A che punto siamo con il ddl omofobia di Zan: interventi di Mantovano, Varchi, Pagano, Palmieri, Pillon, Brandi, Gandolfini

Se volete sapere a che punto siamo riguardo il ddl Zan sull’omofobia leggete e, soprattutto, guardate questo video.

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di Lucia Comelli


Ieri ho assistito in diretta streaming ad una serie di interventi, molto interessanti, introdotti dalla moderatrice Federica Picchi, che facevano il punto sull’iter del ddl Zan.

Ad introdurre l’evento il giudice Alfredo Mantovano – vicepresidente del Centro studi Livatino –  che ha brevemente illustrato la sostanza del testo unificato Zan: esso si propone di estendere le disposizioni della legge Mancino, e quindi punire chi realizza o anche semplicemente istiga ad atteggiamenti e atti di discriminazioni in base al sesso, l’identità di genere e l’orientamento sessuale (nonché organizza o partecipa ad associazioni che in qualche misura istigano a compiere siffatti reati).

Il magistrato ha solo accennato all’esistenza nel nostro C.P. di un’amplissima copertura legislativa per colpire adeguatamente questi reati (non vi è alcun vuoto normativo in merito nel nostro ordinamento) e ha solo menzionato la dimensione estremamente circoscritta di tali atti discriminatori (i dati ufficiali forniti dal Ministero degli interni smentiscono l’esistenza di una emergenza omofobica in atto nel Paese).

Quello che preoccupa di più – ha aggiunto – al di là di tutti gli approfondimenti che si possono fare di questo testo e che come centro studi abbiamo cercato di fare … è che esso rappresenta un vero e proprio capovolgimento della logica del diritto penale. Il diritto penale è fondato sull’esame di fatti concreti: davanti a me in udienza viene portato chi ha commesso una rapina e io sono chiamato a giudicare quella persona, non per quello ha fatto nel corso di tutta la sua vita … ma soltanto per quanto ha commesso rispetto al reato che gli viene contestato, cioè la tale rapina, commessa quel tale giorno, a danno di tale banca o ufficio postale. Se il ddl Zan riguardasse le rapine, verrebbe invece punita anche la semplice intenzione di rapinare una banca o l’istigazione a farlo.

“Il nostro ordinamento finora ha punito l’istigazione a delinquere, soltanto se poi il fatto si è concretamente verificato, in tal caso la mia incitazione alla rapina diventa perseguibile come concorso morale nella rapina che altri hanno commesso. Qui invece si processano le intenzioni: è questo al giudice umano è impossibile farlo (con equità)! Il giudice umano è chiamato ad interessarsi ai fatti, non alle intenzioni! Questo testo apre quindi ad un’amplissima discrezionalità operativa da parete dei giudici, anche per i quali vale il detto latino tot capita tot sententiae …” dice Mantovano.

Le stesse rassicurazioni in merito alla salvaguardia della libertà di pensiero fornite dai promotori del disegno di legge, non lasciano affatto tranquilli: se approvato dal Parlamento, il ddl Zan rischia di tradursi in una serie di pesanti discriminazioni nei confronti di chi pensa e si esprime in modo difforme dai suoi promotori.

 




L’ossessione progressista per le norme e gli intenti punitivi del ddl Zan su omofobia

Prof. Claudio Risé, scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta

Prof. Claudio Risé, scrittore, giornalista, docente universitario e psicoterapeuta

 

di Lucia Comelli

 

Lo scrittore e psicanalista junghiano Claudio Risé, in un articolo comparso ieri sul quotidiano La Verità[1], fornisce un’interessante interpretazione del disegno di legge Zan: una sorta di pericolosa sintesi tra l’ideologia gender e ‘l’ossessione normopatica’, cioè la foga progressista di codificare le regole del comportamento sessuale ritenute corrette. La normopatia, è infatti “la malattia più pericolosa della società politicamente corretta”: essa detesta “le profondità e le ambivalenze dell’essere umano”, che si costruisce in un processo lungo quanto la vita stessa, e rifiuta “la libertà del sentire personale” che vuol ricondurre al ‘pensiero unico’.

Questa ossessione per il controllo della sessualità umana nasce “assieme all’ideologia Lgbt” nel college della ricca borghesia bianca americana (dove si formò Judith Butler, con la sua Teoria del genere): entrambe “non tollerano la ricerca interiore, lo sviluppo, il cambiamento”: cioè l’investigazione “spirituale e psicologica della propria verità ed identità”. Non c’è nessuna donna, nessun maschio – sostiene la Butler nel suo libro Disfare il genere: femminile e maschile sono solo recitazioni, performance teatrali.

In questo modo “si evita la fatica di ‘diventare se stessi’” e, identificandosi “con le proprie pratiche sessuali”, ci si riduce ad oggetti “normati dalle regole proposte dalla società e dai poteri del momento”. Le istituzioni stesse, invece di educare l’individuo a riconoscere la propria vocazione e a portarla nel mondo, tendono a disciplinarlo secondo le suddette regole. Così, sono nate le “procedure”, “i librettini con le norme che gli studenti dei college americani devono seguire nei loro incontri”, divenute in “seguito pilastri di tutto il politicamente corretto”: secondo tali direttive, il maschio, ancor oggi, deve chiedere nei vari momenti dell’incontro: “Ti posso prendere la mano”?, “Posso accarezzarti il braccio”?… E a lei tocca assentire o rifiutare. Da allora il corteggiamento non può più scostarsi dal previsto copione, pena l’espulsione dal college, o – nella società – l’incorrere in molteplici reati e punizioni.

L’ultima espressione, in Italia, di questa mania per le regole, è il ddl Zan. Come mai – si chiede Risé – essa “va ora a frugare nelle differenze della sessualità e degli atteggiamenti verso di esse”, anziché occuparsi di uno qualsiasi dei numerosi e più pressanti problemi esistenti nel Paese?

Il fatto è che proprio sulla differenza sessuale e sull’attrazione e incontro tra l’uomo e donna si fonda l’umanità e la sua differenza dalle altre forme della natura. Lì è la chiave di tutto, società e potere compresi. Maschile e femminile, antiquati che siano, hanno nella vita e nella storia umana un peso è un significato del tutto unico: l’attrazione e diversità fra loro e costitutiva non solo dell’umanità, ma della sua aspirazione ad andare più in alto, a trascendersi. Il libro biblico Genesi ne parla fin dall’inizio: “e Dio creò l’uomo a sua immagine… Maschio e femmina li creò” (Genesi 27). La differenza sessuale è alla base dell’umanità, ma è anche ciò che l’uomo e la donna condividono con l’immagine della totalità divina, che possiede entrambi gli aspetti.

Non si tratta insomma solo “di questioni burocratiche e di stato civile”, ma anche “dei contenuti esistenziali e trascendenti dell’umano”. Secondo l’antropologia ebraico-cristiana, l’incontro tra

uomo e donna è al centro dell’intera vita e spiritualità, ma per la cultura materialista in cui siamo immersi, questo è lo scandalo della sessualità: che il benessere dell’umano sia legato al rapporto con Dio, nel quale sono compresenti maschile e femminile, entrambi indispensabili alla piena realizzazione dell’esistenza.

Ecco allora che lo Stato si impegna a fondo per separarli, mentre uno Stato laico dovrebbe limitarsi a tutelare la libertà di ogni cittadino, senza occuparsi delle diversità sessuali. Ma è proprio qui l’aspetto più illiberale e discriminatorio del ddl Zan: “la volontà di sanzionare penalmente le convinzioni religiose dell’antropologia cristiana, in quanto difformi dall’invasiva normatività LGBT”.

Un’ideologia, quest’ultima, che arbitrariamente “separa e frammenta l’umanità”, a seconda delle sue diverse propensioni nella sfera affettiva e sessuale. Così, in nome della non discriminazione, “il silenzioso ascolto di sé dell’adolescente in rispettosa attesa della propria “chiamata” sessuale” potrebbe venir interrotto magari a scuolada una richiesta pubblica a dichiararsi. “I contenuti profondi delle persone, preziosi e fragili, vanno difesi dal cinismo spettacolare delle mode sessuali e delle loro ansie di potere e di conferma”.

Lo Stato tuteli la libertà di tutti: “chi ha fantasia di punizione e rivalsa verso la donna e l’uomo, i due protagonisti della storia umana”, non dovrebbe portarle in Parlamento, ma dall’analista.

 

[1] Claudio Risè, Il ddl Zan elimina l’uomo e la donna per legge. L’obiettivo finale: punire l’uomo e la donna, La Verità, 9 agosto 2020.




La legge sull’omofobia, San Giovanni Paolo II, don Giussani e noi.

Papa San Giovanni Paolo II e don Luigi Giussani
Papa San Giovanni Paolo II e don Luigi Giussani

 

di Sabino Paciolla

 

La legge sulla omofobia attualmente in discussione alla Camera ci procura, come è logico che sia, una certa afflizione. La preoccupazione viene dalla coscienza che una legge liberticida sta per essere approvata in Italia la quale, se confermata al Senato, ci impedirà di parlare, di esprimere la nostra opinione, e tante altre cose. Violata la legge si finirà in galera. Per questo ci stiamo adoperando in tutti i modi, con le nostre povere forze e i limitati mezzi, per far conoscere alla gente questo pericolo, per creare una certa sensibilità nell’opinione pubblica affinché reagisca e rifiuti questo incipiente regime. Superfluo aggiungere che oltre a questo aspetto liberticida, la legge propone tutta una serie di iniziative tali che il nichilismo che innerva la cultura liquida LGBT sarà per legge insegnata, proposta e propagandata in mille iniziative, a cominciare dall’asilo. Per cui i nostri bambini e nipoti saranno, ope legis, indottrinati sin dalla tenera età. 

Alessandro-Zan
Alessandro Zan

Alla suddetta afflizione se ne aggiunge però un’altra, forse anche più dolorosa, quella di vedere tante persone, fratelli nella fede, che di fronte alla grave questione della legge Zan appaiono essere spesso in altre faccende affaccendate, a volte noncuranti, sovente superficiali poiché confondono la legge liberticida con la questione dell’omosessualità, in diversi casi sembrano avere un atteggiamento volutamente sminuente la gravità della legge e, non di rado, addirittura sostenitrici della proposta Zan. Il risultato di tutti questi atteggiamenti è un assordante silenzio personale, una mancata presa di posizione pubblica da parte di gruppi di cattolici.

Mi chiedo come sia possibile che universitari, genitori, nonni, professionisti, sacerdoti, ecc. possano rimanere in silenzio dinanzi a questa svolta delicata della nostra vita democratica, nella quale viene aggiunto un tassello degno di un regime, un tassello, ed è la cosa più preoccupante, democraticamente approvato in Parlamento. 

Spesso mi sono chiesto come mai nella storia siano sorti regimi autoritari in nazioni che erano sostanzialmente democratiche. La frase che oggi mi viene in mente è “La banalità del male”, di Hannah Arendt. C’è purtroppo il mistero del Male che attraversa e, a volte, conquista le coscienze di tutti noi. Nessuno escluso. C’è dunque da pregare Dio che ci liberi dal male e ci dia la forza di resisterGli. 

Mentre riflettevo da giorni su questo, mi è capitato di leggere la lettera di Jacopo Parravicini, pubblicata sul sito di CulturaCattolica.it, dalla quale prendo il passo che più interessa in questa circostanza.

Scrive Jacopo:

…mi disse Don Pino, l’attuale arretramento del Movimento dalle battaglie pubbliche sortisce da una strategia precisa, perché “con il gesto misterioso della rinuncia di Benedetto una fase della storia della Chiesa si è conclusa” (testuale), per cui “consideriamo ormai perduta” la battaglia per la civiltà a livello pubblico, e “ci concentriamo soltanto su una battaglia educativa esclusivamente personale”; ci concentriamo solo ed esclusivamente a risvegliare le coscienze e a risvegliare Cristo nelle persone “da zero”, abbandonando l’impegno pubblico. Io gli chiesi perché mai non potremmo fare le due cose – portare Cristo nel personale della vita e batterci per difendere la civiltà e i nostri figli nel pubblico (come del resto faceva Gesù, che predicava e aiutava “sul personale”, la samaritana, i suoi amici, gli apostoli, e tuttavia, dice il Vangelo, “predicava alle folle”) – ma Pino mi disse che questo è demandato soltanto all’iniziativa del singolo, non del Movimento. Sottoponendo poi la questione a Cesana, lui disse che è proprio questo che egli non capisce: lavorare su ENTRAMBI questi fronti il Movimento lo ha sempre fatto, come negli anni ’70 “…e negli anni ’80, e negli anni ’90, e fino al 2005” (testuale da Cesana).

Questo passo è significativo poiché fa sorgere tante domande meritevoli di un approfondimento, le lascio però da parte. Mi interessa evidenziare la seguente frase: l’impegno pubblico per la difesa della civiltà “è demandato soltanto all’iniziativa del singolo, non del Movimento”.

Quella dell’”iniziativa del singolo” richiama quanto disse Benedetto XVI: “credere in Dio è dunque insieme un dono – Dio si rivela, va incontro a noi – e un impegno, è grazia divina e responsabilità umana”.

Ecco, se dobbiamo guardare in maniera spassionata a quello che è avvenuto almeno negli ultimi dieci anni, dobbiamo allora riconoscere che questa indicazione, in generale, non è stata seguita, le cose non sono andate come si sperava, qualcosa non ha funzionato. Che cosa? Non spetta a me dirlo, è compito di chi ha responsabilità. Quella che è certa, è la percezione di un complessivo silenzio e di una mancata presenza pubblica, salve le eccezioni.

Roma, Family Day al Circo Massimo
Family day del 30 gennaio 2016 al Circo Massimo a Roma

Potrei sbagliarmi, ma a me pare che temi come vita, famiglia ed educazione, che un tempo erano definiti “princìpi non negoziabili”, e per i quali, nel 2004, l’allora card. Ratzinger, in qualità di prefetto della Cdf, disse “non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità”, vengano in questi ultimi anni sempre più visti come valori astratti, cose che generano quasi un malcelato fastidio poiché, si dice, distolgono, o possono distogliere, l’attenzione da quella che è l’origine di quei principi, di quei valori, cioè Cristo. Per cui ci si ritrae da qualsiasi battaglia per questi valori nel timore di finire incastrati in un conflitto potenzialmente ideologico. Solo nell’ambito del rapporto personale la testimonianza assume quella immediatezza, prossimità e carnalità che altrimenti potrebbe svanire nella “sovrastruttura” valoriale ed impersonale di una astratta “battaglia di civiltà”. Più ci si tiene distanti da queste “battaglie”, si pensa, più si squarcia quel velo che potrebbe frapporsi all’incontro personale con Cristo. 

Quelle battaglie, inoltre,vengono viste da molti come divisive, e quindi, come azioni che potenzialmente ci allontanano dagli altri, cioè ci allontanano da quella possibilità di relazione personale, il dialogo, che sola rende comunicabile Cristo agli altri nella testimonianza soggettiva.

Di conseguenza, viene rifiutato qualsiasi giudizio sulla realtà perché, anche questo, considerato divisivo, non fa che alzare muri tra me e l’altro, muri che bloccano qualsiasi dialogo. D’altra parte, un giudizio è sempre fonte di contrasti e divisioni tali da mettere a repentaglio persino una amicizia di lunga data. Meglio dunque lasciarlo da parte, focalizzandosi su tutto ciò che unisce, scansando ciò che divide. Per altro, si fa presente, ci è stato detto di “non giudicare”, e dunque si sente sempre più spesso la famosa frase di Papa Francesco che pronunciò nei primi mesi del suo pontificato: “Chi sono io per giudicare?”. 

Questo modo di ragionare ritengo possa spiegare la sostanziale mancata partecipazione ai Family Day (allora la piazza fu reputata un mezzo essenzialmente inadeguato ad affrontare la questione del gender e delle unioni civili e, soprattutto, divisivo). Inoltre, penso che esso spieghi, fatte salve le dovute eccezioni, sia il generale mancato contributo in termini di elaborazione culturale sia la deficitaria partecipazione personale e di gruppo a iniziative pubbliche come quella contro il gender nelle scuole e la legge Cirinnà, quella a favore del piccolo Charlie, Isaiah, Alfie, contro le DAT o, attualmente, contro la legge liberticida sull’omofobia. In poche parole, negli ultimi anni, in ogni circostanza che abbia visto in gioco principi fondamentali, come la vita, la famiglia, l’educazione, la libertà, è stata sperimentata, salve le dovute eccezioni, una generale assenza di quella che una volta era chiamata la “presenza”.

Foto: Alfie Evans in braccio alla mamma senza respiratore
Foto: Alfie Evans in braccio alla mamma senza respiratore

E’ vero, il rischio che la difesa dei “princìpi”, la protezione dei “valori”, possa trasformarsi in una battaglia ideologica è grande. E’ giusto dunque essere molto attenti e prudenti e, soprattutto, non bisogna abbandonare la preghiera, con la quale chiederemo alla Spirito Santo che illumini le nostre menti e continui a scaldare il nostro cuore. Ma la realtà spesso si impone, e chiede che ci assumiamo la responsabilità di correre rischi. In certi momenti essa ci chiama ad un moto del cuore che trova espressione in un movimento di popolo. 

D’altra parte, è stato proprio don Giussani che ci ha insegnato che l’uomo toccato da Cristo diventa una “creatura nuova”, cioè una creatura che “identifica un’intelligenza ed un cuore diversi nel mangiare e nel bere, nel vegliare e nel dormire, nel vivere e del morire”. Una creatura caratterizzata da una “mentalità nuova” che si esplicita “nel continuo paragone con gli avvenimenti presenti”. “Se non entra nell’esperienza presente, la conoscenza nuova non esiste, è un’astrazione. In questo senso, non dare giudizi sugli avvenimenti è mortificare la fede” (da L. Giussani, “Generare tracce nella storia del mondo”, pag. 76).

“…non dare giudizi sugli avvenimenti è mortificare la fede” è una affermazione importante e umanamente carica di conseguenze fatta da don Giussani.

Per questo, una testimonianza che pretenda di fare a meno di un giudizio corre non solo il serio rischio di sciogliere l’inseparabile legame tra fede e ragione, Fides et Ratio, ma anche di accogliere, sia pure involontariamente, in un impeto di generosità, prossimità e vicinanza, concezioni di vita che poco o nulla hanno a che fare con quanto discende dalla fede cattolica.

Inoltre, la testimonianza a Cristo è espressione privilegiata dell’evangelizzazione che, a sua volta, porta in sé, perché connaturata, la promozione umana. Infatti, l’uomo toccato da Cristo è un “uomo nuovo”, non in senso astratto, ma nel concreto della sua vita quotidiana. L’uomo toccato dalla Grazia di Cristo è “più uomo”, la sua umanità è più vera e, pur nei limiti, la si sperimenta concretamente. L’adesione a Cristo, inoltre, porta con sé una convenienza umana, il “centuplo quaggiù”, inteso non in senso astratto, ma reale. E dunque la promozione umana non è appena riducibile alla costruzione di pozzi o scuole nel Terzo Mondo, significa innanzitutto promuovere e realizzare una dimensione umana che sia all’altezza della dignità della persona, in ogni frangente della vita, in ogni epoca e ad ogni latitudine. I tempi possono cambiare, le epoche possono mutare, ma il cuore dell’uomo, desideroso di Infinito, rimane lo stesso, sempre. La risposta a questo desiderio infinito è Cristo, ieri, oggi e sempre.

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“Lavorate per questo, pregate per questo, soffrite per questo!”

E noi cristiani non possiamo rimanere pavidamente fermi davanti alla legalizzazione di questa convivenza inumana e violenta, non possiamo rimanere muti davanti alla costruzione di questa inciviltà. Verremmo meno anche al mandato di San Giovanni Paolo II che ci diede proprio al Meeting di Rimini il 29 agosto del 1982 quando disse: “Costruite la civiltà della verità e dell’amore. (…) È la consegna che oggi vi lascio. Lavorate per questo, pregate per questo, soffrite per questo!.

Per questo, la famiglia naturale è più vera, è la più rispondente alla dimensione della dignità umana rispetto ad una falsa “famiglia” costruita, ad esempio, con l’utero in affitto. E ciò perché la famiglia naturale è l’ambito più giusto e più vero attraverso cui l’umano può svolgersi e svilupparsi, mentre una pseudo “famiglia“, costruita ad esempio con l’utero in affitto, è un ambito che nasce intrinsecamente già sfregiato da una ferita indelebile che segnerà il figlio/a per tutta la sua vita.

E’ stato proprio San Giovanni Paolo II che ci ha presentato Cristo come “redentore dell’uomo, centro del cosmo e della storia”. L’uomo trova la sua salvezza in Cristo e per Cristo, una salvezza che investe tutti i problemi e tutti gli aspetti della sua personalità e dell’ambiente in cui l’uomo vive. La fede ha a che fare con tutto. Per questo, la fede è principio di conoscenza e di azione e, dunque, non può non diventare cultura, intesa come espressione sublime, umana e concreta della coscienza che ogni atto della mia vita deve essere orientato alla gloria di Dio. Infatti, fu lo stesso San Giovanni Paolo II che avvertì: “Una fede che non diventa cultura, non è pienamente accolta, non è interamente pensata, non è fedelmente vissuta”.

Giussani don Luigi
don Luigi Giussani

Ogni azione, ogni respiro del cristiano è tensione a Cristo. Perciò, questa tensione non può non  esplicitarsi in una “presenza” attiva e incidente nell’ambiente, una “presenza“ che è allo stesso tempo missionaria. E’ evidente dalla storia che la Chiesa che vive la missione è principio di cultura e civilizzazione, principio che discende dalla tensione al bene, al bello, al vero, al giusto, alla carità. Ed è per questo che il cristiano non può ridursi ad accettare il mondo così com’è, o a vivere, sia pure involontariamente, un dualismo fede-cultura che don Giussani e, soprattutto, San Giovanni Paolo II ci hanno esortato ad evitare. 

A tal proposito, ricordiamo che don Giussani ha sempre sottolineato che “cultura, carità e missione sono le dimensioni caratterizzanti l’esperienza del cristiano”.

È vero, lo abbiamo detto in tanti post su questo blog, viviamo in un periodo di profonda scristianizzazione, un periodo che assomiglia molto da vicino a quello dei primi tempi del cristianesimo. Ma questo non ci esime dal vivere e testimoniare il nostro essere cristiani nella sua interezza, non ci spinge a dire “prima” Cristo e “dopo” tutto il resto. Infatti, si sente spesso dire che nell’attuale società scristianizzata non possiamo parlare, ad esempio, di sessualità perché le persone non ci capirebbero. Occorre, ci viene precisato, prima parlare e testimoniare Cristo e solo dopo arriverà la sessualità. Ma così si rischia di cadere nel dualismo fede-vita, fede-cultura di cui si parlava più sopra. L’uomo è unitarietà nella sua essenza ed esperienza. Infatti, ci verrà chiesta ragione del perché viviamo la famiglia e la sessualità in un certo modo, perché nutriamo rispetto e stima a prescindere da qualsiasi cosa, perché accogliamo la vita, rifiutiamo l’aborto, la “famiglia” omosessuale, l’utero in affitto. Ci verrà chiesto perché accogliamo in un certo modo, perché educhiamo in un certo modo, perché perdoniamo, perché affrontiamo la sofferenza e il dolore, la vita e la morte in un certo modo, ecc. E noi dovremo essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza” (1Pietro 3,15-16).

Se è vero che siamo ora come nei primi tempi del cristianesimo, è anche vero che, come allora, siamo alla mercè di un potere che ci sovrasta, di un imperatore che ci vuole sottomettere, che vuole essere incensato, un imperatore che oggi assume le fattezze di “una dittatura del massmediatico, del politicamente e del culturalmente corretto”. 

Mons. Luigi Negri
Mons. Luigi Negri

Il guaio è, diceva mons. Luigi Negri, che l’epoca attuale “trova una tradizione cattolica ignorata dalla maggior parte dei giovani, […]; trova una trama di vita sociale debolissima […] sul piano della consapevolezza dei valori etici fondamentali; insomma trova un popolo disintegrato, che rischia di subire una dittatura senza neanche la nobiltà dell’opposizione” (Sua Ecc.za Mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, Abate di Pomposa in data 1/2/2014, LNBQ). 

Ma questo non ci deve scoraggiare.

Per concludere, la legge Zan sulla Omofobia, approfittando di una società scristianizzata e della marginalità sociale del fatto cristiano, vuole toglierci il diritto di parola e la libertà di pensiero, in breve ci sta preparando una persecuzione. Questa marginalità, però, non può essere l’occasione di una nostra auto emarginazione dalle vicende culturali e sociali, l’alibi per una posizione culturale subalterna, per una assenza pubblica. A tal proposito, don Giussani ci diceva: “Loro obiettano: ‘Ma la fede non guarda il potere… Così se siamo perseguitati e meglio!’ Come ‘se siamo perseguitati e meglio?’ È una frase da intellettuali! Perché nella persecuzione chi ci lascia le penne sono i più deboli, i più poveri! Nelle catacombe, se Dio ci manda, noi invocheremo lo Spirito, ma andarci senza cercare di difendersi, è cretino“ (A. Savorana, Vita di don Giussani, pag. 523).

 




Avv. Amato: Ecco dove vogliono arrivare con la legge Zan

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Cosa comporterebbe per le scuole, e quindi per studenti, insegnanti e genitori, l’approvazione del Ddl Zan? Listituzione – il 17 maggio – della giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia e l’organizzazione in tale circostanza di cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile … in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado (Art. 5)? Soprattutto, quali sarebbero le conseguenze per i nostri ragazzi (e bambini) della strategia nazionale, per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni per motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere, elaborata ogni tre anni dallUNAR [Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali] assieme alle associazioni LGBTQIA, considerate per l’occasione enti formatori (Art. 6), senza che sia prevista partecipazione alcuna da parte delle associazioni di insegnanti, studenti e genitori?

 

Lo spiega l’avvocato Gianfranco Amato in questo breve e documentatissimo video.

 




Ddl Zan: omofobia o eterofobia?

Incontro da vedere tutto. Il titolo è molto significativo!

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Il femminismo italiano NON SOSTIENE la legge Zan sull’omofobia e lancia una petizione!

Non che siamo d’accordo con la proposta delle femministe, ma ci interessa far notare che anche le femministe non condividono il ddl Zan su un concetto importante, quello della identità di genere che distrugge il concetto di differenza di sesso per cui le femministe stesse si sono battute per decenni. A tal proposito le femministe lanciano una petizione, in diretta ai parlamentari italiani. Eccola.

 

Femmina simbolo

 

 

Noi femministe prendiamo atto di essere riuscite a fare emergere che l’espressione “identità di genere” non è ammissibile, come dimostra anche la richiesta del Comitato per la Legislazione avanzata alla Commissione Giustizia della Camera (e ignorata). Ci aspettiamo ora che la discussione in Parlamento vada nella direzione da noi indicata: sostituire il concetto di “identità di genere” con un più limpido e inequivoco “transessualità”.
NO ALL’”IDENTITA’ DI GENERE”
In tutto il mondo l’“identità di genere” viene brandita come un’arma contro le donne. L’identità di genere è il luogo in cui la realtà dei corpi -in particolare quella dei corpi femminili- viene fatta sparire.
E’ la premessa all’autodeterminazione senza vincoli nella scelta del genere a cui si intende appartenere, è l’essere donna a disposizione di tutti.
E’ il luogo in cui le donne nate donne devono chiamarsi “gente che mestrua” o “persone con cervice” perché nominarsi donne è trans-escludente.
E’ la ragione per la quale chi dice che una donna è un adulto umano di sesso femminile viene violentemente messa tacere, come è capitato a molte femministe: da Germaine Greer a Sylvane Agacinski, Julie Bindel, Chimamanda Ngozi Adichie e ora anche a J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, perseguitata per essersi detta donna e aver rifiutato la definizione di “persona che mestrua”.
E’ il luogo in cui le quote politiche destinate alle donne vengono occupate da uomini che si identificano come donne; dei fondi destinati alla tutela delle donne, delle azioni positive, delle leggi, dei posti di lavoro per le donne di cui usufruiscono uomini che si identificano come donne.
NO ALL’INSERIMENTO DELLA LOTTA ALLA MISOGINIA
La grande parte del femminismo italiano intende anche l’inserimento “in corner” della lotta alla misoginia nel contesto dell’omotransfobia come  una finta “concessione” alle donne per stemperarne e contenerne le obiezioni.
Le donne sono la maggior parte dell’umanità, non una delle minoranze del mondo Lgbtq+: questa è la prospettiva minoritaria transfemminista, non quella femminista.
Pensare le donne come sfumatura dell’arcobaleno Lgbtq+ non è accettabile e produce un pericoloso disordine simbolico. La lotta alla misoginia necessita di un percorso assolutamente diverso.
Per queste ragioni continueremo a chiedere che questa proposta di legge, pericolosa per le donne, venga emendata in sede di dibattito parlamentare come da noi richiesto.
Diversamente non sosterremo in alcun modo questa legge.

Udi Nazionale   Udi Napoli
Collettivo Luna Rossa
Associazione Freedomina ,
Associazione TerradiLei-napoli
Arcidonna
Associazione Salute Donna
RadFem Italia
In Radice- per l’Inviolabilità del corpo femminile
Se Non Ora Quando Genova
I-Dee
Associazione Donne Insieme
Arcilesbica
Arcilesbica Magdalen Berns
Associazione Trame

Catena Rosa

Ide&Azioni Associate

 

Marina Terragni
Monica Ricci Sargentini
Vittoria Tola
Anna Potito
Daniela Dioguardi
Elvira Reale
Stefania Cantatore
Gabriella Ferrari Bravo
Katia Ricci
Daniela Tuscano
Roberta Trucco
Eliana Bouchard
Raffaella MolenaTassetto
Milva Branchetti
Veronica Tamborini
Valeria Damiani
Cristina Gramolini
Rita Paltrinieri
Dina Speranza
Wilma Plevano
Paola Vitacolonna
Ester Ricciardelli
Simona Sorrentino
Giovanna Zappacosta
Laura De Barbieri
Rossana  Casalegno,
Rossana Ciambelli
Maria Esposito Siotto
Ada Ferri
Tiziana Giangrande
Gina Sfera
Anna Basevi
Carmen Manzo
Grazia Fresu
Nataliena Piccoli
Cristina Favati

Lia Aurioso

 




Omofobia. Pro Vita & Famiglia: «Abbiamo sporto denuncia contro l’onorevole Zan»

Alessandro Zan - #Restiamoliberi

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COMUNICATO STAMPA

Omofobia

Pro Vita & Famiglia: «Abbiamo sporto denuncia contro l’onorevole Zan»

 

Roma, 3 agosto 2020

“Abbiamo sporto una denuncia-querela contro l’Onorevole Alessandro Zan per aver pronunciato le seguenti frasi il 19.07.2020 a Verona: “Piazze dell’odio, dell’esclusione, della violenza” riferite alle nostre pacifiche manifestazioni. Riguardo il nostro dissenso verso il Pdl omotransfobia ha ancora dichiarato: “Vogliono dire che limita la libertà di pensiero semplicemente per continuare ad odiare, a discriminare, ad essere omofobi nei confronti di persone che oggi hanno meno diritti degli altri e dunque è ancora più vigliacco nascondersi dietro ad un principio di libertà di espressione”. Offendere l’onore e il decoro delle persone è inaccettabile e calunniare tante famiglie e persone ci preoccupa” hanno spiegato Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente di Pro Vita e Famiglia onlus in merito alla decisione di procedere per via legali contro il parlamentare. 

“Tra l’altro, se di mistificazioni si vuole parlare, che Zan si informi sugli abusi che le donne subiscono da transgender maschi nei Paesi dove simili leggi sono passate: nei bagni, negli spogliatoi, nelle carceri e nelle competizioni sportive. E non solo, neanche la clausola a tutela della libertà di espressione può tranquillizzare, basta informarsi: nel Regno Unito esiste, ed è molto più chiara di quella proposta in Italia, ma non ha evitato i problemi che denunciamo. Infatti non ha impedito l’arresto di numerosi “presunti colpevoli di omotransfobia”” hanno concluso Brandi e Coghe.

“Intanto, caro Zan, sappi che quelle che chiami le ‘Piazze dell’odio’ contro il tuo Pdl sono arrivate a 110 in tutta Italia, superando la quota di 100 che ci eravamo prefissati. Il tutto nel silenzio dei mass media che ignorano le decine di migliaia di persone indignate che si stanno mobilitando contro questa pericolosa deriva liberticida e incostituzionale. Ma le famiglie italiane non la vogliono, sono contrarie e non molleranno fino a quando la ragione e il buonsenso torneranno in Parlamento””ha concluso la nota di PV&F.

 

fonte: Provitaefamiglia.blog




Perché il ddl Zan contro l’omofobia, la transfobia e la misoginia, non giova affatto alle donne.

Alessandro Zan

 

 

di Lucia Comelli

 

L’accesa discussione in atto sul disegno di legge contro l’omofobia, la transfobia e la misoginia approvato un paio di giorni fa in Commissione Giustizia mi ha spinto a precisare

Un testo agile e ben documentato sulla teoria gender [ben riconoscibile anche nel ddl Zan] e sui notevolissimi interessi politici ed economici che la sostengono a livello Mondiale

termini come transessuale e transgender, dato che la proposta di legge estende le pene e le aggravanti previste dall’articolo 604 bis e ter del C.P. (la cosiddetta legge Mancino) a condotte motivate da omo – transfobia  senzadefinire le parole suddette, il cui significato evidentemente si presuppone acquisito, e senza soprattutto chiarire mai l’esatto significato della nuova fattispecie di delitto (come esigerebbe invece uno stato di diritto come il nostro, nonché l’estrema durezza delle pene previste).

In realtà, consultando alcuni siti che intendono dar voce alle minoranze sessuali, ho constatato direttamente l’equivocità di termini come trasgender e transessuale, che riflettono probabilmente nel linguaggio comune – il caos etimologico maturato all’interno della stessa comunità LGBTQI+.  Infatti il significato attribuito a queste parole è cambiato nel corso degli anni ed è ancora oggetto di un acceso dibattito.  Comunque, secondo la guida online che ho consultato: transgender è una persona il cui sesso biologico e l’identità di genere non concordano, che si identifica con il genere opposto a quello attribuitogli alla nascita, ma che non chiede di modificare i propri caratteri sessuali primari attraverso operazioni chirurgiche (come fa il transessuale)[1].

Queste precisazioni possono sembrare irrilevanti ai fini della tutela[2] delle minoranze sessuali e delle donne (infatti ai reati di omolesbobitransfobia si sono voluti aggiungere, nel recente testo unico[3], quelli ispirati alla misoginia[4]); invece non lo sono, perché sancire per legge un diritto significa contestualmente stabilire un dovere per qualcun altro ed è per questo che i cosiddetti nuovi diritti, come la tutela dell’identità di genere, tendono a confliggere con i diritti naturali, riconosciuti come inviolabili dall’art. 2 della nostra Costituzione. Se il ‘ddl Zan’ diventerà legge dello stato, ridurrà infatti sensibilmente le libertà di opinione e di espressione, la libertà religiosa, la libertà educativa dei genitori e persino il diritto all’uguaglianza e alla pari dignità sociale tra uomo e donna (art. 3) che la proposta di legge afferma invece di voler tutelare. Proprio su quest’ultimo, contraddittorio, aspetto del testo in questione vorrei soffermarmi.

La tv nazionale norvegese ha trasmesso nel 2010 il “paradosso norvegese”, un documentario girato dal sociologo e attore Harald Eia (sopra nella foto), che ha mostrato attraverso un’inchiesta rigorosa l’infondatezza scientifica dell’ideologia gender, secondo la quale donne e uomini sarebbero diversi unicamente dal punto di vista fisico, essendo ogni altra differenza frutto di condizionamenti culturali eliminabili. Il filmato (che dura una mezz’oretta ed è reperibile online con i sottotitoli in italiano) ha suscitato un appassionato dibattito dal quale, nel 2011, è nata la decisione del Consiglio dei ministri dei governi nordici di sospendere i finanziamenti al Nordic Gender Institute.    

 Come ha riconosciuto onestamente su Facebook Aurelio Mancuso, dirigente del Pd e già presidente di Arci Gay:

«L’utilizzo del termine identità di genere anziché transfobia apre oggettivamente un conflitto molto forte con il femminismo della differenza e di quello radicale. Conflitto che non si sarebbe proposto fino a pochi anni fa, ma che ora investe una dura discussione pubblica in tutto il mondo. Proprio nelle file dei partiti progressisti potrebbero esprimersi forti contrasti, tali da pregiudicare, soprattutto in Senato, l’approvazione della legge»[5]

Nel nostro Paese la legge consente già ad un uomo che abbia completato il processo di transizione (cioè si sia sottoposto a terapia ormonale e ad un intervento chirurgico di demolizione

del sesso maschile) di essere riconosciuto per legge come una donna (benché per un uomo trasformarsi realmente in donna o viceversa – sia per ovvi motivi impossibile, allo stesso modo per cui un sessantenne non può in nessun caso ritrasformarsi in un ventenne). Il Ddl Zan, inserendo nel testo la tutela dell’identità di genere, spiana la strada alla riforma – già proposta dal Mit (movimento identità trans) – della legge 164/2, che oggi regola la materia, che mira ad ottenere un pieno riconoscimento della nuova identità sulla base della semplice ‘autocertificazione’ dei soggetti interessati[6], senza necessità di alcun intervento chirurgico/farmacologico né di alcuna perizia: imponendo a chi rappresenta lo stato e agli altri cittadini di considerare a pieno titolo come donne esseri umani biologicamente maschi a tutti gli effetti (e viceversa).

 Che problema c’è? Ribattono i promotori della legge (e con loro molte anime belle): sosteniamo gli stessi diritti e libertà per tutti, senza distinzione!

Ora, che si possano estendere illimitatamente i diritti di un gruppo di cittadini senza contraccolpi negativi su altri è una convinzione logicamente insostenibile, smentita oltretutto da molteplici spesso grotteschi – fatti di cronaca. Un paio di giorni fa, ad esempio, mi sono imbattuta in una notizia bizzarra, direi comica, se i tempi fossero meno confusi di quelli presenti: a Toronto un’estetista ha dovuto chiudere la sua attività, unica fonte di sostentamento, per essersi rifiutata di fare una ceretta inguinale a un trans (con genitali maschili). L’aspetto drammatico della vicenda, non l’unica di tal genere, è che a farle chiudere i battenti per discriminazione contro l’identità di genere della cliente è stato il tribunale per i Diritti Umani della Columbia Britannica[7]: la ceretta come nuovo diritto umano!

 

La giornalista e femminista Marina Terragni [nella foto]in merito al Ddl Zan ha chiarito efficacemente nel suo blog la contrarietà di molti gruppi femministi al ddl Zan.  

 

In realtà l’aver sostituito l’identità di genere al sesso biologico nella definizione dei concetti di «uomo» e «donna» sta provocando problemi consistenti nei Paesi e nelle organizzazioni sovranazionali che hanno imboccato questa strada. In Inghilterra, punta avanzata dell’ideologia gender, alcune quote politiche riservate alle donne da tempo sono occupate da uomini che si identificano come donne: già nel 2018 Jeremy Corbin, leader del partito laburista inglese, usò le quote rosa per candidare in posizione di vantaggio alcune candidate trans, provocando l’esodo di circa 300 militanti e dirigenti donne del partito. La questione dell’identità di genere provoca da anni colossali problemi anche nel mondo dello sport: negli Usa gli sprinter o i lottatori transgender maschi che si identificano come femmine fanno man bassa delle classifiche sportive universitarie, sottraendo alle donne biologiche opportunità e borse di studio collegate ai risultati atletici[8]. Problemi anche peggiori nelle carceri: basta una dichiarazione scritta, fondata sulla percezione di sé come donna, e persone che sono fisicamente maschi a tutti gli effetti, persino se già condannati per violenza carnale, possono finire nelle sezioni femminili dei penitenziari[9] con drammatiche conseguenze per le altre detenute. Non è un caso che l’utilizzo nel ddl Zan del termine identità di genere anziché transfobia abbia causato anche in Italia, come osservato da Mancuso, un conflitto molto forte con una parte importante del femminismo. Contrasto che trova un’eco nella discussione in atto nel mondo occidentale. L’ostilità di molte femministe storiche e delle stesse attiviste dell’Arcilesbica[10], alla sostituzione della categoria del sesso con quella dell’identità di genere, nel ddl in questione, è stata spiegata con chiarezza dalle protagoniste del dibattito in molteplici interventi pubblici.

Come ha scritto La giornalista e femminista Marina Terragni in merito al Ddl Zan nel suo blog[11]:

«una legge che introduce il rischio di essere perseguiti penalmente se dici, per esempio, che una donna è una donna e non un mestruatore o una persona dotata di “buco davanti”; o che solo le donne partoriscono; o che l’omofecondità è solo un delirio di onnipotenza; o che l’utero in affitto è un abominio… una legge del genere sembra voler colpire più le donne che gli uomini … L’identità di genere è il luogo in cui la realtà dei corpi – in particolare dei corpi femminili – viene fatta sparire … è la ragione per cui le donne che si vogliono liberamente incontrare tra loro non possono farlo, e subiscono aggressioni quando lo fanno. Gli spogliatoi femminili a cui devono poter accedere persone con apparati genitali maschili. Le case-rifugio per donne maltrattate che devono ospitare anche persone con pene e testicoli. L’identità di genere è … la ragione per la quale chi dice che una donna è un adulto umano di sesso femminile viene violentemente messa tacere, come è capitato a molte femministe: da Germaine Greer a Silvyane Agacinski, Julie Bindel, Chimamanda Ngozi Adichie e ora anche a J.K. Rowling, l’autrice di Harry Potter, sotto attacco come transfobica per essersi detta donna e aver rifiutato la definizione di “persona che mestrua”. L’identità di genere è il motivo per il quale la ricercatrice Maya Forstater è stata licenziata dopo aver affermato che non è possibile cambiare il proprio sesso biologico, e altre donne in UK sono sotto processo. L’identità di genere ha a che vedere anche con altre questioni, come l’utero in affitto: le molte donne che lottano contro questa pratica vengono bullizzate come omotransfobiche che vogliono conservare il proprio “privilegio” e non accettano di cancellare la parola madre per essere definite “persona che partorisce”».”

Francesca Izzo, sempre dell’associazione SeNonOraQuando Libere (vedi in appendice la sintesi di un suo interessante articolo), riconduce il duro scontro in atto tra le stesse “femministe” a proposito della legge Zan adue opposte visioni della libertà femminile: una che punta a “neutralizzare” e a cancellare le differenze fluidificandole [cioè abbracciando la teoria gender e quindi negando la specificità dell’essere donna],l’altra che cerca di dare loro valore e senso [femminismo della differenza].

Per quanto mi riguarda, considero una scelta tragica per il bene comune quella di imporre per legge, indottrinando sistematicamente i più giovani e vulnerabili (diffondendo a tappeto nelle scuole la teoria gender) e mettendo a tacere con la forza i dissenzienti, una concezione ideologica e quindi falsa dell’essere umano e della sessualità. Negare la dimensione biologica, proprio nel momento in cui peraltro si classificano gli esseri umani in base alle loro pratiche sessuali, non aiuta veramente chi sperimenta un doloroso disallineamento tra la propria mente e il corpo, e costringe comunque i cittadini a sconfessare la realtà dei fatti, vivendo nell’equivoco e nella menzogna.

Concludo facendo pertanto mia un’affermazione della grandissima pensatrice Hannah Arendt:


 “Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più[12]

 

 

 

 

[1] Guida illustrata alla cultura queer -Transessuale cosa vuol dire? in Iosonominoranza.

[2] In realtà già assicurata dalla normativa esistente (articoli 61, 594, 595 e 612 del C.P.), come provato dalle sentenze di condanna pronunciate in tal senso negli ultimi anni.

[3] Il disegno di legge contro l’omofobia, la transfobia– che per comodità chiamo ancora ddl Zan (dal nome di uno dei proponenti) – nasce in realtà a metà luglio come sintesi di 5 proposte precedenti.

[4] Forse per rispondere alle critiche di chi, di fronte alla notevole crescita delle violenze contro le donne durante il lockdown, avrebbe voluto portare l’attenzione del governo su questa emergenza sociale, anche perché i dati forniti dall’OSCAD (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori) attestano la bassa incidenza di reati omotransfobici nel nostro Paese. In questo modo le donne, la metà del cielo, sono ridotte ad una sfumatura nella variegata galassia LGBTQI+. 

[5] Flavia Perina, Le battaglie per l’identità di genere rischiano di danneggiare i diritti delle donne, LinKiesta, 12 giugno 2020.

[6] Marina Terragni, Perché la legge contro l’omotransfobia è una faccenda che riguarda noi donne tutte, in FemminileMaschile, 22 giugno 2020.

[7] “È successo in Canada, a Toronto: un giorno l’estetista Marcia Da Silva ha visto arrivare nel suo centro Jessica Yaniv, un transessuale nato uomo che si identifica come una femmina, per altro lesbica. Il trans ha chiesto una ceretta inguinale.

Stando a quanto riporta il ‘Toronto Sun’, l’estetista – che all’inizio aveva accettato di fare la ceretta – ha cambiato idea quando ha capito che Yaniv aveva dei genitali maschili. La cosa non solo la turbava, ma avrebbe richiesto una procedura diversa rispetto alla ceretta inguinale femminile … Il transessuale, che continua a sostenere si tratti di discriminazione, ha scritto in un tweet: “Sono femmina. Sono una donna. Non sono un uomo. Ho diritto a OGNI servizio a cui una donna ha diritto e qualsiasi rifiuto di questo tipo costituisce una violazione dei miei diritti”.  Si rifiuta di fare la ceretta inguinale al trans: lui le fa chiudere l’attività, in VoceControCorrente, 27 Luglio 2019.

[8]Annalisa Cangemi, 300 donne contro Corbyn: nel partito hanno incluso anche le trans tra le quote rosa, 2 maggio 2018 (www.fanpage.it).

[9] Nata come David Thompson era diventata Karen White. La trans, che non si aveva ancora portato a termine la sua trasformazione a donna con l’operazione ai genitali, è stata accusata di stupro dopo aver violentata una donna. Finita in carcere, e rinchiusa nel penitenziario femminile, però, avrebbe abusato anche di due detenute. È accaduto in Gran Bretagna dove il caso ha avuto una forte risonanza. Trans finisce In un carcere femminile con l’accusa di stupro e violenta due detenute,10/09/2018 (www.pianetacarcere.it).

[10] Arcilesbica ha sottoscritto la la Dichiarazione per i diritti delle donne basate sul sesso firmata nel 2019 da un gruppo di accademiche, scrittrici e attiviste in tutto il mondo, con lo scopo di eliminare “tutte le forme di discriminazione contro le donne che risultano dalla sostituzione della categoria del sesso con quella dell’identità di genere”. L’associazione si è inoltre pronunciata contro la maternità surrogata, sponsorizzata dal movimento trans. Cfr Elisabetta Invernizzi, Perché considerare le persone trans come donne sta facendo esplodere il movimento Lgbt,

[11] Terragni, Perché la legge contro l’omotransfobia è una faccenda …

[12] Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo. Questo libro, pubblicato nel 1952, è considerato una pietra miliare negli studi sui regimi totalitari.

 

 

 

Le due anime del femminismo secondo Francesca Izzo

 

Il movimento delle donne contestando l’ordine naturale e quindi immutabile secondo cui gli uomini e le donne hanno per natura un destino, una funzione sociale definita in base al loro sesso ha per primo distinto il sesso con cui gli esseri umani vengono al mondo (un dato corporeo che coinvolge anche la dimensione psichica) dal genere, cioè dal ruolo sociale e comportamentale che le diverse società attribuiscono ai due sessi.  Su questa distinzione su cui il movimento delle donne ha “lavorato” per costruire un’identità femminile autonoma e libera si è divaricato il percorso tra le femministe che considerando la celebre frase di Simone de Beauvoir “donna non si nasce, si diventa” come un programma da realizzare, fanno coincidere totalmente il sesso con il genere, cancellando ogni specifica identità femminile e quelle che invece cercano di costruire un mondo in cui donne e uomini possano convivere pari e differenti, e la maternità, non sia considerata come un vincolo oppressivo, ma venga valorizzata  come una manifestazione altissima della creatività umana.

In quest’ultimo modo di intendere la libertà delle donne, il sesso e quindi la corporeità sono centrali, nell’altro invece risulta un mero dato biologico, da cui è bene prescindere per ancorarsi solo al genere, cioè alla costruzione sociale (che è trasformabile).

Qui si innesta la teoria gender, di origine anglosassone teorizzata dalla filosofa americana Judith Butler. Quest’ultima ha spinto la storicità del genere sino a considerare il sesso biologico una semplice costruzione sociale. Questa corrente di pensiero, nata all’interno dell’universo femminista, intendeva dare piena dignità e uguaglianza di diritti alle minoranze gay, transgender, queer essa, tuttavia, non solo svalorizza la dualità sessuale e l’eterosessualità, ma le giudica negativamente perché rappresentano un ordine che condanna chi non vi rientra alla perenne marginalità.

Contrastare questa posizione non significa difendere chissà quale privilegio bensì i fondamentali per qualsiasi azione di libertà femminile come quella ad esempio di collocare la maternità al centro della vita pubblica. Una politica delle donne fondata sul gender considererebbe questa azione discriminatoria verso le donne gender. Il dibattito aperto tra le “femministe” a proposito della legge Zan in qualche modo riproduce l’opposizione tra due diverse visioni della libertà femminile, una che punta a “neutralizzare” e a cancellare le differenze fluidificandole, l’altra a cercare di dare loro valore e senso, anche a quella dei trans operati o meno.

Francesca Izzo, Perché «identità sessuale» valorizza le differenze, 20 luglio 2020

 

 

 




Gianfranco Amato – La legge Zan sull’omofobia introdurrà il principio di indeterminazione del reato penale

L’introduzione della identità di genere nel diritto penale, cioè del principio di indeterminazione identitaria nella legge penale, ha delle conseguenze incalcolabili sulla libertà di tutti noi, perché lascia nelle mani del giudice, alla sua libera e completa interpretazione dei fatti, decidere se un atto da noi compiuto possa essere interpretato come reato o meno. Il tutto sganciato dalla realtà dell’atto stesso. Avremo dinanzi a noi una persona che ci accusa di un atto da lui interpretato come offensivo nei suoi confronti solo e soltanto sulla base della sua sensibilità personale ed interiore ed un giudice creativo che deciderà di conseguenza. Si capisce così che stiamo introducendo i semi di un regime autoritario. La nostra libertà è a rischio!!!

Guardate questi pochi minuti di video dell’avv. Gianfranco Amato che ci spiega la questione in maniera semplice semplice. Guardatelo e, se possibile,  condividetelo.

 

(se il video non si carica fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 




Legge Omofobia: La Commissione Giustizia approva un testo incostituzionale

Dal comunicato del Centro Studi Livatino del 30 luglio 2020


Commissione Affari Costituzionali

 

Il t.u. Zan ha finora collezionato una serie di anomalie e di forzature:

  • le sue disposizioni finanziarie (art. 7 e 9) sono state anticipate nella legge di conversione del DL rilancio, lasciando in piedi il testo;
  • la Commissione Giustizia della Camera ha dapprima ignorato le osservazioni e la condizione poste dal Comitato per la Legislazione;
  • la stessa Commissione oggi ha votato e mandato in Aula un testo evidentemente incostituzionale, se appena ieri la Commissione Commissione Affari Costituzionali aveva posto una serie di osservazioni, ma prima ancora due condizioni relative l’una al rischio di sanzionare penalmente libere opinioni, che non siano collegate ad atti di violenza, l’altra alla estrema genericità dell’uso di categorie come genere, identità di genere e orientamento sessuale.

Il carico ideologico dell’articolato è tale che perfino l’on. Ceccanti, relatore del parere di ieri in Commissione Affari Costituzionali oggi rassicura (chi?) che i rilievi critici da lui medesimo formulati saranno esaminati in Aula. Sarebbe interessante spiegare allora perché il suo parere ripete più volte, a proposito delle condizioni e delle osservazioni “valuti la Commissione…”: la Commissione, non l’Aula! perché se finora la foga di approvare norme liberticide è stata tale da superare il contesto costruttivo proprio della Commissione di merito, l’Aula sarà il luogo nel quale dimostrare che si raggiunge  l’obiettivo di punire per legge le opinioni in dissenso. Contro il buon senso e contro la Costituzione.

 




Omofobia: Cari vescovi, ora tocca a voi, i pastori siete voi, e il grave dovere di dare la vita per le pecore incombe su di voi.

Dall’articolo del prof. Lugaresi riprendo la parte che più interessa in questo momento. Tralascio quanto abbiamo già trattato su questo blog. 

 

vescovi

 

Vivere da cristiani in questo mondo non è mai stato facile. Semplice sì, facile mai. Neppure in quei christiana tempora di cui talvolta si favoleggia. Però una volta le difficoltà, almeno qui da noi in Italia, erano essenzialmente di ordine personale. Per vivere da cristiano ognuno doveva fare la fatica di sciogliere la propria durezza di cuore, vincere il proprio attaccamento al vizio e praticare in prima persona le virtù cardinali e teologali. Poteva anche essere durissima, ma la società e lo stato, in quanto tali, non ponevano ostacoli particolari a tale cammino. Anzi, vi sono stati momenti nel passato in cui si può dire che l’ambiente sociale addirittura favorisse, in qualche misura, la pratica delle virtù cristiane, quantomeno evitando di fomentare come oggi i vizi contrari ad esse.

Quella condizione è finita ormai da molto tempo: vivere da cristiani è culturalmente e socialmente difficile anche in Italia ormai da diversi decenni e la tendenza si è progressivamente accentuata. Fino a poco fa, tuttavia, non era ancora politicamente scomodo e giuridicamente pericoloso. Le cose però stanno rapidamente cambiando, anzi sono già cambiate. È giunta l’ora, ed è questa, in cui vivere da cristiani comporterà sempre di più dei rischi politici e legali. Il disegno di legge Zan, in questo senso, è solo il tassello di un’operazione più ampia, ma ha un valore simbolico inequivocabile. Le leggi anticristiane (e perciò disumane) del recente passato, come ad esempio quella sull’aborto, erano state emanate in un contesto in cui ancora il principio dell’obiezione di coscienza veniva comunemente accettato, perciò non obbligavano a comportamenti incompatibili con la fede. Il che, sia detto per inciso, ha permesso a molti cattolici di non opporvisi trincerandosi stoltamente nell’alibi dell’ «io non lo farò mai, ma non posso impedire agli altri eccetera eccetera». Non sarà più così. È giunta l’ora, ed è questa, in cui pratiche contro la vita umana e insegnamenti incompatibili con la verità sull’uomo saranno invece resi obbligatori e il libero esercizio del diritto di criticare il “pensiero unico” sarà coartato. Pena la galera.

Mentre le chiese di Francia vanno a fuoco, incendiate dai nemici della croce di  Cristo – a quattro anni dal martirio di quel padre Hamel che per primo rese di nuovo cruento, in una terra che fu cristiana, il sacrificio di Cristo sull’altare! – anche in Italia si avvicina il giorno in cui occorrerà di nuovo coraggio – coraggio fisico, intendo – per vivere da cristiani. Occorrerà a tutti, naturalmente, perché potrebbe toccare a ciascuno di noi di dover scegliere tra la fedeltà a Cristo e conservare il posto di lavoro o evitare il carcere. Ma occorrerà soprattutto a voi, cari vescovi italiani. Perché vedete, noi semplici fedeli siamo pecore e voi siete pastori. In quanto pecore, per definizione noi di coraggio ne abbiamo poco; per giunta siamo pecore italiane, per nulla abituate ad essere sbranate. Ora, fintanto che c’è un ovile, per quanto sgangherato, e un gregge, per quanto sparuto, noi pecore abbiamo dei diritti: anzitutto quello che voi pastori ci dimostriate e ci infondiate coraggio. Perché i pastori siete voi, e il grave dovere di dare la vita per le pecore incombe su di voi. Non siamo stati noi a caricarvelo sulle spalle, né siamo stati noi a eleggervi pastori. Vi tocca, c’è poco da fare.

Mi pare che voi, nelle attuali circostanze, siate molto prudenti e molto preoccupati di raccomandare (o imporre) prudenza alle pecore. Benissimo, avrete le vostre ragioni e io non pretendo di conoscerle né tantomeno di discuterle. 

(…) Anche i primi cristiani erano prudenti e cercavano finché potevano di scampare alla morte, ma quando erano posti davanti all’alternativa se sacrificare all’imperatore o morire sapevano che cosa bisognava fare.

Noi pecore, come ho detto, siamo spaventate. Quando sarà il momento, ci sarebbe di gran conforto, cari pastori, vedere qualcuno di voi andare serenamente in prigione per non sottostare ad una legge ingiusta.

 




Omofobia,  Le associazioni: dopo il parere della Comm. Affari Costituzionali il ddl Zan deve tornare in Comm. Giustizia. Non può andare in Aula lunedì 3 agosto!

Alessandro Zan

Alessandro Zan

 

Le associazioni …. valutano positivamente il lavoro svolto oggi dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera, chiamata a esprimere il parere sul testo unificato Zan in tema di contrasto alla omo-transfobia. Il parere pone una serie di osservazioni, ma prima ancora -e soprattutto- due condizioni relative l’una ai rischi di sanzionare penalmente opinioni liberamente espresse, che non siano collegate ad atti di violenza, l’altra alla estrema genericità dell’uso di categorie come genere, identità di genere e orientamento sessuale: con questo conferma le critiche e le riserve espresse da tanti giuristi durante le audizioni.

La prima commissione condiziona il proprio parere favorevole alla riformulazione dei testi normativi su tali essenziali concetti.

È del tutto evidente che adesso l’esame debba tornare nella Commissione Giustizia, e non in Aula. Lo esige il tenore letterale del parere, nel momento in cui – sia quanto alle condizioni sia quanto alle osservazioni – esso ripete la formula “valuti la Commissione di merito…”. Lo esige la sostanza del provvedimento: dopo la forzatura dell’aver anticipato le norme finanziarie del testo con l’inserimento degli art. 7 e 9 nella legge di conversione del DL rilancio, e dell’avere ignorato in Comm. Giustizia le osservazioni e la condizione poste dal Comitato per la Legislazione, oggi non va aggiunta forzatura a forzatura, sui delicati profili di costituzionalità.

Non è possibile pertanto, che la proposta di legge Zan sia calendarizzata nell’aula del prossimo 3 agosto 2020: é in gioco il rispetto dei principi fondanti della nostra Costituzione.

 

Roma, 29 luglio 2020

AGE Milano Provincia, Alleanza Cattolica, Ass. Amici di Lazzaro, Associazione Articolo 26, Ass. Cuore Azzurro, Ass. Cerchiamo il Tuo volto, Collatio.it, Ass. Convergenza Cristiana, Ass. Costruire Insieme, Ass. Difendere la vita con Maria, Ass. Donim Vitae, Ass. Esserci, Ass. Etica & Democrazia, Ass. FamigliaSI, Ass. Family Day- Difendiamo I Nostri Figli, Ass. Il Crocevia, Aippc – Ass. Italiana Psicologi e Psichiatri Cattolici, Ass. L’albero, Ass. Liberi e Forti, Associazioni Medici Cattolici Italiani, Ass. Nuova Generazione, Ass. naz. Pier Giorgio Frassati, Ass. Nonni 2.0, Ass. Non si tocca la famiglia, Ass. Politicainsieme, Ass. Progetto culturale, Ass. Proposte per Roma, Ass. Pro Vita & Famiglia, Ass. Radici, Ass. Rete Popolare, Ass. Risveglio, Ass. Steadfast Onlus, Ass. Umanitaria Padana, Ass. Vita Nuova – Rete Italia Insieme, Ass. Vivere Salendo, Associazione volontariato Opera Baldo, Avvocatura In Missione, Centro Italiano di Promozione e di Assistenza per la Famiglia, Centro internazionale Giovanni Paolo II e per il magistero sociale della Chiesa, Centro Studi Livatino, Circoli insieme, Comitato SALE per la dottrina sociale, Comunità Papa Giovanni XXIII, Confederazione internazionale del clero, CulturaCattolica.it,  Forum Cultura Pace e Vita Ets, Forum delle Associazioni sociosanitarie, International Family News, Movimento Per: Politica, Etica, Responsabilità, Movimento per la Vita, Movimento Regina dell’amore, Osservatorio di bioetica di Siena, Osservatorio parlamentare “Vera lex?”, Presidenza Comitato scientifico UCID, Presidenza onoraria Società italiana di bioetica e comitati etici, Rete Liberi di educare, Scuola di Cultura Cattolica.