Dagli USA un argine alla dittatura del relativismo

Il 16 luglio scorso, il segretario di Stato Mike Pompeo ha presentato, durante la convention del Partito Repubblicano, la bozza finale dell’atto costitutivo della Commissione sui diritti inalienabili, firmata all’unanimità dai suoi 11 componenti.

L’obiettivo, dichiarato già nel titolo è quello di difendere i Diritti sacri e inalienabili, riconosciuti all’essere umano in quanto tale e, allo stesso tempo, denunciare l’infondatezza di quelli basati sugli istinti e i capricci individuali: l’io e le sue voglie di ratzingeriana memoria (leggi qui).

E’ un documento fondamentale che costituisce un argine concreto e razionale alla deriva totalitaria, cui inevitabilmente conduce il relativismo nichilista, ribadendo al contrario l’oggettività dei diritti umani, fondati sulla morale naturale.

Inoltre mette in guardia dal pericolo odierno in cui diritti pretestuosi hanno calpestato quelli reali.

Due esempi per tutti: la legge sull’aborto e le leggi contro l’omofobia.

Nel primo l’autodeterminazione della donna ha nei fatti negato il diritto alla vita del nascituro, nel secondo caso, l’esigenza di non recare offesa alle persone lgbt esprimendo un’opinione non allineata all’ideologia gender, è perseguita a prezzo di libertà fondamentali e proprie di ogni civiltà, degna di questo nome.

L’articolo di Douglas Clark pubblicato il 23 luglio sul sito ifamnews mette in luce l’importanza e l’opportunità storica del documento prodotto dalla Commissione presieduta da Mike Pompeo.

Ve lo presentiamo nella traduzione di Wanda Massa.

 

Michael Pompeo, Segretario di Stato USA, Commssione sui Diritti Inalienabili

Michael Pompeo, Segretario di Stato USA, Commssione sui Diritti Inalienabili

 

 

Proteggere i Diritti Sacri e rifiutare gli pseudo-diritti: Il Segretario Pompeo e il progetto di relazione della Commissione sui diritti inalienabili

 

L’IOF (International Organization of Family) plaude alla leadership del Segretario Pompeo e al lavoro della Commissione da lui istituita.

Parlando il 16 luglio 2020, a Philadelphia, vicino a dove due secoli prima era stata rilasciata la Dichiarazione d’Indipendenza, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha riaffermato inequivocabilmente i diritti inalienabili ivi menzionati, chiedendo un ritorno ai principi fondatori dell’America e introducendo la bozza di relazione della Commissione sui diritti inalienabili. “I fondatori dell’America non hanno inventato i ‘diritti inalienabili'”, ha spiegato, “ma hanno affermato molto chiaramente nella Dichiarazione di Indipendenza che sono considerati ‘evidenti’: il fatto che gli esseri umani sono stati ‘creati uguali’ e ‘dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili… tra [quelli] sono la Vita, la Libertà e la Ricerca della Felicità'” – facendo di quel documento “la più importante dichiarazione dei diritti umani mai scritta”.

L’America trae forza e bontà dai suoi ideali fondatori”, ha continuato, e “anche la nostra politica estera deve essere fondata su questi ideali”. Ma noi lo sappiamo: Non possiamo fare del bene – in patria o all’estero – se non sappiamo esattamente in cosa crediamo e perché ci crediamo. Ed è per questo che ho chiesto alla professoressa [Mary Ann] Glendon di formare una commissione composta da alcuni dei più illustri studiosi e attivisti. Ho chiesto loro di non scoprire nuovi principi, ma di fornire consigli sui diritti umani basati sui principi fondanti della nostra nazione e sui principi della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 [UDHR]. Perché senza questo fondamento… i nostri sforzi per proteggere e promuovere i diritti umani sono immotivati e, quindi, destinati a fallire”.

“Senza frontiere” è una descrizione perfetta della pericolosa farsa mascherata in nome dei diritti, anche se minaccia i diritti inalienabili degli individui e dell’unità naturale e fondamentale del gruppo della società, la famiglia. “Lo sforzo di chiudere il dibattito legittimo riformulando le preferenze politiche contestabili come imperativi fissi e indiscutibili dei diritti umani promuove l’intolleranza, ostacola la riconciliazione, svaluta i diritti fondamentali e nega i diritti in nome dei diritti”, dice la bozza del Rapporto. O, secondo le parole del sociologo Gabriele Kuby, è “la distruzione della libertà in nome della libertà” da parte di una “rivoluzione sessuale globale [che] colpisce tutti”.

Questa insidiosa minaccia ai diritti umani riverbera nelle sale del potere in tutto il mondo e nelle Nazioni Unite. “La prodigiosa espansione dei diritti umani”, dice la bozza del Rapporto, in “molte diverse agenzie delle Nazioni Unite, sistemi regionali per i diritti umani” e “decine di trattati, centinaia di risoluzioni e dichiarazioni, e migliaia di disposizioni che codificano i diritti umani individuali… ha indebolito piuttosto che rafforzare le rivendicazioni dei diritti umani e ha lasciato i più svantaggiati più vulnerabili”. La descrizione richiama alla mente il lamento di Papa Francesco secondo cui “la rivoluzione dei modi e della morale ha spesso sventolato la bandiera della libertà, ma in realtà ha portato devastazioni spirituali e materiali a innumerevoli esseri umani, specialmente ai più poveri e vulnerabili”.

Non c’è da stupirsi che la bozza del Rapporto abbia attirato il fuoco pesante di organizzazioni come il Centro per i diritti riproduttivi, che ha lamentato che “l’istituzione, la composizione e il processo della Commissione stessa” sono “improprie” e i suoi sforzi “mal guidati”, e ha contestato “la falsa narrativa creata dal Segretario di Stato, e perpetuata dai membri della Commissione”. (I commenti scritti che sono stati presentati alla Commissione sono online, e ulteriori commenti pubblici possono essere inviati a [email protected] fino al 30 luglio).

L’IOF plaude alla leadership del Segretario Pompeo e al lavoro della Commissione da lui istituita – un’iniziativa storica, tanto audace e tempestiva quanto la creazione della stessa Dichiarazione di Indipendenza da parte dei coraggiosi delegati del Secondo Congresso Continentale che hanno osato affrontare la potenza del lontano Impero Britannico. In gioco ora, e messi in pericolo da potenti forze in tutto il mondo, ci sono quegli stessi diritti dati da Dio che hanno urgente bisogno di essere protetti. “Possiamo far luce sugli abusi” dicendo “la verità”, ha dichiarato il segretario Pompeo, e “dobbiamo insistere sulla giustezza e la pertinenza dei principi fondatori dell’America”. Vi prego di unirvi a noi, perché l’IOF continua a fare proprio questo, unendo e responsabilizzando i leader di tutto il mondo per proteggere la libertà, la fede e la famiglia.

 




Perché nasce “Iustitia in Veritate”

Dal discorso di inaugurazione dell’associazione Iustitia in Veritate.
Iustitia in veritate

 

di Wanda Massa

 

Nasciamo nel momento più critico dell’emergenza covid19 in Italia e l’immagine che abbiamo scelto per il nostro logo lo riporta nella stilizzazione del virus corona, al cui interno è raffigurata la bilancia della giustizia.

A partire da quel periodo abbiamo assistito impotenti al progressivo e rapido dissolversi di libertà fondamentali, costituzionalmente garantite: di culto, di movimento, di educazione, di impresa, di cura, di associazione e di socializzazione.

Perché non ci si illudesse – come invece sarebbe stato lecito presumere – che si trattasse di provvedimenti eccezionali, dovuti ad una contingenza altrettanto eccezionale, il ministro Conte ha inaugurato il mantra niente-sarà-più-come-prima, che è stato subito rimbalzato e ripetuto dai vari media, fino a diventare un’idea socialmente accettata e generalmente condivisa.

Questo grazie anche alla continua campagna di terrore, alimentata dai vari tecnici di regime, esperti dell’informazione, che paventano seconde ondate, dagli effetti devastanti, nonostante il parere contrario e documentato di autorità in campo medico, inclusi due premi Nobel per la medicina: Luc Montagnier (2008) e Bruce Buetler (Immunologo, 2011).

In un simile contesto si inserisce la prossima discussione del ddl Zan-Boldrini-Scalfarotto contro l’omotransfobia, per l’introduzione dello psicoreato di orwelliana memoria.

Una legge contro l’omofobia significa una legge contro libertà fondamentali: di opinione, di stampa, di associazione, di educazione, di parola, di pensiero e di religione.

Una legge contro l’omofobia è in definitiva una legge contro l’uomo.

Rischiamo seriamente di sostituire la mascherina sanitaria, che, come condizionamento pavloviano all’obbedienza, siamo costretti temporaneamente ad indossare, con un bavaglio ideologico perenne, per silenziare le nostre anime.

Ricordiamoci che solo soggetti liberi e vitali generano società libere e vitali.

Per tutte queste ragioni è nata la nostra associazione – Iustitia in Veritate – che se pone il proprio focus primario nella difesa di ogni singola persona, lesa nei propri diritti fondamentali, ha anche un più profondo respiro, favorendo la collaborazione con altre realtà impegnate nella promozione del bene comune, per garantire quella società libera e vitale, in cui vogliamo che possano vivere i nostri figli.

 




STATO ETICO-TOTALITARIO? NO GRAZIE – “abbiamo già dato…”

Poliziotti inglesi e LGBT

 

di Gianni Silvestri

 

La recente crisi Covid ha evidenziato la possibilità che uno Stato travalichi le proprie normali competenze, con il rischio di un eccesso di limiti alla nostra libertà di movimento (persino  religiosa). Per fare un esempio attuale, lo Stato per mesi ha unilateralmente deciso:
1) di tenere aperti i tabacchini (di solito ambienti chiusi, piccoli e pericolosi);
2) di vietare al contrario le attività all’aperto di ranner e ciclisti, criminalizzandoli quando il contagio era concentrato negli Ospedali, in genere nei luoghi chiusi, nelle Residenze per anziani (quelle invece drammaticamente abbandonate, come tante persone a casa).
3) di vietare persino le Messe nelle Chiese dove sarebbe invece stato possibile rispettare il distanziamento  (di solito sono ambienti ben più vasti ed alti ad esempio dei tabacchini).
4) di decidere irrazionalmente su questioni non proprie: permettendo con 15 persone le Messe di esequie funebri e vietandole in modalità “ordinaria” con le stesse 15 persone.
La stessa C.E.I. dopo settimane di costrizioni, ha emanato il 4 Maggio una nota di dura protesta verso lo Stato, per la violazione dei diritti di libertà religiosa. (qui).  E’ bene dunque riflettere sul pericolo di uno Stato che travalica i normali compiti statali “ di regolatore della convivenza” per decidere al posto del singolo cittadino ciò che sia bene o male, ciò che sia moralmente giusto o ingiusto e non solo ciò che sia lecito o illecito (trasformandosi in uno “Stato Etico”).
Basti osservare che in questa “modalità invasiva” si sono comportate le dittature nazifasciste e comuniste del ‘900, e tutt’ora si comportano ad esempio le attuali dittature comuniste (in Cina, Corea del Nord, ecc.) o gli Stati islamici accomunati dalla pretesa di decidere – al posto del popolo- ciò che è giusto pensare e fare.

Questi Stati etici presentano alcuni elementi comuni:
A) l’adozione di una precisa ideologia di Stato (che nelle prevalenti esperienze precedenti era invece “eticamente neutro”);
B) la soppressione o il controllo dei corpi intermedi della società quali associazioni, sindacati, partiti, autonomie locali;
C) l’uso della scuola e dei media (ora anche del web e dei social) come strumenti di trasmissione della ideologia statale alle nuove generazioni;
D) la concezione dello Stato non a servizio della persona umana, ma come ente superiore che può disporre persino della vita dei propri cittadini (es campi di rieducazione o “concentramento”).
E) la previsione sempre maggiore di “reati di opinione”, (vedi oggi l’ampia categoria delle “discriminazioni”,  dell’omofobia, dei reati d’odio ecc., con il rischio di punire i sentimenti, le opinioni, prima ancora che le azioni).
F) il contrasto alla Chiesa Cattolica per i suoi valori di libertà, fratellanza, limite allo strapotere statale (Hitler pianificò il rapimento di Papa PIO XII che si opponeva al nazismo).

 

Finita la II guerra mondiale e visti gli orrori di questi pericolosi stati etici (sia di destra che di sinistra), gran parte degli Stati del mondo diedero vita all’ONU ed alla successiva “dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo” nel 1948 (vita, salute, educazione, famiglia, libertà anche religiosa ecc.). Forse, non è un caso che gli stati islamici non firmarono tale dichiarazione?  (qui)
Dello stesso tenore la dichiarazione Europea dei diritti dell’uomo del 1950 nel riconoscimento di quei sani valori laici originati dalla civiltà cristiana, che ha forgiato i popoli europei per secoli.
Ma la UE  ha rinnegato le sue radici cristiane ed i relativi diritti naturali rifiutandosi di inserirli  nella sua Costituzione (nonostante le richieste dello stesso San Giovanni Paolo). Questo disconoscimento della stessa storia del nostro continente è segno della trasformazione dell’originario Stato liberale, aperto alle varie identità, in uno Stato etico-laicista con una sua precisa ideologia libertaria che vorrebbe controllare gli stessi diritti naturali (della persona, della famiglia, della salute, della vita, persino dei modi di pensare, ecc.). Questa trasformazione in senso “laicista-libertario” è stata colta dagli studiosi più accorti: persino Benedetto XVI, il maggior teologo vivente, ha ripetutamente messo in guardia dal pericolo di assuefarsi all’idea, e tollerare, che lo Stato voglia imporci una nuova religione laicista, con la forza delle legge. Egli ha evidenziato alcune tendenze ed alcuni pericoli:

1) la sostituzione della nostra identità  storica misconoscendo l’importanza della chiesa e della fede nella stessa storia europea, in nome di nuovi modi di pensare. “Nella realtà determinati modi di agire e di pensare vengono presentati come gli unici ragionevoli e quindi come gli unici a misura d’uomo. Il Cristianesimo si vede allora esposto ad una pressione d’intolleranza la quale, in un primo momento, si esercita presentandolo quale modo di pensare alla rovescia, sbagliato, e si tende a ridicolizzarlo; per poi, in nome di un’apparente ragionevolezza, mirare a privarlo dello spazio per vivere”  ( Benedetto XVI Luce del Mondo, LEV, 2010, p. 83).

2) Lo Stato etico modifica i principali valori di riferimento: ad esempio nel fondamentale tema della sessualità. Secondo un laico “principio di realtà”, la sessualità per secoli è stata considerata secondo la sua naturalità, cioè collegata sia all’affettività, sia alla procreazione. Invece questa “nuova religione laicista” ha abbandonato questo principio di realtà e considera la sessualità come occasione di piacere, senza implicazioni sentimentali e familiari. Tale riduzione e mercificazione ha portato alla concezione della donna-merce, oggetto della pornografia più velenosa per le nuove generazioni o di violenze nella vita quotidiana. E guai a voler ricordare il diverso e più grande significato della sessualità che valorizza la grandezza della donna: si è tacciati come retrogradi, bacchettoni, fuori del tempo.

3) Con la logica della “libertà senza limiti” si giustifica persino l’aborto delle proprie creature, non certo estranei piovuti dal cielo, ma frutto dei propri comportamenti personali (“come pagare un Killer per uccidere qualcuno “ ricordava Papa Francesco) (QUI). L’aborto è stato banalizzato e promosso persino con pillole vendute liberamente in farmacia (senza certificato medico e persino alle minorenni), diventando la prima causa di morte nel mondo. E guai a chiedere un aiuto ed un’alternativa meno disumana per le donne: si è violentemente zittiti e – prima ancora di ragionare – scattano insulti privati e pubbliche manifestazioni  al grido: “la pancia è mia….”.
Persino le campagne informative e di sensibilizzazione sul tema aborto sono state vietate, quando invece risultano ammesse ogni tipo di immagini e di campagne alternative, con una precisa scelta ideologica, di campo, propria di uno stato etico (qui) che non dà spazio ad ogni diversa posizione.

4) Di recente la nuova “ideologia Gender” pretende di modificare la stessa natura biologica dell’essere umano, ritenendola un dato psicologico, variabile a piacimento e non invece una realtà biologica naturale, (“uno sbaglio della mente umana”, “una bomba atomica contro la famiglia”un pericolo per l’umanità” ha  ricordato da Papa Francesco) (QUI).  Alle proteste di famiglie e associazioni sul pericolo di tale ideologica diffusa in alcune scuole, è scattata violenta la censura: in Italia è stata persino impedita la circolazione in città del bus della libertà con una frase non offensiva ma di buon senso: “I bambini sono maschi, le bambine sono femmine, la natura non si sceglie, Stop gender nelle scuole”      

 

Bus della libertà arancione

Bus della libertà

                                                     


In nome della tolleranza, nasce una nuova intolleranza ed in nome della libertà non si ha più la libertà di esprimere le proprie idee, se non adeguate al pensiero dominante.

5) Ed ancora in forza di questa “religione laica e tollerante”, non si tollerano più i presepi di  Natale, o la Croce in classe o in altri luoghi pubblici, mentre  negli stessi luoghi chiunque può affiggere manifesti pubblicitari con donne sempre più “scollacciate” (offese nella loro dignità).
“La vera minaccia di fronte alla quale ci troviamo è che la tolleranza venga abolita in nome della tolleranza stessa… Credo necessario denunciare con forza questa minaccia. Nessuno deve essere costretto a vivere secondo la nuova religione, come fosse l’unica e vera, vincolante per tutta l’umanità
(Benedetto XVI Ivi, pp. 82-83).

6) E per rendere vincolanti queste nuove idee si usa e stravolge il concetto di discriminazione per giustificare ogni scelta e tacitare o impaurire chi la pensa diversamente: “Il concetto di discriminazione viene sempre più allargato, e così il divieto di discriminazione può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa. Ben presto non si potrà più affermare che l’omosessualità, come insegna la Chiesa cattolica, costituisce un obiettivo disordine nello strutturarsi dell’esistenza. E il fatto che la Chiesa è convinta di non avere il diritto di dare l’ordinazione sacerdotale alle donne viene considerato, da alcuni, fin d’ora inconciliabile con lo spirito della Costituzione europea” (L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena 2005, p. 42).

7) Nella laicista Francia sono stati vietati persino i simboli religiosi che devono restare nascosti e non esibiti in parlamento, nelle scuole, nelle gite scolastiche ecc. in quanto considerati “segni divisivi” (qui).  Perché invece non sono considerati divisivi anche i simboli dei partiti? Oppure i simboli sportivi della propria squadra (quanti scontri avvengono  tra opposte “tifoserie politiche o sportive?). Eppure si colpisce solo la libertà religiosa. Anche in Italia inizia questo processo alle identità e si è tanto polemizzato su una giornalista del TG2 che porta -anche nel suo lavoro in TV- una collana con crocifisso. Tutto in nome della laicità (che è invece pericoloso laicismo). Oggi infatti in TV ci si può  azzuffare nei vari talk show, dire ogni volgarità nei vari “grandi fratello ed isole dei famosi”, esibire nudità ovunque e nessuno protesta  in nome della libertà di opinione, ma… questa libertà non vale solo verso i simboli religiosi. Perchè?

8) Per diffondere e controllare la diffusione di queste nuove idee si usa il discredito sociale se non la censura :  Persino nei social (Facebook in testa) si arriva a censurare e cancellare migliaia di persone che manifestano idee “non conformi o non gradite”. Questa nuova censura è ancora più pericolosa in quanto non è dello Stato, ma di anonimi funzionari che seguono le decisioni di stravaganti miliardari condizionando la libertà di opinione (terreno fertile per i servizi segreti e per chi voglia manipolare l’opinione pubblica: è già successo con lo scandalo Analitika- Facebook…).

9) Di recente anche sul tema dell’omosessualità si vuole imporre una visione precisa. Esso storicamente, in base al principio di realtà, era considerato “contro natura”, sia per la privazione della complementarietà del genere maschile e femminile, sia per la mancanza del fine procreativo. Oggi – anche su pressioni della fortissima “Lobby gay e di un apparato mass mediatico, si vuole capovolgere questo assunto, persino con la forza della legge. Benedetto XVI con la sua consueta lucidità aveva affermato: “Quando ad esempio, in nome della non discriminazione si vuole costringere la Chiesa cattolica a cambiare la propria posizione riguardo all’omosessualità o all’ordinazione sacerdotale delle donne, questo significa che non le è più consentito di vivere la propria identità, ergendo invece una astratta religione negativa a tirannico criterio ultimo, al quale tutti devono piegarsi. (Ibidem).

10) Una conferma di questo stato etico in costruzione?  In queste settimane la maggioranza sta lavorando per l’approvazione di una legge limitativa della libertà di espressione: il famigerato progetto Scalfarotto – Zan, che rafforza il precedente “Scalfarotto”, naufragato nella scorsa legislatura per l’opposizione sociale dei cattolici e politica del centrodestra. Si rischia il carcere ad esprimere la propria opinione o a decidere che tipo di educazione riservare ai propri figli (parola dell’Avv. Simone Budelli Presidente dei Giuristi Cattolici di Perugia  (qui) o dell’avv. Gianfranco Amato Presidente dei Giuristi per la vita, ascoltato sul tema dalla Commissione della Camera (qui)

Di fronte ai pericoli di questo “pensiero unico”,  che ci vuole solo cittadini allineati e consumatori obbedienti, è necessario tornare a limitare i compiti dello Stato: per semplificare esso deve solo assicurare le condizioni esterne della vita  (ordine, salute, sicurezza, difesa dalle prevaricazioni e dai potentati economici e simili) permettendo che si svolgano nella libertà dei rapporti personali e sociali. Lo Stato non può ingerirsi sui contenuti del vivere, “sulle valutazioni interne alla esistenza”. Lo Stato è la cornice, ma non la tela del quadro (per usare un esempio semplice e chiaro). Non spetta cioè allo Stato (o alle sue organizzazioni sovranazionali) sostituirsi alle famiglie, alle associazioni, alle Chiese, ai sindacati, ai partiti ecc. e decidere i contenuti delle loro attività, in quanto queste scelte sono di esclusiva competenza di ognuno di noi. L’uomo e le sue formazioni sociali devono restare liberi nei diritti naturali inviolabili che l’art. 2 della Costituzione “riconoscere e garantisce”, non limita (tra questi la libertà e nello specifico quella di opinione di cui all’art. 21 Costituzione: “ Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.  La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censura”).

IN CONCLUSIONE, visti i pericoli sempre più minacciosi all’orizzonte di uno “Stato Etico invadente”, possiamo e dobbiamo difendere le nostre scelte, la nostra libertà ed identità:
A) Prendendo coscienza di queste minacce, riconoscendole e denunciandole come attacco ai diritti personali, per evitare una lenta assuefazione (ricordiamo il rischio della rana nella pentola…).
B) Resistendo allo stato Etico-laicista ed al pericoloso principio: di norma tutto è vietato o sottoposta al controllo dello Stato, salvo ciò che è permesso dalla legge, unica fonte di liceità  (Kelsen docet) e persino di moralità.
C) Rivendicare uno stato laico che abbia il principio opposto: tutto è permesso perché il cittadino nasce libero e come tale deve poter esprimere ed organizzare senza limiti il proprio pensiero, la propria religione, le proprie associazioni, i propri sindacati, partiti, chiese ecc.  senza alcuna valutazione di tali scelte da parte dello Stato che non può decidere ciò che è vero o falso, ciò che è bene e ciò che è male. Tutte le scelte, morali, religiose, sociali (persino politiche) della vita umana sono esclusivamente nostre e così l’educazione dei figli è responsabilità della famiglia e non certo dello Stato, che ha solo il compito di organizzare e proteggere il nostro autonomo e libero cammino, non certo di sostituirsi a noi e decidere, al posto nostro, dove dobbiamo andare.
In pace

 




Il problema della estensione dei diritti umani

Per il considerevole numero di persone che nel mondo occidentale credono ancora nell’autogoverno e nella conservazione delle tradizionali identità morali delle loro nazioni, l’estensione del progetto contemporaneo dei diritti umani li porterà forse a riconsiderare la legge naturale, presentata in una formulazione prudentemente modesta. Si tratta di un’impresa cruciale alla quale il nuovo libro di Pierre Manent è un degno contributo.

Un interessante articolo Carson Holloway pubblicato su The Public Discourse nella traduzione di Riccardo Zenobi.

 

La bilancia della giustizia

 

C’è bisogno di un uomo audace per muovere una critica pubblica all’idea di “diritti umani”. C’è bisogno di un uomo profondo per spingere questa critica in modo da rivelare le più profonde verità sul carattere della nostra civiltà e sulla natura della condizione umana. C’è bisogno di un uomo prudente per derivare da questa critica delle nozioni pratiche che possano essere realmente utili ai suoi concittadini.

Il mondo occidentale è benedetto dall’avere un tale uomo – audace, profondo e prudente – in Pierre Manent. Tutte queste virtù sono mostrate nel suo nuovo eccellente libro, Natural Law and Human Rights: Toward a Recovery of Practical Reason (Legge naturale e diritti umani: verso un recupero della ragione pratica). Nonostante la brevità, il libro è ricco di intuito penetrante, il frutto dei decenni trascorsi dall’autore in profonda meditazione sulla storia della filosofia politica e sulla situazione intellettuale, morale e politica del mondo moderno.

 

Le origini del problema

A prima vista, l’idea di diritti umani sembra inattaccabile. Attraverso diversi secoli ci siamo abituati a pensare in termini di diritti e a presumere che giustizia e progresso dei diritti sono sinonimi. Più recentemente, l’idea di diritti umani è stata avallata formalmente dalle nostre istituzioni più prominenti. Appena dopo la Seconda guerra mondiale, le Nazioni Unite hanno promulgato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani come una apparentemente necessaria risposta ai “crimini contro l’umanità” che hanno avuto luogo in quel terribile conflitto.

Esaminata più da vicino, comunque, e vista con libertà filosofica dalle opinioni dominanti della nostra epoca, la dottrina dei diritti umani dimostra di essere più ambigua. Manent mostra la sua astuzia nel percepire, e la sua audacia nel proclamare, il discutibile e addirittura problematico carattere del progetto dei diritti umani. Per la precisione, l’idea di diritti umani è stata sviluppata in risposta a vere forme di oppressione. Ciononostante, come osserva Manent, è attualmente brandita molto aggressivamente da qualcuno con un’agenda radicale – un’agenda che spesso sembra spietatamente indifferente od ostile a tradizioni morali di lungo termine e credenze religiose che sono ancora care a molti. Paradossalmente, la dottrina dei diritti umani non sembra sempre molto umana o amica all’umanità – almeno se riteniamo che l’attaccamento ad antichi costumi e convinzioni è una propensione umana profondamente radicata.

Il carattere aggressivamente partigiano e polemico del patrocinio dei diritti umani non è un fenomeno nuovo. Manent annota l’anno 1968 come un importante punto di flessione nello sviluppo dei diritti. È stato allora, suggerisce, che la richiesta di diritti iniziò a divenire oltremodo ostile alle istituzioni esistenti – con, per esempio, giovani richiedenti il diritto non solo di essere ammesso all’università ma anche a trasformare il suo curriculum e la sua missione. Qui Manent parla da francese: sta pensando alle famose o infami rivolte studentesche in Francia in quell’anno fatale. Ciononostante, sta dicendo qualcosa che è ammissibile a molti conservatori nel mondo occidentale, che vedono gli ultimi anni ’60 come un momento di trasformazione politica, un punto in cui la sinistra in molte nazioni occidentali divenne di colpo più radicalmente ostile alle cose che i conservatori vogliono conservare.

Manent rivela la sua profondità, tuttavia, nel portare la sua diagnosi molto indietro gli anni ’60. Non è solo una critica conservatrice agli eccessi della sinistra contemporanea. È un filosofo. Di conseguenza, insegue il nostro problema con i diritti fino alle sue radici ultime – alle origini del mondo moderno e sulla considerevole influenza della moderna filosofia politica sullo sviluppo del pensiero e della società moderni.

Come osserva Manent, le origini della moderna idea di diritti umani possono essere rintracciate nel radicale e ardito esperimento intellettuale sviluppato dai pionieri della moderna filosofia politica del sedicesimo e diciassettesimo secolo. Questo esperimento è stato svolto con la più grande chiarezza, consistenza e spietatezza da Thomas Hobbes, al quale Manent dà attenzione speciale. Gli esseri umani, come li incontriamo ordinariamente e forse anche universalmente, vivono sotto qualche sistema di legge. Ciononostante, i moderni filosofi politici, come Hobbes, trovando l’allora prevalente sistema di legge confuso e inadeguato, vogliono abbattere la legge e ricostruirla dalle basi, per così dire. Hanno postulato uno “stato di natura”, uno stato prepolitico nel quale tutti gli esseri umani sono uguali e liberi, e hanno cercato di basare il loro insegnamento politico su quella presunta e naturale condizione umana. In altre parole, secondo Manent, hanno provato a strappare del tutto la legge dall’uomo e quindi a ricostruirla su più solidi fondamenti, o su cose pensavano fosse un più solido fondamento – il desiderio di ogni persona di essere sicura dal danno personale che necessariamente accompagna la carenza di legge.

 

Recuperando il ragionamento pratico

Tale radicale progetto era legato all’avere conseguenze di enorme e grave importanza. I teorici moderni dello stato di natura volevano correggere una fonte di confusione e instabilità nella legge del loro tempo – il conflitto tra legge politica e religiosa. Hanno avuto successo, ad ogni modo, solo nell’introdurre una nuova e forse peggiore forma di confusione e instabilità. Avendo insegnato agli esseri umani che sono per natura del tutto liberi, che non c’è una legge naturale che restringe i loro naturalmente illimitati “diritti” alla libertà di azione, cosa ottieni?

Se insegni agli esseri umani a far valere i propri diritti, ma neghi ogni standard naturale in base al quale giudicare la giustizia delle loro azioni, scateni una ricerca senza fine di diritti non governata da nessun principio intellegibile – una ricerca che semina confusione a tutti i livelli della società. Ottieni governi che provano a far avanzare e regolare l’esplosione di diritti, ma senza nessun chiaro concetto di alcun autoritativo bene comune per i loro cittadini. Ottieni istituzioni sociali che non possono più vedere la loro funzione in alcun modo autoritativa e quindi devono soccombere alle richieste di diritti individuali che non sono compatibili con il fiorire né con l’esistenza di tali istituzioni. In ultimo, ottieni individui che sembrano liberi, e che richiedono ancora maggior libertà, ma che non hanno alcuna idea di cosa fare con la loro libertà e che in effetti finisco per essere carenti del più vero tipo di libertà. Sono dominate dalle loro passioni, perché non hanno alcun concetto di una ragione pratica autoritativa alla luce della quale possono giudicare alcune delle loro passioni più importanti di altre. Sono liberi fintanto che gli ostacoli esterni alle loro passioni sono stati rimossi, ma non sono liberi di agire responsabilmente alla luce della loro ragione – che è come dire che mancano della libertà di condurre una vita autenticamente umana.

Come suggerisce questa osservazione finale, Manent mostra di nuovo la sua profondità nel valutare la moderna sete di diritti umani alla luce della permanente verità sulla natura umana. Fondamentalmente, il moderno progetto dei diritti umani è un tradimento di ciò che è l’uomo. Manent concorda con Aristotele e san Tommaso d’Aquino. L’uomo è per natura un animale politica, cioè è per natura capace di ragione pratica, ossia è naturalmente consapevole che le sue azioni devono essere valutate alla luce di qualche norma o legge.

Così la modernità e l’ideologia dei “diritti umani” alienano l’uomo da sé stesso.

 

Una modesta proposta per rifondare i diritti

Tali critiche filosofiche della modernità sono spesso teoreticamente persuasive me di dubbio valore pratico. Da una parte, percepiamo che c’è qualcosa di sbagliato nel mondo moderno, nonostante tutto il suo progresso materiale. È caratterizzato dal costante sconvolgimento intellettuale, morale e sociale portato avanti dalla sua interminabile ricerca di nuove e ancora più radicali concezioni di “diritti”. Questa non può essere la condizione normale e sana per gli esseri umani. D’altra parte, non abbiamo altra scelta che vivere nel mondo moderno. Non possiamo tornare indietro al mondo premoderno, il mondo precedente la rivoluzione dei diritti filosofici. E, in ogni caso, come accenna Manent, quel mondo aveva i suoi problemi.

Qui è dove emerge la prudenza dell’autore. La sua critica teoretica della modernità richiede ad ognuno di noi un ripensamento radicale, ma non richiede necessariamente uno sconvolgimento radicale nelle nostre vite. Manent scopre ragionevoli modi per limitare la distanza che dobbiamo percorrere, per così dire, in modo da beneficiare dal suo insegnamento.

Per prima cosa, Manent non insiste che il nostro rigetto degli errori filosofici della modernità richiede di esentarci da tutte le istituzioni libere del mondo moderno. Le società moderne, nota Manent, vogliono essere basate sull’idea del laissez faire – o lasciare che ogni individuo faccia le sue scelte. Un legislatore o fondatore che agisce sull’antica comprensione aristotelica della legge naturale può affermare una tale libertà moderna, sostiene Manent, se quella libertà è compresa come stabilimento di un reame “favorevole al progresso delle capacità pratiche dei membri della società o dei suoi cittadini, alla loro educazione per scelte riflessive”. In altre parole, il ripudio di Manent dello “stato di natura” come la verità fondamentale circa gli esseri umani non richiede di disfarci tutte le libertà individuali alla quali siamo abituati, ma invece di riconcepirle. Tale libertà, propriamente intesa, esiste non per il fine della licenza illimitata ma come occasione per l’esercizio della nostra ragione pratica nel governare noi stessi in accordo con il principio morale.

In secondo luogo, la concezione di Manent della legge naturale non è ingiustamente proibitiva o eccessivamente rigorosa. Avendo completato la sua critica dei diritti umani, il suo libro si conclude con una molto “modesta” proposta positiva. Il fondamento della legge naturale, suggerisce Manent, è semplicemente la sperimentata verità universale che tutti gli esseri umani sono mossi da tre motivazioni: il piacere, l’utile e il giusto o nobile. Armati di questa elementare intuizione, possiamo iniziare a giudicare modi di vita in accordo con il loro provvedere sufficienti scopi per tutti questi tre beni umani naturali.

Qui l’argomentazione di Manent è aperta a forti obiezioni, che probabilmente verranno fatte dai proponenti di più tradizionali e altamente elaborate concezioni di legge naturale. Il suo modesto suggerimento non dà origine a chiare, specifiche leggi che gli esseri umani devono osservare. Per tale materia, l’autore non suggerisce nemmeno alcun fondamento per cui gli esseri umani sono obbligati a trattare il giusto e il nobile come più validi che il piacevole e l’utile. Dove, possiamo ben chiedere, la legge positiva entra in questa forma di legge naturale?

Ciononostante, la modesta proposta di Manent è potenzialmente molto fruttuosa, perché mentre non toglie nulla al moderno lettore (lungamente abituato alla sua apparentemente illimitata libertà) in quanto non è troppo specificamente esigente, almeno fa qualcosa nel ricordarci della più alta possibilità umana insistendo che il nostro senso di giustizia e nobiltà è del tutto naturale, umano come il nostro desiderio di piacere e di utile. Un essere umano che ammette la verità della modesta proposta di Manent sa almeno questo: che i suoi desideri non possono essere semplicemente autogiustificanti, che una vita umana completa richiede che riflettiamo sulle nostre passioni alla luce del giusto e del nobile. E questo, per quanto poco, è abbastanza per permetterci di iniziare a interrogare l’infinita rivoluzione dei diritti che sta caratterizzando il mondo moderno.

Tale interrogativo, tale ripensamento, è necessario alla luce del carattere sempre più radicale del movimento contemporaneo per i diritti umani. Come osserva Manent, i più fanatici sostenitori di oggi dei diritti umani non credono più nell’autogoverno democratico, né nella necessità che un governo sia responsabile nei confronti della comunità che governa. Per loro, i diritti umani sono più esigenti dell’autogoverno comune; il punto del loro progetto politico non è quello di rappresentare la comunità ma di trasformarla. Il progetto sui diritti umani, forse intossicato dai suoi notevoli successi recenti (come la ridefinizione del matrimonio), sta esagerando. Per il considerevole gruppo di persone nel mondo occidentale che ancora crede nell’autogoverno e nella conservazione delle tradizionali identità morali delle loro nazioni, questa esagerazione li condurrà forse a riconsiderare la legge naturale, presentata in una formulazione prudentemente modesta. Questa è un’impresa cruciale alla quale il libro di Manent è un degno contributo.

 




Sul fallimento del costituzionalismo. Una critica al tradizionalismo cattolico

Sergio Mattarella

 

 

di Antonio Caragliu

 

Luca De Netto affronta nel suo intervento un tema di stringente attualità: le limitazioni e finanche la totale soppressione di fondamentali libertà della persona, in spregio dei principi contemplati dalla Carta Costituzionale, in nome della tutela della salute pubblica.

Dico subito che, pur condividendo il bersaglio polemico del Collega, non ne condivido né la diagnosi e né la prognosi.

 

1. Innanzitutto bisogna constatare che le voci critiche circa le problematiche determinate dalla gestione governativa del lockdown non sono state affatto poche, ma numerose ed autorevoli. Un nome su tutti: Sabino Cassese, esimio accademico e giudice emerito della Corte Costituzionale. Tuttora la discussione è aperta e vivace tra gli studiosi e gli addetti ai lavori.

Ciò che, a tutt’oggi, suona privo di vivacità è il tetro silenzio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella su tali questioni. La ragione politica di un simile atteggiamento è evidente. Mattarella  ha sempre fatto pressioni per formare un governo composto dal Partito Democratico e dal Movimento 5stelle. Il secondo Governo Conte ha trovato nel Presidente una sponda molto simile ad una regia. Ora che, nel mezzo di una crisi sanitaria ed economica di dimensioni epocali, emerge l’ineludibile pochezza del Governo Conte, Mattarella è privo di margini di manovra nei confronti delle forze parlamentari e, soprattutto, nei confronti di Giuseppe Conte, con il quale si è politicamente compromesso in un modo e in una misura poco consoni al suo ruolo di organo, politicamente neutro, di controllo e garanzia. La discussa normazione a colpi di Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) da una parte ha permesso al Presidente della Repubblica di tenersi in una posizione defilata, non trattandosi di atti che richiedono la sua firma, dall’altra ha evitato al Governo pericolosi confronti parlamentari. Di qui il rifugiarsi del Nostro, che tra l’altro è un ex giudice della Corte Costituzionale (sic!), in discorsi pubblici dal carattere omiletico nei quali la specialità è il richiamo all’unità e alla coesione sociale, presentati come articoli di fede di una agonizzante religione secolare.

Ora, queste sono considerazioni di bassa cucina politica e il mio Collega offre una lettura filosofica di ben più ampio respiro e profondità. Ciononostante mi pareva opportuno svilupparle a mò di introduzione: le contingenze della cronaca contribuiscono a spiegare le ragioni di una crisi di sistema, a mio giudizio irreversibile.

 

Platone

Platone

2. Luca De Netto riconduce la ragione “filosofica” del vulnus alle libertà costituzionali alla crisi del costituzionalismo, presentato come «l’idea che basti una Costituzione, ossia una legge scritta e formale, quand’anche nella sua dimensione “materiale”, a tutelare i cittadini nei loro diritti e alla tenuta di un ordine che si presuppone pluralista e popolare». Ora, questo non è il “costituzionalismo”, ma la concezione formale della costituzione elaborata e promossa nel ‘900 da Han Kelsen. Un autore che, non a caso, il Collega cita e critica richiamandosi alla teoria dello stato di eccezione di Carl Schmitt. Il punto è che costituzionalismo e giuspositivismo sono due cose diverse. Costituzionalismo non significa “fede in una Costituzione scritta”: l’Inghilterra, che è la patria del costituzionalismo, non ha mai avuto una costituzione scritta.

Il costituzionalismo è quell’insieme di tecniche giuridiche volte a garantire il cittadino dal potere dello stato moderno (termine invero pleonastico, essendo lo stato per definizione moderno).

In questo senso il costituzionalismo nasce con la modernità, pur avendo le proprie radici ideali proprio nella tradizione del diritto naturale.

Perché, allora, De Netto riconduce il costituzionalismo all’utopia? In che cosa consiste questa non corrispondenza con “la realtà ontologica” dell’uomo? Dov’è la prova di questa non corrispondenza?

Invero il costituzionalismo liberale si fonda su una concezione dell’uomo tutt’altro che utopica. Ciò che lo muove e lo ispira è la diffidenza per il potere ed i suoi abusi. Ma, se da una parte De Netto imputa un carattere utopico al costituzionalismo, richiamandosi ad Ayuso, dall’altra gli imputa, con Castellano, di fondarsi su una “visione pessimistica – e quindi ideologica e non veritiera – della natura umana”. De Netto afferma con Castellano che la Costituzione “consente solo una razionalizzazione del potere”, “non offre garanzie per difendersi dal potere, né per chiedere e pretendere che l’esercizio del potere politico avvenga nel rispetto della verità e della Giustizia”.

Ora, la questione è: qual è l’alternativa che propone De Netto?

È un richiamo al diritto naturale. Un diritto naturale che, a differenza del giusnaturalismo moderno, è “un Diritto fondato sull’essere”, in opposizione alla “vecchia linea liberale che assumeva la libertà come indifferenza garantita dall’ordinamento giuridico positivo” e alla “libertà, fondata sull’individuo astratto e non sulla vera natura umana”, che trasforma la libertà in licenza e il diritto in mera regola.

Il punto però è: chi dovrebbe far rispettare questo diritto?

De Netto si limita a richiamarsi alla figura del Giurista, definito come “il Sacerdote che tratta le cose sante, secondo la nota espressione di Ulpiano poi ripresa dai re normanni e tenuta presente per tutto l’ordine giuridico medievale, dove Teologia e Diritto viaggiavano di pari passo ed erano al vertice dell’assetto sociale”.

Purtroppo una simile prospettiva, oltre che fondata su un’immagine del Medioevo più ideale che reale, elude il problema istituzionale. È una prospettiva filosofica la cui matrice è chiaramente riconducibile all’utopia politica platonica. Un’utopia che, aggiungo, mi pare abbia ben poco di cristiano e cattolico. Leggendo il discorso di De Netto mi sono chiesto quale potesse essere il ruolo della Chiesa in un mondo sociale nel quale il Giurista ricopre un ruolo spirituale ascrivibile a quello del re filosofo platonico.

john locke

john locke

3. L’errore logico di fondo della prospettiva filosofico giuridica esposta da De Netto, per il quale l’unico vero diritto è il diritto al vero bene, è riconducibile alla teoria di Danilo Castellano, più volte citato nel suo discorso.

Per Castellano la filosofia dei diritti umani concepisce la dignità della persona come libertà e la libertà come “libertà negativa” e, identificando la natura umana con questa libertà, alla fine nega la stessa sussistenza della natura umana e riduce la libertà a licenza e arbitrio. Di qui la sua critica al liberalismo e alla modernità.

È una critica, a mio avviso, niente affatto centrata. Identificare la libertà negativa con l’autodeterminazione assoluta è un arbitrio logico. Il concetto di “libertà negativa” non è una novità moderna. La libertà negativa è figlia del diritto di proprietà, il diritto soggettivo per eccellenza. L’azione lecita è l’azione non impedibile da altri: di qui il concetto di libertà negativa, che significa assenza di impedimento, non arbitrio o autodeterminazione assoluta come pretende Castellano.

Da un punto di vista storico questa derivazione del costituzionalismo liberale dal giusnaturalismo antico e, soprattutto, medievale, è evidente nel padre del liberalismo moderno: John Locke.

La modernità di Locke, infatti, non consiste certo nella sua concezione della proprietà come comprensiva dei beni della vita, della libertà e dei beni. In questo Locke si attiene alla tradizione medievale dei legisti inglesi e della Magna Charta. Locke innova la concezione della proprietà unicamente perché ne fa valere un carattere pieno ed esclusivo, di contro alla tradizione feudale per la quale sullo stesso bene potevano inerire più diritti.

E, d’altra parte, nessuno dei cosiddetti “nuovi diritti”, giustamente criticati dal Magistero della Chiesa cattolica, è riconducibile allo schema di un diritto negativo di libertà. Sono tutti diritti positivi che obbligano gli altri consociati ad un riconoscimento, non ad una mera astensione.

Il fatto è che il diritto non ha una funzione pedagogica, ma di garanzia. Ed è in virtù di questa funzione di garanzia che noi distinguiamo il diritto dal bene morale. Una distinzione che non nega il carattere etico del diritto, ma che, riconosce il valore dell’autodeterminazione dell’uomo oltre che quello della certezza dei rapporti giuridici. Certezza che non è di certo garantita dal giudizio di un “Sacerdote Giurista”, di specchiata moralità, provvidenzialmente vincitore di un concorso pubblico in magistratura.

 

4. Tutto ciò considerato, il costituzionalismo liberale e le tecniche giuridiche da esso approntate (costituzioni scritte, Corti Costituzionali, indipendenza della magistratura, divisione dei poteri, dichiarazioni dei diritti…) ha da tempo mostrato la sua inadeguatezza a limitare il potere e a garantire con efficacia le libertà del cittadino. È un tema ricorrente nella riflessione degli studiosi, specialmente a partire dall’affermazione della democrazia di massa.

Ma la crisi, al fondo antropologica, della modernità non è quella di una libertà negativa mal assimilata all’arbitrio e alla licenza. È la crisi della sovranità. È la crisi della (pretesa e  illusoria) razionalizzazione del potere che pone lo Stato come istanza sovraordinata ed esclusiva: la vera novità moderna che spazza il pluralismo potestativo medievale in nome della reductio ad unum. Significativamente Ernst-Wolfgang Böckenförde intitola un suo saggio del 1967 “La nascita dello stato come processo di secolarizzazione”.

A me pare che la soluzione offerta da certa filosofia tradizionalista cattolica, volta a instaurare un sacerdozio politico votato al vero bene o al vero essere, elude il problema istituzionale, e, paradossalmente, si mantiene nel solco di una modernità che non distingue la Chiesa dallo Stato.

 




L’ideologia dei diritti

Rilancio un articolo di Leonardo Lugaresi pubblicato sul suo blog

 

Giudice, forum, corte, giustizia

 

Qualche volta qui si è accennato a quanto sia perniciosa la moderna ideologia dei diritti, che corrompe alla radice il rapporto dell’uomo con Dio, vanificando l’idea stessa della grazia, e a quanto sia stolto parlare di “diritti assoluti”, dato che con ogni evidenza ogni diritto è correlato ad un corrispettivo dovere altrui: il “diritto alla salute”, per esempio, di cui tanto spesso si farnetica, esiste soltanto come “diritto ad essere curati nel miglior modo possibile”; ciò che a sua volta altro non è che l’altra faccia del “dovere di curare nel miglior modo possibile chi è malato” e dunque dipende strettamente dalla determinazione di quali siano i soggetti sui quali incombe tale dovere.

Tutto ciò ovviamente non significa svalutare l’importanza del diritto. Inesistente nell’ambito del rapporto dell’uomo con la natura e del tutto peculiare in quello del rapporto dell’uomo con Dio, dove c’è sì un Patto, ma non confrontabile con nessun altro – basti pensare a come Dio sana il vulnus prodotto dall’inadempienza contrattuale dell’uomo: paga Lui stesso, «inchiodando sulla croce il documento scritto del nostro debitio», come dice san Paolo! – la dimensione giuridica è invece fondamentale nell’ambito dei rapporti tra gli uomini. Il diritto è forse la più grande costruzione umana, ed è gloria imperitura di Roma avervi dato un contributo così importante. Ubi societas, ibi ius; non vi è altra forma ragionevole (e perciò degna dell’uomo) per gestire l’umana convivenza. È anche la più tragica, perché esposta, come ogni umana impresa, alla corruzione e, come è noto, corruptio optimi pessima (“non c’è niente di peggio che la corruzione del meglio”, citazione di San Gregorio Magno, ndr).  Lo cantiamo nel Veni Sancte Spiritus: niente di umano, senza la grazia di Dio, può essere innocente (sine tuo numine, nihil est in homine, nihil est innoxium). Così il diritto soffre “geneticamente” della tendenza ad assolutizzarsi e a diventare autoreferenziale recidendo il nesso con la verità: quod principi placuit, legis habet vigorem e zitti tutti (“Quello che piacque al principe ha forza di legge”, massima del giureconsulto Ulpiano, ndr). Esso rischia così di diventare una macchina che produce ingiustizia, impaniandosi in una terribile contraddizione che i giurisperiti romani, con il loro solito acume, avevano già sintetizzato nella formula perfetta summum ius, summa iniuria (“il sommo diritto è somma ingiustizia”, Aforisma giuridico con cui si vuol dire che l’uso rigoroso e indiscriminato di un diritto o l’applicazione rigida di una norma può diventare un’ingiustizia. Nella forma citata, si trova in Cicerone – De Officiis I, 10, ndr) .

Il cristianesimo nella sua origine, e poi la chiesa cattolica nel corso di tutta la sua storia, non hanno mai avuto un atteggiamento anti-giuridico, ma al contrario hanno sempre manifestato un grande rispetto per il diritto, impegnandosi però nell’operarne una krisis, cioè un discernimento che consentisse di fare un “retto uso” dei suoi beni, purificandolo dalle sue perversioni. Di questo parla, fra le altre cose, un mio libretto di imminente pubblicazione che segnalerò ai cortesi lettori di questo blog nei prossimi giorni.

 

***

 

L’ilarotragedia del cristianesimo televisivo

 

La postilla, invece, riguarda un altro tema che pure è stato trattato qui diverse volte, quello che per far presto potremmo chiamare la questione del cristianesimo televisivo. Nel sito della Nuova Bussola Quotidiana e prima ancora in quello di Aldo Maria Valli oggi si legge una notizia che ha dell’incredibile, ma che purtroppo potrebbe essere vera: il cosiddetto atto di affidamento alla Madonna trasmesso in televisione la sera del 1 maggio dal santuario di Caravaggio, a cui tanti fedeli hanno creduto di “partecipare” seguendone con devozione lo svolgimento dalle loro case, sarebbe stato compiuto in realtà qualche giorno prima e poi trasmesso in differita nella data indicata. Speriamo che giunga una credibile smentita, anche se pare che vi siano più testimoni che confermano che la sera del 1 maggio non è successo proprio niente a Caravaggio.

Non mi interessano i motivi per cui è stata fatta una cosa del genere; direi anzi che mi interessa poco l’intera vicenda, se non per il fatto che essa conferma, come più chiaramente non si potrebbe, la contraddizione insanabile tra logica dell’evento e logica della rappresentazione e l’enorme problema che questo pone al cristianesimo nella sua declinazione mediatica oggi così in voga. Nella rappresentazione “tele-visiva”, infatti, non vi è alcuna differenza sostanziale tra originale e replica, tra diretta e differita, tra realtà e finzione. Tutto perciò rischia di diventare uno spettacolo e non so se c’è da ridere o da piangere.

 




I DIRITTI DI DIO – (la miglior difesa dei nostri diritti umani)

Michelangelo - Giudizio universale - Creazione di Adamo (particolare)

Michelangelo – Giudizio universale – Creazione di Adamo (particolare)

 

di Gianni Silvestri

 

 Sant’Ambrogio apostrofò solennemente l’imperatore, fermandolo fuori dalla cattedrale:
Tu sei una cosa grande sotto il cielo, ma a noi vescovi tocca difendere i ‘diritti del cielo’”.
Un brivido avvolse Teodosio, i suoi soldati e cortigiani che non osarono entrare in Chiesa. Ambrogio (maestro di S. Agostino),  non ebbe timore di difendere i “Diritti di Dio” con queste gravi parole rivolte al grande imperatore che, con l’editto di Tessalonica nel 380, aveva addirittura reso il Cristianesimo “religione di Stato”, proibendo l’arianesimo ed i culti pagani. (ben più del suo predecessore Costantino che, 70 anni prima, aveva riconosciuto il Cristianesimo come “religio licita”, facendo cessare le persecuzioni dei pagani verso i cristiani).
Ma una strage di 7000 persone – per vendicare un suo generale morto in un tumulto – non poteva restare senza giudizio, e senza un pubblico pentimento e penitenza;  anche l’imperatore si chinò dinanzi ai “diritti di Dio”, tanto che Ambrogio nell’elogio funebre così ricordò Teodosio:
“preferì l’amicizia di chi lo riprendeva, a quella di chi lo adulava”.

Ho ritenuto di andare indietro nel tempo, per ritrovare un richiamo autorevole e netto ai diritti di Dio in quanto è sempre più raro, avvicinandoci ai nostri tempi, di sentirne parlare.
Siamo permeati dalla (limitata) razionalità illuministica ed oramai viviamo solo incentrati su noi stessi, tanto da dimenticare le nostre origini di creature (e la presenza di un Creatore).
In questa ottica egocentrica abbiamo creato un elaborato sistema giuridico incentrato (solo) sui nostri diritti: della persona fisica, delle organizzazioni collettive, della personalità, ed ancora diritti sulle cose (dalla proprietà dei beni a quella del denaro e, persino, del suo uso temporaneo con interessi ed attività bancaria). E non è cosa da poco visto che per i diritti sui beni siamo stati capaci delle più terribili guerre e siamo tutt’ora capaci di ogni genere di azioni (buone o malvagie). In questa creazione indefessa di diritti abbiamo persino  immaginato i diritti degli animali tanto da arrivare qui in Italia (patria storica del diritto romano) a concepire il nuovo articolo 189 del D. Lgl. 285 del 1992 che impone (anche in caso di incidente) l’obbligo di fermarsi e porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso in favore degli animali d’affezione, da reddito o protetti’ (cioè quasi tutti).  E la nostra produzione culturale e giuridica non si ferma qui, ma sta creando diritti persino per l’ambiente inanimato, tutelato in quanto tale, per il semplice fatto di essere “paesaggio”.
La domanda allora sorge spontanea: come mai, in tutto questo fervore giuridico che ha coinvolto le persone, gli animali e persino le cose inanimate, non siamo riusciti a concepire ( o abbiamo presto dimenticato) l’idea che anche il Creatore ha i suoi diritti, e non solo per sé, in quanto Dio, ma sul “suo” creato? Come mai abbiamo escluso dalla concezione dei diritti addirittura l’Essere Supremo dell’Universo? (e solo quello?).

Se la cosa può sfuggire a chi volutamente dimentica (o addirittura ostacola e combatte) Dio, questa dimenticanza non è concepibile per la generalità delle persone, tanto da far intravedere l’avanzare di un “umanesimo non solo laico, asseritamente privo di pre-giudizi, ma addirittura ateo” (cioè con l’opposto pregiudizio del rifiuto di Dio).
Ma ogni credente dovrebbe domandarsi: “se ritengo di avere dei diritti che tutti devono rispettare, alcuni intangibili, (come i diritti naturali), perché non devo riconoscere che Dio abbia i suoi diritti?” (visto che tra l’altro è il creatore di tutto)?

 

Giudizio Universale di Michelangelo Buonarroti - Cappella Sistina - Roma

Giudizio Universale di Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina, Roma

 

Sorge allora spontanea la conseguente domanda: ma esistono “i diritti di DIO”? E quali sono?

Non avendo gli elementi per poter conoscere a fondo l’argomento, dobbiamo riflettere non solo con razionalità, ma con umana ragionevolezza chiedendo Aiuto a chi ha già superato questo scoglio, -uno dei 36 dottori della Chiesa e contemporaneamente uno dei 4 padri della chiesa occidentale): S. Agostino. Si narra infatti che egli avesse tentato per tutta la vita di comprendere, al meglio, i principi della fede ed in particolare il Mistero della Trinità ed è famoso l’episodio del bimbo in spiaggia che cercava di trasferire tutta l’acqua del mare in una buca che aveva scavato, servendosi di una conchiglia.  Alla domanda del santo di come potesse illudersi di racchiudere il mare nella sua piccola buca, il bambino gli rispose:  «Anche a te è impossibile scandagliare con la piccolezza della tua mente l’immensità del Mistero trinitario». E detto questo il bambino (il Signore) sparì. Agostino, dovette riconoscere l’incapacità umana di comprendere Dio e i suoi misteri, e di questo ne discusse anche con San Girolamo, coltissimo sacerdote del suo tempo (anch’egli dottore della Chiesa ed autore della cd. “vulgata”, la grandiosa traduzione in Latino della Bibbia realizzata dopo decenni di lavoro nelle grotte di Betlemme ed utilizzata nella Chiesa sino al XX secolo ).
Per questa sua esperienza, Agostino imparò a non fidarsi esclusivamente delle proprie capacità intellettive, ma a coniugare l’intelligenza con la fede, perché l’intelligenza da sola può al massimo farci conoscere il mondo naturale, ma per iniziare a conoscere il mondo soprannaturale la nostra razionalità non basta più, ma abbisogna della luce della fede (un po’ come Dante, che ebbe bisogno di una guida superiore per accedere alla visione del Paradiso).
Per questo Agostino seguì la famosissima massima: “intelligo ut credam, credo ut intelligam ” (“capisco per credere e credo per capire”), cercando di usare l’intelligenza  per capire e credere, (per evitare un fideismo letterale, simile – oggi – a quello dei testimoni di Geova), ma comprendendo che la razionalità va utilizzata alla luce della fede, perché l’intelligenza umana non può inventare le verità di fede, ma solo riconoscerle e tentare di comprenderle. (La strada per arrivare da Dio non la inventiamo noi, a noi spetta intravederla e percorrerla, seguendo la  “nostra Guida”  – che  per indicarci la via della Resurrezione – è addirittura morta per noi).

In estrema sintesi, Agostino, grazie all’aiuto divino, comprese che l’intelligenza ha bisogno di essere illuminata dalla fede, senza questa luce l’uomo rischia di procedere nel buio a causa dei suoi innegabili limiti (e forse il più grosso sbaglio del pensiero moderno è stato quello di ritenersi autonomo da Dio e, soprattutto, di voler comprendere persino il Creatore  con la limitata intelligenza della creatura).

Con questa premessa di una fede che illumina la nostra intelligenze, possiamo dunque approcciarci meglio ai “Diritti di Dio”, non inventandoli, ma partendo da quelli confermati da Cristo stesso:
i due principali “comandamenti della legge”.

1) Il primo Diritto di Dio è quello della dovuta Sua considerazione, di un rapporto di vero amore con Lui. Sin dal suo primo approccio con il popolo ebraico, il Signore mette in chiaro chi sia e come intenda costruire questo rapporto:
Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile.
Non avrai altri dèi di fronte a me.
Non ti farai idolo né immagine alcuna,
Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai.
Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso…”
(Deuter 5, 6-9)
Dio chiede semplicemente di considerarLo nel posto che Gli spetta, per un semplice principio di realtà: Egli è il Creatore di tutto ed ha già dimostrato ad Israele la sua potenza e vicinanza.

Il primo dei diritti di Dio quindi è di essere corrisposto in questa relazione di amore dalle sue creature. Egli le ha sottratte al nulla, le ha create, ha instaurato per primo un rapporto di amore con loro, ma – nonostante tutto ciò – è stato rifiutato: l’uomo e la donna non hanno ricambiato l’amore e la fiducia che Dio meritava. Ecco il senso del peccato originario: l’uomo e la donna pur essendo già alla presenza di DIO, pur avendo sperimentato il Suo Amore in un mondo paradisiaco, hanno messo in dubbio la Sua Parola ed hanno dato fiducia alla “prima bestia” incontrata; con ciò hanno disprezzato il Padre, pur essendo stati addirittura da Lui preavvertiti: «Mangia pure liberamente di ogni albero del giardino; ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare, perché nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai». (Genesi 2.3).
Pur non essendo in grado di gestire l’immensità della conoscenza del bene e del male senza l’aiuto di Dio, l’uomo e la donna hanno voluto  unilateralmente rompere il rapporto con Lui: un errore infinito che, per la sua enormità, ha condizionato l’esistenza di tutta l’umanità.
Ma Dio, nel suo infinito amore, ha voluto dare un’altra possibilità di salvezza, ha deciso addirittura di cambiare il corso stesso della sua stessa Creazione, pensando ad un Disegno di redenzione per recuperare l’umanità decaduta. Egli ha acconsentito addirittura di “umiliare” il Figlio Amato, degradandolo  alla natura umana ed alla morte di croce (elevando allo stesso tempo nella gloria divina l’unica donna che l’ho avrebbe pienamente accettato, Maria). E per questo disegno arditissimo, Dio ha sopportato persino il rifiuto e la caduta degli esseri angelici creati (in primis di Lucifero, il più grande, e dei suoi angeli), i quali non hanno condiviso questa degradazione: dover adorare un Dio ridotto a carne ed una donna che consideravano solo miseria, rispetto alla loro splendida natura angelica. Se riflettiamo sulla grandezza di questo Amore non potremo che impegnarci ad amarlo “sopra ogni cosa” a cominciare dai nostri gesti più importanti nei Suoi confronti: quelli liturgici (in questa ottica persino la Messa acquista un senso diverso: non è solo un nostro “pio passatempo”, – magari discrezionale o sottoposto ad autorizzazioni governative – ma un “atto dovuto a Lui”, con cui Lo onoriamo come Padre offrendoGli il massimo amore possibile: non solo in nostro, ma sopratutto quello di Suo Figlio, morto per il nostro riscatto).

 

Madonna con Gesù bambino

Madonna con Gesù bambino

 

2) Il secondo diritto di Dio è l’amore per le sue creature.
Egli ci ha creato a Sua immagine e perciò guardando a Lui noi comprendiamo meglio noi stessi. Giovanni  nel suo Vangelo intuisce che “Dio è amore” e Cristo ce lo conferma parlando di un Padre Amorevole: noi siamo fatti di Amore, come Lui, (anche se il nostro rifiuto ci ha fatto conoscere il peccato). E non deve meravigliarci questo “bisogno di Amore di DIO per sé e per le sue creature”; se riflettiamo anche noi nel nostro piccolo viviamo questa stessa relazione di amore con gli altri, a cominciare dalla famiglia; anche noi desideriamo che il nostro  amore sia corrisposto ed in questo rapporto ci sentiamo realizzati (è proprio vero che “siamo fatti a Sua immagine” ).
Egli ha vissuto un’esperienza di amore con il popolo di Israele che ha seguito e protetto nei secoli, con segni potenti e lo ha istruito con i vari profeti che hanno annunciato la venuta di Suo figlio per sottoscrivere la Nuova Alleanza, rotta con il primo rifiuto. E stato Cristo stesso ad annunciarci il secondo diritto di DIO: l’amore reciproco fra tutte le sue creature (quasi un cominciare ad “abituarsi” all’immenso amore di Dio, che presto ci incontrerà e ci giudicherà). L’amore è la nostra condizione ideale e la mancanza di amore, le cattiverie – anche di estranei – ci offendono e ci feriscono. Immaginiamo allora come queste offese, questa mancanza di amore (a Lui e tra noi), possano ferire DIO che invece non ci è estraneo, in quanto nostro creatore, nostro Padre. Così come l’Amore di Dio è immenso e supera ogni immaginazione, così dobbiamo pensare che il suo dolore possa essere altrettanto grande (e non è un caso che nell’atto di dolore il pentimento è proprio “perché si è offeso Lui, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa”).

La caduta di Adamo ed Eva, Michelangelo, Capella Sistina

La caduta di Adamo ed Eva – Michelangelo – Capella Sistina

C’è da tremare al solo pensiero del dolore infinito che possiamo arrecarGli ed io sono atterrito dal pensiero della ferite indicibili che gli procuriamo con l’aborto, con le guerre, con gli omicidi con i quali mettiamo a morte milioni di esseri innocenti, suoi figli. Se riusciamo solo ad immaginare il nostro dolore per la perdita di un figlio, dovremmo moltiplicare all’infinito questo Suo dolore per la morte di milioni di figli, in ogni anno della storia umana, senza che Lui possa intervenire per l’estremo rispetto che ha voluto della nostra libertà.
Tantissimo ci sarebbe ancora da aggiungere, a queste prime ed insufficienti considerazioni, sui tanti altri diritti di Dio, ma ho già approfittato troppo dello spazio di un blog (e del tempo di chi legge).
Concludo pertanto ricordando che questi temi non sono soltanto teologici o “filosofici”, in quanto questi diritti di Dio fondano la nostra grande dignità di Suoi figli in una concezione elevatissima della nostra natura e della nostra vita terrena.  La Chiesa ha sempre chiarito che: “Senza il Creatore la creatura svanisce” (Gaudium et spes, 36) e San Giovanni Paolo, il grande, nell’angelus del 7.3.93 ricordava a tutti: “Certo, è giusto e doveroso affermare e difendere i ‘diritti dell’uomo’; ma prima ancora occorre riconoscere e rispettare i ‘diritti di Dio’”. Trascurando questi, si rischia, oltretutto, di vanificare anche quelli. “Se manca il fondamento divino e la speranza della vita eterna la dignità umana viene lesa in maniera assai grave”.
Dalla nostra natura, ultimamente divina, discendono infatti i nostri diritti umani intangibili, in quanto il valore incommensurabile dell’uomo deriva dall’essere stato creato da Dio a sua somiglianza, perciò con un destino eterno, come il Suo. Se al contrario l’uomo è solo un ammasso di cellule destinate al macero, i suoi diritti sfioriranno con l’età, con le malattie, ecc., (ed infatti le spinte alle varie forme di eutanasia si fanno sempre più insistente per gli anziani, per i malati, per le persone affette da Sindrome di Down, persino per i depressi, come da poco accade “nella civilissima” quanto laicista Olanda).
Anche la nostra esistenza terrena, sia pur limitata, acquista un diverso valore: ogni malvagità è giustificata pur di accaparrarsi il massimo del divertimento se tutto finisce con la clessidra del tempo; ma se invece la vita è un “trampolino di lancio” per arrivare al Suo cospetto, ognuno tirerà il meglio di sé in questa vita terrena, anche per gli altri.
“Buona strada” a tutti allora, (come usano dire gli scout, salutandosi), perché dai Suoi diritti di amore, nascono i nostri diritti di vita – addirittura eterna -; perché tutto cambia se ci affidiamo a Lui e questa dura (“e contagiata”) esistenza, diventa solo “la sala di attesa” per prepararsi ad una festa immensa ed infinita, da Lui riservata proprio a chi “molto ha amato”. (Lc 7, 47)

In Pace

 




La prossima persecuzione dei cristiani sarà attuata dagli Stati

Le nuove sfide che l’Occidente deve affrontare quattro decenni dopo la decisiva alleanza tra Papa Giovanni Paolo II e il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan per sconfiggere il comunismo sono state al centro di una conferenza internazionale che si è tenuta a Roma il 4 febbraio scorso. Il convegno ha riunito diverse personalità di spicco del rinnovamento culturale e politico conservatore in Europa e negli Stati Uniti. Tra questi anche Rod Dreher,  senior editor e blogger di The American Conservative e autore di lOpzione benedetto: Una strategia per i cristiani in una nazione post-cristiana. Un commento a questo libro lo trovate qui. Il suo libro di prossima pubblicazione si concentrerà sulle nuove forme di totalitarismo e sul modo di affrontarlo e sconfiggerlo.

Rod Dreher è stato intervistato in proposito da Solène Tadié corrispondente da Roma del National Catholic Register. Riprendo da questa intervista alcuni brani. Potete leggere l’intera intervista sul qui.

Eccoli nella mia traduzione. 

 

Rod Dreher, scrittore

Rod Dreher, scrittore

 

Nel suo discorso incentrato sul totalitarismo e sulle sue nuove forme, lei ha sottolineato che il contesto storico e l’ambiente sociale sono totalmente diversi oggi rispetto al XX secolo. Quali sono le differenze e le evoluzioni contestuali più profonde?

Penso che uno dei più grandi cambiamenti sia la perdita del cristianesimo come forza guida della società, il processo di scristianizzazione. Viviamo in una società post-cristiana. Non intendo dire che non ci siano più cristiani, siamo ancora qui. Ma la storia cristiana non è più la narrazione che i Paesi occidentali usano per capire se stessi. È stata sostituita dal culto di sé, dalla dittatura del relativismo e dalla tirannia di sé. Questo rende così difficile riconoscere il totalitarismo che sta arrivando, perché sei stato addestrato a pensare che questa sia la libertà, che scegliere ciò che vuoi sia la libertà. Le persone che sono cristiane sono state formate in un modo più classico di pensare, teologia morale o ragionamento morale. Capiscono che la libertà non è la capacità di fare quello che si vuole. La maggior parte delle persone nella società è diventata molto fragile. Sono arrivati a pensare che tutta la vita pubblica sia un’espansione dei diritti. Quindi, sotto quei regimi di “giustizia sociale”, come li chiamano, e diritti civili, non essere d’accordo con qualcuno significa ferirlo, significa minacciarlo. E questo rende patologici tutti i disaccordi. Questo rende la persona che non è d’accordo un criminale.

 

Quali sono gli strumenti che si usano per far rispettare quello che spesso si chiama “totalitarismo soft”?

Uno degli strumenti principali per far rispettare la legge è la vergogna, la cosiddetta “cultura dell’annullamento” che abbiamo negli Stati Uniti. Se dici una piccola cosa che diverge dalla loro ideologia, cercheranno di distruggere te e il tuo nome, soprattutto professionalmente. Anche se non sei colpevole. Questo è esattamente ciò che hanno fatto i regimi comunisti. Questa è la principale forma di applicazione negli Stati Uniti, ma ci sono anche leggi sui diritti civili e l’idea di uno “spazio sicuro”. Tutti vogliono che ci sia uno spazio civile di discussione. Ma gli ideologi di sinistra fanno di te una persona insicura se non sei d’accordo con loro, e ti spingono fuori. Ancora una volta i comunisti hanno fatto la stessa identica cosa. Proprio la settimana scorsa ho visto che un produttore svizzero di cioccolato, che era a favore della vita e impegnato nell’attivismo cristiano nel suo Paese, è stato abbandonato dalla Swiss International Air Lines dopo che alcune persone “LGBT” hanno costretto l’azienda a smettere di usare il suo cioccolato. Le compagnie sono dei veri e propri codardi, e si sottomettono alle intimidazioni perché sanno che i cristiani non hanno potere, mentre gli LGBT hanno tanto potere culturale.

 

Il fatto che quasi il 60% dei giovani americani sia favorevole al socialismo è un sintomo della marcia verso il ritorno degli ideali totalitari?

Non credo che il socialismo in termini di socialdemocrazia sia necessariamente totalitario. L’esperienza dell’Europa occidentale ce lo dice. Ma il fatto che tanti giovani siano così rapidi nell’abbracciare il socialismo mi dice che non sanno nulla della storia della sinistra. Infatti, negli Stati Uniti non si parla di storia. Nessuno ha la memoria di qualcosa che sia accaduto più di cinque minuti fa. Questo è un grande problema. E questo ci dice anche che lo stato di polizia di cui parlavo nel mio discorso è qualcosa che i giovani apprezzerebbero perché promette di dare loro tutta la libertà sessuale che vogliono, tutta la libertà del consumatore che vogliono, per proteggerli dalle conseguenze delle loro decisioni. Lo Stato paternalistico si occuperebbe di tutto ciò che li riguarda, in modo che possano essere liberi di vivere come vogliono. Il fatto che vogliano il socialismo mi dice che esiste una mentalità pre-totalitaria. Ad essere onesti, vorrei dire che mio figlio ha 20 anni, è cristiano ma è a favore di Bernie Sanders (esponente indipendente affiliato al Partito Democratico, si qualifica come un socialista democratico, uno degli sfidanti di Donald Trump, ndr), e la ragione è che è molto preoccupato per il suo futuro economico. Penso che sia un problema della destra politica: Abbiamo adorato talmente tanto il mercato che non ci siamo resi conto di quanto siano fragili le condizioni per l’affermazione delle giovani generazioni. Se non saremo in grado di capire come affrontare questo problema in modo efficace, manderemo tanti giovani nelle mani dei socialisti.

(…)

Parliamo de Opzione Benedetto. Ha avuto un successo e un impatto significativo in Europa. Pensa che il suo successo nel Vecchio Continente possa essere spiegato dalle stesse ragioni del suo successo negli Stati Uniti?

Il libro ha venduto bene negli Stati Uniti, ma credo che abbia venduto proporzionalmente di più in Europa. Ora è in 11 lingue, e la Francia è stato il primo paese a pubblicare una traduzione. Quando ho visitato la Francia nell’autunno del 2017 per il tour del libro, sono rimasto stupito nel vedere che il pubblico del mio libro era composto da cattolici di età inferiore ai 40 anni. Ed è quasi lo stesso in tutti gli altri Paesi d’Europa. Come mai? Mi rendo conto che nel mio libro ho sostenuto che siamo in una società post-cristiana e che se vogliamo salvare la nostra fede, dobbiamo vivere in modo più radicale. Le generazioni più anziane, che hanno più di 53 anni, non vogliono credere che sia vero; vogliono credere che se facciamo quello che abbiamo fatto, ma lo facciamo con più abitudine, tutto cambierà. Al contrario, coloro che hanno 40 anni ed anche meno in Europa sanno che è un’illusione. Hanno già vissuto la scristianizzazione delle loro società. Penso che sia il motivo per cui il libro ha avuto tanto successo qui in Europa.

Mentre negli Stati Uniti devo ancora convincere i cristiani che per noi è finita – finita nel senso che non hanno più potere culturale. Ho la sensazione che quando Trump lascerà il suo incarico, che sia l’anno prossimo o tra quattro anni, le cose diventeranno molto più chiare per i cristiani che credevano ancora che tutto andasse bene. Perché c’è questa aggressiva laïcité [secolarismo] del Partito democratico, che arriverà con grande forza contro le istituzioni cristiane, soprattutto verso le scuole cattoliche e protestanti. Dovranno affrontare le persecuzioni dello Stato.

 

In che modo il patrimonio europeo e la situazione attuale l’hanno ispirata a scrivere questo libro?

L’Europa è la mia patria. Tutti coloro che vivono nella civiltà occidentale vengono da Atene, Roma e Gerusalemme. Sono diventato cristiano grazie a Chartres. Avevo 17 anni. Mia madre vinse un viaggio in Europa attraverso la sua chiesa, e mi mandò al suo posto. Ero l’unico giovane a salire sull’autobus. Il tour in autobus si fermava in diverse chiese in Francia, e mi dava fastidio vedere tante chiese, come il ragazzo diciassettenne che voleva solo vedere Parigi. E sulla strada per Parigi, si è fermato in una chiesa a un’ora di distanza dalla città: Era la cattedrale di Chartres. Lì ho incontrato Dio. Ero così sopraffatto dalla presenza di Dio e dal vetro e dalla pietra di questa cattedrale. Sapevo di essere alla presenza del Divino. Uscii da quella chiesa non come cristiano, ma come qualcuno che era alla ricerca. E la mia ricerca alla fine mi ha portato al cristianesimo. Queste vecchie chiese in Europa sono la mia casa spirituale e culturale. La amo e voglio difenderla.

 

Ha mai incontrato una figura religiosa che potrebbe essere il nuovo Benedetto di Norcia, e se no, come pensa che un tale personaggio dovrebbe affrontare le sfide attuali? 

Per ora non ho incontrato nessun potenziale San Benedetto. Ma incoraggio le persone a trovare il Benedetto in sé. Il mio eroe è Benedetto XVI perché gli voglio tanto bene, ma vorrei anche menzionare Marco Sermarini. È un avvocato di cinquant’anni, un uomo comune di una piccola città italiana che ha avuto l’ispirazione di costruire una comunità [la Compagnia dei tipi loschi del Beato Pier Giorgio Frassati]. È molto tradizionale nel suo cattolicesimo, ma la sua comunità non è opprimente, è piena di gioia. Per me è un ideale.

Cito anche un altro ragazzo dell’Opzione Benedetto che si chiama Giovanni Zennaro. È un ragazzo giovane con quattro figli. Lui e sua moglie hanno deciso di mettere insieme una piccola comunità di giovani famiglie benedettine, e hanno appena comprato una casa vicino a Norcia. E vogliono trasferirsi tutti lì e cercare di lavorare e vivere in una comunità di famiglia. È stata ispirata da l’Opzione Benedetto. Questi giovani hanno molto da perdere, ma vedono un obiettivo più grande e più alto per la loro vita. Vogliono dimostrare che un diverso stile di vita è possibile. Hanno ricevuto la benedizione del loro vescovo, e stanno lavorando con i monaci di Norcia. Credo che questo sia il genere di cose di cui abbiamo bisogno.

 

C’è qualche paese o gruppo europeo specifico che può essere una forza trainante per l’Occidente?

Come persona cresciuta ai tempi di Giovanni Paolo II, ho sempre pensato alla Polonia come a una fortezza della fede. Quando ci sono andato per la prima volta l’anno scorso, sono rimasto scioccato nel sentire i giovani cattolici che vanno ancora a messa. Sentono che alla Polonia mancano forse 10 o 20 anni per diventare come l’Irlanda. Temono che il cattolicesimo sia diventato per lo più culturale. Non so se sia vero, ma questa preoccupazione è molto reale.

Nei miei viaggi non ho trovato molte ragioni per sperare in modo molto ampio per la Chiesa, perché siamo tutti in crisi. Ma quando incontro queste piccole comunità di giovani cattolici che vedono davvero attraverso la nebbia la realtà della nostra situazione e vogliono trovare il modo di vivere secondo le verità che la Chiesa, le loro famiglie e le loro tradizioni hanno insegnato loro, è una cosa bellissima.

Non posso dire che un paese stia meglio dell’altro, ma ho visto nei paesi dell’Est europeo come la Polonia o la Slovacchia un senso molto forte di ciò che stiamo perdendo, soprattutto perché hanno un ricordo di come era sotto il comunismo e di ciò che i comunisti hanno cercato di portargli via.

Una cosa che trovo anch’io è la sensazione che dobbiamo formare reti al di là dei confini nazionali. È stato un grande piacere per me, da quando ho iniziato il progetto “Opzione Benedetto” di connettermi con i cristiani in Italia, Francia, Germania, Spagna ed Europa dell’Est, in modo che possano conoscersi. Dobbiamo conoscerci perché non sappiamo quanto sarà importante in futuro sapere dove sono i tuoi amici. Una cosa che ho imparato parlando con i cristiani che hanno sofferto a causa del comunismo è quanto la situazione possa peggiorare molto rapidamente. Continuo a parlare di “totalitarismo soft”, ma le persone con cui parlo, che sono cresciute sotto il comunismo, mi dicono: “Smettila di dire ‘soft’; quello che sta succedendo sta diventando molto duro”. Quindi, forse non sono abbastanza allarmista, ma vedremo.

Dobbiamo respingere con forza gli attacchi che stiamo ricevendo, ma una cosa importante è che non possiamo dire contro che cosa siamo senza dire per che cosa siamo. La prima volta che sono andato a Subiaco, sono stato così sopraffatto dalla bellezza di quello che il Signore ha fatto per San Benedetto; e una delle ragioni per cui sono cristiano oggi è per quello che è successo in quella grotta nel VI secolo. Fa parte dell’essenza della civiltà romana ed europea. Se non la amiamo e non la difendiamo, è come tradire il proprio padre.

(…)




Liberalismo, ovvero il regime sotto la maschera delle libertà e diritti per tutti

Eugene Delacroix: “la libertà che guida il popolo”, 1830, olio su tela, Museo del Louvre, Parigi

Eugene Delacroix: “la libertà che guida il popolo”, 1830, olio su tela, Museo del Louvre, Parigi

di Riccardo Zenobi

 

Il post di R. R. Reno nasce come commento ad un libro sul travagliato rapporto tra cattolicesimo e modernità, tema che ho molto a cuore anche perché è uno dei nodi più problematici della Chiesa contemporanea e che l’ultimo concilio ha complicato ulteriormente rispetto al passato. Nella sua esposizione Reno sostiene di essere “agnostico sulla logica del liberalismo”, e in conclusione afferma che “unica guardia affidabile contro il totalitarismo […] sono potenti contro-autorità radicate in feroci lealtà verso verità naturali e rivelate”. Vorrei qui colmare la lacuna del discorso sulla “logica del liberalismo” sostenendo che il socialismo è la controparte totalitaria del liberalismo e una sua implicazione logica, e che ciò si è visto fin dalla nascita di questo sistema di pensiero con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino a cui seguì il genocidio vandeano: questi due eventi sono implicati perché hanno alla base la stessa logica.

Il post parte dalla corretta definizione del mondo nato dalla Rivoluzione francese: “La modernità liberale è caratterizzata da tre elementi: pluralismo religioso, stato secolare e diritti umani”. Questa visione della realtà è di fatto la base di partenza sulla quale attualmente si vuole innestare qualunque discorso riguardante il rapporto tra Chiesa e mondo politico, in quanto nel giro di pochi decenni i “principi dell’89”, quelli della Rivoluzione francese, “Liberté, Égalité, Fraternité”, conquistarono tutti i paesi europei e quindi gran parte del mondo, tanto da divenire l’unico punto fermo in quasi ogni nazione, venendo apertamente rifiutati solo dall’islam politico. In Occidente tali principi sono ritenuti così dogmaticamente assoluti e inattaccabili che si ritiene impossibile per una mente ragionevole rifiutarli, e questa visione è confortata dal fatto che praticamente tutti i cittadini occidentali vengono plasmati e formati allo stesso modo su questo argomento, con l’eccezione di qualche fondamentalista islamico il quale rifiuta tale visione non per argomentazione razionale ma per la propria fede radicata nell’islam.

Ciò che il post di Reno (e forse anche il libro da cui parte la recensione) non fa notare abbastanza è che la storia delle ideologie novecentesche è lo sviluppo logico e coerente della falsa alternativa liberalismo/socialismo implicita nei tre elementi già menzionati. Il pluralismo religioso porta come conseguenza che la religione non informa più la sfera pubblica ma resta nell’ambito della pluralità delle opinioni private, mentre il mondo politico deve partire da una base talmente salda da essere condivisa (almeno come dato di fatto) anche da chi la vuole criticare; in tal modo la religione è in secondo piano rispetto alla politica, più o meno rilevante a seconda delle tornate elettorali. Relegata nella sfera dell’opinione, il posto della religione è stato preso dai principi dell’89, perciò lo Stato [1] non può abbracciare che essi e quindi essere agnostico o ateo, in ciò contrapponendosi allo Stato confessionale prerivoluzionario nato nel XVI-XVII secolo. Tale Stato non può porsi come artefice di qualcosa di universalmente valido, in quanto è assurdo e pericoloso vedere in esso la fonte stessa di ciò che è Bene per ogni uomo; da qui nasce la riflessione sui diritti umani, nati come ciò che serve a limitare lo Stato e il suo intervento essendo ritenuti inerenti all’uomo in quanto uomo e quindi inalienabili dalla ragion di Stato o dal “bene comune”. Questa è in sostanza la logica del liberalismo, che nel Novecento si è confrontato “dialetticamente” con il socialismo nelle diverse forme via via assunte (fascismo, comunismo, nazionalsocialismo, bolscevismo, etc.).

Il socialismo e il conseguente totalitarismo (definito come l’assorbimento della società da parte dello Stato) sono del tutto conseguenti a tale impostazione del mondo politico, poiché una volta che i diritti umani sono stati definiti come limite che lo Stato secolare non può oltrepassare e che rappresentano l’essenza inviolabile del bene comune intorno al quale si vuole costruire la società e fondare il modo di pensare dei cittadini, chiunque li neghi o li critichi si trova ad essere anemico dei diritti umani e quindi del limite d’azione dato allo Stato, oltreché ad essere nemico del modo di pensare ed agire dei cittadini. Quando una intera parte della popolazione si solleva per motivi così profondi e radicali come una visione alternativa del mondo, che abbraccia la definizione del Bene, la funzione dello Stato e l’identità dell’uomo, non ci possono essere compromessi: ecco quindi il genocidio vandeano, di coloro che rifiutavano i principi dell’89.

Se il liberalismo sotto attacco mostra il volto malevolo del socialismo, quest’ultimo mostra la bonaria faccia del liberalismo quando le idee che sostiene sono condivise dalla popolazione, poiché se la visione del mondo propugnata diventa così comune da non essere più vista come “partitica” ma del tutto “ovvia ed evidente” – tanto da essere la sola lente con la quale si guarda la realtà – non c’è più bisogno di propaganda da parte del partito o dello Stato, e tutti si sentiranno liberi mentre pensano nello stesso identico modo. Anche Marx affermò che la dittatura del proletariato (che nella realtà è lo Stato di polizia ideologica sovietica) è solo un momento prima del comunismo, il quale si sarebbe realizzato quando la realtà stessa sarebbe stata vista unicamente attraverso gli occhi del materialismo dialettico; in altri termini, quando tutti pensano allo stesso modo non c’è bisogno di denunciare nessuno come nemico del popolo. Per tali motivi sostengo che liberalismo e socialismo non sono due realtà separate ma solo due facce della stessa medaglia, derivanti dall’identica logica consistente nel voler essere un sistema che abbraccia l’interezza della realtà umana, sociale, politica e metapolitica.

Questo discorso può allargarsi anche all’islam, in quanto esso ha una propria legge politica (la sharia), le sue fonti di giudizio/fede sulla realtà (il Corano), la sua etica (la Sunna e la vita di Maometto), perfino la sua economia – tanto che alcuni studiosi lo definirono un protosocialismo – e la tendenza a ricondurre tutto al proprio sistema di verità “rivelate”. Modernità ed islam sono due sistemi che condividono la stessa logica declinata in due maniere diverse; nel primo caso si vuole ricondurre tutto ai diritti umani, nel secondo al Corano. In parole povere la modernità è la versione europea settecentesca dell’islam.

Nel rapporto tra cattolicesimo e modernità il problema risiede nella logica fondativa di quest’ultima che la rende un sistema di pensiero e di giudizi sulla realtà da cui far partire ogni agire pubblico. All’interno della categoria “giudizio” ricade anche la fede (religiosa o personale) che si ha della realtà, sul bene e sul male. Un essere umano consapevole incarna i propri giudizi nel suo modo di essere, nel suo agire umano, personale, sociale e politico; chiedergli di subordinare i suoi valori a qualcos’altro, o mettere “tra parentesi” i suoi principi di giudizio per aver accesso alla sfera politica vuol dire escludere la fede (e la persona) di quest’uomo dalla sfera pubblica, inducendolo a ritenere gli elementi che trova in essa più importanti e superiori in valore rispetto ai propri principi.

Il cattolicesimo deve rifiutare la radice stessa di tale logica: non può quindi parteggiare per liberalismo o socialismo, ma occorre che inizi a costruire una proposta al di fuori di tale schema della modernità, la quale esclude dalla sua costituzione alcuni elementi del Vangelo e ne assume altri ad esso contrari, per poter infine costruire una civiltà, una società e una politica cattolica senza compromessi con elementi che nascono dal rifiuto di alcuni aspetti del giudizio cristiano sulla realtà.

 


[1] Ricordo la definizione weberiana di Stato: ente con il monopolio del diritto e dell’uso legale della forza




“La società ideologica dei ‘diritti’ per tutti inizia ritenendo Bene comune la libertà e male ogni vincolo”

Dichiarazione dei diritti dell'uomo

Dichiarazione dei diritti dell’uomo

 

di Riccardo Zenobi

 

Nel saggio I diritti dell’uomo e la legge naturaleJacques Maritain riteneva i diritti umani una trasposizione secolare della legge naturale[1], e perciò compatibili con la visione cristiana dell’uomo nei suoi rapporti con la società, lo Stato e Dio. Il libro venne scritto nel 1948, poco prima della pubblicazione della Dichiarazione universale dei diritti umani da parte dell’ONU, la cui preoccupazione principale era evitare il ripetersi degli eccidi e degli orrori della seconda guerra mondiale; tale documento si situa nel solco della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadinodel 1789. Sebbene parte dei contenuti di tali carte dei diritti sia materialmente simile al decalogo e alla visione cristiana del bene comune e della legge naturale, a livello formale c’è un abisso tra quest’ultima e la visione moderna o postmoderna dei diritti umani, che la storia della secolarizzazione ha mostrato apertamente e tragicamente.

Ciò è di fondo dovuto all’aver perso di vista il Bene, superiore, precedente e fondativo rispetto all’uomo e al mondo i quali di esso partecipano, per sostituirlo con una visione immanente che punta a dei beni di questo mondo e sottintende una visione dell’uomo chiusa al trascendente. Muoversi all’interno di questi paletti ha portato alla secolarizzazione dello Stato e a cascata dell’intera società e sfera pubblica.

La dichiarazione del 1789 aveva volutamente tolto ogni riferimento al trascendente nei suoi articoli, in quanto la citazione dell’Essere supremo nel preambolo è del tutto estrinseca, e si limita a chiamarlo come testimone e non come fonte dei diritti o legislatore. Questo perché “il cielo si portasse in terra” ed “alfine la felicità diventi un diritto, la cui idea si sostituisca a quella di dovere”[2]. Come nota Estanislao Cantero Nuñez “a quel fine erano sufficienti i lumi della ragione […] perché ci sono solo verità naturali, cosi come spiegò Hazard”[3]. Tolto ogni riferimento al Bene superiore, l’uomo può fondare la sua felicità solo in ciò che è immanente in natura o nel proprio animo, e quindi solo in essi trovare il proprio bene e da lì costruire una società organizzata intorno ad un “bene comune”. In tale ottica quest’ultimo risente della pluralità di giudizi che si può dare in base a infiniti fattori e inclinazioni che portano a riconoscere un bene da perseguire in qualcosa di non condiviso (o addirittura avversato) da altri. Oltre a ciò, lo Stato si ritrova a non dover rendere conto del suo operato a nulla che lo preceda o che lo trascenda, limitandosi nel migliore dei casi a fare da arbitro in giochi di forza (per fini elettorali), mentre nel peggiore diventa esso stesso attore e diffonde una ideologia in proprio. Poiché in base all’articolo sesto della Dichiarazione del 1789 la legge “è l’espressione della volontà generale” quest’ultima può essere recapita o guidata da potere. In ogni caso, cosa è “bene comune” viene stabilito per legge dal potente di turno, il quale avrà anche il dovere di metterlo in atto.

Vi è inoltre un ulteriore mutamento che ha portato alla definizione dei diritti umani, uno slittamento semantico del termine diritto, il quale venendo ad essere ancorato ad una visione antropocentrica ha perso ogni legame con un bene oggettivo che si possa situare fuori dell’individuo. Togliere ogni legame con il Bene trascendente ha finito con il recidere i rapporti con ogni tipo di bene, anche naturale; tale passaggio è avvenuto anche per motivi strutturali: chiuso l’uomo e il suo intelletto nell’immanenza la ragione non può trovare il bene come troverebbe un qualunque ente o una verità naturale, poiché di quale realtà materiale si può dire “è bene in sé”? Dato che il bene non viene visto dalla mente come una qualunque realtà di questo mondo, chiudere l’intelletto nell’immanente ha portato a far perdere al diritto il fondamento che aveva in precedenze, cioè il suo riferimento ad un oggettivo bene comune da perseguire in quanto partecipazione del Bene.

Non essendoci un fondamento oggettivo del diritto, esso non può più essere visto allo stesso modo della classicità o del medioevo come oggetto della virtù della giustizia, ossia ciò che è dovuto ad un altro, alla società o a Dio nell’ottica del giusto/ingiusto e del bene/male oggettivo, i quali limitano e plasmano il diritto e le leggi. Venuta a mancare tale impalcatura il diritto ha iniziato ad indicare una forza morale soggettiva, ovvierò si iniziò ad intenderlo come ciò che qualcuno deve avere il permesso di fare senza interferenza, avulso dall’essere misurato e definito da ciò che è oggettivamente giusto; al contrario il bene e la giustizia vengono ad essere misurati da quanto un individuo è autonomo, indipendente e libero di fronte agli altri, alla società e a Dio. Così lo stesso “bene comune” perde il ruolo di misura dei diritti, finendo per essere misurato da quante più persone possibile hanno la maggiore libertà permessa.

Il vulnus di tale concezione del diritto consiste nel suo irriducibile individualismo, il quale negando ogni dovere verso qualcosa di superiore o precedente l’uomo (per esempio la legge naturale) porta a ritenere “diritto” almeno in potenza ogni cosa richiesta come tale da un gruppo o da un movimento ideologico: l’unico limite della libertà diventano gli altri, coloro che non condividono tale visione e che dunque si oppongono – vuoi per ragioni fondate o per motivi ideologici. Non potendo convincere questi ultimi (o chi detiene il potere) solo con slogan e frasi fatte, si cerca di tacitarli accusandoli di essere un limite al riconoscimento dei diritti e dunque un pericolo per la società e il “bene comune” così strutturato, dipingendoli come nemici grotteschi. Ci si può lecitamente domandare se la libertà e i diritti di alcuni valgano più della libertà e dei diritti di qualcun altro, poiché ogni gruppo definisce un insieme di cose che ritiene proprio diritto e che definiscono un bene che si vorrebbe pubblico e comune, e spesso le concezioni diverse sono inconciliabili e non possono convivere. Ma parlare unicamente di “uguaglianza” e di “diritti per tutti” porta a ritenere che gli oppositori, o chi semplicemente ha una concezione diversa del diritto, abbiano il permesso (e il diritto) di essere tali, rendendo impossibile tacitarli in nome della libertà. Si ricorre quindi alla discriminazione positiva[4], termine paravento per accusare gli avversari di “seminare odio” e quindi negare loro la libertà di esprimersi, non più in nome della libertà d’espressione, ma in nome della propria libertà appena raggiunta a colpi di leggi imposte dallo Stato (quando non allo Stato), vista come minacciata da chi non condivide il politicamente corretto delle élite intellettuali.

È del resto impossibile permettere tutto, ma la libertà non va limitata in nome di sé stessa o del potere dello Stato, ma in nome di qualcosa di superiore e che la fonda: il Vero/Bene/Giusto, che fa da discrimine tra vera/buona/giusta e falsa/cattiva/ingiusta libertà – che in questo secondo caso si tramuta in vera schiavitù ideologica. Per quanto certi movimenti neghino apertamente ogni riferimento a qualsiasi idea di Bene, essa è sempre un giudizio sotteso e in molti casi inespresso, il quale è fondamento delle rivendicazioni e forma la società che si vuole costruire. La società dei “diritti” per tutti inizia ritenendo Bene supremo la libertà e male ogni vincolo non volontariamente scelto, inserendosi in ciò pienamente nel solco della Dichiarazione del 1789 e divenendo la forma postmoderna di essa; ed ecco che a cascata tutte le rivendicazioni dei vari movimenti si sono fatte largo nel corso degli anni. La Dichiarazione nelle intenzioni di coloro che l’hanno scritta voleva fondare una società antropocentrica, sostituendo a Dio una qualche visione antropologica o sistema ideologico incentrato nell’immanente, dunque è conseguenza inevitabile ritenere gli altri l’unico limite alla propria libertà, limite che può essere rimosso in vari modi – dalla persuasione al genocidio “Vandea style”.

Tutti i movimenti ideologici si rifanno all’assioma “la mia libertà finisce dove inizia la tua”, e dunque chiedono libertà per condotte e pratiche che in passato erano scioccanti e esecrabili; e poiché tale assioma è l’unica verità inappellabile della post-modernità, non hanno bisogno di discutere della bontà o meno di certe cose: poiché esse ricadono all’interno di questo assioma, ne partecipano alla verità, e dunque sarebbe un crimine non permetterle. Ciò dimostra che in un modo o in un altro il riferimento ad un Bene supremo al quale la società deve conformarsi è ineliminabile; ogni gruppo che vuole fondare una società e una realtà umana deve dunque dichiarare apertamente e deve mettere in chiaro quale Bene vuole perseguire e raggiungere con le sue idee e nella scena pubblica, e a quali fini ordinare i mezzi economici, politici e sociali a disposizione. Il paravento del volontarismo dei diritti serve solo a nascondere (ipocritamente) che si sta lavorando per cambiare il Bene di riferimento della società senza farsene accorgere, come ha mostrato la storia e la cronaca recente. Solo riportando il discorso dai “diritti” al Bene/Vero si può sperare di arginare la spinta centrifuga e antisociale di certe realtà ideologiche, ed evitare paraventi e discorsi ipocriti sulla falsariga di “diritti per tutti”.

 

 

Fonte: Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuan




Le Famiglie islamiche non riescono a svegliare i Cristiani dal loro torpore e bloccano da sole l’indottrinamento LGBT nelle scuole di Birmingham

Genitori islamici protestano contro insegnamento gender nelle scuole di Birmingham (fonte Daily Mail)

Genitori islamici protestano contro insegnamento gender nelle scuole di Birmingham (fonte Daily Mail)

 

di Annarosa Rossetto

 

I fatti sono abbastanza noti: la comunità islamica di Birmingham ha fermato con una campagna di protesta decisa e determinata l’indottrinamento gender nelle scuole della comunità di Parkfield, a maggioranza musulmana, in una zona centrale della città britannica. Oltre 600 bambini sono stati tenuti a casa da scuola per settimane e sono stati fatti picchetti di protesta perché i genitori non volevano l’introduzione di materiale didattico infarcito di ideologia LGBT. La campagna di boicottaggio della scuola è andata avanti finché la direzione non ha deciso di sospendere a tempo indeterminato il programma sui “diritti civili” previsto dall’Equality Act.

La storia, ci spiega Rod Dreher in un suo articolo, ha un risvolto che riguarda da vicino la comunità cristiana, Anglicana ma anche Cattolica.

La signora Miriam Ahmed, la mamma che ha guidato la protesta preoccupata per i suoi due bambini, aveva fatto appello direttamente al rev. David Urquhart, vescovo anglicano di Birmingham e a Sarah Smith, direttrice degli uffici educativi della stessa diocesi, chiedendo sostegno per la campagna mentre era in corso.

Nella e.mail la sig.ra Ahmed spiegava che come famiglie non avevano nessuna intenzione di attaccare le persone omosessuali o transessuali né di rinnegare l’Equality Act del 2010, insegnando ai propri figli il rispetto per tutti. Sottolineava che “la principale preoccupazione” dei genitori musulmani era che il programma insegnato dalla scuola “non era adatto all’età” e, dal punto di vista psicologico, “confondeva la mente dei bambini più piccoli”. “Io e molti altri genitori abbiamo visto che i bambini tornano a casa confusi e con molte domande su ciò che sono”. In effetti nella scuola gli aspetti enfatizzati, rispetto alle tematiche dell’Equality Act, erano soprattutto quelli dell’orientamento sessuale e della riassegnazione di genere.

Faceva notare, quindi, che non era una questione che toccava solo i musulmani ma tutte le persone di fede.

La risposta degli Anglicani, giunta attraverso un portavoce del vescovo, è stata che la diocesi sperava che tutte le scuole anglicane stessero implementando la legge sull’eguaglianza per “preparare i nostri figli a vivere nella Gran Bretagna moderna”. L’email proseguiva: “Ciò include il diritto per le persone di scegliere la propria identità e chi desiderano amare. Riteniamo che sia compito dei singoli consigli di amministrazione decidere le risorse che meglio si adattano a loro per implementare la legge sulle pari opportunità “.

Una risposta simile la signora Ahmed l’aveva ottenuta al telefono dalla direttrice degli uffici diocesani per l’educazione.

Nemmeno la Chiesa Cattolica e altre denominazioni cristiane (metodisti, battisti, e sottogruppi anglicani) hanno ritenuto importante pronunciarsi contro il programma imposto alle famiglie dalla scuola.

Dopo il successo ottenuto nella scuola della zona di Parkfield altre scuole di Birminghan hanno sospeso programmi simili per le proteste dei genitori.

In Francia negli anni scorsi la Manif pour Tous, dopo aver mobilitato centinaia di migliaia di famiglie contro la legge sul “matrimonio gay”, aveva lanciato a livello nazionale varie “Giornate di ritiro dalla scuola” contro l’introduzione di indottrinamento gender nell’educazione pubblica realizzando una certa unità di intenti tra famiglie cattoliche e islamiche, il tutto all’insegna, comunque, della laicità dello Stato correttamente intesa.

Qualcuno ricorderà una iniziativa simile, lo sciopero delle famiglie lanciato dalla Manif pour Tous – Italia (oggi “Generazione Famiglia”) durante una loro “convention” dopo il primo Family Day del 20 giugno 2015. L’iniziativa messa in atto il 4 dicembre era in risposta alla legge “La Buona Scuola” dell’allora ministro dell’Istruzione Stefania Giannini all’interno della quale, nel famigerato comma 16, si introduceva l’obbligo per le scuole di ogni ordine e grado di integrare i piani triennali dell’offerta formativa con attività sul contrasto alla discriminazione e alla violenza di genere che apriva all’ideologia gender come elemento dell’insegnamento curriculare. (Recentemente il Ministro Bassetti ha emanato delle linee guida che correggono in parte questa restrizione della libertà educativa dei genitori)

Nel caso italiano, rimasto finora isolato, la Chiesa locale, né come gerarchia né come movimenti ecclesiali, ha preso negli ultimi anni posizione attiva e pubblica in difesa della libertà educativa dei genitori, anticipando tristemente quanto si è ripetuto in Inghilterra in questi giorni. La tiepidezza della maggioranza di chi si considera Cristiano, Cattolici compresi, sembra essere la cifra di questo scorcio di Storia. E, lasciando agli Islamici, almeno in Gran Bretagna, la battaglia per uno dei principi non negoziabili (protezione della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del suo concepimento fino alla morte naturale; riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, come unione tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio, e protezione del diritto dei genitori ad educare i loro figli) i cristiani non solo abdicano ad un loro preciso dovere ma lasciano riempire un vuoto valoriale ad una comunità religiosa portatrice di una visione della società molto diversa da quella che ha costruito l’Europa che conosciamo.




DALLO STATO “NEUTRALE” ALLO STATO “TIRANNO”

diritto all’aborto, aborto

DALLO STATO “NEUTRALE” ALLO STATO “TIRANNO”

 

Lunedì 19 febbraio, S.E. Mons Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuan, ha svolto a Milano – su invito e per iniziativa del Centro studi Livatino – una conferenza sul tema “La civiltà della vita e le leggi che la minacciano”.

La relazione di mons. Crepaldi è molto interessante. Per questo vi invito a leggerla (studiarla). Per agevolare la sua lettura ho fatto una sua sintesi dal testo pubblicato sul sito del Centro Studi Livatino.

In fondo trovate anche il link dell’intero incontro.

LA “SVOLTA” NELL’ATTUALE LEGISLAZIONE CONTRO LA VITA

La prima e fondamentale conclusione è che nelle leggi sul diritto alla vita c’è stata una “svolta” molto significativa quando è stato programmato il “diritto” a nuovi diritti. Per una lunga fase, la legislazione in materia aveva tollerato alcuni comportamenti contrari al rispetto della vita nascente con leggi che prevedevano l’aborto solo in casi particolari ed eccezionali. (…)

Va comunque riconosciuto che fino ad un certo stadio della sua evoluzione, il diritto alla vita veniva addirittura proclamato nei primi articoli dei testi di legge sulla disciplina dell’aborto volontario per poi passare a prevedere la possibilità di alcune eccezioni. (…)

In seguito le leggi iniziarono invece a contemplare l’aborto come diritto. La legge francese è stata cambiata e l’espressione “a tutte le donne incinte che si trovano in una situazione di sofferenza a causa del loro stato”, è stata sostituita con la seguente: “a tutte le donne incinte che non vogliono una gravidanza”. Di conseguenza, da due anni una legge francese punisce chi nel Web cercasse di dissuadere le donne ad abortire.

Il riconoscimento del diritto all’aborto cambia completamente il quadro. Se l’aborto è un diritto umano e lo Stato protegge e sviluppa i diritti umani, allora lo Stato deve promuovere l’aborto per dare realizzazione ad un diritto umano, deve favorire l’accesso, deve perfino educare ad esso le nuove generazioni e l’obiezione di coscienza diventa inammissibile. (…)

Se le relazioni omosessuali godono di riconoscimento pubblico e, quindi, contribuiscono al bene comune, lo Stato le deve insegnare nelle scuole, come insegna l’uguaglianza in dignità di tutte le persone contro il razzismo.

Da questa caratteristica derivano poi le altre che contribuiscono a definire la pericolosità della situazione. Mi riferisco alla carattere SISTEMICO e a quello ISTITUZIONALE delle leggi contro la vita. Il primo è particolarmente preoccupante: se un cittadino fa ricorso alle Corti di giustizia internazionali contro il proprio ordinamento statale, in genere non trova soddisfazione, data la omogeneità dello spirito che informa le decisioni delle Corti internazionali e quello che informa gli ordinamenti nazionali. Anzi, come è noto, sono spesso le Corti internazionali di giustizia a processare gli ordinamenti giuridici degli Stati membri quando questi non prevedano una legislazione contro la vita. Questo per quanto riguarda l’aspetto “sistemico”. Il secondo – ossia l’aspetto “istituzionale” – ci dice che tutto ciò è diventato “macchina” che, procedendo per inerzia in virtù di atti dovuti all’interno dell’apparato burocratico, permea univocamente la pubblica amministrazione. (…)

IL MODERNO LEVIATANO E LA SUA NASCITA DALL’ANGOSCIA

(…) Cerchiamo di proporre qualche analisi delle sue cause, dal punto di vista del pensiero giuridico e politico e nella visione della Dottrina Sociale della Chiesa.

Carl Schmitt ha illustrato, in modo forse insuperato, la prospettiva giuridico-politica di Thomas Hobbes e come essa sia alla base di ogni forma di “positivismo giuridico”. Il Leviatano di Hobbes è nello stesso tempo “Dio, uomo, animale e macchina”. Il proton pseudos, “l’errore iniziale del pensiero politico moderno, come ricordava Marino Gentile, è stato di affidare al consenso pattizio gli stessi fondamenti della comunità politica”. (…)

In questo modo si giunge alla neutralità dello Stato rispetto ai contenuti. Se lo Stato è magnum artificium, allora esso è uno strumento tecnico-neutrale il cui valore sta nell’essere una buona macchina “indipendente da ogni contenuto di fini e di convincimenti politici, e acquisisce la neutralità rispetto ai valori e alla verità propria di uno strumento tecnico“. (…) Non è forse vero che le attuali leggi contro la vita presuppongono questa concezione del potere e della legge? Anche oggi ci si trova di fronte ad uno Stato “neutrale“ e ad una macchina tanto efficace quanto formale e puramente procedurale. (…)

Il pensiero politico e giuridico moderno di Hobbes e di Bordin nasce non solo dalla disperazione dell’uomo del Seicento davanti alle guerre di religione, ma dalla disperazione dell’uomo solo e nudo nello stato di natura, l’uomo talmente disperato di poter godere la pace al punto di affidare l’attuazione non ad un Defensor pacis, come suonava ancora nel XIV secolo l’opera di Marsilio che pure iniziava questo lungo processo di reductio ad unum da parte dello Stato, ma di un Creator pacis, quale appunto il Leviatano è. Disperato quell’uomo dato che il Dio-Stato che gli garantisce la pace non può garantirgli la speranza. Con lo Stato-macchina di Hobbes viene lucidamente e tragicamente fondata la “neutralità”, secondo cui lo “Stato proprio ordine in stesso e non fuori di sé“. Esso può pretendere obbedienza incondizionata e se oggi lo Stato non consente l’obiezione di coscienza – come ricordavo all’inizio – è perché il leviatano non può ammettere un “diritto di resistenza“, di cui l’obiezione di coscienza è tuttavia espressione.

IL MODERNO “STATO DI DIRITTO”

La neutralità dello Stato rispetto al contenuto di verità stabilita in modo così determinato Hobbes e così plasticamente espressa nella sintesi di “Dio, uomo, animale e macchina”, alimenta anche lo Stato liberale costituzionale e parlamentare del XIX secolo, quello che si è soliti chiamare “Stato di diritto“. È la situazione in cui, come disse Max Weber, la “legalità” coincide con la “legittimità” e lo Stato è un “sistema di legalità statale funzionante in modo calcolabile senza riguardo a contenuti dei fini o di verità o di giustizia“. (…)

Quando poi la volontà dello Stato fu identificata nella volontà del popolo, ogni legge che fosse frutto della volontà popolare espressa dal Parlamento ebbe l’autorità e la dignità che le derivava dal suo rapporto col diritto. Arriviamo così all’attuale nozione di legge: “La legge in una democrazia è la volontà contingente del popolo di volta in volta dato, cioè in pratica la volontà di quella che di volta in volta è la maggioranza dei cittadini elettori“. (…)

La neutralità tra diritto e ingiustizia rende possibile che la fattispecie del “tiranno“ sia presente anche nello Stato borghese di diritto. Tiranno è chi ha ottenuto il potere in modo illegale o che, o che ottenutolo in modo legale, lo esercita in modo illegale. Chi ha la maggioranza non rientra in nessuna di queste due tipologie e quindi non può essere tiranni. La maggioranza “non commetterà mai ingiustizia ma trasformerà ogni sua azione in diritto e legalità”. Ma, proprio questa è la peggiore tirannia.

INSUFFICIENZA DELLA FORMULA DI BÖCKENFÖRDE

È agevole riscontrare nell’attuale legislazione contro la vita la perfetta applicazione di queste concezioni della legalità vista come coincidente con la legittimità. (…) anche le moderne democrazie liberali rientrano nella fattispecie del Leviatano. (…). Oggi la legge non si colloca più come neutrale rispetto alla natura, ma si pone a servizio della contro-natura. Oggi lo Stato pone come obbligatori i principi contrari a quelli naturali, ossia quelli innaturali. Ad essere non negoziabile oggi è il diritto all’aborto, ho il diritto al matrimonio per tutti, o il diritto al figlio tramite la fecondazione artificiale. È evidente che non si tratta più di semplice neutralità. Può essere utile riprendere a questo punto, la nota formula di Böckenförde secondo cui “lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire“ (…) o come diceva Maritain alla base della democrazia tempo ci sono alcuni valori che essa deve presupporre per funzionare. (…)

Nei confronti del processo di secolarizzazione il pensiero cattolico ha nel tempo espresso una sudditanza poco giustificabile. (…) Oggi la legislazione contro la vita vuole riplasmare la natura umana e annullare la presenza di Dio nel mondo. Nella secolarizzazione c’è quindi un’anima coerente e inarrestabile che, senza l’azione frenante di un Katheon, tende alla soluzione finale. Anche la disperazione ha una logica a cui non si sfugge. Bisogna comprendere che la fase della “neutralità“ preludeva alla fase successiva della sistematicità e istituzionalizzazione del male. Dapprima il pensiero politico fa a meno di Dio, ma poi lo combatte per eliminarlo; dapprima fa a meno della natura, ma poi la combatte per eliminarla e riplasmarla. (…) Quando la ragione, in questo caso la ragione giuridica, si stacca dalla religione non può non diventare antireligiosa. Sia Augusto del Noce sia Cornelio Fabro ci avevano messo in guardia da questo possibile equivoco, invitandoci a non cadere nel tranello.

ALCUNE CONSIDERAZIONI DI PROSPETTIVA

Quando Joseph Ratzinger, nel suo non dimenticato discorso di Subiaco del 1 aprile 2005, invitó i non credenti a vivere “come se Dio fosse”, tutti colsero il carattere provocatorio della affermazione. Con quella provocazione il cardinale e futuro pontefice voleva criticare la secolarizzazione della ragione che, una volta staccatasi dal fondamento religioso, non può che procedere in una continua corrosione del senso, portatrice di sventura. La critica di Ratzinger al processo di secolarizzazione è più profondo di quanto non si pensi solitamente. Egli ne diede molti esempi, dal Discorso all’università di Regensburg del settembre 2006 fino al Discorso al Bundestag tedesco del 22 settembre 2011 che, dato il suo tema, ci riguarda da vicino in questa occasione.

Concentrandoci brevemente su quest’ultimo testo, notiamo una condanna spietata nei confronti della democrazia della maggioranza (…). Sentenza di condanna della equiparazione tra legalità e legittimità che non può fermarsi solo alla neutralità dello Stato ma che necessariamente si evolve nello Stato creatore di un nuovo diritto: l’ingiustizia legale. La visione positivistica della natura, fa notare i Ratzinger, non solo non riesce a cogliere nella natura un discorso sulla giustizia tale da dare legittimità alla legalità, ma addirittura pone le basi per la riplasmazione della natura, compresa la natura dell’uomo. La posizione positivista non è solo di neutralità, come abbiamo più volte detto, ma è una contro-natura, una violazione della natura che lo Stato promuove in prima persona.

L’invito, allora, è di ritornare pienamente alla natura come espressione di una legge morale naturale e di un diritto naturale. Nel Discorso al Bundestag, Benedetto XVI ha ben chiarito che “il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto, ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio”. Sì faccia attenzione alle due parti di questo importante passo. Si dice che il terreno della giustizia è prima di tutto quello del diritto naturale, ma si aggiunge subito che dopo che ciò non è in grado di stare in piedi da solo senza il fondamento trascendente in Dio creatore. E non può essere sufficiente fondare il diritto naturale sulla ipotesi del Dio creatore – etsi Deus daretur – mentre è possibile attraverso il riconoscimento dell’esistenza del diritto naturale recuperare il suo fondamento in Dio creatore, come garanzia della stessa laicità del diritto naturale. Con il che il processo di secolarizzazione viene combattuto fino in fondo.

RIASSUNTO CONCLUSIVO

Ecco allora la sintetica conclusione di questo mio lungo intervento. La secolarizzazione ha dapprima prodotto la neutralità dello Stato, poi però ha fatto dello Stato il primo soggetto impegnato nell’imporre una contro-verità. La risposta deve essere quella di ribadire il valore universale e puramente razionale del diritto naturale, ma come via per un recupero anche del suo fondamento trascendente, senza del quale anche il diritto naturale viene concepito come neutrale e, quindi, incapace di reggere e sempre incline ad essere manipolato nella contro-natura.