Lasciate che i bambini vengano a me…. Mc 10,13-16

Una nonna mi ha inviato questa bella testimonianza che volentieri pubblico.

 

Feto

 

 

di Una nonna

 

Un mese fa circa ci è stata data la notizia bellissima che sarebbe arrivato un nuovo componente della famiglia: un nipotino/nipotina. Che gioia!!! In un attimo ho percorso i giorni, i mesi e l’ho visto seduto a tavola con noi a festeggiare il prossimo Natale, ovviamente sul seggiolone. In questo anno… “particolare” una buona notizia ci voleva!  Grande tripudio di messaggi (i figli sono un po’ sparpagliati per l’Italia) di tutti i componenti la famiglia per l’arrivo del nuovo “inquilino”!

Un inquilino che da subito ha destato la nostra preoccupazione e sono comparse alcune “perdite”…

Abbiamo raccomandato riposo alla mammina (è inutile girarci intorno: una donna incinta è già una mamma!) e ci siamo affidati alle preghiere…..

I giorni sono trascorsi così tra alti e bassi, alternando speranza e paura.

E’ stata necessaria l’ecografia per togliere ogni dubbio: non c’era battito e la misura dell’embrione era di soli cinque millimetri, troppo pochi per l’età della gestazione: il nostro nipotino che si era affacciato alla vita era già stato chiamato altrove.

Che dolore! Confesso di aver pianto tutte le lacrime che avevo, comprese le riserve accumulate in questi mesi difficili, che non avevano trovato sfogo!

Neanche la possibilità di abbracciare e consolare figlio e nuora per la perdita che stavano vivendo, perché nel frattempo eravamo stati rimessi agli “arresti domiciliari”!

Non so cosa avrei fatto nella loro situazione, ringraziando il buon Dio non mi è successa. So che, seppur  nel dolore, è stata ed è l’occasione di “Grazia”.

Sono stata stupita e commossa per la grande prova di maturità e di fede dei genitori che si sono subito preoccupati di trattare quel figlio come creatura di Dio.

Hanno cercato in internet ed hanno trovato il riferimento all’associazione Papa Giovanni XXIII. Si sono messi in contatto ed è stato suggerito loro come fare per dare dignità di “Figlio di Dio” a quel loro figlio.

Devo confessare che la cosa mi ha lasciata sbigottita. Eppure è vero che se consideriamo “vita” dal concepimento,  quei cinque millimetri di essere umano aveva, anzi ha la sua anima e per noi credenti è importante che l’anima possa giungere alla salvezza! E la prima condizione per raggiungere la salvezza (salvezza non salute!) è di diventare figli di Dio con il Battesimo. Non c’è altra via…

Espletati tutti gli obblighi previsti dalla legge, ottenuti i vari certificati richiesti (impresa ardua perché nessuno degli interpellati era a conoscenza delle procedure), ieri ci siamo congedati dal  “bimbino”: prima con il Battesimo in Chiesa e poi con la benedizione al cimitero, dove ora riposa  nella parte dedicata ai bambini.

Esagerati? Può darsi, ma cosa avrebbero dovuto farne di quell’embrione? Trattarlo come un “grumo di cellule” come lo considerano i laicisti o come un dono che anche nella sua incompiutezza è per noi cristiani un segno, il segno dell’Amore di Dio anche se nelle lacrime?

Questa esperienza ha generato in me una nuova consapevolezza, anche questa non senza dolore.

La mia mamma, prima di avere mio fratello, aveva avuto un aborto spontaneo: non l’avevo mai considerato  come un fratello/sorella. E’ vero, i tempi erano diversi e certe scoperte scientifiche sono avvenute dopo. Ma non mi ero mai fermata a pensare in questi termini alla nostra famiglia. E per me, che mi considero “pro-life” è stato un duro colpo! Ora so di avere un altro Santo in Paradiso e sicuramente d’ora in poi lo chiamerò nel momento del bisogno, ma non solo. E’ consolante sapere che ci sono più Angeli custodi alle nostre spalle!

 




Silvia Vegetti Finzi: «Non facciamo più figli, stiamo vivendo un’eutanasia culturale»

E’ uscita alcuni giorni fa, un intervista interessante di  Roberta Scorranese,  sul Corriere della Sera, un intervista a Vegetti Finzi, psicologa, che ha scritto numerosi libri importanti sull’adolescenza, sul femminile, sulla maternità. È anche autrice di una delle più articolate storie della psicoanalisi mai scritte in Italia.

Ecco alcuni stralci dell’intervista.

 

Mamma e figlia (Photo By Smolina Marianna/Shutterstock)
Mamma e figlia (Photo By Smolina Marianna/Shutterstock)

 

Non facciamo più figli.
«Ma la colpa è anche nostra».

Si spieghi meglio.
«Io ho ottantadue anni, sono entrata nel movimento femminista tardi, nel 1980, ma sono poi stata molto attiva. E la mia generazione ha sbagliato a non proporre una nuova idea di maternità alle giovani donne di allora, oggi ultra quarantenni».

Avete insistito troppo sulla realizzazione professionale?
«Vi abbiamo insegnato ad essere figlie e non madri. A fare carriera e non a costruire un nuovo modello di maternità. Vi abbiamo spinto a cercare madri simboliche, da Virginia Woolf ai modelli più attuali, cercando di tenervi sempre in una condizione “filiale” e non “generatrice”. Non vi abbiamo passato il libretto delle istruzioni. Così oggi ci sono migliaia di quarantenni che non hanno avuto figli e quando chiedo loro il perché di questa scelta la risposta è quasi sempre “Perché c’erano altre priorità”».

Non solo. Negli anni Ottanta c’è stata una corrente di pensiero che ha provato a demolire la maternità.
«Che grave errore che abbiamo commesso, è il momento di riconoscerlo».

Torniamo ad una mancata — o monca — elaborazione della maternità.
«Lo dico da sempre: se dessimo alla maternità il giusto peso, saremmo molto più liberi».

Amy Coney Barrett forse rappresenta  ciò che il movimento femminista “ potrebbe” libero da pregiudizi, non determinato dal pensiero radical-progressista, riconoscere come positivo:  una donna di alto livello culturale e di successo ma anche  una madre che si è anche affermata professionalmente e viene nominata nelle stanze del potere.

Il giudice Barret, è però “troppo” cattolica, sostiene ” il valore inestimabile dal concepimento alla morte naturale” e che  “la vita inizia dal momento del concepimento”:  quindi occorre ferocemente opporsi alla sua elezione.

Riconoscere  gli errori commessi dal movimento femminismo in  questi anni, come sostiene la psicologa Silvia Fegetti Finzi, potrebbe far guardare in un altro modo la realtà.




Mudu: “La nascita, un’esperienza che ha a che fare con la Sua Presenza”

Ricevo da una cara amica, Alessandra Mudu, questa bella lettera che volentieri pubblico. È una lettera che porta una gradita notizia, la nascita del primo nipotino. Occasione per riflettere.

Foto di un neonato

Foto di un neonato

 

Sono diventata nonna di Francesco!

Voi direte che bello! Eh sì, ma è molto di più….è un’esperienza che ha a che fare con la Sua Presenza, che ci viene chiesto di intercettare in ogni circostanza.

Ed io sto davanti a questa nascita, davanti a questo “miracolo”, come sorpresa dal Mistero. Questa nascita mi sprona a capire meglio la Verginità, cosa voglia dire uno sguardo virginale.

Intuisco che è un amore donato, che non si può possedere perché non è nostro….È uno stare come i pastori in adorazione davanti al Bambino Gesù.

E comprendo meglio la Verginità, che ha lo stesso significato dello stare davanti al Mistero, che per grazia ti viene incontro e ti ha scelta così come sei, con uno sguardo che ha il gusto unico della gratuità e della commozione. Capisci che sei stata scelta a vivere questa circostanza scegliendo…se esserci, pienamente, o scappare (e non esserci).

Io ho scelto di lasciarmi fare, commossa e grata di questa preferenza del Signore. A questa Presenza faccio spazio. Questa Presenza io assecondo, come posso, così come sono, nella mia famiglia e nella vita.

Cerco, anzi, farò di tutto per aiutare i novelli papà e mamma affinché maturino nella consapevolezza della loro genitorialità, della loro offerta …aiutati e non ostacolati da me, che sarei più “esperta”, affinché possano godere appieno del grande mistero che è l’arrivo di questo bimbo.

Che il Signore lo faccia crescere in sapienza, santità, salute e grazia!

 

         Alessandra Mudu