Il relativismo e l’azzeramento della fede.

Gesù Pietro chiave mandato petrino

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di Alberto Strumia

 

Domenica XXI del Tempo Ordinario (Anno A)

(Is 22,19-23; Sal 137; Rm 11,33-36; Mt 16,13-20)

 

Se vogliamo applicare il Vangelo di questa domenica alla situazione attuale siamo, quasi spontaneamente, condotti a fare i conti con una “parola” che descrive una “realtà” che oggi ci è divenuta familiare, non solo nel mondo extra-ecclesiale, ma anche – dolorosamente – nella Chiesa. Ed è la parola “relativismo”.

Alla domanda di Gesù: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», le risposte sono le più varie e arbitrarie. Ognuno ha la sua soggettiva concezione di Cristo. «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Dopo duemila anni di cristianesimo sembra che siamo ritornati a questa stessa situazione, all’azzeramento della fede.

C’è però una grave, per non dire tragica, differenza. Ed è il comportamento di Pietro, che allora senza ombra di dubbi e di incertezze, dichiarò quella che da quel momento sarebbe stata riconosciuta per più di due milleni, la “vera fede cattolica”. «Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”». E meritò, in forza questa risposta che eliminava ogni relativismo in quella che sarebbe stata la futura Chiesa di Cristo, di ricevere il mandato unico di reggerla e governarla, che da quel momento in poi sarebbe stato chiamato a partire dal suo nome, il “mandato petrino”. «E io a te dico: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa”». Un mandato che poggia tuttora sulla professione di fede del “primo Pietro” e non tanto su quella dei suoi successori che ne ereditano l’autorità, per elezione, nel conclave. Anche se uno di loro rinnegasse quella professione di fede – come tra l’altro proprio quello stesso “primo Pietro” ebbe a rinnegarla («Non conosco quell’uomo», Mt 26,72) – quel mandato rimarrebbe intatto, perché garantito in ultima istanza da Cristo stesso, da Dio stesso («A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli»).

Non possiamo negare che molte delle ambiguità presenti nella Chiesa di oggi, nelle parole dei suoi pastori di ogni ordine e grado, delle formule di certi documenti come quello di Abu Dhabi, siano una riaffermazione del “relativismo” sull’identità di Cristo che contraddicono sia quella professione di fede del “primo Pietro”, che la fede della Chiesa espressa in tutta la sua storia bimillenaria. Queste “nuove formulazioni” somigliano più alle parole del rinnegamento del “primo Pietro” che alla sua precedente professione di fede. Dire che «il pluralismo e le diversità di religione […] sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani», è come negare che «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» e affermare che tutti gli altri fondatori di religioni sono equivalenti a Cristo, e quindi “sono tutti figli del Dio vivente” allo stesso modo, o che Cristo non lo è come non lo sono loro. È come dire «non conosco quell’uomo» che, per più di duemila anni la Chiesa ha conosciuto come «il Figlio del Dio vivente».

Che fare, allora? Al tempo del “primo Pietro”, stando alla narrazione dei Vangeli, lo sentirono in più persone dire quelle parole di rinnegamento, in risposta a una serva: «Ed egli negò davanti a tutti: “Non capisco che cosa tu voglia dire”» (Mt 26,70). Non sappiamo se tra quei presenti ci fosse anche qualcuno dei discepoli di Gesù che lo avevano sentito, professare precedentemente la fede in Cristo. Certamente, se qualcuno dei discepoli fu presente, dovette rimanere disorientato e scandalizzato non meno di come possono esserlo molti credenti di oggi.

Ma dopo un breve intervallo di tempo, anzi subito un gallo cantò («E subito un gallo cantò»). Forse quei discepoli – se ve ne furono – che sentirono con le proprie orecchie il rinnegamento di Pietro, non ebbero neppure il tempo di dire una preghiera per affidarsi a Dio, in quel momento di confusione quasi disperata, perché quel subito si realizzò davvero in un attimo e forse loro stessi poterono vedere Pietro scoppiare in quelle amare lacrime di pentimento che furono la salvezza di quella che sarebbe stata, nei secoli futuri, la Chiesa («E uscito all’aperto, pianse amaramente», Mt 26,75).

A noi, discepoli e pastori fedeli a Cristo, dei nostri giorni quel subito è stato “dilatato nel tempo”: questo è causa di tristezza, angoscia, impazienza, dolore e fatica, assumendo i caratteri di una grande prova della fede. Ma la dilatazione nel tempo di questo subito, a differenza di quanto accadde ai tempi del “primo Pietro” ci lascia almeno il tempo di pregare, per chiedere il pentimento e invocare le lacrime amare, oggi più che mai necessarie per la Salvezza della fede di molti nella Chiesa. Perché, il “gallo” che canterà, questa volta, in maniera convincente per gli erranti, dovrà essere Cristo stesso, con un suo intervento inequivocabile e diretto nella storia, per mezzo della Sua Santissima Madre, la Vergine Maria. Un canto che dovrà svegliare la Chiesa e l’umanità intera, facendo aprire gli occhi alla nuova luce della Verità, come in un nuovo mattino.

Si tratta di un intervento diretto di Cristo, che porterà una sconfitta visibile di Satana, che è stato promesso dal Signore stesso, proprio nel momento dell’affidamento del mandato al “primo Pietro” che non potrà essere compromesso neppure dal suo rinnegamento (“apostasia”): «le potenze degli inferi non prevarranno su di essa».

Tutti gli altri “poteri” civili e religiosi decadranno dall’apparente parità con Cristo che il relativismo di oggi vuole per loro : «Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto» (prima lettura) e l’unicità della Signoria di Cristo Redentore dovrà diventare un’evidenza per tutti, tanto che per negarla ci si dovrà accanire fino a scegliere l’inferno: «Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli» (seconda lettura).

Ma, per ora, tutto rimane in qualche modo ancora sotto silenzio, nascosto in una sorta di nuovo “segreto messianico”: «ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che Egli era il Cristo», perché solo tra loro, discepoli fedeli, sarebbe stato comprensibile ciò che Lui veramente è. Non accade forse così anche a noi?

Come Maria, la madre di Dio, anche noi siamo chiamati, per ora a custodire tutto ciò nel nostro cuore («Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore», Lc 2,19).

 

Fonte: albertostrumia.it

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

 




Mons. Schneider: “L’affermazione di Abu Dhabi è la più pericolosa dal punto di vista dottrinale. I cardinali chiedano al Santo Padre di correggerla ufficialmente”

Nella loro recente visita ad limina a Roma, i vescovi del Kazakistan e dell’Asia centrale hanno sollevato una serie di preoccupazioni che sono state ampiamente condivise nella Chiesa negli ultimi anni. Durante l’incontro del 1° marzo, il vescovo Athanasius Schneider, ausiliare di Astana, Kazakistan, ha ottenuto da Papa Francesco un chiarimento riguardo alla nota frase, quella sulla “diversità delle religioni”, contenuta nella Dichiarazione sulla Fratellanza umana, firmata ad Abu Dabi il 4 febbraio scorso, che tante perplessità ha sollevato in molti fedeli.

Schneider ha quindi rilasciato una lunga intervista alla giornalista Diane Montagna, una intervista ad ampio raggio, che vi presento nella mia traduzione. Salto la prima domanda, che è di apertura e generica.

Papa Francesco e il vescovo Athanasius Schneider, ausiliare di Astana, Kazakistan

Papa Francesco e il vescovo Athanasius Schneider, ausiliare di Astana, Kazakistan

 

Può dire qualcosa di più su come papa Francesco ha risposto alla sua preoccupazione per la dichiarazione di Abu Dhabi sulla diversità delle religioni? Si legge nel passaggio controverso: “Il pluralismo e la diversità delle religioni, il colore, il sesso, la razza e il linguaggio sono voluti da Dio nella sua saggezza, attraverso la quale ha creato gli esseri umani”.

A proposito della mia preoccupazione per la frase usata nel documento di Abu Dhabi – che Dio “vuole” la diversità delle religioni – la risposta del Papa è stata molto chiara: ha detto che la diversità delle religioni è solo la volontà permissiva di Dio. Lo ha sottolineato e ci ha detto: anche voi potete dire questo, che la diversità delle religioni è la volontà permissiva di Dio.

Ho cercato di approfondire la questione, almeno citando la frase come si legge nel documento. La frase dice che come Dio vuole la diversità di sesso, colore, razza e lingua, così Dio vuole la diversità delle religioni. C’è un evidente confronto tra la diversità delle religioni e la diversità dei sessi.

Ho accennato questo punto al Santo Padre, e lui ha riconosciuto che, con questo paragone diretto, la frase può essere compresa erroneamente. Ho sottolineato nella mia risposta a lui che la diversità dei sessi non è la volontà permissiva di Dio, ma è positivamente voluta da Dio. E il Santo Padre lo ha riconosciuto e ha convenuto con me che la diversità dei sessi non è una questione di volontà permissiva di Dio.

Ma quando menzioniamo entrambe queste frasi nella stessa frase, allora la diversità delle religioni viene interpretata come volontà positiva di Dio, come la diversità dei sessi. La frase porta quindi a dubbi e interpretazioni erronee, e così è stato il mio desiderio, e la mia richiesta che il Santo Padre rettifichi questo. Ma egli ha detto a noi vescovi: potete dire che la frase in questione sulla diversità delle religioni significa la volontà permissiva di Dio.

 

Per i lettori che non hanno familiarità con la distinzione tra la volontà permissiva e positiva di Dio, può dare alcuni esempi di altre cose che Dio permette attraverso la sua volontà permissiva?

Sì, la volontà permissiva significa che Dio permette certe cose. Dio ha concesso o permesso il peccato di Adamo e tutte le sue conseguenze; e anche quando pecchiamo personalmente, in un certo senso Dio lo permette o lo tollera. Ma Dio non vuole positivamente il nostro peccato. Lo permette in vista del sacrificio infinitamente meritorio di Nostro Signore Gesù Cristo sulla croce e perché non vuole distruggere la nostra libertà. Questo è il senso della volontà permissiva di Dio.

 

Vertice vaticano sugli abusi sessuali

 

Molte persone, comprese le vittime di abusi sessuali che erano venute a Roma per il vertice vaticano del 21-24 febbraio sulla protezione dei minori nella Chiesa, sono rimaste deluse dall’incontro per quella che consideravano la mancanza di azioni concrete. Eccellenza, quale ritiene sia il modo più efficace per risolvere il problema dellabuso sessuale e dell’insabbiamento nella Chiesa?

Quando c’è un problema enorme – che certamente è l’abuso di bambini, minori e adulti subordinati da parte del clero – dobbiamo sempre andare alla radice più profonda, come ogni buon dottore e medico.

Non possiamo risolvere una malattia solo facendo una diagnosi superficiale. È necessaria una diagnosi profonda e integrale. E a mio avviso, questo non è stato fatto al vertice, perché una delle radici evidenti, osservabili e più profonde dell’abuso sessuale sui minori è l’omosessualità tra il clero. Naturalmente, non dirò che tutti gli omosessuali abusano necessariamente dei bambini. Sarebbe ingiusto e falso. Ma stiamo parlando di abusi clericali nella Chiesa, e quindi dobbiamo concentrarci su questa malattia. E’ stato dimostrato che più dell’80 per cento delle vittime erano maschi post-pubescenti. È quindi evidente che la natura della maggior parte di questi abusi riguardava atti omosessuali. Dobbiamo sottolineare che questa è una delle radici principali.

L’altra radice principale della crisi degli abusi è il relativismo sull’insegnamento morale iniziato dopo il Concilio Vaticano II. Da allora, viviamo in una profonda crisi del relativismo dottrinale, non solo della dogmatica ma anche della morale – la legge morale di Dio. La morale non è stata insegnata chiaramente nei seminari negli ultimi 50 anni; spesso non è stato insegnato chiaramente nei seminari e nelle facoltà teologiche che un peccato contro il sesto comandamento è un peccato grave. Soggettivamente ci possono essere circostanze attenuanti, ma oggettivamente si tratta di un peccato grave. Ogni atto sessuale al di fuori di un matrimonio valido è contro la volontà di Dio. Offende Dio ed è un peccato grave, un peccato mortale. Questo insegnamento è stato così relativizzato. E questa è una delle altre radici profonde. Dobbiamo sottolinearlo. E, a mio avviso, questo non è stato sottolineato al vertice: il relativismo dell’insegnamento morale, in particolare sul sesto comandamento.

Un’altra causa profonda è la mancanza di una vera, seria e autentica formazione dei seminaristi. C’è stata una mancanza di ascetismo nella vita e nella formazione dei seminaristi. È stato dimostrato da duemila anni, e dalla natura umana, che senza l’ascesi fisica come il digiuno, la preghiera e anche altre forme di mortificazioni corporali, è impossibile vivere una vita costante nella virtù senza peccato mortale. A causa della profonda ferita del peccato originale e della concupiscenza ancora all’opera in ogni essere umano, abbiamo bisogno della mortificazione corporale.

San Paolo dice: “Non fare nulla per la carne, per appagare i suoi desideri”. Possiamo parafrasare queste parole, dicendo: non nutrire troppo la tua carne o la concupiscenza ti dominerà. E questo è esattamente quello che spesso accadeva nei seminari. Seminaristi e sacerdoti hanno nutrito la carne attraverso una vita comoda senza ascetismo, senza digiuni e altre mortificazioni corporee e spirituali.

Ma per me, la causa più profonda della crisi degli abusi sessuali clericali è la mancanza di un rapporto profondo e personale con Gesù Cristo. Quando un seminarista o un sacerdote non ha un profondo rapporto personale con Gesù Cristo, in costante fedeltà a una vita di preghiera e godendo veramente di un amore personale per Gesù, è facile preda delle tentazioni della carne e di altri vizi.

Inoltre, quando si ha un amore profondo e personale per Cristo, non si può commettere deliberatamente un peccato orrendo. Occasionalmente, a causa della debolezza della natura umana, un sacerdote o un seminarista potrebbe commettere un peccato mortale contro la purezza. Ma nello stesso momento, è profondamente pentito e decide di evitare ad ogni costo il peccato successivo. Questa è la manifestazione di un vero amore di Cristo. Ma è per me completamente escluso che una persona che ama profondamente Cristo possa abusare sessualmente dei minori. È per me impossibile. A mio parere, un amore profondo di Cristo esclude questo.

Queste sono le radici principali: l’omosessualità tra il clero, il relativismo della dottrina, la mancanza di ascesi e soprattutto l’assenza di un amore profondo e vero per Cristo. E questo non è stato sottolineato nel vertice. Pertanto, ritengo che il summit sia stato un fallimento, in quanto un medico non riesce a curare una malattia quando non ne affronta le cause. Questo problema si ripresenterà di nuovo.

 

Lei ha citato la statistica secondo cui l’80 per cento delle vittime erano maschi post-pubescenti. Come risponde al cardinale Blase Cupich e ad altri che indicano il report John Jay (*) e altri studi come prova che non c’è una relazione causale tra omosessualità e abusi sessuali clericali?

È una negazione della realtà. Come posso parlare con un uomo che nega la realtà? Questo è spiegabile solo come posizione ideologica.

 

Quali misure concrete ritiene che il vertice avrebbe dovuto adottare per offrire soluzioni reali al problema dell’abuso sessuale clericale?

Il summit avrebbe dovuto emanare norme canoniche concrete, ma non lo ha fatto, e quindi credo che il summit sia stato un fallimento. E’ stato un bellissimo spettacolo clericale, è stato uno spettacolo di clericalismo – tutti i chierici con i loro titoli che provenivano da tutto il mondo. E sono state pronunciate molte belle parole – parole molto emozionanti. Ma queste radici profonde non sono state affrontate, e non sono state date norme concrete e incisive.

A mio avviso, dovrebbero essere date norme molto precise, convincenti e incisive.

La prima norma canonica che proporrei è questa: che le persone con inclinazioni omosessuali non siano categoricamente accettate nei seminari. E se vengono scoperti, naturalmente con rispetto e amore, devono essere allontanati dal seminario e aiutati ad essere guariti e a vivere come un buon laico cristiano.

Attualmente le norme dicono solo che quelli con “radicate tendenze omosessuali” non dovrebbero essere ammessi in seminario, ma per me questo non è sufficiente. Che cosa significa “radicata”? Se un uomo adulto viene in seminario e sente l’attrazione omosessuale, anche se non è ancora profondamente radicata, è comunque un’attrazione omosessuale. E già di per sé è una condizione che, in alcune circostanze – come ad esempio nell’atmosfera esclusivamente maschile di un seminario – potrebbe svilupparsi in una tendenza più profonda o più aggressiva.

E quando diventerà sacerdote, sarà con i seminaristi, con i chierichetti e così via. E così, mentre forse in seminario queste tendenze non erano profonde, in certe circostanze possono diventare più profonde.

Per me è in qualche modo falso. Supponiamo che un giovane non sia un omosessuale aggressivo. Non si diverte ad avere tendenze omosessuali, e non sono così profondamente radicate. Ma quando riconosce di avere queste tendenze, o quando è dimostrato da atti o segni esteriori che egli ha tendenze omosessuali, anche se non sono radicate in profondità, deve essere caritatevolmente allontanato dal seminario. E questa dovrebbe essere una norma canonica: che chi riconosce di avere tendenze omosessuali, anche non profonde, non può essere accolto in un altro seminario e non può essere ordinato.

Le tendenze omosessuali sono una sorta di tratto di disturbo della personalità e una percezione distorta della realtà, poiché ciò significa desiderare un oggetto di piacere contro l’ordine naturale dei sessi. I documenti magisteriali lo chiamano disordine “oggettivo”. Come si può ordinare un uomo con un disordine nella sua personalità o nella sua struttura psicosomatica? Naturalmente, ci sono anche altri disturbi psicologici. Non si ordinano uomini con certi disturbi psicologici, anche quando non sono così profondi. Danneggerebbe il sacerdozio.

 

Lei ha parlato di segni esterni. Nella norma canonica che lei propone, che tipo di segni esterni ha in mente?

Se avesse un’amicizia esclusiva e ostentata con un uomo, sarebbe già un segno esteriore. Oppure, se guardasse la pornografia maschile su internet, questo sarebbe un altro segno. Sono segni esteriori, verificabili. Una volta scoperti, un seminarista di questo tipo dovrebbe essere escluso per sempre dall’ordinazione. Sì, può essere guarito, ma il seminario non è un sanatorio per curare persone con disturbi psicologici o tendenze omosessuali. Questo è ingenuo, e danneggerà il sacerdozio e la persona. Sarebbe meglio per una persona come lei essere un buon cristiano nel mondo e salvare la sua anima, e non essere sacerdote. Noi possiamo e dobbiamo aiutarlo, ovviamente. Ma dobbiamo essere disposti a dirgli: non sarai ordinato, è per la salvezza della tua anima. Sii buon cristiano nel mondo.

Meglio avere meno sacerdoti ma uomini sani, psicologicamente sani. E profondi amanti di Cristo, uomini profondamente spirituali. Sarebbe meglio per tutta la Chiesa. Meglio lasciare alcune parrocchie senza sacerdote e alcune diocesi senza vescovo per diversi anni che ordinare un uomo che ha un disturbo, o omosessuale o altri disturbi della personalità.

 

Quali altre norme concrete ritiene che il summit vaticano sugli abusi sessuali avrebbe dovuto emanare?

In un caso in cui un sacerdote o un vescovo commettesse abusi sessuali, anche un solo caso, deve essere allontanato dallo stato clericale. Ci dovrebbe essere una “tolleranza zeroin questo caso, e dovrebbe essere stabilita nel diritto canonico. Non ci dovrebbero essere eccezioni. Naturalmente, il fatto dell’abuso sessuale deve essere provato e verificato da un vero processo canonico, ma quando lo è, deve essere allontanato dallo stato clericale.

Queste due norme (la categorica non ammissione al seminario e all’ordinazione degli uomini con tendenze omosessuali, e il licenziamento dallo stato clericale), a mio avviso, avrebbero dovuto essere esplicitamente menzionate nel summit, se si vuole avere un impatto concreto. Altrimenti è stato un bell’incontro, ma più o meno uno spettacolo clericale con parole e dichiarazioni sentimentali.

 

Un sacerdote che ha abusato di minori dovrebbe ricevere dei soldi dalla Chiesa?

Penso di sì. Dobbiamo essere misericordiosi e non dobbiamo essere crudeli. Dobbiamo sempre essere umani e cristiani, e penso che la Chiesa dovrebbe almeno temporaneamente dare a questi chierici che vengono licenziati un aiuto finanziario – forse per i primi due anni.

 

Lettera aperta dei cardinali Burke e Brandmüller

 

Prima del vertice, il cardinale Raymond Burke e il cardinale Walter Brandmüller hanno inviato una lettera aperta invitando i vescovi presenti al vertice a porre fine al silenzio sulla corruzione morale nella Chiesa e a sostenere la legge divina e naturale. Quanto pensi che la loro lettera aperta sia stata ascoltata e presa in considerazione durante l’Incontro [mondiale sugli abusi]?

Penso che la lettera dei due cardinali sia stata meritoria e molto attuale, e la storia la considererà un contributo veramente positivo in questa delicatissima crisi di abusi a livello universale della Chiesa. È stata una bella testimonianza, e credo che questa lettera abbia onorato il Collegio cardinalizio.

Ma credo che sia stata ascoltata più dalla gente semplice che dai chierici: ancora una volta, clericalismo.

 

Alcuni hanno suggerito che il summit vaticano sugli abusi sessuali sia stato il più grande esempio di clericalismo.

Non sono riusciti ad ascoltare le voci dei laici. La voce dei laici non è stata ascoltata a sufficienza dai chierici. Non è clericalismo?

 

A suo avviso, che cosa spiega l’ovvio e ripetuto rifiuto di affrontare la questione dell’omosessualità al vertice? Alcuni hanno sostenuto che potrebbe essere dovuto al desiderio di proteggere le reti omosessuali all’interno della gerarchia. Altri hanno suggerito che deriva dal fatto che i vescovi hanno paura di dire qualcosa di negativo sull’omosessualità per paura delle ripercussioni da parte dello Stato.

Penso che il primo argomento non abbia avuto un peso considerevole nel contesto del vertice. Ci sono gruppi omosessuali, ma in questo vertice non è stato decisivo, a mio parere.

Il secondo argomento da lei citato ha un certo peso, ma non è stato decisivo. La paura da parte dei vescovi di affrontare il mondo è un fattore: la paura del mondo. Anche se possono essere personalmente contro l’omosessualità, temono un confronto con il mondo. Vigliaccheria clericale: di nuovo, clericalismo.

Ma la ragione più profonda, a mio avviso, è che ci sono potenti clan clericali tra vescovi e cardinali che vogliono promuovere e cambiare nella Chiesa la legge morale divina sul male intrinseco degli atti omosessuali e dello stile di vita omosessuale. Vogliono rendere l’omosessualità accettabile come legittima variante della vita sessuale. A mio avviso, questa è la ragione più profonda e forse decisiva per cui hanno taciuto e non si sono occupati di questo aspetto.

 

Sinodo amazzonico

 

In ottobre si terrà in Vaticano un Sinodo sull’Amazzonia. Eccellenza, lei ha vissuto in Brasile per un periodo e conosce bene la regione. È stato detto che in Amazzonia c’è carenza di sacerdoti, cosa che secondo alcuni giustifica l’introduzione di viri probati. È vero che esiste una crisi sacramentale e una tale carenza di sacerdoti?

Ebbene, in Amazzonia c’è carenza di sacerdoti, ma anche altrove. C’è una crescente carenza di sacerdoti in Europa. Ma la carenza di sacerdoti è solo un ovvio pretesto per abolire praticamente (non teoricamente) il celibato nella Chiesa latina. Questo è stato l’obiettivo fin da Lutero. Tra i nemici della Chiesa e delle sette, il primo passo è sempre quello di abolire il celibato. Il celibato sacerdotale è l’ultima roccaforte da abolire nella Chiesa. La vita sacramentale è solo il pretesto per farlo.

Nella mia esperienza personale in Unione Sovietica, abbiamo passato diversi anni senza la Santa Messa. E siamo sopravvissuti forti nella fede. La fede è stata vissuta nella Chiesa domestica che è la famiglia. La fede è stata trasmessa attraverso il catechismo. Abbiamo pregato. Abbiamo fatto le Comunioni spirituali, attraverso le quali abbiamo ricevuto molte grazie. Quando improvvisamente un sacerdote è venuto dopo uno o due anni, era davvero una festa, ed eravamo così felici, e ci siamo confessati sacramentalmente, e Dio ci ha guidato. Così ho avuto esperienza personale di questo nella mia vita, in Unione Sovietica.

Per quanto riguarda il Brasile: ho vissuto e lavorato in Brasile per 7 anni. E conosco i brasiliani. Sono persone molto devote, persone semplici. Non penserebbero mai a un clero sposato. No, questa è un’idea messa in testa non dai popoli indigeni ma dai bianchi, da sacerdoti che non vivono una vita apostolica e sacrificale profonda. Senza la vera vita sacrificale di un apostolo non si può costruire la Chiesa. Gesù Cristo ci ha dato l’esempio dell’offerta sacrificale di se stesso, così come gli Apostoli, i Padri della Chiesa, i Santi, i Missionari. Questo ha costruito la Chiesa con frutti spirituali duraturi per intere generazioni.

La carenza di sacerdoti in Amazzonia è per me un esempio del contrario: forse ai sacerdoti manca una vita profondamente impegnata e sacrificale nello spirito di Gesù, degli Apostoli e dei Santi. Essi cercano quindi dei sostituti umani. Il clero indigeno sposato non porterà ad un approfondimento e crescita nella Chiesa amazzonica. Altri problemi sorgeranno sicuramente con l’avvento del clero sposato nella cultura indigena dell’Amazzonia e in altre parti del mondo di rito latino.

Ciò che è più necessario è approfondire le radici della fede e rafforzare la chiesa domestica in Amazzonia. Dobbiamo iniziare una crociata in Amazzonia tra queste famiglie indigene, tra i cattolici cristiani, per le vocazioni – implorando Dio per le vocazioni al sacerdozio celibe, e verranno.

Nostro Signore ha detto di “pregare”, quindi questa mancanza è un segno che non preghiamo abbastanza. E la gente sarà tentata di pregare ancora meno perché gli uomini si riempiono la testa con la promessa che in ottobre riceveranno la possibilità di avere sacerdoti sposati. Così non pregano più perché i loro figli siano sacerdoti come Gesù, che era celibe. E Gesù è il modello per tutte le culture.

Anche un buon sacerdote celibe indigeno, un uomo spirituale, può trasformare le tribù, come hanno fatto i santi. San Giovanni Maria Vianney ha trasformato quasi tutta la Francia. Padre Pio è un altro esempio. Non sto dicendo che dobbiamo aspettarci questo standard di santità, ma li sto offrendo come esempi di quella fecondità soprannaturale che può venire attraverso un santo sacerdote. Anche un uomo spirituale semplice e profondo che si dedica a Gesù e alle anime del celibato, un sacerdote indigeno amazzonico, costruirà sicuramente la Chiesa così tanto lì, e risveglierà nuove vocazioni con il suo esempio.

Questo è stato il metodo della Chiesa fin dai tempi degli Apostoli. E questo metodo è stato provato e comprovato in 2000 anni di esperienza missionaria della Chiesa. E questo sarà vero fino alla venuta di Cristo. Non c’è altra via. L’adattamento ad approcci puramente umanistici e naturalistici non arricchirà la Chiesa amazzonica. Abbiamo 2000 anni di storia per dimostrarlo.

Ripeto: il popolo brasiliano è profondamente consapevole della sacralità del sacerdozio. Questo dovrebbe fare il Sinodo amazzonico: approfondire la consapevolezza della sacralità del sacerdozio celibe. La Chiesa ha esempi così belli di missionari. Dovrebbe approfondire e rafforzare la Chiesa domestica, cioè la vita familiare. E il Sinodo dovrebbe avviare campagne di adorazione eucaristica e di preghiera per i sacerdoti e le nuove vocazioni sacerdotali. Senza il sacrificio dell’amore, senza la preghiera, non costruiremo una Chiesa locale. Con il clero sposato, no.

Non parlo contro il clero sposato nelle Chiese ortodosse o nelle Chiese cattoliche orientali. Parlo della tradizione latina in America e in Europa. Dobbiamo conservare questo tesoro senza indebolirlo con l’introduzione di un clero sposato, perché è stato dimostrato da tanta fecondità quando lo guardiamo da un punto di vista globale.  

 

I cardinali e la crisi attuale

 

Ritiene importante che i cardinali parlino della crisi della Chiesa e, in caso affermativo, quale forma ritiene che dovrebbe assumere?

Sì, è molto opportuno e molto necessario perché la confusione non fa che aumentare.

Penso che i cardinali dovrebbero affrontare la questione del documento di Abu Dhabi e la frase sulla diversità delle religioni, perché questa affermazione porta alla fine alla negazione della verità del carattere unico e obbligatorio della Fede in Cristo, comandato dalla Divina Rivelazione. A mio avviso, l’affermazione di Abu Dhabi è la più pericolosa dal punto di vista dottrinale. I cardinali dovrebbero rispettosamente chiedere al Santo Padre di correggere ufficialmente questa frase.

Credo che sarebbe anche molto opportuno e necessario per i cardinali o vescovi emettere una sorta di professione di fede, di verità, rifiutando anche gli errori più diffusi del nostro tempo. A mio avviso, essi dovrebbero fare una professione di verità molto specifica ed enumerata, per esempio: “Io confermo risolutamente che…..” seguita dalla confutazione di un errore. Credo che tale professione dovrebbe includere tutti i principali errori pericolosi che si stanno diffondendo nella vita della Chiesa ai nostri giorni.

 

Una professione che riafferma la fede ma anche che confuta l’errore?

Sì, nella stessa frase. Un tale testo dovrebbe essere pubblicato e ampiamente diffuso a sacerdoti e vescovi, magari chiedendo loro di fare una professione pubblica con questo testo nelle parrocchie e nelle cattedrali. Non ci sarebbero novità. Si direbbe solo ciò che la Chiesa ha sempre professato.

 

Fonte: LifeSiteNews

(*) Il John Jay Report (titolo completo The Nature and Scope of the Problem of Sexual Abuse of Minors by Catholic Priests and Deacons in the United States) è un documento del 2004 commissionato al John Jay College of Criminal Justice dalla Conferenza Episcopale statunitense, volto a studiare l’incidenza dei casi di abusi minorili all’interno della Chiesa cattolica.




Il card. Joseph Ratzinger e la “dittatura del relativismo”

Un articolo molto chiaro sulla tolleranza oggi tanto in voga, una tolleranza che è sulla bocca di tutti, che si fa dittatura quando non sopporta coloro che sono percepiti come “intolleranti” solo perché esprimono un punto di vista diverso dal pensiero unico della maggioranza.

Questo articolo ci spiega in maniera semplice l’espressione “dittatura del relativismo” pronunciata dall’allora card. Joseph Ratzinger durante la Messa pro eligendo Romano Pontifice.

Di seguito l’articolo di padre Dwight Longenecker, nella mia traduzione.

Foto: card. J. Ratzinger

Foto: card. J. Ratzinger

 

Papa Benedetto XVI ha parlato molto della “dittatura del relativismo“, ma non sempre era chiaro di cosa esattamente stesse parlando. Questo non deve sorprendere perché uno dei tratti distintivi del relativismo è l’ambiguità, la confusione di espressione e la nebbia del pensiero.

Un’altro modo di dire della frase “dittatura del relativismo” potrebbe essere la “tirannia della tolleranza”.

Muoversi tra la tolleranza e la tirannia è come camminare su una corda tesa.

Nessuno vuole contestare il fatto che la tolleranza è una virtù, e nessuno vuole sostenere l’intolleranza, tuttavia, c’è bisogno di un ordine di virtù. La tolleranza è troppo spesso scambiata per carità, e avere buone maniere è troppo spesso scambiata per essere buona. La vera bontà, come la vera carità è amore duro perché la vera bontà, come la vera carità, ama la verità e la verità fa male.

Per parafrasare G.K. Chesterton, “Tolleranza è una bella parola per l’indifferenza e indifferenza è una parola elegante per l’ignoranza”. La ragione per avere una mente aperta (come il motivo per avere una bocca aperta) è alla fine di chiuderla, perché è stata riempita con qualcosa di buono.

La tolleranza, da sola, è una virtù debole che alla fine si attorciglia su se stessa con un’inclinazione suicida.  Questo perché l’unica cosa che la tolleranza non può tollerare è l’intolleranza, e più una persona diventa tollerante, più ogni piccolo pezzo di intolleranza diventa intollerabile. Così la persona che pone la tolleranza come l’unica e più alta virtù, alla fine è incapace di tollerare qualcuno o qualsiasi cosa o qualsiasi legge che limiti o definisca qualcosa perché limitare o definire qualsiasi comportamento o qualsiasi tipo di persona è percepita come una forma di intolleranza.

Il relativismo diventa l’unica regola. L’unico dogma è che non ci può essere un dogma. L’unica disciplina è che non ci deve essere disciplina. L’unica autorità ultima è che non ci deve essere autorità. L’unica cosa che ha senso è che nessuna cosa ha senso.

Di conseguenza, la persona “tollerante” sosterrà le restrizioni più draconiane su coloro che percepisce come intolleranti, e poiché l’intollerante sarà sempre con noi, quelle leggi contro l’intolleranza devono diventare sempre più restrittive, e la società tollerante si trasforma nella società più intollerante. Così, in nome della tolleranza, la libertà di parola sarà limitata, la libertà di religione cesserà, la libertà di associazione sarà limitata e la libertà di coscienza sarà violata.

Inoltre, il relativismo porta ad un vuoto morale e intellettuale. Dove non c’è verità, nulla è vero e l’umanità non può vivere a lungo senza verità. Quello che succede allora è che cercheremo qualcuno che ci dia la sicurezza e la “verità” che desideriamo, e questo tipo di sicurezza deve essere imposta. Di conseguenza, non è la persona più vera a prevalere, ma quella più forte.

Quando la tolleranza è l’unica virtù, alla fine la tirannia prende il sopravvento.

Qual è la risposta? La Chiesa cattolica insegna che la tolleranza è buona, ma il chiaro insegnamento della verità cattolica è migliore. Quell’insegnamento non dovrebbe mai essere impartito con la forza o la condanna. Invece dovrebbe essere predicato sia con chiarezza che con carità, e soprattutto dovrebbe essere predicato con la nostra vita e non solo con le nostre labbra.

Fonte: National Catholic Register




PECCATI CHE RICHIEDONO GIUSTIZIA: COME LA CULTURA CLERICALE NON E’ RIUSCITA A FERMARE I PREDATORI SESSUALI

Il card. Theodore McCarrick, figura di spicco dell’episcopato statunitense, a giugno scorso è stato sospeso dal ministero sacerdotale poiché le accuse di abusi sessuali rivoltegli sono state ritenute credibili. Tale punizione ed i futuri potenziali esiti, uniti al fatto che, a quanto riporta la stampa (si leggano ad esempio gli articoli di Rod Dreher), da anni si vociferava dei suoi immorali comportamenti, voci mai diventate pubbliche, stanno sollevando drammatici interrogativi che si ripercuoteranno inevitabilmente sulla Chiesa nel suo complesso. Tantissimi sono stati gli articoli che da giugno scorso sono stati pubblicati nel mondo anglosassone, alcuni anche molto duri.

Questa delicata situazione chiama anche in causa la cultura omosessualista che, in maniera molto subdola, abusando anche della fiducia dei fedeli, da più parti viene perorata nella Chiesa con il fine di normalizzarla.

Consci della gravità della situazione, pubblichiamo questo equilibrato, ragionato ed addolorato editoriale del National Catholic Register, che fa piena luce sui punti essenziali della questione. E’ un editoriale che va senz’altro letto.

Eccolo nella nostra traduzione.

(Alex Wong/Getty Images)

(Alex Wong/Getty Images)

Nel mezzo delle crescenti accuse di abusi sessuali contro lo sciagurato cardinale statunitense Theodore McCarrick, il cardinale Sean O’Malley di Boston, nella Chiesa il più rispettato difensore delle vittime di abusi sessuali su minori da parte del clero, ha rotto il silenzio episcopale e ha promesso che papa Francesco avrebbe intrapreso un’azione decisiva contro il cardinale McCarrick e altri presuli che affrontano accuse simili.

L’incapacità della Chiesa di agire più rapidamente, ha riconosciuto, ha messo in luce unagrande lacuna… nelle politiche della Chiesa sulla condotta e gli abusi sessuali“. E ha chiesto una “politica forte e globale” per affrontare le violazioni dei voti del celibato da parte dei vescovi nei casi di abuso criminale dei minori e nei casi che coinvolgono gli adulti, delineando tre importanti obiettivi immediati.

Eppure, dopo decenni di occultamento e silenzio – tattiche che hanno facilitato l’ascesa del cardinale McCarrick al vertice della gerarchia statunitense e scoraggiato le sue vittime e altri a conoscenza del suo comportamento predatorio a non parlare – parlare di politiche e processi è sembrato tristemente inadeguato.

La crisi che minaccia oggi di inghiottire la leadership della Chiesa, da Roma a Santiago del Cile, da Washington a Tegucigalpa, in Honduras, ha messo in luce una cultura clericale che in troppi casi non è riuscita a fermare la predicazione omosessuale e altre forme di immoralità sessuale.

Il cardinale O’Malley è giustamente rispettato per il suo impegno globale nella riforma del degli abusi da parte del clero, eppure una recente notizia ha dimostrato che anche lui non ha agito dopo una lettera ricevuta da un sacerdote, .che descriveva in dettaglio il passato comportamento sessuale del cardinale McCarrick nei confronti dei seminaristi

A padre Bonifacio Ramsey (l’autore della lettera, ndr), in una risposta dell’Arcidiocesi di Boston, fu detto che l’Arcivescovo di Boston (cioè il card. O’Malley, ndr.) non poteva fare nulla, perché la questione non rientrava nel suo ruolo di capo della commissione per gli abusi sessuali del Vaticano o della sua arcidiocesi.

La spiegazione del cardinale O’Malley – un assistente aveva gestito la lettera – non modificava l’impressione generale di una compiacenza episcopale.

Il cardinale Joseph Tobin di Newark, New Jersey, attraverso una portavoce, ha cercato di rassicurare i cattolici sul fatto che una discussione ad alto livello sugli “standard” sarebbe avvenuta rapidamente. Non ha spiegato perché fossero necessari nuovi standard e ha già rifiutato di rispondere alle domande dei media sui due accordi transattivi con le vittime di McCarrick, citando accordi riservati.

Il cardinale Kevin Farrell, che ha condiviso per sei anni un appartamento a Washington con il cardinale McCarrick e ora è prefetto del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita in Vaticano, si è detto “sconvolto” dalle accuse di abuso contro il suo amico, dicendo di aver appreso la verità solo con il resto del pubblico.

Tali risposte non bastano a ristabilire la credibilità lacerata dei nostri pastori, o a ispirare la conversione del cuore che trasformerà la nostra Chiesa.

“Gli standard elevati sono nel Vangelo, quindi non so bene perché ci sia bisogno di rivedere gli standard di comportamento,” ha detto Janet Smith, un teologo morale del Seminario Maggiore del Sacro Cuore a Detroit, al National Catholic Register in una risposta schietta e decisa alle promesse di cambiamento dei cardinali.

Tuttavia, Smith ha riconosciuto l’importanza di stabilire un percorso chiaro per “denunciare comportamenti immorali” e per “sradicare la rete omosessuale in molte diocesi e, secondo quanto riferito, nella stessa Curia”.

Non potremmo essere più d’accordo con la valutazione appassionata di Smith.

Molti cattolici che hanno seguito lo spettacolo demoralizzante del mese scorso (quando è venuta alla luce la notizia di McCarrick, ndr) vogliono risposte a domande urgenti, a cominciare da chi sapeva cosa, e quando? Anche necessario è l’esame della rete degli alti prelati della Chiesa che avrebbero dovuto sapere per la loro vicinanza a McCarrick e per i diffusi sussurri del suo scoperto segreto. Non hanno visto il problema e posto le domande giuste perché avrebbero violato qualche codice dell’attuale cultura clericale? Infine, i fedeli hanno bisogno di sapere come le autorità della Chiesa avrebbero potuto fermare il cardinale McCarrick, se solo avessero avuto il coraggio.

Il coinvolgimento di papa Francesco in un’indagine su McCarrick è di vitale importanza se la Chiesa vuole garantire protezione alle vittime e agli informatori, che temono rappresaglie se diventano pubblici.

Una volta completata questa indagine, l’azione del Papa deve essere immediata, pratica, sistematica e profonda.

Il risultato sperato sarà un cambiamento radicale nel modo in cui i dirigenti della Chiesa affrontano l’immoralità sessuale, compresa la cura e la vittimizzazione dei seminaristi adulti e dei giovani sacerdoti da parte degli omosessuali all’interno delle loro file, nel sacerdozio e nell’episcopato nel suo complesso.

Negli ultimi vent’anni, anche se i vescovi statunitensi hanno cercato di rimuovere i sacerdoti che affrontavano accuse credibili di abusi sessuali su minori, in molte diocesi c’è stata una tacita accettazione di comportamenti sessuali scorretti che coinvolgevano “adulti”. Questo modello riflette l’impatto corrosivo delle norme secolari che tollerano il comportamento sessuale non coniugale finché è “consensuale“.

Smith e altri in posizioni simili hanno sentito molte storie di giovani sacerdoti che suscitano simpatia per le presunte vittime del cardinale McCarrick.

In un caso, un sacerdote ordinato di recente ha detto a Smith di aver riferito ai suoi superiori le “avances sessuali” del suo pastore “e gli è stato detto di stare zitto perché il pastore lo avrebbe potuto rovinare“.

Questa storia svela la brutale verità, espressa in maniera ancora più scioccante nei documenti che hanno accompagnato gli accordi transattivi con due delle vittime del cardinale McCarrick, che il sesso “consensuale” è una finzione nella dinamica di potere distorta tra un vescovo e i giovani sotto la sua autorità.

La purezza sessuale è l’unica vera protezione per i minori e gli adulti vulnerabili.

Padre Thomas Berg, vicerettore del Seminario di San Giuseppe a New York, spiega perché nulla meno che la castità risolverà il problema degli abusi.

Troppo a lungo si è trascurato il legame tra sacerdoti che abusano di minori e sacerdoti sessualmente attivi con gli adulti”, scrive padre Berg in First Things. “La tolleranza di quest’ultimo peccato ha reso più difficile rilevare, criticare e sradicare il primo”.

Allo stesso modo, J.D. Flynn, un avvocato canonista e capo redattore di Catholic News Agency, nota l’impatto tossico del comportamento immorale di un vescovo sulla cultura diocesana. “Sacerdoti e seminaristi che si oppongono a [tali comportamenti] se ne vanno rapidamente, o si trovano emarginati. Coloro che salgono a posizioni di leadership sono quelli che sono rimasti”. Nel tempo, la tolleranza di questo comportamento scorretto genera una cultura di relativismo morale, alimentando “il declino spirituale e catechetico di un’intera diocesi“.

Un esempio di tale cultura è visibile nella storia del 25 luglio riportata sul National Catholic Register che riporta in dettaglio le accuse di una rete omosessuale attiva presso il seminario arcivescovile di Tegucigalpa, in Honduras. Queste accuse provengono dagli stessi seminaristi che, in una lettera di protesta ai loro formatori, hanno lanciato un accorato appello per un’azione coraggiosa.

Siate veramente padri custodi dei sacerdoti non ancora nati nel grembo della Chiesa in questo paese“, hanno fatto appello i seminaristi interessati. “Il seminario ha bisogno di custodi autentici che combattano con coraggio la formazione povera che la maggior parte dei seminaristi soffre, con la misura che la Chiesa propone“.

I seminaristi hanno sottolineato le norme che già esistono nella Chiesa per la formazione dei sacerdoti e del celibato sacerdotale, e hanno pregato che siano seguite.

Oggi preghiamo che l’ambivalenza morale che ha permesso e alimentato l’ascesa del cardinale McCarrick sia condannata e che papa Francesco, di concerto con i vescovi statunitensi, inizi una necessaria purificazione della Chiesa.

Il cardinale O’Malley ha avvertito che, se i nostri pastori non agiranno, “distruggeranno la fiducia necessaria perché la Chiesa assista i cattolici e svolga un ruolo significativo nella società civile in generale”.

La realtà è che una gran parte di questa fiducia è già stata distrutta dagli abusi del clero sui minori. Ora deve affrontare quasi la decimazione e deve essere ricostruita completamente.

L’indagine del cardinale McCarrick è essenziale, ma le decisioni che ne derivano devono fare in modo che i cambiamenti siano abbastanza grandi per un vero rinnovamento. Solo allora i nostri prelati potranno servire da fari della speranza di Cristo e della guarigione per una Chiesa ferita.

 

Fonte: National Catholic Register

 




J. TRUDEAU, OVVERO LA DITTATURA DEL RELATIVISMO ALL’OPERA

Un articolo di George Weigel, scrittore e docente, nonché biografo del santo papa Giovanni Paolo II, sulla dittatura del relativismo. Quella che sta avvenendo in Canada ad opera del premier Justin Trudeau, che si proclama “cattolico” mentre discrimina senza pietà chi non si allinea all’agenda liberal.

Foto: Justin Trudeau

Foto: Justin Trudeau

Probabilmente non avete mai sentito parlare della fattoria della famiglia Waupoos. Neanche io, fino a quando non ho incontrato alcune persone coinvolte durante una recente visita a Ottawa (Canada). La loro storia illustra in modo vivido la dittatura del relativismo all’opera.

L’agriturismo (della famiglia Waupoos, ndr) è un luogo di villeggiatura per famiglie povere che non possono permettersi una vacanza insieme. È gestito da cristiani che applicano un solo criterio ai loro potenziali ospiti: i candidati devono avere un reddito inferiore alla soglia di povertà individuato dall’Istituto statistico canadese. Questo è tutto. Nessun requisito religioso.  Nessun requisito per il lavoro di squadra. Tutto quello che serve è essere povero.

Per anni, la Waupoos Foundation, che sostiene la fattoria, ha ricevuto fondi dal governo canadese, attraverso il programma per l’occupazione estiva, per aiutare il personale della fattoria e assistere le persone a basso reddito che la fattoria serve. Una situazione in cui tutti traggono un vantaggio, giusto? Le famiglie povere ottengono vacanze; i tirocinanti estivi hanno un’esperienza nel mondo reale e un reddito modesto lavorando con e per le famiglie a basso reddito; i contribuenti hanno la certezza che i loro dollari vengono utilizzati bene tra le persone che apprezzano veramente l’aiuto.

Bene, sbagliato. O almeno sbagliato secondo il dipartimento canadese per l’occupazione e lo sviluppo sociale, che quest’anno non finanzierà i lavori estivi presso la fattoria di Waupoos perché la Fondazione Waupoos ha rifiutato di accettare un nuovo requisito imposto dal governativo: che i destinatari dei fondi per i lavori estivi devono “attestare” che rispettare i diritti umani significa rispettare i “diritti riproduttivi“, che includono “il diritto di accedere all’aborto sicuro e legale“. Quindi, a meno che qualcosa non cambi presto, la Fondazione Waupoos dovrà trovare il denaro del settore privato per sostenere i lavori estivi presso la Fattoria della Famiglia Waupoos. E se la Fondazione deve ridurre il personale a causa del rifiuto del governo di finanziare i lavori estivi nella fattoria – che equivarrà a un rifiuto governativo dell’obiezione di coscienza della Fondazione di affermare l’aborto su richiesta come un diritto umano – le persone povere ne soffriranno di conseguenza.

Da quando ha assunto il potere nel novembre 2015, il governo del primo ministro liberale Justin Trudeau è stato un esempio di correttezza politica (cioè del politicamente corretto, ndr), a volte fino all’auto-parodia. Un disposizione obbligatoria ha recentemente istruito i dipendenti del governo canadese ad evitare di usare i titoli “Sig.”, “Sig.ra” e “Sig.na” e le parole “padre” e “madre” durante l’interazione con il pubblico, in quanto questi termini potrebbero essere intesi come “gender specific” (cioè individuante uno specifico sesso, ndr). Lo stesso primo ministro, durante una riunione pubblica, ha corretto una donna che usava la parola “(mankind) umanità”, dicendo che il termine preferito era “peoplekind” (la prima parola inglese iniziava con “man”, che individua il sesso maschile, nel secondo caso il termine inizia con “people”, che significa “gente”, che è più generico, ndr). Ahimè, è tutta una questione di un governo che, sfidando ogni logica e buon senso linguistico, insiste sul fatto che i “diritti riproduttivi” includono il “diritto” di interrompere volontariamente la gestazione uccidendo un essere umano innocente.

Un’ampia coalizione di leader religiosi ha protestato contro la coercizione delle coscienze implicita nell’attestato sui “diritti riproduttivi“, compresi i rappresentanti di comunità religiose che non condividono le convinzioni cristiane ortodosse sull’aborto. Finora le loro proteste sono state infruttuose, anche se si parla di un riesame dell’attestato per l’anno prossimo. Nel frattempo, però, e finché l’attestato “diritti riproduttivi” rimarrà in vigore, il governo Trudeau continuerà a incarnare la dittatura del relativismo: l’imposizione di una morale relativistica a tutti da parte di un potere statale coercitivo, con i poveri che spesso sono i perdenti.

Spero che l’attestato scompaia, così come spero che il Primo Ministro Trudeau inizi a usare correttamente la lingua inglese; almeno un capo di governo nordamericano dovrebbe essere in grado di farlo. Ma anche se l’amministrazione Trudeau cambiasse su questa palese coercizione di coscienza, ci può essere una lezione importante per le organizzazioni no-profit canadesi, compresa la Chiesa cattolica: attenzione ad un abbraccio troppo vicino di Cesare e ad una dipendenza troppo grande dalla moneta di Cesare.
(…)

 

di George Weigel

Fonte: First Thing




NUOVO RISCHIO: ALLEANZA TRA DEMOCRAZIA E RELATIVISMO ETICO

Foto: papa Giovanni Paolo II

Foto: papa Giovanni Paolo II

«Si profila oggi un rischio non meno grave per la negazione dei fondamentali diritti della persona umana e per il riassorbimento nella politica della stessa domanda religiosa che abita nel cuore di ogni essere umano: è il rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità.
Infatti, se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere.
Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia».

da Veritatis Splendor (qui), n.101