L’avanzata del Nulla

Fantàsia La storia infinita
Fantàsia – La storia infinita

 

 

di Alberto Strumia

 

Il testo proposto oggi non è stato scritto da un filosofo o da un teologo, ma da uno scrittore di “favole per adulti”. Al di là di quelle che possono essere state le convinzioni personali dell’autore, non è difficile trarne anche una “lettura teologica”, interpretando i personaggi, dai nomi di fantasia, in una prospettiva cristiana, sulla scia di quella che il Card. Giacomo Biffi diede del Pinocchio di Collodi nel suo Contro Maestro Ciliegia.

Il testo descrive l’avanzata del “Nulla” nel mondo; un Nulla, un vuoto, una “vanità” (nel senso latino di vanitas) che ha una sua “consistenza”, quasi personificata, “satanica” e divora un po’ alla volta tutto e tutti, come nella profezia di Geremia: «Così parla il Signore: “Quale iniquità hanno trovato i vostri padri in me, che si sono allontanati da me, e sono andati dietro alla vanità, e sono diventati essi stessi vanità?» (Ger 2,5). Il richiamo vago alla Salvezza viene personificato in una bambina innocente, di dignità regale, l’“Infanta Imperatrice”. All’interno del brano ho aggiunto qualche mio breve commento esplicativo entro parentesi quadra.

L’avanzata del Nulla

– «“Esatto”, affermò il Fuoco Fatuo, “devo portare un messaggio di grande importanza”.

– “Che messaggio?”, scricchiolò il Mordipietra.

– “Be’…”, il Fuoco Fatuo cominciò ad agitarsi, spostandosi da un piede all’altro, “si tratta di un messaggio segreto”.

– “E noi tre abbiamo la stessa meta, uh uh!”, ribatté l’Incubino Wuswusul. “Siamo tra colleghi”.

– “E probabilmente siamo persino latori dello stesso messaggio”, disse Ukuk, il Minuscolino.

– “Siediti e parla”, crepitò Piornakzak. Il Fuoco Fatuo si mise a sedere al posto vuoto.

– “Il mio Paese”, cominciò dopo un attimo di perplessità, “si trova piuttosto lontano da qui, non so se qualcuno dei presenti lo conosce. Si chiama Terra di Marcita”.

– “Uh uh!” sospirò estasiato l’Incubino. “È un Paese meraviglioso!”.

Il Fuoco Fatuo sorrise debolmente.

– “Sì, nevvero?”.

– “E questo è tutto?”, scricchiolò Piornakzak.

– “Perché sei in viaggio, Blubb?”

– “Da noi, nella Terra di Marcita”, proseguì il Fuoco Fatuo impappinandosi, “è successo qualcosa… cioè continua a succedere… è molto difficile da spiegare… è cominciato col fatto che… insomma, all’est del nostro Paese c’è un lago, o meglio c’era, si chiamava Gorgoglione. E allora è cominciato così, che un bel giorno il lago Gorgoglione non c’era più. Via, sparito, capite?”.

– “Vuoi dire che si è prosciugato?”, volle sapere Ukuk.

– “No”, replicò il Fuoco Fatuo, “in tal caso in quel punto ci sarebbe adesso un lago prosciugato. Ma non è così. Là dove c’era il lago, adesso non c’è più nulla, mi capite?”.

– “Un buco?”, grugnì il Mordipietra.

– “No, neppure un buco”. Il Fuoco Fatuo appariva sempre più impotente a spiegarsi. “Un buco è già qualcosa. Ma là non c’è nulla”. Gli altri tre messaggeri si scambiarono rapide occhiate.

– “E come si presenta, uh uh! Questo niente?”, domandò l’Incubino.

– “È proprio questo che è tanto difficile da descrivere”, assicurò il Fuoco Fatuo sempre più infelice.

– “Non si presenta affatto. È… è come… ah, come lo si può dire, non c’è una parola per questo”.

– “È”, intervenne il Minuscolino, “che quando si guarda in quel punto è come se si fosse ciechi, non è così?”.

Il Fuoco Fatuo restò a guardarlo a bocca aperta.

– “Sicuro, questa è l’espressione giusta!”, gridò. “Ma come, voglio dire, in che modo… oppure… è forse capitato anche a voi?”.

– “Un momento”, crocchiò il Mordipietra intervenendo. “S’è formato in un punto solo, dimmi?”.

– “Da principio sì”, spiegò il Fuoco Fatuo, “vale a dire, il vuoto diventava sempre più grande. Non si sa come, ma ogni giorno mancava un pezzo di più del posto. Il Patriarca Ululone, che abitava con il suo popolo nel lago Gorgoglione, d’improvviso era anch’esso scomparso. Altri abitanti presero a fuggire. Ma ben presto la cosa cominciò anche in altre parti della Terra di Marcita. Talvolta da principio si trattava di un pezzettino piccolissimo, un niente, grande quanto un uovo di gallina di palude. Ma poi le chiazze si ingrandivano. Se qualcuno per sbaglio ci metteva dentro un piede, anche il piede non c’era più; o magari la mano, o insomma quello con cui c’era andato dentro. Non che faccia male, no, è semplicemente che alla persona in questione da un momento all’altro manca un pezzo. Alcuni ci si sono persino lasciati cadere con intenzione, quando hanno creduto di trovarsi troppo vicini al nulla. Sprigiona una forza irresistibile, un potere di attrazione che diventa tanto maggiore quanto più grande è la chiazza. Nessuno di noi riusciva a spiegarsi che cosa poteva essere questa cosa terribile, di dove veniva e che cosa si poteva fare per fermarla. E siccome da sola non scompariva, ma al contrario continuava a estendersi sempre più, alla fine fu deciso di inviare un messaggero all’Infanta Imperatrice, per implorare da lei consiglio e aiuto. E questo messaggero sono io”.

Gli altri tre rimasero in silenzio, gli occhi fissi davanti a sé.

– “Uh uh!” si udì dopo un bel po’ la voce lamentosa dell’Incubino. “Nel Paese dal quale vengo io, sta succedendo la stessa cosa. E io sono in viaggio per la stessa ragione. Uh uh!”.

Il Minuscolino si volse a guardare il Fuoco Fatuo.

– “Ciascuno di noi”, pigolò, “viene da un Paese diverso di Fantàsia [simbolo del mondo terreno degli uomini] e qui ci siamo tutti incontrati per caso. Ma ciascuno di noi porta all’Infanta Imperatrice il medesimo messaggio”.

 – “E questo significa”, scricchiolò il Mordipietra, “che tutta Fantàsia è in pericolo”.

Il Fuoco Fatuo volse lo sguardo dall’uno all’altro al colmo dello spavento.

“Ma allora”, gridò saltando in piedi, “allora non dobbiamo perdere più neppure un minuto!”».

 

(M. Ende, La storia infinita, Longanesi, Milano 1981, pp. 16-18)




DOMANDE DI SENSO – la risposta nichilista – V.L. n.3

(se il video qui sotto non si apre fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)



 

V.L. n.3 – DOMANDE DI SENSO – la risposta nichilista

 

di Alessandro Franchi

 

E’ possibile che tutto sia inganno? Che la verità non esista, non sia conoscibile e comunque non sia possibile comunicarla? Iniziamo a vagliare LE RISPOSTE ALLE GRANDI DOMANDE SUL SENSO DELLA VITA, partendo dal NICHILISMO, la “fede nel nulla” che lascia l’uomo in balia di sé stesso come unico elemento assoluto esistente. Da Gorgia, sofista del V sec. a.C., fino a Friedrich Nietzsche, la tentazione nichilista ha sempre attirato l’animo umano come un pozzo nero e abissale, esaltante e spaventoso. Tanti lo hanno scelto per convenienza, altri per scetticismo, altri ancora per disperazione.

Immergiamoci quindi nelle manifestazioni di questa possibilità nichilista che si staglia davanti all’uomo, unico essere dotato della gigantesca dignità che gli consente di amare Dio, riconoscerLo e adorarLo, oppure di rinnegarlo, bestemmiarlo, ribellarsi a Lui (perdendosi per sempre).

Terzo video del percorso “LA VERITA’ VI FARA’ LIBERI”, un viaggio alla scoperta del fondamento del reale, tra FEDE e RAGIONE, con gli strumenti della riflessione filosofica, morale, teologica, scientifica.




Niente di nuovo sotto il sole? Chissà?

Ricevo da un sacerdote e volentieri pubblico.

 

Pachamama nella basilica di San Pietro

Pachamama nella Basilica di San Pietro a Roma

 

 

di Un sacerdote

 

“Sopra i suoi giri il vento ritorna […] Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole” (Qo 1, 6. 9).

Caro Sabino, nelle mie precedenti considerazioni che hai avuto la cortesia di pubblicare il Sabato Santo, c’era a tema un “chissà?: chissà se il Sabato santo in cui la vita sembrava fermarsi, poteva diventare una Domenica di nuova vita? Quanto ti scrivo adesso si pone a sviluppo ulteriore della risposta all’interrogativo. Infatti nei giorni trascorsi tra la memoria del Venerdì Santo e la festività della Santa Pasqua ogni tanto mi sono ritornate alla mente le parole sopra citate del libro meno religioso della Bibbia, tanto che gli scarsi riferimenti a Dio appaiono (almeno secondo alcuni esegeti) più come l’aggiunta preoccupata del redattore finale che il reale pensiero dello sconosciuto autore. Comunque sia, un po’ in tutto il libro spira una sorta di soffusa e rassegnata malinconia (mi viene da dire “leopardiana”), una mestizia che prende chi scrive perché, se effettivamente nulla di nuovo accade sotto il sole, chissà (eccolo qui il “chissa?”) se vale la pena vivere? Tutto alla fine è solo noia, decadimento e disgusto: “Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c’è alcun vantaggio sotto il sole” (Qo 2, 11). Ciò che rimane è, ante litteram, l’attimo fuggente da vivere al meglio: “Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace, che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole. Tutto ciò che trovi da fare, fallo finché ne sei in grado, perché non ci sarà né attività, né ragione, né scienza, né sapienza giù negli inferi, dove stai per andare” (Qo 9, 9-10). Sotto questi aspetti il Qoelet (o libro dell’Ecclesiaste, da non confondere con il libro dell’Ecclesiastico) è un testo di una modernità sconcertante.

Ebbene, questa sorta di “eterno ritorno”, di ciclico anello serpentino che si morde la coda, immagine usata di frequente per illustrare una concezione tipica delle culture antiche ripresa poi a suo modo da Nietsche, è stato spezzato e aperto una volta per tutte dall’unico Avvenimento di novità mai apparso sulla faccia della terra e sotto il suo sole: la Risurrezione di Cristo. L’inconcepibile è accaduto. La morte, sigillo apparentemente infrangibile del cerchio, e frutto del peccato generato dall’invidia del diavolo (cfr. Sap 2, 24) che ci vorrebbe tutti rinchiudere negli inferi dell’insignificanza e del nulla già in questo mondo, è stata vinta. Il Fattore che contiene in sé una capacità di sconvolgente giudizio, capace di dissipare il disgusto di una vita senza senso, e di offrirle un orizzonte di continua certezza e novità, si è offerto una volta per tutte sino all’ultimo giorno alla libertà dell’uomo. Un uomo che, dunque, può essere nuovo per una civiltà nuova, per quell’unico e vero Umanesimo che mai sia possibile e che si chiama Cristianesimo (la Cristianità ne è stata una particolare, sia pur irripetibile, affascinante espressione storica). Finalmente si respira al soffio dello Spirito, insufflato da Cristo morto e risorto dentro i polmoni asfissiati del mondo (cfr. Gv 19, 30; 20, 22).

Alla luce di queste brevi considerazioni c’è da chiedersi cosa accadrebbe al procedere del mondo se un “qualcosa” dovesse intervenire a rinchiudere di nuovo l’anello spezzato e aperto, ripiegando la storia su se stessa e ricacciandola in quella prigione da cui “Qualcuno” l’ha liberata.

Ed effettivamente, l’opera sempre rinnovata di rimprigionare l’uomo è parte integrante, sia pure misteriosa, della nostra storia di uomini segnati dal male e assediati dal maligno, in quanto opera menzognera di colui che odia la nostra liberazione da parte di Cristo che, con il suo essere “la Verità”, avvera il senso del mondo (cfr. Gv 8, 31-59). Anche qui, viene da dire, nulla di nuovo sotto il sole! Ma è sorprendente apprendere che il Vicario di Cristo che dovrebbe essere il principale responsabile di mantenere aperto l’anello soffocante del male (“Un anello per ghermirli e nel buio incatenarli”, Tolkien) si adoperi per propagandare fattivamente in prima persona una sorta di Nuovo Umanesimo che nulla ha a che vedere con quello inaugurato da Cristo. Forse perché ormai la sua funzione (missione) è solo un titolo storico, ovviamente quindi superato, come affermato nell’ultimo recente Annuario Pontificio? Dico questo dopo aver letto un articolo di Elizabeth Yore (leggi qui) dove si fa sintesi di questo allucinante progetto che ha tappe ben precise e delineate (abbiate la pazienza e l’accortezza di leggerlo) che tutte portano al tentativo di instaurare quell’unico Nuovo Ordine mondiale con annessa un’unica Religione Mondiale, che è il sogno secolare del multiforme potere “massonico” in quanto strumento del potere satanico.

Alla luce di questo tentativo si comprende meglio tutta l’enfasi data alla valorizzazione della Pachamama che ha riempito di sé gli avvenimenti non lontani del Sinodo Amazzonico, culminati poi, a mo’ di difesa apologetica, nell’udienza straordinaria di papa Francesco del 6 novembre 2019 in cui goffamente si è tentato di spacciare il tutto come opera di rinnovata inculturazione della fede. Il prof Leonardo Lugaresi in un suo lucidissimo articolo ha ben spiegato invece cosa voglia dire stare di fronte alle espressioni religiose della storia dell’uomo, cercando di giudicarle e di valorizzarne gli eventuali contenuti positivi. Lo fa partendo dall’atteggiamento di Paolo ad Atene e del suo noto discorso nell’Areopago di quella città (leggete anche questo, mi raccomando!).

Caro Sabino mi fermo qui, perché comincia a mancarmi il respiro! Mai ci mancherà il respiro se metteremo al centro della nostra vita e della nostra fede quanto consigliava di fare sant’Antonio abate ai suoi monaci: “Respirate Gesù Cristo”. Se no il “Covid” del diavolo vincerà (quello che assedia il nostro corpo è altra faccenda, ma mi sembra che certe “corna” di quel “potere” che si consegna al suo servizio lo sappiano ben sfruttare a nostro svantaggio, cfr. Ap 12, 3; 13, 11; 17, 3. 12-13). Non sa questo “potere” che quando non servirà più, sarà rigettato (cfr. Ap 17, 16-18), per essere sostituito con un altro, e poi un altro ancora. Anche qui niente di nuovo sotto il sole. Come è noioso (tragicamente noioso, purtroppo) il diavolo. Ciao.




Del Noce: «Il nichilismo oggi corrente è il nichilismo gaio». Esso «è senza inquietudine» ed «ha il suo simbolo nell’omosessualità»

L’Associazione Augusto Del Noce e Alleanza Cattolica, nel trentennale della scomparsa del filosofo Augusto Del Noce, hanno tenuto un incontro-studio a Torino il 18 gennaio scorso.

Di seguito la relazione magistrale di S.E. Mons. Luigi Negri dal titolo: “Augusto Del Noce: la sua testimonianza e la sua profezia illuminano il nostro cammino quotidiano”.

 

Mons. Luigi Negri

Mons. Luigi Negri

 

Sono molto grato all’amico Aldo Rizza perché mi ha dato l’opportunità, da me attesa e desiderata, di poter aggiungere il mio contributo alla solenne ripresa della memoria di Augusto Del Noce. Svolgerò il mio intervento soffermandomi su quattro aspetti che reputo decisivi per fare capire quanto la figura e il pensiero di Del Noce siano illuminanti per il nostro cammino quotidiano.

 

1. Il recupero autentico della tradizione: una cultura veramente reale e leale

 

Innanzitutto permettetemi un ricordo personale. La provvidenza mi ha, infatti, concesso di partecipare ai tratti salienti di questa eccezionale esperienza umana e cristiana, filosofica e teologale. Quando Augusto Del Noce parlava, era evidente a tutti gli ascoltatori che il suo pensiero librava ben oltre gli spazi immediati della comune capacità di comprendere. Dispiegava per noi orizzonti sempre nuovi, forse si potrebbe dire sempre antichi e per questo sempre nuovi. Innanzitutto, e questo è il primo aspetto che voglio evidenziare, ci consentiva di rivivere la viva tradizione della Chiesa. Egli, laico, e si potrebbe dire lealmente e orgogliosamente laico, ha insegnato a generazioni intere la grandezza dell’insegnamento tradizionale della Chiesa. Quando interloquiva con noi, magari giovanissimi come me, era come se ci prendesse per mano e ci guidasse su vie che non potevamo non sentire un po’ impervie, ma che, sotto la sua guida, si chiarivano e diventavano familiari.

Il primo ricordo potente di Del Noce è, per tanto, legato al fatto che egli ha reso presente nella mia vita, in modo commovente, la tradizione della Chiesa. Il contenuto del suo insegnamento, si potrebbe dire, è stato, prima che il suo stesso insegnamento, l’articolarsi lieto e pacifico del suo magistero all’interno della grande tradizione della Chiesa. Incontrare Augusto significava ripercorrere gli spazi, gli eventi e, perché no, anche le contraddizioni, del cammino storico e culturale della cristianità perché la tradizione si ripresentasse a noi come assolutamente attuale e incredibilmente capace di sollecitare dimensioni di entusiasmo e di dedizione. Del Noce ci ha insegnato a guardare alla ricchezza culturale e filosofica della tradizione e ha goduto con noi di essa; ci ha fatto capire quanto fosse un compito straordinario servire la tradizione.

Vale la pena a questo riguardo rifarsi alla sua concezione di tradizione che troviamo ben descritta nel seguente brano: «“tradizione” non è affatto l’opposto di “vita”. Significa che ci sono verità eterne, immutabili, soprastoriche; che, per ragione di questo carattere, sono inesauribili nel riguardo del loro approfondimento da parte dell’uomo. Di qui il loro carattere di perenne attualità e novità; e “nuove” in certo senso realmente, perché, nell’illuminare la situazione storica in cui il singolo uomo si trova immerso, manifestano effettivamente un aspetto di novità che non era deducibile dalla formulazione precedente. E realmente l’umanità progredisce; ma non discostandosi dai valori veri, ma approfondendone continuamente il senso»[1].

In un mondo sfiduciato e stanco, perché prigioniero ancora degli equivoci e delle illusioni di tanto Illuminismo o Neo-illuminismo, Del Noce ci ha insegnato che la tradizione era presente, potentemente attuale, in grado di commuovere la nostra esistenza di giovani. Ha così spalancanto davanti a noi prospettive imprevedibili, ma allo stesso tempo inconsapevolmente aspettate e sperate. Camminare con lui, ripercorrendo gli snodi più importanti della tradizione cattolica, nei quali si era immedesimato con semplicità e responsabilità, ha reso possibile a molti di noi, che lo abbiamo incontrato e seguito, di vivere personalmente e responsabilmente l’appartenenza alla Chiesa e di assumere il compito della missione: quella di portare a ogni uomo l’annunzio della Presenza che salva, quella di Gesù Cristo, Signore della vita e della morte, unico Redentore dell’uomo e del mondo, senso e verità della vita e della storia.

Così, a tanti anni di distanza, quando lo ripenso, la commozione mi prende, perché posso considerarmi uno dei suoi discepoli che si è affidato a lui con totale disponibilità. Ciò mi ha consentito di poter vivere come attualità la tradizione, non come un passato da recuperare, magari con devozione, non come qualche cosa di cui sbrigativamente liberarsi, ma come un flusso di vita che raggiunge anche noi oggi ed entra nella nostra esistenza, plasmandola secondo le immortali dimensioni della Chiesa. San Giovanni Paolo II amava ripetere che le prospettive universali della Chiesa sono le dimensioni normali della vita del cristiano.

L’insegnamento di Del Noce ha reso possibile un approccio autentico alla tradizione che molta cultura cattolica dell’epoca aveva dimenticato finendo per favorire il suo rifiuto da parte delle giovani generazioni. Nei suoi Appunti per una filosofia dei giovani (Vita e Pensiero, 1968), così denunciava questo grave limite: «la cultura eversiva rispetto alla tradizione, ha, negli ultimi vent’anni, occupato il campo del presente, senza trovare un’opposizione fortemente impegnata; quella che invece avrebbe dovuto mediare tra la novità e la tradizione, si è troppo spesso rifugiata nello studio del passato e nella specializzazione; come se quel che avveniva nel mondo della politica e della società, e delle stesse valutazioni morali, non la riguardasse»[2].

Che cosa ritroviamo, allora, di assolutamente fondamentale per illuminare il nostro cammino nella «limpida testimonianza» di Del Noce, come la definì Giovanni Paolo II? Una cultura veramente reale e leale, capace di guidare i giovani, allora come oggi, impedendo che il cristianesimo venisse e venga, secondo i progetti egemonici dell’ideologia del momento, fagocitato dalla cultura dominante, laicista e atea.

 

2. L’ateismo termine conclusivo del razionalismo

 

Il secondo aspetto che intendo evidenziare con il mio intervento è proprio l’importanza della sua disamina critica dell’ateismo. Risuonano ancora nel nostro spirito, nella loro profondità e nella loro profeticità, alcune sue espressioni che, sebbene siano particolarmente note, mi permetto brevemente di ricordare: «L’ateismo è il termine conclusivo a cui deve necessariamente pervenire

il razionalismo al punto estremo della sua coerenza, che è anche il punto della sua crisi»[3]. Per qualche secolo, infatti, il nuovo soggetto umano promosso dalla Modernità è sostanzialmente ateo non perché affermi che Dio non esista, ma in quanto sottrae razionalisticamente a Dio spazi sempre più vasti della sua vita: la politica, la morale, l’arte, la vita sociale. Occorre aspettare fino al XIX secolo, con la critica alla religione di Feuerbach e con l’affermazione di Nietzsche «Dio è morto», perché si arrivi a proclamare l’ateismo come via di liberazione per l’uomo. Tuttavia, l’erosione dell’edificio unitario della cultura cristiana inizia con l’uso ambiguo del termine autonomia: «Dio, se c’è, non c’entra». La fede non viene più intesa come il fondamento, ma come uno dei tanti particolari nei quali l’uomo e la società sono scomposti. La fede in Dio si esprime nel culto, al massimo ispira la moralità; ma alla ragione e alla operosità dell’uomo è affidato il compito della conoscenza, della scienza e del lavoro, così come pure quello dell’esperienza estetica e affettiva. Non si rinnega la religiosità, ma la si relega accanto alla vita.

Se si coglie tale prospettiva, sviluppata da una certa linea di pensiero dell’Età moderna, prevalente ma non unica, come ci ha insegnato Del Noce, si può cogliere come, ancora oggi, l’obiezione radicale che il mondo vive nei confronti dell’avvenimento di Cristo e, quindi, della presenza della Chiesa è un’obiezione affettiva. L’uomo moderno non pone il suo affetto in Cristo, in Dio. Pone il suo affetto esclusivamente in sé, nella capacità del potere intellettuale e morale che egli può dispiegare. Come ci hai insegnato anche Benedetto XVI, come non ricordare la sua bellissima Spe salvi, questo uomo sente la scienza e la tecnica, utilizzate congiuntamente e strumentalmente, come mezzi per l’affermazione del proprio potere nella storia.

Approfondire questo aspetto dell’insegnamento di Del Noce, seguendo la sua testimonianza, ci ha reso e ci rende protagonisti di una profezia che è congiuntamente una profezia sulla nostra vita e sulla realtà della storia. Siamo chiamati, come generazione di cristiani che vive all’inizio di questo Terzo millennio, a riannodare le radici dell’uomo alle radici di Dio, a interrompere quel flusso rovinoso per il quale l’uomo per secoli ha pensato che la consistenza e la dignità della propria vita si fondassero nella rottura del legame con Dio. Noi abbiamo assistito al declino di questa illusione e al suo trasformarsi in cocenti delusioni. Chi prometteva la realizzazione della società e della persona diventava complice della creazione di nuove e sempre più tremende forme di schiavitù. Per questo Giovanni Paolo II ha dovuto alzare la sua voce per dire che esistevano generazioni che aspettavano di essere liberate dai “liberatori”. Del Noce ci ha inserito nel vivo di questo dramma epocale aiutandoci a comprenderlo: un uomo senza Dio si perde e diventa, come lucidamente indicato anche dal Concilio Vaticano II, «una particella della natura o un elemento anonimo della città umana»[4]. Manipolazione scientifico-tecnologica o manipolazione sociale sono i due destini di una umanità che senza Dio è costretta ad assistere impotente alla propria nullificazione.

In fondo l’antropologia moderno-contemporaneo, che Del Noce ha saputo approfondire in tutte le sue dimensioni e articolazioni, è un’antropologia carente, strutturalmente carente, perché non tiene presente tutti i fattori dell’esperienza umana, esasperandone alcuni e dimenticandone altri. La dimenticanza più grave, che rischia di dominare l’uomo in maniera inesorabile, è quella del limite che stringe dappresso l’uomo fin dalla sua nascita. Questa battaglia dell’uomo per liberarsi dalla struttura di male che gli è connaturata costituisce la punta estrema del dramma vissuto dall’uomo moderno, come Del Noce ci ha testimoniato con fermezza e umiltà. Egli ha, infatti, indicato con estrema precisione come ciò che caratterizza il razionalismo sia proprio «il rifiuto della concezione biblica del peccato»[5]. Secondo il laicismo ateo, proprio perché non esiste il peccato, l’uomo non ha bisogno di qualcuno che lo salvi. Il cristianesimo diventa perciò qualcosa di inutile, qualcosa di cui l’uomo può fare a meno.

Del Noce, evidenziando le drammatiche conseguenze antropologiche del razionalismo, ci ha aiutato a comprendere quanto sia importante, forse oggi ancora più di allora, recuperare un’antropologia integrale. È compito del cristiano non escogitare improponibili fughe dalla condizione dell’uomo segnata dal peccato e abbracciare la Presenza del Signore Gesù Cristo al quale confidare ogni giorno, nella preghiera, tutta la vita, perché il Signore ne prenda possesso; perché la cambi secondo le dimensioni di verità, di bellezza e di giustizia nelle quali si compie il destino umano, ancor prima che cristiano.

La lucida disamina dell’esito fallimentare del razionalismo moderno operata da Del Noce è stata, nella nostra vita, un richiamo potente a recuperare le dimensioni costitutive della ragione e, allo stesso tempo, della fede. Egli ci ha aiutato a uscire dalle strettoie del razionalismo e a vivere l’appartenenza, senza se e senza ma, alla Chiesa del Signore; ad amarla più di noi stessi; a condividerne gioie e dolori. La nostra vita, a contatto con quella della Chiesa, identificandosi con essa, si purifica e diventa capace di correre verso Colui che ne è il Signore che, come dice Paolo, «vedremo così come Egli è», senza che nessuno potrà mai strapparci dal nostro cuore la letizia che ne deriva.

 

3. L’esito ultimo del razionalismo ateo: il nichilismo gaio

 

Arriviamo così al terzo aspetto che reputo importante richiamare. Qual è l’esito ultimo del razionalismo ateo? Qual è, per usare le parole dello stesso Del Noce, la «negazione più radicale del cristianesimo»? «La massificazione del pensiero libertino», ovvero il fatto che «per la prima volta trionfa nel mondo occidentale la morale edonistica allo stato “puro”»[6]. Se sono finite le grandi ideologie totalitarie, tuttavia si è gettata sulla società un’ideologia non meno grave e non meno pervasiva. Essa è costituita, insieme al tecno-scientismo, dall’individualismo consumistico. Nessun altro ha compreso questo meglio di Del Noce.

Oggi la società è frammentata in tanti singoli individui che hanno come unico obiettivo realizzare il massimo del benessere. Una società – come ricordava anche il card. Giacomo Biffi – «sazia e disperata». Non esiste più il bene: esiste solo il benessere, ovvero l’espressione puramente istintiva dei propri umori, dei propri desideri più o meno legittimi. Il benessere ha sostituito il bene, così come l’opinione ha sostituito la verità. Viviamo sempre di più, dunque, in una società frammentata in individui che escono da sé solo per quel tanto per cui possono trarre un vantaggio immediato. Si entra in rapporto con l’altro perché, per un periodo più o meno lungo, offre uno spazio di benessere psicologico, affettivo, culturale, economico.

Quando si intraprende questa strada, non è più possibile difendere neanche la validità del matrimonio, cellula naturale della società, perché, se il problema è il benessere e non un logos, una concezione della vita, un ordine da attuare e realizzare, allora non è più possibile pensare il rapporto uomo-donna come un legame stabile. Nella misura per la quale il criterio è il benessere, ogni forma di rapporto diventa legittima, anche la più deviata rispetto alla concezione naturale della vita. Ecco perché si cerca di colpire a morte la famiglia. In questa società la famiglia non deve più esistere perché la famiglia contesta l’individualismo. Assistiamo alla crisi totale della famiglia, ovvero di quella struttura parentale fondamentale che consente l’educazione. Siamo di fronte a una società disintegrata individualisticamente, protesa alla realizzazione del massimo di benessere possibile e, quindi, sostanzialmente irresponsabile, perché l’uomo è responsabile solo se posto di fronte a un Altro. Non può essere responsabile, se rimane chiuso nella propria individualità.

Siamo di fronte a una massa di individui incapaci di assecondare le grandi dimensioni della vita che Benedetto XVI ha sintetizzato, nell’enciclica Caritas in veritate, con la parola gratuità. L’individuo di oggi non conosce la gratuità, tende a concepirsi come il padrone della realtà e la possiede quanto più realizza il grande istinto che lo sostiene e lo muove in questa nuova situazione sociale: l’istinto verso il proprio benessere.

Del Noce, prima ancora che tutto questo si realizzasse pienamente e tragicamente, come è sotto i nostri occhi, ne aveva colto profeticamente le linee di sviluppo, utilizzando, per indicarne l’essenza, l’espressione formidabile di «nichilismo gaio». Vale la pena richiamare le sue parole per coglierne fino in fondo il carattere profetico. «Il nichilismo oggi corrente è il nichilismo gaio», secondo «due sensi»: primo, perché «è senza inquietudine (cioè cerca una sequenza di godimenti superficiali nell’intento di eliminare il dramma dal cuore dell’uomo) – forse per la soppressione dell’inquietum cor meum agostiniano –»; secondo, perché «ha il suo simbolo nell’omosessualità (per il fatto che intende sempre l’amore “omosessualmente”, anche quando mantiene il rapporto uomo-donna)». Per questo «il nichilismo gaio “non vedendo” la differenza, anche sessuale, come segno dell’altro, rischia di concepire l’amore come puro prolungamento dell’io (appunto “omosessualmente”). […] Tale nichilismo è esattamente la riduzione di ogni valore a “valore di scambio” […] a ben guardare non è che l’altra faccia dello scientismo e della sua necessaria autodissoluzione da ogni traccia di valori che non siano strumentali»[7].

4. L’alternativa possibile: una Modernità diversa e la riproposizione di un cristianesimo integrale

Consentitemi un’ultima considerazione. Del Noce non è stato soltanto il critico acuto e profetico della deriva laicista e atea della Modernità, perché ha saputo cogliere e indicare con chiarezza anche i possibili percorsi alternativi.

Innanzitutto, guardando alla storia, egli ha mostrato come, sebbene minoritaria, sia tuttavia possibile individuare, nel corso della stessa Modernità, una linea di pensiero non necessariamente fondata su posizioni razionalistiche, quindi atee e anticristiane. Una linea di pensiero che risulta pertanto estranea a quel disegno laicista che conduce tragicamente ai totalitarismi del Novecento. Del Noce ci ha insegnato che, convivendo nella Modernità due anime, così diverse tra loro, sarebbe stato un grave errore archiviare la Modernità con la stessa sbrigatività con cui essa ha cercato di eliminare la tradizione.

L’evidenziare tale componente della Modernità, che non ha negato la dimensione religiosa e metafisica dell’esistenza umana, è stato di fondamentale importanza in quanto ha favorito un vero dialogo tra cattolici e laici. In particolare, ha aiutato la cultura cattolica a evitare i due rischi opposti nei quali era caduta e, per certi versi, continua a ricadervi: il rifiuto totale della Modernità o la sua accettazione acritica e incondizionata. Da un lato, la cultura cristiana, vedendosi rifiutata, rischiava di rifiutare a sua volta la Modernità, chiudendo gli occhi anche alle sue istanze positive; dall’altro lato, essa finiva per farsi promotrice di un dialogo assolutamente acritico caratterizzato da un forte complesso di inferiorità. Del Noce ha chiaramente indicato una via alternativa a queste due derive.

In secondo luogo, oltre alla sua riflessione filosofica, egli ha saputo leggere in profondità il Magistero di Giovanni Paolo II, indicandone uno dei contributi importanti proprio nel superamento della contrapposizione tra tradizionalismo e progressismo. Infatti, a quella falsa idea di “aggiornamento” del pensiero cattolico, per la quale esso «deve appropriarsi delle verità di Hegel, di Feuerbach, di Marx, di Nietzsche, di Freud», cioè «deve fare proprio quell’ateismo che smaschera gli “dei degli uomini”», fino ad arrivare a «una teologia senza Dio», Giovanni Paolo II «non ha concesso assolutamente nulla. Non perché fosse arcaico, ma perché comprendeva il tempo presente con una profondità che forse nessuno aveva raggiunto». Secondo Del Noce, Papa Wojtyla è riuscito a favorire un “aggiornamento” autentico per il quale «tradizione e progresso non sono più contrapposti in quella naturale subordinazione del secondo al primo che è propria della metafisica dell’essere»[8].

Infine, Augusto Del Noce, ha saputo riconoscere, nell’esperienza del Movimento di Comunione e Liberazione, una novità, una posizione che, allo stesso tempo, non era né tradizionalistica né modernistica, ma favoriva una concezione integrale della fede a partire da un incontro nel presente. Egli vide in questa realtà ecclesiale una forza decisiva per contrastare l’ateismo, come ebbe modo di dire: «CL ha contestato quella “repubblica delle lettere” che ha ancora il reale dominio delle menti e che ha prodotto tutta l’opera di secolarizzazione e di scristianizzazione che è avvenuta in questo secondo dopo guerra. Questo – diciamolo pure – potere dei padroni del pensiero non era stato combattuto abbastanza da altre forze di ispirazione cattolica. […] Occorreva una formazione nuova adatta a questa lotta, una sensibilità particolare capace di comunicare ai giovani, la sensibilità di CL».  Per questo ne volle divenire compagno di cammino e collaboratore di molte iniziative culturali, dimostrando, oltre al suo straordinario genio teoretico, una grande generosità e un profondo senso dell’amicizia.


  1. Augusto del Noce, Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea, Edizioni Studium, Roma 2005, pp. 173-174.
  2. Augusto Del Noce, L’età della secolarizzazione, Giuffré, Milano 1970, p. 39.
  3. Il problema dell’ateismo, Il Mulino, Bologna 1990, p. 14.
  4. Gaudium et spes, 14.
  5. Augusto Del Noce, Il problema dell’ateismo, Il Mulino, Bologna 1990, p. 24.
  6. Augusto Del Noce, Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea, Edizioni Studium, Roma 2005, p. 193.
  7. Augusto Del Noce, Lettera a Rodolfo Quadrelli, 8 gennaio 1984.
  8. Augusto Del Noce, Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea, Edizioni Studium, Roma 2005, p. 174.

 




«Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere» (Salmo 103, 29)

arte barocca

Pietro da Cortona, Trionfo della Divina Provvidenza, 1633-39, Salone di Palazzo Barberini, Roma.

 

 

di Massimo Lapponi

 

Emitte Spiritum tuum et creabuntur, et renovabis faciem terrae

 

Vi sono epoche nella storia umana in cui intere generazioni sembrano essere investite da una straordinaria energia creativa. Come se una speciale benedizione del cielo scendesse sulla terra, innumerevoli individui, spesso lontani tra loro nello spazio e nel tempo, ma non nello spirito, sembrano partecipare ad un’opera comune e i popoli rimangono come abbagliati dallo splendore delle loro realizzazioni, tanto profuse e varie, quanto intimamente imparentate da una comune ispirazione.

Uno di questi straordinari momenti creativi fu l’opera barocca, tra metà Seicento e fine Settecento, quando musicisti di varie nazioni, soprattutto italiani e tedeschi, inondarono l’Europa, dall’Elba al Tevere, dal Tamigi alla Neva, dalla Senna al Danubio, di celesti melodie. In questi ultimi decenni, oltre ai già conosciuti Händel, Vivaldi, Gluck, si vanno rapidamente riscoprendo innumerevoli musicisti che il tempo aveva ingiustamente messo da parte e che furono artisti non meno fecondi e ispirati di quei maestri più celebri.
Scegliendo nel grappolo gustoso in cui brillano i nomi di Caldara, Hasse, Bononcini, Graun, Pergolesi, Rameau e altri numerosissimi, un solo esempio potrà offrirci un barlume dell’afflato di divina ispirazione che investì l’Europa in quella straordinaria stagione:

 

Ma accanto a questi periodi creativi, in cui gli uomini sembrano partecipare di comune accordo alla stessa divina fecondità, dobbiamo anche annoverare periodi in cui sembra, invece, che dominino incontrastate la morte e la disgregazione. “Dove è finita” ci si chiede allora “quella celeste ispirazione, quell’onda di vita che sembrava sgorgare inesauribile da sorgenti nascoste in un inattingibile regno sovrumano?”
Sembra che il Creatore, sdegnato per i peccati degli uomini, abbia nascosta da loro il suo volto e che, perciò, tutto sia precipitato nel nulla:

«Se nascondi il tuo volto, vengono meno,
togli loro il respiro, muoiono
e ritornano nella loro polvere» (Salmo 103, 29).

Tale alternanza di periodi di vita creativa e di decadenza distruttrice si registra anche nella vita della Chiesa, e non c’è dubbio che la stagione che stiamo vivendo sia uno dei peggiori momenti di sterilità spirituale e di agonia mortifera per la vita cristiana. E le parole del salmo che abbiamo riportato ce ne indicano efficacemente la causa: «Se nacondi il tuo volto, vengono meno». È, infatti, l’offuscarsi del volto di Dio nelle coscienze e nel cuore degl uomini che dovunque genera la morte.

Dobbiamo qui richiamare l’attenzione di tanti fedeli, soprattutto italiani, su un fenomeno di grande portata che si sta ampiamente manifestando da decenni, ma che la maggior parte dei credenti fa fatica a comprendere, perché le sue origini sono in un ambiente che è del tutto estraneo alla cultura italiana e alla tradizione cattolica, cosicché avviene facilmente che, quando improvvisamente esso ci si manifesta, rimaniamo interdetti come di fronte all’arrivo degli alieni.

Nel mondo di lingua tedesca, già da un paio di secoli e più, si è diffuso uno stile argomentativo, in campo filosofico e teologico, che ha finito per stravolgere i più elementari principi della ragione. Questa incredibile sofistica – che non si distingue sostanzialmente dall’antica – non rappresenta affatto la cultura tedesca nel suo insieme, ma ne è soltanto un aspetto, tanto parziale quanto problematico. Essa, tuttavia, approfittando della decadenza attuale degli studi, ha finito per assumere, con arroganza, il ruolo di arbitra della cultura, emanando le sue sentenze di condanna inappellabile su tutto ciò che non le si conforma.

Purtroppo questa mentalità – di cui vedremo tra poco un esempio – si sta diffondendo anche in altri ambienti, a livello mondiale, e anche in Italia. Gli italiani che studiano in Germania, infatti, quasi fatalmente cadono in una deleteria illusione. La lingua tedesca è, per noi, di difficile apprendimento e sono pochi quelli che riescono ad impadronirsene. E tanto è difficile, altrettanto essa è affascinante per uno straniero di origini latine. Avviene, allora, con estrema naturalezza, un fenomeno per lo più inconscio: il giovane privilegiato che, tra mille rimasti indietro, ha superato un ostacolo così formidabile, non può non sentirne soddisfazione e perciò è portato a considerare come una sorta di oracolo straordinario qualsiasi affermazione espressa in quella lingua magica, quand’anche fosse una banalità. Ecco, dunque, che, per un meccanismo inconsapevole a cui è difficile sottrarsi, il nostro giovane studioso si lascia affascinare dalla cultura oggi più diffusa in Germania, senza saper distinguere il grano dal loglio. E che gusto, in una conferenza tenuta di fronte ad un pubblico italiano che ti ascolta a bocca aperta, fare una citazione niente meno che in lingua tedesca!

Ma cosa ci vengono a dire questi giovani così infervorati del nuovo – anzi, vecchio! – verbo germanico?
È uscito recentemente un saggio del gesuita Paolo Gamberini dal titolo: “La fede cristiana in prospettiva post-teistica” – vedi qui .

Discepolo della sofistica tedesca, l’autore ci offre il vantaggio di mettere a nostra disposizione un’esposizione ben caratterizzata della deriva nichilista che sta invadendo la teologia e dei principi a cui essa si richiama. Il suo lavoro, dunque, può servire da punto di riferimento esauriente per un ampio ambito teologico non solo europeo, ma possiamo dire ormai planetario.

La sua argomentazione di fondo è molto semplice: rispetto al Dio della Bibbia, il Dio della metafisica, quale appare soprattutto in autori come Agostino e Tommaso, si distinguerebbe sostanzialmente per una sorta di demitizzazione; analogamente dobbiamo ora procedere ad un’ulteriore demitizzazione anche rispetto al Dio della metafisica.
Cerchiamo di chiarire meglio.

Il Dio della Bibbia ha caratteri fortemente antropologici. La metafisica, e San Tommaso in particolare, ha tolto a Dio gli aspetti antropologici, soprattutto affermando la sua immutabilità e la sua trascendenza assoluta rispetto al mondo creato, e postulando, perciò, l’esistenza di una mera “relazione di ragione” tra Dio e le creature. Agli occhi dell’autore del saggio, questa “relazione di ragione” sarebbe contraddittoria, e ciò metterebbe in crisi il concetto di Dio tramandato dalla tradizione metafisica.

Ad esso egli propone di sostituirne un altro, che, a suo giudizio, sarebbe più razionale.
Ma vediamo come egli stesso riassume il suo pensiero:
«Ciò di cui ha urgente bisogno la teologia cristiana – in dialogo con la modernità, le scienze e il pluralismo religioso – è assumere criticamente il paradigma del cosiddetto teismo personale, per avviare un ripensamento della teologia da un punto di vista post-teistico. Tale “nuovo” paradigma permette una comprensione di Dio riferita alla creaturalità fin dalla sua iniziale definizione, evitando così una visione interventistica e soprannaturalistica dell’azione divina. In tal modo sarà possibile definire Dio come “persona” in maniera dinamica e relazionale».
L’autore parla di «un punto di vista post-teistico». Ora la preposizione “post” indica una situazione in cui un precedente elemento non c’è più. Se un elemento non c’è, il fatto che non ci sia ancora, o che non ci sia mai stato, o che sia venuto meno è secondario. Ciò che è essenziale è che l’elemento manca. Quindi il suo «punto di vista post-teistico» si può a buon diritto definire: «punto di vista a-teistico», se la parola Dio significa ancora qualche cosa. Senonché, pur avendo escluso il concetto di Dio, lo stesso autore nello stesso tempo lo reintroduce, affermando candidamente che il nuovo paradigma post-teistico – cioè a-teistico – permetterebbe «una comprensione di Dio riferita alla creaturalità fin dalla sua definizione». Ma, di grazia, di che Dio sta parlando ora, visto che siamo in una situazione post-teistica? È chiaro che qui sta giocando con le parole: la stessa parola – Dio – ha per lui significati equivoci. Il primo è il Dio personale del teismo, che egli considera non razionalmente fondato, e perciò da abbandonare. E l’altro? Non si sa cosa sia! In tutte le sue successive elucubrazioni, interamente appoggiate ai nomi altisonanti di una certa cultura teologica tedesca, non fa che arrabbattarsi intorno al concetto contraddittorio di un Dio a cui è negata l’azione interventistica e soprannaturalistica, che è nello stesso tempo libero e non libero di creare e che, pur non avendo il volto del Dio personale del teismo tradizionale, potrà essere definito «“persona” in maniera dinamica e relazionale».

Che queste acrobazie mentali siano più comprensibili del concetto della “relazione di ragione” tra il Dio trascendente e immutabile e il mondo creato e contingente di Tommaso, di Scoto e di tanti altri illustri teologi, c’è veramente da dubitarne. E del resto l’affermazione iniziale su cui si basa l’autore, che cioè il Dio della metafisica sarebbe sostanzialmente diverso dal Dio antropomorfico biblico, è molto discutibile. Nella Bibbia il concetto di Dio attraversa una storia immensa e presenta aspetti estremamente vari e un continuo approfondimento. Oltre a espressioni certamente antropomorfiche, vi sono, di là da ogni dubbio, esplicite, solenni e tali da imporsi come prevalenti, manifestazioni di fede in un Dio assolutamente trascendente rispetto a tutto il mondo creato:
«Tutte le nazioni sono come un nulla davanti a lui, come niente e vanità sono da lui ritenute» (Is 40, 17).
Non è certamente un caso che i teologi cristiani, come Agostino, Tommaso e Scoto, abbiano modificato il concetto della divinità dei greci alla luce della rivelazione biblica, esaltando al di sopra di tutto l’assoluta trascendenza di Dio!
In realtà il nostro autore non si accorge di essere assai poco critico e razionale e di meritare di rientrare nella condanna emanata già centocinquant’anni prima da Pio IX, quando individuò la falsa opinione secondo cui «non esiste niun essere divino, supremo, sapientissimo, provvidentissimo, che sia distinto da quest’universo, e Iddio non è altro che la natura delle cose», al punto che «Dio è una sola e stessa cosa col mondo» (Syllabus, I-I). Né si vede come il Dio in prospettiva «post-teista» del Gamberini e della sofistica tedesca possa distinguersi dalla concezione panteista condannata da Pio IX.
Ma il punto di arrivo di tutta questa teologia, oggi inflazionata, è che, nonostante la rassicurante intenzione di voler definire Dio «“persona” in maniera dinamica e relazionale», in realtà il volto di Dio sta scomparendo in vaste aree geografiche, a livello planetario. E quale sarà la conseguenza, se non quella già indicata dal salmo?

«Se nascondi il tuo volto, vengono meno,
togli loro il respiro, muoiono
e ritornano nella loro polvere» (Salmo 103, 29)

Un’atmosfera di morte si sta stendendo su tutta la terra. Alla vitalità luminosa dei tempi di fecondità, sta succedendo la disgregazione della dissoluzione, e con essa non il dialogo creativo, bensì il cedimento mortifero alla modernità, alle scienze, al pluralismo religioso.

«Tu hai rigettato il tuo popolo,
la casa di Giacobbe,
perché rigurgitano di maghi orientali
e di indovini come i Filistei;
agli stranieri battono le mani (…)
Il suo paese è pieno di idoli;
adorano l’opera delle proprie mani,
ciò che hanno fatto le loro dita» (Is 2, 6.8).

Come ha scritto di recente Emanuele D’Agapiti – vedi: https://www.sabinopaciolla.com/il-volto-che-si-nasconde-dietro-la-maschera/ – le attuali tendenze a perdere la propria identità di popolo di Dio, fondata sulla rivelazione sinaitica e sul nuovo patto cristiano, non sono affatto una novità, ma non fanno che riesumare l’antica infedeltà a Dio dell’antico Israele e la tentazione di seguire i costumi dei popoli pagani. E ciò è dimostrato dall’esito di tanta parte della teologia e del costume, che si riduce a nient’altro che all’abbandono della morale sessuale biblica – esattamente come avveniva con l’infedeltà del popolo eletto:

«Non diventate idolàtri come alcuni di loro, secondo quanto sta scritto: Il popolo sedette a mangiare e a bere e poi si alzò per divertirsi. Non abbandoniamoci alla fornicazione, come vi si abbandonarono alcuni di essi e ne caddero in un solo giorno ventitremila» (1Cor 10, 7-8).

È nostro stretto dovere di teologi e di credenti reagire a questa situazione di disgregazione e di morte. Tutti noi che abbiamo ricevuto una formazione sana, non inquinata da una sofistica che si raccomanda sontanto per la propria presunzione pseudo-culturale e per la nostra ingiustificata timidezza, dobbiamo con fiducia ripetere le parole del salmo:

«Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra» (Salmo 103, 30).

Preghiamo, dunque, il Signore che non ci nasconda più il suo volto e che al periodo della sterilità e della morte succeda infine la primavera di una nuova stagione di incontenibile forza creativa. E nello stesso tempo cerchiamo di raccogliere le nostre forze per un progetto comune.

 

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Del Noce: “Quel nichilismo gaio che oggi ha il suo simbolo nella omosessualità”

Tra qualche mese si celebrerà il trentennale della scomparsa del filosofo Augusto Del Noce (11 agosto 1910 – 30 dicembre 1989). Egli fu per molti versi profetico poiché delineò chiaramente gli sviluppi di una certa cultura che oggi è assolutamente dominante, con l’appoggio di buona parte dei cattolici.

Di seguito pubblichiamo una sua lettera inviata a Rodolfo Quadrelli l’8 gennaio 1984 e pubblicata sulla rivista Tracce e Corriere della Sera. Riprendo da Tempi.

 

Augusto Del Noce, screenshot

Augusto Del Noce, screenshot

 

Carissimo Quadrelli,

quanto mi dici sul nichilismo presente mi trova perfettamente consenziente. Non è più il nichilismo tragico di cui forse si potevano trovare le ultime tracce nel terrorismo. Questo nichilismo doveva portare a una soluzione rivoluzionaria più o meno confusamente intravista o meglio confusamente ricordata; un qualche elemento di rabbia c’era ancora, e questo gli conferiva una sembianza lontanamente umana.

Ma il nichilismo oggi corrente è il nichilismo gaio, nei due sensi, che è senza inquietudine (cioè cerca una sequenza di godimenti superficiali nell’intento di eliminare il dramma dal cuore dell’uomo) – forse per la soppressione dell’inquietum cor meum agostiniano – e che ha il suo simbolo nell’omosessualità (per il fatto che intende sempre l’amore “omosessualmente”, anche quando mantiene il rapporto uomo-donna). Il giudizio che qui ci interessa è antropologico, non anzitutto etico: il nichilismo gaio “non vedendo” la differenza, anche sessuale, come segno dell’altro, rischia di concepire l’amore come puro prolungamento dell’io (appunto “omosessualmente”). Non per nulla trova i suoi rappresentanti in ex cattolici, corteggiati ancora da cattolici che riconoscono in loro qualcosa che trovano sul loro fondo. Tale nichilismo è esattamente la riduzione di ogni valore a “valore di scambio”; l’esito borghese massimo, nel peggiore dei sensi, del processo che comincia con la prima guerra mondiale. Il peggiore annebbiamento che il nichilismo genera è la perdita del senso dell’interdipendenza dei fattori nella storia presente; infatti, a ben guardare non è che l’altra faccia dello scientismo e della sua necessaria autodissoluzione da ogni traccia di valori che non siano strumentali; e in ciò, come dici giustamente, è l’esatto opposto dell’umanesimo (…).

Quanto ai cattolici, quel che li caratterizza è l’accettazione di un pensiero del proprio tempo di origine marxista o neoborghese. Il risultato è che non possono più pensare la loro metafisica e la loro religione come verità; questa impotenza si manifesta nel loro presentarla in un linguaggio allusivo e metaforico, con cui pretendono distinguersi dai cattolici comuni e tradizionali, e veramente ci riescono. La loro scuola di miscredenza, è senza pari.

Mi parli di autori a cui sia possibile far riferimento. Di quelli che hanno pensato negli anni tra il ’30 e il ’40, perché dopo non si è più pensato, la sola a cui si possa far riferimento perché, anche se oscuramente, previde il corso del quarantennio presente è Simone Weil; non tanto però come guida, ma come autrice che può essere ritrovata con un processo personale (…). Penso che l’unica via per sfuggire alla desolazione presente sia riprendere la famosa frase di Hegel (che però penso valida indipendentemente dalla sua filosofia) secondo cui la filosofia “è il proprio tempo appreso col pensiero”. Esistono due interpretazioni del nostro tempo che condizionano tutti i giudizi particolari, l’illuministico massonica (nelle sue varietà) e la marxistica, entrambe false. Si tratta di uscire da questa “falsità condizionante” ma i passi in questa direzione sono stati per ora assai scarsi. Gravissime soprattutto le colpe dei cattolici che dopo il ’60 hanno pensato di “aggiornarsi” facendo proprie le tesi dell’una o dell’altra di queste linee. Col risultato di mettere nella difficoltà di credere.

Con viva amicizia

tuo Augusto Del Noce




Norbert Bolz: Il nichilismo ed il “culto della profetessa Greta”

“Con il crollo dell’USSR anche i fanatici di sinistra sono riusciti a riconoscere che il mondo è arrivato al termine delle ideologie. Da allora regna il relativismo valoriale: tolleranza, lifestyle, politica identitaria, diversity e autorealizzazione. Aiuto ai migranti, “coscienza ecologica” e gli appelli per più “giustizia sociale” sono vuoti involucri di devozione che promettono una trascendenza di sè – un risultato paradossale della cultura dell’autorealizzazione.” 

Così Norbert Bolz, professore al Technische Universität  di Berlino, in questo interessante articolo pubblicato su Die Tagestpost, nella traduzione di Alessandra Carboni Riehn.

 

Greta Thunberg

Greta Thunberg – Foto: Paul Zinken (dpa)

 

Ogni uomo ha bisogno di valori cui orientare la sua vita. Tradizione e religione hanno coltivato questi valori per millenni con la massima naturalezza. Soprattutto le religioni monoteistiche hanno accentuato questo orientamento valoriale con una promessa di salvezza che rimandava gli uomini a un Aldilà. Ma con l’Illuminismo iniziò un processo di erosione, al termine del quale la promessa religiosa si era ridotta a una questione privata di pochi incorreggibili.

Nel vuoto valoriale si insinuò la politica moderna, che prometteva un mondo migliore già nella vita terrena, in veste vuoi di nazionalsocialismo, vuoi di comunismo. Oggi possiamo dire con un certo sollievo di aver superato questa fase. Con il crollo dell’USSR anche i fanatici di sinistra sono riusciti a riconoscere che il mondo è arrivato al termine delle ideologie. Da allora regna il relativismo valoriale: tolleranza, lifestyle, politica identitaria, diversity e autorealizzazione. Aiuto ai migranti, “coscienza ecologica” e gli appelli per più “giustizia sociale” sono vuoti involucri di devozione che promettono una trascendenza di sè – un risultato paradossale della cultura dell’autorealizzazione.

Ma se non si hanno valori che si è pronti a difendere, la tolleranza apre le porte al nichilismo. In considerazione di questo fatto non può sorprendere il fatto che gli uomini desiderino una religione sostitutiva – e i Verdi la offrono, mettendo sotto processo lo sviluppo della civilizzazione. Cosa che funziona particolarmente qui da noi [in Germania, N.d.T.], perché il senso di colpa storico fa sì che i tedeschi siano sempre alla ricerca di punizioni. E i Verdi rispondono esattamente al senso di colpa del ricco mondo occidentale con le loro promesse di sventura, con la sicurezza comportamentale dei loro rituali ecologici e con il culto della loro profetessa Greta.

E così arriviamo ai “Fridays for Future”. I casting show hanno sortito il loro effetto: ora i ragazzi non vogliono più calcare la scena come fotomodelli o popstar, ma anche come politici. A quanto pare, corriamo il rischio di una nuova crociata dei ragazzi volta a salvare il mondo dagli infedeli. E molto più imbarazzanti dei ragazzi che saltano scuola per salvare il mondo sono i genitori che li lodano per questo. I mass media si sono già adattati e ai talk show presentano ragazzi in età scolare in veste di testimoni della verità. L’intolleranza e il fanatismo di questi predicatori della diversity dimostra che la tolleranza più essere pervertita in un valore tirannico. L’intollerante superiorità morale e la raffinata arte di chi fa sempre l’offeso conformano il carattere autoritario della “generazione Greta”. La loro incapacità di sopportare o addirittura accettare opinioni divergenti, però, non ha nulla a che fare con i Social Media, bensì con il rifiuto di diventare adulti. Non sorprende che sempre più rappresentanti della Chiesa si sentano a loro agio in questa “sfera ecologica” e partecipino al culto di Greta, perché il buonismo non è altro che un Cristianesimo impazzito. Naturalmente ci sono ancora voci ragionevoli. Ma chi possieda un po’ di sano buon senso perderà sempre quando discute con un fanatico.

 

 




Trueman: “….il vero e il bene sono spesso sepolti sotto il male e il banale”

Una acuta riflessione di Carl R. Trueman sul fallimento dell’umanesimo illuminista che trae le sue radici dal tentativo di “uccidere Dio”. Una illusione ed un tentativo gravido di conseguenze per la società odierna. Non è infatti una questione semplicemente ed esclusivamente filosofica.

Eccola nella mia traduzione..

Foto: il filosofo Friedrich Nietzsche

Foto: il filosofo Friedrich Nietzsche

 

Più di trent’anni fa, Leszek Kołakowski sosteneva che la denuncia di Nietzsche del fallimento dell’umanesimo illuminista non fosse diventata l’ortodossia esplicita dell’età moderna. Nonostante la dimostrazione di Nietzsche che un mondo che aveva ucciso Dio aveva compiuto una rivoluzione metafisica e morale tale da liberare dai vincoli la terra dal sole e che comportava la riconsiderazione di tutti i valori (allora condividi per ripudiarli, ndr), Kołakowski osservò che la modernità si era impegnata in un lungo tentativo di negare questa conclusione. L’ortodossia esplicita del mondo moderno, egli sosteneva, non era nietzscheriana ma un mosaico disperato di varie posizioni intellettuali attraverso le quali si può mantenere una qualche parvenza di significato e ordine stabile.

Oggi, quel progetto “mosaico” appare ancora più eclettico e meno convincente di quanto non fosse nel 1986. L’autorità delle istituzioni tradizionali – religiosa, politica, giuridica, giuridica, finanziaria – è stata ripetutamente danneggiata da innumerevoli casi di corruzione e tradimenti di fiducia. Il discorso pubblico è stato vittima di vari odi terapeutici che alimentano la stizza e il risentimento della politica identitaria di sinistra e di destra. E l’ascesa di nuovi fondamentalismi, specialmente quello dell’Islam, minaccia di scatenare il caos in un Occidente che sembra provare un perverso piacere nella perdita di fiducia nel suo passato – e quindi nel suo presente.

Al centro del problema è il fatto che Nietzsche aveva ragione: uccidete Dio e tutto è dunque negoziabile.  Fingere che questo non sia il caso non funzionerà. (…) Una vita pubblica che manchi di qualche tipo di base metafisica è una vita pubblica che non ha la capacità di giustificare la sua forma. In tali vuoti si generano i grandi disastri.

Eppure la risposta non è semplicemente continuare con il “mosaico”. È necessario che comprendiamo le cause alla base dei sintomi problematici che vediamo intorno a noi nella nostra cultura. È necessario vedere le crisi individuali che ci circondano come parte di una crisi metafisica più ampia. Dobbiamo renderci conto, ad esempio, che i dibattiti sull’identità sessuale e di genere non sono tanto dibattiti sulla libertà individuale quanto dibattiti su cosa significhi essere un individuo. E che impegnarsi in tali dibattiti con competenza, con una riflessione ponderata su letteratura, storia, etica, politica, filosofia, teologia e diritto – per citare solo alcuni campi rilevanti – è necessario. (Soprattutto perché) in un’epoca di specializzazioni accademiche frammentate e isolate, in un’epoca in cui ci sono così tante informazioni disponibili, il vero e il bene sono spesso sepolti sotto il male e il banale. (…)

 

Fonte: First Thing

 

Carl R. Trueman è professore alla Alva J. Calderwood School of Arts and Letters presso il Grove City College, Pennsylvania.




CARD. MÜLLER: “SONO TRISTE PERCHE’ DA ROMA ARRIVANO DIRETTIVE CONTRADDITTORIE”

Riprendo una importante intervista a largo spettro al card. Gerhard L. Muller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, rilasciata in occasione della sua prima visita in Australia.

Eccola nella mia traduzione.  

Foto: card. Gerhard L. Muller

Foto: card. Gerhard L. Muller

Jordan Grantham: Sua Eminenza, la ringrazio per l’onore della sua prima intervista in Australia. Cosa la porta in Australia?

Cardinale Müller: Sono invitato da un gruppo di sacerdoti a tenere un discorso sul sacerdozio, per incoraggiarli a predicare il Vangelo, ad amministrare i Santi Sacramenti e a guidare la Chiesa come buoni pastori. Siamo la Chiesa universale, la Chiesa cattolica, quindi siamo tutti responsabili gli uni degli altri e un Cardinale in maniera particolare, perché è coinvolto con il Primate della Santa Romana Chiesa e abbiamo questo lavoro internazionale in materia di fede. La Fede non è un’ideologia ma la Fede si rivela come Parola di Dio, ricevuta e accettata dagli esseri umani, e così via la Chiesa iniziò e la Fede in Gesù Cristo per rendere le persone sante e portarle a Dio, alla vita eterna. È la prima volta che mi reco in Australia.

JG: Quindi, il suo discorso riguarda la Missione e l’Identità del Sacerdote. Va bene se condivide il suo messaggio in questo colloquio?

M: La mia tesi non è qualcosa che ho inventato, non sono le mie idee personali. Non credo che tutti debbano essere interessati alle idee di un uomo che vive lontano, in Europa, ma stiamo partecipando alla Santa Chiesa Cattolica, fondata da Gesù Cristo e che ha fondato l’apostolato dei Dodici Apostoli e di San Paolo e degli altri Apostoli della prima, primitiva Chiesa. Egli ha mandato gli Apostoli in tutto il mondo per testimoniare il Vangelo di Gesù Cristo perché mandato dal Padre e nel Nome del Padre. Nel suo nome e nella potenza dello Spirito Santo ha mandato gli Apostoli in tutto il mondo e ora sono i loro successori nell’episcopato e nel sacerdozio.

JG: I Pastori sono particolarmente importanti per guidare i giovani come me e i Vescovi hanno fatto di questo un Anno della Gioventù nella Chiesa Cattolica Australiana.

Muller: La Santa Sede ospita l’Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, anche sui giovani, che ha un documento preparatorio in cui si afferma: “Ascoltando i giovani, la Chiesa sentirà ancora una volta il Signore parlare nel mondo di oggi”.

JC: Perché la Chiesa ha bisogno di ascoltare i giovani, che per lo più non praticano la fede in Australia, Germania e nell’Occidente?

Muller: Devo chiedermi qual è il significato di questa espressione: “La Chiesa deve ascoltare i giovani”? Chi è la Chiesa, chi è il soggetto, chi ascolta? La Chiesa non è solo la gerarchia, ma la Chiesa è tutto ciò che viene battezzato e se i giovani vengono battezzati non possiamo dire che la Chiesa, che è la comunione dei battezzati, debba ascoltare i battezzati. È un po’ autoreferenziale.

Dopo il Concilio Vaticano II, questo tipo di linguaggio è un po’ strano. Penso che questo sia un po’ un linguaggio vecchio stile usato qui. È meglio dire: noi tutti, pastori e fedeli, dobbiamo ascoltare Gesù Cristo, la Parola di Dio e realizzare la Parola di Dio e seguire la Parola di Dio nelle condizioni del mondo di oggi. Dobbiamo fare un’analisi tutti insieme, perché la gerarchia non vive nei secoli passati. Quali sono le condizioni? Quali sono gli ostacoli anche per tutti noi? Siamo persone che vivono insieme, in tre o quattro generazioni, nello stesso momento. È anche necessario che le diverse generazioni nella Chiesa si ascoltino perché i giovani hanno ragione ad esprimere le loro esperienze e le loro idee. Ogni generazione ha il diritto di vivere nel proprio tempo, ma non di isolarsi e di pensare nell’ideologia del progressismo che gli ultimi tempi sono i migliori. Penso che, come ha detto un famoso autore, tutte le generazioni sono subito dopo Dio e noi apparteniamo insieme attraverso tutti i secoli. Per esempio,, un tempo,  ascoltiamo la Parola di Dio espressa nelle parole del popolo del tempo degli Apostoli, dei Padri della Chiesa e degli altri tempi. In questo senso possiamo dire “siamo conservatori”, ma non conservatori perché siamo rimasti nel passato ma per ascoltare tutti insieme come una comunione di fedeli la Parola di Dio, che viene a noi tutti, all’umanità durante tutti i tempi, Dio per sempre.

JG: Come possono i membri della Chiesa oggi trascendere queste etichette che lei ha citato, conservatori e progressisti?

Muller: Questa distinzione è assolutamente stupida, senza senso, perché lì abbiamo accordi politiche e anche la politica che viene da sé. Il senso di questa distinzione deriva dalla Rivoluzione francese e da quell’ideologia del progressismo. Ci sono persone che vivono ora con questa o quella comprensione, ma filosoficamente questa distinzione non ha senso, almeno nella Chiesa, che è la comunione dei fedeli che ascoltano la Parola di Dio.

La Parola di Dio è presente in ogni tempo per dare risposte, ma non le nostre risposte, le nostre prospettive, alle altre persone, ma per stare insieme e ascoltare l’unica Parola di Dio, che è la Parola di Dio per noi oggi e anche per il futuro. E’ assolutamente necessario superare questa distinzione, questo scisma nella Chiesa, così come nelle altre comunità cristiane in cui abbiamo questo problema.

La Parola di Dio è questa realtà che unisce, unifica tutti. Non siamo divisi in partiti, come ai tempi dell’apostolo Paolo, non ci sono paolini, petrinisti. E secondo i diversi apostoli, siamo tutti uniti nell’unico Corpo di Cristo, siamo membra del Corpo di Cristo, Cristo è il capo del suo corpo, che è la Chiesa stessa.

JG: Questo richiede l’educazione di tutti i fedeli e si riferisce al suo lavoro nella Congregazione per l’Educazione Cattolica?

Muller: La Congregazione per l’Educazione ha la visione d’insieme dell’educazione nelle scuole e nelle università perché siamo la religione del logos, in greco, della ragione. Questa è la ragione di Dio: tutta la nostra esistenza è ragionevole, non priva di ragione, non siamo nichilisti ma siamo positivisti, in questo senso, quell’essere esiste.

L’educazione è molto importante, siamo discepoli della Parola di Dio, discepoli di Gesù Cristo e la Chiesa è iniziata con questa storia a Gerusalemme nel mondo ebraico ed è entrata nel mondo greco e romano. Comprendiamo che il Verbo di Dio si è fatto carne ed è possibile, con questa espressione, che il Verbo di Dio sia un’Incarnazione permanente, inculturazione dell’unico Verbo di Dio nelle diverse nazioni, tradizioni, concezioni. Tuttavia, la comprensione greca della filosofia non è solo una delle tante filosofie. Due principi assolutamente importanti per tutta l’umanità che i Greci scoprirono furono il principio della realtà e il principio della razionalità del mondo. La ragionevolezza di tutto ciò che esiste, e quindi l’idea di creazione che potrebbe essere espressa; la presenza di Dio nella realtà, nel nostro pensiero, nella nostra comprensione del mondo e nell’indagine del mondo materiale, del mondo spirituale.

Quindi non siamo una religione separata, auto-correlata e riflessiva, ma siamo la religione missionaria, la Chiesa cattolica. Gli Apostoli non raggiunsero altre culture e le distrussero, ma favorirono tutto ciò che è buono e le riunirono. Per questo la Pentecoste è il nostro paradigma, lo Spirito Santo è venuto a tutti e la massa delle persone ha rappresentato tutti coloro che venivano da ogni parte, da ogni luogo e da ogni cultura. Possiamo leggere negli Atti degli Apostoli che ognuno può ascoltare le parole degli Apostoli nella propria lingua. Questo significa non solo capire con le proprie parole, ma anche con la propria cultura.

JG: Questo è un punto interessante per i lettori della diocesi di Parramatta (Western Sydney), che è la diocesi australiana più multiculturale con il maggior numero di migranti.

Ha qualche suggerimento su come i laici, il clero, i religiosi e l’episcopato possano essere docili allo Spirito Santo nell’ascolto della Parola di Dio?

Muller: Nessuno può dire “Gesù è Signore” senza lo Spirito Santo (1 Cor. 12:3). La Parola di Dio non è un’ideologia, un sistema di pensiero filosofico, ma la persona viva di Gesù Cristo che è il Messia. I missionari sono stati inviati dallo Spirito Santo, pieni dello Spirito Santo e noi, come seguaci di Gesù Cristo, siamo legati alla persona di Gesù Cristo. Siamo membra del Suo corpo e Cristo opera attraverso di noi, presenti nel mondo attraverso tutti i battezzati. Secondo il sacerdozio comune, tutti rappresentano Gesù Cristo e gli Apostoli e i Vescovi, in un senso speciale. Possiamo farlo solo per la potenza e la presenza dello Spirito Santo. Non dobbiamo essere egoisti, ma annunciare il Vangelo in modo amichevole, perché lo Spirito Santo è amico di tutti. Siamo figli di Dio in Cristo, ma siamo amici di Dio nello Spirito Santo e quindi lo Spirito Santo può incoraggiarci, anche per superare la nostra autocentralità. Questa è la parte della visione della Chiesa che lo Spirito Santo può aiutarci a superare le divisioni nei conservatori, nei liberali e in qualsiasi cosa essa sia.

Tutti devono ascoltare lo Spirito Santo e se si ascolta lo Spirito Santo si dirà “Io sono un cattolico”, non un conservatore o un cattolico liberale, perché questa distinzione è contro lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo unisce la Chiesa ed è l’antidoto contro le divisioni e le separazioni.

Attraverso la storia, diversi gruppi si sono riferiti allo Spirito Santo, Appassionati. Hanno detto che abbiamo un sentimento diretto, una linea diretta con lo Spirito Santo, “non abbiamo bisogno della Sacra Scrittura, non abbiamo bisogno della tradizione apostolica, non abbiamo bisogno del magistero della Chiesa Cattolica”.

Pertanto, dobbiamo sottolineare il fondamento cristologico e incarnazionale contro questo unilateralismo. Nessuno, nemmeno il Papa e un Concilio, hanno una linea diretta con lo Spirito Santo perché non ricevono una nuova rivelazione. C’è una sola rivelazione, data per sempre in Gesù Cristo e quindi la nostra base è la Sacra Scrittura. Non possiamo dire nulla, né stabilire nella Chiesa una dottrina o un’intesa che sia contro le parole di Dio nella Sacra Scrittura e l’espressione della tradizione cattolica. Nessuno può avere una comprensione contraria a Gesù Cristo come vero Figlio di Dio che si è fatto uomo, come ha espresso il Concilio di Nicea. Nessuno può dire che ora ho avuto una rivelazione di Dio nella mia camera e lo Spirito Santo mi ha rivelato che esistono solo sei sacramenti. Siamo membri della Chiesa e non abbiamo tali profezie private, i carismi sono dati per il bene della Chiesa e non per la propria posizione, che “Io sono migliore, lo conosco meglio di te perché ho una rivelazione privata dallo Spirito Santo”. Lo Spirito Santo è sempre lo spirito di Dio Padre e del Figlio e quindi non c’è distinzione tra un fondamento cristologico e un fondamento pneumatologico della Chiesa e della Fede.

JG: L’Islam, che sta crescendo in Germania, è una rivelazione privata sbagliata? Attualmente ci sono anche controversie sui rifugiati islamici e sui migranti in Germania.

M: Noi, come cristiani, accettiamo la possibile esistenza di rivelazioni private, a parte l’unica rivelazione pubblica in Gesù Cristo. Ad esempio, possiamo parlare di una rivelazione privata nei messaggi di Fatima. Nel contesto della rivelazione cristiana, unica nel suo genere, Dio è Gesù Cristo. Penso che Muhammad intendesse una rivelazione pubblica, che era importante per tutti, non solo per un carisma all’interno del mondo cristiano e per coloro che sono convinti che egli è un mediatore della Parola di Dio, come Mosè, che è la loro convinzione. Noi come cristiani non possiamo accettarla come una rivelazione pubblica. È assolutamente impossibile dopo Gesù Cristo, né come rivelazione privata all’interno del contesto cristiano. Potremmo accettarlo come cristiano, come uomo, come persona di buona volontà soggettiva e come persona religiosa. Tuttavia, noi come cristiani, se restiamo tali, non possiamo accettare il suo messaggio come una rivelazione che viene da Dio. Pertanto, c’è una grande differenza. Sei cristiano o sei musulmano. Non si può cambiare la base di tutto. Non sono convinto, come cristiano, che una rivelazione di questo tipo sia possibile dopo Gesù Cristo. Non si può ridurre Gesù Cristo ad essere solo un profeta, è il Figlio di Dio, è il logos incarnato e quindi non è possibile nessun’altra rivelazione perché tutta la realtà, tutto il contenuto della rivelazione è la persona di Gesù Cristo. Abbiamo l’identità di Gesù Cristo come mediatore della nuova alleanza ed è anche il contenuto.

JG: Che cosa ha da offrire la saggezza della Chiesa per risolvere in modo giusto la tesa situazione dei rifugiati in Germania?

Muller: Prima di tutto, noi come cristiani abbiamo pieno rispetto per tutti, perché ognuno è creatura di Dio. Sono creati a immagine e somiglianza di Dio, ma questo non può portare al relativismo. Siamo convinti di Gesù Cristo e non possiamo superare e non vogliamo superare Gesù Cristo, né relativizzarlo come uno dei profeti. Ma dobbiamo anche aiutare lo Stato e la società ad accettare una comprensione pluralistica. Non siamo in uno Stato cristiano, ma in uno Stato democratico e pluralista. Lo Stato deve essere tollerante e accettare tutte le diverse religioni, ma sulla base dei diritti umani e della legge morale naturale. È anche molto importante che l’Australia non superi la legge morale naturale come fondamento con una legislazione solo positiva (fatta dall’uomo). Non può relativizzarsi, cioè riferirsi in modo antico all’onnipotenza dello stato, e accettare solo un’evoluzione di alcuni stati assoluti dei vecchi re allo stato totalitario di oggi.

JG: Mi potrebbe fare un esempio di un’area in cui lo Stato rischia di violare la legge morale naturale?

Muller: Ad esempio, con l’aborto. Ognuno ha il diritto di esistere dall’inizio dell’esistenza nel grembo materno e non si può dire che l’autodeterminazione definisca la determinazione definitiva. Gli adulti, la madre e il padre, non hanno il diritto di uccidere i loro figli. Prima o dopo la nascita, non c’è alcuna differenza essenziale. Non c’è differenza essenziale tra i bambini di uno, due o tre anni di età, non hanno coscienza di sé riflessiva. Ciò non significa sminuire il loro diritto naturale fondamentale alla loro esistenza. E lo Stato deve accettare la libertà religiosa, ad esempio il sigillo confessionale. Non possono portarsi, per leggi ingiuste, nella coscienza, il rapporto più intimo dell’uomo con Dio, perché dobbiamo obbedire alla legge di Dio piuttosto che all’uomo. Dobbiamo rispettare la nostra costituzione, viviamo in una società che ha bisogno di una forma democratica di organizzazione, che definiamo Stato, ma che non è Dio. Penso che alcuni credano alle vecchie teorie di Thomas Hobbes, dove lo stato è un Leviatano, è tutto ciò che definisce. Non possiamo dire che invece del potere assoluto dei vecchi re, ora abbiamo il potere assoluto della maggioranza del parlamento. Non è giusto.

JG: Lei era il vescovo di Ratisbona, dove il castello di Sant’Emmeram (un’ex abbazia e sede del principe locale) è un simbolo della collaborazione tra Chiesa e Stato.

C’è qualche legame tra il pluralismo di oggi e il relativismo?

Muller: Nei nostri moderni Stati democratici, ognuno ha un diritto fondamentale alla libertà religiosa e lo Stato e la società devono rispettarlo. Noi, come Chiesa cattolica, siamo i promotori della libertà religiosa, non solo richiedendola per noi stessi. Non siamo una lobby per noi stessi, ma siamo i promotori di questo diritto naturale, che tutti meritano: la libertà religiosa derivante dalla legge morale naturale e la libertà di coscienza. Sicuramente tutti devono rispettare la legge morale naturale per l’altro. Se un altro uomo dice “Accetto la religione musulmana”, lo rispettiamo sulla base della legge morale naturale e possiamo vivere insieme a persone di altre religioni. Nessuno può dire che tutto ciò che appartiene alla mia religione sia permesso o debba diventare la base della comunità, per esempio le mutilazioni genitali femminili, perché questa azione è contraria alla legge morale naturale e all’inviolabilità del corpo umano.

La realizzazione di una comunità pluralistica deve avvenire sulla base della legge morale naturale per tutti. Non vi è alcun diritto di distruggere la legge morale naturale nei confronti degli altri. Non siamo semplicemente egocentrici come cattolici, come cristiani, comunità egocentriche interessate solo al bene del nostro popolo.

Inoltre, abbiamo la nostra dottrina sociale, la dottrina politica, e quindi abbiamo il nostro contributo alla vita sociale nell’educazione, nelle scuole cattoliche e nel pensiero sul rapporto tra lavoratori e imprenditori. Non possiamo accettare il capitalismo di Manchester, secondo il darwinismo sociale, la sopravvivenza del più forte in questo senso. Diciamo che tutti hanno una responsabilità nei confronti della società e quindi la Dottrina sociale cattolica è stata ed è molto utile anche per vivere insieme in una società pluralistica. La fede cattolica non ha bisogno di una società come base, di uno Stato cristiano unificato, del vecchio Impero romano e di quei molti Stati. Siamo una minoranza o una maggioranza e non importa. Possiamo convivere pacificamente con altre persone se rispettano anche la nostra libertà religiosa e la nostra pratica religiosa. Non possiamo accettare i falsi dogmi del liberalismo politico secondo cui la religione è solo una cosa privata. Noi, come membri della nostra società e degli stati, abbiamo gli stessi diritti di presenza e partecipazione pubblica dei liberali o dei massoni.

JG: Lei nato a Magonza, in Germania, nel 1947, due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando questa città fu distrutta per l’80% dai bombardamenti.

L’orrore della seconda guerra mondiale è stato parte del motivo per cui gli intellettuali si sentivano disillusi dall’idea di una società cristiana?

Muller: Penso fosse un dilemma perché la gente dopo la seconda guerra mondiale e la dittatura nazista ha capito che la seconda guerra mondiale e l’Olocausto e tutte le crudeltà disastrose sono state causate dall’ateismo e dal nichilismo dei nazisti e poi dei comunisti.

Così, abbiamo avuto una nuova primavera della fede cristiana in Germania dopo la seconda guerra mondiale, dopo la dissoluzione del nazismo. Sia i protestanti che la Chiesa cattolica e i costruttori della nostra nuova democrazia, Adenauer, e queste persone hanno avuto un ottimo orientamento nella fede cristiana, che è stata anche la base di un umanesimo, è stato un umanesimo cristiano, un umanesimo teocentrico. La costituzione della nuova democrazia in Germania afferma che è stata accettata dal popolo tedesco, consapevole della sua “responsabilità di fronte a Dio e all’uomo”.

Sappiamo quali sono le conseguenze di un uomo o di un partito che si costituisce come Dio per l’altro. Il potere dello Stato deve essere responsabile verso il trascendente, verso la legge superiore e la realtà e nessuno può dire “Io sono il creatore e il perfezionatore” degli altri. Questo è molto significativo per noi contro l’assolutizzazione dello Stato, e la legge puramente positiva perché, è un vero scandalo, tutti gli orrori dei nazisti erano giustificati legalmente. Hanno reso le leggi razziste ufficialmente legali secondo le regole del loro stato. Non tutto ciò che è formalmente legale è corretto. Pertanto, ciò che impariamo dalla storia è che il diritto positivo degli Stati, dei parlamenti, del governo e dei tribunali deve basarsi sul diritto morale naturale, che è universale.

JG: Oggi la Germania è la nazione leader in Europa. Come sta procedendo la Nuova Evangelizzazione globale?

Muller: La Germania è il paese economicamente più trainante ma abbiamo bisogno di leadership anche nell’orientamento etico-morale e in questo modo possiamo dire che la maggior parte dei leader europei e delle persone di governo sono troppo legati a certe ideologie, sostengono il matrimonio per tutti, come gli omosessuali, l’aborto e l’eutanasia.

Pensano che questo sia il progresso dell’umanità, ma è una regressione rispetto a ciò che abbiamo imparato dalle brutali dittature del XX secolo. Come ho detto, dobbiamo avere pieno rispetto per la vita e la libertà umana, che non è solo autodeterminazione illimitata, ma libertà che è una possibilità di fare del bene, non solo di seguire i miei interessi personali. La nostra vita ci è donata da Dio per essere rispettata, certo, ma anche per essere la base per fare il bene. Non siamo una collezione di individualisti in viaggio egocentrico, ma come disse Bonhoeffer, “il mistero dell’esistenza umana deve esistere per gli altri”, a favore degli altri; la madre, il padre, la famiglia, il nonno.

Nel contesto familiare, ognuno ha i suoi diritti, ma noi viviamo insieme e apparteniamo insieme per aiutarci, essere per gli altri, sacrificarci per gli altri. L’amore è superare l’egocentrismo per essere centrati sull’altro, non solo nell’altruismo, ma nell’amore cristiano, per amare l’altro come noi stessi. Si tratta di un buon equilibrio tra l’accettazione di sé e l’accettazione degli altri, non strumentalizzandoli.

JG: Vedete segni di speranza in Germania e qual è la situazione della crisi e della controversia tra le due comunità?

Muller: Purtroppo i nostri Vescovi pensano di più in categorie di politica e di potere e non in questa linea della Nuova Evangelizzazione. L’intercomunione non è possibile, assolutamente, oggettivamente, non è possibile perché la Comunione è la rappresentazione sacramentale della comunione nella Fede. Se non si ha piena comunione nella Fede, non è possibile avere piena comunione nell’espressione sacramentale, specialmente nell’Eucaristia.

Abbiamo tante famiglie di protestanti e cattolici, anche a volte ortodossi, ma questo non è così problematico perché gli ortodossi hanno la stessa nostra Fede, ma non la piena comunione. Tra i protestanti, i luterani o i calvinisti, abbiamo una comprensione molto diversa del ruolo e dell’essenza della Chiesa.

La Chiesa non è solo per noi una comunione di singoli fedeli, ma è il Corpo di Cristo, come rappresentazione sacramentale della presenza di Dio, di Cristo nel mondo e quindi abbiamo le altre conseguenze, hanno un solo sacramento, il Battesimo, e in un certo modo, un’altra comprensione dell’Eucaristia. Abbiamo sette sacramenti e non possiamo dire che siano tutti uguali ed è sufficiente avere un sentimento religioso, o un sentimento di appartenenza. Questo è molto buono, ma non è sufficiente per la comunione sacramentale e quindi spero che i Vescovi tedeschi trovino il modo di tornare a una comprensione religiosa e spirituale della Chiesa e di rispettare anche i fondamenti della Fede cattolica, che non possono essere cambiati.

Sono molto triste che da Roma stiano arrivando direttive, che sono opposte, quella del prefetto della Congregazione della Fede è antitetica con la lettera che il cardinale Marx ha ricevuto dal Santo Padre.

Il Papa, secondo la Fede cattolica, è il principio universale dell’unità della Chiesa, non dell’unità politica ma dell’unità nella Fede rivelata. La fede, la dottrina della Chiesa cattolica sull’Eucaristia e l’appartenenza dell’Eucaristia alla piena comunione della Chiesa sotto il Papa e l’episcopato è molto chiara. Non può essere modificato.

 

Fonte: Catholic Outlook

 




CHAPUT: “NON CI SONO ‘NUOVI PARADIGMI’ O RIVOLUZIONI NEL PENSIERO CATTOLICO. QUESTO LINGUAGGIO È FUORVIANTE”

 

CHAPUT: “NON CI SONO ‘NUOVI PARADIGMI’ O RIVOLUZIONI NEL PENSIERO CATTOLICO. QUESTO LINGUAGGIO È FUORVIANTE”

 

Quest’anno ricorre il  20* anniversario dalla pubblicazione dell’enciclica Fides et Ratio. Papa Giovanni Paolo II, con quella enciclica, volle profeticamente denunciare la pericolosa deriva della ragione verso lo scetticismo e il nichilismo. Il papa all’epoca intuì che vi era una “crisi di fiducia nella ragione” che si rivelava essere pericolosa per la fede. Era quello un pericolo che la Chiesa non poteva permettersi di sottovalutare, sul quale non poteva permettersi di rimanere in silenzio. La ragione infatti, per Grazia, riconosce ed aderisce alla Verità, per la quale è fatta.

Oggi la distruzione dell’umano è conclamata e la ragione è sempre più debole. Però la risposta sembra essere altrettanto debole.

Della Fides et Ratio ci dà qualche cenno l’arcivescovo di Philadelphia, mons. Charles J. Chaput, in questa intervista (qui) , pubblicata il 22 febbraio scorso su Catholic News Agency, da cui riprendo alcuni stralci.

Eccoli nella mia traduzione.

Domanda: Come può il cattolico medio trarre beneficio dalla enciclica Fides et ratio, 20 anni dopo la sua pubblicazione?

Arciv. Chaput: (…) Il principale risultato di Fides et Ratio è che imparare a pensare chiaramente, con la Chiesa, in modo maturo e ben informato, è vitale. E’ cruciale tanto quanto sentire profondamente le nostre convinzioni religiose. Il sentimento non basta, e questo influisce direttamente su come comprendiamo il ruolo della coscienza.

La fede cristiana è qualcosa di più della buona volontà e delle buone intenzioni. La coscienza è più delle nostre opinioni personali sincere. Una coscienza sana ha bisogno di una forte formazione nelle verità comunemente affermate nella comunità cattolica. Senza di ciò, la coscienza può molto rapidamente trasformarsi in una macchina degli alibi. Il mondo è un luogo complicato. Richiede solide capacità di ragionamento cattolico radicate nell’insegnamento della Chiesa.

Il problema è che ora abbiamo almeno due generazioni di catechesi povera e di formazione della coscienza molto inadeguata. Così, quando alcuni ci dicono di lasciare le decisioni morali di oggi alle “coscienze adulte” del nostro popolo, potremmo desiderare di essere d’accordo – idealmente – ma prima di fare ciò, dobbiamo esaminare che cosa significhi esattamente questo. Abbiamo moltissimi adulti con credenziali di successo che si considerano cattolici, ma la cui educazione alla fede si è interrotta nel sesto anno. Recuperare la disciplina del buon ragionamento morale cattolico è urgente.

Domanda: Se qualcuno si trova in un ambiente culturale o ecclesiale dominato da una filosofia e da un teologia povera, come dovrebbe rispondere?

Arciv. Chaput: Ignorare le sciocchezze, leggere, guardare e ascoltare le buone fonti cattoliche, e vivere la propria fede in conformità con ciò che la Chiesa ha sempre insegnato. L’insegnamento essenziale (della Chiesa, ndr) si applica ancora al matrimonio, al sesso, all’onestà e a tutto il resto. Non ci sono “nuovi paradigmi” o rivoluzioni nel pensiero cattolico. L’uso di questo tipo di linguaggio fuorviante non fa che aggiungere confusione ad un’epoca che confonde.

Domanda: Perché Lei pensa che questi problemi di fede e ragione siano così ricorrenti nel nostro tempo?

Arciv. Chaput: La scienza e la tecnologia possono far sembrare – ma solo sembrare – il soprannaturale ed il sacro non plausibili. Il linguaggio della fede può cominciare a suonare alieno ed irrilevante. Questo è il motivo per cui perdiamo così tanti giovani prima ancora che comincino a considerare il credo religioso. Sono catechizzati ogni giorno da un flusso di distrazioni materialiste che non smentiscono Dio, ma creano indifferenza nei suoi confronti. (come disse sinteticamente Cornelio Fabro: Dio se c’è non conta, ndr)

La Chiesa sta lottando con molto dubbio (cioè con molta incertezza, ndr). È naturale in un’epoca di rapidi cambiamenti. Penso che molti pastori e studiosi della Chiesa abbiano semplicemente perso la fiducia nella razionalità della fede e nell’affidabilità della Parola di Dio senza essere disposti ad ammetterlo. Piuttosto, si rifugiano nei sentimenti umanitari e nell’azione sociale. Ma non hai bisogno di Dio per nessuna di queste cose, almeno nel breve periodo. A lungo andare, Dio è l’unico sicuro garante dei diritti umani e della dignità. Quindi abbiamo bisogno di pensare il nostro cristianesimo – profondamente, fedelmente e rigorosamente – e sentirlo.

Ecco perché l’enciclica Fides et Ratio è così importante. Essa ce lo ricorda.