“Un Cristo “addomesticato” che dice agli uomini che non c’è bisogno di cambiare per essere salvi, per essere buoni, per essere cristiani.”

Un Cristo “addomesticato” che dice agli uomini che non c’è bisogno di cambiare per essere salvi, per essere buoni, per essere cristiani. Un cristianesimo che dice che tutte le religioni vanno bene e sono equivalenti, che si ammanta di “generosità” fingendosi amico dei poveri, come esattamente fece Giuda, il traditore. Come assomiglia alla logica che oggi sta imperando tra gli uomini di Chiesa che devono pascere il gregge dei nostri giorni!

 

Gesù e Pietro paga tributo - Masaccio (particolare)

Domenica XXII del Tempo Ordinario (Anno A)
(Ger 20,7-9; Sal 62; Rm 12,1-2; Mt 16,21-27)

 

 

di Alberto Strumia

 

Nel Vangelo di questa XXII domenica del “Tempo Ordinario” vediamo Gesù che si accinge a spiegare ai discepoli e agli Apostoli il “cuore” del metodo da Lui scelto per salvare gli uomini. È il passaggio più difficile e, non solo allora fu difficile da comprendere, ma quasi umanamente impossibile, senza una luce di Grazia che guida interamente la ragione verso un’“intelligenza di fede”. E se fu difficile per gli Apostoli e i discepoli contemporanei di Gesù, torna ad esserlo anche nei tempi successivi; anzi oggi sembra essere tornato a divenire incomprensibile anche a molti nella Chiesa, e non ai meno importanti («Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire  ucciso e risorgere il terzo giorno»).

Al punto che perfino Pietro, dopo il mandato assolutamente “unico” che aveva ricevuto da Gesù per guidare la Chiesa, non ce la fa ad accettare la logica del discorso del Signore. E fa di tutto per fargli cambiare strada («si mise a rimproverarlo dicendo: “Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai”»). Lo fa con discrezione, non davanti a tutti («Pietro lo prese in disparte»), convinto di fare bene a dissuaderlo. Non si stava rendendo conto che quel piano di Salvezza del quale Gesù stava parlando era un piano preparato da secoli («mistero nascosto da secoli nella mente di Dio», Ef 3,9) e non un’idea fuorviante saltata in mente all’ultimo momento.

Tanto è vero che il Signore dovette rimproverare duramente Pietro di essere andato dietro alla logica di Satana e di essersi adeguato al mondo, nel tentativo di trascinare Gesù stesso e la Sua “immagine” a piegarsi a quello che il demonio e il mondo, da lui condizionato, vorrebbe che Egli fosse. Un Cristo “addomesticato” che dice agli uomini che non c’è bisogno di cambiare per essere salvi, per essere buoni, per essere cristiani. Un cristianesimo che dice che tutte le religioni vanno bene e sono equivalenti, che si ammanta di “generosità” fingendosi amico dei poveri, come esattamente come fece Giuda, il traditore. Come assomiglia alla logica che oggi sta imperando tra gli uomini di Chiesa che devono pascere il gregge dei nostri giorni!

«Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Va’ indietro da me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”». È il rimprovero secco di Gesù, rivolto direttamente a Pietro! Un rimprovero che vale per tutti i tempi, compreso il nostro e per tutti i successori che dopo Pietro si sono susseguiti nella storia della Chiesa, quando si rende necessario!

L’umanità, per essere salvata dalla giustizia perduta nel suo rapporto con Dio Creatore (“peccato originale” e “peccati attuali”) non ha bisogno di compromessi, né di essere blandita per fare finta che “tutto andrà bene” (slogan insulso, sempre più ricorrente nei momenti difficili per spingere ad evitare di affrontare fino alla radice problemi e conflitti, interiori e sociali). Ma ha bisogno del “realismo” della verità nel giudicare la propria condizione. Tutti abbiamo addosso la “croce” della condanna della perdita di quella “giustizia originale” dalla quale conseguono tutti i mali (fisici e morali). Si tratta di accorgersene, comprenderlo e non di evitare la realtà dei fatti. Il Signore dice e insegna all’uomo ad avere questo “realismo” nel giudicare la condizione umana, distaccandosi da quella superficialità che induce a censurare il vero giudizio sulla situazione (questo significa l’ingiunzione «rinneghi se stesso»). La croce è la condizione dell’uomo che ha perso la “giustizia originale” e Gesù invita a non portarla da soli, o senza di Lui, ma a portarla con Lui, l’unico che è in grado di trasformarla in Risurrezione, dando la possibilità di accedere alla “restituzione” (“redenzione”) della giustizia perduta («Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà»).

Tutti i tentativi di correre per il potere, i tentativi di imporre un “pensiero unico” per controllare l’anima di tutti, di realizzare un “governo globale” per sistemare il mondo da soli, per realizzare una “giustizia globale” che taglia fuori Dio Creatore, finiscono per rendere questo mondo invivibile come un lager, e non risolvono il problema della morte. E poi? «Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?».

Non sono mai state così belle e consolanti le parole di Gesù che concludono il brano del Vangelo di oggi, che ci dicono e ci assicurano che «il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

Sì, perché gli uomini, sia laici che chierici, oggi, in gran parte – soprattutto quelli che contano – sembrano proprio seguire più facilmente la logica del mondo, quella che qui Gesù ha duramente respinto. E quei pochi che ancora hanno conservato la logica insegnata dal Signore , non potranno mai farcela da soli a riemergere dalla cappa di menzogna imposta dal potere globale di origine satanica, se il Signore stesso non interviene prontamente, direttamente ed esplicitamente.

La Vergine Maria, che recentemente abbiamo celebrato come “Assunta in Cielo”, ci prepari ad essere bene attenti e vigilanti ad accogliere il “momento della Verità” quando il Principe di questo Mondo sarà definitivamente e visibilmente allontanato e non potrà più nuocere.

Bologna, 30 agosto 2020

 

fonte: albertostrumia.it

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 




Begato: La preferenza della salute sulla salvezza è frutto della svolta antropologica nella teologia

Rilancio un interessante saggio di Marco Begato sulla svolta antropologica nella teologia della Chiesa che, a parere dell’autore, ha portato alla scelta di rinunciare alle Messe prediligendo la salute fisica. Il saggio è stato pubblicato sull’Osservatorio Internazionale Van Thuan di Trieste. 

 

 

Nel suo intervento Coronavirus. L’oggi e il domani S. E. mons. Gianpaolo Crepaldi ha indicato un oggetto di riflessione nei “due significati del termine Salus”. Questo il paragrafo dedicato all’argomento:

Il termine “Salus” significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso. L’attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. Le minacce alla salute del corpo inducono cambiamenti negli atteggiamenti, nel modo di pensare, nei valori da perseguire… Non è ancora definitivamente chiarita l’origine del “COVID-19” e anche esso potrebbe dimostrarsi non di origine naturale. Ma anche ammessa la sua origine puramente naturale, il suo impatto sociale chiama in causa l’etica comunitaria. La risposta non è e non sarà solo scientifico-tecnica, ma dovrà essere anche morale. Dopo la tecnica, la grave contingenza del coronavirus dovrebbe far rivivere su nuove solide basi la morale pubblica. LEGGI QUI

Vorrei riflettere su tale paragrafo. Per fare ciò è conveniente prima provare a fornire un’analisi del movimento culturale cattolico dell’ultimo settennio. La mia ipotesi è che negli ultimi anni abbiamo assistito a uno sbilanciamento sempre maggiore da una visione teocentrica a una visione antropocentrica, da un concetto di salus etico-spirituale a un concetto di salus sanitario. Ritengo inoltre che tale transizione non sia stata accompagnata da un ragionamento solido, condiviso e condivisibile. Queste premesse spiegherebbero la crisi attuale, l’incapacità di difendere il concetto di salus etico-spirituale nel prevalere egemonico di una preoccupazione per la salus sanitaria. Se ho qualche ragione, bisognerà concludere che la giusta calibrazione tra salus e Salus dipenderà anche da una coraggiosa revisione di modelli culturali degenerati.

L’affermazione di una svolta antropocentrica nella Chiesa contemporanea non è teoria ascrivibile al sottoscritto, ma è ideale dichiarato da alcuni dei più grandi teologi della modernità e assunta nel dettato dell’ultimo Concilio Ecumenico, il Vaticano II, e nei documenti successivi a quello.

Il teologo probabilmente più significativo di questa corrente è il celebre Karl Rahner, cui anche il direttore dell’Osservatorio ha dedicato uno studio. (S. Fontana “La nuova Chiesa di Karl Rahner” Fede & Cultura, Verona 2017)

Un intellettuale di grande calibro, ingiustamente censurato dalla cultura contemporanea, ha prodotto ampi scritti e analisi a tale questione. Basti una citazione:

Le varie deviazioni della morale rispondono tutte all’esigenza antropocentrica del mondo moderno che sostituisce all’idea divina regolatrice del mondo l’idea dell’uomo autoregolatore. La spinta antropocentrica genera la tecnica, onde si crede che l’uomo sia il fine del mondo e che il dominio della realtà mondana sia il compito del genere umano. Questa teologia trova rispondenza in alcuni passi del Vaticano II (R. Amerio, Iota Unum, Lindau, Torino 2009, p.427).

Se poi vogliamo considerare Amerio un intellettuale troppo critico e anti-conciliare e per questo inaffidabile, si potrebbe comunque far man bassa di teologi moderni e contemporanei che hanno confessato la teleologia su indicata e la rilanciano fino ad oggi. Per rimanere nei paraggi, basti ricordare di poche settimane or sono l’appello del prof. Andrea Grillo, che invocava una “seconda svolta antropologica”, rinvenendo nella crisi del Covid-19 l’occasione propizia per attuarla, essendo finalmente allentato il controllo del clero sui fedeli. LEGGI QUI

Le brevi citazioni evocate confermano l’orientamento antropocentrico insinuatosi nel pensiero ecclesiale degli ultimi decenni. A ciò aggiungiamo almeno tre posizioni fatte proprie dal Magistero che suggeriscono un incremento del moto antropocentrico concentrato negli ultimi anni.

Amoris Laetitia

L’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris Laetitia, spingendo la possibilità di comunicare gli adulteri, inevitabilmente mette in secondo piano i diritti divini e il valore oggettivo del sacramento, portando il peso della questione sullo stato di coscienza degli amanti nonché sull’ingiustizia (presunta tale) e sulla insostenibilità psico-sociale (non spirituale) della loro situazione. Si tratta la materia sacramentale accentuando il diritto dell’uomo rispetto alla legge di Dio.

Laudato si’ e Sinodo per l’Amazzonia

La Lettera enciclica Laudato si’ e il Sinodo per l’Amazzonia colorano di verde la teologia e il Magistero recenti e muovono il fuoco dell’attualizzazione evangelica decisamente verso un piano vieppiù di immanenza (non dico ancora immanentismo) più che di trascendenza. Nello specifico della nostra indagine, a interessarci è la scelta quantomeno curiosa di usare le pagine dell’enciclica verde per spingersi ad avallare le teorie di allarmismo global warming, il cui oggetto scientifico sfugge alle competenze del Magistero, e l’esposizione attorno al quale rischia di siglare un nuovo Caso Galileo con prelati e pastori tutti presi a pontificare su una materia che, in quanto tali, non possiedono. Anche questo conferma un forte interesse per  argomenti poco spirituali e molto umani.

In modo simile giudico fatti eclatanti, occorsi durante il Sinodo per l’Amazzonia, quali l’introduzione di simulacri indigeni nella liturgia cattolica: bollati come idolatrici dai loro detrattori, questi eventi sono stati giustificati nell’ottica di un dialogo tra culture. Nuovamente l’interlocuzione orizzontale ha questionato quella verticale.

Pena di morte

Il terzo e ultimo esempio che porto a indicare il forte trapasso verso un antropocentrismo sempre più marcato è la svolta avvenuta circa la dottrina sulla pena di morte. Essa è stata legittimata e assunta in linea di principio e di fatto dalla Chiesa alto-medievale fino al XVIII secolo; legittimata in linea di principio ma non più attuata dal XVIII secolo a noi; delegittimata senza eccezioni dalla Congregazione per la Dottrina della Fede durante il pontificato di Francesco, con riscrittura dei numeri del Catechismo dedicati alla tematica. La ragione portata, “dignità della vita umana”, basta da sé soltanto a confermare la consacrazione di un paradigma ontologico che inclina ad assolutizzare l’essere umano. Inevitabilmente e secondo logica, rimangono marginalizzati in qualche modo tutti gli altri esseri superiori e inferiori ad esso.

In sintesi, alla luce degli esempi riportati (ce ne sono altri che omettiamo per brevità) lo slittamento antropocentrico si impone in tutti gli ambiti: teologico e filosofico; teorico e pratico; individuale e sociale; ideale e materiale.

Ripeto: è un bene o un male? Non sta a me dirlo, non è mio obiettivo nella presente sede. Io ne do riscontro. Due commenti però si impongono, il secondo dei quali vorrebbe rispondere all’appello di mons. Crepaldi.

Il primo commento consiste nel rilevare che tutte e tre queste situazioni sono accomunate da una fragilità argomentativa. Tutte e tre abbisognano ancora di una maggior chiarificazione razionale, l’assenza della quale comporta esiti perniciosi.

Nel primo caso – Amoris Laetitia – la confusione ermeneutica e fondativa è tenuta in auge dai cinque celeberrimi dubia cui nessuno fino ad oggi ha saputo rispondere. Trattandosi, come sostenevo, di una variazione teologica di tutto spessore, chiarirsi era cosa dovuta. Pena – duole dirlo, ma l’umano consorzio vive di tali dinamiche – confusione intellettuale e odor d’autoritarismo.

Nel secondo caso, come accennavo, è epistemologicamente poco difendibile l’impegno di una parola magisteriale attorno a un oggetto che non pertiene né a fede né a costumi, ma che è del tutto consegnato allo studio specifico delle scienze matematico-naturali.

Non commento qui il fatto dei simulacri, rimandando al paragrafo conclusivo dell’articolo.

Nel terzo caso, succintamente mi limito a notare che un tema tanto delicato, che attraversa nodi fondamentali del concetto di legge morale naturale, non può essere risolto da una dichiarazione d’imperio di un qualsivoglia Prefetto o dalla riformulazione di un paragrafo del Catechismo, in assenza di argomentazioni condivise. A fronte di ciò, la dichiarazione mal si compone con altre istanze della teologia contemporanea nient’affatto rispettose dell’inviolabilità della vita umana (la relativa apertura all’aborto contestata ai nuovi teologi dell’Istituto Giovanni Paolo II e ai loro sostenitori mediatici), oltreché con le aperture diplomatiche a regimi omicidi come il cinese. Nuovamente attorno a una innovazione di gran peso troviamo un proliferare di elementi poco coerente e poco controllabile, i cui sviluppi lasciano timorosi, i cui presupposti né convincono né persuadono.

Ribadisco tutto il mio ossequio al Magistero, ma l’ambiguità e la fragilità di fondamenti ad un’analisi razionale si impone. Tacerla, sia pure per paura o per servilismo, sarebbe sconveniente per chi se ne fosse avveduto. Aggiungo: proprio a maggior beneficio delle sane istanze magisteriali è nostro dovere contribuire con indicazioni critiche che scongiurino derive irrazionali e quindi nocive per la fede e favoriscano il miglior adempimento delle idealità teologiche. E appunto in ciò non credo di aggredire il Magistero, bensì di servirlo autenticamente. Chi di dovere potrà far tesoro di simili avvisi (se utili) e venire a rinforzare, alla luce di questi, le suddette teorie teologiche, in quanto veramente esprimano la verità cattolica e la visione storico-teologica del nostro Creatore e Redentore.

Ora, a tal riguardo si noti il paradosso e la strozzatura verso cui rischiamo di scivolare. Da un lato si vuole insegnare un maggiorato valore dell’umano, luogo di piena e prima rivelazione del divino. Dall’altro, affermando tale primato per il tramite di dottrine fragili da un punto di vista razionale, si va a offendere e debilitare il valore della ragione umana. Se non ho fallato fin qui l’analisi, l’esito è che, mentre si voleva nobilitare l’uomo, lo si è svilito. A che pro eleggere l’umano, dopo averlo ferito nella sua razionalità?

Veniamo ora all’auspicio di monsignor Crepaldi (nello specifico del quale in realtà non mi addentro, e la ragione sarà presto evidente a tutti). Con le premesse poste fin qui, è facile intuire la conclusione cui giungeremo. L’armonizzazione dei due significati di salus è importante ed esprime in specie un antico e generale sapere della Chiesa, che Vittorio Messori sintetizzava nella teoria dell’et-et. Secondo il principe dell’apologetica italiana, la differenza tra una visione, diciamo, luterana e una visione cattolica sta nel fatto che la prima pone alternative radicali tra le dimensioni dell’esistenza (nella forma di aut-aut), la seconda invece tende ad armonizzare tali dimensioni tra loro. Nel nostro caso, è una bella espressione del cattolicesimo impegnarsi a tutela et della salute fisica et di quella spirituale. Tra i testi magisteriali recenti più importanti ed emblematici a fondamento di tale prospettiva ricordiamo Fides et Ratio.

Attestato però lo sbilanciamento deciso nei toni, fragile nella fondazione, verso una esaltazione dell’antropologico a danno del teologico – questa la mia teoria finora espressa, affondata la quale cadrebbe anche quanto segue – dovremmo onestamente confessare e riconoscere di essere una generazione poco preparata ad affrontare questa sfida specifica. Se stiamo attraversando una grave crisi circa l’effettivo equilibrio tra teologico e antropologico; se il dazio che stiamo pagando è quello di accettare piuttosto l’affermazione autoritaria del nuovo cursus teologico, a prezzo di una frustrazione della ragione filosofica; in che modo e su che basi potremo dirimere convenientemente la tensione salus-Salus?

Ammetto che potremmo appellarci al dono dello Spirito Santo, grande risolutore di ogni questione. Né mi stupirebbe – nella logica dell’aut-aut – che i sostenitori di un antropocentrismo su basi razionali fragili invochino ex abrupto l’intervento divino spirituale: lo spiritualismo è parte della visione antropocentrista. Reputo però più consentaneo alla nostra Tradizione culturale e spirituale far leva in tal sede sulla virtù etica di prudenza e su quella teoretica di consiglio. Esse potrebbero guidarci nell’affrontare la sfida in corso. D’altro canto queste e le altre virtù non trascurano, bensì invocano il sostegno di una ragione umile e robusta.

Che dire? Non credo negli slogan. Non seguo lo spiritualismo. Posso sottopormi all’autoritarismo, ritenendolo santificante, ma al contempo lo giudicherei umiliante per le autorità cattoliche. L’unica soluzione plausibile e rispettosa che mi riesce di intravedere è invocare una riabilitazione della retta ragione dentro e fuori del dibattito teologico e magisteriale. Primo passo in tale prospettiva dovrebbe essere riconoscere lo stato deficitario in cui alligna il discorso religioso: che è quanto ho cercato di accennare in questo articolo. Da qui certamente potrebbero nascere nuove proposte. Non escluderei a priori che le nuove proposte possano confermare le direzioni intraprese nell’ultimo settennio, dovrebbero farlo però guidandoci tutti a una razionalità superiore e non imponendoci una diminuzione della medesima!

Questa riforma di paradigma porrebbe i giusti presupposti per affrontare, tra i tanti, anche il problema specifico dell’articolazione salus-Salus. Per ora è evidente che la strada sia preclusa e che il valore della Salus sia annientato dall’iper-esposizione della salute fisica e immanente.

Lo si vede nell’interdizione senza riserve della S. Messa e nell’estinzione dei riti pasquali, cominciando dal sacro fuoco della Veglia pasquale che in quest’anno non è stato acceso. Con ciò aggiungo una postilla e volgo a chiudere la riflessione. La scelta di consegnare le armi e rinunciare alle Messe col popolo conferma ulteriormente la nostra impreparazione a trattare il rapporto tra salute corporea e salvezza spirituale. Nella contesa tra dimensione economica e dimensione sanitaria gli esercizi commerciali hanno fatto valere i propri diritti fino all’estremo, mostrando l’effettiva portata degli interessi implicati. Nel nostro caso abbiamo invece attestato, volenti o nolenti, la supremazia dell’ideale salutista su quello salvifico.

D’altro lato reputo che proprio la Liturgia, luogo in cui abbiamo attualmente registrato una sconfitta, possa essere anche un nido da cui rinascere. Accanto a un rilancio della ragione, e anzi al fine di favorire la conversione utile alla cura di un tale rilancio, ritengo che sarà assolutamente prezioso ritrovare una pratica liturgica accorta e ciò perché la liturgia per definizione è luogo sintetico e armonico dei valori materiali e spirituali. Ecco il motivo per cui la proibizione delle cerimonie religiose si pone come ennesima aggravante nello sforzo di comporre le visioni sulla salus; la loro ripresa, se accompagnata da riflessioni e ripensamenti congrui e auto-critici, potrà giovare al contrario a questo e a simili problemi. Ma, vista la natura del presente sito, non mi dilungherò in questa sede nell’ulteriore elogio delle virtù di liturgia. Basti averne affermato la convenienza anche a fini della restaurazione di un retto ragionare.

In sintesi, se vogliamo monitorare il giusto rapporto tra salus etico-spirituale e salus sanitaria reputo opportuno: ripensare l’equilibrio tra umano e divino, restituendo al secondo termine un più degno grado di attenzione e ruolo; lavorare per un rafforzamento della ragione, il che può avviarsi anche solo da una chiara denuncia dei suoi usi distorti più recenti, anzitutto a livello ecclesiale; valorizzare esperienze esistenziali sintetiche, che ci inducano a maturare nel debito equilibrio tra dimensioni tecnico-corporee e moral-religiose. Una di queste esperienze citate è la liturgia. Una seconda è l’ideale di martirio, cui vorrei dedicarmi prossimamente.

 




Venerdì Santo 2020

Gesù crocifisso a San marcello - Roma

 

di Giuliano Di Renzo

 

Stiamo vivendo giorni di sofferenza e chiediamo l’aiuto del Signore dopo esserci resi conto che abbiamo deviato dalla sua via di santità e giustizia.

Noi, tanto come privati che come società, abbiamo avanzato imperterriti sulle vie del male, mai sazi di libertà sfrenate e rivendicato il peccato come un diritto, ingannando noi stessi. Mentre ci preoccupiamo di ecologia e di ambiente distruggiamo i diritti altrui e quelli alla vita dei più innocenti e indifesi.

L’aborto è diventato un mezzo per sbarazzarsi degli esiti indigesti della nostra sessualità abusata, abbassata a materialistico godimento dell’altro e noi diciamo come per beffa amore. Invece di essere realizzazione della piena comunione tra persone che si donano in vicendevole amore e seriamente si rispettano ed amano.

In tal modo abbiamo anche uccisa la società impedendole di crescere e fiorire come albero frondoso e carico di futuro.

Abbiamo attentato alla famiglia, la quale non è più casa accogliente e sicura, ma uno stazionare senza frutti e doveri, abbandonati ciascuno al capriccio e provvisorietà dei sentimenti.

Ecco allora emergere che al centro di tutto il nostro essere e operare non poniamo la giustizia, la santità del nostro destino e della nostra vita, ma noi stessi, il nostro egoismo.

Insomma, fingiamo di amare mentre non amiamo che solo noi stessi, senza pensare che quell’egoistico amare e’ odiare se stessi, è inoculare in sé la morte.

Lo sappiamo, o consideriamo comodo fingere di non sapere, che tanto la natura come lo spirito sono tenuti in essere dalla giustizia che si esprime con le leggi sacrosante della vita.

Non possiamo dunque pensare di sfuggire alla Giustizia, la quale essendo immortale (Sap 1,15) se violata esige la restituzione con la riparazione.

Se tenessimo ben presenti queste considerazione avremmo la risposta alla tormentosa domanda del perché il male nel mondo. Esso è il naturale esito di sventate nostre avventure senza freni, dell’uso disinvolto di una malintesa libertà.

Malintesa libertà che distrugge la libertà e brucia come in una specie di infernale walhalla le nostre perseguite illusioni.

Osiamo chiamare in giudizio Dio invece di portare noi al giudizio di Dio.

Già in Omero, quasi appena all’incipit dell’Odissea, Giove lamenta che dei guai che procura a se stesso l’uomo osa “incolpar sempre gli dèi e la stoltezza sua chiama destino”.

Il Venerdì Santo ci ricorda quel che ha fatto Dio per tirarci fuori dalle nostre paludi.

Ma pare che l’amore di Dio, che è inaudito ed anche estremo, dopo più di duemila anni non trovi ancora accoglienza nel cuore perverso degli uomini.

Ci troviamo nel mezzo di un’epidemia e manifestiamo cattivi propositi di altri più gravi delitti.

Brevissima e incerta è la nostra vita e noi continuiamo a parlare di pace intanto che nel cuore vogliamo la guerra (Sl 55,19).

Il Venerdì Santo dovrebbe metterci davanti al Crocifisso, che continuiamo a perseguitare mai soddisfatti di avergli perpetuata nei secoli l’atroce agonia.

La presente esperienza del coronavirus e della nostra umana impotenza dovrebbero suscitare un risveglio della nostra coscienza e invece si continua a tranquillizzare noi stesso con le morfine, per esempio, di false discussioni circa la legalità ma non circa la moralità.

Quando oppressi e senza vie di uscite umane ci rivolgiamo per aiuto al Signore lo facciamo perché ci preoccupano le sofferenze nostre non quelle che facciamo patire ogni giorno al Signore.

Le nostre meditazioni sul Vangelo e sulla Passione di Cristo paiono essere più un “et eo comenzo el corrotto” (Jacopone da Todi. Il pianto della Madonna), lamento sulle nostre e altrui umane disgrazie che non quello della Madre sull’innocente divino straziato suo Figlio.

Cristo finisce per essere il pretesto per ergere al posto di Lui l’umanità ferita dai suoi stessi mali, preannunciato messia del nuovo umanesimo da instaurare nel mondo.

Entriamo invece, come San Bonaventura in Itinerarium mentis in Deum, nella buia luminosa mistica nube della sofferenza di Gesù offertosi generosamente per noi e svela in tal modo a noi il volto proprio di Dio Amore, in Gesù suo Verbo, il solo innocente che possa saldare l’immenso nostro debito con l’infinita divina santità di Dio.

“Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto e faranno lamento per Lui come per la morte del primogenito figlio unico” (Zc 12,10; Gv 19,37) e “nella sua luce vediamo la Luce (Sl 36,10).

Gesù ci dà la possibilità di ottenere la redenzione permettendo di unire alle sue le nostre sofferenze di colpevoli ravveduti.

Immergiamoci nella Passione di Gesù, chiediamo a Lui perdono dei colpi di flagello, delle trafitture di spine, dei chiodi che ha dovuto subire per noi e dell’ultimo sfregio a Lui ormai cadavere con infierirgli il colpo di lancia a opera di un sacrilego ignaro soldato. Sul quale e su noi la sua carità ha fatto scendere dal suo Sacro Cuore il sangue e l’acqua che dona a noi l’innocenza di nuove creature.

Sfregi e sofferenze resi più gravi perché inflittigli alla presenza della già troppo sua addoloratissima Mamma, costretta con Lui a ancor più infinito suo patire.

Siamo tutti il buon ladrone. Gesù non è stato crocifisso ma si è fatto portare al Calvario e fatto crocifiggere per venire accanto a noi nelle crocifissioni della vita e sostenerci accompagnando di speranza con la sua Passione lo svolgersi in noi della sua resurrezione. Il suo perdono è miracolo dell’amore immensamente più grande della trasformazione dell’acqua in vino ed è la trasformazione della nostra morte nella sua morte che è Resurrezione.

A Mosè che con passione di intelletto e cuore d’amore chiedeva a Yaweh di mostragli il suo volto, così come a ogni anima profondamente che assetata della Verità l’assenza di essa provoca esistenziale tormento, il Signore che non poté rispondere allora risponde ora con il Verbo della Croce da dove rifulge in tutto il suo splendore e gloria il volto suo proprio che è l’Amore.

“Ti adoro, o Croce santa che portasti il Redentore gloria e onor ti canta ogni mente e ogni cuore”.

“Quanto a me non ci sia altro vanto che nella Croce di Nostro Signore Gesù Cristo, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 6,14 e 2,20).

 




Card. Burke: Nella tribolazione per il coronavirus, ricordate le parole di Nostro Signore a Giairo che lo implorava per sua figlia morente: “Non temere, soltanto abbi fede”

Cari amici, con grande piacere condivido, nella mia traduzione dall’inglese, la lettera della meditazione sulla Settimana Santa che il cardinale Raymond Leo Burke, con paterna benevolenza, mi ha inviato. E’ molto bella e profonda, e merita da parte nostra un attento raccoglimento in questo periodo di forzato blocco nelle nostre case dovuto al coronavirus. La sua meditazione ci aiuterà a meglio vivere questi giorni della Settimana Santa. 

Subito dopo trovate la versione originale.

 

card. Raymond Leo Burke (via Time)

card. Raymond Leo Burke (via Time)

 

Messaggio per la Settimana Santa dell’Anno

 

Cari amici,

Fin dall’inizio del mio servizio come vescovo di una diocesi, sembrava che ogni anno, con l’avvicinarsi delle celebrazioni del Natale e della Pasqua, ci sarebbe stato un evento profondamente triste nella diocesi o una crisi difficile da affrontare per il bene della diocesi. Proprio mentre anticipavo con gioia le celebrazioni dei grandi misteri della nostra salvezza, accadeva qualcosa che, da un punto di vista umano, metteva una nube oscura sulle celebrazioni e poneva in discussione la gioia che esse ispiravano. Una volta, quando ho commentato con un fratello Vescovo questa esperienza dolorosamente troppo regolare, mi ha semplicemente risposto: “È Satana che cerca di rubarti la gioia”.

Ha senso che Satana, che Nostro Signore descrive come “un omicida fin dall’inizio, … un bugiardo e padre della menzogna” (Gv 8, 44) voglia nascondere ai nostri occhi le grandi realtà dell’Incarnazione e della Redenzione, voglia distrarci dai riti liturgici attraverso i quali non solo celebriamo quelle verità, ma riceviamo le incommensurabili e incessanti grazie che ci hanno conquistato. Satana vuole convincerci che la perdita e la morte, e la tristezza e la paura che le accompagnano naturalmente dimostrano che Cristo è falso, falsificano la Sua Incarnazione redentrice, e mostrano che la nostra fede e la gioia che essa naturalmente ispira sono una menzogna.

Ma è Satana che è falso. È lui il bugiardo. Cristo, Dio Figlio, si è fatto uomo, ha sofferto la Passione e la Morte più crudele, per riscattare la nostra natura umana, per restituirci la vera vita, la vita divina che supera le peggiori sofferenze e persino la morte stessa, e ci porta sicuramente e di certo al nostro vero destino: la vita eterna con Lui.

San Paolo, di fronte a tante prove profondamente scoraggianti durante tutto il corso del suo ministero apostolico, culminato nel martirio a Roma, scriveva ai cristiani di Colossi: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.” (Col 1, 24). Per lui, come dovrebbe essere per noi, soffrire con Cristo per la Chiesa, per amore di Dio e del prossimo, è la fonte inattaccabile e inesauribile della nostra gioia. È l’espressione più alta della nostra comunione con Cristo, Dio Figlio Incarnato, condividendo con Lui il mistero dell’amore divino di Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo. La vita di Cristo, la grazia dello Spirito Santo riversata dal Cuore di Cristo per dimorare nei nostri cuori, ci ispira e ci rafforza ad abbracciare la perdita e la morte con il suo amore che li conquista e li trasforma in guadagno eterno e vita senza fine. La nostra gioia, quindi, non è un piacere o un’emozione superficiale, ma il frutto di un amore “forte come la morte”, che “Le grandi acque non possono spegnere….né i fiumi travolgerlo” (Cantico dei Cantici 8, 6-7).

La nostra gioia non toglie il pungiglione acuto della perdita e della morte ma, con fiducia e coraggio, li affronta come parte della lotta di tutta la vita per l’amore che siamo chiamati a compiere durante questa vita – in fondo siamo, per grazia di Dio, veri soldati di Cristo (2 Tm 2, 3) – nella sicura consapevolezza della vittoria della vita eterna. Così, alla fine della sua vita, san Paolo poté scrivere al suo figlio spirituale e compagno pastore del gregge, san Timoteo:

Perché sono già sul punto di essere sacrificato; il momento della mia partenza è arrivato. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho mantenuto la fede. D’ora in poi è posta per me la corona della giustizia, che il Signore, il giusto giudice, mi riconoscerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno amato la sua manifestazione (2 Tm 4, 6-8).

Amiamo Nostro Signore, amiamo l’Incarnazione redentrice con la quale Egli è vivo per noi nella Chiesa, e così siamo gioiosi nel combattere la buona lotta con Lui, nel mantenere la rotta, indipendentemente dalle prove che affrontiamo, e nel mantenere la fede, quando il Padre della menzogna ci tenta di dubitare di Cristo e persino di rinnegarlo.

Satana non ha forse mai avuto uno strumento migliore del coronavirus per rubarci la gioia di celebrare i giorni più sacri dell’anno, i giorni in cui Cristo ha vinto per noi la vita eterna. Come vorrebbe prendere la santità di una settimana dell’anno, che è conosciuta semplicemente come Settimana Santa! L’attuale crisi sanitaria internazionale causata dal coronavirus COVID-19 continua a mietere un tragico raccolto di perdite e di morte, generando profonda tristezza e paura nel cuore dell’uomo. Certamente, Satana sta usando la sofferenza che ha afflitto così tante case, quartieri, città e nazioni, per tentarci a dubitare di Nostro Signore e della Fede, della Speranza e dell’Amore che sono i suoi grandi doni per la nostra vita quotidiana. L’effetto dell’intento omicida di Satana e delle sue menzogne è tanto più grande quando siamo lontani dal Signore, quando abbiamo dato per scontata la Sua vita dentro di noi, quando lo abbiamo persino abbandonato mentre inseguiamo piaceri, comodità o successi mondani che passano.

Nella Chiesa stessa, siamo stati testimoni di un fallimento nell’insegnare prima Cristo come Signore. Quanti oggi soffrono profondamente di una paura inutile perché hanno dimenticato o addirittura rifiutato la Regalità del Cuore di Gesù nei loro cuori e nelle loro case. Ricordate le parole di Nostro Signore a Giairo che ha cercato il Suo aiuto per la sua figlia morente: “Non temere, soltanto abbi fede” (Mc 5, 36). Quanti oggi sono senza speranza perché pensano che la vittoria sul male del coronavirus COVID-19 dipenda totalmente da noi, perché hanno dimenticato che, mentre noi dobbiamo realizzare tutto ciò che possiamo umanamente fare per combattere un grande male, Dio solo può benedire i nostri sforzi e darci la vittoria sulla perdita e sulla morte. È così triste leggere documenti – anche documenti della Chiesa – che pretendono di affrontare le difficoltà più importanti che affrontiamo e di non trovare in essi alcun riconoscimento della Signoria di Cristo, della verità che dipendiamo completamente da Dio per il nostro essere, per tutto ciò che siamo e per tutto ciò che abbiamo, e che, quindi, la preghiera e il culto sono il nostro primo e più importante mezzo per combattere qualsiasi male.

Qualche giorno fa, un giovane cattolico adulto mi ha detto, come se fosse un fatto logico, che non avrebbe celebrato la Pasqua di quest’anno a causa del coronavirus. Se la gioia della nostra celebrazione della Pasqua fosse semplicemente una questione di buoni sentimenti, allora capirei il suo sentimento. Ma la gioia della Pasqua è radicata nella verità eterna, la vittoria di Cristo su quello che sembrava chiaramente il suo annientamento, la vittoria conquistata nella sua natura umana per la stessa vittoria nella nostra natura umana, nonostante qualunque avversità possiamo soffrire. Se crediamo in Cristo, se confidiamo nelle sue promesse, allora dobbiamo celebrare con gioia la sua grande opera di redenzione. Celebrare i misteri della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo non significa mancare di rispetto per le sofferenze di tanti nel tempo presente, ma riconoscere che Cristo è con noi per superare le nostre sofferenze con il Suo amore. La nostra celebrazione è un faro di speranza per coloro la cui vita è messa a dura prova e li invita a riporre la loro fiducia in Nostro Signore.

Sì, la Settimana Santa quest’anno è così diversa per noi. La sofferenza associata al coronavirus ha portato addirittura a una situazione in cui molti cattolici, durante la Settimana Santa, non hanno accesso ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, che sono i nostri incontri straordinari, ma anche ordinari, con il Signore risorto, perché ci rinnovi e ci rafforzi nella Sua vita. Ma rimane la settimana più santa dell’anno, perché commemora gli eventi con cui siamo vivi in Cristo, con cui la vita eterna è nostra, anche di fronte a una pandemia, a una crisi sanitaria mondiale. Vi esorto, quindi, a non cedere alla menzogna di Satana che vi convincerebbe che, quest’anno, non avete nulla da festeggiare durante la Settimana Santa. No, avete tutto da festeggiare, perché Cristo ci ha preceduto in ogni sofferenza e ora ci accompagna nelle nostre sofferenze, affinché rimaniamo forti nel suo amore, l’amore che vince ogni male.

Oggi celebriamo la Domenica delle Palme, quando Cristo è entrato a Gerusalemme con la piena conoscenza della Passione e della Morte che Lo attendeva. Egli sapeva quanto fosse effimera l’accoglienza che aveva ricevuto, un’accoglienza giusta per il Re del cielo e della terra, ma superficiale perché chi la estendeva aveva solo una comprensione mondana della salvezza che Egli era venuto a vincere per noi. Non erano pronti ad essere un tutt’uno con Cristo nell’instaurazione del Suo eterno Regno attraverso gli eventi della Sua Passione e della Sua Morte. Dopo la Domenica delle Palme, ogni giorno della Settimana Santa è giustamente chiamato santo perché fa parte del fermo abbraccio di Cristo alla sua missione di salvezza al suo culmine.

Prendetevi il tempo oggi per riflettere sulla vera regale accoglienza che avete riservato a Cristo nel vostro cuore e nella vostra casa. Leggete ancora una volta il racconto del Suo ingresso a Gerusalemme e di come, dopo il Suo ingresso trionfale, pianse su Gerusalemme con le parole:

“Gerusalemme, Gerusalemme, tu che uccidi i profeti e lapidi quelli che sono stati mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!” (Mt 23, 37).

Se voi o la vostra casa siete lontani da Nostro Signore, ricordate come Egli desidera essere vicino a voi, essere l’ospite costante del vostro cuore e della vostra casa.

Rimanete con Cristo per tutta la Settimana Santa. In modo particolare, fate del Giovedì Santo un giorno di profondo ringraziamento per i Sacramenti della Santa Eucaristia e del Santo Sacerdozio, che Nostro Signore ha istituito nell’Ultima Cena. Fate del Venerdì Santo un giorno tranquillo durante il quale intraprendere pratiche penitenziali, per entrare più profondamente nel mistero della sofferenza e della morte di Cristo. Il Venerdì Santo, siate pieni di gratitudine per i Sacramenti della Penitenza e dell’Unzione degli infermi. Il Sabato Santo, vegliate con Nostro Signore, lodando e ringraziandoLo per il dono della Sua grazia nelle nostre anime attraverso l’effusione dello Spirito Santo dal Suo glorioso Cuore trafitto. Riflettete in particolare su come la Sua grazia è dentro di voi attraverso i sacramenti del Battesimo, della Cresima e della Santa Eucaristia. Durante tutti questi giorni, riflettete e ringraziate Dio per il dono del Sacramento del Santo Matrimonio e dei suoi frutti, la famiglia – la “Chiesa domestica” o piccola Chiesa della casa – , il primo luogo in cui veniamo a conoscere Dio, per offrirgli la preghiera e il culto, e per disciplinare la nostra vita secondo la Sua Legge.

Se non potete partecipare ai riti liturgici di questi giorni santi, che è una grande privazione, perché nulla può sostituire l’incontro con Cristo attraverso i Sacramenti in questi giorni, sforzatevi nelle vostre case di essere alla Sacra Liturgia attraverso il vostro desiderio di essere in compagnia di Nostro Signore, specialmente nel mistero della sua opera salvifica. Nostro Signore non si aspetta da noi l’impossibile, ma si aspetta che facciamo del nostro meglio per essere con Lui in questi giorni della Sua potente grazia.

Ci sono molti aiuti meravigliosi per il nutrimento di tale santo desiderio. Prima di tutto, c’è un ricco tesoro di preghiera nella Chiesa, per esempio: la lettura delle Sacre Scritture, per esempio i Salmi penitenziali, specialmente il Salmo 51 [50], e il racconto della Passione di Nostro Signore nei quattro Vangeli, la devozione al Sacro Cuore di Gesù, la meditazione dei misteri della nostra fede attraverso la preghiera del Santo Rosario, specialmente i Misteri Dolorosi, le Litanie del Sacro Cuore di Gesù, della Beata Vergine (di Loreto), di San Giuseppe, e dei Santi, la Via Crucis – che può essere fatta anche in casa utilizzando le immagini delle Quattordici Stazioni raffigurate in un libro di preghiere o su un oggetto sacro -, la Coroncina della Divina Misericordia, le visite a santuari, grotte e altri luoghi sacri a Nostro Signore e ai misteri dell’Incarnazione redentrice, e la devozione ai santi che sono stati potenti nell’aiutarci, in particolare a San Rocco, Patrono contro le pestilenze.

Anche nel nostro tempo siamo fortunati nell’aver accesso, attraverso i mezzi di comunicazione sociale, ai riti sacri e alle devozioni pubbliche che si celebrano in alcune chiese, soprattutto nelle chiese dei monasteri e dei conventi a cui partecipa tutta la comunità religiosa. Vedere un rito sacro che viene trasmesso non è certo la stessa cosa che partecipare direttamente ad esso, ma, se è tutto ciò che è possibile per noi, è sicuramente gradito a Nostro Signore, che non mancherà mai di inondarci della Sua grazia in risposta al nostro umile atto di devozione e di amore.

In ogni caso, la Settimana Santa non può essere per noi come le altre settimane, ma deve essere segnata dai sentimenti più profondi della fede in Cristo, che è la nostra sola salvezza. I sentimenti di fede durante questi giorni santi sono, allo stesso modo, sentimenti di profonda gratitudine e di amore. Se la vostra gratitudine e il vostro amore non possono avere la loro massima espressione attraverso la partecipazione alla Sacra Liturgia, lasciate che trovino espressione nella devozione dei vostri cuori e delle vostre case. Commemorando, con Cristo, la Sua Santissima Madre e tutti i santi, gli eventi del Sacro Triduo, contempliamo il mistero della Sua vita dentro ognuno di noi. Per tutti, il tempo trascorso, ogni giorno, nella preghiera e nella devozione, meditando la Passione di nostro Signore, ci aiuterà a stare con nostro Signore in questi giorni santi nel miglior modo possibile in questo momento. Quanto la sofferenza del tempo presente dovrebbe insegnarci l’incomparabile dono della Sacra Liturgia e dei Sacramenti!

In conclusione, vi assicuro che voi e le vostre intenzioni siete nelle mie preghiere oggi e rimarrete nelle mie preghiere per tutta la Settimana Santa e soprattutto durante il Sacro Triduo del Giovedì Santo, Venerdì Santo e Sabato Santo. Che tutti noi possiamo stare in compagnia di Cristo con la fede, la speranza e l’amore più profondi, mentre celebriamo questi giorni santi in cui Egli ha sofferto, è morto ed è risorto dai morti per liberarci dal peccato e da ogni male, e per vincere per noi la vita eterna. Possa la nostra osservanza della Settimana Santa, quest’anno, essere il nostro forte armamento nella lotta in corso contro il coronavirus COVID-19. In Cristo, la vittoria sarà nostra. “Non temere, soltanto abbi fede” (Mc 5, 36).

 

Raymond Leo Cardinale BURKE

 

5 aprile 2020

Domenica delle Palme

 

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Message for the Holiest Week of the Year

 

 

Dear Friends,

From the beginning of my service as Bishop of a diocese, it seemed that every year as the celebrations of Christmas and Easter approached, there would be a profoundly sad event in the diocese or difficult crisis to face for the good of the diocese. Just as I was anticipating with joy the celebrations of the great mysteries of our salvation, something would happen, which, from a human point of view, put a dark cloud over the celebrations and called into question the joy they inspired. Once, when I commented to a brother Bishop about this distressingly too regular experience, he simply responded: “It is Satan, trying to steal your joy.”

 It makes sense that Satan whom Our Lord describes as “a murderer from the beginning, … a liar and the father of lies” (Jn 8, 44) wants to hide from our eyes the great realities of the Incarnation and Redemption, wants to distract us from the liturgical rites through which we not only celebrate those truths but receive the immeasurable and unceasing graces they have won for us. Satan wants to convince us that loss and death, and the sadness and fear which naturally accompany them show Christ to be false, falsify His Redemptive Incarnation, and show our faith and the joy it naturally inspires to be a lie.

But it is Satan who is false. He is the liar. Christ, God the Son, indeed has become man, He has suffered the cruelest Passion and Death, in order to redeem our human nature, to restore to us true life, the divine life which overcomes the worst sufferings and even death itself, and brings us surely and safely to our true destiny: eternal life with Him.

Saint Paul, in the face of so many profoundly discouraging trials throughout the course of his Apostolic ministry, culminating in his martyrdom at Rome, wrote to the Christians at Colossae: “Now I rejoice in my sufferings for your sake, and in my flesh I complete what is lacking in Christ’s afflictions for the sake of his body, the Church” (Col 1, 24). For him, as it should be for us, to suffer with Christ for the Church, for the love of God and our neighbor, is the unassailable and unfailing source of our joy. It is the highest expression of our communion with Christ, God the Son Incarnate, sharing with Him in the mystery of the divine love of God – Father, Son, and Holy Spirit. The life of Christ, the grace of the Holy Spirit poured forth from Christ’s Heart to dwell within our hearts, inspires and strengthens us to embrace loss and death with His love which conquers them and transforms them into eternal gain and life without end. Our joy, then, is not some superficial pleasure or emotion but the fruit of love which is “strong as death,” which “many waters cannot quench … neither can floods drown it” (Sg 8, 6-7).

Our joy does not take away the sharp sting of loss and death but, with confidence and courage, faces them as part of the lifelong combat of love which we are called to wage during this life – after all we are, by God’s grace, true soldiers of Christ (2 Tm 2, 3) – in the sure knowledge of the victory of eternal life. Thus, at the end of his life, Saint Paul could write to his spiritual son and fellow shepherd of the flock, Saint Timothy:

For I am already on the point of being sacrificed; the time of my departure has come. I have fought the good fight, I have finished the race, I have kept the faith. Henceforth there is laid up for me the crown of righteousness, which the Lord, the righteous judge, will award to me on that day, and not only to me but also to all who have loved his appearing (2 Tm 4, 6-8).

We love Our Lord, we love the Redemptive Incarnation by which He is alive for us in Church, and thus we are joyful in fighting the good fight with Him, in staying the course, no matter what trials we face, and in keeping the faith, when the Father of Lies tempts us to doubt Christ and even to deny Him. 

Satan has perhaps never had a better tool than the coronavirus for stealing our joy in celebrating the holiest days of the year, the days during which Christ won for us eternal life. How he would like to take the holiness from the one week of the year, which is known simply as Holy Week! The current international health crisis caused by the coronavirus COVID-19 continues to reap a tragic harvest of loss and death, engendering profound sadness and fear in the human heart. Certainly, Satan is using the suffering which has beset so many homes, neighborhoods, cities and nations, to tempt us to doubt Our Lord and the Faith, Hope and Love which are His great gifts to us for our daily living. The effect of Satan’s murderous intent and his lies is made all the greater when we are far from the Lord, when we have taken His life within us for granted, when we have even abandoned Him as we pursue passing worldly pleasures, conveniences or successes. 

In the Church herself, we have witnessed a failure to teach first Christ as Lord. How many today are suffering profoundly from a useless fear because they have forgotten or even rejected the Kingship of the Heart of Jesus in their hearts and homes. Remember the words of Our Lord to Jairus who sought His help for his dying daughter: “Do not fear, only believe” (Mk 5, 36). How many today are without hope because they think that the victory over the evil of the coronavirus COVID-19 depends totally on us, because they have forgotten that, while we must do all that we can humanly do to fight a great evil, God alone can bless our efforts and give us the victory over loss and death. It is so sad to read documents – even documents of the Church – which purport to address the most important difficulties which we face and to find in them no acknowledgment of the Lordship of Christ, of the truth that we depend completely upon God for our being, for all that we are and all that we have, and that, therefore, prayer and worship are our first and most important means of combating any evil.

Some days ago, a young adult Catholic said to me, as if it were a matter of logical fact, that he would not be celebrating Easter this year because of the coronavirus. If the joy of our Easter celebration were simply a matter of good feelings, then I understand his sentiment. But the joy of Easter is rooted in eternal truth, the victory of Christ over what clearly looked like his annihilation, the victory won in His human nature for the sake of the same victory in our human nature, no matter what hardships we may be suffering. If we believe in Christ, if we trust in His promises, then we must celebrate with joy His great work of the Redemption. To celebrate the mysteries of Christ Passion, Death and Resurrection is not to lack respect for the suffering of so many during the present time but to recognize that Christ is with us to overcome our sufferings with His love. Our celebration is a beacon of hope for those whose lives are severely tried and invites them to place their trust in Our Lord. 

Yes, Holy Week this year is so different for us. The suffering associated with the coronavirus has even led to a situation in which many Catholics, during Holy Week, do not have access to the Sacraments of Penance and the Holy Eucharist which are our extraordinary, yet also ordinary, encounters with the Risen Lord, in order that He may renew and strengthen us in His life. But it remains the holiest week of the year, for it commemorates the events by which we are alive in Christ, by which eternal life is ours, even in the face of a pandemic, a worldwide health crisis. I urge you, therefore, not to give way to the lie of Satan who would convince you that, this year, you have nothing to celebrate during Holy Week. No, you have everything to celebrate, for Christ has gone before us in every suffering and now accompanies us in our sufferings, so that we remain strong in His love, the love which conquers every evil. 

Today, we celebrate Palm Sunday, when Christ entered into Jerusalem with the full knowledge of the Passion and Death which awaited Him. He knew how ephemeral was the welcome which He had received, a just welcome for the King of Heaven and Earth, but superficial because those who extended it had only a worldly understanding of the salvation which He came to win for us. They were not ready to be one with Christ in the establishment of His eternal Kingdom through the events of His Passion and Death. After Palm Sunday, each day of Holy Week is rightly called holy because it is part of Christ’s steadfast embrace of His saving mission at its culmination. 

Take time today to reflect on the true royal welcome which you have extended to Christ in your heart and in your home. Read again the account of His entrance into Jerusalem and of how, after His triumphant entry, he wept over Jerusalem with the words:

O Jerusalem, Jerusalem, killing the prophets and stoning those who are sent to you! How often would I have gathered your children together as a hen gathers her brood under her wings, and you would not” (Mt 23, 37).

If you or your home are far from Our Lord, remember how He desires to be close to you, to be the constant guest of your heart and home. 

Remain with Christ throughout Holy Week. In a particular way, make Holy Thursday a day of profound thanksgiving for the Sacraments of the Holy Eucharist and the Holy Priesthood, which Our Lord instituted at the Last Supper. Make Good Friday a quiet day during which you undertake penitential practices, in order to enter more deeply into the mystery of Christ’s Suffering and Dying. On Good Friday, be filled with gratitude for the Sacraments of Penance and of the Anointing of the Sick. On Holy Saturday, keep vigil with Our Lord, praising and thanking Him for the gift of His grace in our souls through the outpouring of the Holy Spirit from His glorious pierced Heart. Ponder especially how His grace is within you through the Sacraments of Baptism, Confirmation, and the Holy Eucharist. During all of these days, reflect upon and thank God for the gift of the Sacrament of Holy Matrimony and its fruit, the family – the “domestic Church” or little Church of the home – , the first place in which we come to know God, to offer him prayer and worship, and to discipline our lives according to His Law. 

If you are unable to participate in the liturgical rites for these holiest of days, which is indeed a great deprivation, for nothing can substitute for the encounter with Christ through the Sacraments during these days, strive in your homes to be at the Sacred Liturgy through your desire to be in the company of Our Lord, especially in the mystery of His saving work. Our Lord does not expect of us the impossible, but he expects that we do the best that we can to be with Him throughout these days of His powerful grace. 

There are many wonderful helps for the nourishing of such holy desire. First of all, there is rich treasury of prayer in the Church, for example: the reading of the Holy Scriptures, for instance the Penitential Psalms, especially Psalm 51 [50], and the account of the Passion of Our Lord in the four Gospels, devotion to the Sacred Heart of Jesus, meditation upon the mysteries of our faith through the praying of the Holy Rosary, especially the Sorrowful Mysteries, the Litanies of the Sacred Heart of Jesus, of the Blessed Virgin (of Loreto), of Saint Joseph, and of the Saints, the Way of the Cross – which also can be made at home by using the images of the Fourteen Stations depicted in a prayer book or on a sacred object – , the Chaplet of Divine Mercy, visits to shrines, grottos and other places sacred to Our Lord and to the mysteries of the Redemptive Incarnation, and devotion to the saints who have been powerful to help us, especially Saint Roch, Patron against Pestilences. 

In our time, too, we are blessed to have access, through the communications media, to the sacred rites and to public devotions as they are being celebrated in certain churches, especially in the churches of monasteries and convents in which the whole religious community is participating. Viewing a sacred rite which is broadcasted is certainly not the same as direct participation in it, but, if it is all that is possible for us, it is surely pleasing to Our Lord Who will never fail to shower us with His grace in response to our humble act of devotion and love. 

In any case, Holy Week cannot be for us like any other week but must be marked by the deepest sentiments of faith in Christ Who alone is our salvation. The sentiments of faith during these holiest of days are, likewise, sentiments of deepest gratitude and love. If your gratitude and love cannot have their highest expression through participation in the Sacred Liturgy, let it find expression in the devotion of your hearts and homes. Commemorating, with Christ, His Blessed Mother and all the saints, the events of the Sacred Triduum, we contemplate the mystery of His life within each of us. For all, time spent, each day, in prayer and devotion, meditating upon the Passion of our Lord, will help us to be with our Lord during these holiest of days in the best manner possible at this time. How much the suffering of the present time should teach us about the incomparable gift of the Sacred Liturgy and the Sacraments! 

In closing, I assure you that you and your intentions are in my prayers today and will remain in my prayers throughout Holy Week and especially during the Sacred Triduum of Holy Thursday, Good Friday and Holy Saturday. May we all keep company with Christ with deepest faith, hope and love, as we celebrate these holiest of days on which He suffered, died, and rose from the dead to free us from sin and from every evil, and to win for us eternal life. May our observance of Holy Week, this year, be our strong armament in the ongoing combat against the coronavirus COVID-19. In Christ, the victory will be ours. “Do not fear, only believe” (Mk 5, 36). 

 

Raymond Leo Cardinal BURKE

5 April 2020

Palm Sunday

 




«Solo un Dio ci potrà salvare»

Il titolo si rifà a questa intervista di Heidegger: «Se posso rispondere brevemente, e forse un po’ grossolanamente, ma sulla base di una lunga riflessione, direi così: la filosofia non potrà produrre nessuna modificazione immediata dello stato attuale del mondo. E questo non vale solo per la filosofia, ma per ogni riflessione e per ogni aspirazione degli uomini. Solo un Dio, ormai, può aiutarci a trovare una via di scampo. Vedo, come unica possibilità di via di scampo, questo: preparare, nel pensiero e nella poesia, una disponibilità e una prontezza per l’apparizione del Dio oppure per l’assenza, il dis-stanziarsi, del Dio nel tramonto; in modo che il nostro destino non sia quello, per dirla brutalmente, di “crepare”, ma che sia, se dobbiamo tramontare, quello di tramontare al cospetto del Dio assente.»

Dal contesto si capisce di quale DIO sto parlando

 

Gesù guarisce

 

 

di Gabriele Mangiarotti

 

     «Si sta come

     d’autunno

     sugli alberi

     le foglie» (Ungaretti, Soldati)

 

Si parla di una guerra, la Prima guerra Mondiale, e della fragilità della vita. Quando, al liceo, abbiamo studiato questa poesia, forse non abbiamo mai pensato che poteva essere la lirica dei nostri terribili giorni, nell’incubo del Covid-19. Non passa giorno, per qualcuno non passa ora, che non si abbia notizia di un amico colpito dalla malattia in modo grave e di altri che già sono morti. Ieri notte, un amico medico che ha scelto di lavorare all’ospedale dove si cura il Covid-19, mi raccontava la situazione terribile e inimmaginabile di quello che sta vivendo, e il senso di impotenza di fronte alla scelta, che a volte è necessaria, di decidere chi curare e chi lasciare morire. Perché i posti sono limitati e non si possono curare tutti. Non vorrei essere al suo posto, e capisco che se non troviamo un sostegno in Chi può salvarci, alla fine sarà una sconfitta dolorosa per tutti.

In questo cammino, che pone domande serie a tutti noi, ogni tanto per grazia ci raggiungono testimonianze che sostengono, rendendo meno soli di fronte a quanto accade. Oggi ho letto la lettera di un medico della prima divisione di Malattie infettive dell’Ospedale Luigi Sacco di Milano, Amedeo Capetti, che così scrive al Direttore de «Il Foglio»: «Noto, e trovo che sia un sintomo molto importante, la scomparsa quasi totale del lamento. I miei pazienti, invece di lamentarsi, mi mandano ogni giorno messaggi per chiedermi come sto e anche per partecipare dell’esperienza incredibile ed eccezionale che sto vivendo. E questa è la vera ragione per cui ho deciso di scriverle.

In effetti quello che io sto vivendo, ma credo sia esperienza anche di molti altri, è l’avverarsi di un fenomeno che non di rado noi medici vediamo in chi è scampato a un pericolo potenzialmente mortale: l’esperienza di aprire gli occhi e accorgersi che nulla è più scontato. Ossia che tutto è dono, dal risveglio del mattino, dal saluto ai propri cari a ogni piccola piega di un quotidiano che per alcuni è tutto da riempire, per altri come me è diventato, se mai era pensabile, più vorticoso di prima.

La grazia di questa nuova coscienza di sé trasforma radicalmente ciò che facciamo, genera stupore, amicizia, ci si guarda e ci si dice: oggi non ci possiamo abbracciare ma un sorriso ci dice ancora di più di quanto potrebbe dire un abbraccio. Questa consapevolezza ci fa diventare partecipi del dramma dei nostri pazienti e non è assolutamente un caso che i miei colleghi mi chiedano di pregare non solo per i loro cari ma anche per i loro pazienti, come non era mai successo prima. E anche questo è contagioso. Ieri mi ha chiamato una signora di Crema per sentire notizie della nonna, ricoverata al Sacco, che è molto grave. Mi ha riferito dell’altra nonna, morta di Covid, e della mamma, in rianimazione a Crema, poi mi ha detto: “Vede dottore, all’inizio io pregavo, ora non prego nemmeno più”. Io le ho risposto: “La capisco, signora, non si preoccupi, pregherò io per lei”. Al sentirlo ha avuto un sobbalzo e ha risposto: “No, dottore, se lo fa lei lo faccio anch’io. E anche per la mia mamma, preghiamo insieme”».

Improvvisamente, leggendo queste righe e tutto l’articolo, mi sono ricordato delle parole di Emmanuel Mounier, nelle lettere che scrive alla moglie per vivere insieme la malattia gravissima della figlia Françoise:

«Le spiegazioni non diminuiscono il grande scandalo della sofferenza. La sua grandezza sta nell’accettazione. Non dobbiamo cercare di sminuirla con le nostre parole (…) si tratta di un segreto inquietante della Provvidenza. (…) Questo segreto si ripercuoterà, provocando stupore, nell’eternità. Ci sono quelli che Dio conduce sulle vie della ricchezza, altri (…) sulle vie del perenne insuccesso. Non ci resta altro che amare, amare Dio per quello che fa, e amare intensamente quelli che Egli spezza per amore. Io mi sento piccolo di fronte a loro. (…)

L’angoscia, talvolta, si serve di noi (…) Ci sono dei momenti in cui anche i santi, improvvisamente dubitano di tutto: del loro amore e di Dio. Nessuna luce ci può essere data senza questa notte (…) Non si è veramente grandi… fino a quando la vita non ci mette alla prova rifiutandoci nettamente, senza appello, qualcosa cui si aspira con tutto il proprio essere. (…)

Bisogna trasformare in gioia tutto quello che la felicità ci rifiuta (…) Insieme dovremo rendere belle le ore che ci saranno date. Comminando per strada, poco fa, ho cercato di far gioire il mio cuore. Non è stato difficile. Mi è bastato pensare… che ogni sofferenza assunta in Cristo perde la sua disperazione, la sua stessa negatività! (…)

Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia; se ogni colpo più duro non fosse una nuova elevazione che ogni volta, allorché il nostro cuore comincia ad abituarsi al colpo prevedente, si rivela come una nuova richiesta d’amore» (E. Mounier, Lettere sul dolore).

Giovanni Paolo II disse che la sofferenza è una domanda che è rivolta a noi stessi, agli altri e a Dio. Chiediamo umilmente di essere aiutati a rispondere.

 

 

(Pubblicato su CutlturaCattolica.it)




Mons. Crepaldi: “La parola Salus significa anche salvezza e non solo salute. In un certo senso, la salvezza dà anche la salute.”

Riprendo un interessante intervento di Mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, che merita una dovuta riflessione. Espone molti e diversi temi che abbisognano di essere approfonditi. La riflessione è stata pubblicata sull’Osservatorio Cardinale Van Thuân.  

 

Mons. Giampaolo CrepaldAi, arcivescovo di Trieste

Mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste

 

 

Niente sarà più come prima

L’epidemia connessa con la diffusione del “COVID-19” ha un forte impatto su molti aspetti della convivenza tra gli uomini e per questo richiede anche un’analisi dal punto di vista della Dottrina sociale della Chiesa. Il contagio è prima di tutto un evento di tipo sanitario e già questo lo collega direttamente con il fine del bene comune. La salute ne fa certamente parte. Nel contempo pone il problema del rapporto tra l’uomo e la natura e ci invita a superare il naturalismo oggi molto diffuso e dimentico che, senza il governo dell’uomo, la natura produce anche disastri e che una natura solo buona e originariamente incontaminata non esiste. Poi pone il problema della partecipazione al bene comune e della solidarietà, invitando ad affrontare in base al principio di sussidiarietà i diversi apporti che i soggetti politici e sociali possono dare alla soluzione di questo grave problema e alla ricostruzione della normalità quando fosse passato. È emerso con evidenza che tali apporti devono essere articolati, convergenti e coordinati. Il finanziamento della sanità, problema che il coronavirus fa emergere con grande evidenza, è un problema morale centrale nel perseguimento del bene comune. Urgono riflessioni sia sulle finalità del sistema sanitario, sia sulla sua gestione e sull’utilizzo delle risorse, dato che un confronto con il recente passato fa registrare una notevole riduzione del finanziamento per le strutture sanitarie. Connessi con il problema sanitario ci sono poi le questioni dell’economia e della pace sociale, dato che l’epidemia mette in pericolo la funzionalità delle filiere produttive ed economiche e il loro blocco, se continuato nel tempo, produrrà fallimenti, disoccupazione, povertà, disagio e conflitto sociale. Il mondo del lavoro sarà soggetto a forti rivolgimenti, saranno necessarie nuove forme di sostegno e solidarietà e occorrerà fare delle scelte drastiche. La questione economica rimanda a quella del credito e a quella monetaria e, quindi, ai rapporti dell’Italia con l’Unione Europea da cui dipendono nel nostro Paese le decisioni ultime in questi due settori. Ciò, a sua volta, ripropone la questione della sovranità nazionale e della globalizzazione, facendo emergere la necessità di rivedere la globalizzazione intesa come una macchina sistemica globalista, la quale può anche essere molto vulnerabile proprio a motivo della sua rigida e artificiale interrelazione interna per cui, colpito un punto nevralgico, si producono danni sistemici complessivi e difficilmente recuperabili. Destituiti di sovranità i livelli sociali inferiori, tutti ne saranno travolti. D’altro canto, il coronavirus ha anche messo in evidenza le “chiusure” degli Stati, incapaci di collaborare veramente anche se membri di istituzioni sovranazionali di appartenenza. Infine, l’epidemia ha posto il problema del rapporto del bene comune con la religione cattolica e quello del rapporto tra Stato e Chiesa. La sospensione delle messe e la chiusura delle chiese sono solo alcuni aspetti di questo problema.

Così si sembra essere il quadro complesso dei problemi investiti dall’epidemia da coronavirus. Si tratta di argomenti che interpellano la Dottrina sociale della Chiesa per cui il nostro Osservatorio si sente chiamato ad offrire qualche riflessione, sollecitando altri contributi in questa direzione. L’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, scritta nel 2009 al tempo di un’altra crisi, affermava che “La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle negative. La crisi diventa così occasione di discernimento e di nuova progettualità” (n. 21).

La fine del naturalismo ideologico

Le società erano e sono attraversate da varie forme ideologiche di naturalismo che l’esperienza di questa epidemia potrebbe correggere. L’esaltazione di una natura pura e originariamente incontaminata di cui l’uomo sarebbe l’inquinatore non teneva e, a maggior ragione, non tiene ora. L’idea di una Madre Terra dotata originariamente di un suo equilibrio armonico con il cui spirito l’uomo dovrebbe connettersi per ritrovare il giusto rapporto con le cose e con se stesso è una sciocchezza che questa esperienza potrebbe dissolvere. La natura deve essere governata dall’uomo e le nuove ideologie panteiste (e non solo) postmoderne sono ideologie disumane. La natura, nel senso naturalistico del termine, produce anche disequilibri e malattie e per questo deve essere umanizzata. Non è l’uomo a doversi naturalizzare, ma la natura a dover essere umanizzata.

La rivelazione ci insegna che il creato è affidato alla cura e al governo dell’uomo in vista del fine ultimo che è Dio. L’uomo ha il diritto, perché ha il dovere, di gestire la creazione materiale, governandola e traendo da essa quanto necessario e utile per il bene comune. Il creato è affidato da Dio all’uomo, al suo intervento secondo ragione e alla sua capacità di dominio sapiente. È l’uomo il regolatore del creato, non viceversa.

I due significati del termine “Salus”

Il termine “Salus” significa salute, nel senso sanitario del termine, e significa anche salvezza, nel senso etico-spirituale e soprattutto religioso. L’attuale esperienza del coronavirus testimonia ancora una volta che i due significati sono interconnessi. Le minacce alla salute del corpo inducono cambiamenti negli atteggiamenti, nel modo di pensare, nei valori da perseguire. Essi mettono alla prova il sistema morale di riferimento dell’intera società. Esigono comportamenti eticamente validi, denunciano atteggiamenti egoistici, disinteressati, indifferenti, di sfruttamento. Evidenziano forme di eroismo nella comune lotta al contagio e, nello stesso tempo, forme di sciacallaggio di chi approfitta della situazione. La lotta al contagio richiede un ricompattamento morale della società in ordine a comportamenti sani, solidali, rispettosi, forse più importante del ricompattamento delle risorse. La sfida alla salute fisica si pone quindi in rapporto con la sfida alla salute morale. Serve un profondo ripensamento delle derive immorali della nostra società, a tutti i livelli. Spesso le disgrazie naturali non sono del tutto naturali, ma hanno alle spalle atteggiamenti moralmente disordinati dell’uomo. Non è ancora definitivamente chiarita l’origine del “COVID-19” e anche esso potrebbe dimostrarsi non di origine naturale. Ma anche ammessa la sua origine puramente naturale, il suo impatto sociale chiama in causa l’etica comunitaria. La risposta non è e non sarà solo scientifico-tecnica, ma dovrà essere anche morale. Dopo la tecnica, la grave contingenza del coronavirus dovrebbe far rivivere su nuove solide basi la morale pubblica.

La partecipazione al bene comune

Si richiede una partecipazione etica perché in causa c’è il bene comune. L’epidemia da coronavirus contraddice tutti coloro che hanno sostenuto che il bene comune come fine morale non esiste. Se così fosse, per cosa si impegnerebbero tutte le persone che, dentro e fuori le istituzioni, si danno da fare e lottano? A quale impegno sarebbero chiamati i cittadini con le ordinanze restrittive se non ad un impegno morale per il bene comune? Su quale base si dice che alcuni comportamenti in questo momento sono “doverosi”? Chi negava l’esistenza del bene comune o chi affidava il suo conseguimento solo a delle tecniche, ma non all’impegno morale per il bene, oggi è contraddetto dai fatti. È il bene comune a dirci che quello della salute è un bene che tutti dobbiamo promuovere. È il bene comune a dirci che la parola Salus ha due significati.

Questa esperienza del coronavirus sarà fatta lievitare al punto da approfondire e allargare questo concetto del bene comune? Mentre si lotta per salvare la vita di tante persone, gli interventi di aborto procurato non cessano, né cessano le vendite delle pillole abortive, né cessano le pratiche eutanasiche, né cessano i sacrifici di embrioni umani e tante altre pratiche contro la vita e la famiglia. Se si riscopre il bene comune e la necessità di una corale partecipazione in suo favore nel campo della lotta all’epidemia, si dovrebbe avere il coraggio intellettivo e della volontà di estendere il concetto fino a là dove naturalmente deve essere esteso.

La sussidiarietà nella lotta per la salute

La mobilitazione in atto contro la diffusione del coronavirus ha visto la partecipazione di molti livelli talvolta coordinati talvolta meno. Ci sono dei compiti diversi che ognuno ha svolto secondo la sua responsabilità. Una volta superata la tempesta questo permetterà di rivedere qualcosa che nella filiera sussidiaria non abbia funzionato a dovere e di riscoprire il principio importante della sussidiarietà per applicarlo meglio e applicarlo in ogni campo esso possa essere applicato. Una esperienza in modo particolare deve essere valorizzata: la sussidiarietà deve essere “per” e non come difesa “da”: deve essere per il bene comune e, quindi, deve avere un fondamento etico e non solo politico o funzionalistico. Un fondamento etico fondato sull’ordine naturale e finalistico della vita sociale. L’occasione è propizia per abbandonare le visioni convenzionali dei valori e dei fini sociali.

Un punto importante messo ora in evidenza dall’emergenza coronavirus è il ruolo sussidiario del credito. Il blocco di ampi settori dell’economia per garantire maggiore sicurezza sanitaria e diminuire la diffusione del virus mettono in crisi economica, soprattutto di liquidità, le imprese e le famiglie. Se la crisi dovesse durare a lungo si prospetta una crisi della circolarità di produzione e consumo, con lo spettro della disoccupazione. Davanti a questi bisogni il ruolo del credito può essere fondamentale e il sistema finanziario potrebbe riscattarsi da tante e riprovevoli dilapidazioni interessate del recente passato.

Sovranità e globalizzazione

L’esperienza in atto del coronavirus impone di riconsiderare anche i due concetti di globalizzazione e di sovranità nazionale. C’è una globalizzazione che intende l’intero pianeta come un “sistema” di rigide connessioni e incastri, una costruzione artificiale governata da addetti ai lavori, una serie di vasi comunicanti apparentemente incrollabili. Una simile concezione si è però rivelata anche debole perché basta colpire il sistema in un punto e si crea un effetto domino a valanga. L’epidemia può mettere in crisi il sistema sanitario, le quarantene mettono in crisi il sistema produttivo, questo fa crollare il sistema economico, povertà e disoccupazione non alimentano più il sistema del credito, l’indebolimento della popolazione la espone a nuove epidemie e così via in una serie di circoli viziosi ad estensione planetaria. La globalizzazione presentava fino a ieri i suoi fasti e le sue glorie di perfetto funzionamento tecnico-funzionale, di indiscutibile sicumera circa l’obsolescenza di Stati e nazioni, di assoluto valore della “società aperta”: un unico mondo, un’unica religione, un’unica morale universale, un unico popolo mondialista, un’unica autorità mondiale. Però poi può bastare un virus per far crollare il sistema, dato che i livelli non globali delle risposte sono stati disabilitati. L’esperienza che stiamo vivendo ci mette in guardia da una “società aperta” intesa in questo modo, sia perché essa si pone nelle mani del potere di pochi, sia perché altre poche mani potrebbero farla cadere in fretta come un castello di carte. Ciò non significa negare l’importanza della collaborazione internazionale che proprio le pandemie richiedono, ma una simile collaborazione non ha nulla a che fare con strutture collettive, meccaniche, automatiche e globalmente sistemiche

La morte per coronavirus dell’Unione Europea

L’esperienza di questi giorni ha mostrato un’Unione Europea ancora una volta divisa e fantomatica. Tra gli Stati membri sono emerse dispute egoistiche più che collaborazione. L’Italia è rimasta isolata e lasciata sola. La Commissione europea è intervenuta tardi e la Banca Centrale Europea è intervenuta male. Di fronte all’epidemia ogni Stato ha provveduto a chiudersi in se stesso. Le risorse necessarie all’Italia per fronteggiare la situazione emergenziale, che in altri tempi si sarebbero trovate in proprio per esempio con la svalutazione della moneta, ora dipendono dalle decisioni dell’Unione a cui ci si deve prostrare.

Il coronavirus ha definitivamente mostrato l’artificiosità dell’Unione Europea che non riesce a far collaborare tra loro gli Stati ai quali si è sovrapposta per acquisizione di sovranità. La mancanza del collante morale non è stata compensata dal collante istituzionale e politico. Bisogna prendere atto di questa ingloriosa fine per coronavirus dell’Unione Europea e pensare che una collaborazione tra gli Stati europei nella lotta per la salute è possibile anche fuori di istituzioni politiche sovranazionali.

Lo Stato e la Chiesa

La parola Salus significa, come abbiamo visto, anche salvezza e non solo salute. La salute non è la salvezza, come ci hanno insegnato i martiri, ma in un certo senso la salvezza dà anche la salute. Il buon funzionamento della vita sociale, con i suoi benefici effetti anche sulla salute, ha anche bisogno della salvezza promessa dalla religione: “l’uomo non si sviluppa con le sole sue forze” (Caritas in veritate, 11).

Il bene comune è di natura morale e, come abbiamo detto sopra, questa crisi dovrebbe indurre alla riscoperta di questa dimensione, ma la morale non vive di vita propria, dato che è incapace di fondarsi ultimamente. Qui si pone il problema della relazione essenziale che la vita politica ha con la religione, quella che meglio garantisce anche la verità della vita politica. L’autorità politica indebolisce la lotta contro il male, come accade anche con l’epidemia in corso, quando equipara le Sante Messe alle iniziative ludiche, pensando che debbano essere sospese, magari anche prima di sospendere altre forme aggregative senz’altro meno importanti. Anche la Chiesa può sbagliare quando non fa valere, per lo stesso autentico e completo bene comune, l’esigenza pubblica delle Sante Messe e dell’apertura delle chiese. La Chiesa dà il suo contributo alla lotta contro l’epidemia nelle varie forme di assistenza, aiuto e solidarietà che essa sa realizzare, come ha sempre fatto in casi simili in passato. È il caso, però, di mantenere alta l’attenzione alla dimensione religiosa del suo apporto, affinché non sia considerata una semplice espressione della società civile. Per questo assume un valore particolare quanto affermato da Papa Francesco che ha pregato lo Spirito Santo di dare “ai pastori la capacità e il discernimento pastorale affinché provvedano misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio. Che il popolo di Dio si senta accompagnato dai pastori e dal conforto della Parola di Dio, dei sacramenti e della preghiera”, naturalmente con il buon senso e la prudenza che la situazione richiede.

Questa emergenza del coronavirus può essere vissuta da tutti “come se Dio non fosse” e in questo caso anche la fase successiva, quando l’emergenza terminerà, applicherà per continuità una simile visione delle cose. In questo modo però si sarà dimenticato il nesso tra salute fisica e salute morale e religiosa che questa dolorosa emergenza ha fatto emergere. Se, al contrario, si sentirà l’esigenza di tornare a riconoscere il posto di Dio nel mondo, allora anche i rapporti tra la politica e la religione cattolica e tra Stato e Chiesa potranno prendere una strada corretta.

L’emergenza dell’epidemia in atto interpella in profondità la Dottrina sociale della Chiesa. Questa è un patrimonio di fede e di ragione che in questo momento può dare un grande aiuto nella lotta contro l’infezione, lotta che deve riguardare tutti i gradi ambiti della vita sociale e politica. Soprattutto può dare un aiuto in vista del dopo-coronavirus. Serve uno sguardo di insieme, che non lasci fuori nessuna prospettiva veramente importante. La vita sociale richiede coerenza e sintesi, soprattutto nelle difficoltà, ed è per questo che nelle difficoltà gli uomini che sanno guardare in profondità e in alto possono trovare le soluzioni e, addirittura, le occasioni per migliorare le cose rispetto al passato.

+ Giampaolo Crepaldi

 

 




Ecco, la nostra salvezza, la salvezza del mondo è iniziata in una famiglia, una famiglia che ha avuto origine da un “matrimonio”

Papa San Giovanni Paolo II

Papa San Giovanni Paolo II

 

di Brunella Rosano

 

A volte capita di trovarsi tra le mani un testo, non recente, ricco, ma così ricco, che non si finisce di leggerlo e rileggerlo. In realtà la “casualità” non c’entra molto: come dice un vecchio adagio “non muove foglia che Dio non voglia”. Ecco, per un cristiano il “caso” non c’entra. C’entra il Destino buono che è su ognuno di noi.

Il testo cui mi riferisco è la Lettera alle famiglie scritta da San Giovanni Paolo II nel 1994 in occasione dell’Anno della Famiglia, iniziativa promossa dall’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Dopo ventisei anni sembra di leggere un testo “preistorico”. Proprio oggi che in Francia, per legge, viene cancellata la figura del padre, che si pretende di chiamare “famiglia” qualsiasi unione di persone, che si pretende di registrare nei registri dell’anagrafe un bimbo/a nato/a da due donne o da due uomini, con assoluto disprezzo della realtà, questo testo che esalta la bellezza della famiglia composta da padre, madre e figli, la bellezza e la responsabilità della paternità e della maternità, da un lato è una boccata di aria fresca, dall’altro sembra, aimè, anacronistico!

Potessi raccomanderei la lettura e lo studio di questa lettera a tutti i fidanzati che seguono corsi parrocchiali in preparazione al matrimonio cattolico. Poi ne regalerei una copia agli sposi il giorno del matrimonio.  Non è un “manuale di istruzioni”, ma ricorda a chi legge il perché della scelta matrimoniale, della propria “vocazione”. «Il mistero divino dell’Incarnazione del Verbo è dunque in stretto rapporto con la famiglia». Ecco , la nostra salvezza, la salvezza del mondo è iniziata in una famiglia, una famiglia che ha avuto origine da un “matrimonio”, dalla promessa di dono reciproco tra un uomo e una donna, scambiata al cospetto di Dio e della comunità.  Nel rito del matrimonio il celebrante così invoca il Signore: <Effondi su di loro (i novelli sposi) la grazia dello Spirito Santo, affinchè in virtù del tuo amore riversato nei loro cuori, perseverino fedeli nell’all’alleanza coniugale».

L’importanza della famiglia, la sua grandezza ha origine proprio nel fatto che il Verbo si è fatto carne in una famiglia. Poteva scegliere altre modalità. Invece ha scelto una famiglia composta da un uomo, Giuseppe, ed una donna, Maria, che non erano due persone qualunque, anche se apparentemente lo erano,  erano un uomo ed una donna che si sono fidati ed affidati, e che con il loro “sì” hanno permesso al disegno di Dio di prendere forma.

I due coniugi non vanno semplicemente a convivere, come va tanto di moda ora, ma davanti a Dio e davanti agli uomini promettono l’un l’altro di amarsi e rispettarsi “per sempre”, finchè morte non li divida.

La divisione, la separazione, è una ferita non solo per marito , moglie e figli, ma è una ferita per tutta la comunità in quanto coinvolge più famiglie, i parenti del’uno e dell’altro, gli amici, tutti coloro che in qualche modo sono venuti in contanto con gli sposi separati. Prima di arrivare alla rottura sarebbe bene ricordarsi della Grazia che viene riversata sugli sposi al momento del fatidico “si”: l’effusione dello Spirito, che non ha scadenze, non si deteriora, è sempre disponibile: basta chiedere! Credo siano capitati a tutti i momenti di crisi, quando ti sembra di non farcela più, quando l’unica soluzione sia andarsene via lontano. Se in quei momenti ci ricordassimo di chiedere allo Spirito Santo di darci una mano, beh, non resteremmo delusi.

Benedicendo Adamo ed Eva, Dio dice: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela» (Gen 1,28). Soggiogatela: la terra è al servizio dell’uomo, non il contrario. Certo non bisogna sfruttarla selvaggiamente, cementificarla, rovinarla; occorre usarla in modo intelligente, ma non adorarla, come vorrebbe l’attuale “ambientalismo”. E l’uomo può fare ciò perché è l’unico essere vivente creato ad “immagine e somiglianza di Dio”! «La famiglia è stata sempre considerata come la prima e fondamentale espressione della natura sociale dell’uomo». «La famiglia è infatti una comunità di persone, per le quali il modo proprio di esistere e di vivere insieme è la comunione: communio personarum>. <Solo le persone sono capaci di esistere “in comunione”. La fa miglia prende inizio nella comunione coniugale, che il Concilio Vaticano II qualifica come “alleanza”nella quale l’uomo e la donna “mutuamente si danno e si ricevono».  (Gaudium et Spes, 48) “L’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola” (Gen 2,24). Nel  Vangelo Cristo, in polemica con i farisei, riporta le stesse parole ed aggiunge: “Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. Non è necessario interpretare, distinguere, vagliare caso per caso, fare discernimento….. Tranne i casi in cui il matrimonio è da considerarsi “non valido”, in tutti gli altri casi l’uomo non può separare ciò che i coniugi hanno promesso davanti a Dio e agli uomini. Anche gli apostoli a questo punto dissero: “Se questa è la condizione dell’uomo che si sposa, è meglio non sposarsi”. Si, senza la grazia divina è difficile!

«La maternità implica necessariamente la paternità e, reciprocamente, la paternità implica necessariamente la maternità: è il frutto della dualità elargita dal Creatore all’essere umano “dal principio”». Altrochè PMA, cioè: Procreazione Medicalmente Assistita, utero in affitto, madri surrogate, cioè l’orrendo commercio dei bambini. Si diventa padri e madri “contemporaneamente”, sia in senso biologico sia nell’adozione, per un atto di amore. San Giovanni Paolo II fa una bella distinzione tra i termini “comunione” e “comunità”. «La “comunione” riguarda la relazione personale tra l’”io” e il “tu”. La “comunità”, invece supera questo schema nella direzione di una “società”, di un “noi”. La famiglia, come comunità di persone, è pertanto la prima “società” umana».

E’ nella famiglia che si fa la prima esperienza di amore, di gratuità. «Amare significa dare e ricevere quanto non si puo’ ne’ comprare né vendere, ma solo  liberamente e reciprocamente elargire». Ecco perché le attuali ideologie vogliono “eliminare” la famiglia. In questo mondo dove tutto oramai ha il targhettino con il prezzo, la famiglia è l’unico ambito in cui si sperimenta il “gratuito”: ti voglio bene perché ci sei, perché sei tu e non voglio niente in cambio. Ti amo come Dio mi ama, ci ama. «Con la famiglia si collega la genealogia di ogni uomo: la genealogia della persona». Se i sostenitori della maternità surrogata o procreazione per altri (termini gentili per riferirsi all’utero in affitto) si rendessero conto di quanto è importante per ogni persona, sia a livello psicologico che a livello biologico, conoscere le proprie radici, i propri ascendenti, andrebbero più cauti. E’ un’esigenza insopprimibile quella di conoscere le proprie origini: il “chi sono io” dipende da chi sono i miei genitori, i nonni, i nonni dei nonni. Non solo per le caratteristiche somatiche: colore degli occhi, capelli ricci, statura, ma anche per conoscere il proprio carattere e perché no, anche evetuali malattie genetiche. Numerosi sono gli studi sul malessere dei figli “nati in provetta”! sarebbe opportuno prenderli in considerazione!

«Il quarto comandamento del Decalogo riguarda la famiglia, la sua compattezza interiore; potremmo dire la sua solidarietà» «Il divino Legislatore non ha trovato parola più adatta di questa: “Onora….” (Es 20,12). Siamo di fronte ad un altro modo per esprimere ciò che la famiglia è. Tale formulazione non eleva la famiglia in modo “artificiale”, ma pone in luce la sua soggettività ed i diritti che ne scaturiscono. La famiglia è una comunità di relazioni interpersonali particolarmente intense: tra coniugi, tra genitori e figli, tra generazioni. E’una comunità che va garantita in modo particolare. E Dio non trova garanzia migliore di questa: “Onora” ». «Onora tuo padre e tua madre perché essi sono per te, in un certo senso, i rappresentanti del Signore, coloro che ti hanno dato la vita, che ti hanno introdotto nell’esistenza umana: in una stirpe, in una nazione, in una cultura. (Bello questo accenno al legame che si instaura con la propria terra, il proprio Paese!) Dopo Dio, sono essi i tuoi primi benefattori. Se Dio solo è buono, anzi è il Bene stesso, i genitori partecipano in modo singolare di questa sua bontà suprema. E dunque: onora i tuoi genitori! Vi è qui una certa analogia con il culto dovuto a Dio».

«Indirettamente possiamo parlare anche dell’onore dovuto ai figli da parte dei genitori. “Onora” vuol dire riconosci! »  «L’onore è un atteggiamento essenzialmente disinteressato. Si potrebbe dire che è “un dono sincero della persona alla persona”, ed in tal senso l’onore si incontra con l’amore». «Genitori, agite in modo che il vostro comportamento meriti l’onore (l’amore) da parte dei vostri figli» « …si tratta dunque di un onore reciproco». «Onorate i vostri figli e  le vostre figlie. Essi lo meritano perché esistono, perché sono quello che sono: ciò vale fin dal primo momento del concepimento». Come stridono le espressioni di quei genitori che si ritengono “amici” dei propri figli! Gli amici li trovano nella cerchia dei coetanei o, come si dice, dei pari. Nel padre, nella madre, i figli devono trovare degli adulti che siano dei punti di riferimento, che li sappiano elogiare, ma anche correggere. Non degli amiconi con i quali farsi una birra assieme! Anche quello, ma non solo pacche sulle spalle! «  »

«L’amore dunque non è un’utopia: è dato all’uomo come compito da attuare con l’aiuto della grazia divina. E’ affidato all’uomo e alla donna, nel sacramento del matrimonio, come principio fontale del loro “dovere” e diventa per essi il fondamento del reciproco impegno: di quello coniugale prima, di quello paterno e materno poi. Nella celebrazione del sacramento, i coniugi si donano e si ricevono reciprocamente, dichiarando la loro disponibilità ad accogliere e ad educare i figli. Qui stanno i cardini della civiltà umana, la quale non può essere definita diversamente che come “civiltà dell’amore”! »

Dice il Santo Papa: «L’amore non è un’utopia» e con l’aiuto della grazia divina può reggere all’urto del tempo, all’urto delle difficoltà, delle tentazioni, alla monotonia del quotidiano, della routine. Dopo la pubblicazione dell’esortazione apostolica “Amoris laetitia”, non era difficile sentire anche autorevoli prelati dire che, dato che era difficile per i coniugi vivere la fedeltà o convivere a lungo date le tentazioni cui “oggi” si è sottoposti, tanto valeva accettare separazioni e nuove convivenze! Le tentazioni, la possibilità di essere infedeli ci sono sempre stati. Non per questo si deve “abbassare l’asticella”. Sicuramente è difficile, ma con l’aiuto della grazia divina, non impossibile.

E a questo punto mi fermo: non ho assolutamente esaurito il ricco contenuto di questa “lettera”! lettera per modo di dire perché è uno scritto di quarantasette pagine. Mi auguro una cosa sola: di aver provocato in chi leggerà queste righe la curiosità di saperne di più, il desiderio di conoscerla tutta, perché, ripeto, puo’ servire a tutti: a chi si appresta a sposarsi e a chi festeggia anni e anni di matrimonio. Per grazia di Dio.