Cattolici e ortodossi sono più vicini che mai a una data comune per la Pasqua

Può Nicea portare di nuovo l’unità dei cristiani? 

Un articolo della professoressa Ines Murzaku, pubblicato su National Catholic Register, che vi presento nella mia traduzione. 

 

La Cattedrale della Resurrezione di Cristo ricoperta di murales, Podgorica, Montenegro
La Cattedrale della Resurrezione di Cristo ricoperta di murales, Podgorica, Montenegro

 

di Ines Murzaku

 

Una data comune per la Pasqua tra Oriente e Occidente come segno di unità cristiana – quanto sono lontani i cristiani da questo ideale?

Questa iniziativa ha ricevuto un rinnovato respiro, dato che i cattolici hanno recentemente celebrato la loro domenica di Pasqua il 4 aprile, e i cristiani ortodossi si stanno preparando per la loro Pasqua il 2 maggio. Il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, e l’arcivescovo ortodosso Job Getcha di Telmessos hanno concordato di lavorare per trovare una data comune per celebrare la Pasqua e dare una testimonianza unita alla Resurrezione di Cristo.

L’arcivescovo Getcha ha suggerito che l’anno 2025, che coincide con il 1700° anniversario del Primo Concilio Ecumenico di Nicea (325 d.C.) e durante il quale la Chiesa orientale e occidentale celebreranno la Pasqua nello stesso giorno – il 20 aprile – potrebbe essere un momento opportuno per riformare il calendario. 

La differenza nella data in cui la Chiesa orientale e quella occidentale celebrano la Pasqua ha a che fare con due diversi calendari, il tempo e la data dell’equinozio di primavera e la luna piena.

I cristiani orientali seguono il calendario giuliano nel calcolare la data della Pasqua, mentre i cristiani occidentali seguono il calendario gregoriano. Questo fa sì che i cristiani celebrino la Pasqua in domeniche diverse nella maggior parte degli anni.

La divisione non è nuova – risale al 1582, quando il calendario gregoriano, dal nome di Papa Gregorio XIII, fu introdotto per correggere alcune imprecisioni del calendario giuliano (46/47 a.C.), dal nome di Giulio Cesare. Secondo il gregoriano o il Nuovo Calendario, le date furono riordinate in modo che l’equinozio cadesse il 20 o il 21 marzo come ai tempi di Nicea I.

Questo calendario fu ampiamente accettato in Occidente. Papa Gregorio XIII scrisse al patriarca ecumenico di Costantinopoli, Geremia II, cercando di convincerlo ad adottare il Nuovo Calendario e le revisioni, ma le trattative non portarono alcun risultato. Infatti, Geremia condannò le innovazioni papali in una lettera enciclica.

Fu solo nella prima metà del XX secolo che diversi paesi ortodossi adottarono il calendario gregoriano, e le loro rispettive chiese ne seguirono l’esempio. Per esempio, la Chiesa ortodossa di Finlandia ha adottato il calendario gregoriano già nel 1920. Questo ha portato i luterani e gli ortodossi a celebrare la Pasqua in comune. 

La questione di una data di Pasqua comune per i cristiani orientali e occidentali è stata affrontata in due documenti del Concilio Vaticano II nell’appendice alla Costituzione sulla Sacra Liturgia, che affermava:

“Il Sacro Concilio non si opporrebbe se la festa della Pasqua fosse assegnata a una domenica particolare del calendario gregoriano, purché coloro che possono essere interessati, specialmente i fratelli che non sono in comunione con la Sede Apostolica, diano il loro assenso.”

Lo stesso desiderio di soddisfare questa esigenza è stato espresso nel decreto sulle Chiese cattoliche orientali:

“Fino a quando tutti i cristiani non si siano accordati su un giorno fisso per la celebrazione della Pasqua, allo scopo, nel frattempo, di promuovere l’unità tra i cristiani di una stessa zona o nazione, si lascia ai patriarchi o alle autorità supreme di un luogo il compito di accordarsi con il consenso unanime e il consiglio congiunto degli interessati per celebrare la festa della Pasqua nella stessa domenica.”

Nel marzo 1997 un’importante consultazione sponsorizzata dal Consiglio Mondiale delle Chiese e dal Consiglio delle Chiese del Medio Oriente si è riunita ad Aleppo, in Siria, e ha rilasciato una dichiarazione, “Verso una data comune per la Pasqua”.

La dichiarazione, che richiama l’attenzione sulla centralità della Resurrezione di Cristo come segno di unità dei cristiani, raccomandava di mantenere le norme stabilite a Nicea: che la Pasqua cadesse la domenica successiva al primo plenilunio primaverile, per calcolare i dati astronomici (l’equinozio primaverile e il plenilunio) con i mezzi scientifici più accurati possibili e usando come base di calcolo il meridiano di Gerusalemme, il luogo della morte e della resurrezione di Cristo. Celebrando la Festa della Festa (Pasqua) in date separate, i cristiani orientali e occidentali diluiscono e dividono il messaggio cristiano.

Papa Giovanni Paolo II, approfittando del giorno di Pasqua comune del 2001 per i cristiani orientali e occidentali, ha sollevato la questione ecumenica di trovare modi per celebrare la Pasqua in un giorno comune ogni anno.

Nella sua omelia di conclusione della Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani 2001, Giovanni Paolo II ha commentato la felice coincidenza della festa della Resurrezione di Cristo di quell’anno nello stesso giorno per l’Oriente e l’Occidente come un momento importante per i cristiani per dare una testimonianza comune e incoraggiarli “a trovare modi per una data comune per questa festa.”

Per Papa Giovanni Paolo II la celebrazione della Pasqua “non dovrebbe più essere causa di divisione”, esortando le comunità ecclesiastiche a tornare senza indugio a una celebrazione comune della festa pasquale, come ha affermato nel suo discorso all’incontro ecumenico nella cattedrale greco-ortodossa in Siria il 5 maggio 2001. 

Il testo esatto del decreto del Concilio di Nicea che risolse la controversia sulla Pasqua non è stato conservato, ma la Vita di Costantino di Eusebio (libro 3, capitolo 18) ha un pezzo importante delle deliberazioni di Nicea, mostrando che “si decise con il giudizio unanime di tutti i presenti, che questa Pasqua dovesse essere celebrata da tutti e in ogni luogo in un solo e medesimo giorno”, aggiungendo “perché cosa può essere più appropriato o più onorevole per noi che questa festa, dalla quale datiamo le nostre speranze di immortalità, debba essere osservata immancabilmente da tutti allo stesso modo, secondo un ordine e una disposizione stabiliti? “

È giunto il momento di guardare con speranza a una Pasqua comune celebrata e testimoniata in unità, in Oriente e in Occidente, dopo il Primo Concilio Ecumenico di Nicea. Il tempo per i cristiani di proclamare: “Cristo è risorto! Davvero, è risorto!” e condividere i loro tesori liturgici e i loro servizi potrebbe essere più vicino di quanto pensiamo, e la Chiesa del primo millennio sta venendo in soccorso.

 

 

 




Le feste della Pasqua a Gerusalemme nel IV sec. La testimonianza di una pellegrina.

Ci facciamo accompagnare, per i giorni della settimana che segue immediatamente la Pasqua (settimana dell’Ottava), e nel Tempo Pasquale, dalle brevi annotazioni del Diario di Egeria (pellegrina del IV secolo la quale ci ha guidato nella Domenica delle Palme). Note che registrano i ritmi intensi delle celebrazioni a Gerusalemme, come si svolgevano durante un’intera settimana, quasi fosse un unico giorno e nelle settimane successive fino alla festa dell’Ascensione del Signore.

don Alberto Strumia

 

Santo Sepolcro, Gerusalemme
Santo Sepolcro, Gerusalemme

 

Le feste della Pasqua

«Le feste della Pasqua si svolgono durante otto giorni, come da noi, e le funzioni negli otto giorni di Pasqua hanno luogo regolarmente, come dappertutto, fino all’Ottava. Qui però, durante gli otto giorni pasquali, c’è lo stesso splendore e ci sono gli stessi addobbi che per l’Epifania tanto alla chiesa maggiore quanto all’Anastasis [il luogo della Risurrezione] e pure alla Croce, all’Eleona [dove oggi c’è la chiesa del Pater noster], a Betlemme, al Lazarium [la tomba di Lazzaro a Betania], perché sono i giorni pasquali.

Nel primo giorno, la domenica, si va in processione alla chiesa maggiore, il Martyrium [sul Golgota], e cosi il lunedì e il martedì; sempre però, dopo il congedo dal Martyrium, si viene all’Anastasis con inni. Al mercoledì si va in processione all’Eleona, giovedì all’Anastasis, venerdì a Sion, sabato davanti alla Croce e domenica, che è l’ottava di Pasqua, si va nuovamente alla chiesa maggiore, cioè al Martyrium.

Inoltre, durante gli otto giorni pasquali, quotidianamente dopo il pranzo il Vescovo con tutti i sacerdoti e con i neofiti, ossia con quelli che sono stati battezzati, e tutti gli apotattiti [osservanti di regole di rinuncia particolarmente rigorose], uomini e donne, e con chi tra i fedeli lo desideri, sale all’Eleona. Si dicono inni, si recitano orazioni sia nella chiesa dell’Eleona, in cui si trova la grotta dove Gesù insegnava ai suoi discepoli, sia all’Imbomon, nel luogo di dove il Signore ascese al cielo.

Dopo che sono stati recitati salmi ed è stata detta una preghiera, si discende all’Anastasis con inni all’ora del lucernare; questo avviene per otto giorni consecutivi. Ma la domenica di Pasqua, dopo il congedo del lucernare, all’Anastasis, tutto il popolo scorta il Vescovo con inni fino a Sion.

Come si giunge là, vengono recitati inni appropriati ai giorni e al luogo, si dice una preghiera ed è letto quel passo del Vangelo in cui nel medesimo giorno il Signore, nel luogo stesso dove oggi sorge la chiesa di Sion, a porte chiuse entrò tra i discepoli, allorquando uno di loro, Tommaso, non era presente: essendo poi tornato, agli altri Apostoli che gli raccontavano d’aver visto il Signore, egli disse: Non credo se non avrò visto. Fatta questa lettura, si dice un’altra preghiera, si benedicono i catecumeni e poi i fedeli, quindi si ritorna a casa tardi, circa alla seconda ora della notte.

 

Il tempo dopo la Pasqua

 Nel periodo di cinquanta giorni che va da Pasqua a Pentecoste, qui assolutamente nessuno fa digiuno, neppure gli apotattiti. Come sempre durante l’anno, pure in questi giorni, dal canto del primo gallo fino al mattino si svolgono all’Anastasis le cerimonie secondo la consuetudine, e similmente all’ora sesta e al lucernare.

Nelle domeniche ci si riunisce al Martyrium, ossia alla chiesa maggiore, come il solito, e di qui si va all’Anastasis con inni.

Al mercoledì e al venerdì ci si riunisce a Sion, al mattino però, dal momento che assolutamente nessuno in questi giorni pratica il digiuno. La funzione si svolge nel modo usuale.

Nel quarantesimo giorno dopo Pasqua, che è giovedì, a cominciare dal giorno prima, vale a dire dal mercoledì dopo l’ora sesta, tutti vanno a Betlemme per celebrare la vigilia. Essa si svolge a Betlemme nella chiesa dove c’è la grotta in cui nacque il Signore.

Il giorno dopo, giovedì, che è il quarantesimo giorno dopo Pasqua, l’ufficio si celebra nel modo abituale; sia i sacerdoti che il vescovo vi predicano, dicendo cose appropriate al giorno e al luogo.

Dopo di che, la sera, tutti ritornano a Gerusalemme.

 

[Diario di Egeria, nn. 39-42, IV sec. d.C.]

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 

 

 




Il Tempo della Quaresima, che culmina oggi, il giorno di Pasqua, è il tempo della “sorpresa”.

Giotto, Resurrezione, Cappella degli Scrovegni, Padova
Giotto, Resurrezione, Cappella degli Scrovegni, Padova

 

 

Pasqua di Risurrezione

(Anno B)

(At 10,34a.37-43; Sal 117; Col 3,1-4; Gv 20,1-9)

 

di Alberto Strumia

 

Il Tempo della Quaresima, a partire dalla seconda domenica, per culminare con oggi, il   giorno di Pasqua, è il tempo della “sorpresa”. Pietro (capace dei grandi slanci delle dichiarazioni di fede in Cristo), Giacomo (il primo testimone della fede mediante il martirio di sangue) e Giovanni (il più giovane, il discepolo che Gesù amava) furono colti di “sorpresa”, in una maniera incredibile, nell’assistere alla Trasfigurazione di Gesù. Lo avevano considerato, fino a quel momento come “il Maestro”, il più grande di tutti profeti, il Messia, capace di parlare come nessuno prima di Lui («Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!» Gv 7,46), e di compiere miracoli mai visti prima («Comanda persino agli spiriti immondi e gli obbediscono!», Mc 1,27). Ma non avrebbero mai potuto immaginare di vederlo in quella sovrumana, trascendente, manifestazione di Gloria, di bellezza divina. Quella Gloria poteva averla solamente perché è Dio. Avevano visto che Gesù è Dio!

E Cristo aveva loro intimato «di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti». Lo aveva fatto perché quella “sorpresa” che aveva colto loro lasciandoli senza parola (Pietro, infatti «non sapeva infatti che cosa dire» [Mc 9,6], non sapeva nemmeno quel che diceva essendo fuori di sé), era solo un primo accenno di una “sorpresa” ancora più grande, perché riguardava tutta l’umanità e tutta la creazione: la “sorpresa” della Sua Risurrezione. Oggi, giorno di Pasqua, la Chiesa – pur ridotta non senza la propria responsabilità e complicità, a celebrarla quasi di nascosto qui da noi e letteralmente di nascosto in non poche parti del pianeta – celebra la “sorpresa” imprevedibile e non capita (si chiedevano «che cosa volesse dire risorgere dai morti», Mc 9,10) della Risurrezione di Cristo.

– Prima sorpresa. Come le donne che andarono al sepolcro per compiere i riti che la pietà verso i defunti prescriveva verso il corpo di un morto («Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome comprarono oli aromatici per andare a ungerlo»), furono colte di “sorpresa” quando videro che, all’ingresso del sepolcro, inaspettatamente «la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande» (Vangelo della Veglia Pasquale). Ciò che fecero le donne, allora, con profondo senso di pietà verso il Corpo del Maestro defunto e sepolto, oggi viene fatto dai nostri contemporanei con ignoranza, disprezzo cattiveria verso un Cristo trattato da morto e sepolto. Si fa di tutto per tenere chiuso il sepolcro di Cristo, perché Lui non ci sia, o sia una “mummia” da ritrovamento archeologico. E se proprio lo si vuole ancora onorare, da parte dei devoti, lo si faccia trattandolo come un “cadavere della storia”, che non essendo vivo non dice niente agli uomini, alla cultura, alla politica se non ciò che la politica vuole fargli dire; e, ormai, neppure alla vita privata dei singoli e delle convivenze.

– Seconda sorpresa. Il sepolcro, dove si aspettavano di trovare il corpo di Gesù era vuoto. La spiegazione più “naturale” che si potesse dare sembrò essere quella del furto: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!» (Vangelo del giorno di Pasqua). Oggi si può proprio dire che “Lo hanno portato via”, fino a farlo sparire, magari  hanno pure cercato di cremare il Suo Corpo per disperdere le Sue ceneri nell’“ambiente”, nella “natura”, nella “Madre Terra”, nel “Cosmo”, in una nuova religione panteista, nella quale dissolverlo (è la dissoluzione odierna del cristianesimo, predicata perfino nelle chiese e auspicata anche dai loro capi).

– Terza sorpresa. Qualcuno, un angelo disse loro: «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. è risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Tutto inspiegabile da un punto di vista puramente “materiale”, “orizzontale”: non poteva bastare una “sociologia dei poveri”, una “psicologia della suggestione”. I fatti che si potevano osservate erano “fatti oggettivi”: «i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte»; tutto era in ordine come se Lui, prima di “uscire” avesse pensato a mettere tutto a posto. Per ora, nel mondo di oggi, questo “angelo” che annuncia la Risurrezione, c’è in una forma “negativa”: esso è presente nella realtà dei fatti che documentano il fallimento del nostro mondo che nega Cristo Risorto, Figlio di Dio, unico Salvatore o, peggio ancora, cerca di piegarne gli insegnamenti alle proprie ideologie. Tutto sta cadendo a pezzi, nel mondo di oggi, e ci vengono a raccontare che siamo capaci di risorgere da soli… A suo tempo – abbiamo il diritto e il dovere di sperare che sia presto – questa forma “negativa” dell’Annuncio dell’unicità della Risurrezione di Cristo, lascerà il posto alla via “positiva” dell’intervento diretto, esplicito e inequivocabile del Signore che ci «precede in Galilea».

– La Quarta sorpresa saranno le successive apparizioni del Risorto, preannunciate dall’angelo al sepolcro: «Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. là lo vedrete, come vi ha detto”», il cui racconto ci accompagnerà nella liturgia di tutta la prossima settimana dell’Ottava di Pasqua. Queste costituiranno i “fatti oggettivi”, constatabili dai futuri testimoni della fede. Questa è anche la “sorpresa” che ci attende, prossimamente: quella della manifestazione “positiva” della presenza del Signore Risorto. È ragionevole aspettarsi delle “sorprese” che spiazzeranno l’umanità intera mettendo in ginocchio ogni “relativismo” dinanzi alla Verità che è Cristo Risorto, centro del cosmo e della storia.

Cristo è veramente risorto! Christòs anèsti! Surrexit Dominus vere! Alleluia!

 

Bologna, 4 aprile 2021

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. 

fonte: albertostrumia.it

 

 




SABATO SANTO 2021 – Meditazione di Mons. Luigi Negri

 

MEDITAZIONE DI MONS. LUIGI NEGRI

Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

SABATO SANTO

SETTIMANA SANTA – APRILE 2021

 

Il cammino di Gesù Cristo, Figlio di Dio, per realizzare nel mondo il Regno di Dio – quel mondo nuovo che l’uomo attende da sempre, che l’uomo immagina secondo molteplici immaginazioni, talora fantasiose, che l’uomo cerca di istituire attraverso la propria intelligenza – urta contro un silenzio inconcepibile e incredibile, eppure reale. Esso sta da duemila anni di fronte alla coscienza dell’uomo, di ogni uomo, mettendola in crisi.

Dio muore. In questo cammino verso la piena realizzazione del Regno di Dio c’è un punto in cui Dio ha accettato la morte, ha accettato di vedere negata la potenza della sua grazia, la potenza della sua capacità di rinnovamento delle cose e delle situazioni.

Il Sabato Santo è il giorno del silenzio di Dio, è il giorno in cui Dio, presente in Gesù Cristo, accetta di scomparire fra le pieghe del libro della storia dell’umanità e, quindi, della storia di ogni uomo. Dio scompare. Sembra essere maggiore la forza dei legionari romani, la forza degli scribi e dei farisei ipocriti; sembra più forte il tentativo di pensare a un ordine nuovo in cui non ci sia più posto per Lui, sembra più forte il sistema religioso, politico, economico e sociale.

Un sistema sconvolto da un Dio che si fa presente nella povertà di Gesù di Nazareth. Questo Dio investe il mondo e la storia nella povertà di Gesù di Nazareth, chiedendo all’uomo di riconoscerlo presente là dove verrebbe da pensare a tutto meno che a Dio. Come si fa a pensare a Dio nella povertà di un uomo che incontra il limite dell’uomo, l’odio e le ingiurie della gente che lo circonda? Come si fa a pensare che questi siano i tratti distintivi del mondo nuovo di Dio che nasce nel mondo degli uomini?

Eppure il Sabato Santo è potente. Questo è il paradosso del Sabato Santo: Dio si accompagna alla sofferenza di un uomo che ha accettato la sofferenza e il male su di sé fino ad essere totalmente sconfitto ed eliminato. Il paradosso consiste nel fatto che questo essere sconfitto è l’inizio del cammino verso la gloria: un cammino di morte e sofferenza diventa l’inizio di un cammino di vittoria.

Dio, l’inesorabile, l’indicibile, ciò in cui consiste la natura profonda e il senso ultimo della vita e della storia, la speranza offerta a ogni cuore, ha cominciato a regnare sul mondo accettando di scomparire.

Nel Sabato Santo vi è un silenzio, quello di Dio, che copre un’energia incredibile. Questo Dio, che nel Sabato Santo sembra scomparire nelle pieghe della storia, è invece all’opera per portare tutta la storia, fin da Adamo ed Eva, dentro la storia di Dio. Dio, in Cristo, scende agli inferi per strappare dal nulla “tutte le cose”: è l’inizio della “nuova creazione”. Quella del Sabato Santo è una “assenza” di Dio attraverso la quale Egli, invece, è più che mai presente alla storia intera.

Il Sabato Santo, come ci insegna il Simbolo degli Apostoli, professando la discesa agli inferi e la risurrezione, è gravido della certezza della Pasqua, ovvero della Risurrezione.

 

+ Luigi Negri

 

Fonte: Luigi Negri




Questo la Pasqua ci ha insegnato

 

 

di Gabriele Mangiarotti

 

Ci sono affermazioni che, dopo la loro comunicazione agli uomini, iniziano una strada dalle imprevedibili conseguenze. Basti pensare al «Cogito ergo sum», di Cartesio, e all’impatto che ha avuto per costituire la modernità, con i suoi pregi e difetti. E non importa che, soggettivamente, Cartesio volesse essere figlio devoto della Chiesa: il processo iniziato ha portato certo (e non solo questo) alla scristianizzazione dell’Occidente. C’è una grande incognita nell’avviare processi, se manca poi un soggetto che li sappia guidare e non farsene travolgere. E questo vale anche per le novità sconvolgenti, soprattutto nel bene: basta pensare alla forza che le parole di Gesù hanno avuto per costruire una realtà umana e sociale colma del rispetto per ogni uomo. Dalla affermazione dell’amore a Dio e al prossimo come senso della legge, di ogni legge, fino all’invito al perdono persino per chi ti crocifigge, per non dimenticare le parole alla adultera e poi ai discepoli per riconoscere il valore di ogni piccolo (col giudizio terribile della macina di mulino al collo per chi «scandalizza uno di questi fratelli più piccoli»). Le parole della Pasqua, cui ci avviciniamo in questi giorni (e che possiamo, grazie a Dio, celebrare in presenza, pur mantenendo i giusti comportamenti e le necessarie distanze) ci mostrano che la speranza portata nella storia da un Uomo crocifisso e risorto è un fermento, un principio che consegna alla vita di tutti un nuovo criterio di relazioni, un rispetto assoluto e indiscutibile, al punto che la giustizia autentica chiede solo di realizzarlo, combattendo perché innervi anche la vita pubblica e sociale. E qui mi piace ricordare quanto sostiene la «Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America», quegli Stati il cui Presidente Abramo Lincoln amava la nostra piccola Repubblica: «Noi riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati eguali e che sono dotati dal loro Creatore di certi inalienabili diritti tra i quali quelli alla vita, alla libertà e al perseguimento della felicità; che per salvaguardarli vengono istituiti fra gli uomini i governi, i quali derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qual volta una forma di governo tende a distruggere questi fini è diritto del popolo modificarla o abolirla e di istituire un nuovo governo, fondandolo sui princìpi e organizzandone i poteri nel modo che gli paia più conveniente a realizzare la propria sicurezza e felicità». Di fronte a queste parole che incarnano, nella concretezza di una prospettiva di governo dei popoli, quanto il cristianesimo ha portato di bene a tutti gli uomini, sembrano sempre più contraddittorie le affermazioni di Italo Calvino che, per difendere il diritto all’aborto, così si esprimeva: «Un essere umano diventa tale non per il casuale verificarsi di certe condizioni biologiche, ma per un atto di volontà e d’amore da parte degli altri». Ogni uomo trae il suo valore e la sua dignità, i suoi diritti e il rispetto che gli è dovuto, non dalla volontà altrui, come arbitraria concessione, ma dal suo essere creatura. E lo Stato (e la comunità umana) ha il solo compito di riconoscere e difendere (e non concedere) quanto definisce ogni uomo, soprattutto mettendo ogni energia nei confronti dei soggetti più deboli e indifesi. Questo la Pasqua ci ha insegnato!

 

Don Gabriele Mangiarotti è direttore del sito CulturaCattolica.it.




…un breve pensiero per la Settimana Santa…

Giuda-e-Gesu-Cristo

 

 

di Un sacerdote

 

Carissimo Sabino solo un breve pensiero per la Settimana Santa, un pensiero che vuole essere anche un augurio.

“… E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. E allora, dopo quel boccone, satana entrò in luiPreso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte” (Gv 13, 26-27. 30).

Nel boccone dato da Cristo, capo dei commensali, a Giuda, e che nell’uso del tempo era simbolo di preferenza e di amicizia, boccone che il traditore inghiotte e divora, Cristo si consegna al tradimento più nero della notte, si lascia inghiottire per così dire dal maligno stesso che subito entra nell’apostolo infedele.

Giuda, il divoratore viene divorato (“Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare”, 1 Pt 5, 8). Cristo scende nelle sue viscere come in una sorta di anticipata discesa agli inferi, ma proprio così inizia il cammino della sua piena glorificazione: “Quand’egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito” (Gv 13, 31-32).

Non conosco passaggio evangelico che testimoni più chiaramente di come certa chiesa (minuscolo voluto) attuale (Giuda era un Apostolo!) stia non solo tradendo, ma addirittura divorando senza lasciare resti, se fosse possibile, il Corpo Mistico di Cristo e ciò per consegnarlo al Divoratore, facendosi così divorare da quel mondo di cui il maligno è il principe. È più che mai giunto il momento di glorificare Cristo con la nostra vita, il nostro pensiero e il nostro giudizio. Tu lo stai facendo con il tuo blog che felicemente ha raggiunto un traguardo rilevante di lettori: 2.000.000! Te ne auguro cento volte di più! Per la gloria di Cristo! Davvero Santa Pasqua a te e a tutti tuoi collaboratori.

 




L’ovvio – auguri per la Pasqua 2020

Ricevo e volentieri pubblico.

Resurrezione di Piero della Francesca - affresco, 1463 - 1465, Borgo San Sepolcro

Resurrezione di Piero della Francesca – affresco, 1463 – 1465, Borgo San Sepolcro

 

 

di Davide Fortunato

 

Telefonino.
Tipico suono della notifica: “E’ risorto, buona Pasqua”.
Risposta: “Grazie, a te e alla famiglia”.
Ripetere ad libitum (varianti con video, meme, immagine…).
Ma la mia risposta, in verità, sarebbe un tantino diversa.
Per esempio…
“E, dunque, tu e molti altri mi dite che è risorto.
Se è risorto, è perché prima era morto.
Era morto perché, ad un certo punto della storia, era venuto al mondo.
Quelli come te che oggi mi scrivono “auguri di buona Pasqua”, usano il verbo al presente: è risorto.
Come se fosse notizia di oggi.
Quindi, se capisco bene, oggi, 12 aprile 2020, alcune persone temporaneamente (?) costrette in casa da una pandemia, spendono del tempo per scrivere ad altre nella medesima condizione, che un certo Dio ad un certo punto preciso della storia (non all’inizio della storia, non a metà, non alla fine… non si capisce esattamente se più vicino all’inizio o alla fine della storia) è, innanzitutto, nato.
Cioè, il Dio eterno, che, in quanto tale, avrebbe creato il mondo ed ogni cosa visibile e invisibile, ha scelto un anno, un mese, un giorno, un’ora, un minuto per avere anche Lui un compleanno.
Questo Dio, in altre parole, facendo Dio, facendo cioè ciò che è proprio ad un Dio, avrebbe accantonato la Sua divinità e scelto di entrare nel caldo ventre di una donna (peraltro vergine) e, pur rimanendo Dio, ha preso parte alla vita di una famiglia come un neonato.
Non solo.
É cresciuto nel silenzio, questo Dio.
Dopo qualche decennio, per via di alcune cose dette e fatte, è stato ucciso.
Cioè, se ben ho compreso, a Dio (al creatore di ogni cosa) è stata tolta la vita.
L’uccisione, avvenuta circa due millenni orsono, non sarebbe la fine della storia di questo Dio.
Egli sarebbe risorto dopo pochissimo tempo dalla Sua uccisione.
E perchè mai oggi, dopo duemila anni, tu e altri vi rallegrate di questo fatto?
E perchè felicitarsi di questa resurrezione usando verbi al tempo presente, come se oggi fosse risorto?
Eppure.
A legger l’Antico Testamento, Lui prima o poi, doveva nascere: non solo i profeti, molti se lo aspettavano.
E che fosse Dio, la Sua vita e la storia che ne è seguita, lo documentano in modo ragionevole.
In vita è stato uomo come solo un Dio può esserlo; ha fatto e detto cose che solo un Dio poteva fare, stando ai testimoni presenti.
I suoi, i cristiani, hanno, in modo divino -perchè umanamente inconcepibile ed imprevedibile-, prodotto carità, libertà, bellezza, cultura e ricchezza.
Si prenda un mappamondo, si guardino i paesi dove i Suoi sono stati un poco liberi di vivere: si troveranno i confini dei paesi verso cui molti popoli vogliono migrare.
Si prenda l’arte: si faccia un elenco delle opere d’arte e dei monumenti più notevoli al mondo e si veda il segno che quel nazareno e la Sua famiglia han lasciato.
L’elaborazione e la riflessione culturale dentro la Sua Chiesa hanno raggiunto vette forse impensabili per qualsiasi altra organizzazione umana.
Si pensi alla tenuta nel tempo: non solo le Sue parole, ma persino i testi dei Suoi, come San Paolo, sono oggi, per i Suoi, validi ed attuali, senza censure o modifiche.
In una costante riforma dei tempi, nessuna delle questioni decisive chiarite da Lui o dai Suoi immediatamente dopo la Sua salita al cielo hanno subito per due millenni riforme.
Ma ancor di più: si guardino alle vite e alle opere di quelli che si sono, nella storia, definiti Suoi.
Una sola vita di un cosiddetto Santo potrebbe documentare efficacemente il Suo – divino – intervento nella storia: nella Bibliotheca Sanctorum sono stati raccolti più di 30.000 voci tra Santi, Venerabili, Servi di Dio e Beati; il Martirologio Romano ne contiene 9.900.
In vita e dopo, Egli non è comparabile con nessuno.
Lui e quelli che si dicono Suoi attestano che il Mistero, pur rimanendo tale, è entrato nella storia, cioè è nato.
Il fatto che, se fosse nato, sarebbe stato ucciso, era pressoché certo: quelli che avevano previsto la Sua nascita avevano anche descritto nel dettaglio, si pensi ad Isaia, la Sua morte.
Ma i Suoi, da subito e continuativamente sino ad oggi, dicono che Lui è risorto.
Lo fanno quotidianamente nel solenne memoriale del sacrificio cruento della Croce.
Non solo: quotidianamente da duemila anni, i Suoi dicono di unirsi proprio al sacrificio stesso della Croce.
Ma di più: si può dire che i Suoi, da duemila anni continuamente, offrono a Dio,  per mezzo di sacerdoti, in ciascuna -ciascuna!- Messa la Vittima immolata.
Ma ancora di più: i Suoi, unendo i propri sentimenti di adorazione, gratitudine e pentimento nonché le proprie preghiere, offrono a Dio se stessi, insieme con la vittima del sacrificio.
Quindi Dio sarebbe nato, morto, risorto e continuamente offerto in sacrificio.
Quelli che credono a queste cose, quotidianamente sarebbero disposti ad essere uccisi, offerti in sacrificio con La Vittima del sacrificio, certi che uniti a Lui possa capitare anche a loro la stessa faccenda della risurrezione.
In altre parole, da duemila anni Lui e i Suoi sono segnati indelebilmente da questa “risurrezione”.
Dunque tu mi scrivi “buona Pasqua”!
Mi stai dicendo che né morte, né vita, né povertà, né tasse, né governo, né tumore, né solitudine, né guerra, né tristezza, né impegni, né lavoro, né parenti, né mamma-papà-figli-moglie-o-marito, né ricchezza, né successo, né fama, né popolarità, né potere, né schiavitù, né prigionia, né giornali o televisioni, né internet, né coronavirus, né sport, né musica, né arte, né cinema… nulla può levarci la gioia di Cristo?
Con il tuo “buona Pasqua!” mi confermi che per i Suoi, tutta questa ansia e questa preoccupazione per le pandemie o i tradimenti, il tumore o le guerre… sono infondate?
Mi ricordi, con il tuo breve messaggino, che da duemila anni i Suoi camminano sulle acque, escono vivi dalle tane dei leoni, cantano dentro ai roghi, salmeggiano nei lazzaretti, sorridono nei tribunali, perdonano la mano che li pugnala alle spalle?
Mi rammenti che è ovvio, per chi non è con Lui, che regni la paura e la tristezza, ma che noi, che scriviamo “è risorto” al presente, siamo lieti anche se crolla il mondo?
Ah no?
Allora non disturbarmi, sto leggendo”.
Telefonino.
Tipico suono della notifica: “E’ risorto, buona Pasqua”.
Risposta: “Grazie, a Te e alla famiglia”.
A Te, o Risorto, e alla Tua Sacra famiglia, che mi salvate ogni giorno dall’ovvio.
Davide Fortunato



Papa Francesco: “’Non abbiate paura, non temete’. Sono le parole che Dio ci ripete nella notte che stiamo attraversando”

Papa Francesco, veglia Pasqua 2020

Papa Francesco, Veglia Pasquale 2020

 

VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Basilica di San Pietro – Altare della Cattedra
Sabato Santo, 11 aprile 2020


 

«Dopo il sabato» (Mt 28,1) le donne andarono alla tomba. È iniziato così il Vangelo di questa Veglia santa, con il sabato. È il giorno del Triduo pasquale che più trascuriamo, presi dalla fremente attesa di passare dalla croce del venerdì all’alleluia della domenica. Quest’anno, però, avvertiamo più che mai il sabato santo, il giorno del grande silenzio. Possiamo specchiarci nei sentimenti delle donne in quel giorno. Come noi, avevano negli occhi il dramma della sofferenza, di una tragedia inattesa accaduta troppo in fretta. Avevano visto la morte e avevano la morte nel cuore. Al dolore si accompagnava la paura: avrebbero fatto anche loro la stessa fine del Maestro? E poi i timori per il futuro, tutto da ricostruire. La memoria ferita, la speranza soffocata. Per loro era l’ora più buia, come per noi.

Ma in questa situazione le donne non si lasciano paralizzare. Non cedono alle forze oscure del lamento e del rimpianto, non si rinchiudono nel pessimismo, non fuggono dalla realtà. Compiono qualcosa di semplice e straordinario: nelle loro case preparano i profumi per il corpo di Gesù. Non rinunciano all’amore: nel buio del cuore accendono la misericordia. La Madonna, di sabato, nel giorno che verrà a lei dedicato, prega e spera. Nella sfida del dolore, confida nel Signore. Queste donne, senza saperlo, preparavano nel buio di quel sabato «l’alba del primo giorno della settimana», il giorno che avrebbe cambiato la storia. Gesù, come seme nella terra, stava per far germogliare nel mondo una vita nuova; e le donne, con la preghiera e l’amore, aiutavano la speranza a sbocciare. Quante persone, nei giorni tristi che viviamo, hanno fatto e fanno come quelle donne, seminando germogli di speranza! Con piccoli gesti di cura, di affetto, di preghiera.

All’alba le donne vanno al sepolcro. Lì l’angelo dice loro: «Voi non abbiate paura. Non è qui, è risorto» (vv. 5-6). Davanti a una tomba sentono parole di vita… E poi incontrano Gesù, l’autore della speranza, che conferma l’annuncio e dice: «Non temete» (v. 10). Non abbiate paura, non temete: ecco l’annuncio di speranza. È per noi, oggi. Oggi. Sono le parole che Dio ci ripete nella notte che stiamo attraversando.

Stanotte conquistiamo un diritto fondamentale, che non ci sarà tolto: il diritto alla speranza. È una speranza nuova, viva, che viene da Dio. Non è mero ottimismo, non è una pacca sulle spalle o un incoraggiamento di circostanza, con un sorriso di passaggio. No. È un dono del Cielo, che non potevamo procurarci da soli. Tutto andrà bene, diciamo con tenacia in queste settimane, aggrappandoci alla bellezza della nostra umanità e facendo salire dal cuore parole di incoraggiamento. Ma, con l’andare dei giorni e il crescere dei timori, anche la speranza più audace può evaporare. La speranza di Gesù è diversa. Immette nel cuore la certezza che Dio sa volgere tutto al bene, perché persino dalla tomba fa uscire la vita.

La tomba è il luogo dove chi entra non esce. Ma Gesù è uscito per noi, è risorto per noi, per portare vita dove c’era morte, per avviare una storia nuova dove era stata messa una pietra sopra. Lui, che ha ribaltato il masso all’ingresso della tomba, può rimuovere i macigni che sigillano il cuore. Perciò non cediamo alla rassegnazione, non mettiamo una pietra sopra la speranza. Possiamo e dobbiamo sperare, perché Dio è fedele. Non ci ha lasciati soli, ci ha visitati: è venuto in ogni nostra situazione, nel dolore, nell’angoscia, nella morte. La sua luce ha illuminato l’oscurità del sepolcro: oggi vuole raggiungere gli angoli più bui della vita. Sorella, fratello, anche se nel cuore hai seppellito la speranza, non arrenderti: Dio è più grande. Il buio e la morte non hanno l’ultima parola. Coraggio, con Dio niente è perduto!

Coraggio: è una parola che nei Vangeli esce sempre dalla bocca di Gesù. Una sola volta la pronunciano altri, per dire a un bisognoso: «Coraggio! Alzati, [Gesù] ti chiama!» (Mc 10,49). È Lui, il Risorto, che rialza noi bisognosi. Se sei debole e fragile nel cammino, se cadi, non temere, Dio ti tende la mano e ti dice: “Coraggio!”. Ma tu potresti dire, come don Abbondio: «Il coraggio, uno non se lo può dare» (I Promessi Sposi, XXV). Non te lo puoi dare, ma lo puoi ricevere, come un dono. Basta aprire il cuore nella preghiera, basta sollevare un poco quella pietra posta all’imboccatura del cuore per lasciare entrare la luce di Gesù. Basta invitarlo: “Vieni, Gesù, nelle mie paure e di’ anche a me: Coraggio!”. Con Te, Signore, saremo provati, ma non turbati. E, qualunque tristezza abiti in noi, sentiremo di dover sperare, perché con Te la croce sfocia in risurrezione, perché Tu sei con noi nel buio delle nostre notti: sei certezza nelle nostre incertezze, Parola nei nostri silenzi, e niente potrà mai rubarci l’amore che nutri per noi.

Ecco l’annuncio pasquale, annuncio di speranza. Esso contiene una seconda parte, l’invio. «Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea» (Mt 28,10), dice Gesù. «Vi precede in Galilea» (v. 7), dice l’angelo. Il Signore ci precede, ci precede sempre. È bello sapere che cammina davanti a noi, che ha visitato la nostra vita e la nostra morte per precederci in Galilea, nel luogo, cioè, che per Lui e per i suoi discepoli richiamava la vita quotidiana, la famiglia, il lavoro. Gesù desidera che portiamo la speranza lì, nella vita di ogni giorno. Ma la Galilea per i discepoli era pure il luogo dei ricordi, soprattutto della prima chiamata. Ritornare in Galilea è ricordarsi di essere stati amati e chiamati da Dio. Ognuno di noi ha la propria Galilea. Abbiamo bisogno di riprendere il cammino, ricordandoci che nasciamo e rinasciamo da una chiamata gratuita d’amore, là, nella mia Galilea. Questo è il punto da cui ripartire sempre, soprattutto nelle crisi, nei tempi di prova. Nella memoria della mia Galilea.

Ma c’è di più. La Galilea era la regione più lontana da dove si trovavano, da Gerusalemme. E non solo geograficamente: la Galilea era il luogo più distante dalla sacralità della Città santa. Era una zona popolata da genti diverse che praticavano vari culti: era la «Galilea delle genti» (Mt 4,15). Gesù invia lì, chiede di ripartire da lì. Che cosa ci dice questo? Che l’annuncio di speranza non va confinato nei nostri recinti sacri, ma va portato a tutti. Perché tutti hanno bisogno di essere rincuorati e, se non lo facciamo noi, che abbiamo toccato con mano «il Verbo della vita» (1 Gv 1,1), chi lo farà? Che bello essere cristiani che consolano, che portano i pesi degli altri, che incoraggiano: annunciatori di vita in tempo di morte! In ogni Galilea, in ogni regione di quell’umanità a cui apparteniamo e che ci appartiene, perché tutti siamo fratelli e sorelle, portiamo il canto della vita! Mettiamo a tacere le grida di morte, basta guerre! Si fermino la produzione e il commercio delle armi, perché di pane e non di fucili abbiamo bisogno. Cessino gli aborti, che uccidono la vita innocente. Si aprano i cuori di chi ha, per riempire le mani vuote di chi è privo del necessario.

Le donne, alla fine, «abbracciarono i piedi» di Gesù (Mt 28,9), quei piedi che per venirci incontro avevano fatto un lungo cammino, fino ad entrare e uscire dalla tomba. Abbracciarono i piedi che avevano calpestato la morte e aperto la via della speranza. Noi, pellegrini in cerca di speranza, oggi ci stringiamo a Te, Gesù Risorto. Voltiamo le spalle alla morte e apriamo i cuori a Te, che sei la Vita.




Card. Burke: Messaggio per la Pasqua 2020, la domenica della Risurrezione di Nostro Signore

Cari amici, con grande piacere condivido, nella mia traduzione dall’inglese, la lettera della meditazione sulla Santa Pasqua che il cardinale Raymond Leo Burke, con paterna benevolenza, mi ha inviato. 

Subito dopo trovate la versione originale.

 

Card. Raymond Leo Burke

Card. Raymond Leo Burke

 

Messaggio per la Pasqua, la domenica della Risurrezione di Nostro Signore

 

Cari amici,

 

Il mattino di Pasqua, noi, insieme alle sante donne che sono state fedelmente accanto a Nostro Signore nella Sua Passione e nella Sua Morte, ci troviamo davanti alla Sua tomba vuota. La tomba ricorda la profonda angoscia della morte e della sepoltura di Cristo, Dio Figlio Incarnato, che ha voluto soffrire la più crudele delle passioni e subire l’esecuzione più ignobile conosciuta in quel momento, per liberarci per sempre dal peccato e dal suo frutto più velenoso, la morte eterna. Ma la tomba vuota è pieno di luce e dentro di esso c’è l’Angelo Pasquale. Non è più la tomba, ma il Santo Sepolcro, il testimone di un mistero, del mistero di tutti i misteri: il mistero dell’Amore Divino che è la nostra salvezza. Il sepolcro è vuoto non perché qualcuno ha portato via il corpo del Salvatore.L’Angelo della Pasqua annuncia alle sante donne – e a noi – il mistero di cui il Santo Sepolcro è testimone:

«Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano deposto. Ora andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto». (Mc 16, 6-7).

Dio, nel suo incommensurabile e incessante amore per l’uomo, ha mandato il suo Figlio unigenito nella nostra carne umana, per realizzare nella stessa carne la vittoria sul peccato, la vittoria della vita eterna. Il Signore risorto ci precede sempre nella Chiesa ed è sempre al nostro fianco nella Chiesa per condurci sulla via che conduce alla vita eterna.

La nostra vita umana è, quindi, cambiata per sempre, nel modo più profondo possibile. Dal giorno della risurrezione del Signore, noi, che siamo rinati in Lui attraverso il Battesimo, viviamo in Lui. Noi che siamo stati adottati da Dio Padre nel suo Figlio unigenito, che è morto ed è risorto dai morti, viviamo in Cristo. Noi siamo vivi in Cristo. Egli, vivo in noi per la presenza dello Spirito Santo nelle nostre anime, ci precede, ci guida, affinché il nostro pellegrinaggio terreno raggiunga il suo vero destino: la vita eterna alla presenza di Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – e in compagnia degli angeli e di tutti i santi.

Per questo san Paolo ci esorta con tutta la concretezza e il grande realismo, comandandoci: “Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi” (1 Cor 5, 7). Non ci dà un ordine astratto o idealistico, al di fuori delle nostre capacità. Da soli non possiamo vivere liberi dal “lievito della malizia e del male” (1 Cor 5, 8). È lo Spirito Santo, che il Signore Risorto manda nei nostri cuori dal suo glorioso Cuore trafitto, che ci trasforma, affinché possiamo vivere “con il pane azzimo della sincerità e della verità” (1 Cor 5, 8). Non siamo più schiavi dei nostri peccati e del Principe delle tenebre. Siamo veri figli di Dio, fratelli e sorelle di Cristo Risorto, liberi cooperatori con la sua grazia che è sempre abbondante e che non manca mai. Il nostro destino in Cristo, come figli e figlie adottivi in Lui, non è la tomba, ma la vita eterna. Quando moriremo, il nostro corpo sarà posto nella tomba per attendere il giorno della risurrezione del corpo alla venuta finale di Cristo. Lo Spirito Santo, che abita in noi, ci rende capaci di ciò che altrimenti ci sarebbe impossibile: capaci di vivere in accordo con la verità e l’amore di Cristo, ora e nell’eternità.

Certamente, dobbiamo affrontare le difficili sfide della vita cristiana quotidiana, degli inganni del Maligno e della nostra stessa debolezza. Certamente, viviamo in un momento tumultuoso nel mondo, un momento di crisi sanitaria internazionale, di cui sappiamo così poco e di cui riceviamo quotidianamente resoconti confusi e persino contraddittori, e anche nella Chiesa, afflitta da tanta confusione ed errori. Ma noi guardiamo il Santo Sepolcro, e conosciamo la verità di cui esso è testimone. Rimaniamo saldi e forti, fiduciosi che il Signore è veramente risorto dai morti e che Egli ci precede e ci accompagna nella quotidiana battaglia per rimanergli fedele, per vivere in accordo con la verità e l’amore che hanno la loro fonte abbondante e inesauribile nel Suo Sacratissimo Cuore. I nostri cuori, posti nel Suo Sacro Cuore, ricevono la saggezza e il coraggio di vivere fedelmente la nostra identità di veri figli e figlie di Dio in Lui.

Uniti alla Vergine Madre di Dio, alle sante donne, a San Pietro e agli altri testimoni della Risurrezione di Nostro Signore lungo i secoli cristiani, in breve, uniti a tutta la Comunione dei Santi, guardiamo la tomba vuota del Signore, il Santo Sepolcro, e riceviamo con fiducia l’annuncio dell’Angelo Pasquale che ci assicura che Cristo è risorto e che ci precede, per incontrarci sempre nella Chiesa, soprattutto nel Santissimo Sacramento dell’Eucaristia. Alziamo oggi e ogni giorno il nostro cuore, uno con il Cuore Immacolato di Maria, al Suo Sacro Cuore. Consacriamo i nostri cuori al Suo Sacro Cuore, per vivere sempre in Sua compagnia, in comunione di cuore con Lui.

Si racconta la storia del santo cardinale Stefan Wyszyński, arcivescovo di Gniezno e Varsavia in Polonia e primate della Polonia, che fu prima incarcerato e poi messo agli arresti domiciliari dal governo comunista, a partire dal settembre del 1953. Lui e coloro che lo assistevano furono testimoni del trattamento disumano, anzi della tortura e dell’esecuzione, di tanti prigionieri. Uno di coloro che lo assistevano durante gli arresti domiciliari espresse, un giorno, il timore di chi potesse arrivare alla porta. La paura non era infondata. Si dice che il Cardinale abbia risposto che, quando la paura bussa alla porta, il coraggio apre la porta, e non c’è nessuno. In altre parole, in tempi di sofferenza e persino di morte, dobbiamo avere il coraggio di coloro che sono vivi in Cristo. Non possiamo cedere alla paura, che è un sentimento naturale in tempo di pericolo, ma che Satana usa per toglierci il coraggio di Cristo. Dobbiamo piuttosto avere sempre più fiducia in Nostro Signore che non ci abbandonerà mai. Se andiamo avanti con coraggio, sì, ci sarà sofferenza, ma non ci sarà sconfitta. Quando il coraggio apre la porta, ciò che temevamo tanto non ci sarà perché Cristo è con noi. Piuttosto, ci sarà la vittoria di Cristo nella nostra carne umana. Nella situazione attuale e più grave in cui viviamo nel mondo e nella Chiesa, ricordiamo l’esempio del Venerabile Cardinale Wyszyński. Quando la paura ci vincerebbe, restiamocoraggiosi in Cristo che è veramente risorto e vive in noi.

Riponiamo tutta la nostra fiducia nel nostro Signore risorto, facendo completamente nostra la preghiera del Salmista, cantata in modo così bello in questo giorno della Risurrezione di Nostro Signore:

Questo è il giorno che ha fatto il Signore:

rallegriamoci in esso ed esultiamo!

Ti preghiamo, Signore: dona la salvezza!

Ti preghiamo, Signore: dona la vittoria! (Sal 118 [117], 24-25).

Io prego per voi e con voi. Siamo insieme forti, fermi e coraggiosi testimoni del mistero della verità di Dio e dell’amore di Dio che opera in noi. Per favore pregate per me.

Possa la vostra celebrazione della Risurrezione di Nostro Signore portare gioia e pace durature nella vostra casa e fiducia e coraggio nel vostro cuore.

 

Raymond Leo Cardinale BURKE

12 aprile 2020

Domenica di Pasqua

 

**********************

 

 

Message for Easter, the Sunday of the Resurrection of Our Lord

 

 

Dear Friends,

 

On Easter morning, we, together with the holy women who faithfully stood by Our Lord in His Passion and at His Death, find ourselves before His empty tomb. The tomb recalls the profound anguish of the death and burial of Christ, God the Son Incarnate, Who desired to suffer the cruelest of passions and to undergo the most ignominious execution known at the time, in order to free us forever from sin and from its most poisonous fruit, eternal death. But the empty tomb is full of light and within it is the Easter Angel. It is no longer the tomb but the Holy Sepulcher, the witness of a mystery, of the mystery of all mysteries: the mystery of the Divine Love which is our salvation. The tomb is empty not because someone has taken away the body of the Savior.

The Easter Angel announces to the holy women – and to us – the mystery to which the Holy Sepulcher gives witness:

Do not be amazed; you seek Jesus of Nazareth, who was crucified. He has risen, he is not here; see the place where they laid him. But go tell his disciples and Peter that he is going before you to Galilee; there you will see him, as he told you (Mk 16, 6-7).

God, in His immeasurable and unceasing love for man, has sent His only-begotten Son in our human flesh, to accomplish in the same flesh the victory over sin, the victory of eternal life. The Risen Lord goes before us always in the Church and is always at our side in the Church to lead us on the way that leads to eternal life.

Our human life is, therefore, changed forever, in the most profound manner possible. From the day of the Resurrection of the Lord, we, who are reborn in Him through Baptism, live in Him. We who have been adopted by God the Father in His only-begotten Son, Who has died and is risen from the dead, live in Christ. We are alive in Christ. He, alive in us through the indwelling of the Holy Spirit in our souls, goes before us, guides us, so that our earthly pilgrimage may reach its true destiny: eternal life in the presence of God – Father, Son and Holy Spirit – and in the company of the angels and all the saints.

For this reason, Saint Paul exhorts us with all concreteness and great realism, commanding us: “Clean out the old leaven that you may be new dough, as you really are unleavened” (1 Cor 5, 7). He does not give us an abstract or idealistic order, outside of our capacity. By ourselves alone, we cannot live free from “the leaven of malice and evil” (1 Cor 5, 8). It is the Holy Spirit, Whom the Risen Lord sends into our hearts from His glorious pierced Heart, Who transforms us, in order that we can live “with the unleavened bread of sincerity and truth” (1 Cor 5, 8). We are no longer the slaves of our sins and of the Prince of Darkness. We are true sons of God, brothers and sisters of the Risen Christ, free cooperators with His grace which is always abundant and which is never lacking. Our destiny in Christ, as adopted sons and daughters in Him, is not the tomb, but eternal life. When we die, our body will be placed in the tomb to await the day of the Resurrection of the Body at the Final Coming of Christ. The Holy Spirit, dwelling within us, makes us capable of what would otherwise be impossible for us: capable of living in accord with the truth and love of Christ, now and in eternity.

Surely, we face the difficult challenges of daily Christian living, of the deceptions of the Evil One, and of our own weakness. Surely, we live at a tumultuous time in the world, a time of an international health crisis, about which we know so little and about which we daily receive confusing and even contradictory reports, and even in the Church, beset by so much confusion and error. But we gaze upon the Holy Sepulcher, and we know the truth to which it witnesses. We remain firm and strong, confident that the Lord has indeed risen from the dead and that He goes before us and is at our side in the daily battle to remain faithful to Him, to live in accord with the truth and love which have their abundant and inexhaustible source in the His Most Sacred Heart. Our hearts, placed in His Sacred Heart, receive the wisdom and the courage to live faithfully our identity as true sons and daughters of God in Him.

United with the Virgin Mother of God, with the holy women, with Saint Peter and the other witnesses to the Resurrection of Our Lord throughout the Christian centuries, in short, united to the whole Communion of Saints, we look upon the empty tomb of the Lord, the Holy Sepulchre, and we receive, with confidence, the announcement of the Easter Angel that assures us that Christ is risen and that He goes before us, in order to meet us always in the Church, above all, in the Most Blessed Sacrament of the Eucharist. Let us, today and every day, lift up our hearts, one with the Immaculate Heart of Mary, to His Sacred Heart. Let us consecrate our hearts to His Sacred Heart, in order to live always in His company, in communion of heart with Him.

A story is told about the saintly Cardinal Stefan Wyszyński, Archbishop of Gniezno and Warsaw in Poland and Primate of Poland, who was first imprisoned and then placed under house arrest by the Communist government, beginning in September of 1953. He and those who assisted him witnessed the inhuman treatment, indeed torture and execution, of so many prisoners. One of those who was assisting him during the time of his house arrest expressed, one day, fear about who might arrive at the door. The fear was not unfounded. The Cardinal is said to have responded that, when fear knocks at the door, courage opens the door, and there is no one there. In other words, in times of suffering and even death, we must have the courage of those who are alive in Christ. We cannot give way to fear, which is a natural sentiment in time of danger but which Satan uses to take away our Christlike courage. Rather, we must have ever greater confidence in Our Lord Who will never abandon us. If we go forward with courage, yes, there will be suffering, but there will not be defeat. When courage opens the door, what we feared so much will not be there because Christ is with us. Rather, there will be the victory of Christ in our human flesh. In the present and most grave situation in which we are living in the world and in the Church, let us remember the example of the Venerable Cardinal Wyszyński. When fear would overcome us, let us be courageous in Christ Who indeed is risen and lives in us.

Let us make place all our trust in our Risen Lord, making completely our own the prayer of the Psalmist, sung so beautifully on this day of Our Lord’s Resurrection:

This is the day which the Lord has made;

let us rejoice and be glad in it.

Save us, we beg, O LORD!

O LORD, we beg you, give us victory (Ps 118 [117], 24-25).

I am praying for you and with you. Let us be strong together, firm and courageous witnesses to the mystery of God’s truth and love at work within us. Please pray for me.

May your celebration of the Resurrection of Our Lord bring lasting joy and peace to your home, and steadfast trust and courage to your heart.

 

 

Raymond Leo Cardinal BURKE

12 April 2020

Easter Sunday