“Chiunque mette la famiglia o la nazione prima di Dio finirà per tradire tutte e tre”

Matthew Schmitz ha scritto un interessante articolo intitolato “Orban e il problema con l’“dentità cristiana’” che è stato pubblicato sul Catholic Herald. Esso, come dice il titolo, riflette sul rapporto tra le politiche che dicono di difendere l’identità cristiana e l’insegnamento della Chiesa Cattolica. Matthew Schmitz mette in evidenza che non sempre vi è coerenza. 

Propongo l’articolo alla riflessione dei lettori di questo blog nella  mia traduzione. 

Riccardo Zenobi

 

Viktor Orban, primo ministro ungherese

Viktor Orban, primo ministro ungherese

 

Dal primo febbraio, le coppie in Ungheria sono state autorizzate a far ricorso alla fertilizzazione in vitro senza spese. Il governo di Viktor Orban ha portato sei cliniche della fertilità precedentemente private sotto il controllo statale, dichiarando la procreazione una questione di “importanza strategica nazionale”. Approssimativamente 4.000 bambini sono fatti nascere in Ungheria con i mezzi della IVF ogni anno. Miklós Kásler, il ministro ungherese delle risorse umane, spera di raddoppiare il numero.

Questa è l’ultima mossa in una campagna di ampio raggio per incrementare il tasso fertilità ungherese, che si attesta a 1,48 nascite per donna – molto sotto la soglia di rimpiazzo di 2,1. Il governo di Orban ha messo in atto generosi incentivi finanziari per coppie con figli, compresa un’esenzione dalle tasse sui guadagni per le madri di quattro figli.

I cristiani hanno risposto caldamente alla politica family-friendly di Orban. Brian Brown, presidente dell’Organizzazione Nazionale per il Matrimonio, ha chiamato Orban “uno dei massimi leader pro-family nel mondo”. Tony Perkins, presidente del Family Research Council, afferma che Orban “ha sostenuto valori biblici in Ungheria”.

Orban ha dichiarato la sua intenzione di trasformare l’Ungheria in un nuovo tipo di democrazia cristiana, una che rigetta esplicitamente il liberalismo mentre afferma la famiglia e la nazione. “Ogni nazione europea ha il diritto di difendere la sua cultura cristiana, e il diritto di rigettare l’ideologia del multiculturalismo”, ha detto nel 2018. “Ogni nazione ha il diritto di difendere il modello famigliare tradizionale, ed è titolata ad affermare che ogni bambino ha il diritto ad una madre e un padre”.

Il supporto statale per l’IVF incrementerà senza dubbio il tasso di fertilità ungherese, anche se marginalmente. Ma porterà anche alla creazione di embrioni superflui, che saranno o distrutti o congelati in perpetuo. L’insegnamento cattolico ha decisamente rifiutato questa pratica. Papa Francesco ha descritto l’IVF come “costruire bambini invece di accettarli come dono…un peccato contro il Creatore”.

Il supporto di Orban per l’IVF è un promemoria che i “valori della famiglia” non sempre si allineano con la fede cristiana. Sì, il cristianesimo insiste che il matrimonio può esistere solo tra un uomo e una donna. Sì, celebra la nascita di bambini. Ma non vede il matrimonio e le nascite come il bene più alto. San Paolo ha detto che è meglio per gli uomini non sposarsi, un giudizio riflesso nell’onore che il mondo cattolico dà a suore e preti.

Identificare l’etica cristiana con quella dei “valori famigliari” non sarà mai perfettamente accurato. Il cristianesimo non insiste che ognuno deve sposarsi e riprodursi. “Valori famigliari” descrive più esattamente le priorità del natalismo nazionalista, che celebra la famiglia e la fertilità perché lo Stato ha bisogno di uomini per combattere le sue guerre o riempire la sua forza lavoro.

La mossa di Orban riflette anche la tensione tra cristianesimo e ciò che spesso è chiamata “identità cristiana”. Gli scrittori occidentali a volte presentano Orban con un aspirante teocrate. Ma la forma di cristianesimo che sostiene è meno religiosa che culturale. “La democrazia cristiana non riguarda la difesa di articoli di fede”, ha detto nel 2018, “ma le forme di essere che sono cresciute da esse…dignità umana, famiglia e nazione”. Nel suo uso del termine, il cristianesimo ha più a che vedere con l’identità nazionale che con il culto di Dio. Come ha detto nel 2017, “il cristianesimo è una cultura e una civilizzazione…L’essenza non è quante persone vanno in chiesa, o quante pregano con vera devozione”.

La politica di Orban sull’IVF conferma ciò che ha detto da molto tempo ma troppi cristiani non hanno sentito. La sua visione del cristianesimo ha più a che vedere con l’affermazione culturale che la sottomissione al ruolo della fede. Questo deve essere tenuto a mente quando Orban giustifica altre politiche, inclusa la sua risposta ai flussi migratori, nel nome del cristianesimo.

In zone educate dell’occidente, i cristiani sono spesso tentati di identificare la loro fede con un imberbe antinazionalismo che nega ogni legittimazione alle attuali comunità politiche. O nel nome di una falsa accettazione, ridefiniscono la famiglia per includere ogni coppia. È necessario opporsi a questi errori. Ma quelli che lo fanno dovrebbero guardarsi dal cadere nell’errore opposto, nel quale la nazione o la famiglia è esaltata sopra l’universale legge della carità.

Non meno del liberalismo, il natalismo e il nazionalismo possono andare contro il cristianesimo. Nella ricerca della sopravvivenza nazionale, l’Ungheria sostiene una politica che implica la distruzione della sua progenie. Nel nome dei valori della famiglia, dà il potere ai genitori di sbarazzarsi della loro prole. In difesa dell’identità cristiana, persegue una corsa contro il cristianesimo.

Forse queste contraddizioni mostrano che sebbene la famiglia e la nazione comandino giustamente la lealtà dell’uomo, la sua prima e ultima lealtà deve essere verso qualcosa di più alto. Se ciò è vero, chiunque mette la famiglia o la nazione prima di Dio finirà per tradire tutte e tre.

 




Vittorio Bachelet: scelta religiosa o politica?

A ridosso del quarantennale dalla morte di Vittorio Bachelet (1926-1980) è utile ripercorre brevemente la questione della “scelta religiosa”, che trasformò l’Azione Cattolica in profondità. Apparentemente, Bachelet credeva di poter affrancare l’Azione Cattolica dall’impegno politico. Nei fatti, però, il cattolicesimo azionista scivolò e prese la china a sinistra: posizione che non avrebbe più abbandonato.

 

Vittorio Bachelet

Vittorio Bachelet

 

 

di Silvio Brachetta

 

Tempo fa, mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, era tornato a parlare di «scelta religiosa», nell’intervista su Vita Nuova rilasciata a Stefano Fontana (22 gennaio 2016). La scelta religiosa – ha detto – «è un modo per negare un rapporto strutturato tra la Chiesa e il mondo, come se la Chiesa non avesse un “corpo” dentro la storia e una “dottrina” per far luce sul mondo».

In una precedente intervista (giugno 2013) mons. Crepaldi aveva affermato che «la cosiddetta “scelta religiosa” fu interpretata dagli uomini di Azione Cattolica in modo ambiguo». Avrebbe dovuto, cioè, «comportare il concentrarsi sul proprium dell’Azione Cattolica, quello che Benedetto XVI ha poi chiamato “il posto di Dio nel mondo”».

Invece, «è stata vissuta come un apparente disimpegno rispetto ad una presenza visibile e organizzata, condannata troppo frettolosamente come preconciliare». E perché «apparente»? Poiché – spiega – non ci fu alcun reale disimpegno: da quel periodo, «moltissimi dirigenti dell’Azione Cattolica s’impegnarono direttamente in politica, prevalentemente nei partiti di sinistra».

Il problema sta soprattutto in un paradosso. Da quando, in quel remoto 1969, l’Azione Cattolica (Ac) cominciò a contemplare nei suoi statuti la scelta religiosa, non si estinse affatto la ‘scelta politica’ che, secondo le intenzioni, si sarebbe voluta cancellare. Non solo, ma la scelta politica fu specialmente o esclusivamente volta a quel settore di sinistra da sempre ostile all’insegnamento cattolico sociale.

Per Mario Casella, che sull’Ac ha scritto vari libri, la «scelta religiosa» fu un termine «non felicissimo», come scrive Vittorio De Marco nel suo Storia dell’Azione Cattolica negli anni settanta (Città Nuova, 2007). Anche De Marco, vicino ad Ac quanto Casella, sostiene che dagli anni Sessanta si trattava appena «di elaborare quasi una “dottrina” della scelta religiosa, da studiare e sviluppare all’interno di ogni gruppo». La scelta religiosa, insomma, nasceva da subito come termine ambiguo.

Cos’era successo? Nel 1964 Paolo VI nominava il giurista Vittorio Bachelet presidente generale di Ac e lo incaricava di rinnovare l’Associazione laicale secondo lo spirito del Concilio Vaticano II. Bachelet aveva però già ricevuto un incarico simile, quando Giovanni XXIII lo nominò vicepresidente nazionale, nel 1959.

Bachelet non era affatto entusiasta della prassi consueta di Ac, che prevedeva – specialmente sotto la presidenza di Luigi Gedda (1952-1959) – una testimonianza schietta di Gesù Cristo anche nell’ambito politico. L’idea era di non essere collaterali a nessun partito e, pur rimanendo nel sociale, Ac si sarebbe dovuta impegnare solo nell’educazione alla fede e nell’annuncio del Vangelo. È quello, tuttavia, che Ac faceva normalmente e con successo, contro l’imporsi del modernismo prima e delle forze social-comuniste nell’immediato dopoguerra.

Eppure, «sulla scelta religiosa si attuerà una sorta di catechesi permanente, proprio per la difficoltà a fornire una definizione valida per tutti e per tutte le stagioni» – scrive De Marco. Lo stesso Bachelet non chiarificò granché: il «senso positivo» della scelta religiosa – disse nel 1971 – è comprendere come l’autenticità dell’esperienza cristiana sia essenziale nella stessa salvezza dell’uomo quaggiù. E tanto più lo è quanto più autentica e meno strumentalizzata a soluzioni terrene». Forse per Bachelet i progetti, spesso audaci, dei cattolici in politica sono equiparabili a strumentalizzazioni? E perché il cattolico laico non dovrebbe prospettare soluzioni terrene?

Cosa sia accaduto dopo quegli anni, nell’Ac come in molti altri settori cattolici, è noto: la scelta religiosa divenne spesso un pretesto per il disimpegno, politico e non. O addirittura – e qui sta il paradosso – per l’impegno politico a favore dei partiti della sinistra, a cui va la responsabilità diretta o indiretta di molte leggi contrarie all’insegnamento cristiano. Non fu certo una prassi circoscritta ad Ac, ma la scelta religiosa portò ad una certa debolezza dinnanzi alle ideologie del mondo e all’indebolimento dell’identità cattolica.

Eppure oggi vi è chi non desiste nemmeno di fronte all’evidenza. Il sociologo Luca Diotallevi scrive: «La scelta religiosa non limita la rilevanza del Vangelo a un determinato ambito (quello della religione). Al contrario, essa è affermazione del fatto che in ogni scelta, in qualsiasi ambito essa avvenga, la libertà può farsi guidare e sostenere dalla luce e dalla forza del Vangelo» (in L’ultima chance. Per una generazione nuova di cattolici in politica, Rubbettino, 2011).

Diotallevi nega che la scelta religiosa abbia a che fare con l’eliminazione della scelta politica. E perché, allora, l’opera di Gedda cadde nel dimenticatoio? Perché, se la rilevanza del Vangelo è per tutti gli ambiti, si è preferito un concetto ambiguo e fuorviante come “scelta religiosa”?

Continua Diotallevi: «La scelta religiosa nasce dall’accoglienza di quel duro combattimento interiore che richiede di essere liberi dal mondo – accettando sempre più l’unica signoria di Gesù Cristo – per essere liberi nel mondo, e per quanto riguarda il caso di cui ci stiamo occupando: di essere liberi dalla politica per essere liberi nella politica». Ma se «l’unica signoria di Gesù Cristo» è assodata nella persona, non vi sarà certamente in essa alcun «duro combattimento interiore». Al contrario, l’unico combattimento sarà esteriore, contro quel mondo che non accetta l’unica signoria di Gesù Cristo.

A Matteo Truffelli, attuale presidente nazionale dell’Ac, parve strano (nel 2015) cha alla scelta religiosa sia stato rimproverato di «uscire dalla storia», inducendo «i propri aderenti a ritirarsi dall’impegno nel mondo e per il mondo» e «accontentandosi di formare le persone a una fede intimistica, da vivere solo “nel privato”». Al di là delle intenzioni, però, è proprio quello che è successo. Il significato autentico della scelta religiosa non fu affatto frainteso.

 




Fontana: “La presenza politica dei cattolici non ha come fine la democrazia, bensì il bene comune”

Siamo alla vigilia del voto in due regioni, in una delle quali, l’Emilia Romagna, assume un significato nazionale. In questo frangente molti cattolici si chiedono che fare. Lasciando da parte qualche “volantino” dal contenuto stantio, giunge molto gradito questo contributo del prof. Stefano Fontana che, in maniera semplice e chiara, fissa i paletti e chiarisce il quadro entro cui muoversi. 

Quella che vi presentiamo è la relazione che il prof. Fontanta ha tenuto il 16 gennaio scorso durante l’incontro organizzato dal Centro Culturale Pier Giorgio Frassati di Correggio (Reggio Emilia) in vista delle elezioni regionali di domani 26 gennaio. La relazione è stata pubblicata sul sito dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan sulla Dottrina Sociale della Chiesa

 

Stefano Fontana

Stefano Fontana

 

Questo incontro avviene in prossimità delle elezioni regionali in Emilia Romagna. Ogni uomo cerca una coerenza nella propria vita. Anche per i cattolici è così. Il voto alle elezioni può apparire in fondo poca cosa, si tratta solo di una crocetta su un simbolo. Però in quell’atto sintetico, la persona, e quindi anche il cattolico, condensa la sua esperienza e la sua visione della politica. Egli sa che quella crocetta rimane inadeguata rispetto alle esigenze della politica, la quale nella cabina non ci sta tutta, ma sa anche che con quell’atto egli impegna a fondo se stesso – si impegna moralmente e religiosamente – ed è consapevole che sulla base di quanto quell’atto esprime egli si comporterà poi in seguito, appunto per un motivo di coerenza. Ogni crocetta è la sintesi di un percorso, ma è anche un impegno per il futuro.

La coerenza del cattolico

Anche il cattolico cerca quindi coerenza. Sono innumerevoli i passi dei documenti della Chiesa che impongono questa ricerca come un dovere. Mi limito a citare la Nota Ratzinger del 2002: “La coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti”. Coerenza, quindi, ma con cosa? Il passo ora visto parla di coerenza morale e di coerenza con la fede. Alla coerenza con la morale ci pensa la retta ragione e alla coerenza con la fede la dottrina della fede. Allora il cattolico che vuole coerenza deve mettere in relazione il suo voto con ciò che gli dice la ragione naturale circa il bene politico, ossia con i principi del diritto naturale, e con ciò che gli dice la rivelazione sempre a proposito bene politico. In questa ricerca di coerenza da dove dovrà egli partire? Dalle esigenze emergenti dalla situazione dell’Emilia Romagna o dalla dottrina della fede? Contrariamente a quanto si pensa oggi nella Chiesa, egli non dovrà partire dai bisogni politici dell’Emilia Romagna, per interrogare a partire da essi la retta ragione e la dottrina della fede, ma dovrà fare il percorso inverso. Alla luce della dottrina della fede e tramite le verità della retta ragione, egli dovrà valutare i bisogni dell’Emilia Romagna. Un simile percorso viene di solito accusato di essere deduttivo e lontano dalla realtà, dalla quale invece si dovrebbe partire. Ma se si guarda all’Emilia Romagna alla luce della dottrina della fede e della retta ragione si potranno notare bisogni ben più profondi che non partendo dalla sua situazione. Infatti da quelle due fonti emergono i fini, in base ai quali valutare e gerarchizzare i bisogni. Se si parte dai bisogni politici della regione, lasciando in secondo piano i due criteri della retta ragione e della dottrina della fede, si finirà per adattare queste due a dei bisogni politici assunti senza criterio. Il criterio deve precedere e non seguire le scelte e le valutazioni.

Il posto della democrazia nella visione cattolica

Il cattolico che parte dai bisogni, ossia da ciò che deve essere illuminato anziché dalla luce che deve illuminarlo, può considerare come prioritari bisogni politici che invece non lo sono. Vorrei fare due esempi di stretta attualità.

La democrazia, come invece spesso si dice, non può essere il criterio di giudizio principale per un cattolico. La presenza politica dei cattolici non ha come fine la democrazia, soprattutto se si usa la parola senza ulteriori chiarimenti. Il fine della politica è il bene comune e non la democrazia. La democrazia è uno strumento per governare le scelte politiche che è legittimo se ordinato al bene comune, altrimenti diventa illegittimo come tutti gli altri strumenti. L’accettazione della democrazia nei documenti della Dottrina sociale della Chiesa è subordinata a talmente tanti paletti e vincoli da escludere, per esempio, che quella dell’Emilia Romagna sia vera democrazia. Come ha scritto Giovanni Paolo II in “Varcare la soglia della speranza”, la Chiesa è ben lontana da battezzare la democrazia.

Vorrei aggiungere di striscio, perché il tema meriterebbe ben altro spazio, che anche la Carta fondante la nostra democrazia, ossia la Carta costituzionale, non può essere criterio e fine ultimo della vita politica del cattolico. Il costituzionalismo come principale criterio politico va rifiutato. La nostra Carta non ha valore assoluto, anche essa deve rendere conto a qualcosa che la precede, non tutta la sua impostazione è giusta, anch’essa può e forse deve essere cambiata. Inoltre in tutti questi anni essa è stata stravolta dalle sentenze della Corte costituzionale a seguito dei mutamenti politici, sicché appellarsi alla Carta come ad un salvagente democratico è sempre più improponibile. I criteri per i cattolici in politica devono essere trovati altrove.

Il posto della partecipazione nella visione cattolica

Un altro esempio è la partecipazione. Sembra che il primo dovere dei cattolici sia di andare a votare, indipendentemente da come venga esercitato poi il voto. Ogni voto sarebbe quindi buono. Ma la partecipazione non ha la propria ragion d’essere in se stessa bensì, come ogni azione umana, nel fine. Se si votano forze politiche che sostengono programmi ingiusti e dannosi, sarebbe meglio che la partecipazione non ci fosse. Molto spesso, nelle urne elettorali o in quelle parlamentari, i cattolici hanno sostenuto col voto forze politiche dai programmi disumani e anticristiani: ebbene, sarebbe stato meglio che non avessero partecipato al voto, evitando di contribuire a creare danni molto gravi. Per dirla con le parole del cardinale Newman: “Hanno sostenuto uomini che rappresentavano ufficialmente  principi anticristiani, e hanno collaborato con essi. Tutto ciò che appariva loro come una riforma e un miglioramento delle attuali condizioni di vita, essi l’hanno approvato e difeso, anche quando, nell’applicazione di tali riforme, dovevano commettere qualche ingiustizia… Essi hanno sacrificato la verità all’opportunismo”. Errori di questo genere ne abbiamo fatti già troppi. Richiamare al dovere del voto in quanto tale è quindi non solo insufficiente ma sbagliato. Se tutti i partiti in lizza presentassero programmi contro i principi della legge morale naturale, sarebbe doveroso non andare a votare. Non si deve infatti fare il male, nemmeno per fare un bene, figuriamoci quando è solo e certamente male.

La gerarchia dei contenuti

Dagli esempi ora visti – la democrazia e la partecipazione – emerge che il cattolico non deve mai accontentarsi del come, ma deve incentrarsi sempre sul cosa. Condivisione …di cosa? Camminare insieme … per dove? Andare a votare … a favore di chi e di cosa? Ciò che conta sono i contenuti in quanto sono ordinati ai fini. Ora, rimanendo sui contenuti, la politica, anche quella regionale, ne tocca molti. Bisogna allora distinguerli di livello. Ce ne sono di più importanti e di meno importanti. Ce ne sono di assoluti e di relativi. Non è vero che la politica si occupa solo del relativo, essa intercetta anche questioni decisive e assolute.

Chiediamoci per esempio: come criterio di voto è più importante il contenuto della famiglia o quello dell’accoglienza degli immigrati? Quale dei due mettiamo al primo posto? Le due questioni si collocano a livelli diversi. La famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e aperta alla vita è un contenuto della politica avente carattere assoluto in quanto essenzialmente connesso col bene comune. Ciò vuol dire che non ci può essere bene comune senza famiglia naturale e non c’è modo di fare delle politiche anti-familiari nel rispetto del bene comune. Una politica contro la famiglia naturale non è ordinabile in nessun modo e per nessun motivo al bene comune. Dato che la politica ha come fine il bene comune, qui la politica si suicida. Non si tratta più di politica ma di altro. Invece, l’accoglienza degli immigrati può essere fatta in molti modi diversi senza con ciò contraddire il bene comune, anzi, una politica di accoglienza indiscriminata troverebbe proprio nel principio del bene comune una decisa e sostanziale opposizione. Il tema della famiglia ha oggi anche un interessante corollario, ossia l’importanza fondamentale e strategica di politiche nataliste.

Contenuti in relazione essenziale col bene comune

Toccando il tema della famiglia, sono stato costretto a ricordare un contenuto dell’attività politica che si distingue da altri in quanto indica in modo unico ed essenziale un rapporto mai eludibile col bene comune. So che non è più di moda fare riferimento a questi contenuti, la cui negazione non è mai ordinabile al bene comune e quindi non ammettono eccezioni o scuse, ma ritengo di non potermi astenere dal farlo. La famiglia, la vita e la libertà di educazione non possono in alcun modo venire paragonati ad altri contenuti della attività politica, quindi rimangono il criterio principe di valutazione, anche alle elezioni qui in Emilia Romagna. Qualcuno può obiettare che su questi principi nessun partito offre una completa garanzia. A questo proposito occorre procedere tenendo conto della presenza o meno nel programma di politiche esplicitamente contrarie a quei principi; secondariamente alla cultura e alla storia di quel partito, ossia se l’opposizione a quei principi deriva dal suo dna culturale e se storicamente ha già dato prove in questo senso, quindi bisogna esaminare la persona candidata. Ci sono partiti che, una volta al potere, sicuramente faranno politiche anti-familiari perché le hanno sempre fatte e perché derivano dalla loro visione dell’uomo, della morale e della società. Teniamo presente che perduta la famiglia, perduto il rispetto per la vita e perduta la libertà di educare abbiamo perduto tutto, senza possibilità di ripresa successiva. Perché avremo perduto i tre pilastri di un ordine naturale che non è a noi disponibile, garanzia della nostra vera libertà, ossia della possibilità di criticare il potere e di contestare il sistema non per motivi soggettivi ma per esigenze di verità. Tolti questi tre principi non potremmo più chiamare niente con gli aggettivi “vero” e “buono”. Senza l’indisponibile tutto è disponibile e la società è un carcere insopportabile.

La valutazione del partito e del candidato

Un punto di notevole interesse nel voto è se dare maggiore attenzione alla persona o al partito. Bisogna dare più attenzione al partito, alla sua cultura, alla sua storia perché, se è sbagliata, comunque il singolo eletto vi contribuirà anche se dissenziente su qualche punto. Questo criterio vale anche per il candidato cattolico. Dato il pluralismo esistente oggi nella Chiesa, proporsi alle elezioni come cattolico non dice più nulla. Come già ricordato sopra, gli eletti cattolici hanno votato di tutto, anche le cose peggiori producendo non solo danni ma anche confusione delle menti, perché se un non credente vota una legge contro la vita o la famiglia è un conto, se la vota un credente è un altro. Non fidarsi del candidato cattolico in quanto sedicente cattolico. In questo momento noi abbiamo un cattolico alla Presidenza della Repubblica, una Cattolica alla Presidenza della Corte Costituzionale e un cattolico alla Presidenza del Consiglio ma non ci sentiamo per nulla tranquilli. Bisogna analizzare sempre i contenuti, del partito prima e poi del candidato. La stessa cosa vale per il candidato, cattolico o meno, ritenuto “onesto” e votato per questo.

Un ulteriore aspetto da tenere presente in sede di valutazione elettorale è la differenza tra la creazione di una legge e l’attuazione di una politica. Ammettiamo da un lato un partito che abbia già dato prova di aver votato leggi contrarie ai contenuti fondamentali visti sopra, cosa chiaramente avvenuta anche in Emilia Romagna. Ammettiamo dall’altro un partito che abbia fatto delle politiche di trascuratezza di quei contenuti, per esempio impiegando risorse per altri motivi meno importanti. Le due responsabilità non sono equivalenti. Una legge, infatti, dura nel tempo, crea comportamenti duraturi e mentalità ed è difficile da togliere una volta entrata in vigore. Una politica può provocare dei danni nell’immediato, ma può essere corretta.

Alcuni problematici slogan elettorali del momento

Andare ai contenuti, e quindi ai fini, con riferimento al diritto naturale e al diritto divino, utilizzare correttamente la Dottrina sociale della Chiesa: questo è quanto si deve fare anche in occasione di elezioni. A questo scopo serve un discernimento concettuale e valoriale dei principali slogan politici del momento, suadenti e accattivanti se intesi in modo superficiale, da criticare o addirittura da rifiutare se approfonditi nei loro veri contenuti. È questo il caso del tema dell’Europa e di quello ambientalista. Questi argomenti vengono proposti, come direbbe ancora Newman, “con l’eleganza e le raffinatezze della civiltà”, per cui chi se ne tirasse fuori sembrerebbe un volgare zoticone. Non dobbiamo appiattirci sui principi di una “religione mondana” e su ogni “legge pubblica di igiene” – è ancora Newman che parla. L’Unione Europea da un lato, la Madre Terra dall’altro, un anonimo Umanesimo Globalista dall’altra ancora, ossia i tre pilastri di questa “religione mondana” che “ha preso l’abitudine di fare a meno dell’eternità” e vuole trasformare il cristianesimo in “una signora che porta la minestra agli indigenti” (Graham Greene), non possono diventare i criteri fondamentali del nostro ragionare pubblico. L’attuale Unione Europea non ha più niente a che fare con il progetto originario ed è abusivo continuare a presentarla come tale. L’emergenza ecologica – tutta da provare e comunque da inquadrare in modo non ideologico – non è affrontabile se non considerando la natura frutto della creazione, guardandola quindi dal di fuori e dal di sopra e non, idolatricamente, dal di dentro. Il dialogo e l’educazione mondiali non possono fondarsi su un generico minimo comune denominatore, su un umanesimo universalistico e globalista cui tutte le religioni dovrebbero contribuire, quasi unificandosi in un’unica – ripeto l’espressione usata sopra – “religione mondana”. Indicare ai cattolici questi tre criteri per valutare i programmi elettorali – europeismo, ecologismo, globalismo – è senz’altro educatamente raffinato, gradevolmente corretto, convenientemente aggiornato, così in linea con Greta Thunberg, con i compiaciuti resoconti del TG1, con le giornate mondiali dell’ONU, con il sorriso benpensante di Fabio Fazio, con le attese del presidente Mattarella… ma ha poco a che fare sia con la retta ragione sia con la dottrina della fede.

Oggi riscontriamo anche un altro aspetto di questa “religione mondana”: l’invito a non usare parole ostili, a non alzare i toni, ad essere sobri e ragionevoli, colloquianti e rispettosi. Anche questo è proposto come criterio di valutazione di cui tenere conto nella cabina elettorale. Apparentemente la proposta suona bene agli orecchi dei cattolici, ma nello stesso tempo sa di regime e reprime come tracotante qualsiasi voce dissonante. Difficile intervenire pubblicamente contro i “nuovi diritti” senza essere accusati di linguaggio ostile. Difficile ricordare delle verità senza essere accusati di intolleranza. Molti cattolici si adeguano e adottano la neo-lingua imposta e anche loro chiamano l’aborto “salute riproduttiva” e l’utero in affitto “gestazione solidale”, ma altri cattolici vogliono far valere i diritti della verità anche nel linguaggio.

Due percorsi di prospettiva

Questa sera parliamo del voto dei cattolici in Emilia Romagna. Ma ormai i cattolici sono pochi, dispersi, divisi e spesso inconsapevoli di sé. Di fronte a questo panorama e davanti all’appuntamento elettorale occorre chiedersi quale di queste due strade percorrere. La prima è di cercare di fare delle proposte politiche capaci di intercettare le varie anime del cattolicesimo di oggi. Ne stanno nascendo anche in questo periodo. In questo modo però si rischia di costruire un accordo al ribasso, di eliminare gli aspetti più caratterizzanti perché non condivisi da tutti, di guadagnare in orizzontalità ma di perdere in verticalità: una presenza riformista, di centro, moderata, equilibrata, arrotondata, di valori accettabili, di buoni propositi, di compensazione e mai di rottura. L’altra strada è invece di non cercare più larghe intese, nemmeno dentro il mondo cattolico, ma di recuperare in profondità e verticalità quanto ci caratterizza e, con questo bagaglio molto netto nelle distinzioni, entrare nei gruppi politici che permettano una accettabile agibilità. Una simile strategia è anti-concordista, perché oggi il concordismo, ossia la volontà di procedere concordi ad ogni costo, implica compromessi troppo forti, la messa in ombra di elementi troppo importanti sia della retta ragione che della dottrina della fede, un eccessivo adeguamento al mondo il quale “invece di farci dei doni, si appresta a toglierci quel che credevamo di amare più della nostra fede” (Graham Greene).

 




Elezioni Emilia Romagna: 20 motivi perché cambiare e non votare la sinistra.

Romano Colozzi, tra i vari incarichi, dal 2010 ad aprile 2013 è nominato dal ministro dell’Economia Tremonti nel Cda di Cassa depositi e prestiti. Dal 1 maggio 2013 al 30 aprile 2018 ha ricoperto l’incarico di segretario generale del consiglio regionale della Lombardia.   

Nell’articolo che segue, che riproduciamo su sua gentile concessione, Colozzi elenca 20 motivi per cambiare in Emilia Romagna. 

 

Bonaccini - Borgonzoni

Bonaccini – Borgonzoni

 

di Romano Colozzi

 

Il Capo Sardina, per sponsorizzare Bonaccini, ha detto: “Se vinci i mondiali non cambi allenatore.

Non so quali mondiali abbia visto la Sardina; forse allude ai quattro dati statistici che Bonaccini sbandiera ai quattro venti dall’inizio della campagna elettorale, per dimostrare di essere il migliore, l’inarrivabile, al punto che si dice vagoli per le stanze di via Aldo Moro chiedendosi, quasi incredulo, come mai non sia adorato dal 100% degli emiliano-romagnoli: ma la statistica, caro Capo Sardina, è una materia da maneggiare con cura. Hai presente il famoso esempio del pollo? Per la statistica, avendo Conte un reddito 2018 di circa 1 milione di euro e un operaio, invece, di 30 mila, in media avrebbero un reddito di 515 mila euro, con la sola differenza che l’operaio, per arrivarci, deve lavorare circa 20 anni. Così per la statistica è indifferente se l’aumento di 1 punto di PIL deriva da una società finanziaria o da 2000 negozianti e artigiani, ma per la politica non è così.

Ebbene, cercherò di dirti i motivi per cui io voglio CAMBIARE ALLENATORE e, soprattutto, IL PROPRIETARIO DELLA SQUADRA, CIOÈ IL PD, CON TUTTO L’ARMAMENTARIO IDEOLOGICO DELLA SINISTRA:

  1. sono stanco di una politica egemonizzata da un partito che controlla tutto, dagli appalti alla cultura, dalle cooperative alle fondazioni bancarie, dalla sanità alla grande distribuzione
  2. desidero che le famiglie non debbano aspettare mesi o anni per l’insufficienza di posti letto in RSA per disabili e non autosufficienti
  3. vorrei una vera libertà di scegliere dove farsi curare, ampliando il numero delle strutture sanitarie convenzionate, così da diminuire gli intollerabili tempi di attesa
  4. non mi piacciono centri storici desertificati 
  5. credo che la famiglia, formata da uomo, donna e figli, sia la cellula fondamentale della società e non vada considerata “superata” a favore di altre “unioni”
  6. voglio continuare a parlare di babbo e mamma e non di genitore1 e genitore 2
  7. desidero continuare a chiamare bambino un maschio e bambina una femmina senza incorrere nelle sanzioni della legge sulla transomofobia
  8. penso che la singola persona umana abbia un valore assoluto che va difeso dal momento del concepimento fino alla morte naturale
  9. credo che chi vede ogni giorno commettere furti, scippi, reati di droga abbia il diritto che questo problema sia considerato una priorità e di non sentirsi dire che la sua è una “insicurezza percepita”
  10. vorrei che finalmente tutti i genitori potessero decidere liberamente quale scuola scegliere per i propri figli, senza dover pagare due volte: prima con le tasse e poi con le rette
  11. mi sembra sbagliato lasciare entrare indiscriminatamente più immigrati di quelli che possiamo accogliere e non voglio essere considerato razzista per questo
  12. non sopporto che le nostre forze dell’ordine siano sbeffeggiate da delinquenti, arrestati mettendo a rischio la propria incolumità, e subito rilasciati
  13. mi sembra inaccettabile che i pendolari che pagano il biglietto, per andare a lavorare, debbano vedere che qualcuno può impunemente viaggiare gratis e minacciare il controllore di turno
  14. penso che non sia fascista difendere i confini del proprio Paese, come fanno tutte le nazioni del mondo
  15. ritengo che amare l’Europa non significhi accettare tutte le vessazioni di una burocrazia assurda e sempre più invadente
  16. non accetto l’arroganza dei partiti che ritengono chi non la pensa come loro un fascista o un ignorante da rieducare, perchè “ragiona con la pancia e non con la testa”
  17. non voglio lasciar spazio ad una cultura che vorrebbe togliere i crocefissi dai luoghi pubblici e coprire quelli nei cimiteri, con la scusa dell’accoglienza e del “rispetto” degli islamici
  18. sul clima voglio poter credere più a Rubbia o a Zichichi che a Greta, senza essere considerato un distruttore dell’ecosistema
  19. desidero delle istituzioni che combattano veramente gli sprechi, così da poter diminuire la pressione fiscale
  20. non condivido la nostra totale sudditanza ad un’Unione europea che, con la sua pervicace politica di austerity, rende la crisi economica insuperabile.

Sento delle persone che dicono che voteranno Bonaccini perché in fondo in Emilia-Romagna non si sta male: a me sembra che sia un po’ poco come motivazione e questo sì sia ragionare con la pancia.

 

 




Né sardine, né salmoni. Contro le opinioni del volgo, puntare alla verità

Strada folla affollata


di Miguel Samperi Cuartero 

Di fronte alla presunta “ondata” di sardine (né apolitiche, né acefale) che dicono stia invadendo le piazze del nostro paese, c’è chi auspica un 2020 ricco di salmoni, pesci capaci di andare controcorrente rispetto al pensiero dominante.

Ma il paragone non è esaustivo perché, come le sardine si muovono in branco seguendo il flusso delle correnti (leggi “mode”, del costume e del pensiero) anche il salmone, che ha nel suo DNA il risalire la corrente, è incapace di dissentire e di opporsi al senso di marcia imposto. Anche fosse, come in questo caso, quello di andare controcorrente. In altre parole, anche il salmone obbedisce, è sottomesso ed incapace di reagire. Difatti il “controcorrentismo” può diventare una patologia grave quanto il conformismo di massa, tanto che ad andare contro corrente in grande ed allegra compagnia si finisce per diventare conformisti di segno opposto, cambiando solo il verso.

[Di questo “controcorrentismo” esasperato abbiamo esempi ovunque, finanche all’interno della Chiesa dove molti pastori oggi (sbagliando mira per una forma dolosa di miopia del pensiero teologico di fronte alla crisi di fede che ormai miete anime in ogni donde dell’Occidente) soffrono la febbre dell’anticonformismo che potremmo ben definire “sindrome del faccio-nuove-tutte-le-cose”].

Aveva ragione il filosofo spagnolo Ortega y Gasset quando affermava “Ormai non ci sono più protagonisti: c’è soltanto un coro!” (OyG, La rebelión de las masas). E questo coro – se si desidera vivere in pace, senza noie aggiuntive a quelle che la quotidianità ci offre gratuitamente per il fatto di essere vivi – non dev’essere interrotto ne contraddetto con note stonate che attirino sguardi poco rassicuranti.

Il vero auspicio dunque è quello di tornare ad essere protagonisti, pensando con la propria testa e non con quella che dirige il “coro”, a prescindere da quello che i burattinai del “pensiero nobile” o gli anticonformisti di professione vorranno da noi.

Si correrà di certo il rischio di inoltrarsi in luoghi sconosciuti e solitari, ma con la sicurezza di poter contare con la guida sicura della coscienza. Per poi capire cosa intendiamo per coscienza bisognerà conoscere e leggere i santi Thomas More e John Henry Newman che hanno vissuto e tematizzato il primato della coscienza come luogo di incontro dell’uomo con la verità, rivelata da Dio nel cuore (Cor ad cor loquitur, “il cuore parla al cuore”, fu il motto episcopale scelto dal cardinale).

In occasione del nuovo anno, il filosofo Diego Fusaro ha auspicato che il 2020 sia l’anno della “rinascenza”, dell’uscita dalla caverna buia e lurida della metafora platonica dove l’ombra e la finzione viene confusa con la verità da uomini ingannati e sottomessi mentre dove i filosofi che denunciano la cattività vengono messi a morte.

È il passaggio «Ex umbris et imaginibus ad veritatem» come recita l’epitaffio che John Henry Newman volle sulla sua tomba. Un passaggio non certo facile e privo di dolore che allo stesso Newman costò il mettere in discussione tutto se stesso, ciò in cui credeva, sacrificando (oltre al pensiero e alla fede), amicizie, affetti e la sua stessa vita, intesa come progetto e vocazione.

La solitudine, si sa, è il pegno da pagare per chi decide di liberarsi dai lacci del pensiero dominante o dalle opinioni dei più, elevate ad oracolo. Tommaso Moro, solo nella Torre di Londra, in poco tempo perse di vista quella folla di persone che lo attorniava giornalmente quando era Cancelliere del Regno: amici e conoscenti, nobili e plebe, lo abbandonarono alla sua sorte come un incurabile dissennato, incaponito e reticente nel non voler adeguarsi e vivere ancora senza noie con la giustizia. È la solitudine di Socrate, quella di tanti uomini liberi che le masse hanno imparato ad allontanare ed isolare (cfr. Tommaso Moro. La luce della coscienza, cap. 2).

Ci vorrà di certo una formazione, perché pensare da sé o – per usare il linguaggio di Fusaro – pensare altrimenti, è un habitus che va acquisito nel tempo e non si può semplicemente ottenere dal giorno alla notte. La formazione della coscienza è un lavoro lungo e lento che richiede pazienza ma che è doveroso iniziare sapendo che non finisce mai. Perché è proprio dalla capacità di riconoscersi sempre in cammino e mai arrivati che parte ogni ricerca e ogni cammino di formazione della coscienza. Chi invece si crede arrivato, nell’arroganza della propria ostentata sapienza combatterà sempre contro l’agguato della manifestazione della verità che mai muta e mai si adegua al (e nel) corso del tempo.

In questi tempi di decadenza morale ed intellettuale (che le due cose vadano di pari passo lo insegnano i maestri del pensiero antico da Socrate all’umanesimo cristiano) vale la pena rivolgere lo sguardo ad un filosofo del tutto ignorato e sconosciuto, ma il cui pensiero gioverebbe non poco alla ri-formazione della coscienza del pensiero occidentale. Nella sua Introducción a la Sabiduria Juan Luis Vives, il più grande filosofo del rinascimento spagnolo e uno dei più grandi interpreti dell’umanesimo europeo del 500, raccomandava a chi muoveva i primi passi nel cammino della sapienza di diffidare dalle opinioni comuni che giudicano la realtà “con grande stoltezza” (quae stultissime de rebus iudicant). Per Vives giudicare rettamente discostandosi dalle dannose opinioni del volgo è dunque uno dei primi passi necessari nella ricerca della verità perché “grande maestro di errore è il popolo” (magnus erroris magister, populus). Accodarsi a un pensiero pre-confezionato (o pre-cotto) è sintomo di superficialità allontanamento dalla verità, per questo l’umanista spagnolo mette in guardia: “Vanno prima di tutto ritenuti sospetti tutti quei costumi largamente approvati dalla folla, a meno che essi non siano recepiti anche da chi valuta ogni cosa con virtù”.

L’applicazione di questo primo principio di prudenza intellettuale sarà la base della rinascita del pensiero per la formazione di un nuovo umanesimo che punti alla verità ai tempi delle dittature del pensiero (nelle sue varie e variegate declinazioni) e della disinformazione di massa: diffidare dagli applausi del coro mainstream per iniziare a ragionare con la propria testa, illuminati dalla luce della coscienza.




“Se abbandoniamo il nostro cristianesimo, perdiamo la nostra identità”, afferma ministro ungherese

L’Ungheria sta promuovendo politiche pro-famiglia perché la sua identità cristiana è in gioco, ha dichiarato il ministro della famiglia ungherese al Catholic News Agency (CNA) in un’intervista rilasciata a Matt Hadro, che vi proponiamo nella traduzione di Riccardo Zenobi.

Katalin Novàk: Il Ministero della famiglia e degli affari sociali del governo Orbán

Katalin Novàk: Il Ministero della famiglia e degli affari sociali del governo Orbán

 

L’Ungheria sta promuovendo politiche pro-famiglia perché la sua identità cristiana è in gioco, ha dichiarato il ministro della famiglia ungherese alla CNA in un’intervista.

“Se ci arrendiamo sul nostro cristianesimo, allora perderemo la nostra identità, come ungheresi, come europei”, Katalin Novák, il ministro ungherese per la famiglia, ha detto alla CNA in un’intervista mercoledì.

Novák ha parlato alla seconda conferenza annuale sulle politiche famigliari a Capitol Hill mercoledì scorso, organizzato insieme all’ambasciata del Brasile. Si è unita a funzionari dell’amministrazione Trump, membri del Congresso, e rappresentanti di organizzazioni non governative nella discussione su come i governi possono promuovere politiche per la famiglia.

Il tasso di nascite in Ungheria è molto sotto il livello di rimpiazzo; l’ufficio delle statistiche stima la fertilità totale a 1,48 figli per donna. Ogni nazione nell’Unione Europea ha un livello di nascite al di sotto della soglia di rimpiazzo, ha dichiarato la Novák. E secondo i dati delle Nazioni Unite, sia l’Europa orientale che l’occidentale hanno una fertilità stimata di 1,657 e 1,683 figli per donna per gli anni tra il 2015 e il 2020 – molto sotto la soglia di rimpiazzo di 2,1.

“Abbiamo una sfida demografica di fronte”, ha detto Novák alla CNA. Mentre alcune nazioni possono fare affidamento sull’immigrazione, l’Ungheria sta provando a invertire il trend con un approccio su due fronti: incentivi finanziari per le famiglie per avere più figli, e promuovendo una cultura che è pro-life e inclusiva delle grandi famiglie.

Nel 2011, il tasso di nascite in Ungheria era 1,23, ha dichiarato Novák martedì scorso, facendo sì che il governo si domandasse “qual è la ragione dietro” il fenomeno, e “come possiamo aiutare?” Ora, l’amministrazione del primo ministro Viktor Orban ha promosso un piano d’azione di protezione della famiglia in sette punti con incentivi per matrimoni e figli.

Le donne che si sposano prima del loro 40° compleanno saranno candidabili ad un prestito sussidiario senza interessi di circa 31.000 € dallo stato; un terzo del prestito può essere annullato se la coppia ha due figli, e l’intero debito si può cancellare se la coppia ha tre o più figli. Le donne con quattro o più figli saranno esentate dalle imposte sul reddito per tutta la vita. Le famiglie con almeno tre figli sono candidabili per una concessione per l’acquisto di un’auto che abbia sette o più posti a sedere.

L’assistenza domestica è un altro punto chiave della strategia. Famiglie con due figli saranno candidabili per una riduzione del prestito ipotecario che può essere incrementata se hanno un terzo figlio.

I nuovi incentivi finanziari risulteranno in più nascite? Lo dirà il tempo, ma la questione è di massima importanza per lo stato.

“Siamo convinti che il nostro futuro sia nelle famiglie forti”, ha detto Novák alla CNA.

Forse ancora più importante per rafforzare le famiglie rispetto agli incentivi finanziari è una cultura che incoraggia e normalizza i bambini.

“Parliamo troppo di denaro, veramente”, ha detto Novák mercoledì. “Avere figli non è questione di denaro. Di certo, non avere figli, quello può essere questione di denaro, ma avere figli, non viene deciso per via degli incentivi finanziari – non dovrebbe”.

Lo stato punta a creare una cultura che sia più accogliente per le famiglie. Ha inizialmente provato a fare questo incastonando certi valori pro-life e pro-famiglia nelle leggi.

L’Ungheria è stata storicamente una nazione cristiana dal suo primo Re Stefano, ha detto Novák, e le politiche pro-famiglia dello stato sono intese per essere una riflessione nello stabilire una “forte identità”.

“Senza una forte identità, non puoi prendere responsabilità per altri”, ha detto alla CNA.

Nel 2011, il parlamento ungherese ha adottato la sua legge fondamentale che riconosce le radici cristiane della nazione ed afferma “inviolabile” la dignità umana, il “diritto alla vita” di ciascuno e la protezione della vita dal “momento del concepimento”, il matrimonio come una unione volontaria di un uomo e una donna, la “famiglia come la base della sopravvivenza della nazione”, e la protezione delle persone con disabilità, ha detto Novák.

Inoltre, lo stato sta promuovendo il messaggio pubblico che “la vita è un dono” e che avere bambini è “un’avventura lunga tutta la vita”.

“Riconoscete veramente coloro che si prendono cura dei bambini? Valutate veramente quella mamma che resta a casa prendendosi cura di cinque, sei, sette bambini e sta giocando un ruolo attivo nel mercato del lavoro?” ha chiesto Novák. “Le valutiamo veramente? Le riconosciamo? Le proteggiamo?”

L’Ungheria vede anche parte della sua identità cristiana nell’aiuto di cristiani vittime di persecuzione in altri paesi. In Iraq, il governo ha aiutato a reinsediare i cristiani vittime del genocidio attraverso il suo programma d’aiuto Hungary Helps, provvedendo più di 3 milioni di dollari per lo sforzo.

“Per tale ragione, vediamo che abbiamo la responsabilità di provvedere aiuto per aiutare i fratelli e le sorelle che soffrono dalla persecuzione ovunque nel mondo”, ha detto Novák. “Non è attraverso l’aiuto di organizzazioni internazionali con una grande amministrazione e un grande costo”, ha detto, ma invece “è l’aiuto diretto, che va indirizzato ai perseguitati”.

Il diritto alla vita dal momento del concepimento è una parte fondamentale di questa identità. Mentre il livello di aborti nella nazione è al punto più basso mai registrato, altro lavoro va fatto, ha detto Novák. “Nulla sopra lo zero è un buon numero”.

L’approccio che lo stato sta prendendo per far avanzare la causa pro-life è il “riconoscere la vita del non nato”, ha detto, “provvedendo benefici famigliari”. Dal secondo trimestre di gravidanza, la donne sono già candidabili per benefici famigliari.

Lo stato riconosce anche l’importanza di un “posto di lavoro family friendly”, ha detto, e sta provando a ricompensare i datori di lavoro con generose politiche famigliari.

Mentre altre nazioni possono vedere l’immigrazione come una soluzione demografica ad una popolazione declinante, Novák ha messo in guardia dal vedere questo come un sostegno a lungo termine per il futuro della nazione. I sette punti del piano famigliare di Orban sono stati fatti come alternativa all’immigrazione vista come soluzione per il futuro della nazione.

L’Ungheria ha ricevuto critiche internazionali per le sue strette politiche immigratorie. Il capo del dipartimento delle nazioni unite per i diritti umani ha affermato che la legge del 2018 che criminalizza l’assistenza di chi cerca asilo era “platealmente xenofoba”. All’inizio del 2018 l’agenzia ONU per i rifugiati ha detto che l’Ungheria stava solo ammettendo circa due richiedenti asilo per giorno attraverso le sue zone di transito.

L’ispettore speciale dell’ONU sui diritti umani dei migranti, che ha recentemente visitato la nazione, ha detto che “i migranti sono rappresentati come nemici pericolosi sia ufficialmente che nei discorsi pubblici”. La Novák ha detto che l’Ungheria non “vede l’immigrazione come una soluzione al nostro problema demografico”, e vuole dare assistenza nel reinsediare i rifugiati ma non sta facendo una priorità dell’accettare migranti economici che cercano una “vita migliore”.

“Siamo, in primo luogo, responsabili della nostra gente. E se hanno bisogno di più aiuto in modo da essere capaci di crescere più bambini e avere una famiglia, allora dobbiamo provvedere questo aiuto”, ha detto. Le nazioni con un alto deflusso di migranti economici non saranno aiutate nel lungo termine, ha detto.

“Penso veramente che il modo responsabile di pensare non è di estrarre i meglio educati, i più mobili, e le più ricche persone da queste nazioni”, ha detto, “e cosa accadrà ad altri che restano lì?”

L’Ungheria sta provvedendo educazione e università gratis per migliaia di studenti da queste nazioni, ha detto, “per permettere loro di ritornare alle loro nazioni e lì guidare il vero cambiamento”.

Ad ogni modo, nel 2018 l’Università dell’Europa Centrale ha fermato il suo programma per i rifugiati dopo una significativa tassa dal governo ungherese sulle attività che supportano immigrazione.

Papa Francesco, nel suo messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato, ha detto che “la nostra risposta alle sfide poste dalle migrazioni contemporanee si può riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare”.

 




Chiesa e Stato oggi: cosa devono fare i cattolici con la politica?

Negli ultimi decenni c’è stata la tendenza a identificare le cose di Dio con quelle di Cesare. Questo è un problema serio. Un articolo di James Kalb, pubblicato su The Catholic World Report, tradotto da Riccardo Zenobi.

 

Chiesa e Stato (foto da The Catholic  World Report)

Chiesa e Stato (foto da The Catholic World Report)

 

La mia rubrica mensile è chiamata “Ecclesia et Civitas” perché ha perlopiù a che fare con la relazione tra la Chiesa e la comunità secolare.

È un argomento difficile da maneggiare.

Ci è stato detto di “rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Ma il detto divide senza spiegare, e qualcuno afferma che è una risposta trabocchetto ad una domanda trabocchetto.

Nei recenti decenni c’è stata una tendenza a ridurre i problemi identificando le cose di Dio con quelle di Cesare. La gente piega l’amore di Dio all’amore del prossimo, interpretando quest’ultimo riferendosi alla corrente comprensione secolare di cosa è buono, e identificando pratica della Fede con azione politica. Così la Fede diventa un progressismo secolare che usa linguaggio cristiano, e il Regno diventa il risultato della società trasformata.

Ciò non può essere vero. I passaggi escatologici nel Vangelo rigettano ogni nozione di salvezza attraverso sviluppi politici o storici. E più alla base, il primo dei due grandi comandamenti è l’amore di Dio, non del prossimo. Ci viene chiesto di amare Dio con cuore, anima, forza e mente, e i nostri vicini come noi stessi – uno standard molto più debole.

Questo è ovviamente il giusto ordine, poiché abbassare ciò che è bene distorce ogni cosa. L’amore di Dio è necessario per portare un sano e genuino amore al prossimo. Pone tutti noi in un comune stato nel quale ognuno riceve il suo vero valore. Ciò rende possibile amare altri come amiamo noi stessi: altrimenti sarebbe difficile amare qualcuno.

Rende anche possibile comprendere e ordinare i beni in modo giusto. Se non possiamo farlo non possiamo dire cosa è buono da ciò che noi o altri pensano sia buono. La morale diventa un imporre le nostre preferenze sugli altri o accettare non criticamente le loro. Il risultato è un moralismo che si ritiene giusto da sé stesso o una concezione di amore che si riduce ad accettare, accompagnare, e supportare l’altro in qualsiasi cosa scelga di fare.

Il moralismo ha una cattiva nomea. L’accettazione senza giudizio, accompagnamento, e supporto ha attualmente un buon nome, anche se porta al proprio moralismo. Ma chi lo vorrebbe, anche nel suo caso? Siamo esseri sociali, e a dispetto della nostra debolezza aspiriamo a fare ciò che è giusto e buono. Ma non abbiamo un modo di raggiungerlo se facciamo di noi stessi e delle nostre preferenza lo standard. Perché dovremmo volere che qualcun altro faccia di sé stesso lo standard?

È evidente, quindi che la politica non è la stessa cosa della Fede, e dobbiamo mettere Dio e non l’uomo al centro. Ma ciò riporta alla questione originale: cosa dovrebbero fare i cattolici con la politica? La situazione è complicata dalla linea non mondana del cristianesimo. Gesù ha negato che il suo regno fosse un regno di questo mondo, e ha silenziosamente accettato la pretesa del diavolo che tali regni appartengono a lui. Non si è sposato, non aveva una casa, un lavoro o affiliazione istituzionale, o qualsiasi cosa oltre i vestiti che aveva addosso. Ed ha parlato della beatitudine dei poveri, miti, e umili, e non ha resistito all’arresto né si è difeso di fronte a Pilato.

La non mondanità continua tra i primi cristiani. Giacomo 4, 4 chiede “non sapete che chi si rende amico del mondo si rende nemico di Dio?” e 2 Cor 6, 14-17 avvisa “Non lasciatevi legare al giogo estraneo degli infedeli… Perciò uscite di mezzo a loro e riparatevi, dice il Signore, non toccate nulla d’impuro”.

Nemmeno la conversione di Costantino ha messo fine a tali visioni. L’alba di una Chiesa più mondana alleata con il potere ha portato molti santi a scegliere la solitudine del deserto. Anche oggi, i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza sono vivi, e i contemplativi continuano a separarsi dalla società secolare, e la gente sogna ardentemente come san Francesco di vivere una vita come Gesù. E la chiamata dell’”Opzione Benedetto” mostra quanti cattolici ordinari sentono il bisogno di alcuni gradi di separazione.

Ma anche coloro che accolsero la nuova connessione tra lo Stato Romano sotto Costantino e i suoi successori erano nel giusto. Dio ha creato il mondo perché lo ama, quindi amare Dio è anche amare il nostro prossimo. E l’amore del prossimo include preoccupazioni per i suoi affari pratici, e così a volte con la politica. La Chiesa ha bisogno di eremiti, contemplativi, e pazzi per Cristo, ma non tutti sono chiamati a queste cose. San Francesco, nonostante fosse poco mondano, ha trovato il patrono di cui aveva bisogno in Innocenzo III, il più politicamente potente dei papi.

In ogni caso, il cristianesimo non lascia gli affari ordinari. Gesù era oltraggiato quando le persone pensavano che potessero smettere di aiutare i loro genitori dicendo che hanno lasciato i loro beni per motivi religiosi. Dunque se sei Re e cristiano, devi adempiere le tue responsabilità politiche come un cristiano. E quando persone ordinarie condividono il governo dovrebbero fare la stessa cosa.

Ma ancora, cosa significa ciò? La politica è intrinsecamente disordinata. In pratica, l’ordine politico alla fine si fonda sulla guerra. E l’operazione quotidiana del governo implica costringere le persone a fare ciò che non vogliono fare, se necessario con l’aiuto di una forza mortale. Non permettiamo loro di allenarsi a modo loro in collaborazione con gli altri, in base agli obiettivi e all’esperienza delle persone coinvolte, forziamo le cose.

Ciò è spesso necessario e benefico, ma ci sono limiti a ciò che può essere raggiunto in tal modo. È un motivo per cui la sussidiarietà, permettendo tanta autonomia quanta possibile alle associazioni locali e informali, è così basilare alla dottrina sociale della Chiesa. I cattolici portano avanti le loro utili attività pubbliche attraverso associazioni e non il governo.

E ci sono ulteriori problemi. Fare in modo che le cose siano risolte in maniera politica include acquisire potere e lavorare con persone che lo hanno. Ma il potere è spesso acquisito e usato in maniere dubbie, e se lavori con la gente devi venire a patti con ciò che sono e dar loro qualcosa che vogliono. Quindi la politica pratica significa cooperazione routinaria con il male.

L’effetto è che i politici, nonostante possano essere toccati da preoccupazioni cristiane attraverso convinzione o calcolo, sono raramente santi. Non molte persone possono occuparsi della zuffa della politica, con le sue ambiguità, bugie di convenienza, e bisogno di alleanza e mercanteggiamenti per far sì che le cose siano fatte, e aderire in maniera affidabile ai principi cattolici riguardo il doppio effetto e la remota cooperazione con il male.

Anche così, i cattolici votano, e i politici necessitano di piacere ad essi tanto quanto ad altri. E i santi stessi possono giocare un ruolo molto importante in politica cambiando ciò a cui le persone aspirano. Quale visione della vita ha la gente? Cosa si aspettano da sé stessi e dagli altri? Le risposte a tali questioni formano la base in cui i politici agiscono e perfino il tipo di vita pubblica.

Il più grande contributo che la Chiesa possa dare alla vita politica è aiutare a creare quella base. Oggi il mondo ne ha bisogno più di sempre. Per esempio, sentiamo una grande preoccupazione sulla natura e l’ecologia. Tali preoccupazioni sono importanti, ed è bene che i cattolici si occupino di tali cose come cittadini, ma la missione e competenza primaria della Chiesa ha a che fare con come le persone si rapportano a Dio e tra loro. La sua preoccupazione riguardo la natura e l’ecologia dovrebbe dunque essere la natura umana – in altre parole, la legge naturale – e l’ecologia morale e spirituale della vita umana. Chi si occuperà di tali questioni se lei non lo fa?

Sembra che la sua grande missione ecologica al momento dovrebbe essere quella di resistere a coloro che vogliono togliere di mezzo la famiglia, la religione e la comunità culturale evoluta attraverso la tecnocrazia globale. A tal fine non ha bisogno di solidarietà con Jeffrey Sachs, le Nazioni Unite e la Ford Foundation. Né ha bisogno di accessoriare i suoi sforzi con immagini di Madre Natura e appelli al Buon Selvaggio. Ciò di cui ha bisogno invece è difendere ciò che ha sempre sostenuto: l’amore di Dio, una concezione della moralità centrata su come ognuno di noi porta avanti la sua vita e una concezione della società che enfatizza la sua molteplicità e la relativa autonomia delle sue parti così come il suo ultimo orientamento verso i beni naturali dell’uomo e verso Dio.

 

 

James Kalb è un avvocato, studioso indipendente e convertito al cattolicesimo che vive a Brooklyn, New York. È autore di The Tyranny of Liberalism (ISI Books, 2008) e, più recentemente, Contro l’inclusività: Come il regime della diversità sta appiattendo l’America e l’Occidente e cosa fare di esso (Angelico Press, 2013).

 

 




Emmanuel Macron, l’umanista anticristiano

Emmanuel Macron

Emmanuel Macron

 

 

di Silvio Brachetta

 

Prima di Giuseppe Conte, e del plauso da parte dei vescovi italiani (qui), il presidente francese Emmanuel Macron ha invocato la necessità dell’«umanesimo», durante il discorso agli ambasciatori del 17 agosto scorso (qui). Anzi, di più. Qua non si tratta di un qualche commento sporadico da parte del mainstream laicista. È in atto – o si vorrebbe porre in atto – un cambiamento epocale, imposto dall’alto, che intronizzi l’uomo autosufficiente al centro della realtà e spodesti Dio per sempre dalla signoria sul mondo e dai cuori dei fedeli.

Tre le parole chiave – la Triade al posto della Trinità – che Macron ha posto a fondamento del programma, suo e dei poteri forti che lo sostengono: «Umanesimo», «Rinascimento», «Illuminismo». Una specie di Cerbero a tre teste di cui, in verità, si sa tutto. Si sa che la modernità è umanista illuminista, e rinascimentale. Si sa che, per questo motivo, la modernità disintegra l’unità tra fede e ragione. Si sa, inoltre, che la modernità è fondata sulla “svolta antropologica”, tipica dell’uomo che si fa Dio.

Negli ultimi trent’anni, la società occidentale ha messo almeno in dubbio la “svolta antropologica”, anche per merito dei grandi pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, che sono riusciti, se non a bloccare le suggestioni anticattoliche, almeno a incoraggiare una sorta di contro-svolta teologica. Con Wojtyła e Ratzinger l’attenzione si rivolgeva di nuovo a Dio, con forza, senza però svalutare l’uomo.

Ora no, è crollato tutto. L’ennesima contro-svolta antropologica si sta fagocitando una civiltà. La novità è che oggi la Chiesa è apertamente a favore dei neo-illuministi. Dilaga la secolarizzazione, e i principi non negoziabili sono solo un vago ricordo del passato.

Oggi Macron – nella traduzione dal francese di Massimo Zamarion – può dire con sicurezza:

«Siamo l’unica area geografica che ha messo l’uomo [homme, in francese] con una grande H al centro del suo progetto nel Rinascimento, al tempo dell’Illuminismo e ogni volta che abbiamo dovuto reinventarci».

E rincara:

«Ecco perché credo profondamente che il nostro progetto dobbiamo assumerlo consapevolmente come progetto di civiltà europea. Il progetto della civiltà europea non può essere realizzato né dall’Ungheria cattolica né dalla Russia ortodossa. […] È lo spirito del Rinascimento, è lo spirito dell’Illuminismo. È lo spirito profondissimo di questo umanesimo francese che ogni volta abbiamo incarnato, inventato e che dobbiamo reinventare oggi».

Il messaggio è chiarissimo: c’è un progetto di civiltà europea, ma di “nuova” civiltà, che deve rimpiazzare la “vecchia”, fondata sulle radici cristiane. E, in realtà, la “nuova” civiltà di Macron non è nuova per nulla, perché si tratta del programma stravecchio delle massonerie e delle consorterie di ogni tempo: stravolgere il mondo, l’ordine delle cose, l’ordine della natura, troncare il legame con il Creatore, imporre artificiosamente una morale anticristiana e antireale, sovvertire la legge eterna.

Macron (assieme a Conte e alla grancassa del mainstream) invoca uno «spirito di resistenza», vago e volutamente astratto, ma in realtà si tratta della resistenza alle aspirazioni più profonde dei popoli dell’Europa, alla vocazione cristiana, al semplice buon senso, alla logica delle cose, all’evidenza immediata, alla fatica operosa dell’iniziativa umana, alla grazia della Provvidenza divina. In una parola, l’uomo autosufficiente e ateo prepara la resistenza a Dio.

Macron s’illude e illude i cittadini, affermando che «il filo rosso della nostra vocazione» è il «vero umanesimo». Tutt’altro: la vocazione europea procede da Dio, è teocentrica, passa per l’unità tra fede e ragione e costruisce la civiltà fondata sul vero, sul bello e sul buono – dove verità, bellezza e bontà procedono da Dio.

Altra menzogna: «esiste un primato di libertà» – dice Macron agli ambasciatori. No, esiste un primato della verità, perché l’Europa è nata da una decina di secoli di teologia, filosofia, patristica, storiografia, diritto e scienza. Il primato della libertà, al contrario, è sempre stata una suggestione settaria, libertaria, anarchica, sovversiva, da cui l’Europa si è sempre smarcata. L’Europa è sì anche la patria della libertà, ma non della libertà sganciata dalla ragione, non del cieco arbitrio dei pagani, non del libertarismo presuntuoso.

Macron ha fretta. Sa di dover combattere non contro i suoi critici, ma contro la realtà medesima:

«[…] l’umanesimo in un solo paese non dura a lungo. E dobbiamo essere in grado di irrigarlo in Europa e a livello internazionale. Ed è qui che deve essere la coerenza della nostra agenda. È questo progetto umanista, che è al cuore dell’agenda del governo».

Tutti hanno fretta. Conte ha fretta d’imporre il suo governo di non eletti. Macron ha fretta di aggiornare la propria agenda di governo. Questa nuova e strana Chiesa ha fretta d’indire sinodi e di sostituire le persone al comando.

Ma, per la saggezza popolare, «la fretta è una cattiva consigliera». Beninteso: la saggezza popolare dell’autentica tradizione europea, non della fasulla.

 

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SI RIPARTA DALLA FEDE, ALTRIMENTI LA POLITICA È SFORZO INUTILE

Ieri abbiamo pubblicato la lettera di dimissioni (qui) di Gianfranco Amato da segretario del PDF. L’abbiamo pubblicata perché offriva riflessioni interessanti sulla presenza dei cattolici nella società contemporanea. Oggi, proprio per continuare a riflettere su quella presenza, ci sembra utile rilanciare la risposta che a quella lettera ha dato Riccardo Cascioli, direttore de La Nuova Bussola Quotidiana.

Foto: Riccardo Cascioli

Foto: Riccardo Cascioli

L’esperienza del Popolo della Famiglia è stata un fallimento; dopo il 4 marzo lo scenario politico è completamente cambiato e c’è bisogno di nuove forme di presenza politica; il primo passo è lavorare per ricostituire l’unità dei soggetti che hanno dato vita ai Family Day. Questa è in sintesi l’analisi che Gianfranco Amato, fondatore insieme a Mario Adinolfi del Popolo della Famiglia, ha condiviso ieri sul quotidiano La Verità per annunciare le sue dimissioni da quel partito.

Non è un fulmine a ciel sereno: dal 4 marzo molti e lunghi sono stati i silenzi di Amato e svariati i segnali di un disagio nei confronti del PdF e del surreale trionfalismo di Adinolfi a fronte di un misero 0,7% uscito dalle urne. Non commentiamo la decisione di Amato né le ovvie e immediate polemiche che si sono scatenate sui social, né gli insulti al suo indirizzo dall’ormai ex compagno d’avventura Adinolfi.

C’è però qualcosa che stona nell’analisi di Amato: non si può rivendicare come giusta la scelta di due anni fa e attribuire agli scenari usciti dal 4 marzo il necessario cambiamento di strategia quando già allora c’era chi aveva previsto come sarebbe andata a finire, e soprattutto la dilapidazione del tesoro accumulato con i Family Day. Allora parlammo di errore di metodo e di contenuto, e di nodi che sarebbero prima o poi venuti al pettine: fummo criticati anche da chi è diventato in questo tempo un acceso denigratore del PdF.

Non è neanche possibile passare da «chi vota Lega è immorale» a «viva il governo della Lega» con disinvoltura spiegando tutto con il terremoto del 4 marzo. La Lega oggi esaltata è la stessa Lega che si è presentata alle elezioni, se si è cambiata idea un mea culpa e qualche scusa sarebbero doverosi viste le scomuniche piovute in campagna elettorale. Scuse che sarebbero doverose anche nei confronti di tanta gente che si è spesa con passione e sacrificio personale fidandosi proprio di Amato, anche quando avallava sciocchezze come la storia del “quarto polo”, “il 3% a portata di mano” e via delirando.

Peraltro tanto entusiasmo nei confronti del governo attuale (definito «una tregua per i cattolici») sembra un po’ prematuro: ci sono segnali positivi, è vero, ma non mancano neanche i segnali inquietanti. Proprio ieri è stato reso noto che il governo parteciperà ufficialmente al Gay Pride di Pompei di domani 30 giugno, inviando come delegato il sottosegretario al Consiglio dei Ministri Vincenzo Spadafora, convinto sostenitore del movimento Lgbt. Conoscendo il significato che Pompei ha per i cattolici, non si può che rimanere sconcertati da questa iniziativa del governo (anche se a stendere il tappeto rosso è stato perfino l’arcivescovo Tommaso Caputo).

Ad ogni modo il caso creato dall’uscita di Amato dal PdF e il suo proposito di riavvicinarsi a Massimo Gandolfini e al suo Comitato Difendiamo i Nostri Figli, per riprendere un discorso interrotto bruscamente con la nascita del PdF, ripropone il tema della rappresentanza del popolo che ha partecipato ai due Family Day del 2015 e 2016.

Pensare oggi di rimettere insieme i cocci di quell’esperienza come se non fosse successo nulla in questi due anni è operazione poco plausibile. Rischia di essere un’operazione di generali che però nel frattempo hanno perso gran parte dei soldati. Dubito fortemente che oggi sarebbe possibile riconvocare a Roma un altro Family Day. E non perché manchino gli argomenti; piuttosto quella giusta aspirazione a contare anche politicamente è stata ridotta dai leader di quelle piazze a calcoli di partito, sia che se ne sia fatto uno in proprio sia che si sia scelto di attaccarsi a qualche treno in corsa. E oggi se ne pagano le conseguenze.

A quella forza popolare che è stata formidabile nel reagire a una minaccia non sono stati offerti strumenti – culturali e sociali – per diventare anche propositiva, una forza che costruisce opere nella società. Si parla tanto della necessità di cattolici in politica, ma non si parte da un dato di fatto evidente: i cattolici oggi sono una infima minoranza; la presenza pubblica dei cattolici oggi è pressoché inesistente perché non c’è più una presenza cattolica tout court. Al massimo c’è una presenza clericale.

Il punto vero non sta in nuove o vecchie strategie per contare di più in Parlamento (per quanto anche questo sia importante), ma sta nel riannunciare Cristo fra gli italiani, sta nella proposta di una compagnia che diventa criterio per giudicare e affrontare ogni cosa, anche nel campo sociale. La storia di questi duemila anni – e anche la storia recente del nostro paese – insegna che il segreto del cambiamento della persona come della società è il Quaerere Deum, cercare Dio. Tutto il resto, compresa la rappresentanza politica, è conseguenza, ci sarà dato in più. E non è un processo che si consuma nei tempi di una legislatura. Però è così i monaci costruirono l’Europa, è così che tanto è stato fatto dai Santi “sociali”: non come progetto, ma come esito della loro fede che sapeva dare risposte adeguate ai bisogni che incontrava. La stessa Dottrina sociale della Chiesa non può essere ridotta semplicemente a strumento per far funzionare un partito o dare idee ai governanti; è invece uno strumento di evangelizzazione, declinazione della novità portata da Cristo nel giudizio sulle realtà temporali.

Se non si riparte dalla fede, ogni discorso politico è destinato a essere uno sforzo sterile.

fonte: LNBQ




DON GIUSSANI: “NON UN BENE COMUNE QUALSIASI, MA UN BENE COMUNE COME IDEALE”

DON GIUSSANI: “NON UN BENE COMUNE QUALSIASI, MA UN BENE COMUNE COME IDEALE”

Qualche giorno fa ho partecipato a Bari ad un incontro pubblico organizzato da alcuni amici in vista delle elezioni del 4 marzo prossimo.

L’incontro è nato dall’esigenza di lavorare sul contenuto di un volantino intitolato “La politica, dimensione essenziale della convivenza civile”, che riprende il discorso tenuto da Papa Francesco a Cesena nell’ottobre scorso. Il punto fondamentale di tale discorso è l’invito a non rimanere ad “osservare dal balcone”, ma a coinvolgersi con la cosa pubblica. Si legge infatti: “è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune”. E proprio il concetto di bene comune viene ripreso varie volte, fino ad affermare che: “Questa armonizzazione dei desideri propri con quelli della comunità fa il bene comune”.

È, quella del Papa, una sollecitazione molto importante. Occorre però tutta la nostra responsabilità e maturità di cristiani per calarla non solo nell’attuale situazione nazionale, visto che prossimamente vi sarà un importante evento come le votazioni, ma, in generale, nel più ampio panorama che vede potenti forze di natura culturale, politica ed economica che, in un modo o nell’altro, incidono subdolamente o apertamente nella vita di tutti i giorni.

Oggi, specialmente in questo frangente di promesse e slogan elettorali, tutti ci parlano di “bene comune”. Ma ci basta? Ci soddisfa semplicemente dire che occorre impegnarci per il bene comune? Senza altra declinazione?

Credo proprio di no.

Viviamo, infatti, in tempi drammatici, che ci impediscono di accontentarci di un qualche criterio di natura generale, come è appunto quello del bene comune, anche se importante. Le sfide scatenate alla dignità della persona umana, alla struttura antropologia della famiglia, alla sacralità della vita, per essere affrontate, richiedono un sovrappiù di coscienza. È per questo che non può essere un criterio generale, per quanto necessario come il bene comune, che ci muove, ma sono le ragioni che sottostanno al bene comune che ci spronano, che possono darci quella energia vitale. Senza di esse, la persona rimane senza vigore, e lo stesso bene comune risulta oscuro, rimane un concetto come tanti altri.

Date le sfide cui abbiamo accennato, non è detto che una semplice “armonizzazione” dei desideri propri con quelli degli altri possa portare automaticamente al bene comune. Anzi, in alcune circostanze, quando venissero proposte ed approvate leggi lesive della dignità della persona o della famiglia, pur se presentate come espressione del rispetto della libertà altrui, e dunque del “bene comune”, occorre esprimere verso di esse un nostro rifiuto, a volte anche molto netto. E in particolari circostanze, occorre addirittura fare resistenza ed obiezione di coscienza poiché: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (Atti, 5,29).

E ciò perché il bene comune non è necessariamente il frutto di un compromesso o di un accordo, non è neanche la media dei beni comuni individuali.

Il bene comune trae la sua ragion d’essere dalla verità, esso è il riflesso di quella verità che è inscritta da Dio nel cuore dell’uomo, ed è visibile nella legge naturale, ad esempio nella famiglia naturale formata da un uomo ed una donna, aperta alla generazione della prole. Per questo, ogni violazione della legge naturale, perpetrata anche mediante il diritto, non potrà che avere un effetto negativo sull’uomo e sulla società nella sua interezza.

Diceva a questo proposito don Giussani: “La genesi di un popolo è una compagnia alla ricerca del suo destino. E, infatti, un popolo è tenuto insieme sempre da una visione di bene, di un bene comune. Non un bene comune qualsiasi, ché altrimenti la collettività e la solidarietà sarebbero provvisorie proprio in sé e non costituirebbero, non darebbero personalità a quel popolo.” (…) “Ciò che dà personalità a un popolo è un ideale, un bene comune come ideale, che sta al di là, al di là di tutto l’elenco di interessi e di bisogni da soddisfare.” (“Certi di alcune grandi cose 1979-1981, BUR, 2007, pag.432-433).

Per questo, non saranno mai i meccanismi, anche se democratici, come ad esempio la maggioranza, a rendere giusta la nostra società, ma gli uomini giusti. Perché il rischio, nel caso contrario, è che lo Stato, anziché essere al servizio della persona e delle comunità, a cominciare dalla famiglia, imponga dall’alto un suo pseudo “bene comune”.

E a proposito di “uomini giusti”, bello il momento in cui uno dei due relatori, il senatore, ha detto che una delle cose che lo ha sempre guidato nell’attività politica è stato un passo della Bibbia, quello in cui Dio in sogno dice a Salomone di chiedergli un dono. Ci si sarebbe aspettati una richiesta di maggiore potere, maggiori ricchezze, la vita dei suoi nemici. E invece Salomone chiede il dono di essere giusto nel governo del suo popolo, di ricevere il dono di saper “distinguere il bene dal male” (1Re 3,5.7-12).

Ecco, un bene comune che non attingesse o non facesse riferimento al saper “distinguere il bene dal male”, come chiedeva Salomone, sarebbe un bene comune vuoto, buono solo per essere “venduto” a poco prezzo durante le campagne elettorali. Un vero e proprio inganno. Un criterio buono per incamminarci verso non si sa che cosa.

Invece, bellissimo ed istruttivo il verso della canzone di Claudio Chieffo: “cammina l’uomo quando sa bene dove andare”.

In conclusione, la concezione della vita che è alla base di questo folle attacco alla dignità della persona e della famiglia, un attacco che si configura come un vero e proprio “tsunami antropologico”, costituisce la “cartina di tornasole” per giudicare i politici ed i loro programmi, per giudicare le proposte di legge e le riforme costituzionali, le politiche di gestione delle migrazioni e la sanità, e così via.

Il prossimo 4 marzo, nonostante la volgare legge elettorale che impedisce di esprimere una preferenza, credo dovremmo fare qualche seria riflessione prima di mettere la crocetta sulla scheda.

Sabino Paciolla