essere piuttosto eurocentrico, occidentale-centrico, nel senso che le questioni che vengono sollevate più spesso riguardano la tecnologia digitale e anche l’omosessualità. La questione dell’omosessualità è stata sollevata parecchio?

E’ stata sollevata parecchio, e penso che sia una questione scottante del Sinodo.

State resistendo a questo?

Stiamo resistendo molto fortemente. E il motivo è che non è il modo in cui la Chiesa universale sia venuta ad aiutare l’America e l’Europa a risolvere il loro problema con i giovani. Vogliamo riflettere sui giovani a livello globale. E, purtroppo, stiamo facendo questa riflessione sullo sfondo degli scandali sessuali che scuotono la Chiesa. Così tutti cercano di usare il Sinodo per risolvere questo problema, ma non è per questo che il Sinodo è stato convocato. E così stiamo cercando di mettere il Sinodo in prospettiva. Cosa portiamo dal Sinodo ai nostri giovani, positivamente, per farli crescere? Non è che veniamo a dire: “Oh, vedete, per il contesto degli abusi sessuali, ci scusiamo”. Sì, ma cosa abbiamo portato per far avanzare la Chiesa?

Il problema che ho in Africa è che, quando la chiesa è chiusa, dove va la mia gioventù? Non hanno lavoro. Non hanno case proprie, non hanno una buona educazione. Chi è malato non ha cure mediche. E a causa della mancanza di queste cose, stanno tutti cercando di migrare. Questi sono i problemi che ho. Il mio problema non è che le mie chiese sono vuote. (infatti sono stracolme. Lo dice più sopra nell’intervista, ndr)

È una questione di sopravvivenza.

È una questione di sopravvivenza. Ed è per questo che, quando sono intervenuto, ho detto: “La Chiesa deve ampliare la sua visione dello sviluppo sociologico, del benessere sociale e dello sviluppo”. Perché quando iniziamo a farlo, creiamo occupazione per i giovani. Diamo loro un motivo per rimanere dove sono.

Lei e i vescovi africani vi sentite frustrati per questo focus sul tema LGBT, perché non è un problema in Africa, vero?

Per ora non è un problema. Se torno in Camerun e annuncio che: “Dobbiamo preparare la cura pastorale per le persone LGBT“, il 99% dei giovani mi chiederà, che cos’è questo? Quindi, non legittimiamo qualcosa nella Chiesa che non è un problema universale.

È anche contro l’insegnamento morale della Chiesa.

Sì, quindi, non facciamolo. La Chiesa non deve rifuggire dalla verità. Che piaccia ai giovani, o piaccia ai giornalisti, o piaccia ai giornalisti, o piaccia ai poteri, la Chiesa non deve mai sottrarsi alla verità. E questo è il mio punto di forza.

Non credo che nessun vescovo dell’Africa voterà nessun articolo che abbia l’acronimo LGBT. Non lo voteremo. Nel nostro gruppo abbiamo detto che se volete parlare di omosessualità, fate riferimento a questo numero del Catechismo della Chiesa cattolica.

Il cardinale Robert Sarah ha detto che l’insegnamento della Chiesa non deve essere indebolito. La gente al Sinodo si è lamentata che il linguaggio usato non è chiaro, è ambiguo, che non sta veramente parlando della verità, la verità autentica, come dovrebbe essere. Che cosa dice a questo?

Quando mi sono rivolto al Sinodo, l’ultimo paragrafo del mio discorso era incentrato su questo. Vengo da una cultura in cui la tradizione si tramanda da una generazione all’altra senza diluizione, incontaminata. E quindi, i giovani diventano molto confusi quando gli adulti parlano con un linguaggio ambiguo. Vogliono essere chiari. Questa questione di diluire la verità non andrà giù in Africa….. Una volta che parliamo un linguaggio ambiguo, i giovani si confondono e si smarriscono. Dobbiamo assicurarci che sia la verità quella che stiamo tramandando, altrimenti il Sinodo produrrà giovani più confusi di quelli che si impegnano nella vita ecclesiale.

E questo punto di vista lo avete sentito ben espresso, questo desiderio di non avere l’ambiguità, per essere chiari? O (questa esigenza) viene davvero solo dalla parte africana?

In pratica, si tratta di un punto di vista africano molto forte, in generale, e ci sono state  anche persone provenienti da altri luoghi che hanno sostenuto questo punto di vista.

I giovani lo hanno detto nel loro documento pre-sinodale, che non vogliono formulazioni annacquate, vogliono la verità.

Ma vedete, sono spaventato di una cosa, soprattutto per quanto riguarda la Chiesa in Occidente. Sembra che praticamente ogni vescovo sia molto sensibile a ciò che i media dicono di lui nel Sinodo. E in questo modo, non vogliono farsi dei nemici prima di tornare a casa. Vogliono assumere posizioni molto fluide per essere applauditi dai media. (Ma) non siamo venuti qui per difendere posizioni. Siamo venuti qui per vedere qual è la verità del Vangelo. Quindi, se dobbiamo compromettere la verità, allora il Sinodo non ha avuto senso, non c’era bisogno di venire qui.

Cosa pensa che uscirà dal Sinodo? Quali conclusioni? Ci saranno delle raccomandazioni?

Uno dei vescovi africani ha detto con forza in aula, alla presenza del Santo Padre, che l’Instrumentum laboris (documento di lavoro) è come un seme che deve morire, perché il documento finale possa germogliare e crescere. Quindi tutti noi speriamo che l’instrumentum laboris muoia.

Cosa succede se molte delle vostre preoccupazioni dall’Africa non trovano posto nel documento finale?

Non voteremo. Non voterò nulla che sia contrario al Vangelo.

Quindi, come blocco, potreste essere abbastanza forti da fare in modo che un paragrafo non passi con una maggioranza di due terzi?

Sì, se ci troviamo in blocco, soprattutto su aspetti contrari al Vangelo, non otterranno i due terzi.

Lei è naturalmente anche interessato a che la questione della colonizzazione ideologica – il condizionamento degli aiuti ai valori laici e spesso anticristiani occidentali – venga affrontata?

Sì. Stiamo dicendo che i governi, o le conferenze episcopali di questi Paesi, dovrebbero denunciare le politiche di questi governi nei confronti dell’Africa. Così che, come Chiesa, noi siamo una cosa sola. Ci sono Paesi che praticamente controllano l’Africa. E alcuni dei problemi che abbiamo, guerre e carestie, e tutto ciò, è causato da queste politiche. Dovrebbero, per solidarietà, denunciare queste politiche, perché se avessimo un commercio equo per le nostre risorse, non verremmo in Europa. Se solo ci dessero una parte equa delle risorse che stanno trasportando fuori dall’Africa, non avremmo bisogno di lasciare l’Africa e di venire in Europa.

La questione della contraccezione e dei bassi tassi di natalità in Europa non è emersa, vero?

No, non è emersa.

Eppure è un grande problema per i giovani.

È una cosa molto grande. E oserei dire che, soprattutto con lo sfondo dell’invasione islamica, se si guarda attraverso la storia, dove la Chiesa ha dormito, si allontanata dal Vangelo, l’Islam ne ha approfittato ed è entrato. Questo è quello che vediamo in Europa, che la Chiesa sta dormendo, e l’islam si insinua. Molto presto, alcune delle diocesi qui diventeranno diocesi titolari, e saranno affidate ad ausiliari. Esistevano una volta e ora se ne sono andati. L’Europa si sta islamizzando e interesserà l’Africa.

 

Fonte: National Catholic Register

 




La maggioranza dei padri sinodali cerca meno discorsi su LGBT e più discorsi su INRI

La questione della presenza o meno del linguaggio che può essere riassunto dall’acronimo LGBT nella testo finale del Sinodo sta facendo discutere molti. Non è una questione di lana caprina. Ci auguriamo che, come ipotizza Sandro Magister nel suo articolo di ieri (qui), il termine LGBT ed il linguaggio sottostante non compaiano nella testo finale. Temiamo però il rischio che non si usi esplicitamente l’acronimo LGBT, ma si usi comunque il suo concetto ed il suo linguaggio con altre parole. A tal proposito, ci sembra utile dare un approfondito ragguaglio delle posizioni emerse tra i padri sinodali. Un tale ventaglio di posizioni dà anche la dimensione di come tale questione è riflessa nella Chiesa universale, quanto meno a livello di pastori.

Per questo vi proponiamo questa interessante analisi fatta da Ed Condon sul Catholic News Agency (CNA).

Eccola nella traduzione di Annarosa Rossetto.

I Vescovi escono dall'aula sinodale della Città del Vaticano durante il Sinodo dei Vescovi del 2018. (foto: Daniel Ibanez/CNA)

I Vescovi escono dall’aula sinodale della Città del Vaticano durante il Sinodo dei Vescovi del 2018. (foto: Daniel Ibanez/CNA)

Mentre a Roma la quindicesima sessione generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi si avvia alla conclusione dovrebbe uscire da un momento all’altro, il testo proposto per il documento finale (che in effetti è uscito. Questo, ad ogni modo, dovrà comunque essere approvato nella votazione finale, ndr).

Il sinodo è stato voluto per affrontare i temi dei giovani, della fede e del discernimento vocazionale.

Durante tutto il sinodo, si è anche discusso se il documento finale dovrà includere un nuovo linguaggio per rivolgersi a persone che provano attrazione per lo stesso sesso, come fa il documento di lavoro del sinodo, o Instrumentum Laboris.

Se il “nuovo linguaggio” sarà incluso nel documento finale, è probabile che diventi il ​​punto focale dell’attenzione dei media cattolici e laici dopo la pubblicazione del documento. Indipendentemente dalla ricchezza o profondità del testo finale del sinodo, per molti l’intero incontro potrebbe essere riassunto – o meno – in quattro lettere: LGBT.

Un sondaggio sulla copertura delle notizie mostra che la questione del linguaggio LGBT ha già finito per dominare l’attenzione dei media e le riflessioni pubbliche di molti dei partecipanti. Ed è evidente come siano in corso campagne di sostegno per includere tale linguaggio.

Una questione di rispetto?

L’uso del termine “LGBT” nel documento di lavoro del sinodo ha causato una tempesta questa primavera. Il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del sinodo, ha inizialmente affermato che questo termine era stato ripreso da un documento pre-sinodale approntato dai giovani durante un incontro preparatorio tenutosi a Roma dal 19 al 24 marzo. L’acronimo, infatti, non compare nel documento pre-sinodale.

Ma mentre l’inclusione della terminologia “LGBT” ha attirato l’attenzione, ha ottenuto il sostegno pubblico solo da parte di una piccola minoranza di partecipanti al sinodo.

Durante una conferenza stampa la scorsa settimana, il card. John Ribat di Papua Nuova Guinea è sembrato voler riassumere tale sostegno. Ha detto che la Chiesa dovrebbe parlare ai giovani “col linguaggio che essi usano”.

I giovani vogliono che la Chiesa “ci chiami e si rivolga a noi in questo modo perché questo è ciò che siamo”, ha detto il cardinale.

Ribat faceva eco agli argomenti dei chierici e altri che affermano che il rispetto per i cattolici che provano attrazione per persone dello stesso sesso richiede di rivolgersi loro come loro parlano di sé stessi.

Questi argomenti vanno oltre l’uso di un acronimo specifico. Essi si applicano anche alle discussioni sul sinodo sul fatto che termini come “famiglia” e “matrimonio” possano e debbano essere usati in modi ridefiniti dalla cultura occidentale contemporanea.

Alcuni cattolici, e molti al di fuori della Chiesa, si chiedono quale grosso problema possa essere.

Ma per molti vescovi, la spinta a utilizzare ciò che viene spesso definito “rispettoso” o “inclusivo”, in realtà porta con sé – intenzionalmente o meno – una serie di problemi.

Il primo è l’evidente fusione, come illustrato dal Cardinale Ribat, delle opinioni di tutti i giovani con quelle dei giovani che si identificano con il movimento “LGBT”. Ci sono molti giovani cattolici, tra cui molti che provano attrazione per lo stesso sesso, che si oppongono alla campagna politica e culturale che propone “l’identità sessuale”. In effetti, al di là di alcune eccezioni cui il segretariato del sinodo ha dato rilievo, è difficile vedere un reale coro di sostegno per l’adozione di un nuovo linguaggio.

Inoltre, i critici affermano che l’uso del linguaggio LGBT è diventato l’abbreviazione di uno sforzo per importare le “politiche di identità” dell’Occidente nel pensiero e nel linguaggio della Chiesa. Coloro che sono favorevoli all’adozione della sigla (LGBT, ndr) nel vocabolario ufficiale della Chiesa sostengono che non rappresenta un cambiamento nell’insegnamento della Chiesa, ma solo una posizione di dialogo e rispetto.

Cosa ci definisce?

I vescovi del Sinodo sembrano essere interessati in modo uniforme alla domanda su come presentare l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità ai giovani cresciuti in una cultura definita dalla “politica dell’identità”, che inquadra questioni come il matrimonio omosessuale come una questione di “diritti umani”.

Ma il consenso si infrange sulle proposte che sembrano adottare il linguaggio contemporaneo della sessualità come il linguaggio di identità.

L’arcivescovo Charles Chaput di Filadelfia ha usato uno dei suoi interventi durante il sinodo per evidenziare, in termini aspri, ciò che considera l’errore dietro l’etichetta “LGBT”.

“Non esiste un “cattolico LGBTQ” o un “cattolico transgender” o un “cattolico eterosessuale” ha detto Chaput al sinodo “come se i nostri appetiti sessuali definissero chi siamo; come se queste designazioni descrivessero comunità distinte di diversa ma uguale integrità all’interno della vera comunità ecclesiale, il corpo di Gesù Cristo”.

Come molti paesi occidentali hanno imparato negli ultimi anni, la divisione di un’identità comune in circoli identitari più piccoli comporta una perdita diretta di unità per il tutto. Nel contesto della Chiesa, alcuni vescovi sostengono che il linguaggio dell’identità sessuale non è una questione di inclusione o esclusione, ma una questione di ecclesiologia e dignità umana.

Alcuni dei più accesi sostenitori del linguaggio LGBT nella Chiesa hanno sostenuto che l’adozione di questo vocabolario è una parte essenziale della difesa della “dignità” dei cattolici attratti dallo stesso sesso. Fr. James Martin, sacerdote gesuita e importante sostenitore di questa causa, ha affermato che “le persone hanno il diritto di darsi un nome e [LGBT] è il nome che hanno scelto”.

Altri, come il cardinale Wilfrid Napier di Durban, il cardinale più importante dell’Africa e una delle figure più schiette del sinodo, hanno contestato questo argomento, sottolineando che questo tipo di linguaggio eleva qualcosa che la Chiesa definisce come un’inclinazione disordinata in una caratteristica che definisce la persona.

“Perché definire le persone in base alla loro inclinazioni o preferenze o pratiche sessuali? Soprattutto quando contrastano con la natura, la legge, la tradizione e l’insegnamento della Chiesa? “Napier ha chiesto su Twitter.

Napier e altri sostengono che la Chiesa riconosce gli esseri umani per non come si definiscono ma come creature create a immagine di Dio. Il battesimo, sostengono ancora, definisce il cristiano come figlio di Dio e membro del Corpo di Cristo nella Chiesa.

Questi vescovi sostengono che il linguaggio della auto-identificazione mentre è centrale nel pensiero liberale postilluminista, è in netto contrasto con la teologia cattolica perché insiste sul fatto che gli esseri umani sono definiti dai loro desideri piuttosto che dal fatto di essere creature fatte a immagine del loro Creatore.

La terminologia LGBT, sostengono, fa avanzare l’idea di una “dignità della differenza” radicata in un particolare desiderio sessuale, piuttosto che una comune dignità derivata dall’unità di essere tutti ad immagine di Dio.

Tempesta in un bicchier d’acqua?

Mentre il dibattito su un acronimo potrebbe sembrare una tempesta in un bicchier d’acqua, molti vescovi sostengono che quelle quattro lettere suggeriscono una visione del mondo in cui l’uomo è definito in relazione a se stesso e agli altri, ma non a Dio.

Come un osservatore presente al sinodo ha sintetizzato in modo chiaro alla CNA: “Parafrasando James Carville – è l’antropologia, stupido”.

Altri vescovi hanno cercato di sottolineare la necessità di spostare il sinodo oltre uno stretto dibattito su un particolare tipo di terminologia.

Mentre il Sinodo procede, e si delinea la produzione del suo testo finale, c’è il sentimento tra molti padri sinodali che la questione del linguaggio LGBT sia guidata da una piccola minoranza di partecipanti e da una forza molto più grande al di fuori della sala sinodale.

Rispondendo direttamente a un commento di padre Martin secondo il quale l’adozione della terminologia LGBT è stata una considerazione chiave per il sinodo, il Cardinale Napier ha detto di non sapere di quale sinodo stesse parlando Martin, poiché non ricorda che il termine sia stato menzionato più di due o tre volte, “uno forte ripudio dell’uso del termine nei documenti della Chiesa. ”

Tuttavia, alcuni vescovi affermano che il linguaggio comparirà nel documento, anche se non sembra avere una chiara base di supporto, sia tra i padri sinodali che tra i giovani cattolici.

Un giovane osservatore sinodale ha detto alla Cna che l’effettivo “dialogo” sul tema sembrava unilaterale, paragonando il piccolo gruppo che spingeva per l’inclusione del linguaggio LGBT ad un “gruppo di percussionisti in cerchio in un parco pubblico”.

“È un grande baccano fatto da un piccolo numero di persone, parlano molto di coinvolgerti, c’è una incessante ripetizione e non sembrano interessati a sentire altro che il rumore che stanno facendo”.

Tuttavia, durante una conferenza stampa il 23 ottobre, il cardinale Luis Tagle ha detto a proposito del linguaggio LGBT che la sua “impressione è che ci sarà”.

“Non è un sinodo che pretende di fornire tutte le soluzioni e tutte le risposte, soluzioni chiare e risposte chiare” ha aggiunto Tagle. “La vita non è chiara, e la vita dei giovani ora non è chiara davvero.”

Tuttavia, altri vescovi sembrano suggerire che un’antropologia più tradizionale si rifletterà nel documento.

L’arcivescovo Peter Comensoli di Melbourne, membro del comitato di redazione del documento finale, ha affermato la settimana scorsa che presentare l’insegnamento della Chiesa sulla sessualità significa riconoscere che tutti sono peccatori e che tutti hanno bisogno di essere trovati da Dio e ricevere il suo amore.

“Noi siamo anche i peccatori che siamo chiamati ad essere nella nostra vita ai piedi della croce. Quindi, nel senso di accogliere, di ricevere e di entrare nell’amicizia di Cristo, portiamo anche le nostre vite, me incluso, ai piedi della croce. E questo vale per ogni singola persona “, ha detto.

Un gruppo di discussione guidato dal card. Oswald Gracias, ha osservato che una “proclamazione della castità, come realizzabile e buona per i nostri giovani” è stata vistosamente assente nell’Istrumentum laboris, suggerendo che dovrebbe essere al centro di ogni discussione sulla sessualità.

Un altro gruppo, guidato dal card. Daniel DiNardo, ha evidenziato la “colonizzazione ideologica” dei paesi occidentali che legano gli aiuti economici e medici ad “un’accettazione dei valori morali occidentali nei confronti della sessualità e del matrimonio”, cosa che è stato recentemente osservato anche dal card. Souraphiel d’Etiopia.

Alcuni vescovi sembrano considerare l’intera questione una inutile distrazione. Come ha fatto notare l’intervento di Chaput, ciò che è necessario è “aver fiducia nel predicare Gesù Cristo senza esitazioni o scuse a ogni generazione, specialmente ai giovani”.

Mentre la sessione sinodale si avvicina alla fine, resta da vedere se la pressione per l’uso del linguaggio LGBT emergerà nel documento finale. Ma nonostante l’attenzione dei media, sembra chiaro che la maggioranza dei vescovi sinodali – forse addiritura una “unanimità morale” – cerca meno discorsi su LGBT e più discorsi su INRI.

 

Fonte: Catholic News Agency




Il Sinodo dei giovani e la dimenticata lezione di Giovanni Paolo II

Una riflessione di George Weigel, scrittore, amico e biografo di papa Giovanni Paolo II, sulla lezione che il Sinodo dei giovani avrebbe potuto trarre dall’esempio del Papa santo nel trattare con i giovani.

Eccola nella mia traduzione.

 

Foto: Karol Wojtyla con i giovani in Polonia

Foto: Karol Wojtyla con i giovani in Polonia

 

Karol Wojtyla, polacco di per sé, aveva un ben sviluppato senso dell’ironia storica. Così, dalla sua attuale posizione nella Comunione dei Santi, potrebbe essere colpito dal fatto ironico che il Sinodo su “Gioventù, fede e discernimento vocazionale”, attualmente in corso a Roma, coincide con il 40° anniversario della sua elezione a Papa Giovanni Paolo II il 16 ottobre 1978.

Qual’è l’ironia? L’ironia è che il ministro della gioventù papale di maggior successo nella storia moderna, e forse di tutta la storia, è stato ampiamente ignorato nel documento di lavoro del Sinodo-2018. E la direzione del Sinodo sotto il cardinale Lorenzo Baldisseri sembra stranamente riluttante ad invocare il suo insegnamento o il suo esempio.

Ma andiamo oltre l’ironia. Quali sono alcune lezioni che il Sinodo potrebbe trarre da Giovanni Paolo II, il pifferaio dei giovani, in questo rubino anniversario della sua elezione?

1) Le grandi questioni rimangono le stesse.

Diversi vescovi al Sinodo-2018 hanno osservato che i giovani di oggi vivono in un mondo completamente diverso da quello in cui sono cresciuti i vescovi in questione. C’è ovviamente un elemento di verità in questo, ma c’è anche una confusione tra le cose effimere e le cose permanenti.

Quando il cardinale Adam Sapieha assegnò il giovane padre Wojtyla alla parrocchia di San Floriano nel 1948, al fine di iniziare un ministero agli studenti universitari che vivevano nelle vicinanze, le cose a Cracovia erano certamente diverse da quando Wojtyla era studente dell’Università Jagellonica nel 1938-39. Nel 1948, la Polonia era nel profondo gelo dello stalinismo e il lavoro giovanile cattolico organizzato era vietato. La vita libera, sociale e culturale, in cui Wojtyla si era divertito prima che i nazisti chiudessero l’università Jagellonica non c’era più, e la propaganda atea era diffusa in molte aule scolastiche. Ma Wojtyla sapeva che le grandi domande che coinvolgono i giovani adulti – Qual è il mio scopo nella vita? Come faccio a stringere amicizie durature? Cos’è nobile e cos’è abietto? Come faccio a navigare tra le rocce e i banchi di sabbia della vita senza scendere a compromessi fatali? Che cosa genera la vera felicità? – sono sempre le stesse. Lo sono sempre state, e lo saranno sempre.

Dire ai giovani adulti di oggi che sono completamente diversi significa assecondarli, ed è una forma di mancanza di rispetto. Aiutare i giovani adulti che stanno maturando a porsi le grandi domande e lottare per le cose permanenti significa far loro il complimento di prenderli sul serio. Wojtyla lo sapeva, e così dovrebbero i vescovi del Sinodo-2018.

2) Camminare con i giovani adulti dovrebbe portare da qualche parte.

Alcuni dei ragazzi di Wojtyla di quel ministero universitario di San Floriano sono diventati miei amici, e quando chiedo loro come è stato come compagno, direttore spirituale e confessore, sottolineano sempre due punti: ascolto magistrale che ha portato a conversazioni penetranti e l’insistenza sulla responsabilità personale. Come mi ha detto una volta uno di loro: “Parlavamo per ore e lui faceva luce su una domanda, ma non l’ho mai sentito dire ‘Dovresti farlo’. Quello che diceva sempre era: ‘Devi scegliere'”. Per Karol Wojtyla, ministro della gioventù, il vero significato di “accompagnamento” (una parola d’ordine del Sinodo-2018) è stato quello di prendere decisioni morali serie e persistentemente convincenti.

3) L’eroismo non è mai fuori moda.

Quando, come papa, Giovanni Paolo II propose di lanciare quella che divenne la Giornata Mondiale della Gioventù, la maggior parte della Curia Romana pensò che avesse perso il senno: i giovani adulti della fine del XX secolo non erano interessati a un festival internazionale che comprendesse la catechesi, la Via Crucis, la confessione e l’Eucaristia. Giovanni Paolo II, al contrario, capì che l’avventura di condurre una vita di eroica virtù era altrettanto avvincente nella tarda modernità come lo era stata ai suoi tempi, e aveva fiducia che i futuri leader del terzo millennio della storia cristiana avrebbero risposto a questa chiamata all’avventura.

Questo non significava che sarebbero stati perfetti. Ma, come ha detto ai giovani in tante occasioni, “Mai, mai e poi mai accontentarsi di qualcosa di meno della grandezza spirituale e morale che la grazia di Dio rende possibile nella vostra vita. Fallirai, capita a tutti. Ma non abbassare il livello delle aspettative. Alzati, scrollati la polvere di dosso, cerca la riconciliazione. Ma mai, mai, mai, accontentarsi di qualcosa di meno dell’eroismo per cui sei nato“.

Quella sfida – quella fiducia che i giovani adulti bramano veramente di vivere con un cuore indiviso – ha dato inizio ad una rinascita nel ministero dei giovani adulti e dei campus nelle parti vive della Chiesa mondiale. Il Sinodo-2018 dovrebbe riflettere su questa esperienza e prenderla molto, molto seriamente.

 

Fonte: The Catholic World Report