RATZINGER: La fraternità che pretende di bastare a se stessa si trasforma nell’egoismo dell’autoaffermazione.

 

Benedetto XVI

Benedetto XVI

 

di Sabino Paciolla

A proposito di fraternità, riprendo alcuni pensieri di Joseph Ratzinger prima, e Benedetto XVI poi, perché chiariscono bene il concetto ed evitano la confusione.

 

“Partendo dal messaggio d’amore del Nuovo Testamento, va oggi sempre più prendendo piede una tendenza a risolvere completamente il culto cristiano nell’amor fraterno, nella ‘fraternità umana’, senza lasciar più alcun posto all’amore diretto di Dio o alla sua venerazione: si riconosce solo la dimensione orizzontale, mentre si nega la dimensione verticale del rapporto diretto con Dio. Da quanto abbiamo detto si vede assai facilmente perché questa concezione, che a prima vista appare così simpatica, finisca invece per svuotare di contenuto, oltre che il cristianesimo, anche la vera umanità. La fraternità che pretende di bastare a se stessa si trasformerebbe proprio così nel più evidente egoismo dell’autoaffermazione. Essa rinuncia alla sua definitiva apertura, alla sua disponibilità e abnegazione, se non accetta anche di avere bisogno della redenzione di questo amore da parte di colui che solo ha saputo realmente amare a sufficienza. E nonostante tutta la buona volontà, finirebbe per fare torto a sé e agli altri, perché l’uomo non si esaurisce unicamente nei rapporti di fraternità umana, ma si realizza solo nei rapporti con quell’amore disinteressato che glorifica Dio stesso. Il disinteresse della semplice adorazione è la suprema possibilità dell’essere uomini e la sua sola vera e definitiva liberazione.     

Joseph Ratzinger 

(Introduzione al cristianesimo, Queriniana, pp.278 – 279).

Dal profilo Facebook di Antonio Socci
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Questa fraternità, gli uomini potranno mai ottenerla da soli? La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli. La ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità. Questa ha origine da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna. Paolo VI, presentando i vari livelli del processo di sviluppo dell’uomo, poneva al vertice, dopo aver menzionato la fede, «l’unità nella carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini» (Populorum progressio, n. 21). 

(Enciclica “Caritas in veritate”, n. 19, 29 Giugno 2009)

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Occorre armonizzare il nostro sguardo con lo sguardo di Cristo, il nostro cuore con il suo cuore. In tal modo, il sostegno amorevole offerto agli altri si traduce in partecipazione e consapevole condivisione delle loro speranze e sofferenze, rendendo visibile, e direi quasi tangibile, da una parte la misericordia infinita di Dio verso ogni essere umano, e dall’altra la nostra fede in Lui. Gesù, il suo Figlio Unigenito, morendo in croce, ci ha rivelato l’amore misericordioso del Padre che è sorgente della vera fraternità tra tutti gli uomini, e ci ha indicato l’unica via possibile per diventare credibili testimoni di questo Amore. 

(Discorso alla Delegazione del Circolo San Pietro, 3 Aprile 2009).

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Le persone battezzate e credenti non sono mai veramente estranee l’una per l’altra. Possono separarci continenti, culture, strutture sociali o anche distanze storiche. Ma quando ci incontriamo, ci conosciamo in base allo stesso Signore, alla stessa fede, alla stessa speranza, allo stesso amore, che ci formano. Allora sperimentiamo che il fondamento delle nostre vite è lo stesso. Sperimentiamo che nel più profondo del nostro intimo siamo ancorati alla stessa identità, a partire dalla quale tutte le diversità esteriori, per quanto grandi possano anche essere, risultano secondarie. I credenti non sono mai totalmente estranei l’uno all’altro. Siamo in comunione a causa della nostra identità più profonda: Cristo in noi. Così la fede è una forza di pace e di riconciliazione nel mondo: è superata la lontananza, nel Signore siamo diventati vicini (cfr. Ef 2, 13). 

(Omelia della Santa Messa durante la Veglia Pasquale, 22 Marzo 2008).

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Vi incoraggio dunque, con l’esempio e la probità della vostra vita strettamente unita a Cristo, a proclamare senza posa il Vangelo di Cristo e a lasciarvi rinnovare da Lui, ricordandovi che la Chiesa vive del Vangelo, traendone incessantemente orientamenti per il suo cammino. Il Vangelo può illuminare in profondità le coscienze e trasformare dall’interno le culture solo se ogni fedele si lascia raggiungere nella sua vita personale e sociale dalla Parola di Cristo, che invita, attraverso una conversione autentica e duratura, a una risposta di fede personale e adulta, in vista di una fecondità sociale e di una fraternità fra tutti. 

(Discorso ai Vescovi della Repubblica Democratica del Congo in visita “ad limina Apostolorum”, 27 Gennaio 2006).

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La comunità degli uomini può essere costituita da noi stessi, ma non potrà mai con le sole sue forze essere una comunità pienamente fraterna né essere spinta oltre ogni confine, ossia diventare una comunità veramente universale: l’unità del genere umano, una comunione fraterna oltre ogni divisione, nasce dalla con-vocazione della parola di Dio-Amore.

(Enciclica “Caritas in veritate”, n. 34, 29 Giugno 2009)

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Dal Battesimo nasce una società nuova 

Dal Battesimo deriva anche un modello di società: quella dei fratelli. La fraternità non si può stabilire mediante un’ideologia, tanto meno per decreto di un qualsiasi potere costituito. Ci si riconosce fratelli a partire dall’umile ma profonda consapevolezza del proprio essere figli dell’unico Padre celeste. Come cristiani, grazie allo Spirito Santo ricevuto nel Battesimo, abbiamo in sorte il dono e l’impegno di vivere da figli di Dio e da fratelli, per essere come “lievito” di un’umanità nuova, solidale e ricca di pace e di speranza. In questo ci aiuta la consapevolezza di avere, oltre che un Padre nei cieli, anche una madre, la Chiesa, di cui la Vergine Maria è il perenne modello. 

(Angelus domenicale, 10 Gennaio 2010)

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Card. Zen: Per amore della verità non tacerò

Dal sito del card. Joseph Zen Ze-kiun.

Card. Joseph Zen Ze-kiun

 

di card. Joseph Zen Ze-kiun

 

Ho letto il discorso tenuto il 3 ottobre a Milano dal Cardinal Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità. È stomachevole! Siccome stupido ed ignorante non lo è, ha detto una serie di bugie ad occhi aperti.

La cosa più ripugnante è l’insulto al venerato Benedetto XVI dicendo che ha approvato a suo tempo l’accordo firmato dalla Santa Sede due anni fa, sapendo che il nostro dolcissimo, mitissimo Benedetto certamente non verrà fuori a negarlo. È poi quanto mai ridicolo ed umiliante per l’innocente Cardinal Re ad essere “usato” un’altra volta per sostenere le falsità dell’Eminentissimo Segretario.

Parolin sa di mentire, sa che io so che è bugiardo, sa che io dirò a tutti che è bugiardo, dunque oltre ad essere sfacciato, è anche audace. Ma ormai che cosa non oserà fare, penso che non teme neanche la sua coscienza.

Temo che non ha neanche la fede. Ho avuto questa impressione quando Parolin, già Segretario di Stato, in un discorso commemorativo di Card. Casaroli, lodando il suo successo nel contituire la gerarchia eclesiastica nei paesi comunisti dell’Europa, disse: “quando si cercano dei Vescovi, non si cercano dei “gladiatori, di quelli che sistematicamente si oppongono al governo, quelli che amano mettersi in vista sul palcoscenico politico”.

Io gli scrissi, domandando se non aveva avuto in mente di descrivere Card. Wyszynski, Card. Mintzenty, Card. Beran? Egli mi rispose senza negare, disse solo che se mi ha dispiaciuto il suo discorso, mi chiede scusa. Ma uno che disprezza gli eroi della fede, non ha fede!

La Storia

Vediamo come Parolin fa un riassunto della storia.

La rituale menzione di Matteo Ricci come non plus-ultra nella storia delle missioni della Chiesa in Cina comincia a causarmi fastidio. Molti missionari che hanno evangelizzato il popolino non sono meno da ammirarsi (badate che io sono pure fiero di essere stato educato nella fede dai gesuiti a Shanghai).

Parolin fa risalire i tentativi di dialogo fino a Pio XII. Meno male che ha affermato pure che Pio XII ha abbandonato il tentativo, ma aggiunse: “ciò creò la sfiducia reciproca che ha segnato la storia successiva.”

Sembra dire che sia stata la “sfiducia” a causare tutta la storia dei seguenti trent’ anni! Possibile che si può semplificare così la storia? E l’espulsione dei missionari, “tutti” dopo essere stati sottoposti a giudizi popolari, condannati come imperialisti, oppressori del popolo cinese e perfino assassini? Espulso anche il rappresentante pontificio, e molti Vescovi espulsi dopo anni in carcere!

Espulsi gli “imperialisti oppressori” è la volta dei loro oppressi, i cristiani ed il Clero cinese, colpevoli di non voler rinnegare la religione imparata da quegli oppressori!

Metà della Chiesa finì in prigione e campi di lavori forzati. Pensate ai giovani membri della Legio Mariae, che entrarono in prigione teenegers e ne uscirono quarantenni (eccetto quelli che vi lasciarono la vita).

L’altra metà della Chiesa finì pure in prigione, ma dopo le torture sotto le guardie rosse della Rivoluzione Culturale. Poi dieci anni di silenzio.

Si dice: Non siete capaci di dimenticare le sofferenze del passato? Io non ho sofferto niente personalmente (sono a Hong Kong dal 48), i miei famigliari e Confratelli sì.

Purificazione della memoria? Perdonare, sì! Ma dimenticare la storia? La storia è maestra!

Parolin menziona Card. Echegaray come inizio di un nuovo percorso “tra vicende alterne”. Per chi l’ha conosciuto Card. Echegaray era un ottimista ad oltranza, amava la Cina immensamente, ma pochi sanno come l’hanno trattato i comunisti questo vecchio amico, quando li visitò in un momento sfortunato: durante la campagna contro la canonizzazione dei martiri in Cina: un’ora di insulti ed umiliazioni (un testimone PIME vivente ne sa qualcosa)!

Le “vicende alterne” sono in un una linea diritta, mai cambiata! Mons. Claudio Celli che era il negoziatore prima di Parolin si lamentava che la controparte cinese non negoziava, ma ripeteva come un gramofono: “firmi l’accordo!”

Oggi Arcivescovo Celli ha solo una parola fissa per la Chiesa indipendente in Cina: compassione. Ma la vera compassione deve essere di liberare gli schiavi dalla schiavitù, non di incoraggiarli ad essere buoni schiavi.

L’ostpolitik della Santa Sede

Sì, il dialogo con i comunisti ha cominciato da lontano, c’erano già vescovi rappresentanti di paesi comunisti al Concilio Vat. II con Papa Giovanni XXIII. Papa Paolo VI ha poi mandato Mons. Casaroli in diverse missioni, a ristabilire le gerarchie in quei paesi.

Era un lavorare nel buio (lo diceva Casaroli), non si conosceva la reale situazione. Le gerarchie? Vescovi fantocci, più ufficiali del governo che pastori del gregge. Ma in nazioni di lunga storia cristiana non potevano comportarsi troppo male (due anni fa sono stato a visitare Budapest, Bratislava e Praga per imparare un pò della loro storia).

Il dialogo è continuato attraverso Giovanni Paolo II e Benedetto, ma con quale risultato, questa politica che si usa chiamare Ostpolitik?

Dal libro “Benedetto XVI – Ultime Conversazioni” (p. 161-162)

Alla domanda (di Peter Seewald): ha condiviso e sostenuto attivamente “l’Ostpolitik” del Papa (J.P II)?

Benedetto: Ne parlavamo. Era chiaro che la politica di Casaroli… per quanto attuata con le migliori intenzioni, era fallita. La nuova linea perseguita da Giovanni Paolo II era frutto della sua esperienza personale, del contatto con quei poteri. Naturalmente allora non si poteva sperare che quel regime crollasse presto, ma era evidente che, invece di essere concilianti e accettare compromessi, bisognava opporsi con forza. Questa era la visione di fondo di Giovanni Paolo II, che io condividevo.

Applicazione dell’Ostpolitik alla Cina

Nella lettera del 2007 Papa Benedetto mette in chiaro il principio che deve guidare ogni dialogo, non si può voler aver una conclusione ad ogni costo, una buona conclusione dipende dalla volontà delle due parti.

“La soluzione dei problemi esistenti non può essere perseguita attraverso un permanente conflitto con le autorità civili, nello stesso tempo, però, non è accettabile un’arrendevolezza alle medesime quando esse interferiscono indebitamente in materie che riguardano la fede e la disciplina della Chiesa”. (parag. 4)

Anche Papa Franceso ha chiaro il principio che deve guidare il dialogo. In Corea, in occasione della giornata della Gioventù, disse ai Vescovi Asiatici radunati: il principio del dialogo è doppio, anzitutto fedeltà alla propria identità (non si può rinunciare alla nostra ecclesiologia e la fondamentale disciplina), poi occorre aprire il cuore ed ascoltare.

La continuità?

Però, nella pratica non c’è stata la continuità tra Benedetto e Francesco, c’è la continuità nella persona di Parolin. 

Nel mio libro “per amore del mio popolo non tacerò” ho narrato la storia come un gruppo di potere nel Vaticano non ha seguito la linea di Papa Benedetto nel modo di solvere i problemi con il governo di Pechino.

Si pone il dubbio: un papa così noto per la sua durezza (gli hanno dato perfino il sopranome di “cane da caccia”) ha tollerato questo? Si, Papa Benedetto è l’uomo più mite e timido del mondo, ha grande difficoltà ad usare la sua autorità.

Un giorno io, gran peccatore, gli ho fatto il broncio e dissi: Lei mi dice di aiutarLa riguardo la Chiesa in Cina, questi altri non seguono la sua linea, e Lei non interviene, che sto a fare? Anche Bertone non mi aiuta, perchè? Egli rispose: “qualche volta non si vuol offendere qualcuno”. Intendeva Cardinal Dias, allora Prefetto della Congergazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, insieme con il negoziatore della Santa Sede con Pechino, Mons. Parolin, entrambi entusiasti della politica dell’Ostpolitik.

Si dirà che io sto rivelando cose dette in conversazione privata e causo imbarazzo all’interessato. Sì, ma penso che ciò sia molto meglio che lasciare che gli si adossi la responsabilità di aver approvato un cattivo accordo.

Una cosa strana era che mentre ai tempi di Card. Tomko come Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli il negoziatore ragguagliava i membri di quelle riunioni segrete periodiche sull’andamento dei negoziati (non ufficiali). Quando Papa Benedetto ha costituito la imponente Commissione per la Chiesa in Cina, questa era invece lasciata nell’oscuro.

Durante l’anno 2010 correva voce che un accordo era pronto. Ma ad un certo punto tutto cadde nel silenzio. Parolin venne mandato a Venezuela ed entrò Ballestrero, Savio Hon venne nella Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli anche prima che Dias andasse in pensione. Da tutto questo si può indovinare con fondamento che Papa Benedetto ha, in extremis, fermato l’accordo e fece la sterzata.

Quando Papa Francesco chiamò Parolin da Venezuela e lo fece suo Segretario di Stato, una delle prime cose che Parolin fece è di far sparire alla chetichella la Commissione per la Cina e presto l’Ostpolitik verso la Cina ebbe la strada aperta. Dialogo con il nemico sì, ma non tra di noi! Papa Francesco ovviamente ha messo completamente la Cina nelle mani del suo Segretario di Stato.

Non c’è continuità tra Benedetto che disse “No” all’Ostpolitik e Francesco che dice “sì” all’Ostpolitik. C’è la continuità dell’ostpolitik di Parolin, prima egli non seguiva Benedetto, ora Francesco segue lui. 

Mi si domanderà: Lei dice che Parolin manipola il Santo Padre? Sì, non so perchè il Papa si lascia manipolare, ma ho evidenza per credere così e ciò mi rende anche meno penoso e ripugnante criticare la Santa Sede.

Quando nel processo di legittimare i sette “vescovi” scomunicati si chiese ai due vescovi legittimi della communità clandestina di dimettersi, in una udienza concessa all’Arcivescovo Savio Hon, il Papa disse tre cose: “questo non va bene” “perchè non hanno discusso con me?” “Mi interesserò di questo.”

Più tardi, in una udienza concessa a me domandai a Papa Francesco: ha avuto modo di interessarsi di quel problema? Mi rispose prontamente “sì, ho detto loro di non creare un altro caso Mintzenty”. Non poteva essere più chiaro e preciso. (Purtroppo le cose sono andate esattamente come capitò al Card. Mintzenty, i due sono stati obbligati a cedere il loro ufficio ai due indegni.)

Le cose che vennero fuori dal Vaticano, vennero da Parolin (ovviamente con il consenso del Papa)!

L’effetto dell’accordo

Ma come si fa a dire che l’accordo è cattivo? Non avendo visto il testo, sopratutto quello in cinese, non potrei dare nessun giudizio. Ma Eminentissimo Parolin stesso ed i suoi accoliti hanno sovente affermato che un cattivo accordo è meglio che nessun accordo. Questo non riesco a capire pur essendo un insegnante di morale. Ho sempre insegnato che il male non si può fare neppure con buona intenzione.

– Diocono: l’accordo è buono, i comunisti cinesi hanno finalmente riconosciuto il Papa come Autorità suprema della Chiesa Cattolica. Se non vedo il testo non ci credo.

– Il Papa avrà il diritto di veto! Se non vedo il testo non ci credo. Supposto pure che lo abbia, quante volte potrà usarlo senza imbarazzo?

– Con l’accordo non ci saranno più vescovi illegittimi! Ci si può fidare della porola di un regime totalitario? Non ricordate il patto con Napoleone, il concordato con il governo nazista?

– Se il Vaticano è cedevole come è, vescovi legittimi non saranno necessariamente degni vescovi. La Chiesa indipendente in Cina è ormai piena di vescovi “opportunisti”, gente che si vende al governo per far una carriera di potere e di benessere.

 Se poi i sette scomunicati legittimati sono il campionario di ciò che verrà, ci liberi il Signore. Hanno cambiato la loro condotta? Hanno dato alcun segno del loro ravvedimento? Gratitudine per il perdono concesso dal Papa? Promessa publica di rispettare la dottrina e la disciplina della Chiesa? Quello che si vede è che vanno in giro cantando trionfo: noi abbiamo fatto la scelta intelligente stando con il governo!

Particolarmente disgustoso il trattamento dei due vescovi legittimi obbligati a cedere il posto agli scomunicati. Il legittimato di Shantau, Wong, dopo la sua “vittoria” organizzò una grande celebrazione nella Chiesa del deposto. Su alcuni pulman il suo clero e molti fedeli vennero, il clero e fedeli del deposto invece non erano ammessi (la polizia teneva ordine). Volevano che il deposto venisse a concelebrare e così umiliarlo. Ma l’anziano vescovo ha ancora la mente chiara, disse: “quando si sposa si festeggia, ma io sono stato forzato a divorziare la mia diocesi, che cosa c’è da festeggiare?” e si ritirò.

Il Vescovo Kuo di Ming Dong, che pur aveva con sè la comunità non-ufficiale molto più numerosa di quella del suo contendente, ha obedito al Vaticano cedendo il posto a quello scomunicato, diventando il suo ausiliare. Ma tutti hanno visto, come gli hanno reso la vita impossibile, per cui non gli rimane che dare le dimissioni (notizia di questi giorni).

È questa la Chiesa finalmente unita? L’avvicinamento tra le due parti? La normalizzazione della vita della Chiesa, solo perchè il Papa dà la sua benedizione su tutta questa miseria? Su questa vittoria del nemico?

Tutti vescovi legittimi, ma in una Chiesa che è oggettivamente scismatica, è un bene? È un progresso? È l’inizio di un che specie di viaggio?

Sua Eminenza sembra molto umile a dire che il risultato dell’accordo non è stato particolarmente entusiasmante, ma questo è ovviamente un “understatement”, io direi che è stato semplicemente disastroso.

L’ultimo atto: tutti nella Chiesa scismatica!

Più disastroso e più crudele è stato l’ultimo atto di questa tragedia: Il documento di fine Giugno, l’anno scorso. “orientamenti pastorali riguardo la registrazione civile del clero”, emanato da “la Santa Sede”, senza specificazione del dipartimento e senza firme (ma si sa che è creatura di Parolin). Si invitano tutti ad iscriversi all’Associazione Patriotica, cioè alla Chiesa indipendente. È il colpo di grazia!

Alcuni della communità “clandestina”, con a capo Vescovi e preti, sono felici di poter finalmente, tuta conscientia, togliere di dosso il fardello dei “fuori legge”. Ma mentre entrano nella gabbia, vengono beffeggiati dai vecchi inquilini: “abbiamo sempre detto…” Ma moltissimi che per tutta la vita hanno resistito al regime e perseverato nella vera fede (con molti martiri tra i loro famigliari) ora invitati dalla stessa “Santa” Sede ad arrendersi!? Smarrimento, delusione e (nessuno si scandalizzi) anche risentimento per essere traditi.

È vero che il documento dice che la Santa Sede “rispetta” la loro coscienza, se non si sentono di fare quell’atto. Ma l’effetto pratico sarà lo stesso: non avranno più le loro chiese, non potranno più dire messa per i fedeli in case private, non saranno più dati vescovi a loro. Rimane da vivere la fede solo nelle catacombe, aspettando giorni migliori.

La situazione generale

Molte cose sono avvenute in questo periodo, non dico “a causa dell’accordo”, ma certamente “nonostante l’accordo”: notevole incrudelimento della persecuzione, accanimento nel far sparire la comunità non ufficiale, rigida esecuzione di regole una volta più tosto rilassate, come la proibizione ai minori di 18 anni di entrare in chiesa e di partecipare in qualunque attività religiosa. La “sinicizzazione” non è quel che intendiamo per inculturazione, è la religione del partito comunista: prima divinità è la patria, il partito, il capo del partito.

Come L’Eminentissimo può dire che tutto questo non ha niente da fare con l’accordo? La vita può essere tagliata in pezzi?

Difatti sua Eminenza pure connette l’accordo con la pace internazionale e col risolvere le tensioni. Ma sembra proprio che per salvare l’accordo la Santa Sede chiude tutti e due gli occhi su tutte le ingiustizie che il partito comunista inflige sul popolo cinese.

e Hong Kong?

Anche Hong Kong, con l’introduzione della legge per la sicurezza nazionale, è diventata una città in un regime totalitario, i cittadini hanno perso ogni diritto, compleso quello dell’espressione, della parola, minacciati da incredibili brutalità della polizia.

Se non negano esplicitamente lo stato autonomo di Hong Kong, l’accordo non riguarderebbe Hong Kong, ma si sente dire che per essere Vescovo di Hong Kong uno deve avere la benedizione di Pechino!?

Il Signore ci salvi dai nostri potenti nemici!

La Madonna del Santo Rosario ci protegga da ogni pericolo!

P.S. La prima lettura della messa di oggi, 27a settimana per annum, mercoledì, (Galati 2. 1-2, 7-14) mi incoraggia a mettere questo articolo sul mio blog.

 




Card. Parolin: vi spiego perché rinnoveremo l’accordo provvisorio con la Cina.

Il Card. Parolin spiega perché il Vaticano rinnoverà l’accordo provvisorio con la Cina. Lo ha fatto con la prolusione di apertura al convegno organizzato a Milano dal Centro missionario PIME sul tema “Un’altra Cina. Tempo di crisi, tempo di cambiamento”. Riprendiamo l’articolo pubblicato su Vaticannews.

 

Card. Pietro Parolin
Card. Pietro Parolin, Segretario di Stato Vaticano

 

L’accordo provvisorio che la Santa Sede ha firmato con la Repubblica Popolare Cinese e che riguarda la nomina dei vescovi, “è solo un punto di partenza”, che ha portato alcuni risultati: perché “il dialogo possa dare frutti più consistenti è necessario continuarlo”. Lo ha detto il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato, nella prolusione di apertura al convegno organizzato a Milano dal Centro missionario PIME sul tema “Un’altra Cina. Tempo di crisi, tempo di cambiamento”. Il convegno celebra i 150 anni di presenza dei missionari del Pontificio Istituto Missioni Estere in Cina. Parolin ha ribadito quanto già scritto dal cardinale Giovanni Battista Re, e cioè che Benedetto XVI aveva approvato il progetto di accordo sulla nomina dei vescovi che soltanto nel 2018 è stato possibile firmare.

Il tentativo di Pio XII
La prolusione del cardinale si snoda attraverso la storia, a partire dall’indimenticata presenza del gesuita Matteo Ricci in Cina alla fine del Cinquecento, per ricordare poi l’arrivo dei missionari del PIME un secolo e mezzo fa in Henan. Parolin ha quindi citato i tentativi di dialogo avvenuti dopo l’inizio della Repubblica Popolare Cinese con la salita al potere di Mao. “Il 17 gennaio 1951 – ha detto il Segretario di Stato – le autorità invitarono alcuni vescovi e sacerdoti cattolici ad un incontro cui partecipò anche il Primo Ministro e Ministro degli Esteri Zhou Enlai. Questi assicurò che i cattolici avrebbero potuto continuare a seguire l’autorità religiosa del Santo Padre ma dovevano assicurare piena lealtà patriottica nei confronti del loro Paese. Iniziò allora il tentativo di stendere un documento contenente questi due principi, cui parteciparono non solo vescovi e sacerdoti ma anche il segretario dell’internunzio Antonio Riberi: quest’ultimo lo inviò infatti a Pechino proprio perché partecipasse a tale tentativo. Ciò mostra che fin dal tempo di Pio XII, la Santa Sede avvertì l’esigenza del dialogo, anche se le circostanze di allora lo rendevano molto difficile”. Nei primi mesi del 1951, furono redatte ben quattro stesure di un possibile accordo, ma purtroppo non venne considerata soddisfacente. “Credo che al fallimento di tale tentativo abbiano contribuito – oltre alle tensioni internazionali: erano gli anni della Guerra di Corea – anche le incomprensioni fra le due parti e la sfiducia reciproca. È un fallimento che ha segnato tutta la storia successiva”.

La riapertura del dialogo
Dopo quel tentativo sono passati quasi trent’anni prima che si potesse riaprire la strada del dialogo.  Ricordo in particolare il viaggio compiuto dal card. Echegaray nel 1980 – ha detto Parolin – quando la Cina aveva appena cominciato ad uscire dalla dolorosa esperienza della Rivoluzione culturale. Da allora ha avuto inizio un percorso che – tra alterne vicende – ha condotto fino ad oggi”. Il cardinale ha spiegato che tutti i pontefici da Paolo VI a Francesco hanno cercato quello che Benedetto XVI ha indicato come il superamento di una “pesante situazione di malintesi e di incomprensione” che “non giova né alle Autorità cinesi né alla Chiesa cattolica in Cina”. Citando il suo predecessore Giovanni Paolo II, Benedetto XVI aveva scritto nel 2007: “Non è un mistero per nessuno che la Santa Sede, a nome dell’intera Chiesa cattolica e — credo — a vantaggio di tutta l’umanità, auspica l’apertura di uno spazio di dialogo con le Autorità della Repubblica Popolare Cinese, in cui, superate le incomprensioni del passato, si possa lavorare insieme per il bene del Popolo cinese e per la pace nel mondo”. Proprio in quegli anni, come ha scritto il cardinale Giovanni Battista Re nei mesi scorsi, Papa Benedetto XVI approvò “il progetto di accordo sulla nomina dei vescovi in Cina, che soltanto nel 2018 è stato possibile firmare”.LEGGI ANCHE01/10/2020

Parolin: l’accordo con la Cina, una scelta pensata e pregata

Malintesi sull’accordo
Parolin ha quindi voluto fare ancora una volta chiarezza smentendo le letture politiche di un accordo genuinamente pastorale. “Sono sorti alcuni malintesi. Molti di questi nascono dall’attribuzione all’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese di obiettivi che tale Accordo non ha. Oppure dalla riconduzione all’Accordo di eventi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina che sono ad esso estranei. O ancora a collegamenti con questioni politiche che nulla hanno a che fare con questo Accordo. Ricordo ancora una volta – e su questo punto la Santa Sede non ha mai lasciato spazio a equivoci o confusioni – che l’Accordo del 22 settembre 2018 concerne esclusivamente la nomina dei vescovi”. Il Segretario di Stato si è detto “consapevole dell’esistenza di molti altri problemi riguardanti la vita della Chiesa cattolica in Cina. Ma non è stato possibile affrontarli tutti insieme e sappiamo che il cammino per una piena normalizzazione sarà ancora lungo, come già prevedeva Benedetto XVI nel 2007. Tuttavia la questione della nomina dei vescovi riveste una particolare importanza. È infatti il problema che più ha fatto soffrire la Chiesa cattolica in Cina negli ultimi sessant’anni”.

Un primo obiettivo raggiunto
“Per la prima volta dopo tanti decenni – ha detto ancora Parolin – oggi tutti i vescovi in Cina sono in comunione con il vescovo di Roma” . Chi conosce la storia della Chiesa in Cina “sa quanto sia importante che tutti i vescovi cinesi siano in piena comunione con la Chiesa universale. Molti di coloro che non sono stati in piena comunione con il Papa nei decenni passati erano stati formati dai missionari, i quali ben conoscevano il loro cuore e la loro fede”. Molti di questi vescovi consacrati illegittimamente “hanno chiesto il perdono del Papa e la piena riconciliazione. Ciò mostra che, al fondo, il loro cuore non era mutato e la loro fede non era venuta meno”. Fino a due anni fa, tuttavia, la possibilità di nuove ordinazioni illegittime è sempre rimasta aperta. Per questo era necessario, ha ribadito il Segretario di Stato, “affrontare e risolvere definitivamente questo delicato problema. Ma l’esperienza di tanti decenni mostrava (e mostra) che tale soluzione passava (e passa) necessariamente attraverso un accordo tra la Santa Sede e le autorità della Repubblica popolare cinese. Per questo motivo la Santa Sede ha ripetutamente sottolineato che l’obiettivo dell’Accordo è anzitutto ecclesiale e pastorale”. Dalla sua implementazione, ha aggiunto Parolin, “dipende infatti la possibilità di scongiurare – si spera definitivamente – l’eventualità di altre ordinazioni illegittime. Si è voluto in altre parole, operare per evitare alla Chiesa in Cina altre esperienze simili a quelle dolorosamente vissute negli ultimi sessant’anni”. L’obiettivo della Santa Sede è dunque pastorale, “cioè aiutare le Chiese locali affinché godano condizioni di maggiore libertà, autonomia e organizzazione, in modo tale che possano dedicarsi alla missione di annunciare il Vangelo e di contribuire allo sviluppo integrale della persona e della società”.LEGGI ANCHE29/09/2020

Santa Sede e Cina, le ragioni di un Accordo sulla nomina dei vescovi

Segni positivi tra i cattolici cinesi
Parolin ha concluso dicendosi “consapevole che l’Accordo provvisorio tra Santa Sede e Repubblica popolare cinese del 22 settembre 2018 costituisce solo un punto di partenza. Due anni sono un periodo molto breve per valutare i risultati di un accordo”. Alle difficoltà di iniziare un processo tanto nuovo si sono aggiunte quelle create dal Covid 19. Alcuni risultati “ci sono stati ma perché il dialogo possa dare frutti più consistenti è necessario continuarlo. Da parte della S. Sede, perciò, c’è la volontà che l’Accordo sia prolungato, ad experimentum come è stato finora, in modo da verificarne l’utilità”. Il cardinale ha affermato di aver notato “in questi due anni, segni di avvicinamento tra i cattolici cinesi che su tante questioni sono rimasti a lungo divisi”. Un segno importante perché alla comunità cattolica in Cina “il Papa affida in modo particolare l’impegno di vivere un autentico spirito di riconciliazione tra fratelli, ponendo dei gesti concreti che aiutino a superare le incomprensioni del passato, anche del passato recente. In questo modo i fedeli, i cattolici in Cina potranno testimoniare la propria fede, un genuino amore e aprirsi anche al dialogo tra tutti i popoli e alla promozione della pace”. Molto attuale, infine, ha concluso il Segretario di Stato, anche “un altro obiettivo che ci proponevamo con la firma dell’Accordo Provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei vescovi: il consolidamento di un orizzonte internazionale di pace, in questo momento in cui stiamo sperimentando tante tensioni a livello mondiale”.




Si può discutere di un pontificato senza essere bollati come reazionari? Cosa insegna il “caso Matzuzzi”

Papa Francesco

 

 

di Luca Del Pozzo

 

Il dibattito in corso circa la spinta propulsiva dell’attuale pontificato, innescato da un denso saggio del direttore della Civiltà Cattolica,(leggi anche qui), padre Antonio Spadaro (per inciso, saggio molto elegante e raffinato, che tra i tanti pregi ha anche quello di gettare una luce nuova, muovendo da altra angolatura, sui pontificati precedenti), è stato arricchito tra gli altri da un’intervento del vaticanista de Il Foglio, Matteo Matzuzzi, che al tema ha dedicato un’ampia ed articolata indagine. Indagine che fin dal titolo – Il tramonto di un papato – esprimeva una chiave di lettura diversa rispetto a quanto sostenuto da p. Spadaro. In estrema sintesi, per p. Spadaro la carica propulsiva del pontificato di Francesco non si è affatto esaurita, ma per poterla apprezzare occorre comprendere come per Francesco il concetto di governo della Chiesa e di riforma faccia tutt’uno con un processo di costante conversione e discernimento – categoria chiave della spiritualità ignaziana – che in quanto tale rifugge schemi precostituiti o idee nate a tavolino. “Si comprende così – scrive p. Spadaro – che la domanda su quale sia il «programma» di papa Francesco non ha senso. Il Papa non ha idee preconfezionate da applicare al reale, né un piano ideologico di riforme prêt-à-porter, ma avanza sulla base di un’esperienza spirituale e di preghiera che condivide passo passo nel dialogo, nella consultazione, nella risposta concreta alla situazione umana vulnerabile”. Il Papa, scrive ancora p. Spadaro, “…ha ben chiaro il contesto, la situazione di partenza; è informato, ascolta pareri; è saldamente aderente al presente. Tuttavia, la strada che intende percorrere è per lui davvero aperta, non c’è una road map soltanto teorica: il cammino si apre camminando”.

Dal canto suo Matzuzzi ha notato, a mo’ di premessa, che “avere un programma non è delittuoso”, e che anzi i cardinali quando debbono scegliere chi eleggere Papa “guardano bene cosa pensa e cosa no su determinati temi”. Secondo, e cosa più importante, durante il suo pontificato “Francesco una rotta ben impostata l’ha mostrata eccome“. Rotta tracciata nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium del 2013, laddove Francesco dice che “Ciò che intendo qui esprimere ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti”. Insomma, se non un programma vero e proprio, quanto meno una chiara direzione di marcia. D’altra parte, guardando indietro a questi sette anni e mezzo di pontificato gli indizi che dicono di una visione programmatica non mancano. A partire dai primi mesi quando, nota Matzuzzi, “più che dello spirito si parlò dell’amministrazione, di uffici e personale: chirografi su chirografi, commissioni e comitati per riformare, cambiare aggiornare”.  E questo non per caso ma perché “nelle congregazioni generali del pre Conclave, i cardinali avevano preteso da chiunque fosse stato eletto un giro di vite, una grande riforma che solo un Papa-manager… avrebbe potuto realizzare”. Altro elemento, la creazione del C9, l’organismo voluto da Francesco con l’incarico di rifomare la Curia, “talmente istituzionale e strutturato che all’origine aveva un componente per continente”; e ancora, l’indicazione, contenuta sempre in Evangelii gaudium, circa lo statuto delle Conferenze episcopali “che le concepisca come soggetti di attribuzioni concrete, includendo anche qualche autentica autorità dottrinale”. Vi sono poi stati i vari Sinodi (a partire da quelli del 2014 e 2015 che portarono alla discussa Esortazione apostolica Amoris laetitia) i cui temi – sottolinea Matzuzzi – “li ha scelti Francesco. E ha scelto temi che sapeva essere divisivi; temi che avrebbero incendiato gli animi e creato spaccature allargando fossati già distanti l’uno dall’altro”. Non solo. Anche la scelta, sempre operata da Francesco, di affidare al card. Kasper la relazione che aprì e indirizzò i lavori del Concistoro che precedette il doppio Sinodo sulla famiglia, non fu certo una scelta “neutrale” se solo si tiene conto che Kasper “fin dai tempi di Giovanni Paolo II aveva chiesto meglio e più di altri il via libera al riaccostamento dei divorziati risposati alla comunione; richieste sempre rispedite al mittente dal duo Wojtyla-Ratzinger”. E lo stesso dicasi per Claudio Hummes, il cardinale brasiliano cui Francesco affidò il Sinodo sull’Amazzonia, “da sempre convinto peroratore del via libera ai viri probati”. A sostegno del fatto che la questione del “metodo” di governo di Francesco non è forse così chiara come vorrebbe p. Spadaro, Matzuzzi adduce altri tre elementi. Primo, le reazioni  – “in qualche caso fuori dalle righe” – di chi si aspettava ben altri risultati dall’azione di governo di Francesco, dimostrano che “anche tra i più entusiasti sostenitori della linea caratterizzante il pontificato si era fatta strada l’idea che oltre alla volontà ignaziana di «riformare le persone dal di dentro» ci fosse pure la determinazione di riformare la chiesa stessa in modo irreversibile”; secondo, il fatto – ciò che rappresenta un problema non di poco conto – che “ogni assemblea sotto Francesco si è trasformata in una disputa mai risolta dal Papa”. Da qui la domanda, legittima, che Matzuzzi pone: “Siamo sicuri che lasciare tutto in questa indeterminatezza sia non solo opportuno ma anche sano?”. Vi è poi il terzo elemento, che riguarda da vicino la politica estera, per così dire, di Francesco, in particolare per quanto riguarda i rapporti con la Cina. Questione da cui emerge con chiarezza che c’è, eccome, un disegno preciso che punta alla distensione con il governo di Pechino, obiettivo in nome del quale “Non una parola su Hong Kong – ma molte sulle tensioni socio-politiche negli Stati Uniti, ad esempio – nulla sugli uiguri, nonostante due cardinali di santa romana chiesa…abbiano accusato Pechino di commettere nei confronti di quella popolazione un vero e proprio genocidio”. Fatti che per Matzuzzi non lasciano adito a dubbi: “Sono scelte, non improvvisazione”. Alla fine della sua lunga indagine Matzuzzi torna alla domanda che p. Spadaro ha posto come sottotitolo al suo saggio sul governo di Francesco, “E’ ancora attiva la spinta propulsiva del pontificato?”, per sottolineare che se il direttore della Civiltà Cattolica ha dovuto ribadire che cosa Francesco intenda per riforma e cosa no, forse questo significa che “qualcosa è andato storto: o nella comprensione del modo di governare di questo Papa (modo, non stile) o nel fatto che effettivamente il pontificato ha incontrato qualche ostacolo di troppo non previsto, e la spinta propulsiva ha subìto una battuta d’arresto”.

Come si vede, un’indagine argomentata e dai toni assolutamente pacati. Ma tanto è bastato perché al povero Matzuzzi fosse affibbiato lo stigma di reazionario dalla solita cerchia degli autoproclamatisi guardiani della rivoluzione, con l’aggiunta di commenti e giudizi (questi sì “reazionari”) che non hanno fatto altro che confermare, con buona pace della narrativa mainstream, l’accresciuto nervosismo di certi ambienti. Tra l’altro, sono essi per primi a rendere un pessimo servizio al Papa che non ha certo bisogno di improbabili avvocati d’ufficio; tanto più che stiamo parlando di un pontefice – come ebbe a sottolineare uno dei più autorevoli vaticanisti d’Oltreoceano, John Allen, che “ha invitato un robusto ed aperto dibattito sui problemi della Chiesa, che comprende certamente la sua leadership. Quando qualcuno esprime riserve, quindi, non è tanto un atto di sfida quanto uno di obbedienza”. Sarebbe oltremodo sciocco pensare che un saggio come quello di p. Spadaro potesse passare inosservato, siccome tocca un tema di assoluta rilevanza per chiunque, credente o no, segua da vicino le vicende della Chiesa. In esso p. Spadaro ha dato una lettura del governo di Francesco che si può condividere o meno. Così come si può condividere, in tutto in parte o per nulla, ciò che sull’argomento ha scritto Matzuzzi o altri che pure hanno affrontato la questione. Per fare un altro esempio, appare alquanto discutibile l’affermazione “I Papi non fanno programmi, seguono il vento dello Spirito”, con cui Maurizio Crippa (altra firma del Foglio) ha chiuso un suo recente intervento sulla vicenda dopo essersi premurato di ricordare i fallimenti (a suo dire, s’intende) dei programmi dei papi che hanno preceduto Francesco, da Paolo VI a Benedetto XVI passando per Giovanni Paolo II, per sottolineare di contro quanto siano ancora feconde e valide le intuizioni originarie di ciascuno. Si tratta di un’affermazione discutibile per due motivi. Primo, perché non necessariamente l’una cosa esclude l’altra, tenuto conto che un programma di governo altro non è se non il tentativo di tradurre nella realtà ciò che lo Spirito suggerisce (e viceversa: seguire lo Spirito non è mai una cosa astratta, e anzi comporta e richiede sempre indirizzi concreti e scelte precise). Secondo, e cosa più importante, perché è tutto da capire di quale Spirito stiamo parlando. Se cioè si tratta della terza persona della Trinità o di qualcos’altro. La qual cosa, evidentemente, non è affatto così scontata come potrebbe sembrare (neanche quando c’è di mezzo un Papa) né tanto meno indifferente. A meno che qualcuno non ritenga davvero un seguire lo Spirito e il “ripartire dall’annuncio del Vangelo e dalla testimonianza, dall’abc delle preghiere e dal catechismo della misericordia”, come scrive Crippa, una predicazione ecclesiale centrata per lo più sulla denuncia dei mali della società e dei problemi che affliggono la Chiesa, muovendo da una prospettiva che da più di un osservatore è stata definita sine ira ac studio “troppo umana”. Per non parlare di quelli che, sempre per restare sull’attuale corso ecclesiale, per Crippa sarebbero dei “semi” che un domani germoglieranno; ad esempio, “lo sguardo sulla diversità sessuale” che – udite udite – “è semplicemente la presa d’atto di quel che il mondo vive”. Cioè, vediamo se abbiamo capito: il mondo vive l’omosessualità né più né meno come un fatto assolutamente normale e la semplice presa d’atto di questo fenomeno sarebbe addirittura un “seme”?? Seguendo questo ragionamento se un domani (per altro non molto lontano) il mondo sdoganasse la pedofilia (vedi anche qui), che facciamo? Anche in questo caso la Chiesa dovrebbe “prendere atto” e basta in ossequio ad una malintesa interpretazione del principio di realtà? Va bene che voltarsi indietro vagheggiando i bei tempi andati è un esercizio tanto inutile quanto velleitario così come, all’opposto, propugnare improbabili balzi in avanti verso una Chiesa solo immaginaria; ma da qui ad attestarsi su una posizione ultra-realista, ce ne passa (e da questo punto di vista, ma è un discorso che ci porterebbe troppo lontano per cui lo accenno solo, sarebbe da approfondire quanto dietro certe posizioni discendano da una imprecisa teologia dell’Incarnazione). E’ vero che ai suoi tempi, come ebbe a dire il gesuita in chief padre Arturo Sosa, non c’erano registratori, però da quei Vangeli nei quali noi semplici pecorelle ci ostiniamo a credere risulta che fin dall’inizio della sua predicazione Gesù non faceva altro che ripetere “convertitevi e credete al Vangelo”: dice niente? O la Chiesa non crede più che bene e male siano concetti oggettivi e in quanto tali indisponibii all’”Io e alle sue voglie”, per usare un’espressione cara a Benedetto XVI? Oppure quello che predicava Gesù andava bene allora mentre oggi c’è bisogno d’altro? Un conto è la sacrosanta necessità di incarnare nell’oggi il Vangelo, tutt’altra faccenda è la tentazione di (ri)scrivere di volta in volta un vangelo diverso a seconda dell’oggi e della situazione che si ha davanti. 

Tornando alle (scomposte) reazioni nei confronti dell’indagine di Matzuzzi, va ribadito che le osservazioni in essa sollevate possono non piacere ma restano più che legittime. Per sua natura il ministero petrino non ha solo una dimensione spirituale, ma anche pastorale e di governo che, in quanto tali, richiedono una chiara visione dei problemi sul tappeto e un’altrettanto chiara rotta da seguire. Che poi lo si voglia chiamare programma o in altro modo poco importa. Ma di sicuro un pontefice non può permettersi il lusso di navigare a vista (né questo, by the way, è il caso di Francesco, come lo stesso Matzuzzi ha dimostrato), altrimenti è a rischio l’essenza stessa di ogni pontificato, quell’essere la “roccia” che conferma i fratelli nella fede. Anche per questo certe reazioni appaiono sempre stonate e fuori luogo. Intendiamoci, non che sia una novità. Non è stata la prima e non sarà l’ultima volta che chi, svolgendo il suo lavoro, solleva dubbi o muove una qualche seppur rispettosa critica, viene fatto oggetto di attacchi. Per tacere di episodi sfociati nel grottesco come quando – lo ricordò il diretto interessato in un’intervista che gli feci per Tempi –  pretoriani e custodi vari promossero nei confronti di Vittorio Messori, reo di aver dato voce ad alcune rispettose perplessità nei confronti di Francesco, niente meno che la formazione di un comitato che pretendeva (sic!) che il Corriere della Sera gli sospendesse la collaborazione. L’aspetto singolare di quella vicenda, e che si ripresenta tale e quale oggi, fu che gli attacchi a Messori giunsero da quegli stessi ambienti che, anni addietro, contestavano un giorno sì e l’altro pure la Chiesa e i papi di allora (Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI). Con una piccola differenza: che quando un pontefice viene criticato, per semplificare, da sinistra, è lui che sbaglia e i suoi critici sono tutti martiri del libero pensiero; quando invece il Papa è criticato da destra allora è lui che ha ragione e i suoi detrattori hanno torto marcio. Al solito, due pesi e due misure. Ma tant’è. E’ una delle costanti della storia, non solo ecclesiale, che chi ieri stava sulle barricate e contestava, poi te lo ritrovi dall’altra parte a sventolare cartellini rossi. Lupi che hanno perso il pelo ma non il vizio di ergersi a maestrini col ditino sempre puntato, con la stessa sicumera e lo stesso tono altezzoso con cui di volta in volta a papi, vescovi ed “eretici” di turno, pretendono di insegnare come debba essere la Chiesa e come si debba vivere il Vangelo. Avanti il prossimo.




Benedetto XVI: Il ruolo pubblico della religione ed il rapporto con la politica

Westminster Hall e Papa Benedietto XVI (Photo-AFP)

 

 

di Sabino Paciolla

 

Il 19 settembre di dieci anni fa si concludeva la prima visita di Stato di un Pontefice nel Regno Unito. Giovanni Paolo II nel 1982 aveva visitato la comunità cattolica del paese, ma non era stata una visita di Stato. Per questo, quella era una grande opportunità offerta al Pontefice di esprimere il ministero petrino. Il Santo Padre fu ospite di Sua Maestà la Regina, ed il governo Britannico fu coinvolto nella preparazione dell’evento. 

Il Papa rivolse ai rappresentanti della società civile, riuniti nella millenaria Westminster Hall, uno dei suoi grandi discorsi politici. Il palazzo di Westminster è la sede del Parlamento del Regno Unito, la parte più antica di esso è rappresentata dalla Westminster Hall, risalente al 1097. Questo è il salone senza pilastri più grande del mondo, il luogo dove il re amministrava la giustizia, e in cui San Tommaso Moro, servitore e consigliere fidato del re, fu condannato a morte nel 1535 per aver scelto di “servire Dio per primo”.

Oggi nel nostro paese si vota per il referendum sul taglio dei parlamentari e in alcune regioni per le regionali. E’ dunque una buona occasione per rileggere alcuni passaggi del discorso che Benedetto XVI tenne nella Westminster Hall poiché sono di un’attualità eccezionale. Il focus centrale di quel discorso fu sul ruolo pubblico della religione. 

Benedetto XVI nel suo discorso riprende la figura di Tommaso Moro, umanista, scrittore e grande consigliere del re Enrico VIII. La sua contrarietà allo scioglimento del matrimonio del re d’Inghilterra con Caterina d’Aragona, il suo rifiuto ad accettare l’Atto di Supremazia del re sulla Chiesa in Inghilterra e di disconoscere il primato del Papa mise fine alla sua carriera politica e lo condusse alla pena capitale con l’accusa di tradimento.

 

Ecco alcuni stralci del discorso di Benedetto XVI.

 

In particolare, vorrei ricordare la figura di San Tommaso Moro, il grande studioso e statista inglese, ammirato da credenti e non credenti per l’integrità con cui fu capace di seguire la propria coscienza, anche a costo di dispiacere al sovrano, di cui era “buon servitore”, poiché aveva scelto di servire Dio per primo. Il dilemma con cui Tommaso Moro si confrontava, in quei tempi difficili, la perenne questione del rapporto tra ciò che è dovuto a Cesare e ciò che è dovuto a Dio, mi offre l’opportunità di riflettere brevemente con voi sul giusto posto che il credo religioso mantiene nel processo politico.

Benedetto XVI esalta la Gran Bretagna che storicamente è emersa come “una democrazia pluralista, che attribuisce un grande valore alla libertà di espressione, alla libertà di affiliazione politica e al rispetto dello stato di diritto, con un forte senso dei diritti e doveri dei singoli, e dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge”.

Benedetto XVI poi prosegue: 

E, in verità, le questioni di fondo che furono in gioco nel processo contro Tommaso Moro continuano a presentarsi, in termini sempre nuovi, con il mutare delle condizioni sociali. Ogni generazione, mentre cerca di promuovere il bene comune, deve chiedersi sempre di nuovo: quali sono le esigenze che i governi possono ragionevolmente imporre ai propri cittadini, e fin dove esse possono estendersi? A quale autorità ci si può appellare per risolvere i dilemmi morali? Queste questioni ci portano direttamente ai fondamenti etici del discorso civile. Se i principi morali che sostengono il processo democratico non si fondano, a loro volta, su nient’altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si mostra in tutta la sua evidenza. Qui si trova la reale sfida per la democrazia.

L’inadeguatezza di soluzioni pragmatiche, di breve termine, ai complessi problemi sociali ed etici è stata messa in tutta evidenza dalla recente crisi finanziaria globale. (…)

Così come “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale” (Caritas in Veritate, 37), analogamente, nel campo politico, la dimensione morale delle politiche attuate ha conseguenze di vasto raggio, che nessun governo può permettersi di ignorare. (…)

La questione centrale in gioco, dunque, è la seguente: dove può essere trovato il fondamento etico per le scelte politiche? La tradizione cattolica sostiene che le norme obiettive che governano il retto agire sono accessibili alla ragione, prescindendo dal contenuto della rivelazione. Secondo questa comprensione, il ruolo della religione nel dibattito politico non è tanto quello di fornire tali norme, come se esse non potessero esser conosciute dai non credenti – ancora meno è quello di proporre soluzioni politiche concrete, cosa che è del tutto al di fuori della competenza della religione – bensì piuttosto di aiutare nel purificare e gettare luce sull’applicazione della ragione nella scoperta dei principi morali oggettivi. Questo ruolo “correttivo” della religione nei confronti della ragione, tuttavia, non è sempre bene accolto, in parte poiché delle forme distorte di religione, come il settarismo e il fondamentalismo, possono mostrarsi esse stesse causa di seri problemi sociali. E, a loro volta, queste distorsioni della religione emergono quando viene data una non sufficiente attenzione al ruolo purificatore e strutturante della ragione all’interno della religione. È un processo che funziona nel doppio senso. Senza il correttivo fornito dalla religione, infatti, anche la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall’ideologia, o applicata in un modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignità della persona umana. (…)

Per questo vorrei suggerire che il mondo della ragione ed il mondo della fede – il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso – hanno bisogno l’uno dell’altro e non dovrebbero avere timore di entrare in un profondo e continuo dialogo, per il bene della nostra civiltà.

La religione, in altre parole, per i legislatori non è un problema da risolvere, ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione. In tale contesto, non posso che esprimere la mia preoccupazione di fronte alla crescente marginalizzazione della religione, in particolare del Cristianesimo, che sta prendendo piede in alcuni ambienti, anche in nazioni che attribuiscono alla tolleranza un grande valore. Vi sono alcuni che sostengono che la voce della religione andrebbe messa a tacere, o tutt’al più relegata alla sfera puramente privata. Vi sono alcuni che sostengono che la celebrazione pubblica di festività come il Natale andrebbe scoraggiata, secondo la discutibile convinzione che essa potrebbe in qualche modo offendere coloro che appartengono ad altre religioni o a nessuna. E vi sono altri ancora che – paradossalmente con lo scopo di eliminare le discriminazioni – ritengono che i cristiani che rivestono cariche pubbliche dovrebbero, in determinati casi, agire contro la propria coscienza. Questi sono segni preoccupanti dell’incapacità di tenere nel giusto conto non solo i diritti dei credenti alla libertà di coscienza e di religione, ma anche il ruolo legittimo della religione nella sfera pubblica. (…)

Affinché questa cooperazione sia possibile, le istituzioni religiose, comprese quelle legate alla Chiesa cattolica, devono essere libere di agire in accordo con i propri principi e le proprie specifiche convinzioni, basate sulla fede e sull’insegnamento ufficiale della Chiesa. In questo modo potranno essere garantiti quei diritti fondamentali, quali la libertà religiosa, la libertà di coscienza e la libertà di associazione.




Biden dice che le suore lo ispirano a correre per le presidenziali, ma progetta di fare causa alle Piccole Sorelle dei Poveri

Il presunto candidato democratico Joe Biden, convinto sostenitore del diritto all’aborto, ha pubblicato un video della campagna elettorale presidenziale in cui attribuisce la sua ispirazione personale alla sua fede cattolica, a Papa Francesco e all’esempio delle suore per caso incontrate. Ma ha in programma, se vincerà, di far causa alla suore delle Piccole Sorelle Poveri.

Se ne parla nell’articolo scritto dallo staff del Catholic News Agency che vi presento nella mia traduzione. 

 

Joe Biden

Joe Biden

 

Il presunto candidato democratico Joe Biden ha pubblicato un video della campagna [elettorale presidenziale] in cui attribuisce la sua ispirazione personale alla sua fede cattolica, a Papa Francesco e all’esempio delle suore. 

Il breve video è stato pubblicato il 9 agosto sull’account Twitter della Convention Nazionale Democratica. Biden fa uso dell’esempio ispiratore di “generosità verso gli altri” delle suore nonostante la [sua] promessa di rinnovare l’azione legale contro le Piccole Sorelle dei Poveri in caso di vittoria elettorale.

Biden ha promesso di rimuovere le protezioni della libertà di coscienza che esonerano le suore dal “mandato contraccettivo”, riaprendo le cause rinnovate dal governo federale nei confronti delle suore per la mancata fornitura di contraccettivi ai loro dipendenti.

“Questo è il tipo di convinzione morale che abbiamo bisogno siano presenti nel presidente degli Stati Uniti”, dice il tweet, che fa da introduzione al video.

 

Nel video, Biden, un cattolico, racconta come una volta, dopo un breve incontro con Papa Francesco nella Basilica di San Pietro, lasciò la chiesa e si imbatté in un gruppo di suore religiose. 

Queste sorelle, racconta Biden con una voce fuori campo, “per me, incarnano tutto ciò di cui Papa Francesco ha parlato nella sua omelia e ciò che rappresenta”. Della generosità verso le altre persone, della capacità di farsi prossimo, di far capire che siamo il custode di nostro fratello”, ha detto Biden. 

Biden [nel video] dice che l’idea che le persone hanno l’obbligo di prendersi cura l’un l’altro gli è stata impressa durante la sua educazione cattolica e “l’essere educato dalle suore”. 

“Questo è ciò che quelle splendide donne di cui parlo simboleggiano per me”, ha detto Biden. 

Ha detto che è stato di “buon auspicio” vedere le suore, e ha detto che l’incontro è stato un “momento emozionante e mi ha dato molta speranza”. 

Riconoscere che le persone sono obbligate ad aiutarsi a vicenda è “l’unico modo per rendere il mondo migliore e più sicuro”, ha detto Biden.

Biden e il Papa si sono incontrati in Vaticano nell’aprile del 2016, quando Biden si è presentato a una conferenza vaticana sulla medicina rigenerativa, e nel 2013, quando l’allora vicepresidente ha guidato una delegazione dagli Stati Uniti all’inaugurazione del pontificato di Papa Francesco. 

Le immagini e i video dell’annuncio sono del viaggio del 2016. 

L’uso che Biden ha fatto dell’esempio delle suore per la campagna elettorale è in contrasto con la sua promessa di costringere un ordine religioso a violare le loro coscienze e a fornire ai loro dipendenti mezzi di controllo delle nascite, sterilizzazioni e farmaci abortivi. 

Poco dopo la sentenza della Corte Suprema a favore delle Piccole Sorelle dei Poveri nella causa legale che vede le Piccole Sorelle dei Poveri contro lo Stato della Pennsylvania, l’8 luglio, Biden ha detto di essere “deluso” dalla decisione e ha promesso di ripristinare le politiche dell’era Obama che richiedevano alle suore di garantire l’accesso ai mezzi di controllo delle nascite in violazione del loro credo religioso.

 

Le Piccole sorelle dei poveri, vincenti, all’uscita della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America

Le Piccole sorelle dei poveri, vincenti, all’uscita della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America

 

Dopo nove anni di battaglie legali, e due udienze alla Corte Suprema, il tribunale ha adottato un’azione esecutiva che ha offerto alle suore la libertà religiosa e l’obiezione di coscienza nei confronti del “mandato di contraccezione” emesso dal Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani in seguito all’approvazione della legge Affordable Care Act.

“Se sarò eletto ripristinerò la politica di Obama-Biden che esisteva prima della sentenza Hobby Lobby [della Corte Suprema del 2014]: fornire un’esenzione per i luoghi di culto e un’intesa per le organizzazioni no-profit che sono legate a missioni religiose”, ha detto Biden a luglio. 

“Questa conciliazione permetterà alle donne di queste organizzazioni (religiose, ndr) di accedere alla copertura contraccettiva, non attraverso il loro piano fornito dal datore di lavoro, ma attraverso la loro compagnia di assicurazione o di un amministratore terzo”. 

Le Piccole Sorelle dei Poveri non erano qualificate come “organizzazione senza scopo di lucro con una missione religiosa” nell’ambito degli accordi dell’epoca di Obama. L’ordine opera e impiega persone di tutte o nessuna fede, secondo la loro vocazione a servire i poveri anziani. 

Le Piccole sorelle dei poveri hanno ripetutamente affermato che autorizzare un “amministratore terzo” a fornire mezzi di controllo delle nascite (leggi aborto, ndr) ai loro dipendenti è ancora una violazione del loro credo e non è un compromesso accettabile.

Dopo la decisione dell’8 luglio, Biden ha detto che la decisione “renderà più facile per l’Amministrazione Trump-Pence continuare a togliere l’assistenza sanitaria alle donne che cercano di ritagliarsi ampie deroghe all’impegno della legge Affordable Care Act che prevede di dare a tutte le donne libero accesso alla contraccezione raccomandata”. 

Quando l’Affordable Care Act fu firmato nel 2010, la legge non prevedeva che i piani di assicurazione fornissero almeno una forma di contraccezione femminile, compresa la sterilizzazione. Il “mandato di contraccezione” fu annunciato come norma provvisoria finale il 1° agosto 2011 ed fu definita il 20 gennaio 2012. 

Se eletto presidente, Biden ha detto che “metterà fine agli incessanti tentativi di Donald Trump di sventrare ogni aspetto dell’Affordable Care Act”.

Biden ha comunque sostenuto i membri dei gruppi del Leadership Council of Women Religious (LCWR) (una associazione delle responsabili di ordini religiosi, ndr) dopo che il Vaticano aveva ordinato un’inchiesta sulla loro condotta e sul loro sostegno politico.

Durante un incontro del 2011 con l’allora Papa Benedetto XVI, Biden disse al pontefice che era “troppo duro con le suore americane” e che aveva bisogno di “rilassarsi”.

Biden, che ha promesso di sancire la più completa applicazione di Roe contro Wade (sentenza che ha introdotto l’aborto legale negli USA, ndr) nella legge federale, garantendo un accesso illimitato all’aborto negli Stati Uniti, non è la prima volta che usa il suo cattolicesimo nella sua campagna in un video.

A febbraio, ha pubblicato un video che mostra immagini in bianco e nero di se stesso con vari personaggi religiosi, tra cui Papa Francesco.

“Personalmente per me, la fede, è tutta una questione di speranza, di scopo e di forza, e per me la mia religione è proprio un enorme senso di conforto”, ha aggiunto.

“Vado a messa e recito il rosario. Lo trovo incredibilmente confortante”, ha detto. 

Mentre Biden ha ripetutamente fatto il profilo del suo cattolicesimo durante questa campagna elettorale, la sua fede è stata fonte di controversie sulla sua lunga carriera politica, e ha sostenuto politiche contrarie all’insegnamento della Chiesa.

Poco dopo la sua elezione a vice presidente, l’allora vescovo della sua città natale, Scranton, PA, rimproverò Biden per le sue opinioni sull’aborto. 

“Non tollererò nessun politico che si dichiari un cattolico fedele che non sia realmente a favore della vita”, disse il vescovo Joseph Martino di Scranton nel 2008. 

Nessun politico cattolico che sostiene la cultura della morte dovrebbe avvicinarsi alla Santa Comunione. Sarò veramente vigile su questo punto”.

Durante la campagna del 2008, Biden ricevette anche una lettera dall’allora vescovo della diocesi di Pensacola-Tallahassee, dopo aver ricevuto la Comunione in una parrocchia della diocesi. La lettera ribadiva il punto di vista della Chiesa cattolica sull’aborto, e il vescovo offriva preghiere affinché Biden “vivesse in virtù della forza d’animo poiché proclamava il suo sostegno alla Persona di Cristo nel più vulnerabile dei suoi membri: il bambino non ancora nato”.

Nell’ottobre 2019, a Biden è stata negata la Comunione in una chiesa cattolica della Carolina del Sud. Il sacerdote ha negato la Comunione a Biden in accordo con una politica diocesana del 2004 che vieta ai politici che hanno sostenuto la tutela legale dell’aborto di ricevere l’Eucaristia. (Biden ha sostenuto in una intervista video che comunque la Comunione l’aveva ricevuta da Papa Francesco, ndr)

“I funzionari pubblici cattolici che sostengono costantemente l’aborto su richiesta collaborano con il male in modo pubblico. Sostenendo la legislazione a favore dell’aborto, essi partecipano al peccato grave e manifesto, condizione che li esclude dall’ammissione alla Santa Comunione fintanto che persistono nella posizione a favore dell’aborto”, dice un decreto del 2004 firmato congiuntamente dai vescovi di Atlanta, Charleston e Charlotte.

All’epoca in cui a Biden è stata negata la Comunione, il suo sito web dichiarava che una delle sue priorità come presidente sarebbe stata quella di “lavorare per legiferare su Roe contro Wade” (sentenza che ha reso legale l’aborto in USA, ndr) nella legge federale, e che “il suo Dipartimento di Giustizia farà tutto ciò che è in suo potere per fermare l’ondata di leggi statali che violano così palesemente il diritto costituzionale all’aborto”, comprese le leggi che richiedono periodi di attesa, ecografie e avviso ai genitori nel caso di aborto di un minore. 

“Il Vice Presidente Biden sostiene l’abrogazione dell’Emendamento Hyde perché l’assistenza sanitaria è un diritto che non dovrebbe dipendere dal proprio codice postale o dal proprio reddito”, si leggeva nel suo sito web. 

Il sito web di Biden lo impegna anche a “ripristinare i finanziamenti federali per la Planned Parenthood (la più grande multinazionale statunitense dell’aborto)” e promette di “revocare la Politica di Città del Messico (*) (chiamata anche la regola del bavaglio globale) che il Presidente Trump ha ripristinato e ampliato”.

 

(*) La Politica di Città del Messico, a volte definita come la regola del bavaglio globale, è una politica del governo degli Stati Uniti che blocca i finanziamenti federali degli Stati Uniti alle organizzazioni non governative che forniscono consulenza sull’aborto o referral, sostengono di depenalizzare l’aborto o di espandere i servizi abortivi.

 




Benedetto XVI: “Facciamo nostra l’invocazione della Chiesa: Veni, Sancte Spiritus! Un’invocazione tanto semplice e immediata, ma insieme straordinariamente profonda”

Pentecoste Duccio di Boninsegna 1255 Siena

Pentecoste Duccio di Boninsegna 1255 Siena

 

Cari fratelli e sorelle,

nella celebrazione solenne della Pentecoste siamo invitati a professare la nostra fede nella presenza e nell’azione dello Spirito Santo e a invocarne l’effusione su di noi, sulla Chiesa e sul mondo intero. Facciamo nostra, dunque, e con particolare intensità, l’invocazione della Chiesa stessa: Veni, Sancte Spiritus! Un’invocazione tanto semplice e immediata, ma insieme straordinariamente profonda, sgorgata prima di tutto dal cuore di Cristo. Lo Spirito, infatti, è il dono che Gesù ha chiesto e continuamente chiede al Padre per i suoi amici; il primo e principale dono che ci ha ottenuto con la sua Risurrezione e Ascensione al Cielo.

 

Benedetto XVI

(omelia di Pentecoste del 23 maggio 2010)

 




Penso che Benedetto nel suo testamento spirituale da pubblicare dopo la sua morte esprima la sua preoccupazione per il futuro della fede

In questa intervista di Edward Pentin al biografo ufficiale del Papa Emerito Benedetto XVI, Peter Seewald, si parla di tante cose contenute nell’ultima biografia appena pubblicata, dal ruolo “non marginale ma enormemente significativo” avuto da Ratzinger nel Concilio Vaticano II, agli eventi drammatici e stimolanti del XX secolo, al testamento spirituale da pubblicare dopo la sua morte.

L’intervista è apparsa sul National Catholic Register e ve la propongo nella mia traduzione. 

 

Biografia di Benedetto XVI di Seewald

 

 

Perché ha deciso di scrivere questo libro? Come è nato?

L’ho visto come il mio lavoro. Certo, ora c’è una grande quantità di libri su Benedetto XVI, come il meritorio lavoro del teologo italiano Elio Guerriero. Ma non ce n’era nessuno che mostrasse la biografia di Ratzinger e il suo insegnamento in relazione agli eventi storici, e che, soprattutto, cercasse di raccontare la vita, l’opera e la persona del Papa tedesco in modo così emozionante, in quanto corrisponde a questa vita, in tutta la sua drammaticità e la sua importanza per la storia della Chiesa e del mondo. A tal fine ho svolto ampie ricerche, analizzato gli archivi e condotto colloqui con circa 100 testimoni contemporanei. Infine, ma non meno importante, papa Benedetto si è messo a mia disposizione per questo progetto in innumerevoli incontri. Non si tratta solo del passato, ma anche del futuro. Il cardinale Gerhard Müller, ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ha quindi definito il mio libro un “passo brillante”, che collega il percorso di uno studioso con la questione centrale di ciò che è importante nella Chiesa di oggi.

 

 Il libro contiene molte nuove interviste al Papa emerito. Quando sono avvenute?

Le ho iniziate nel corso dell’anno 2012, quando papa Benedetto era ancora in carica. Abbiamo continuato le interviste fino al 2018, da ultimo nel suo piccolo monastero nei Giardini Vaticani.

 

Lei conosce Benedetto da molti anni, ma quando ha scritto questo libro e dalle interviste che ha avuto con il papa emerito, cosa ha imparato su di lui che non conosceva prima?

Oh, innumerevoli cose. La vita di Joseph Ratzinger è la biografia di un secolo.

Si era sempre pensato che l’ascesa dell’ex professore di teologia fosse un’unica, morbida progressione, una carriera senza interruzioni. Ma ci sono innumerevoli alti e bassi, con drammi che portano sull’orlo del fallimento. Ci sono state le esperienze durante l’era nazista, quando si diceva che dopo la “Vittoria finale” [dei nazisti], i sacerdoti cattolici sarebbero stati banditi o sarebbero finiti nei campi di concentramento. Da studente, si era innamorato di una ragazza – una storia che ha reso esistenziale la sua decisione di entrare nella vita sacerdotale. Un saggio critico gli costò quasi la nomina a cattedra di facoltà alla fine degli anni Cinquanta. A Bonn, invece, era stato celebrato come una nuova stella della teologia e, allo stesso tempo, considerato forse un pericoloso modernista o addirittura massone.

Colpisce la sua vicinanza a personalità scomode e indipendenti. Non sapevo anche che il ruolo di Ratzinger nel Concilio [Vaticano II] non è stato marginale, ma enormemente significativo. Lui stesso l’ha sempre minimizzato. Ma al fianco del cardinale [Josef] Frings, è stato in fondo il definitivo spin doctor vaticano. Pura leggenda, però, è la storia del suo “trauma” durante la rivolta studentesca di Tubinga [nel 1968], o la storia del suo passaggio da rivoluzionario a reazionario frenatore. Ho esaminato a fondo tutte queste cose, compresi i cosiddetti scandali, come il caso Williamson o “Vatileaks”, e sono giunto a conclusioni ben diverse da quelle di coloro che si limitano a ripetere gli stereotipi.

Ratzinger non è esente da colpe. Né ha fatto ogni cosa nel modo giusto quando è stato pontefice. Ma non è un caso che sia considerato in tutto il mondo come uno dei grandi pensatori del nostro tempo. Il suo lavoro è importante, e la sua vita entusiasmante, per cui vale sempre la pena studiarlo. Inoltre, la biografia, con il suo background storico contemporaneo, non è solo un viaggio spirituale e storico attraverso un secolo emozionante e drammatico, ma mostra anche le lezioni da trarre da tutti quei decenni e le risposte all’avanguardia che queste forniscono all’attuale crisi della fede e della Chiesa in Occidente.

 

Secondo quanto già sappiamo dal contenuto del suo libro, Benedetto dice che la società moderna è in procinto di “scomunicare socialmente” coloro che non sono d’accordo con l’aborto o con l’agenda omosessuale che egli attribuisce allo spirito dell’Anticristo. Cosa consiglia ai credenti di fare di fronte a queste minacce?

Pregare e lavorare. Rimanete fermi. Non lasciatevi contagiare dal relativismo e non disperate, perché, alla fine, Cristo sarà sempre il vincitore. La società dipende dai flussi che la alimentano attraverso la religione. Vediamo dalle crudeli esperienze del XX secolo cosa sarebbe minacciato se la visione del mondo e l’etica cristiana venissero completamente bandite dal dibattito pubblico.

Allo stesso tempo, Ratzinger non si è mai fatto illusioni sulla contraddizione fondamentale tra la società laica e il pensiero e la vita dei cristiani. Vide presto avvicinarsi la situazione di una comunità di fede in diminuzione. Nella sua opera del 1958 I nuovi pagani e la Chiesa, dice: “A lungo andare, la Chiesa non può evitare di doversi liberare, parte per parte, della sua identità con il mondo e tornare a essere ciò che è: la comunità dei fedeli”. Ratzinger vedeva nel “cammino di salvezza” di Dio una Chiesa di minoranza. Ciò significa una Chiesa di relativamente poche confessioni, che hanno poi il compito di rappresentare i molti. Solo quando la Chiesa cesserà di essere “a buon mercato, scontata, solo quando ricomincerà a mostrarsi come è realmente”, ammoniva, “potrà di nuovo raggiungere l’orecchio dei nuovi Gentili con il suo messaggio”.

 

Lei accenna al fatto che Benedetto ha scritto un testamento spirituale da pubblicare dopo la sua morte. Perché ha sentito il bisogno di scriverlo, e ha un’idea generale di cosa potrebbe contenere?

All’inizio il papa emerito non voleva scrivere un testamento spirituale, ma ora è arrivato a pensarla in modo diverso. Penso che Benedetto XVI voglia servire ancora una volta la sua Chiesa e la sua società con parole che vanno oltre il tempo. C’è una buona tradizione in questi testi papali postumi. Pensiamo al bel testamento di Paolo VI. Non sono un chiaroveggente, ma posso immaginare che nel documento di Benedetto XVI egli esprima la sua preoccupazione per il futuro della fede, ma allo stesso tempo aiuti a rafforzare le persone in tempi difficili, e non solo i fedeli.

 

 Lei dice che i rapporti tra Benedetto e papa Francesco sono buoni, ma ci sono alcuni cattolici che vorrebbero che Benedetto non si fosse dimesso, che sostengono che non sarebbe mai stato d’accordo con alcune delle decisioni di questo pontificato. Cosa ne dice di questo punto di vista?

Il primo e l’attuale papa hanno temperamenti diversi, carismi diversi, e ognuno ha il suo modo di esercitare l’ufficio. Vediamo dai papi dei secoli precedenti che un pontefice più intellettuale è di solito seguito da uno più emotivo. Questo non è mai stato uno svantaggio. Indubbiamente, ci possono essere opinioni diverse tra Benedetto XVI e Papa Francesco. Ma questo non ha importanza. Il papa è il papa.

Ratzinger ha promesso obbedienza al suo successore prima ancora di sapere chi avrebbe seguito le sue orme, ed è stato scrupolosamente attento in tutti questi anni a garantire prima di tutto che non potesse sorgere alcuna accusa di ingerenza. Molte delle domande successive che gli ho fatto, per esempio, si è rifiutato di rispondere. Una risposta, ha detto, “costituirebbe inevitabilmente un’interferenza nell’opera dell’attuale Papa. Tutto ciò che va in quella direzione devo, e voglio, evitare”. Inoltre, nel mio libro dice letteralmente: “L’amicizia personale con papa Francesco non solo è rimasta, ma è cresciuta”.

 

I cattolici che sono delusi dall’attuale pontificato sostengono che Benedetto rimane papa. Questa domanda è affrontata nel libro, e forse la preoccupazione di queste persone è che egli sembra promuovere l’immagine di “due papi” mantenendo alcuni degli ornamenti del papato?

Come ho detto prima, il papa è il papa. Non c’è nessun altro papa oltre a lui, almeno non ai nostri giorni.

Parlare di Ratzinger come di un “papa ombra” è assurdo come la favola che Bergoglio è perseguitato dai “lupi” in Vaticano. Come il primo papa veramente regnante della storia che si è dimesso dalla carica, Ratzinger ha dovuto stabilire una nuova tradizione nella Chiesa cattolica, per così dire. Nessuno sapeva come doveva chiamarsi un papa dimissionario, come doveva vestirsi e quali cose dovesse o non dovesse fare dopo le sue dimissioni.

Da un lato, Benedetto XVI è un emerito, come ci sono i vescovi emeriti; ma dall’altro, come ex papa, è diverso dai vescovi ordinari. Questo include il fatto che ha tolto le insegne di un papa regnante, ma continua a vestirsi di bianco. Non credo che la gente sia così sempliciotta da non sapere chi è il papa in carica e chi no. Se anche Francesco si dimette e Benedetto XVI è ancora vivo, ci saranno anche tre papi in vita, ma solo uno che siede come vicario Domini sulla cattedra di Pietro.

 

Il libro offre un quadro più completo delle ragioni delle dimissioni di Benedetto, e se sì, come?

Le circostanze complete delle sue dimissioni sono spiegate in dettaglio nella mia biografia. Inoltre, Benedetto XVI prende ancora una volta una posizione chiara su questo punto. Credo che con essa, in realtà, sia stato detto tutto. In sostanza, anche questa è una storia molto semplice. Sembra così misteriosa solo perché certe persone non si stancano di far girare sempre qualche segreto.

In ogni caso, l’intero atto è stato un atto di rassegnazione con un annuncio. Non aveva niente a che fare con “Vatileaks”, come si sostiene ancora oggi, né con il ricatto o altro. Come i papi prima di lui, Benedetto XVI, subito dopo la sua elezione, aveva firmato una dichiarazione di dimissioni nel caso in cui non potesse più esercitare la sua carica a causa di una grave malattia, come la demenza. Nel nostro libro di interviste Light of the World, già nel 2010 aveva spiegato che un papa non solo ha il diritto, ma a volte anche il dovere di dimettersi dalla carica se non è più fisicamente e/o psicologicamente in grado di esercitarla. Giovanni Paolo II è un caso particolare. Aveva un suo carisma, e il suo calvario, necessario per portare nuove forze alla Chiesa, non può essere ripetuto. Negli ultimi anni della vita di Wojtyla, però, si è creato un vuoto, che non è stato privo di problemi.

Benedetto XVI vedeva in sé un’altra vocazione. Non era più un giovane quando è stato eletto. Anche nei molti decenni precedenti [la sua elezione] non si è mai risparmiato, combattendo in prima linea come difensore della fede. Durante il suo pontificato, durato, in fondo, otto anni, si era completamente esaurito. Il fatto che lui, alla sua vecchiaia e con handicap di salute, di cui il pubblico non aveva idea, ha poi scritto anche una trilogia su Gesù è quasi al limite del sovrumano.

Alla fine era impotente e vedeva la necessità di dare il pastorale a mani più giovani e fresche. Soprattutto non voleva privare il suo potenziale successore della possibilità di iniziare il suo ufficio con la spinta della Giornata Mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro, dato che lui stesso ha iniziato il suo pontificato con la Giornata Mondiale della Gioventù a Colonia.

Benedetto XVI sapeva a cosa andava incontro con il suo atto di rassegnazione. Ha pensato a questo passo per molti mesi e ne ha sofferto nella preghiera. Gli si può credere quando dice di essere in pace con esso, specialmente con il suo Signore, di cui solo lui è il responsabile finale.

 

I critici potrebbero dire che il libro è un’altra violazione del giuramento che ha fatto a se stesso di rimanere nascosto al mondo, in preghiera silenziosa. Perché pensa che abbia accettato di parlare non solo in questo libro, ma anche in Ultime conversazioni  e in sporadiche affermazioni e saggi? 

Stop – la mia biografia non è la pubblicazione di Papa Benedetto, ma il lavoro di un giornalista. E Ultime conversazioni contiene interviste che erano già iniziate nel 2012 nell’ambito del mio lavoro per la biografia – cioè ancora durante il pontificato di Benedetto XVI. Ratzinger in origine non voleva che fossero pubblicate in un’opera a parte. Ma sono riuscito a convincerlo a pubblicare l’opera quando le speculazioni sulle sue dimissioni non sarebbero state messe a tacere. Tuttavia, ha fatto dipendere la pubblicazione del libro dall’approvazione di papa Francesco, che l’ha anche data volentieri. Inoltre, Benedetto non ha fatto voto di silenzio quando si è dimesso. Le sue ultime parole come pontefice in carica sono state: “Desidero continuare a lavorare, con il mio cuore, con il mio amore, con la mia preghiera, con i miei pensieri, con tutte le mie forze spirituali, per il bene comune, per il bene della Chiesa e dell’umanità”.

 

Come sta Benedetto in questi giorni, soprattutto in questi giorni di quarantena? È in contatto regolare con lui?

Da quando è scoppiata la pandemia di coronavirus, la sua residenza “Mater Ecclesiae” è soggetta al regolamento generale per l’Italia. Questo significava per la prima volta: Nessuno esce, nessuno entra. Fisicamente, il papa emerito è ormai molto fragile. La sua voce è diventata così debole che non si riesce quasi a capirlo. Mentalmente, però, è ancora in forma. Svolge ancora una fitta corrispondenza, e le sue lettere sono, come sempre, intellettualmente stimolanti e raffinate. Lo vedo solo occasionalmente.

Papa Benedetto ha risposto a ogni sorta di domande da parte mia nel corso degli anni, e, naturalmente, ho ancora alcune domande che vorrei porre. Ma a un certo punto basta. Sono contento che i tanti incontri siano stati possibili e guardo con gratitudine alle nostre interviste, che aiutano a correggere le idee sbagliate di Benedetto XVI e danno a molte persone la possibilità di penetrare più profondamente nella fede cristiana attraverso la vita e l’opera di Joseph Ratzinger, o di scoprire Cristo in un modo completamente nuovo.

 




Il mistero del Papa Emerito Benedetto XVI

Benedetto XVI visitato da Papa Francesco Concistoro Basilica di San Pietro 2018.06.28 CPF- Vatican Media

Benedetto XVI visitato da Papa Francesco Concistoro Basilica di San Pietro 2018.06.28 CPF – Vatican Media

 

 

di Giuliano Di Renzo

 

Da una prima considerazione della biografia appena uscita del Papa Emerito Benedetto XVI appare chiaro la violenza morale che subì e accettò per il bene della Chiesa. Sembra trovarsi lo snodo dell’umiliazione dolorosa con la quale s’intese infliggere al Papa e affliggere la Chiesa.

Seguendo Gesù Buon Pastore, al fine di parare la Chiesa dai gravi danni che Le si minacciavano, preferì offrire al Signore il sacrificio di se stesso, e con eroismo liberamente accettato scelse di ritirarsi nel silenzio e curare le piaghe dello spirito nella preghiera.

Forse se riflettessimo ora un poco su tutto questo capiremmo meglio le parole con le quali diede le dimissioni e manifestò in pari tempo il proposito di continuare in qualche modo, senza esercitarlo attivamente, nel ministero di Pietro al quale il Signore l’aveva chiamato.

Invece di arzigogolare ancora di quello che non c’è, inutilmente, ci troveremmo davanti a una situazione molto chiara del mistero e del modo di quella rinuncia che si manifesta in modo chiaro e più drammatico, e scopriremmo il mistero della Croce con la quale il Signore sta assistendo la sua Chiesa.

Un dramma semplice e immane, che nella sconfitta di un pastore messo in catene è Chiesa odierna, vinta e vincitrice nel momento stesso del suo sacrificio.

Come in Gesù, che fu morto ed è vivo (Ap 1,17-18), anche la Chiesa lo è, e continua nel mondo il mistero della salvezza a opera dell’amore. La salvezza del mondo e di tutti non è l’odio, la divisione, la sottomissione becera e violenta che tende a umiliare, ma è l’Amore.

Troveremmo qui quello che quel grande maestro, filosofo tomista, studioso di Soeren Kirkegaard, il sacerdote stimmatino friulano Padre Cornelio Fabro, preside della Facoltà di Filosofia dell’Università di Perugia, diceva di aver notato nella vita di ogni Papa, in chi più e in chi meno, una quasi trasformazione nel Christus Patiens man mano che procedeva nel ministero della sua missione. La grazia del pontificato, chiamava questo processo spirituale di dissolvenza della propria immagine in immagine del Cristo.

Processo di impressionante evidenza in San Giovanni Paolo II.

Per cui è vero che una volta che si è Pietro lo spirito rimarrà segnato da quella speciale chiamata a seguire Cristo.

“Simone di Giovanni, mi ami tu più di questi? Certo, Signore, tu lo sai che ti amo. Seguimi” (Gv 21,15-19).

I doni di Dio sono per sempre, sono irrevocabili e senza pentimento (cfr Rom 11,29).

Infatti il “carattere”, la sfraghìs, con il quale la nostra anima viene segnata dai sacramenti del battesimo, della cresima e dell’ordine sacro è indelebile e permane anche in chi disgraziatamente scegliesse come suo definitivo ultimo destino l’inferno.

Un Papa che rimette il suo ministero non sarà mai più il semplice vescovo che fu prima.

Pare che ne fosse consapevole anche Dante. Incontrando in Purgatorio il genovese Papa Adriano V, Fieschi, gli fa dire: “…scias quod ego fui successor Petri («sappi che fui successore di Pietro»)” (Purg. XIX,98-99).

E’ la grazia del Pontificato, il seguimi detto da Gesù a Pietro dopo aver ottenuto da lui la triplice dichiarazione di amore stando sulla rive del lago di Tiberiade dopo la Resurrezione (Gv 21,15-19).

Capiremmo allora la preziosità nascosta di un Papa non più Papa che continua a vigilare per la Chiesa nel sacrificio suo intimo del cuore, nella preghiera e nel silenzio in un monastero, ponendosi come a sostegno del suo immediato successore.

A me pare così. Nessuna contraddizione dunque nel Papa emerito Benedetto e il suo dovere non solo come cattolico, come teologo e come vescovo ma pure come ex Papa.

E forse la sua longevità e vivacità della mente è un segno che il Signore ci dà che il ministero del Papa emerito in soccorso della Chiesa continua.

Per fortuna della Chiesa in tempesta. Il fatto che la sua presenza illumina e rincuora tanti smarriti cattolici e sostiene moralmente il Papa che gli è succeduto è speranza per noi e ammirazione per il modo sottile, delicato e forte della Sapienza divina nel guidare la sua Chiesa, e nel sostenere questa umanità sempre più alla deriva e perduta.

La Sapienza e lo Spirito del Signore percorrono tutte le cose e le conducono fortiter et suaviter (Sap 8,1).

La forza della debolezza e morte di Cristo è la Resurrezione, non futura ma sempre in atto. “Io sono il Vivente e fui morto” (Ap 1,17-18).

Nella Santa Messa c’è il mistero della “Beata Passio” di Cristo, che è morte e resurrezione insieme, Cristo morto e mai morto, che vive “tamquam occisum”, gloria di Dio e fonte per tutti di perdono e di grazia (Ap 5,1-14).

 




Guerra papale? Quale guerra papale?

Dopo le controversie seguite alle anticipazioni della biografia appena pubblicata di Benedetto XVI, ecco il punto di vista del prof. Paul Kengor, professore di scienze politiche al Grove City College di Grove City, Pennsylvania. L’articolo è apparso sul National Catholic Register e ve lo propongo nella mia traduzione. 

 

Papa Benedetto XVI e Papa Francesco

 

“È così marcio, pettegolezzo”, ha detto papa Francesco nel febbraio 2014. “Riempie il cuore di amarezza e ci avvelena anche”.

Questo è stato un ritornello per tutto il papato di Francesco, così come gli avvertimenti di una vera e propria “calunnia”.

“La calunnia viene da una cosa molto malvagia”, diceva all’inizio del suo papato. “Nasce dall’odio. E l’odio è opera di Satana. La Calunnia distrugge l’opera di Dio nelle persone, nelle loro anime”.

Francesco ha preso in prestito una frase più popolare: “notizie false”. E proprio la settimana scorsa ha denunciato “notizie false, menzogne che infiammano il popolo e gli fanno chiedere giustizia”. È un linciaggio”.

Mi viene in mente questo mentre guardo uno scenario guidato ideologicamente dai media che mette in scena una lotta tra Papa Francesco e il Papa emerito Benedetto. L’attuale carburante per cercare di promuovere una guerra papale sono le parole di Benedetto in un’intervista a Peter Seewald. Coloro che nei media inquadrano Benedetto come un destrorso retrogrado stanno usando i suoi commenti per porre Benedetto come l’anti-Francesco – il cattivo “tradizionalista” che cerca di sabotare il “progresso” del buon Francesco su questioni a cui i giornalisti liberali tengono di più, come l’aborto, il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso e l’omosessualità.

Queste sono le buffonate dei media ostili che vogliono distruggere Benedetto e costruire Francesco per il bene di un’agenda politico-culturale. Gran parte dell’inclinazione è dovuta all’ignoranza dei giornalisti liberali che non hanno mai compreso appieno nessuno dei due papi.

Ecco due esempi attuali:

Il quotidiano britannico Daily Express, in un articolo segnalato dal Drudge Report (generando così un numero enorme di click), ha realizzato questo titolo incendiario: “Papa Benedetto XVI “fa del suo meglio per sabotare Papa Francesco, in mezzo a discussioni tra matrimoni gay e anticristo”. L’articolo sostiene:

“L’ex papa … ha affermato che le persone che si oppongono alle unioni omosessuali nel mondo di oggi sono “scomunicate dalla società”. Ha detto che è “la stessa cosa con l’aborto e la creazione di vita umana in laboratorio”, aggiungendo che è naturale per coloro che si oppongono ad esso preoccuparsi del “potere spirituale dell’Anticristo” … Le osservazioni hanno scatenato la furia degli osservatori vaticani, che dicono che questo è l’ultimo di una lunga serie di passaggi usati come tentativo di frenare l’agenda liberale di Papa Francesco”.

L’articolo citava una sola fonte: Lynda Telford, l’autrice di un libro intitolato Donne del Vaticano: Il potere femminile in un mondo maschile, che ha mostrato riprovazione all’Express di “compatire profondamente Francesco” dopo aver letto le parole di Benedetto. Ha lanciato un’accusa impressionante al papa emerito:

“Benedetto sta facendo del suo meglio per sabotare tutte le riforme che Francesco sta cercando di portare avanti. Le riforme del divorzio (così le persone divorziate possono prendere il sacramento [sic]), aprire un dialogo con le persone LGBT, la contraccezione, tutto quanto”. Ha aggiunto: “Benedetto non ha il diritto di interferire. Tenerlo sotto lo stesso tetto di Francesco, così che non si liberi mai di lui, è spaventoso”.

L’articolo sosteneva:

“Mentre Francesco intraprendeva un viaggio per rivitalizzare il Vaticano e attirare nuovi fedeli nella Chiesa, alcuni esperti hanno detto che Benedetto sta ancora cercando di usare il suo potere per assicurare che i suoi principi tradizionali rimangano. Nel libro appena pubblicato, Benedetto ha cercato di smussare queste accuse dicendo che la sua amicizia con Francesco “non solo ha resistito, ma è cresciuta”. I suoi commenti sul matrimonio gay e l’aborto, tuttavia, hanno lasciato in molti la sensazione di un attacco al liberalismo che Francesco sta cercando di attuare”.

E cosa crede papa Francesco di questi problemi? L’Express ha offerto solo due citazioni dalla totalità dei sette anni di pontificato di Francesco:

“In precedenza, Papa Francesco si è pronunciato a favore dell’accoglienza di coloro che appartengono alla comunità LGBT nella fede cattolica. Nell’anno in cui è stato scelto per sostituire Benedetto, Francesco ha detto che la “chiave per la Chiesa è accogliere, non escludere”. Ha aggiunto: “Se una persona è gay e cerca Dio e ha buona volontà, chi sono io per giudicare?

Il pezzo si conclude qui, con una presentazione mozzafiato, selettiva e grossolanamente ignorante, delle numerose affermazioni di Francesco su questi temi.

L’Express è tutt’altro che solitario. L’agenzia di stampa AFP, in un servizio diffuso da Yahoo News, ha affermato: “L’ex papa tradizionalista Benedetto XVI accusa gli oppositori di volerlo ‘mettere a tacere’, associando il matrimonio gay all’’Anticristo’ e attaccando ‘ideologie umaniste’ in una nuova biografia autorizzata”. Anche l’AFP ha sparato sul cardinale Robert Sarah:

“Alcuni osservatori avevano accusato l’ex papa di dare consigli non richiesti quando è apparso un libro che difendeva il tema scottante del celibato sacerdotale, che portava il suo nome accanto a quello dell’arci conservatore cardinale guineano Robert Sarah. … Egli non ha rinunciato a intervenire nei dibattiti sociali, offrendo un nuovo slancio contro i matrimoni gay nella nuova biografia”.

 

Due Papi, un insegnamento

 

Notate la narrazione: Queste fonti mediatiche descrivono il punto di vista di Benedetto sull’aborto, sul “matrimonio” tra persone dello stesso sesso e sull’omosessualità come completamente contrario a Francesco nella fede e nel tono. In verità, sono in piena sintonia. Francesco è stato notevolmente coerente nell’opporsi all’aborto, al “matrimonio” omosessuale e all’omosessualità. Certo, ha parlato di non giudicare e di non amare (come ha fatto Benedetto), ma è stato ancora critico. Un anno fa, ho scritto un pezzo di 5.600 parole per la rivista Crisis, in cui ho esposto la lunga storia di Francesco su questi temi – un catalogo di dichiarazioni per far urlare i liberali. Non ripeterò qui quel catalogo, ma prenderò in considerazione alcuni esempi significativi:

Per quanto riguarda l’aborto, Francesco lo ha equiparato all’eugenetica nazista con i guanti bianchi. “Il mondo intero è stato scandalizzato per quello che i nazisti stavano facendo per mantenere la purezza della razza”, ha detto nel giugno 2018. “Oggi facciamo la stessa cosa, ma con i guanti bianchi”.

Papa Francesco ha anche paragonato l’aborto all’assunzione di un sicario. “È giusto assumere un sicario per risolvere un problema?” chiese Francesco nell’ottobre 2018. “Non si può … non è giusto uccidere un essere umano, indipendentemente da quanto sia piccolo, per risolvere un problema. È come assumere un sicario”.

Questo è molto più provocatorio di tutto ciò che Papa Benedetto ha detto sull’aborto.

Per quanto riguarda l’omosessualità, Francesco è attento a non far sentire gli omosessuali indesiderati, ma è anche attento a non accoglierli in luoghi come il seminario. Nel maggio 2018, ha avvertito i vescovi italiani: “Se c’è un dubbio sull’omosessualità, è meglio non farli entrare in seminario. Se pensate che il ragazzo sia omosessuale, non mettetelo in seminario”.

Quando si tratta di “matrimonio tra persone dello stesso sesso”, Francesco ha tuonato: “Non è il matrimonio!” Prima di un’udienza di 7.500 persone nell’Aula Paolo VI del 25 ottobre 2014, Francesco ha ricordato: “Quello che propongono non è il matrimonio. È un’associazione, ma non è il matrimonio! Bisogna dire le cose in modo molto chiaro e dobbiamo dire questo!”

Lo ha detto con enfasi e con frequenza. “La famiglia è colpita! Francesco” ha gridato. “La famiglia è battuta e la famiglia è svilita. … Si può chiamare tutto famiglia? Quanto… tanto relativismo c’è nel concetto di sacramento del matrimonio! Il Santo Padre ha condannato le “nuove forme, totalmente distruttive” del matrimonio.

Da quando il “matrimonio” tra persone dello stesso sesso è apparso sul suo radar, Francesco ha sparato sul concetto. Nel 2010, quando era cardinale in Argentina, ha dichiarato il “matrimonio” omosessuale uno sforzo diabolico del “padre della menzogna”. Rispondeva a uno sforzo dei legislatori di sinistra argentini per legalizzare il “matrimonio tra persone dello stesso sesso”. Ha dichiarato apertamente: “Non facciamo gli ingenui. Questa non è semplicemente una lotta politica, ma è un tentativo di distruggere il piano di Dio. Non è solo un disegno di legge (un mero strumento) ma una ‘mossa’ del padre della menzogna che cerca di confondere e ingannare i figli di Dio”.

Per quanto riguarda le “coppie gay” che adottano bambini, egli ha condannato anche questa nozione, affermando che avrebbe preso di mira “la vita di molti bambini che saranno discriminati in anticipo, e privati del loro sviluppo umano dato da un padre e una madre e voluto da Dio. In gioco c’è il rifiuto totale della legge di Dio incisa nei nostri cuori”.

Ha ribadito la stessa posizione del Papa sull’adozione. Nel novembre 2017, Francesco ha insistito sul fatto che “i bambini hanno il diritto di crescere in una famiglia con un padre e una madre”. Lo aveva detto anche nel novembre 2014 al colloquio interreligioso di tre giorni del Vaticano su “La complementarietà dell’uomo e della donna”, tra le altre occasioni.

Questi sono solo esempi sull’aborto, il matrimonio e l’omosessualità. Se gli ammiratori liberali di Francesco volessero leggere più a fondo, sarebbero apoplettici sulle sue fulminazioni contro la teoria del genere, che egli ha definito “demoniaca”, paragonabile alle “politiche educative di Hitler” e alla “dottrina” della “Gioventù hitleriana”, ai gruppi giovanili fascisti nell’Italia di Mussolini, e alle “armi nucleari”.

“Oggi nelle scuole lo insegnano ai bambini – ai bambini! – che ognuno può scegliere il proprio genere”, ha protestato Francesco. “Questo è terribile!”

Francesco non è un fan del transgenderismo. Ricordate i titoli di testa come questo del febbraio 2015? “Papa Francesco paragona le persone transgender con le armi nucleari”.

Francesco si è lamentato apertamente: “Dietro tutto questo troviamo l’ideologia di genere. Nei libri i ragazzi imparano che è possibile cambiare sesso. Il genere, essere donna o essere uomo, può essere un’opzione e non un fatto della natura?”

Molte di queste cose Francesco non ha esitato a descrivere come letteralmente sataniche. Le sue parole sono state molto più stridenti di qualsiasi cosa Benedetto abbia detto.

 

Vere fake news

 

Eppure, i giornalisti liberali non sono consapevoli di queste dichiarazioni o le ignorano volontariamente per fomentare una falsa dicotomia tra i due papi e favorire un’agenda ideologica. I giochi infantili che alcuni reporter fanno con l’aria dell’avvertimento di Francesco del novembre 2013 sul “progressismo adolescenziale”.

Nella mia esperienza, la maggior parte di questo povero giornalismo si basa non sulla malizia intenzionale, ma sull’ignoranza di persone che leggono solo fonti con cui sono d’accordo. Non sono consapevoli dell’altra parte perché hanno una mentalità chiusa a convinzioni che non vogliono nemmeno considerare. Il risultato: false narrazioni, notizie false e, ora, una finta lotta tra due papi che, in realtà, si piacciono e si trattano con rispetto.

Nel febbraio 2018, Francesco condannava le “notizie false”, definendole “segno di atteggiamenti intolleranti e ipersensibili” che “portano solo al diffondersi dell’arroganza e dell’odio”. Anche questo, avverte con tristezza, è opera del “serpente astuto”.

Lo sforzo continuo dei giornalisti liberali di appropriarsi di Francesco come “uno di loro” – un compagno di viaggio nel progressismo – e di plasmare il loro nemico Benedetto come nemico di Francesco è sbagliato. Per riprendere un’altra frase di Francesco, stanno “ideologizzando” il rapporto tra i due papi per far avanzare un’agenda politico-culturale. E’ divisivo, è marcio, e dovrebbe finire.

 




Papa Benedetto: Mi sono dimesso, ma ho mantenuto la “dimensione spirituale” del papato

In una nuova biografia, Papa Benedetto parla della “dimensione spirituale” del papato “che è essa sola ancora mio mandato”.

Articolo scritto da Maike Hicksone pubblicato su Lifesitenews. Eccolo nella traduzione di Stefania Marasco.

 

Benedetto XVI

 

In una nuova biografia pubblicata il 4 maggio, Papa Benedetto fa alcune dichiarazioni che evidenziano la sua comprensione delle proprie dimissioni dal papato. In questo libro parla della “dimensione spirituale … che è essa sola ancora mio mandato”. Mostra una comprensione delle proprie dimissioni dal papato, in base alla quale ha rinunciato a qualsiasi “potere giuridico concreto” e qualsiasi ruolo di governo, ma allo stesso tempo ha mantenuto un “mandato spirituale”.

Papa Benedetto XVI ha risposto, nell’autunno del 2018, a diverse domande scritte del suo biografo Peter Seewald, che sono state poi incluse nella biografia di Seewald, lunga più di 1.000 pagine, intitolata Benedetto XVI: Una Vita. Questo libro è stato pubblicato oggi (il 4 maggio, ndr) in tedesco e sarà pubblicato in inglese il 17 novembre.

Parte di queste domande riguardavano le sue dimissioni dell’11 febbraio 2013, dopo quasi sette anni da Papa. Peter Seewald fa notare a Benedetto che ci sono storici della chiesa che criticano il fatto che si definisca “Papa emerito”, dal momento che un tale titolo “non esiste, anche perché non ci sono due papi”. Dopo aver detto per la prima volta che lui stesso non capisce perché uno storico della chiesa dovrebbe sapere di più su tali argomenti di chiunque altro – dopo tutto “stanno studiando la storia della Chiesa” -, Benedetto cita il fatto che “fino alla fine del secondo Concilio Vaticano, inoltre, non vi sono mai state dimissioni da parte di vescovi”.

Dopo l’introduzione della posizione di vescovo in pensione, il Papa emerito continua, sorse il problema che “si possa diventare vescovo solo in relazione ad una specifica diocesi”, vale a dire, ogni “consacrazione è sempre relativa ” e ” collegata ad una sede episcopale “.
Per i vescovi ausiliari, ad esempio, la Chiesa ha scelto “seggi fittizi” come quelli dei paesi un tempo cattolici del Nord Africa. Dato che con il crescente numero di vescovi in ​​pensione, questi seggi fittizi si stavano rapidamente occupando, un vescovo tedesco – Simon Landersdorfer di Passau – decise che sarebbe diventato semplicemente un “emerito di Passau”.

È qui che Papa Benedetto fa un confronto con il papato. Perché, siffatto vescovo in pensione, aggiunge, “non ha più attivamente una sede episcopale, ma si trova ancora nella relazione speciale di un ex vescovo con la sua sede”. Questo vescovo in pensione, tuttavia, così “non diventa un secondo vescovo della sua diocesi”, spiega Benedetto. Tale vescovo ha “completamente rinunciato al proprio incarico, eppure la connessione spirituale con la sua ex sede viene ora riconosciuta, anche dal punto di vista legale”. Questa “nuova relazione con una sede” è “data come una realtà, ma si trova al di fuori della sostanza giuridica concreta dell’ufficio episcopale”. Allo stesso tempo, aggiunge il Papa emerito, la “connessione spirituale” viene considerata come una “realtà”.

“Così”, continua, “non ci sono due vescovi, ma uno con un mandato spirituale, la cui essenza è servire la sua ex diocesi dall’interno, dal Signore, essendo presente e disponibile nella preghiera”.

“Non è concepibile il motivo per cui un simile concetto giuridico non debba essere applicato anche al vescovo di Roma”, afferma esplicitamente Papa Benedetto, chiarendo così che, secondo le sue idee, ha dato le dimissioni dal suo ufficio papale mantenendo una “dimensione spirituale” del suo ufficio.

Più avanti in questa intervista alla fine della nuova biografia di Seewald, Benedetto torna a parlare del fatto che non desidera fare commenti circa la questione dei dubia presentati dal Cardinale Raymond Burke e dai suoi colleghi cardinali sull’Amoris Laetitia, poiché questo “sconfinerebbe eccessivamente nell’area concreta del governo della Chiesa e quindi lascerebbe la dimensione spirituale che è essa sola ancora mio mandato”.

Papa Benedetto poi si rammarica che una qualsiasi delle sue affermazioni come Papa emerito – come la sua famosa osservazione del 2017 sulla barca che si ribalta che rappresenta la Chiesa – sia usata dai suoi critici come mezzo per trovare “una conferma per la loro calunnia”.

“L’affermazione che intervengo costantemente nei dibattiti pubblici”, afferma anche, “è una malevola distorsione della realtà”. Coloro che usano sue parole, come quelle relative al rovesciamento di una nave – che è di San Gregorio Magno -, al fine di individuare “un pericoloso intervento nel governo della Chiesa” sono, agli occhi di Benedetto, “partecipare a una campagna contro di me che non ha nulla a che fare con la verità”. In un altro contesto, il Papa menziona in particolare la “teologia tedesca”, che, in un “modo stupido e malvagio”, ha interpretato le sue parole, in un modo di cui “è meglio non parlare”.

“Preferisco non analizzare le vere ragioni del perché si desideri mettere a tacere la mia voce”, conclude Benedetto XVI.

Discutendo ulteriormente della questione di un “Papa in pensione” con Peter Seewald, Benedetto fa un confronto con il “cambio generazionale”, in cui il padre di famiglia rinuncia al “proprio status giuridico”, pur mantenendo la sua “importanza umano-spirituale,” che rimane “fino alla morte”. Vale a dire, l’aspetto “funzionale” della paternità può cambiare, non la sua parte “ontologica”.

Qui, il Papa emerito si riferisce alle famiglie di agricoltori bavaresi, dove il padre di una famiglia a un certo punto della sua vita consegna la fattoria principale a suo figlio mentre soggiorna in una casetta più piccola sulla stessa terra. Il figlio diventa quindi responsabile di fornire al padre i suoi bisogni materiali come il cibo. “Così”, afferma Benedetto, “gli viene data la sua indipendenza materiale, proprio come il passaggio dei diritti concreti al figlio. Ciò significa: il lato spirituale della paternità rimane, mentre la situazione cambia rispetto ai diritti e ai doveri concreti “.

Nel maggio 2016, l’Arcivescovo Georg Gänswein tenne un discorso, nel quale parlò di Papa Benedetto e di un “Ministero Petrino allargato”, una formulazione che ha suscitato un dibattito perché avrebbe potuto indicare che Benedetto non si era dimesso da tutte le diverse funzioni del papato. In seguito corresse questa affermazione e da allora ha insistito sul fatto che esiste un solo Papa. Gänswein ha dichiarato a LifeSite nel 2019: “Ho già chiarito più volte il «malinteso».” “Non ha alcun senso, no, ancor più, è controproducente insistere su questo «malinteso» e citarmi ancora e ancora. Ciò è assurdo e porta all’autolesionismo [Selbstzerfleischung]. Ho detto chiaramente che c’è un solo Papa, un Papa legittimamente eletto e in carica, e questo è Francesco”.

Già nel 2013, mentre spiegava le dimissioni al pubblico, Papa Benedetto XVI aveva poi affermato che “non può più esserci un ritorno alla sfera privata. La mia decisione di dimettersi dall’esercizio attivo del ministero non lo revoca. Non ritorno alla vita privata, a una vita di viaggi, incontri, ricevimenti, conferenze e così via. Non sto abbandonando la croce, ma resto in un modo nuovo al fianco del Signore crocifisso. Non sono più in grado di reggere il potere dell’ufficio del governo della Chiesa, ma al servizio della preghiera rimango, per così dire, nel recinto di San Pietro. San Benedetto, il cui nome porto come Papa, sarà per me un grande esempio. Ci ha mostrato la strada per una vita che, sia attiva che passiva, è completamente abbandonata all’opera di Dio “.

LifeSite ha contattato monsignor Nicola Bux, teologo vaticano ed ex collaboratore di Papa Benedetto XVI come consulente della Congregazione per la Dottrina della Fede, perché in passato aveva fatto alcune osservazioni sulla “validità giuridica delle dimissioni di papa Benedetto XVI “.

Dopo che LifeSite ha riassunto per lui la nuova dichiarazione di Papa Benedetto come si può trovare in questa nuova biografia papale, monsignor Bux ha risposto dicendo:

“Secondo me, uno degli aspetti più problematici sarebbe l’idea, implicita nell’atto di papa Ratzinger, che il papato non è un ufficio unico e indivisibile, ma, al contrario, un ufficio divisibile che può essere «spacchettato», nel senso che un Papa possa scegliere di rinunciare ad alcune funzioni, mantenendo per sé altre, che non verrebbero quindi trasmesse al suo successore. Un’idea chiaramente errata.”

In ulteriori scambi con Monsignor Bux, il teologo italiano ha aggiunto i seguenti pensieri:

“Il confronto tra l’ufficio papale e l’ufficio episcopale per quanto riguarda l’abdicazione dell’ufficio papale non è corretto. L’ufficio episcopale è conferito da ordinazione o consacrazione episcopale, imprimendo un carattere indelebile nell’anima del vescovo. Pertanto, sebbene possa essere sollevato da una particolare responsabilità pastorale, rimane sempre un vescovo. L’ufficio papale è conferito dall’accettazione dell’elezione alla Sede di Pietro, cioè da un atto di volontà della persona eletta, accettando la chiamata a essere il Vicario di Cristo sulla terra. Dal momento in cui la persona eletta acconsente ha la piena giurisdizione del Romano Pontefice. ”

Se la persona eletta non è un vescovo “, ha proseguito Monsignor Bux,” deve essere immediatamente consacrato Vescovo perché il papato comporta l’esercizio dell’ufficio episcopale, ma egli è Papa dal momento in cui acconsente all’elezione. Se la stessa persona, ad un certo punto, dichiara di non poter più adempiere alla chiamata di essere il vicario di Cristo sulla terra, perde l’ufficio papale e ritorna alla condizione in cui si trovava prima di dare il consenso ad essere il vicario di Cristo sulla terra. ”

Qui, il teologo italiano ha spiegato il principio fondamentale secondo cui “il papato non è conferito dalla grazia sacramentale. Non imprime un carattere indelebile sull’anima. A chi acconsente di essere Papa e persevera nel consenso, la grazia è data, come promesso da Nostro Signore, per essere “perpetuo e visibile principio e fondamento dell’unità sia dei vescovi che dell’intera compagnia dei fedeli” (Lumen Gentium, n. 23). Tale grazia, per sua stessa definizione, è data a una sola persona alla volta.”

In conclusione, Monsignor Bux scrive: “Nostro Signore ha dato a Pietro un solo mandato – legale e spirituale allo stesso tempo – e ha chiesto agli Apostoli di sostenerlo attraverso la comunione, cum et sub Petro (con e sotto Pietro). San Paolo lo spiega come: «sollicitudo omnium ecclesiarum» (cura di tutte le chiese). Pertanto, non esiste un primato Petrino da condividere, ma due principi indissolubili in comunione permanente tra loro: il primato Petrino e il lavoro di gruppo episcopale (collegialità).”

Come diventa chiaro qui, la discussione accademica sul concetto di Papa Benedetto delle sue dimissioni non è ancora chiusa.

 




Gli attacchi del Cattolicesimo annacquato a Benedetto XVI

Dopo gli attacchi a Benedetto XVI di questi giorni, lo scrittore George Weigel, biografo e amico di Papa San Giovanni Paolo II, dà il suo contributo nel portare alla luce quale sia la vera ragione di questi attacchi. Vedrete che essi hanno le loro radici nella lotta nelle fila dei teologi riformisti che iniziò durante la fine del Concilio Vaticano II. 

Ecco il suo articolo pubblicato sul The Catholic World Report nella mia traduzione. 

 

Karl Rahner e Joseph Ratzinger durante il Concilio Vaticano II

Karl Rahner e Joseph Ratzinger durante il Concilio Vaticano II

 

A 94 anni, il 16 aprile, Joseph Ratzinger è rimasto uno degli uomini più fraintesi e travisati della recente storia cattolica. Dubito che il Papa emerito se ne dispiaccia; probabilmente è immune alla calunnia, visto che ha avuto a che fare con essa per oltre mezzo secolo. Quest’uomo gentile può provare una certa compassione per le piccole menti che raccontano continuamente menzogne su di lui e sulla sua teologia. Ma ha di meglio da fare che agitarsi per i suoi detrattori: nani che lanciano sassolini inefficaci contro un gigante sereno.

I suoi amici e ammiratori hanno però difficoltà ad avere una visione benigna della situazione, perché la continua spazzatura rovesciata su Joseph Ratzinger è guidata da un’agenda e mira a puntellare le fondamenta fatiscenti del progetto del Cattolicesimo Lite (annacquato, ndr). Questa operazione di salvataggio richiede che i suoi detrattori sostengano che Ratzinger/Benedetto XVI abbia tradito il Vaticano II, o non abbia mai capito il Vaticano II, o fosse (e sia) profondamente contrario al Vaticano II. O tutte le cose insieme. Questa è una sciocchezza. E mentre spesso sono state commesse da coloro che rivendicano la competenza come studiosi delle vicende cattoliche contemporanee, tali travisamenti del pensiero di Ratzinger tradiscono una triste indifferenza nei confronti di ciò che è realmente accaduto a Roma durante gli ultimi due anni del Concilio Vaticano II.

Come ho scritto ne L’ironia della storia cattolica moderna, una spaccatura nelle fila dei teologi riformisti del Vaticano II ha cominciato ad aprirsi durante la terza sessione del Concilio, tenutasi nell’autunno del 1964. Una nuova rivista teologica, Concilium, era in fase di progettazione da parte di alcuni influenti consiglieri teologici del Concilio (molti dei quali erano stati pesantemente censurati negli anni precedenti al Vaticano II). Una figura di spicco tra queste, il gesuita francese Henri de Lubac, cominciò a temere che Concilium avrebbe portato il progetto riformista in una direzione decostruttiva: un progetto che avrebbe danneggiato gravemente quello che Giovanni XXIII, nel suo discorso di apertura al Concilio, chiamò “il sacro deposito della dottrina cristiana”, che papa Giovanni esortava a “essere più efficacemente difeso e presentato”.

I primi numeri della nuova rivista intensificarono le preoccupazioni di de Lubac. Così nel maggio 1965 il più venerabile membro del suo comitato di redazione si ritirò tranquillamente dal progetto di Concilium, mentre continuava il suo lavoro presso il Concilio stesso. Al termine del Concilio Vaticano II, altri si uniranno a lui nell’esprimere serie riserve sulla linea di condotta adottata dai loro un tempo alleati teologi. E queste preoccupazioni non sono diminuite nel tempo.

Il risultato fu quello che io chiamo nel mio libro “La guerra di successione conciliare”: la guerra per definire ciò che il Vaticano II era stato e ciò che il Vaticano II intendeva per il futuro cattolico. Questa guerra non fu una lotta tra “tradizionalisti” e “progressisti”. Fu una competizione aspramente combattuta all’interno del campo dei riformatori teologici del Vaticano II. E continua ancora oggi. E la questione che tanto preoccupava Henri de Lubac rimane del tutto pertinente, 56 anni dopo: finirebbe per tradire il Vangelo e svuotarlo del suo potere un’interpretazione del Concilio che contrapponesse effettivamente la Chiesa cattolica al “sacro deposito della dottrina cristiana”?

Joseph Ratzinger si unì a de Lubac e ad altri riformatori conciliari dissidenti nel lanciare un’altra rivista teologica, Communio, che lui e i suoi colleghi speravano portasse  avanti un’interpretazione del Vaticano II che fosse in continuità con la dottrina consolidata della Chiesa, proprio mentre essa sviluppava la comprensione di tale dottrina da parte della Chiesa. Communio, ora pubblicata in 14 edizioni linguistiche, è stata per decenni una forza creativa nella vita intellettuale cattolica. Come Ratzinger, Communio non è contro il Vaticano II; ha messo in discussione ciò che i suoi autori sostengono essere un’interpretazione sbagliata del Vaticano II.

Come hanno illustrato i recenti avvenimenti nella Chiesa, il punto fondamentale della Guerra di successione conciliare è la realtà della rivelazione divina: La rivelazione di Dio nella Scrittura e nella Tradizione include verità che sono vincolanti nel corso dei secoli, indipendentemente dalle circostanze culturali? Oppure la storia e la cultura giudicano la rivelazione, che la Chiesa è poi autorizzata a migliorare, per così dire, alla luce dei “segni dei tempi”? Coloro che si schierano con la realtà della rivelazione (che è stata affermata con forza dal Vaticano II) non sono affatto “fondamentalisti”, nonostante ciò che i loro avversari accusano. Sono teologi creativi che credono nello sviluppo della dottrina, ma che comprendono anche, con Chesterton, che “una mente aperta, come una bocca aperta, dovrebbe chiudersi su qualcosa”.

Nella Guerra di Successione Conciliare ci sono i veri riformatori, e poi ci sono le forze della decostruzione. Joseph Ratzinger è decisamente un vero riformatore cattolico. Sostenere il contrario suggerisce ignoranza, malizia, o entrambe le cose.