La «triste situazione ecclesiale» dei Tweet della PAV

Ricorda s. Giovanni Paolo II: C’è dunque un’etica, anzi una «spiritualità» del servizio artistico, che a suo modo contribuisce alla vita e alla rinascita di un popolo. Proprio a questo sembra voler alludere Cyprian Norwid quando afferma: «La bellezza è per entusiasmare al lavoro, il lavoro è per risorgere».

L’articolo di don Gabriele Mangiarotti è pubblicato su CulturaCattolica.it.

 

Un messaggio contro ogni tipo di razzismo arriva dalla Pontificia Accademia per la Vita che ha twittato un fotomontaggio della Pietà di Michelangelo con Gesù dipinto di nero.

 

Persino l’ANSA Tweet Accademia Vita con Gesù nero, si scatena la polemica si è scomodata, per dare notizia di quel tweet della Pontificia Accademia per la Vita che ha messo, come immagine del suo profilo twitter la Pietà di Michelangelo, con un Gesù dipinto di nero.
Certo, se pensiamo che Mons. Paglia, ora responsabile ultimo della PAV, quando era Vescovo a Terni si fece ritrarre in un «Affresco omoerotico nella Cattedrale di Terni, un obbrobrio artistico e teologico dell’argentino Ricardo Cinalli, eseguito per volere dell’Arcivescovo Vincenzo Paglia» [come riportato dai giornali], non ci stupiamo più di tanto. Affresco omoerotico nella Cattedrale di Terni.

Così il lancio dell’ANSA: «Un messaggio contro ogni tipo di razzismo arriva dalla Pontificia Accademia per la Vita che ha twittato un fotomontaggio della Pietà di Michelangelo con Gesù dipinto di nero. Una iniziativa che ha raccolto centinaia di like e retweet ma anche commenti al vetriolo.
“Un’immagine che vale un discorso”: questa la frase con cui la Pav ha deciso di titolare l’immagine. Da ‘Novus Ordo Watch’ a ‘Church militant’ sono diversi i siti cattolici conservatori, soprattutto americani, che hanno criticato l’iniziativa, accostandola al movimento ‘black lives matter’, ma i commenti più duri arrivano in calce allo stesso tweet. “Non toccate Michelangelo”, “Vade Retro”, sono alcuni dei lapidari commenti, per lo più anonimi…
La Pontificia Accademia replica alle polemiche: “Non c’è nessun tipo di connessione con il movimento ‘black lives matter’, è una manipolazione politicizzata, quell’immagine vuole essere un messaggio contro il razzismo a trecentosessanta gradi”, spiega il portavoce della Pav, Fabrizio Mastrofini.
“Questi commenti – aggiunge – non sono mai casuali ma rispondo (sic) da (sic) un ordine di scuderia al quale tutti si accodano senza ragionare con la propria triste (sic). E’ una triste situazione ecclesiale”, conclude.»



A me pare assolutamente vergognoso e riprovevole insinuare che i commenti critici rispetto a questa iniziativa rispondano a «un ordine di scuderia al quale tutti si accodano senza ragionare con la propria triste (sic)». È un vecchio ritornello (data dai tempi del comunismo e del fascismo nostrano) quello di accusare coloro che esprimono giudizi critici di essere «servi», o «indottrinati» da qualche oscuro potere. Ma questo modo di ragionare si ritorce contro coloro che così si esprimono, perché non sanno pensare altra motivazione per chi osa esprimersi liberamente.

Scherza coi fanti e lascia stare i santi, si diceva una volta. Non deturpiamo le belle immagini dei grandi artisti come Michelangelo con stupide trasformazioni che distorcono per ideologia la realtà. Sarà solo la bellezza, e non gli slogan ideologici, a salvare il mondo. Non sarà neppure la ripetizione di slogan triti e ritriti, e obbedienti comunque al mainstream invadente, che cambierà in meglio la situazione degli uomini, qualunque sia il colore della loro pelle. E se ci indigniamo per coloro che mostrano immagini sacre per esprimere un giudizio sulla vita, forse dovremmo ribellarci con più forza di fronte a chi stravolge l’opera e il pensiero di un altro, ancorché vissuto tempo fa, per dire le nostre cose.
Forse il copyright del bello garantirebbe il bene e il bello per tutti.




Covid e Vaticano, botta e risposta

Il nostro blog, con la traduzione dell’articolo del giornalista-scrittore Phil Lawler,  è stato il primo in Italia ad evidenziare la povertà spirituale della riflessione sulla pandemia di COVID19 fatta dalla Pontificia Accademia della Vita che, a detta di Lawler, costituisce un imbarazzo per i fedeli cattolici. Alcuni giorni dopo, Stefano Fontana, su LNBQ, sul tema ha scritto un editoriale che ha suscitato la risposta di Fabrizio Mastrofini, portavoce dell’Ufficio Stampa della Pontificia Accademia per la Vita. A questa risponde Stefano Fontana. E’ utile conoscere le posizioni.

 

Pontificia Accademia per la vita

 

Caro Direttore,

ho letto con attenzione l’editoriale (qui) che muove qualche rilievo critico all’ultimo documento della Pontificia Accademia per la Vita pubblicato il 22 luglio (qui) in originale inglese e in traduzione in diverse lingue (italiano, spagnolo, francese, giapponese).

Si rileva che il documento è sociologico e si lamenta non ci sia nessun accenno ai «fondamentali», non trovando nel testo le parole Dio, Gesù, religione, fede. Si assumono l’uomo e l’umano come prospettiva, non il divino.

Intanto grazie per non essere caduta la tua testata nella «trappola» di altri che si sono scandalizzati per il sottotitolo che recita «riflessioni inattuali». Almeno da te non siamo stati accusati di essere nichilisti per l’uso del termine «inattuale», vocabolo che si vorrebbe messo fuorilegge.

Ma veniamo al punto. Quando sono arrivato alla fine della lettura dell’editoriale mi sono detto: tutto qui? La Pontificia Accademia per la Vita assume l’umano come prospettiva e non il divino? C’è una mano «sociologica» che scrive il testo? Tutte qui le «osservazioni», niente altro da dire?

La pandemia è un evento che chiama in causa la nostra responsabilità. Nella pandemia incontriamo Dio nella misura in cui la Rivelazione e la relazione con Dio ci aiutano a comprendere chi sono gli esseri umani e quale sia il loro ruolo nel mondo. Cristo è la verità dell’uomo: lo decliniamo secondo una prospettiva dove antropologia e teologia si incontrano, cercando di comunicarlo in modo accessibile a tutti.

Abbiamo tre testi che vanno letti insieme: prima di tutto la Lettera «Humana Communitas» di Papa Francesco alla Pontificia Accademia per la Vita (2019) in cui illustra le sfide alla vita nel contesto di oggi. Quindi la Nota 1 del 30 marzo 2020 sulla pandemia e questa seconda Nota del 22 luglio che non a caso titola «La Humana Communitas al tempo della pandemia».

Come diceva Giovanni XXIII, non è il Vangelo a cambiare, siamo noi a comprenderlo sempre meglio. È questo il lavoro che sta facendo la Pontificia Accademia per la Vita, nel discernimento costante:  la fede, il Vangelo, la passione per l’umanità, declinati nei concreti accadimenti del nostro tempo. Per questo sarebbe importante un dibattito sul merito dei contenuti di questi tre documenti, da leggere insieme. Non so, a questo punto, se sia utile un lavoro di «contabilità» filologica su quante volte qualche parola-chiave ricorre in un testo.

A noi preme entrare nelle situazioni umane, leggendole alla luce della fede, ed in una maniera che parli alla più vasta platea possibile, ai credenti e ai non credenti, a tutti gli uomini e le donne «di buona volontà».

I tuoi lettori è giusto sappiano qualcosa di più: la critica sulla mancanza dei termini Dio, fede, religione, è stata avanzata prima da un sito Usa, poi ripetuta da siti spagnoli, e infine anche in Italia da qualche blogger infervorato.

Sarebbe preferibile entrare nel merito dei temi. Noi ci siamo per affrontare le  questioni serie che hanno a che fare con il futuro dell’umanità tutta.

Grazie dell’attenzione.

Fabrizio Mastrofini
Ufficio Stampa, Pontificia Accademia per la Vita

 

Risponde Stefano Fontana:

Caro Mastrofini,

dopo aver letto la sua lettera al direttore Cascioli, sono io a chiedermi: tutto qua? Nel mio editoriale accusavo la Pontificia Accademia per la Vita di aver pubblicato un documento sulla pandemia da Covid-19 privo di qualsiasi lettura dal punto di vista della rivelazione, di avere omesso tematiche di grande attinenza col mandato dell’Accademia ritenendole politicamente inopportune, di aver collegato il tema della pandemia con quello della tutela dell’ambiente in modo forzato e privo di fondamento scientifico e teologico, di avere accuratamente evitato di condurre una lettura spirituale dell’evento dal punto di vista della teologia della caduta e della redenzione ossia dell’invito alla penitenza e alla conversione, di avere proposto sì la conversione ma non a Dio bensì alla natura da rispettare e alla solidarietà umana nel bisogno, di aver ripetuto passivamente le note tesi imposte a livello planetario da chi ha in mano l’opinione pubblica … .

Ora, lei riduce simili critiche alla cavillosa lamentela linguistica sulla mancanza di parole (Dio, Cristo, Chiesa…), insomma ad una leziosità filologica? Per questo sono io a chiedermi: tutto qua? Davanti a tali critiche, è tutto qua quello che la Pontificia accademia intende dire?

Nel suo Gesù di Nazaret, Benedetto XVI scriveva che per tante esegesi di oggi “Dio stesso non dice niente o non ha niente da dire, è al passo con i tempi”. Il documento della Pontificia accademia di cui stiamo parlando è perfettamente “al passo con i tempi”, dice quello che i tempi si aspettano da essa, ossia non dice niente perché i tempi dicono già tutto quanto c’è da dire. È proprio questo lo spunto che mi ha indotto a chiedermi se essa stia veramente svolgendo il suo compito.

Lei scrive “Nella pandemia incontriamo Dio nella misura in cui la Rivelazione e la relazione con Dio ci aiutano a comprendere chi sono gli esseri umani e quale sia il loro ruolo nel mondo”. Ma Dio è il Signore Onnipotente della storia, che agisce tramite le cause seconde, ma può anche intervenire rompendo le leggi da Egli stesso create, e che comunque è il fine ultimo e provvidente di tutto quanto avviene. Egli può chiedere agli uomini di pentirsi e all’umanità di ravvedersi. Non è l’animatore sociale che ci fa collaborare tutti insieme, ma è Colui senza del quale ogni collaborazione è vana e Colui nei cui imperscrutabili disegni anche la pandemia ha un posto.

A dispetto di ciò, il documento della Pontificia Accademia fa della pandemia un problema etico e di funzionamento delle istituzioni. È troppo poco. Qualsiasi agenzia sociale potrebbe intenderlo così. Per risolverlo, se veramente fosse solo questo, non ci sarebbe bisogno di Cristo, ma basterebbero medici volonterosi, i soldi dell’Unione europea e un governo non proprio sprovveduto.

Lei dice che la Pontificia Accademia vuole parlare a tutti. Allora, per favore, può spiegarmi il significato di questo passo, de me riportato nel mio editoriale?: “affioriamo da una notte dalle origini misteriose: chiamati ad essere oltre ogni scelta, presto arriviamo alla presunzione e alle lamentele, rivendicando come nostro quello che ci è stato solamente concesso. Troppo tardi abbiamo imparato ad accettare l’oscurità da cui veniamo e a cui, infine, torneremo”.

Riportandolo, volevo dare un esempio dello stile astrusamente sociologistico del documento, molto lontano da un chiaro linguaggio cristiano, ma c’è stato qualche altro accurato interprete che è andato oltre (il che vuol dire che in fondo la mia critica era ancora moderata) e ha ravvisato in questo passaggio un significato letteralmente ateo (“l’oscurità da cui veniamo e a cui, infine, torneremo”). Anche per questo motivo, oltre che per quelli espressi sopra, leggendo la sua lettera mi sono chiesto: tutto qua?

 




Lawler: Una scioccante prospettiva vaticana sulla pandemia

Un articolo dello scrittore e giornalista di Phil Lawler pubblicato su Catholic Culture, che vi propong nella mia traduzione.

 

Mons. Vincenzo Paglia

Mons. Vincenzo Paglia

 

L’ultimo documento del Vaticano (qui in italiano), una riflessione sulla pandemia di COVID19, è un imbarazzo per i fedeli cattolici.

La Pontificia Accademia per la Vita, sotto la guida del controverso arcivescovo Vincenzo Paglia, ha prodotto il documento, e l’ufficio stampa vaticano lo ha presentato il 22 luglio con un titolo tanto prolifico quanto la dichiarazione stessa: “Informazioni utili sul Documento della Pontificia Accademia per la Vita: Humana Communitas nell’epoca della pandemia: meditazioni inattuali sulla rinascita della vita”.  Questo titolo è fuorviante; il documento fornisce pochissime informazioni concrete. Ma concedo questo: è “inattuali”. Non c’è mai un buon momento per questo tipo di insulse ruminazioni.

Anche nel descrivere l’infelice situazione sociale derivante dalla pandemia, la Pontificia Accademia è sdolcinatamente sentimentale (e eccessivamente prolissa):

Ci ha privato dell’esuberanza degli abbracci, della gentilezza delle strette di mano, dell’affetto dei baci, e ha trasformato le relazioni in paurose interazioni tra estranei, in uno scambio neutrale di individualità senza volto avvolte nell’anonimato dei dispositivi protettivi.

Aprendo con un’abbozzo dei danni che la pandemia ha arrecato alla comunità umana, il documento osserva:  “Sicuramente siamo chiamati al coraggio della resistenza”. Ma da nessuna parte la Pontificia Accademia ci guida verso la fonte di tale coraggiosa resistenza. Nonostante si estenda ben oltre le 4.000 parole, il documento vaticano non menziona Dio, Gesù Cristo, lo Spirito Santo, la Chiesa, i sacramenti, la preghiera, o anche la carità; nemmeno la parola “cristiano” appare nel testo. C’è certamente un richiamo alla “conversione morale”, ma nel contesto è chiaramente un richiamo alla conversione ideologica piuttosto che religiosa.

La Pontificia Accademia per la Vita, vedete, considera la pandemia come una condanna per i peccati dell’umanità nei confronti dell’ambiente: “L’epidemia di Covid-19 ha molto a che fare con la nostra devastazione della terra e la spoliazione del suo valore intrinseco”. Ovviamente questa non è un’affermazione scientifica. Ma potrebbe essere presa come un’affermazione religiosa, se la religione in questione è l’ambientalismo.

Dal Vaticano, però, ci si aspetta un messaggio cristiano: un messaggio di speranza che purtroppo manca in questo documento. Sotto una diversa guida, in un’epoca diversa, la Pontificia Accademia per la Vita avrebbe potuto esortarci a non rimanere paralizzati dalla paura della malattia e della morte, né a considerare qualsiasi interazione con il prossimo come un’imposizione pericolosa. Il documento compie un gesto debole in questa direzione, dicendo che “i semi della speranza sono stati seminati nell’oscurità di piccoli gesti, in atti di solidarietà troppo numerosi per essere contati, troppo preziosi per essere trasmessi”. Ma non cataloga i “piccoli gesti” che i cristiani potrebbero compiere, al contrario fa un grandioso appello alla solidarietà mondiale e alla cooperazione internazionale, stabilendo che l’Organizzazione mondiale della sanità deve avere un “posto privilegiato” nella campagna.

La pandemia ha colpito la paura – spesso una paura irrazionale – in milioni di cuori. Il Vaticano dovrebbe offrire rassicurazioni e prospettive, ricordando al mondo che la morte non è la più grande tragedia, che la vita ha un senso, che armati dei doni dello Spirito Santo possiamo vincere le nostre paure. Questa prospettiva cristiana manca tristemente in questo documento.

“Le lezioni di fragilità, finitudine e vulnerabilità ci portano alla soglia di una nuova visione”, ci dice la Pontificia Accademia. Sì, ma solo alla soglia, e questo documento non riesce a farci attraversare, non riesce nemmeno a invitarci alla vita di Cristo. I fedeli, e il mondo in generale, meritano di meglio.

 




Silenzio: chiese chiuse e messaggi contrastanti

Acute osservazioni dello scrittore e giornalista Phil Lawler pubblicate su Catholic Culture. Eccole nella mia traduzione. 

portone chiesa

 

Un grande silenzio si diffonde nel mondo cristiano ogni anno il Venerdì Santo, per essere spezzato dalla gioia esplosiva del Gloria nella veglia pasquale. Ma quest’anno il silenzio è con noi già da qualche settimana, con le chiese chiuse e le celebrazioni liturgiche pubbliche vietate.

Molti pastori zelanti hanno cercato di riempire il vuoto con liturgie drive-in e messe private animate. Dio li benedica per questi sforzi. Ma non sono le stesse cose. Un’automobile non è uno spazio sacro, e per chiunque creda nella Presenza Reale (vedi i commenti di padre Pokorsky su questo argomento), i pixel su uno schermo sono un conforto, ma non un sostituto.

Eppure, quando alcuni di noi si sono sfogati sulle restrizioni e hanno esortato i vescovi a rendere la liturgia più accessibile, siamo stati castigati, descritti come “irresponsabili”, e – in una tattica retorica che considero irresponsabile – e incolpati in anticipo per i decessi.

Permettetemi di mettere le cose in chiaro. Nessuno che io conosca ha consigliato di ignorare il pericolo della COVID-19. Quelli di noi che chiedono a gran voce i sacramenti hanno riconosciuto che ci devono essere delle restrizioni prudenti. Chiediamo solo che i nostri pastori esaminino attentamente ogni restrizione proposta, per vedere se è veramente necessaria, quando viene valutata in base alla nostra necessità (e al nostro diritto ai sacramenti).

Gerard Nadal, un microbiologo, ha offerto una ragionevole analisi di ciò che potrebbe essere possibile. Egli conclude che la distribuzione della Comunione non può essere fatta in modo sicuro. Ma in una tipica chiesa parrocchiale decine di persone potrebbero assistere alla messa senza violare le linee guida della “distanza di sicurezza socialei”, e in alcune delle nostre cattedrali cavernose quel numero potrebbe essere tranquillamente moltiplicato. Si potrebbe permettere ai pastori di programmare più Messe per facilitare l’affollamento. Disinfettare le panche tra una funzione e l’altra sarebbe un compito semplice. È assurdo suggerire che una chiesa sia un luogo più pericoloso, in termini di contagio, di un negozio di alimentari o di un ristorante da asporto.

Come per gli altri sacramenti, basta un po’ di fantasia e di preparazione per organizzare un sistema confessionale in cui sacerdote e penitente siano a distanza di circa due metri l’uno dall’altro. E sacerdoti in abiti protettivi adeguati possono ungere i pazienti dell’ospedale senza mettere in pericolo se stessi o gli altri. Ci si aspetta che ogni matrimonio sia una stravaganza, ma in realtà la cerimonia richiede solo un paio di testimoni. Anche i battesimi e i funerali possono essere programmati senza violare gli ordini contro le riunioni di dieci o più persone.

Un modo c’è. L’unica domanda – la domanda che i fedeli si pongono – è se c’è la volontà.

 

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La Pontificia Accademia per la Vita ha pubblicato un comunicato di 3.400 parole sull’epidemia di COVID19, intitolato “Pandemiai e Fraternità Universale”. Il documento va avanti per 2.743 parole (secondo il conteggio del mio computer) prima che si parli di Dio, di Gesù Cristo, della fede, della preghiera o di qualsiasi altro tema distintamente cristiano. L’ultima mezza dozzina di paragrafi offre alcune utili riflessioni spirituali. Ma per raggiungerle, il lettore deve scorrere i diciassette paragrafi precedenti di osservazioni irrilevanti e non originali. In un mondo già sommerso da un eccesso di analisi dell’epidemia – molto amatoriale se non addirittura fuorviante – dubito che molti lettori avranno perseverato così a lungo.

“In ogni caso, è dolorosamente ovvio che non siamo padroni del nostro destino”, osserva giustamente l’Accademia. Da questa promettente premessa, tuttavia, occorrono cinque pagine per giungere alla conclusione che una risposta adeguata è la preghiera.

A volte, infatti, la Pontificia Accademia sembra volutamente evitare la prospettiva religiosa che renderebbe questo documento diverso. Introducendo l’argomento, l’Accademia annuncia che è dedicata alla “ricerca del miglior umanesimo possibile”. (Umanesimo?) Più avanti nel documento si legge: “Se la nostra vita è sempre mortale, abbiamo la speranza che non lo sia il mistero di amore in cui essa risiede”. Forse questo tipo di linguaggio è progettato per mettere a proprio agio i lettori non cattolici. Ma nessuno che sia ostile alla Chiesa cattolica cercherà una guida che venga dalla Pontificia Accademia.

 




PAGLIA, ECCO PERCHÉ MOLTI CHIEDONO LE SUE DIMISSIONI DALLA PAV

Foto: mons. Vincenzo Paglia attuale presidente della Pontificia Accademia per la Vita

Foto: mons. Vincenzo Paglia

PAGLIA, ECCO PERCHÉ MOLTI CHIEDONO LE SUE DIMISSIONI DALLA PAV

Nelle vicende dei piccoli Charlie e Alfie, mons Paglia si è rivelato una figura che ha suscitato polemiche piuttosto che posizioni condivise. Per questo, e per altre questioni, molti richiedono le sue dimissioni da presidente della Pontificia Accademia per la Vita (PAV).

Nel Regno Unito, oramai, la situazione è piuttosto chiara. Nell’ultimo anno alcuni bambini di quella nazione che sono entrati negli ospedali con malattie molto gravi, ad esito infausto, si sono visti negare i sostegni vitali di idratazione, alimentazione e ventilazione. Questa decisione è stata spesso il frutto della delibera di un tribunale adìto dalle parti, l’ospedale che voleva interrompere i sostegni vitali ed i genitori che vi si opponevano. La cosa curiosa è che la decisione del tribunale, letale per il bambino, è stata presa sempre nel nome del “miglior interesse” del piccolo. E ciò perché, secondo gli ospedali ed i giudici, la vita, in quelle condizioni, non è più degna di essere vissuta. L’aspetto drammatico è che le richieste dei genitori di voler essere seguiti da un altro ospedale sono state rifiutate. Ugualmente negate sono state le richieste di far proseguire il decorso della malattia a casa, con apparecchiature ed assistenza addirittura a spese dei genitori. Il caso Charlie Gard, morto in questo modo lo scorso anno, è a questo proposito emblematico. Identici gli scenari per il piccolo Isaiah, morto mercoledì scorso, e per Alfie, per fortuna ancora vivo ma il dramma è tuttora in corso. L’aspetto eutanasico che avvolge la gestione giuridica e medica dei tre casi è del tutto evidente.

Eppure in Italia, mons. Vincenzo Paglia, attuale presidente della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), si distingue per le sue prese di posizioni che sono a dir poco problematiche. Da lui, secondo alcuni, ci si sarebbe aspettati delle prese di posizioni più chiare e nette. E invece…..

L’intervista (qui) rilasciata a Tempi qualche giorno fa è significativa. Al giornalista che faceva notare come il giudice, nel prendere la sua decisione, avesse fatto inserire agli atti un passo della lettera che il Papa aveva inviato proprio a mons. Paglia sul tema del fine vita, quest’ultimo risponde quasi difendendo o comprendendo il giudice. Dice infatti: “Quanto alla sua domanda sarebbe bene leggere il testo del giudice per intero per comprendere la complessità e la delicatezza della situazione clinica di Alfie”. E poi “…parlare di ‘soppressione’ non è né corretto né rispettoso. Infatti se veramente le ripetute consultazioni mediche hanno mostrato l’inesistenza di un trattamento valido nella situazione in cui il piccolo paziente si trova, la decisione presa non intendeva accorciare la vita, ma sospendere una situazione di accanimento terapeutico. Come dice il Catechismo della Chiesa cattolica si tratta cioè di una opzione con cui non si intende «procurare la morte: si accetta di non poterla impedire» (CCC 2278). (…) Naturalmente questo non significa abbandonare o “staccare la spina”, che è un altro modo di dire del tutto scorretto”.

Come si vede, dalle parole di mons. Paglia si dedurrebbe che mantenere quel bimbo attaccato al ventilatore sarebbe “accanimento terapeutico”. Ma mantenere una persona attaccata al ventilatore non è sproporzionato rispetto al fine di ossigenare il suo corpo, lasciando che la malattia ad infausta prognosi faccia il suo corso. Altrimenti si avallerebbe, involontariamente, la cultura di morte che vede nella situazione dell’handicappato una vita indegna di essere vissuta.

Dice (qui) don Roberto Colombo, scienziato presso l’Università Cattolica, sede di Roma, dipartimento di biochimica e biochimica clinica, “un simile sostegno vitale non terapeutico «nella misura in cui e fino a quando dimostra di raggiungere la sua finalità propria» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Risposta a quesiti della Conferenza episcopale statunitense circa l’alimentazione e l’idratazione artificiali, 2007) – non può mai venire lecitamente interrotto. Farlo significherebbe anticipare intenzionalmente con un atto omissivo la morte del paziente, pur inevitabile nel tempo, e questo non rientra negli scopi delle cure palliative né in altro compito della medicina”.

Si è ripetuto nel caso di Alfie, quello che accadde per il piccolo Charlie Gard. Anche in quella circostanza, il 28 giugno scorso (qui), mons. Paglia, nel comunicato della PAV, non fu netto. Nel testo del comunicato si poteva infatti leggere: “Dobbiamo compiere ogni gesto che concorra alla sua salute e insieme riconoscere i limiti della medicina, per cui, come ricorda l’Enciclica Evangelium Vitae al numero 65, va evitato ogni accanimento terapeutico sproporzionato o troppo gravoso”. E, riguardo al sostegno pubblico che i genitori di Charlie ebbero, che andò dal semplice cittadino al presidente Trump, egli parlò addirittura “di rischi di strumentalizzazioni ideologiche e politiche sempre da evitare e di clamori mediatici talvolta tristemente superficiali”.

Purtroppo, la figura di mons. Paglia ha suscitato molto spesso aspre polemiche. A beneficio del lettore, riportiamo alcuni casi.

Ricordiamo quelle sorte per l’affresco (qui) che copre tutta la controfacciata della Cattedrale di Terni. Mons. Paglia dette nel 2007 l’incarico di dipingere l’affresco all’artista gay argentino Ricardo Cinalli. In quell’affresco la figura di Gesù ha il volto di un noto parrucchiere di Terni con cui Cinalli aveva stretto amicizia. Nello stesso affresco è raffigurato nudo anche mons. Paglia.

Dopo la morte di Marco Pannella, durante la presentazione di un libro dedicato alla sua vita, mons. Paglia, invitato (qui), quasi “santificando” la figura di Pannella, si lascia andare ad affermazioni del tipo: “Pannella, uomo di grande spiritualità“, “ha speso la vita per gli ultimi“, “in difesa della dignità di tutti,… Pannella è veramente un uomo spirituale”, è “un uomo che sa aiutarci a sperare“, “Marco ispiratore di una vita più bella”, “io mi auguro che lo spirito di Marco ci aiuti a vivere in quella stessa direzione”.

Mons Paglia, dopo che viene nominato nuovo presidente della Pontificia Accademia per la Vita, propone e fa approvare da parte di papa Francesco un nuovo statuto che porta alla decadenza dei soci in carica ed alla nomina di nuovi da lui scelti. Tra questi vi sono personaggi piuttosto problematici come Nigel Biggar (qui) che qualche hanno prima aveva affermato: “Non è chiaro che un feto umano sia dello stesso genere di cosa di un adulto o di un essere umano maturo, e che dunque meriti quasi lo stesso trattamento”, oppure il dott. Fishel Szlajen, (qui) ebreo, il quale in un articolo di febbraio scorso, pur rifiutando l’aborto, riconosce che la sua fede lo ammette in alcune circostanze come, ad esempio, la gravidanza frutto di uno stupro. Come si vede queste sono affermazioni in grave conflitto con l’appartenenza alla Accademia per la Vita.

Infine, mentre era in corso il dibattito sulla proposta di legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), una legge che ha introdotto di fatto l’eutanasia in Italia, e che non presenta neanche l’obiezione di coscienza per il medico (qui), una legge poi approvata, mons. Paglia afferma (qui): «Ripeto, mi auguro che si giunga ad un accordo il più largo possibile. È ormai condiviso che sia riconosciuta la validità del cosiddetto testamento biologico».

Da quanto sommariamente riportato si può ben capire il perché di tanto in tanto si levi la richiesta pubblica di dimissioni di mons. Paglia dalla carica di presidente della Pontificia Accademia per la Vita. L’ultima (qui) quella di Riccardo Cascioli, direttore de La Nuova Bussola Quotidiana, che afferma: “Certo, come lo stesso Paglia mette in evidenza nell’intervista, la sua posizione è tutt’altro che isolata, ma resta il fatto che contraddice gravemente ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. E fa di monsignor Paglia una persona assolutamente inadeguata per guidare una Pontificia Accademia per la Vita che san Giovanni Paolo II aveva voluto con ben altri scopi”.