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Da Arcilesbica a “Arcistronze”. Ecco come si finisce con il DDL Zan.

 

 

di Lucia Comelli

 

Il Ddl Zan spacca ulteriormente il movimento Lgbt: la presidente di Arcilesbica Cristina Gramolini denuncia in un post (vedi sotto) su Facebook atti di vandalismo ad opera di ignote persone transessuali contro la sede a Bologna dell’associazione, e un clima di intimidazione crescente all’interno della comunità. Contrarie all’utero in affitto e all’introduzione della categoria fluida di identità di genere, ree per avere chiesto emendamenti in proposito sul ddl Zan, le attiviste sono da tempo bersaglio di feroci attacchi soprattutto da parte della comunità trans, che invece vorrebbe vedere riconosciuto il proprio diritto all’auto certificazione (self id) in tal senso. Le posizioni in controtendenza di Arcilesbica aveva già causato all’associazione la cacciata nel maggio 2018 dalla storica sede LGBT del Cassero. In seguito allo sfratto, la Gramellini si era sfogata su Facebook con un’immagine tesa ad indicare il sopruso subito: una bandiera arcobaleno macchiata dal fango (dell’intolleranza), inoltre, commentando l’accaduto, aveva sottolineato che l’incompatibilità burocratica della sede (motivazione ufficiale dello sfratto) era emersa proprio dopo i dissensi degli ultimi mesi su utero in affitto e prostituzione, giudicate dalle attiviste dell’associazione due forme di sfruttamento della donna:“ArciLesbica non si è allineata alla richiesta di legalizzazione dell’utero in affitto, promuovendo invece l’accesso alle adozioni; abbiamo denunciato l’assurdità di rivendicare farmaci bloccanti della pubertà per i bambini e le bambine con comportamenti non conformi alle aspettative di genere, chiedendo invece di lasciare libera l’infanzia di esprimersi al di là degli stereotipi di genere; abbiamo criticato l’assistenza sessuale alle persone con disabilità, chiedendo per loro il pieno inserimento sociale e la non mercificazione dell’affettività; abbiamo respinto lo slogan Sex work is work, perché non normalizziamo l’uso sessuale delle donne”.

arcilesbica, nazionale, pagina facebook 11-05-2021
arcilesbica, nazionale, pagina facebook 11-05-2021



La copertina dell’Espresso è perfetta nel rendere chiaro l’obiettivo della legge Zan

La cover dell’Espresso è buon giornalismo, perché chiarisce in modo definitivo che il vero obiettivo della legge Zan è l’identità di genere, verso la libera autocertificazione o self-id. Le cittadine e i cittadini hanno diritto di saperlo. E di discuterne per il tempo che serve.

Ha fatto centro ancora una volta la femminista Marina Terragni nella sua critica alla legge Zan. Ecco il suo ultimo articolo ripreso da feministpost.it.

 

 

La copertina dell’Espresso è perfetta perché informa in modo eccellente sul ddl Zan, più di molti editoriali, trasmissioni tv e Zoom meeting, centrando perfettamente l’obiettivo: una donna incinta -solo le donne restano incinte- che si identifica come uomo, si è sottoposta a doppia mastectomia -cicatrici evidenti- e assume testosterone -barba e peluria-. Quella donna esigerà di essere definito “uomo che partorisce”, accuserà di misgendering e di transfobia chiunque dica, eventualmente a rischio di essere perseguito (è già capitato in giro per il mondo) che solo le donne partoriscono. Basta semplicemente dire che le donne hanno la vagina per passare un guaio: qui l’ultimo episodio.

La cover dell’Espresso è perfetta perché illustra il vero core del ddl Zan, l’identità di genere: non due ragazzi per mano o due donne che si baciano, ma un “uomo trans” che a quanto sembra non potrà più allattare, ma potrà partorire perché ha conservato intatti i suoi organi riproduttivi di donna. Forse, se posso, anziché un disegno avrei scelto una fotografia, ma il pudore è comprensibile.

 

 

Giusto una settimana fa a Milano dal palco della manifestazione pro-ddl Zan Marilena Grassadonia, leader di Famiglie Arcobaleno nonché responsabile diritti di Sinistra Italiana, ha chiarito che la legge Zan è solo l’inizio del percorso per arrivare alla riforma della legge 164/82 (ovvero la libera autocertificazione di genere, la piattaforma di legge è già pronta) e il libero accesso a utero in affitto (vedere qui). Nessuno l’ha smentita, a cominciare dallo stesso Zan. Del resto ci si sta provando in tutto il mondo, Europa compresa: in Spagna, dove infuria il dibattito sulla Ley Trans, in Germania, dove il 19 maggio il Bundestag discuterà una proposta di legge sul self-id. Con una significativa differenza: altrove l’obiettivo è esplicito, qui si fa di tutto per non discuterne apertamente. Per questo la cover dell’Espresso è un ottimo passo avanti.

La cover è giornalisticamente perfetta anche per un’altra ragione: dà un’informazione corretta sulle transizioni. Sceglie infatti un trans FtM, da donna a uomo, oggi il 75-80% delle transizioni tra i minori: si tratta di bambine e ragazze che cercano di sfuggire all’apparente miseria di essere donna in un mondo di maschi oppressori (“fuggire dalla casa in fiamme”) “identificandosi” con l’oppressore: è la tappa estrema, l’ultima e definitiva, dell’emancipazionismo (vedere qui). Anche la chirurgizzazione riguarda soprattutto ragazze: in 9 casi su 10 i trans MtF, da uomo a donna, conservano il loro corpo e i loro genitali intatti, mentre quasi sempre le ragazze FtM si fanno mastectomizzare e assumono ormoni.

Un paio di settimane fa abbiamo pubblicato su La Stampa un sondaggio realizzato in crowdfunding che puntava l’obiettivo sull’identità di genere (vedere qui) che ha registrato la contrarietà della maggioranza di cittadine e cittadini. Che cosa c’entra il ddl Zan, ci è stato contestato, con l’autocertificazione di genere? La cover dell’Espresso lo chiarisce definitivamente: l’identità di genere, come abbiamo sempre detto, è l’architrave della legge, il punto irrinunciabile insieme alla giornata di celebrazione contro l’omobitransfobia nelle scuole di ogni ordine e grado (senza necessità di consenso da parte dei singoli genitori) e alla formaziome Lgbtq.

In quei corsi si parlerà ben poco di amore omosessuale. Non si proietteranno film sull’amore tra donne e tra uomini -come gli splendidi Ritratto della giovane in fiamme o Moonlight-. Si parlerà soprattutto di identità di genere: anzi, se ne parla già. Si parlerà di carriera alias e varianza di genere (ovvero della possibilità di essere chiamati con il nome del genere prescelto e non quello anagrafico): anzi, se ne parla e si fa già da tempo, si vedano ad esempio le linee guida scuola “per bambini e adolescenti con varianza di genere” elaborate da Regione Lazio. Ai più piccoli, come in Canada, forse si presenterà Gegi (vedere qui) il magico unicorno che li accompagnerà a scoprire la loro gender identity e gender expression (slogan: non dirlo a mamma e papà, dillo a Gegi).

Si parlerà di utero in affitto, che è pur sempre un gran bel business da promuovere insieme al mercato della chirurgia e degli ormoni. Anzi, se ne sta già parlando molto nelle scuole italiane con grand tour dedicati. Quindi: benissimo la cover dell’Espresso, che spazza via ogni dubbio. La legge Zan è una della principali vie d’accesso alla civiltà transumana o postumana.

Può essere una cosa bellissima, oppure no. Quel che è certo, se ne deve discutere, a lungo e approfonditamente, non può essere la frettolosa decisione di pochi imposta alla maggioranza degli inconsapevoli. In Gran Bretagna dove se ne è parlato tanto, la stragrande maggioranza dei cittadine e i cittadini hanno detto no al self-id (94 per cento di contrari, secondo il sondaggio di The Times) e la formazione Lgbtq nelle scuole non si fa più. In Svezia, dopo avere avviato alla transizione migliaia di bambine e bambini poche settimane fa hanno deciso di vietare i puberty blocker.

Bene quindi la cover dell’Espresso che contribuisce alla chiarezza.

Marina Terragni




DDL ZAN, LIBRI E CENSURA

Ricevo e volentieri pubblico.

 

Censura libri

 

COMUNICATO

Siamo purtroppo costretti a comunicare un grave disservizio a danno di un volume stampato per i nostri tipi e intitolato “Legge omofobia perché non va. La proposta Zan esaminata articolo per articolo”, a cura di Alfredo Mantovano.

Con amarezza, infatti, anche per un dovere di tutela dell’Opera in questione e degli autori, dobbiamo constatare che, nonostante il libro sia stato distribuito in libreria dal 18 marzo 2021, dopo ripetute segnalazioni di clienti che desideravano acquistare il saggio presso la catena di librerie Feltrinelli, il volume a tutt’oggi non è presente in tale catena (è presente invece e disponibile su Librerie Feltrinelli on line) e che i clienti interessati al libro non hanno la possibilità ancora oggi di acquistarlo, neppure ordinandolo, presso tale catena.

Su nostra sollecitazione il nostro distributore, Messaggerie Libri spa, oggi ha chiesto chiarimenti ufficiali alla direzione della suddetta catena, ricevendo in risposta una mail dove, tra le varie cose, si chiede scusa dichiarando il proprio dispiacere per l’accaduto e promettendo di ordinare il libro.

In merito a ciò ci preme sottolineare che:

la libreria o la catena di librerie ha tutta la libertà di scegliere se ordinare, esporre e vendere un libro compiendo valutazioni di carattere commerciale o valutandone il contenuto. Quindi essa può rifiutare di accogliere un libro nei propri scaffali se non ritiene di poterlo vendere o se ritiene che il libro non abbia contenuti interessanti o adeguati.

Tuttavia la libreria o la catena di librerie non ha diritto di rifiutare un ordine di una persona che è interessata al libro e intenda ivi acquistarlo.

Tanto meno la libreria può addurre scuse al cliente che vuole acquistare il libro affermando che Cantagalli non è distribuito da Messaggerie Libri spa o che il libro è fuori catalogo ed è reperibile solo nelle bancarelle dei libri usati.

Accogliendo con piacere le scuse della Catena Librerie Feltrinelli ci preme tuttavia rimarcare il fatto che il comportamento sopra descritto sembra assumere i connotati di una vera e propria censura o “ostruzionismo commerciale”, che certamente non si confà ad un paese democratico come il nostro che all’art 21 della Costituzione riconosce la libertà di pensiero tramite la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.

Tuttavia siamo convinti che i tempi in cui i libri venivano bruciati nella pubblica piazza siano ormai lontani ricordi di un passato che ci auguriamo vivamente non ritorni mai più.

“La censura è figlia della paura e madre dell’ignoranza” (Laurie Halse Anderson)

                                                                                                                                

Edizioni Cantagalli

 

Ufficio Stampa Edizioni Cantagalli

[email protected]

 




Giorgio Ponte: Caro Fedez, io, omosessuale, potrei essere condannato per omofobia con la legge Zan (ma anche tu)

Quello che lo scrittore Giorgio Ponte dice a Fedez è molto interessante. Merita di esser visto, ascoltato e condiviso questo breve video.

 

(se il video qui sotto non si apre, cliccare qui)






DDL ZAN, ovvero il lupo travestito da agnello

Pietro Dubolino, presidente di sezione emerito della Corte di Cassazione, interviene sul ddl Zan, riprendendo in parte il contenuto di due suoi precedenti articoli comparsi sul quotidiano La Verità del 25 luglio e dell’11 novembre 2020, per farne emergere la carica liberticida, in ossequio alla massima del Digesto giustinianeo secondo cui “conoscere le leggi non è tenerne a mente le parole, ma lo spirito e la forza”.

L’articolo di Pietro Dubolino è stato pubblicato sul sito del Centro Studi Livatino da cui lo rilanciamo. 

 

lupo-vestito-da-pecora

 

Tra garanzie apparenti e pericoli reali  

 

1. Scire leges non est verba earum tenere, sed vim ac potestatem. A quest’antico brocardo latino, presente nel Digesto giustinianeo ed attribuito al giureconsulto Celso, ci si dovrebbe ispirare non solo quando si tratti  di interpretare ed applicare leggi vigenti ma anche quando occorra valutare in anticipo quale possa essere la sfera di effettiva operatività e, più in generale, l’impatto sociale di una legge di cui si proponga l’introduzione nell’ordinamento, come, al presente, si verifica con il disegno di legge Zan contro la c.d. “omotransfobia”.

Stando soltanto al testuale tenore di tale disegno, quale approvato dalla Camera dei deputati ed attualmente all’esame del Senato, potrebbe riconoscersi una qualche validità all’assunto dei suoi promotori e sostenitori secondo il quale esso non inciderebbe sulla libertà di espressione di quanti non condividessero le loro visioni in materia di sessualità e famiglia, ma comporterebbe unicamente l’estensione del già esistente divieto di “atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi” all’ipotesi che gli stessi atti siano “fondati sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”. E per “atti di discriminazione”  debbono intendersi, secondo la definizione datane dalla Convenzione di New York del 7 marzo 1966, recepita in Italia con la legge n. 654 del 1975, quelli costituiti da “ogni comportamento che, direttamente o indirettamente, comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, le convinzioni e le pratiche religiose e che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o  di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti umani e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale e in ogni altro settore della vita pubblica”.

Deve trattarsi, quindi, in altri termini e più sinteticamente, di un “comportamento” materiale che non solo sia mosso da  determinate motivazioni ma abbia anche, come risultato pratico o almeno come riconoscibile finalità, la effettiva  compromissione o la concreta possibilità di effettiva compromissione, in danno di taluni soggetti, delle condizioni di parità con gli altri nel godimento o nell’esercizio di diritti spettanti, per definizione, a tutti indistintamente. Di qui la deduzione che semplici espressioni verbali di dissenso, anche radicale, rispetto alla riconoscibilità, ad esempio, del diritto di omosessuali all’adozione di minori o alla pratica della c.d. “maternità surrogata” non potrebbero essere penalmente perseguite, non avendo esse “lo scopo o l’effetto” di distruggere o compromettere il godimento o l’esercizio di “diritti umani” o “libertà fondamentali” dei quali ciascun consociato debba ritenersi automaticamente ed incondizionatamente titolare. E ciò tanto più in quanto l’art. 4 dello stesso disegno di legge stabilisce espressamente che : “Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee  o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti”.

2.   Ma una tale deduzione (a parte quanto si dirà più oltre a proposito del citato art. 4), ancorché plausibile sotto il profilo della mera interpretazione letterale del testo in questione, non potrebbe in alcun modo dirsi esaustiva delle pratiche conseguenze che esso avrebbe, una volta entrato in vigore, sulle scelte comportamentali della generalità dei consociati. Questi infatti, nella stragrande maggioranza, non sono, ovviamente, esperti di diritto e si regolano, quindi, secondo cognizioni generiche ed approssimative di quanto sia da ritenersi consentito o vietato dalla legge, all’insegna, quasi sempre, del principio per cui, nel dubbio, è meglio astenersi da condotte che, per quanto si sa o se ne sente dire, potrebbero dar luogo a denunce, processi o, più genericamente, a conseguenze giudiziarie o a fastidi di qualsivoglia natura.

Ed è appunto su questo meccanismo che i fautori del disegno di legge Zan fanno, in realtà, senza confessarlo, il maggiore affidamento ai fini della realizzazione di quello che, per essi, è il risultato più importante, e cioè che la materia della sessualità e della famiglia diventi, nella comune percezione, una sorta di terreno minato nel quale la più elementare prudenza consigli quindi di non avventurarsi, se non osservando scrupolosamente le precauzioni dettate dagli stessi soggetti dai quali le mine sono state collocate.

3.   Si tratterebbe, del resto, dello stesso  risultato al quale  si è già pervenuti sotto la vigenza dell’attuale art. 604 bis del codice penale (riproduttivo dell’art. 3 della legge n. 654/1975), dal momento che, nel timore di essere anche solo denunciati per vere o presunte violazioni dei divieti da esso previsti, o, comunque, di subire veementi e rabbiosi attacchi mediatici (e, talvolta, anche fisici), non si osa più parlare o scrivere pubblicamente di rapporti tra razze (la parola stessa è, anzi, secondo alcuni, da considerare bandita), etnie, nazionalità o credenze religiose se non in termini rigorosamente in linea con i dogmi del “politicamente corretto”; vale a dire attenendosi ai luoghi comuni secondo cui la storia, le tradizioni, i costumi, la religione dell’Italia e dell’intera Europa non potrebbero mai essere oggetto di legittimo orgoglio  e di adeguata difesa, ma dovrebbero essere trattati in chiave di perpetua autocolpevolizzazione nel raffronto con quelli di altre parti del mondo e, in particolare, con quelli del mondo di tradizione islamica.

Basti per tutti, a dimostrarlo, il caso di Oriana Fallaci, a suo tempo sottoposta a procedimento penale (poi conclusosi senza pronuncia di merito a causa della sua morte), solo per aver pubblicamente sostenuto (poco importa se a torto o a ragione) che la religione islamica, soprattutto per la considerazione che in essa si ha della donna, era incompatibile con i principii della nostra civiltà, senza mai affermare o lasciar intendere, peraltro, che i musulmani dovessero per questo subire pregiudizio alcuno nel godimento o nell’esercizio dei diritti a tutti riconosciuti dalla legge.

4.  Né a diversa conclusione potrebbe pervenirsi facendo affidamento sul già ricordato art. 4 del disegno di legge in questione. In base ad esso, infatti, come si è visto, “la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee  o alla libertà delle scelte” sarebbero salvaguardate solo a condizione che non diano luogo neppure al “concreto pericolo” (e, a maggior ragione, alla effettiva commissione) di atti che, pur senza essere “violenti”, siano tuttavia almeno “discriminatori”. In pratica è come dire che l’esercizio di determinati diritti non potrebbe comportare  responsabilità per discriminazione a condizione, però, che non costituisse… ”discriminazione”. Le due proposizioni si annullano a vicenda e rendono, quindi, del tutto inoperante l’apparente garanzia contenuta nella previsione in questione.

5. Sotto questo profilo, l’attuale disegno di legge rappresenta, anzi,  addirittura un peggioramento rispetto all’originaria proposta a firma Scalfarotto ed altri, nel testo approvato dalla Camera nel corso della precedente legislatura  e, precisamente, il 19 settembre 2013. In esso, infatti, all’art. 1, comma 1, lett. c), si stabiliva che: “Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero anche se assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei princìpi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni”. 

Appare evidente, nel raffronto tra questo testo e quello dell’art. 4 del progetto  attualmente all’esame del Senato, che il primo, a differenza del secondo, pur lasciando aperti molti ed inquietanti interrogativi circa l’individuazione, in concreto,  delle condizioni previste per la sua operatività,  garantiva però che, una volta riscontrata comunque l’esistenza di tali condizioni, sarebbe stata automaticamente esclusa la configurabilità di una “discriminazione” o di una “istigazione alla discriminazione” e, quindi, anche la possibilità che si fosse in presenza  di una condotta costituente reato.

Tanto per fare un esempio, stando alla formulazione del testo approvato nel  2013, il direttore di una scuola privata avrebbe potuto nutrire il ragionevole convincimento di non commettere reato nel rifiutare l’assunzione, come insegnante, di un soggetto dichiaratamente ed ostentatamente dedito a pratiche omosessuali, ove avesse ritenuto che una tale scelta di vita fosse  in contrasto con gli indirizzi educativi della stessa scuola,  quali individuati nell’ambito del diritto che l’art. 33, comma terzo, della Costituzione, attribuisce ad enti e privati di “istituire scuole e istituti di educazione senza oneri per lo Stato”. Lo stesso non potrebbe dirsi, però,   sulla base di quanto ora prevede l’art. 4 del testo  licenziato dalla Camera, dal momento che quell’eventuale  rifiuto di assunzione, siccome effettivamente costituente, sotto  un profilo meramente oggettivo, una  “discriminazione”, potrebbe  comunque dar luogo, per ciò solo,  a responsabilità penale.

6.   Rimane solo da dire, a questo punto, che quella che si è in precedenza indicata come la presumibile, principale finalità perseguita dai promotori del disegno di legge Zan rimarrebbe in larga parte frustrata ove, al posto di esso, venisse approvato  il disegno di legge alternativo che, stando alle ultime notizie di cronaca, è stato o starebbe per essere presentato da alcuni senatori dei gruppi di centro destra e la cui caratteristica essenziale sarebbe quella di prevedere soltanto come aggravante per i comuni reati di violenza il fatto che questi siano motivati, tra l’altro, dagli orientamenti sessuali delle vittime. Ciò rappresenterebbe senz’altro un vantaggio, a fronte dei segnalati pericoli per la effettiva libertà di manifestazione del pensiero che di fatto inevitabilmente deriverebbero dall’approvazione del disegno di legge Zan. Vi è però da osservare che si tratterebbe comunque dell’implicito riconoscimento di una situazione di allarme prodotta da un abnorme incremento, in realtà inesistente (come sempre sostenuto anche da tutto lo schieramento di centro destra), di atti di violenza in danno di appartenenti al mondo c.d. LGBT.

Ma si tratterebbe anche e soprattutto di un ennesimo passo avanti sulla via della creazione di sempre nuove categorie di persone da considerare in qualche modo “privilegiate” rispetto alla generalità dei consociati, sotto il profilo, in particolare, del livello al quale deve collocarsi il loro diritto alla protezione da parte dello Stato. Un processo, questo, che porta, in ultima analisi, alla sostituzione del moderno concetto di “Stato di diritto” con quello, ad esso antecedente, di “Stato dei diritti”; di uno Stato, cioè, nel quale non esistevano diritti ritenuti in partenza uguali per tutti ma ciascuna categoria (nobili, mercanti, artigiani, contadini, ecclesiastici, etc.) e, frequentemente, anche taluna delle infinite sottocategorie, doveva adoperarsi per acquisire dal titolare della sovranità e poi difendere contro di lui e contro le altre categorie o sottocategorie i propri particolari diritti.

Non a caso, ad esempio, la “magna charta  libertatum” ebbe questa denominazione e non quella di “magna charta libertatis”, proprio perché essa non garantiva un generale diritto di libertà per i sudditi del re d’Inghilterra ma garantiva, essenzialmente, soltanto le singole libertà, specificatamente indicate, dei signori feudali nei confronti della corona. Si è generalmente ritenuto, nel corso degli ultimi tre secoli, che il superamento di tale situazione, anche se talvolta realizzato con metodi a dir poco discutibili, costituisse comunque un progresso. Nulla impedisce, però, di pensarla diversamente e di regolarsi di conseguenza, a condizione che si abbia almeno il coraggio e l’onestà intellettuale di ammetterlo.

 

 




Ddl Zan, chi osa ancora opporsi

Marina-Terragni-Alessandro-Zan
Marina Terragni-Alessandro Zan

 

 

di Angela Comelli

 

Come al culmine di un rito sacrificale, il rumore dei tamburi si fa sempre più forte e non lascia spazio né modo di ascoltare altro. Il discorso si è appiattito e ridotto a slogan: se sei contro il DDL Zan, anzi se solo osi criticarlo anche in minima parte, sei omofobo, discorso chiuso.

Tutti quelli che sono bravi, belli e buoni si dipingono la mano scrivendo DDL ZAN e postano la foto sui social, gli altri farebbero meglio a tacere perché sono brutti, sporchi e cattivi.

Coloro che hanno provato ad elencare punti critici e rischi del ddl sono stati travolti dalla marea di una propaganda che va tutta in una sola direzione e che viene amplificata da ogni mezzo di comunicazione possibile ed immaginabile, non ultimo il palco del concerto del 1 maggio. Per non parlare di insulti, minacce, offese…

Contro ogni pronostico, però, si levano, sempre più numerose, voci contrarie e, per colmo, provenienti dalla stessa area politico-culturale che ha fatto del DDl Zan la propria bandiera.

L’opposizione al pensiero unico non è più appannaggio di cattolici retrogradi ed illiberali, ma viene portata avanti anche da importanti esponenti del mondo femminista, di arcilesbica, della sinistra.

Solo qualche esempio tra i tanti.

 

Intervista a Monica Ricci Sargentini, giornalista del Corriere della Sera femminista della differenza e membro della Coalizione internazionale contro la maternità surrogata (Ciams)- Marco Guerra, Interris.it, 24/4/2021

Alla domanda del giornalista: “….vorremmo sapere quali sono i timori delle femministe rispetto a ‘sto ddl…”

Ricci Sargentini risponde: “In primis il fatto che introduce, in maniera molto vaga, nell’ordinamento italiano il concetto di identità di genere slegato dal sesso biologico, c’è il rischio che uno si auto certifichi secondo la sua percezione di sé. Insomma la cosiddetta self identity che in molti Paesi sta creando una marea di problemi. Se bastasse sentirsi donna per esserlo avremmo tutte le conseguenze del caso che vediamo dove questa cosa è possibile, ad esempio luoghi come spogliatoi, bagni e carceri non sarebbero più sicuri per le donne perché chiunque potrebbe accedervi. Una legge sulla “self id” è stata bocciata dalla Gran Bretagna, perché la maggior parte degli britannici si è dimostrata contraria. Un’altra cosa che ci dà fastidio è che nella legge hanno introdotto anche la misoginia, come se le donne fossero una minoranza e non la metà dell’umanità, le donne non hanno mai chiesto questo e non si capisce perché dovrebbe essere inserita la misoginia in un ddl a tutela delle minoranze”.

 

Ddl Zan, quel no (inaspettato) alla legge sull’omofobia di femministe e Arcilesbica .

E’ il titolo di un articolo a firma Alessandra Arachi, apparso sul corriere.it del 3 maggio scorso, in cui si legge:

“Non soltanto la maggioranza, il ddl Zan divide l’universo femminista. E divide anche le famiglie: Cristina Comencini guida lo schieramento delle donne che il testo sull’omotransfobia vorrebbero emendarlo, mentre la sorella Francesca sta con le femministe che vorrebbero approvarlo così com’è.

…«Aver esteso il ddl Zan anche ai reati di misogenia e disabilità fa regredire le donne nel passato, le considera una categoria, una minoranza mentre siamo più della metà del paese», commenta Francesca Izzo, storica del pensiero moderno e contemporaneo e storica femminista. E aggiunge: «Anche sull’identità di genere bisognerebbe fare dei cambiamenti». 

È Marina Terragni a spiegarci quali cambiamenti per l’identità di genere. Storica femminista che ha fatto le battaglie accanto al Mit, Movimento italiano transessuali, Terragni dice: «L’identità di genere è un oggetto non definito e non puoi mettere in una legge penale un oggetto non definito. Nel testo si parla di identità autopercepita che è l’ambiguità che apre la porta alla “Self Id”, l’autopercezione del genere. Per capire: in California, dove il self-Id è diventato legge ci sono stati 270 detenuti che si sono dichiarati donne e hanno chiesto di andare nel carcere femminile, con il terrore delle detenute. In Gran Bretagna è successo lo stesso con uno stupratore che si è dichiarato donna. Non basta l’autocertficazione per cambiare sesso ci vuole un percorso». Per Terragni è da modificare anche l’ingresso nelle scuole per parlare della Gravidanza per altri (l’utero in affitto): «Non si capisce, per l’ora di religione ci vuole il consenso dei genitori e per questo no, perché lo decide una legge»…..”

 

Si spinge oltre Aurelio Mancuso, dirigente del PD, giornalista italiano, già presidente nazionale di Arcigay, che, sulla sua pagina Fb, invita a sottoscrivere un appello per cambiare il DDL Zan , dicendo, tra l’altro:

“…Vogliamo presto un provvedimento che combatta in maniera severa l’omotransfobia, ma con amarezza rileviamo che questo disegno di legge si è trasformato in un manifesto ideologico, che rischia di mettere in secondo piano l’obiettivo principale e di ridurre pesantemente diritti e gli interessi delle donne e la libertà di espressione.

E’ un testo che va emendato prima di essere approvato, perché una legge scritta male porta a delle interpretazioni ed applicazioni controverse che riducono i diritti e non ne consentono la piena tutela.

Il ddl Zan facendo leva su un tecnicismo che appare secondario e terminologico introdurrebbe, se non emendato, una pericolosa sovrapposizione della parola “sesso” con quella di “genere” con conseguenze contrarie all’art. 3 della Costituzione per cui i diritti vengono riconosciuti in base al sesso e non al genere e non in armonia con la normativa vigente, legge n. 164/82 (e successive sentenze della Corte Costituzionale), che ammette e consente la transizione da un sesso ad un altro sulla base non di una semplice auto-dichiarazione. La definizione di ‘genere’ contenuta nel ddl Zan, che non è accettata dagli altri Paesi, crea una forma di indeterminatezza che non è ammessa dal diritto, che invece ha il dovere di dare certezze alle relazioni giuridiche e di individuare le varie fattispecie

 

Omofobia. Via dal non dibattito. Via l’identità di genere

E’ il titolo di un articolo di Marina Terragni, pubblicato su Avvenire il 6 maggio scorso.

“……..Il non-dibattito sul ddl Zan sull’omobitransfobia è avvenuto a lungo in questo clima tribalistico-identitario: prova a dire qualsiasi cosa su quel testo, prova a mettere il piede in quel « safe space » e ti arriverà addosso di tutto, dagli insulti alle minacce di morte (e non per dire). «Quel testo non si modifica»: così Monica Cirinnà ha chiuso perentoriamente ogni discussione. Il fatto è che la discussione non si è mai aperta. Quel ddl è passato alla Camera senza che quasi nessuno se ne accorgesse: non per essere benaltristi, ma in effetti a novembre avevamo ben altri problemi, con le terapie intensive che tornavano a riempirsi. In verità la discussione deve ancora cominciare. 

Discussione che deve essere ampia, approfondita, e prendersi tutto il tempo necessario com’è stato per altri temi sensibili (divorzio, per esempio, o aborto). E anche se a prima vista non sembrerebbe, questo è un tema sensibilissimo che riguarda tutte e tutti: vedremo perché. Prima però l’aggiornamento del bollettino dell’odio: dopo le manganellate social che si sono abbattute su Paola Concia, Valeria Valente, Luana Zanella intervistate da questo giornale, e solo per avere garbatamente esposto alcune riserve critiche, eccoci alle minacce di morte. «Vi ammazzo tutte, schifose maledette». «Il giorno in cui cominceremo ad ammazzare i porci come lei sarà sempre troppo tardi».

…… Torniamo al perché il ddl Zan riguarda tutte e tutti, e non solo le minoranze omo e transessuali, che giustamente si prefigge di tutelare: il concetto di identità di genere, vero architrave del ddl, va a toccare in radice e per tutti la sessuazione umana sostituendo il concetto di transessualità – condizione ben definita e regolata dalla legge 164/82 e successive sentenze – con un ‘percepito’ (sentirsi donna o uomo, o né l’una né l’altro) che si vorrebbe riconosciuto senza alcun percorso, né perizie, né sentenze. Un cambiamento epocale che impatterebbe sulla vita collettiva. Anche, e non positivamente, sulla vita delle stesse persone trans…………….”

 

Il ddl Zan è stato portato avanti con protervia, come priorità assoluta in un momento storico in cui le emergenze del Paese e delle persone sono altre, senza la possibilità di un confronto sereno ed approfondito su temi così sensibili, nascondendo, sotto una montagna di slogan, la realtà. Quella realtà che in maniera palese dice che in Italia non c’è un aumento dei crimini d’odio legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere, che nel nostro ordinamento penale non c’è un vuoto legislativo per punire tali crimini, che nel DDL Zan non c’è determinatezza del contenuto del reato che rischia di essere legato a percezioni soggettive con la gravissima conseguenza di ritenere istigazione alla violenza anche la semplice espressione di legittime opinioni, come già sta accadendo nei Paesi che hanno adottato leggi simili. Una realtà che dice che il DDL Zan non deve essere emendato, deve essere semplicemente bocciato e buttato nel cestino della storia.

 

 

 




Il DDL Zan è l’applicazione più corretta e coerente dell’Umanesimo (che molti credenti rivendicano come cristiano!)

“Le leggi di un paese non saranno mai neutrali sul piano antropologico. La laicità è una ipocrisia, come la tolleranza giacobina. Semplicemente, le leggi non possono essere neutrali, per definizione. Ogni visione legislativa, giuridica e sociale riflette più o meno coscientemente una precisa visione dell’uomo. Il DDL Zan è l’applicazione ultima della visione antropologica umanista.”

 

LGBTQ attivisti (foto, credit: Reuters)
LGBTQ attivisti (foto, credit: Reuters)

 

 

di Pierluigi Pavone

 

È necessario andare al di là delle pur opportune questioni giuridiche, legislative, ideologiche, ecc.

È sempre necessario capire le matrici originarie. Nessuno – tanto meno i promotori di tale legge (poco interessa, in questo caso, che siano consapevoli o mere e ignoranti pedine non-pensanti ma valide mediaticamente) – smentirà che i presupposti di questa legge, come la teoria Gender, siano da rintracciare nella dottrina cabalista che Giovanni Pico della Mirandola ha applicato sull’uomo. Firenze medicea, seconda metà del Quattrocento e in chiave esplicitamente universale e sincretista.

Già la Cabala offriva la possibilità di “pensare” Dio come En Sof (infinito indeterminato e illimitato) e l’universo come auto-contrazione di Dio stesso. Non a caso Pico della Mirandola  intendeva la Genesi come la creazione divina del mondo, in quanto “tempio di Dio” e “dimora della sua divinità”. Presupposto oggi dell’ecologismo teologico.

Ma l’umanista fiorentino va oltre: grazie alla Cabala è in grado di riproporre – dopo il Medio-Evo – l’antica dottrina gnostica dell’uomo divino. Non più nel mondo prigione. Non più contro il creatore malvagio. Per Pico della Mirandola, Dio stesso crea l’uomo con una “natura indeterminata e indistinta”, perché sia l’uomo ad auto-plasmarsi fino a Dio stesso. Fino a auto-deificarsi. Questa è la radice antropologica di tutta la modernità. Un’essenza indistinta e auto-plasmabile all’infinito, in base ad un volontarismo e desiderio illimitati.

Fino a quando era viva la questione sociale, tale auto-creazione della propria umanità, si presumeva avvenisse per mezzo del lavoro (il marxismo non è altro che lo sviluppo rivoluzionario di questa matrice ottocentesca).

Dopo la rivoluzione del 1968 e la questione sessuale imposta grazie al connubio tra Marx e Freud, il processo di auto-plasmazione diventa assoluto, fino a toccare l’identità sessuale. Non è più ad extra, nella società, ma ad intra. Interiormente e illimitatamente.

Le leggi di un paese non saranno mai neutrali sul piano antropologico. La laicità è una ipocrisia, come la tolleranza giacobina. Semplicemente, le leggi non possono essere neutrali, per definizione. Ogni visione legislativa, giuridica e sociale riflette più o meno coscientemente una precisa visione dell’uomo. Il DDL Zan è l’applicazione ultima della visione antropologica umanista.

È sarebbe assurdo e inutile opporsi alla proposta di legge, senza conoscere i presupposti da cui quella legge deriva. Anche vincendo l’opposizione in Parlamento, sarebbe un momento effimero e non duraturo. Perché non avremmo capito la matrice ultima. E quindi ci continuerebbe a sfuggire il vero fine ultimo, rispetto a  cui questa legge è un elemento. E neppure quello definitivo!

 




Non c’è nessun crimine d’odio se auguriamo ad un bimbo di avere un padre e una madre

(se il video qui sotto non si apre, cliccare qui)



 

DDL Zan: non fatevi ingannare, non schieratevi con i più forti e i più ricchi, credendo di stare dalla parte dei più deboli e dei più poveri. Smascherate questo crudele giochetto!




Il Ddl Zan non tutela i diritti (già protetti), ma “uccide” la libertà di pensiero.

(se il video qui sotto non si carica, cliccare qui)






Il vero volto del ddl Zan

Una lettrice ci scrive.

 

lgbt scuola bambini gender

 

 

di Maria Bigazzi

 

È notizia di mercoledì 28 aprile la calendarizzazione del disegno di legge Zan sull’omofobia da parte della Commissione permanente Giustizia del Senato, trasmesso dalla Camera dei Deputati al Senato della Repubblica lo scorso 5 novembre.

Con 13 voti favorevoli e 11 contrari, la discussione su questa proposta di legge rimane ancora aperta con premesse non buone.

In questi ultimi mesi abbiamo assistito a un risveglio di tante persone, in particolare di personaggi famosi che si sono detti a favore di tale proposta (senza mai giustificare validamente il perché) esibendo la loro manina con la scritta Ddl Zan.

Ma alzare la mano prendendo parte all’ennesima buffonata sociale non significa certo aver compreso il testo della proposta di Legge, né quale sia il vero significato e il fine del Ddl.

Oggi però siamo abituati alla cultura di massa, per cui un gruppo di uomini e donne famosi che si fanno fotografare con uno slogan o che insultano chi la pensa diversamente usufruendo della tv di Stato, rappresenta il modello da seguire e imitare, gli eroi della società, quelli che però non sanno fare altro che ripetere a pappagallo ciò che gli viene chiesto, senza mai farsi un’idea personale sulle vicende della vita.

Triste, ma vero.

Eppure fino a qualche mese fa non si sentiva parlare di omofobia, di aggressioni o insulti. Tutto è scoppiato quando ci si è avvicinati nuovamente alla riunione per la calendarizzazione di tale proposta. Allora il web è stato invaso da notizie di aggressioni, insulti e odio contro le persone omosessuali, accuse che poi per la maggior parte si sono rivelate infondate o di cui sono state riportate solo parti dell’accaduto.

Un’analisi ben approfondita dei casi e non una veloce lettura sui post degli influencer di turno, dimostrerebbe una versione dei fatti ben diversa.

Ma andiamo oltre tutto ciò. Il vero male è che oggi si accettano ideologie e convinzioni senza conoscerne il vero significato, ma solo perché appartenenti al pensiero unico. È il pensiero del “Tanto lo fanno tutti”, e se è così, allora è giusto.

La veloce e grandissima divulgazione di notizie ha fatto in modo che oggi anche chi non è competente in materia parla di tutto senza che nessuno lo possa contraddire, altrimenti si viene subito considerati come coloro che non rispettano gli altri, che sono medievali e assolutisti.

Abbiamo scoperto, infatti, che in realtà dietro a cantanti, influencer, cuochi, presentatori, comici e attori, si nascondono dei veri e propri giuristi, legis doctores, che hanno potuto, grazie ad anni di studio di giurisprudenza, a tecniche interpretative ed esperienza sul campo, spiegare agli italiani cos’è il Ddl Zan.

Un contributo davvero importante per diffondere menzogne e presentare il lupo come un candido agnellino.

E come sempre, chi ha analizzato i fatti in modo oggettivo e chiarificatore è stato bandito e accusato di omofobia. Parola, questa, che oggi viene usata molto facilmente da chi non vuole aprirsi al dialogo ma si chiude dentro il guscio della propria ideologia.

Innanzitutto, prima di parlare di qualcosa è segno di intelligenza conoscere l’argomento, approfondendolo e studiandolo. Non si diventa cuochi leggendo su internet la ricetta di uno chef stellato, ci vogliono anni di studio e pratica. Allo stesso modo non si può dire di conoscere in toto una legge se non si conoscono i metodi di interpretazione delle norme, gli effettivi cambiamenti che queste porteranno al sistema giuridico e quali saranno le conseguenze

Leggere il testo di una legge non significa avere una piena conoscenza di ciò che indicano le norme.

L’interpretazione è un processo che richiede uno studio non indifferente. Essa infatti, come afferma il giurista Kelsen, deve porsi sia a livello della nomostatica che a livello della nomodinamica, cioè sia per la descrizione di norme che per la creazione di norme, anche se viene definita in generale come “un procedimento intellettuale che accompagna il processo dell’applicazione del diritto nel progressivo passaggio da un piano superiore ad un piano inferiore”.

Insomma, non basta dire è giusto o è sbagliato senza avere le basi conoscitive per affermare tale conclusione, né tanto meno analizzarne il testo senza averne le competenze.

È possibile e, anzi, doveroso, conoscere quali sono gli obiettivi di una legge che andrà a cambiare in modo decisivo la nostra vita.

Chi sostiene il Ddl Zan continuando a ripetere che è necessario per arginare le aggressioni specificandone l’aggravante, non vuole capire che tale tutela esiste già, indipendentemente dal cosiddetto “orientamento sessuale”. Il codice penale, infatti, tutela già tutti i casi previsti dalla Legge.

È incredibile che coloro che da sempre hanno parlato di uguaglianza e combattuto contro le discriminazioni, siano i primi a sostenere la creazione di categorie a parte, con leggi speciali e giornate internazionali dedicate. La più grande discriminazione se si pensa a tutte le altre “categorie” di persone che andrebbero tutelate maggiormente, ma che fanno affidamento sulle leggi già esistenti senza chiedere nulla di più.

Ma il fine del Ddl non è quello di proteggere gli omosessuali. Vi è differenza tra il non accettare determinati atti, come l’adozione di figli a coppie omosessuali, in quanto ciò costituisce una grave privazione nei confronti del bambino di avere un padre e una madre, soggetti di cui ha bisogno e da cui inevitabilmente è nato; dal permettere una legge che vada a limitare la libertà della persona nell’esprimere il suo pensiero verso certi comportamenti, senza mai giudicare il soggetto che lo compie.

Lo scopo è un altro e vede gli stessi omosessuali oggetto per raggiungere fini ben specifici delle lobby LGBT, che puntano al potere per arrivare ad affermare nella società teorie false e distorte. Con la legge Zan, la teoria gender giungerebbe in tutte le scuole, senza possibilità di opposizione, in quanto prevista dall’articolo 8 della proposta di legge.

Non solo. Tale proposta vuole determinare il superamento del sesso biologico, non riconoscendo più il sesso maschile e il sesso femminile, ma quello che ciascuno, in base alle proprie sensibilità, si sente di essere, aprendo la strada anche a cure per il cambio di sesso a giovani, come già accade in America e altri Paesi del mondo, e che ha portato alla rovina fisica e psichica di molti ragazzi e ragazze.

Con l’approvazione di tale testo, inoltre, nelle scuole verranno insegnate ai nostri figli teorie contro la libertà della persona e intrise di ideologia, proprio come al tempo dei regimi totalitari, e questo senza che i genitori possano rifiutare, perché lo Stato si sostituirà a loro nell’educazione (cosa che già fa con l’educazione sessuale), indottrinando i bambini e punendo chi vi si oppone.

Si apriranno le porte a drag queen, che con discorsi e immagini a cui non dovrebbe mai essere sottoposto un minorenne, insegneranno le proprie teorie opprimendo la libertà di espressione, ferendo la sensibilità dei bambini a cui però nessuno pensa.

Non si potrà più parlare di matrimonio tra uomo e donna su cui si fonda lo Stato, e lo stesso articolo 29 della Costituzione che lo afferma dovrebbe per coerenza essere cambiato.

Gli stessi cristiani e sacerdoti verranno discriminati e fatti tacere, perché il Vangelo e la Bibbia mettono ben in chiaro il male dell’atto contro natura, e ciò non significa condannare qualcuno, ma il comportamento che la natura stessa non accetta.

Verranno a crearsi nuove categorie di discriminati che a loro volta richiederanno leggi e tutele specifiche, creando un circolo vizioso che sfocerà nella creazione di una società opprimente e dispotica.

Con tale proposta dunque, la libertà verrà completamente limitata e i bambini diventeranno oggetti da modellare secondo l’ideologia.

Rifiutare tutto questo non significa essere omofobi, ma essere difensori della libertà di pensiero e di espressione. La violenza non può mai essere accettata e questo è già punito dalla legge, ma la libertà personale non può essere limitata per nessun motivo.

Continuare a fare propaganda peccando di fallacia ad misericordiam, e cioè cercando di fare accettare un certo ragionamento persuadendo l’uditorio dell’accettabilità morale dell’argomento su base empatiche e quindi sui sentimenti che ne derivano, è il più grande errore nonché la più grande presa in giro nei confronti delle persone.

Se vogliamo l’uguaglianza e la libertà, la soluzione non è far diventare legge un’ideologia, colpendo gli innocenti come i bambini e punendo chi vuole la vera libertà, ma creare una società senza categorie con una legge giusta, realizzata soltanto nel rispetto della dignità trascendente della persona umana.

Quest’ultima, infatti, rappresenta il fine ultimo della società, che ad essa è ordinata. Per cui l’ordine sociale e il suo progresso devono sempre far prevalere il bene delle persone, e tale bene non consiste nel farle tacere e nel privarle della libertà di parola.

 

 

 

 




In USA si propone una “Legge sull’equità per tutti” per risolvere le controversie con l’ideologia LGBT: perché non funzionerà

Mentre in Italia si discute della legge “contro la omotransfobia” proposta nel ddl Zan, negli USA si cerca di tutelare la libertà di espressione e religiosa di chi è contrario all’agenda LGBT. In questo articolo di Frank Schubert, pubblicato su The Public Discourse, tradotto da Annarosa Rossetto, si analizza il “Fairness For All Act” (“Legge sull’equità per tutti”) che propone di trovare un compromesso tra libertà religiosa e diritti LGBT. 

Pur trattando leggi e situazioni statunitensi l’autore propone riflessioni utili anche per rispondere a chi in Italia propone “modifiche” al testo Zan cercando un compromesso che combatta l’ “omofobia” ma metta al riparo dall’ideologia gender e la tutela di donne e bambini dallo sfruttamento dell’utero in affitto. Purtroppo le lobby LGBT non vogliono compromessi: Vogliamo tutto” sosteneva lo slogan del Roma Pride 2012, dal matrimonio gay alla modifica della legge sulle adozioni, dall’auto-identificazione con un altro genere senza “transizione” all’apertura della Fecondazione Assistita a single e coppie gay, senza nessuna tolleranza per chi non è d’accordo. E con il ddl Zan in Italia potranno ottenerlo senza che nessuno possa organizzarsi per impedirlo

 

A screaming man with the image of the lgbt national flag on his face.

 

Sono pienamente d’accordo con il reverendo Jack Gerard, quando ha scritto nella suo recente articolo, “Le persone e le istituzioni con posizioni religiose tradizionali sul matrimonio, la famiglia, il sesso, la sessualità affrontano sfide senza precedenti.” Il rev. Gerard e il capo della “Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni” credono fermamente che il Fairness For All Act (FFA) soddisfi queste sfide senza precedenti offrendo un giusto compromesso che proteggerà la libertà religiosa e allo stesso tempo sancirà ulteriori diritti federali per le persone che si identificano come LGBT.

Ho grande stima per la chiesa dei Mormoni e i suoi dirigenti, avendo lavorato con loro su diversi progetti importanti, inclusa la riuscita campagna in California per la Proposition 8, per la definizione di matrimonio nella costituzione di quello Stato. Tuttavia, nonostante il mio rispetto per chi sostiene questa proposta di legge, io non posso sostenerla.

L’obiettivo del FFA è quello di raggiungere un accordo “vivi e lascia vivere” con i gruppi LGBT in un modo che i suoi sostenitori ritengono favorisca gli interessi fondamentali di ciascuna parte. I gruppi religiosi riceverebbero alcune protezioni legali dei loro diritti di libertà religiosa, mentre i gruppi LGBT riceverebbero maggiori diritti legali in materia di occupazione, alloggi pubblici e altre aree. Sfortunatamente, i conflitti che esistono oggi nella società riguardo all’orientamento sessuale e all’identità di genere non si limitano alla libertà religiosa da un lato e all’espansione dei diritti LGBT dall’altro. Quindi il FFA non rappresenta una “soluzione” di questioni chiave, ma piuttosto una resa su molte di esse.

Il FFA concede troppo

Per capire meglio prendiamo solo una delle controversie attuali più pressanti: l’impatto sulle atlete della definizione, secondo la legge federale, del sesso come identità di genere. Le ragazze delle scuole superiori e dell’atletica universitaria si trovano sempre più a competere con maschi biologici che rivendicano un’identità di genere femminile. Le ragazze non hanno alcuna possibilità realistica contro i maschi biologici nelle gare di forza o velocità. Secondo uno studio di due professori della Duke University Law School, nel 2017 il miglior tempo nello sprint dei 100 metri ottenuto da una donna è stato superato oltre 10.000 volte da atleti biologicamente maschi. È semplicemente sbagliato chiedere alle atlete di competere contro i maschi biologici. In questo modo si nega loro l’opportunità di mettere in mostra i propri talenti in una competizione leale e si rischia persino di negare loro future borse di studio universitarie. I sostenitori di FFA puntano ad una disposizione che pretende di dimostrare che la legislazione non ha alcun impatto sul titolo IX (la legge contro la discriminazione sessuale), ma questo è di scarso conforto. Una volta che il sesso diventa identità di genere secondo la legge federale, nel campo delle competizioni sportive, le ragazze saranno soverchiate.

Anche la privacy delle donne sarà finita quando agli uomini biologici sarà garantito l’accesso ad aree private come spogliatoi, docce e servizi igienici. La sicurezza e l’incolumità delle donne sono anche messe a rischio quando agli uomini biologici viene concesso l’accesso a centri femminili per senzatetto, strutture di riabilitazione dalla droga e persino centri per la violenza domestica.

Sull’altare della correttezza politica viene sacrificata anche l’adesione alla comprensione storica e universale della realtà corporea degli esseri umani. Nel corso della storia, le persone hanno distinto gli uomini dalle donne in gran parte in base alle differenze fisiche e corporee. Queste distinzioni non sono di tipo religioso. Una persona (credente o meno) potrebbe semplicemente non accettare l’idea che il sesso corporeo sia distinto dall’identità di genere. Una tale convinzione non è discriminazione. Fino pochi attimi fa della storia umana è stato buon senso.

Il rev. Gerard e altri sostenitori di FFA, ovviamente, non pensano di cedere terreno su queste questioni. Piuttosto, credono che il terreno sia già perso, o che lo sarà presto. In effetti, il rev. Gerard fa un’accorata richiesta di agire immediatamente, “per raggiungere una risoluzione sostenibile ed equilibrata finché c’è ancora tempo”. Così facendo, però, concede fin troppo. Ad esempio, scrive che “la decisione della Corte Suprema del 2015 Obergefell (la sentenza che ha introdotto il matrimonio omosessuale, ndr) che ha ritenuto che il matrimonio tra persone dello stesso sesso fosse un diritto costituzionale federale. . . [è] già una parte permanente della nostra legge costituzionale e sui diritti civili “.

Veramente? La sentenza Obergefell è stata decisa con un voto di 5-4. Il suo autore non è più in Corte, essendo stato sostituito da un giurista molto più conservatore. La defunta giudice Ruth Bader Ginsburg è stata sostituita da una cattolica e forte sostenitrice del matrimonio e della libertà religiosa, Amy Coney Barrett. Inoltre, due giudici, Clarence Thomas e Samuel Alito, hanno recentemente rilasciato dichiarazioni pubbliche in cui esprimevano perplessità sulla sentenza Obergefell . Piuttosto che dichiarare che Obergefell è definitiva e permanente, le persone di buona volontà dovrebbero invece lavorare insieme su strategie per sfidarla e abolirla.

Il FFA è un fallimento garantito

L’anziano Gerard sostiene con convinzione che lEquality Act (legge contro le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere approvata da poco alla Camera,  ndt), chiamato così impropriamente, è un attacco feroce alle realtà religiose, gode di un forte sostegno dei Democratici e, salvo che i Repubblicani facciano ostruzionismo al Senato, potrebbe molto probabilmente passare. Sono d’accordo. Tuttavia, la forza politica dell’Equality Act in realtà indebolisce la sua tesi secondo cui il FFA lo farebbe fallire. La realtà è che un tale accordo, anche se fosse desiderabile, non è realizzabile. I gruppi di pressione LGBT non vogliono “vivere e lasciar vivere”. Vogliono che i loro interessi vivano e che gli interessi dei credenti conservatori muoiano. Loro giocano per vincere.

L’idea di un FFA esiste da molti anni. Sono stati compiuti sforzi considerevoli per promuoverla, ma non è riuscita a ottenere interesse. Nessuna delle principali organizzazioni LGBT di conseguenza ha dimostrato volontà di sostenerla in cambio dell’abbandono dell’Equality Act. Il grande affare che si prevede con il FFA è una grande illusione.

I sostenitori del FFA denigrano i credenti di stampo conservatore che non trattano con i lobbisti LGBT come sostenitori del di chi sa solo “dire no” che sperano di poter resistere per sempre contro il cambiamento sociale di tipo progressista. Questa è una descrizione ingiusta. I credenti conservatori sono disposti a prendere in considerazione proposte politiche che affrontano in modo adeguato ed equilibrato le legittime preoccupazioni sulla discriminazione che le persone che si identificano come LGBT hanno dovuto affrontare. Purtroppo, la lobby LGBT non è interessata a riforme mirate ed equilibrate. Vogliono decreti radicali e unilaterali. Non c’è discussione o negoziazione da fare. Ancora una volta, stanno giocando per vincere. 

Allora cosa dovrebbero fare i credenti “conservatori”?

Se FFA non è la strada da percorrere, cosa dovrebbero fare i credenti conservatori per respingere proposte come l’Equality Act?

In primo luogo, i conservatori religiosi devono lavorare per garantire che coloro che promuovono i propri interessi al Congresso diventino la maggioranza al Congresso. Questo è il lavoro n. 1. Sfortunatamente, i gruppi religiosi generalmente non fanno quel lavoro molto bene. Il modello per l’impegno politico religioso si basa su doni non segnalabili e deducibili dalle tasse per i materiali educativi come le guide per gli elettori.

In secondo luogo, dobbiamo investire nella comunicazione. Il rev. Gerard fa riferimento ai sondaggi pubblici che gettano presentimenti inquietanti sull’accettazione delle nostre posizioni, ma i sondaggi su questioni sociali sono notoriamente poco chiari, con risultati che dipendono da come vengono presentati i problemi. Ad esempio, il rev. Gerard cita un sondaggio che mostra che il 90% degli americani afferma che dovrebbe essere illegale rifiutarsi di assumere o licenziare persone perché sono lesbiche, gay o bisessuali, ma non è questo il problema. Il problema sorge quando qualcuno che è LGBT agisce in modo da entrare in conflitto con i valori che un datore di lavoro ha presentato, come un insegnante omosessuale in una scuola confessionale che rifiuta l’insegnamento della Chiesa sul matrimonio e promuove apertamente il matrimonio tra persone dello stesso sesso nella sua classe. Posto in questo modo una grande maggioranza degli Americani sarebbe d’accordo sul fatto che le scuole religiose dovrebbero avere il diritto di assumere insegnanti che condividano le loro convinzioni fondamentali.

Terzo, i credenti conservatori devono essere proattivi nell’analisi delle minacce e delle opportunità e quindi sviluppare strategie appropriate per affrontarle. Abbiamo bisogno di uno sforzo interreligioso nei tribunali per difendere le nostre opinioni e giocare in attacco per rivendicare i nostri diritti. Ciò include uno sforzo strategico per ribaltare la sentenza Obergefell e uno sforzo globale per limitare l’impatto della pessima sentenza Bostock (per la quale nessun lavoratore può essere licenziato perché omosessuale o transgender, ndt).

Quarto, abbiamo bisogno di una strategia coordinata tra i gruppi religiosi per chiedere che i nostri diritti siano protetti dalla legge federale. Ciò include l’emanazione del First Amendment Defense Act – FADA (Legge sulla difesa del Primo Emendamento che protegge la libertà religiosa, ndt ). Il rev. Gerard ha perfettamente ragione sul fatto che proposte come il FADA non sono mai state portate avanti anche quando i Repubblicani controllavano il Congresso e la Casa Bianca. Ma piuttosto che accettarle come inevitabili, dobbiamo cambiare le dinamiche. Ancora una volta, la risposta è l’impegno politico. Le elezioni di medio termine del 2022 offrono ai conservatori un’eccellente opportunità per acquisire il controllo della Camera dei rappresentanti e rivendicare il Senato. Dobbiamo assicurarci che i nostri temi siano in primo piano e al centro della discussione politica. E quando avremo vinto, dobbiamo chiarire in modo inequivocabile alla nuova maggioranza che ci aspettiamo che mantengano l’impegno riguardo ai nostri temi o troveremo altri che lo faranno.

Non mi piace essere in disaccordo con i miei amici Mormoni su questa importante questione. Ma dopo più di quarant’anni di campagne politiche in tutta l’America e dopo aver affrontato le questioni LGBT negli ultimi dieci anni, credo fermamente che la strategia alla base del Fairness For All Act sia imperfetta. Non si può raggiungere un accordo “vivi e lascia vivere” con persone che vogliono che le tue opinioni muoiano. Non potete aspettarvi che i vostri futuri alleati sostengano qualcosa che non è giusto e che non protegge tutti.

La risposta alle sfide che dobbiamo affrontare è lottare per vincere.

 




Ex ministro finlandese rischia due anni di carcere per aver twittato un versetto della Bibbia

Una deputata finlandese, ex ministro del governo, rischia il carcere per un post sui social media che includeva una citazione della Bibbia.

Ne dà notizia la CNA in un suo articolo che vi propongo nella mia traduzione. 

 

Paivi Rasanen, ex ministro finlandese
Paivi Rasanen, ex ministro finlandese

 

Una deputata finlandese rischia il carcere per un post sui social media che includeva una citazione della Bibbia.

ADF International, un gruppo legale cristiano, ha detto che Päivi Räsänen potrebbe ricevere una condanna a due anni di prigione per il tweet, dopo che il procuratore generale finlandese ha annunciato il 29 aprile che sarebbe stata oggetto di accuse penali.

La deputata, un medico e madre di cinque figli, potrebbe anche affrontare un ulteriore periodo di carcere se condannata per altri due presunti reati relativi ai suoi commenti in un opuscolo del 2004 e in un programma televisivo del 2018, ha detto il gruppo.

Il procuratore generale ha accusato Räsänen di incitamento contro un gruppo minoritario, sostenendo che le sue dichiarazioni erano “suscettibili di causare intolleranza, disprezzo e odio verso gli omosessuali”.

Räsänen, che ha servito come ministro degli interni finlandese dal 2011 al 2015, ha detto: “Non posso accettare che dare voce alle mie convinzioni religiose possa significare il carcere. Non mi considero colpevole di aver minacciato, calunniato o insultato nessuno. Le mie dichiarazioni erano tutte basate sugli insegnamenti della Bibbia sul matrimonio e la sessualità”.

La Finlandia è un paese di 5,5 milioni di persone che confina con Norvegia, Russia e Svezia. Circa due terzi della popolazione appartengono alla Chiesa Evangelica Luterana di Finlandia, una delle due chiese nazionali del paese, insieme alla Chiesa Ortodossa di Finlandia.

La 61enne deputata, che è stata presidente del partito dei democratici cristiani dal 2004 al 2015, è un membro attivo della Chiesa luterana finlandese. Ma ha messo in discussione la sponsorizzazione da parte della sua chiesa di un evento dell’orgoglio LGBT nel 2019.

Il 17 giugno 2019, ha chiesto in un post su Twitter come la sponsorizzazione fosse compatibile con la Bibbia, collegandosi a una fotografia di un passaggio biblico, Romani 1:24-27, su Instagram. Ha anche pubblicato il testo e l’immagine su Facebook.

“Lo scopo [del] mio tweet non era in alcun modo quello di insultare le minoranze sessuali. La mia critica era rivolta alla leadership della chiesa”, ha detto l’anno scorso alla rivista First Things.

La polizia ha iniziato a indagare su Räsänen nel 2019. È stata sottoposta a diversi interrogatori della polizia e ha dovuto aspettare più di un anno per la decisione del procuratore generale.

Paul Coleman, direttore esecutivo di ADF International, ha detto: “La libertà di parola è una delle pietre miliari della democrazia. La decisione del procuratore generale finlandese di presentare queste accuse contro la dottoressa Räsänen crea una cultura di paura e censura”.

“È sconfortante che questi casi stiano diventando troppo comuni in tutta Europa. Se dipendenti pubblici impegnati come Päivi Räsänen vengono accusati penalmente per aver espresso le loro profonde convinzioni, si crea un effetto raggelante per il diritto di tutti a parlare liberamente”.

Räsänen ha commentato: “Difenderò il mio diritto di confessare la mia fede, in modo che nessun altro sia privato del suo diritto alla libertà di religione e di parola. Rimango dell’opinione che le mie espressioni sono legali e non dovrebbero essere censurate”.

“Non mi tirerò indietro dalle mie opinioni. Non mi farò intimidire per nascondere la mia fede. Più i cristiani tacciono su temi controversi, più si restringe lo spazio per la libertà di parola”.