Rémi Brague: La cultura è il centro del pensiero di Giovanni Paolo II

Rémi Brague, il filosofo francese vincitore del Premio Ratzinger nel 2012, discute l’eredità di San Giovanni Paolo II in occasione dell’apertura di un nuovo istituto culturale che porta il suo nome a Roma.

L’intervista a Rémi Brague è di Solène Tadié, ed è apparsa sul National Catholic Register. Eccola nella mia traduzione. 

 

Remi Brague, filosofo francese

Remi Brague, filosofo francese

 

Il primo centenario della nascita di San Giovanni Paolo II è stata un’occasione per tutto il mondo cattolico per ricordare lo straordinario contributo che il suo pontificato ha portato alla Chiesa, nonché l’influenza decisiva che ha avuto sulla scena politica del suo tempo. Mentre da molte parti del mondo giungevano omaggi alla sua opera e testimonianze di vita, la sua preziosa eredità sarà ulteriormente immortalata dalla creazione di un nuovo istituto culturale ospitato dalla Pontificia Università di San Tommaso d’Aquino (Angelicum), dove un tempo aveva studiato.

L’Istituto di Cultura San Giovanni Paolo II, che sarà anche cattedra accademica, offrirà uno studio approfondito dell’insegnamento di Karol Wojtyła “come punto di riferimento iniziale e continuo nella riflessione sui problemi attuali della Chiesa nel mondo moderno”. Ogni programma annuale comprenderà lezioni di intellettuali di spicco provenienti da tutto il mondo, e sarà istituito anche un programma di borse di studio per giovani borsisti.

Tra i docenti più famosi dell’anno accademico 2020-21 ci sarà Rémi Brague, che ha tenuto il discorso inaugurale per il lancio dell’istituto nel pomeriggio del 18 maggio.

Brague, che insegnerà l’antropologia cristiana della cultura nel nuovo istituto, è filosofo e storico della filosofia francese e professore emerito di filosofia medievale e araba alla Sorbona. È stato insignito di numerosi premi, tra cui il prestigioso Premio Ratzinger, nel 2012. Parlando della dimensione poliedrica dell’eredità di Giovanni Paolo II, Brague spiega che le profonde evoluzioni delle società occidentali degli ultimi tre decenni non hanno in alcun modo intaccato l’attualità dei suoi insegnamenti.

 

Lei ha tenuto una conferenza virtuale in occasione dell’inaugurazione dell’Istituto di Cultura di San Giovanni Paolo II all’Angelicum di Roma. C’è una cultura particolare che emerge dal suo pontificato? Qual è, secondo lei, l’essenza particolare dei suoi insegnamenti?

Lei ha fatto centro quando ha parlato di cultura. La cultura è il fulcro del pensiero di Giovanni Paolo II. Non ha promosso un nuovo tipo, o stile, di quello che lei chiama cultura. Le culture o potenziali culture pullulano nel nostro mondo attuale. È difficile lanciare un mattone senza colpirne una. Ho parlato di presunte culture perché non è possibile creare una cultura con un intero tessuto. Le culture sono il risultato di un processo di sedimentazione, di accettazione e di consegna di ciò che abbiamo ricevuto da una tradizione.

Giovanni Paolo ha fatto qualcosa di più profondo e probabilmente più rilevante, più adatto in ogni caso, per affrontare le sfide che dobbiamo affrontare. Ha sottolineato il ruolo decisivo della cultura per l’umanità, e soprattutto per le persone che vogliono condurre una vita civile. Ho accennato, nel breve discorso di apertura a cui lei ha fatto riferimento, al fatto che la Polonia, il Paese natale di Giovanni Paolo, è sopravvissuto a due divisioni durante un secolo e mezzo, grazie alla sua cultura: la sua lingua, la sua fede e il suo folklore.

A mio parere, però, il suo più grande merito è quello di aver messo l’accento sulla lotta tra due culture. È buffo che, delle due frasi che ha coniato, la prima, “cultura della vita”, dovrebbe essere una tautologia e la seconda, “cultura della morte”, un ossimoro. Ogni cultura favorisce la vita e la aiuta a prosperare. La frase opposta è contraddittoria perché la realtà che cattura è essa stessa autolesionista.

 

Secondo lei, potremmo dire che il suo pontificato ha cambiato il volto del cattolicesimo, come molti sostengono?

Sicuramente [Giovanni Paolo II] non vorrebbe entrare nei registri della storia come l’uomo che ha cambiato il volto della Chiesa cattolica. Voleva semplicemente rendere questo volto più brillante, più convincente – non per venderlo meglio, ma perché era convinto che la fede in Cristo è un bene per l’umanità in generale. La pulizia che ha iniziato è ben lungi dall’essere completata; anche i suoi successori hanno passato la scopa. Dovremo aspettare l’ultimo giorno per separare accuratamente il grano dalla pula. Comunque sia, Giovanni Paolo ha avuto il coraggio di fare diversi passi importanti: un nuovo rapporto con le nostre radici nella fede di Israele; il coraggio di confessare i crimini del passato e di chiedere perdono; il coraggio di affrontare il comunismo, esponendo le menzogne che erano la sua unica base.

 

Le recenti polemiche (vedi qui, qui e qui) sulle nuove politiche attuate dall’Istituto Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia suggeriscono che, per alcuni leader religiosi, gli insegnamenti del Papa polacco sulla famiglia e la sessualità siano datati. Eppure molti studenti di questo istituto si sono fatti avanti per difendere questo patrimonio in pericolo. Quali considerazioni le ha suscitato questa polemica?

Ho seguito questa storia da lontano, per essere più concreto, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico. Tuttavia ho molti amici da questa parte che sono profondamente impegnati in ciò che l’istituto era originariamente destinato a fare, e che appartenevano anche ai suoi padri fondatori, in particolare a Stanislaw Grygiel e David Schindler. Essi temevano una sorta di “grande fregatura” da parte di persone per le quali gli insegnamenti di Giovanni Paolo erano ciò che voi americani chiamate “passé” (superato, fuori moda, ndr).

Ciò che è vero è che i costumi attuali di molte persone, sostenuti dalle amministrazioni di molti Paesi, si allontanano sempre più da un sano atteggiamento verso il corpo, dalla divisione sessuale, dal semplice fatto che dobbiamo generare figli se vogliamo che il nostro Paese, e non la nostra specie, sopravviva.

Difendere il rispetto per il corpo, il rispetto per le donne, il rispetto per la vita dal suo inizio fino alla sua morte naturale non è, o non dovrebbe essere, specifico della Chiesa. Ciò che la Chiesa rappresenta è il genere umano in generale. Alcune pratiche attuali conducono a lungo termine, per la logica interna del loro sviluppo, alla morte. Ora, la Chiesa non è lì solo per benedire i carri funebri. Dovrebbe mettere in guardia la gente dai pericoli che incombono.

 

Allo stesso modo, un convegno internazionale che ha riunito personalità conservatrici di spicco sul tema “La libertà delle nazioni è ancora auspicabile?” ha recentemente messo in discussione la rilevanza dello spirito di libertà politica ed economica instillato da Giovanni Paolo II nel suo tempo, cioè in un mondo ancora alle prese con il progetto comunista. Alcuni commentatori oggi percepiscono questo approccio e questa visione come inadatti alle attuali realtà sociali, economiche e politiche del mondo. Lei cosa ne pensa?

“Liberalismo” è una parola scivolosa; in primo luogo, perché il suo colore cambia quando attraversa l’Atlantico – un “cambiamento rosso” si verifica quando viaggia verso ovest; in secondo luogo, perché, anche se la libertà politica e il libero mercato stanno insieme, non è sufficiente ottenere il secondo perché il primo sorga automaticamente.

Per quanto riguarda la libertà, è anch’essa una parola d’ordine pericolosa. In generale, la confondiamo con il fatto di essere lasciati soli, al servizio delle nostre mode effimere, anche se pericolosamente stupide. Questo è il modo in cui i bambini di 6 o 7 anni concepiscono la libertà. Dare libero sfogo al consumismo significa generalizzare questa idea infantile. Il filosofo religioso russo Nikolai Berdyaev una volta ha parlato ironicamente del “diritto alla servitù” dell’uomo moderno. La vera libertà è il libero accesso al Bene. Ciò che ci minaccia non è la troppa libertà ma, al contrario, una perversione della libertà, che le dà scopi troppo inconsistenti.

 

Il famoso “Non abbiate paura” di Giovanni Paolo II, pronunciato durante l’omelia per l’inaugurazione del suo pontificato, nel 1978, sembra particolarmente appropriato in questi tempi di pandemia, poiché l’Occidente si trova improvvisamente di fronte a una finitezza, che tante persone hanno semplicemente ignorato fino ad ora. Quali lezioni dobbiamo trarre da questo messaggio di speranza?

Certo, il neoeletto Papa voleva che la sua famosa frase fosse intesa nel modo più ampio possibile. Probabilmente pensava al terrore comunista che dilagava sotto Breznev. Ma immagino che avesse in fondo alla sua mente la paura che si prova quando si pensa a cosa comporterebbe una vera conversione a Cristo. A differenza dell’inglese, che ha una sola parola, “hope”, speranza, la mia lingua madre francese distingue “espoir”, la scommessa ottimistica di un miglioramento inaspettato della nostra situazione, e “espérance”, speranza, una delle tre cosiddette virtù teologali, oltre alla fede e alla carità.

Non sopporto l'”ottimismo”, l’idea ingenua che le cose si riveleranno positive, indipendentemente dal fatto che agiamo in modo intelligente o meno.

La pandemia che stiamo vivendo attualmente dimostra, sempre su scala più ridotta rispetto, diciamo, all’influenza spagnola o alla peste nera, che quelle che chiamiamo “domande mortali” meritano davvero il nome e sono una cosa seria. La nostra civiltà gioca con la morte già da alcuni decenni. Le persone di alto rango la decostruiscono mentre la gente media la abortisce. È come se la morte fosse il nostro ultimo dio nascosto. Il fatto stesso che la mettiamo a tacere, che non la chiamiamo per nome, testimonia che è una specie di nonsense pagano. Con questa pandemia, la morte ci prende sulla parola: Ci siamo!

 




Brague: “Per la nostra civiltà, non ho molta speranza. Ma solo la Speranza cristiana può salvarci”

Rémi Brague è un docente e filosofo francese, professore emerito di Filosofia medievale e araba presso l’Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. E’ stato inoltre professore invitato presso numerosi atenei, tra cui la Pennsylvania State University, la Boston University, il Boston College, l’Universidad de Navarra di Pamplona e l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. L’undici aprile scorso ha rilasciato una intervista a Eugénie Bastié, per Le Figaro. L’intervista è stata tradotta in italianao da Mauro Zanon e pubblicata a cura di Giulio Meotti su Il Foglio

 

RÈmi Brague, filosofo

RÈmi Brague, filosofo

 

Le Figaro – Una delle lezioni di questa crisi, è che il regno dell’economia si è bloccato per lasciare posto alla cura dei più vulnerabili. Non è forse il segno che, nonostante tutto, siamo ancora cattolici?

 Rémi Brague – Che siamo caratterizzati da una cultura cristiana è assolutamente evidente, anche per coloro che se ne dispiacciono. Gli induisti, quando credono ancora alla reincarnazione, pensano che ogni male sia meritato, che sia una punizione per gli errori commessi in una vita precedente, e che sia un modo per espiare le proprie colpe. Madre Teresa, che cercava di alleviare le sofferenze dei moribondi, era estremamente malvista dagli induisti delle caste alte. Per questi ultimi, Madre Teresa privava gli sventurati della possibilità di una migliore incarnazione nella vita successiva. Ritenere che le vittime debbano essere soccorse, chiunque esse siano, e a prescindere, in particolare, da quale sia la loro religione, la loro utilità sociale, la loro età, semplicemente perché queste persone sono “il mio prossimo”, è un credo di origine cristiana. Questo credo viene messo in luce fin dalla parabola del “buon samaritano”.

 

Per lottare contro la diffusione del virus, sono stati sospesi tutti i riti per i credenti. Questa sospensione della comunione e la virtualizzazione dei nostri riti (messe televisive) non ci fanno forse capire qual è il vero valore delle chiese?

Viviamo in un mondo dove il virtuale ha sostituto il reale. Ciò vale in tutti gli ambiti. C’era un’eccezione, che era appunto rappresentata dai riti religiosi. Non perché riguarderebbero la dimensione eterea della nostra esperienza, lo “spirito”, come viene detto erroneamente in maniera ahimè troppo diffusa. Ma proprio perché, al contrario, riguardano il corpo. La messa è un pasto, e non si può mangiare a distanza. Le chiese sono dei refettori, delle mense popolari o dei Restos du (sacré-)coeur (la rete di associazioni francesi nate nel 1985 da un’iniziativa dell’attore comico Coluche per la distribuzione di pasti a persone bisognose o in difficoltà, ndr) dove tutti vengono accolti senza controlli all’ingresso. Certo, il cibo che viene offerto a messa non è un cibo qualsiasi. E certo, l’obiettivo finale dei sacramenti non è quello di ricordarci che abbiamo un corpo. Ma forse potrebbero anche aiutarci a ricordarcelo. Perché associano indissolubilmente l’Altissimo a ciò che c’è di più umile, di più elementare nella nostra condizione: nutrirci, riprodurci (anche il matrimonio è un sacramento), morire. Questa alleanza paradossale conferisce alla nostra povera e fragile specie una dignità fuori dal comune.

 

I funerali sono stati ridotti al minimo indispensabile. Cosa pensa di questa sospensione inedita delle “leggi non scritte” che fondano la civiltà?

Ciò su cui si fonda la civiltà, ossia ciò che costituisce l’umanità stessa degli esseri umani, sta in un piccolo numero di regole. Tuttavia, ciò che W. R. Gibbons chiama la “nostra bella civiltà occidentale” sembra essersi dedicata al nobile compito di distruggerle. Anzitutto, le discredita chiamandole “tabù”. Che bella parola! Quanto è utile! Da quando il capitano Cook l’ha portata con sé da Tahiti, permette di mettere nello stesso sacco i più alti imperativi morali e le più futili routine, l’omicidio e il fatto di indossare la cravatta di un college di cui non si è stati fellow, la bestialità e l’abbottonarsi l’ultimo bottone del gilet… Fra queste regole di base, ce n’è una che concerne i riti funebri. Il celebre passaggio dell’Antigone dove Sofocle fa apparire la nozione di “legge non scritta” riguarda appunto gli onori da tributare a un corpo, anche se è quello di un ribelle. In breve, non si può trattare il cadavere di un caro scomparso come qualsiasi altra cosa. Lo si seppellisce, lo si imbalsama prima di metterlo in un sarcofago, lo si brucia in un falò, lo si abbandona ai rapaci in cima a una torre, o la sua famiglia lo divora in un pasto solenne, poco importa in che modo. Ma non lo si tratta come un oggetto fra gli altri, da buttare in una discarica. Fra le celebri ultime parole, sono note quelle dell’ecologista sul suo letto di morte: “Me ne frego, sono biodegradabile”. I paleontologi sottolineano l’estrema importanza della presenza nelle tombe preistoriche, a partire dal 300.000 anni prima della nostra era, dei pollini fossili. I nostri lontani antenati deponevano i fiori sui cadaveri. Non sapremo mai quali erano le loro inte   nzioni. Ma comunque, avevano per i cadaveri una sorta di rispetto. Lo stiamo perdendo.

 

Quale messaggio può trasmettere la resurrezione in questi tempi tragici? Quali speranze (nel testo originale, è “espérance”, nel senso cristiano del termine, e non “espoir”, ndr) esprimete per la nostra civiltà alla fine di queste crisi?

 Per la nostra civiltà, non ho molta speranza. Ma lei ha ragione a parlare di speranza nel senso cristiano del termine. Solo essa può salvarci. E’ una delle tre virtù dette “teologali”, assieme alla fede e alla carità. Queste virtù hanno la peculiarità di non essere eccessive. Fatto che le distingue dalle altre virtù, dove l’eccesso dell’una ostacola l’esercizio delle altre. Per esempio, un’eccessiva prudenza può farci dimenticare il dovere di prestare soccorso al nostro prossimo. In compenso, non si può credere troppo, amare troppo, sperare troppo. Lo scopo ultimo di queste virtù è in realtà infinito: Dio che, con la purezza della carità, ci prepara “quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo” (Prima lettera ai Corinzi). Concretamente, come si dice, è lecito sperare – conclude Rémi Brague – questa volta da un’attesa tutta umana, in una piccola presa di coscienza dei limiti della nostra condizione, della “nostra portata”, come diceva Pascal.

  

 




Azzone: “La nostra epoca ha creduto di mettere la morte alla porta”

“La nostra epoca ha creduto di mettere la morte alla porta. Ma è tornata. Da Wuhan la globalizzazione ci riporta indietro di un secolo. L’umanità sperimenta ancora una volta la propria impotenza di fronte a un agente patogeno. I morti si contano a migliaia. La vaccinazione è ancora lontana. Nessuna misura di profilassi è in grado garantire la salute, nessun presidio terapeutico garantisce la salvezza. E l’impotenza si trasforma in rabbia”.

Pongo all’attenzione dei lettori di questo blog un articolo di Paolo Azzone, psichiatra, psicoterapeuta, psicoanalista, che è stato pubblicato su State of minde.

 

disperazione

 

Per millenni l’umanità è stata del tutto impotente di fronte alla malattie infettive. Peste, colera, febbre gialla, malaria e tubercolosi hanno mietuto nei secoli milioni di vittime.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale la salute pubblica ha conosciuto un’epoca d’oro senza precedenti. Con lo sviluppo degli antibiotici, la letalità della maggior parte delle malattie batteriche è stata drasticamente ridimensionata. I vaccini hanno neutralizzato quasi completamente le minacce delle malattie virali. I farmaci antivirali hanno dimostrato di poter tenere sotto controllo lo spettro dell’AIDS.

Per un attimo l’umanità ha intravisto la possibilità di potere completamente risolvere il problema delle malattie infettive come significativa causa di mortalità nelle popolazioni umane immunocompetenti. Il miglioramento della salute e dell’aspettativa di vita non è sembrato però sanare le angosce ipocondriache. Anzi negli ultimi anni il terrore della malattia e della morte ha raggiunto una rilevanza sociale sconosciuta ai nostri progenitori. Il trattamento di malattie banali (come le malattie esantematiche dell’infanzia) o molto rare è divenuta oggetto di dibattiti feroci. Quattro casi di meningite solo pochi mesi fa hanno scatenato una vera isteria collettiva con code agli uffici di vaccinazione.

La nostra comunità ha inseguito con esasperata determinazione il sogno di una longevità garantita. Si è affermata la convinzione che la morte sia un evento che riguarda solo la terza età. Oggi i media presentano abitualmente ogni decesso come espressione di un’imprudenza, una colpa, un disservizio da attribuire ora ai medici, ora agli amministratori, ora ad alcuni gruppi sociali arretrati e oscurantisti.

La nostra epoca ha creduto di mettere la morte alla porta. Ma è tornata. Da Wuhan la globalizzazione ci riporta indietro di un secolo. L’umanità sperimenta ancora una volta la propria impotenza di fronte a un agente patogeno. I morti si contano a migliaia. La vaccinazione è ancora lontana. Nessuna misura di profilassi è in grado garantire la salute, nessun presidio terapeutico garantisce la salvezza. E l’impotenza si trasforma in rabbia.

In questa epoca di quarantena i contatti umani sono pochi. Dobbiamo rivolgerci a canali virtuali per renderci conto del clima sociale. E qui, sui media, la rabbia impazza. Si percepisce la disperazione ma soprattutto la ricerca di un colpevole. Sono meccanismi proiettivi molto noti a chi si occupa di gruppi, comunità e istituzioni. Leggendo I promessi sposi di Alessandro Manzoni, abbiamo imparato che la caccia all’untore è una pratica gradita alle masse terrorizzate e ampiamente promossa dai governi autoritari.

La gogna mediatica punta il dito in direzioni precise. Dimostra un peculiare intuito nel selezionare i nemici del popolo. Su questo vorrei richiamare appunto la vostra attenzione. Mentre molte attività industriali più o meno essenziali proseguono, mentre le necessità alimentari muovono e concentrano milioni di persone ogni giorno, i social media, la stampa e la politica hanno allergie molto specifiche. In prima fila i runner, che serenamente si muovono in solitudine più o meno completa negli spazi vuoti. Poi i bambini, rinchiusi in casa da settimane ed evidentemente in sofferenza. Le coppie, costrette ad incontrarsi clandestinamente in prossimità dei supermercati o abbracciate sul sellino di una moto, non trovano maggiore comprensione.

Forse l’impatto epidemiologico di queste categorie di cittadini è particolarmente pericoloso per l’epidemia in corso? Lasciamo questa domanda agli esperti e cerchiamo invece di comprendere le informazioni che queste idiosincrasie possono offrirci rispetto alle forze consce ed inconsce che condizionano i funzionamenti dei gruppi.

Dobbiamo allora chiederci prima di tutto cosa accomuna i moderni untori, i bersagli preferiti dei media reali e virtuali. Giovani sportivi, coppie, genitori con figli rimandano tutti quanti ad una esperienza di godimento. Cercano e forse hanno trovato una felicità.

La nostra epoca ha ormai seppellito quasi completamente qualsiasi manifestazione del sacro. La quarantena attuale è solo l’ultima sciagura che affossa forse definitivamente comunità pastorali ormai al collasso. Anche senza coronavirus la quaresima rimane un nome quasi vuoto per indicare le settimane precedente alla Pasqua.

Per secoli gli europei hanno condiviso il dolore della vita attendendo comunitariamente nel digiuno la Croce Salvifica del Cristo. Oggi è il virus a portare il dolore, e come nell’Europa Ancien Régime è l‘autorità dello stato a chiudere i teatri, imporre coprifuoco e digiuni. Runner, amanti e bambini non sanno o non vogliono uniformarsi. Continuano a creare una felicità umana: il corpo, la vita, l’aria e il sole.

Melanie Klein e i suoi allievi ci hanno insegnato che l’invidia rappresenta una straordinaria forza motivazionale a livello individuale e sociale. Sigmund Freud ha scoperto che nulla genera una gelosia più intensa di un uomo e di una donna uniti dall’amore e capaci di generare un discendenza.

L’epidemia di coronavirus agisce come una cartina tornasole. Rivela tutta la disperazione, la rabbia e l’invidia che allignano nella società contemporanea. La dissoluzione dei simboli condivisi, la disintegrazione delle forme di aggregazione politica, sindacale, religiosa, il costante arretramento della cultura umanistica ci hanno lasciato soli. Mentre i nuclei familiari si restringono e il paradigma celibatario dilaga, la vita sociale è sempre più ampiamente sostituita dai contatti virtuali. Rimaniamo soli di fronte al computer. Con nessuno possiamo condividere la rabbia, il dolore e l’esperienza ormai quotidiana del lutto. E questo collasso sociale, purtroppo resterà con noi anche quando il virus non sarà che un triste ricordo.

 




Durante le grandi piaghe come le pesti, i cristiani si distinguevano per la preghiera collettiva

“Dovremmo stare a casa a calmarci? È necessario svaligiare il supermercato locale e costituire delle riserve per prepararsi ad un assedio? No! Perché un cristiano non teme la morte. Non è inconsapevole di essere mortale, ma sa in chi ha riposto la sua fiducia. Crede in Gesù che gli dice: ‘Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chi si affretta e crede in me non morirà mai’ (Giovanni 11:25-26)”.

Così padre Pascal Roland, in questo articolo pubblicato su catholique-belley-ars, tradotto per il lettori di questo blog da Elisa Brighenti.

 

La peste

 

Più che l’epidemia di coronavirus, dobbiamo temere l’epidemia della paura! Da parte mia, mi rifiuto di cedere al panico collettivo e di sottomettermi al principio di precauzione che sembra spostare le istituzioni civili.

Non intendo quindi dare istruzioni particolari alla mia diocesi: i cristiani smetteranno di riunirsi per pregare? Rinunceranno a frequentare e ad aiutare i loro simili? A parte le elementari misure precauzionali che ciascuno spontaneamente prende per non contaminare gli altri quando è malato, non è opportuno aggiungerne altre.

Dobbiamo piuttosto ricordare che in situazioni molto più gravi, quelle delle grandi piaghe, e quando i mezzi sanitari non erano quelli di oggi, le popolazioni cristiane si distinguevano per la preghiera collettiva, oltre che per l’aiuto ai malati, l’assistenza ai moribondi e la sepoltura dei morti. In breve, i seguaci di Cristo non si sono allontanati da Dio né hanno evitato i loro simili. Al contrario!

Il panico collettivo a cui assistiamo oggi non rivela forse il nostro rapporto distorto con la realtà della morte? Non manifesta forse gli effetti ansiogeni della perdita di Dio? Vogliamo nascondere il fatto che siamo mortali e, avendoci chiusi fuori dalla dimensione spirituale del nostro essere, perdiamo le nostre radici. Poiché abbiamo a disposizione tecniche sempre più elaborate e più efficienti, fingiamo di padroneggiare tutto e nascondiamo il fatto che non siamo i padroni della vita!

A proposito, notiamo che il verificarsi di questa epidemia al momento dei dibattiti sulle leggi della bioetica ci ricorda fortunatamente la nostra fragilità umana! E questa crisi globale ha almeno il vantaggio di ricordarci che viviamo in una casa comune, che siamo tutti vulnerabili e interdipendenti, e che è più urgente cooperare che chiudere le nostre frontiere!

E poi sembra che tutti noi abbiamo perso la testa! In ogni caso, stiamo vivendo una menzogna. Perché concentrare improvvisamente la nostra attenzione solo sul coronavirus? Perché nascondere il fatto che ogni anno in Francia la banale influenza stagionale fa ammalare dai 2 ai 6 milioni di persone e causa circa 8.000 morti? Sembra anche che abbiamo rimosso dalla nostra memoria collettiva il fatto che l’alcol è responsabile di 41.000 morti all’anno, mentre si stima che 73.000 siano attribuite al tabacco!

Lungi da me, quindi, prescrivere la chiusura delle chiese, la soppressione delle messe, l’abbandono del gesto di pace durante l’Eucaristia, l’imposizione di questo o quel modo di comunione ritenuto più igienico (detto questo, ognuno potrà sempre fare come vuole!), perché una chiesa non è un luogo di rischio, ma un luogo di salvezza. È uno spazio dove accogliamo Colui che è la Vita, Gesù Cristo, e dove attraverso di Lui, con Lui e in Lui, impariamo insieme ad essere esseri viventi. Una chiesa deve rimanere quello che è: un luogo di speranza!

Dovremmo stare a casa a calmarci? È necessario svaligiare il supermercato locale e costituire delle riserve per prepararsi ad un assedio? No! Perché un cristiano non teme la morte. Non è inconsapevole di essere mortale, ma sa in chi ha riposto la sua fiducia. Crede in Gesù che gli dice: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chi si affretta e crede in me non morirà mai” (Giovanni 11:25-26). Egli sa di essere abitato e animato dallo “Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti” (Romani 8,11).

E il cristiano non appartiene a se stesso, la sua vita è data, perché segue Gesù, che insegna: “Chi vuole salvare la sua vita la perderà, ma chi perde la sua vita per amore mio e del Vangelo la salverà” (Mc 8,35). Non si espone indebitamente, ma non cerca nemmeno di conservarsi. Seguendo le orme del suo Maestro e Signore crocifisso, impara a donarsi generosamente al servizio dei suoi fratelli più fragili, nella prospettiva della vita eterna.

Quindi non cediamo all’epidemia di paura! Non siamo i morti viventi! Come direbbe papa Francesco: non lasciatevi rubare la speranza!

 




L’AMBIVALENZA DEL LIMITE – L’Altrove ritrovato

”Forse che il fine della vita è di vivere? Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi su questa miserabile terra? Non vivere ma morire, e non disgrossar la croce ma salirvi e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna…. Che vale la vita se non per esser data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?”

 

dipinto 1

 

 

di Elisa Brighenti

 

“ La tristezza non ha bisogno di motivi, può sorgere inattesa in chiunque, perché non siamo noi a darci la vita

( H. Arendt)

 

Per capire cosa sta germinando nelle coscienze di oggi è necessario capire come è stato preparato il terreno. L’educazione determina il destino di un paese e spesso, e se fondata su tendenze individuali considerate necessarie e scontate , rischia di giustificare previsioni estremamente tristi. L’anima di un popolo, a partire dai suoi componenti, può migliorarsi o alterarsi, o anche definitivamente distruggersi a causa di una formazione che invece di portare avanti, decostruisce.

Oggi siamo giunti ad un punto che sembra drasticamente essere di non ritorno: non esiste più il sentimento della colpa, forse solo un senso di colpa patologico e calamitante che grava sulle generazioni. La tradizione della letteratura nordica ( a cui si ispira J.K. Rowling) direbbe che ci troviamo nell’epoca del lupo, quella cioè della massima decadenza, quella “ dell’ascia e della spada, del vento,…prima che il mondo sprofondi” E’ il momento storico in cui il sacro viene divorato dall’egoismo selvaggio che antepone il pensiero alla realtà, che toglie alla logica la correlazione a realtà evidenti, sottoponendola ad assurde acrobazie linguistiche e ideologiche.

E’ pur vero tuttavia che l’epoca del lupo porta in sé il germe della liberazione. Il lupo è il solo animale ctonio ( ossia sotterraneo nei significati) che sia in grado di guardare verso la luce. Si può affermare con Levalois (prete ortodosso francese della metà del secolo scorso) che il lupo simboleggi l’uomo. “Come lui, può essere milite dello spirito o demone della materia”. Non a caso, il lupo appare come controparte maschile e apollinea nel culto romano di Feronia, dea della fertilità, protettrice dei boschi, celebrata dagli schiavi riusciti a liberarsi dalla loro condizione. Feronia, divinità dispensatrice di mutamenti di stato, protettrice dello scorrere della vita nella fecondità. Il lupo, abitante dei boschi, in questa prospettiva mitologica, viene asservito alla civitas, diventa forza irruente della natura che si trova domata e sottoposta alle esigenze della civiltà. Feronia è appunto il divino che trasferisce, che guida da uno stato all’altro, dall’oscurità alla luce, dalla distruzione alla creazione.

Proviamo a considerare come questo passaggio di stato possa trasferirsi nella cultura dominante, tentando uno spostamento dal nichilismo imperante ad una nuova e feconda rivalutazione dell’uomo.

 

Ad un semplice sguardo, appare evidente come il senso del limite faccia parte dell’esperienza quotidiana. Tuttavia, ai tempi attuali, i progressi continui nel campo della tecnica, in quello della medicina e della genetica rendono più acuta la percezione di un dovere quasi morale verso il superamento di tale limite. L’incontro con l’ignoto, il diverso, il negativo, rappresentano il confronto con un’alterità che pensiamo non appartenga alla nostra natura e che quindi viene recepita come ostacolo. Si ha il desiderio di volare e insieme la paura di cadere, il desiderio di vivere e la paura di morire, il desiderio di amare, di essere amati. Si potrebbe continuare oltre tra coppie di contrari, ma lezione esistenziale più forte su questo altalenante conflitto ce la regala la sofferenza, che, pur non aggiungendosi a ciò che già sappiamo di essa, esaspera estremamente il senso del limite. Soffrendo, ci si rende conto che non tutto ci è possibile e che non tutto funziona come noi vorremmo. L’eutanasia si fa strada in questo contesto e in più prende forza dal presupposto condiviso a priori da molti che la sofferenza vada sradicata, non solo come estensione di uno stato fisico, ma prima ancora, come parte integrante della condizione umana. Perché allora non assecondare legalmente la volontà di morire come pare e piace a chiunque? Qui, ora, o domani, in malattia, ma addirittura in salute, se questa è fisica ma non più mentale. Come ci permettiamo noi di consigliare in altro senso chi è in procinto di staccare la spina? Perché invece non tentare di procurarsi le armi vincenti per fermare questo gesto?

Riprendendo la citazione di Hannah Arendt dell’inizio, è evidente che non si deve arrivare a considerare la morte in sè per capire che le piccole morti sono all’ordine del giorno e come tali, inscritte nell’orizzonte di senso più prossimo dell’uomo, ossia l’esistenza. E’ la vita stessa il nostro inevitabile caso estremo di morte. Lo si intuisce prima ancora di capirlo dalle piccole sofferenze, da cui risulta che la vita è l’esperienza di un limite che niente riesce apparentemente a colmare. E questo è dovuto al fatto semplicissimo che non siamo stati noi a determinarci in questo senso, non siamo stati noi a stabilire i criteri per vivere. La vita ci è stata data da un Altro. Ancora: il limite originario nasce da quel paradosso che ogni tentata acrobatica dimostrazione non riuscirebbe mai totalmente a districare, e ossia che l’uomo, nell’essere posto nel mondo e al mondo non di sua iniziativa, subisce da lì uno scorrimento nel tempo e nello spazio che ogni giorno gli chiede giustizia nonostante la totale assenza di responsabilità. Ma di nuovo: benché non sia sua la scelta di esserci, spetta comunque a lui, che ha ricevuto in dono la vita, il compito di farsi erede legittimo, nella tutela di un rapporto di filiazione con un Altro, pur restando nella coscienza del proprio limite. Per capire e farsi carico, occorre ritornare alle origini. Ma non sempre il ritorno alla propria terra è colmo di frutti, anzi spesso, pur tornando, si rimane mendicanti. E se fosse questo il significato più autentico della vita e della sofferenza? Riappropriarsi del nostro destino, anche nell’incompiutezza dei nostri desideri, riconoscersi mendicanti, come Ulisse, homo viator, desiderosi di ri-conoscere un senso.

Nella classicità, l’esperienza del limite passa positivamente attraverso i criteri dell’apollineo, a discapito della vera essenza della vita, ossia la sua tragicità. Il desiderio sfrenato di potere che porta a sfidare la natura viene punito dagli dei. L’uomo superbo, convinto di poter agire facendo affidamento solo sulle sue forze, riceve inevitabilmente il castigo delle divinità. Questa visione dell’uomo introduce il ruolo della divinità civilizzatrice, rappresentata da Apollo. Egli è il promotore dell’ordine, del linguaggio, della convenzione, della misura, e di un certo significato di libertà, intesa come obbedienza all’ordine. Ma rimanda anche al senso del limite, e le statue greche ne esprimono la palese evidenza: la bellezza e l’armonia delle forme sono un esempio di un limite che rassicura. Una ulteriore esemplificazione è fornita dal linguaggio: il binomio linguistico di vero/falso risulta immobile e limitante, utile a creare un ordinamento sociale che permetta una convivenza pacifica, più che a esprimere l’autenticità del reale. La portata tragica dell’esistenza ne esce afflitta e svilita.

Spostandoci più avanti nel tempo sempre restando nel campo della filosofia, dure critiche ad una visione lucida e convenzionale del senso del limite si ottengono con Nietzsche, Heidegger, e più in generale , con la Scuola di Francoforte, nel modo in cui la cultura dell’illuminismo viene definitivamente messa sotto accusa.

Heidegger è stato sicuramente l’autore che più di tutti ha analizzato la coscienza del limite dell’uomo intendendola come condizione per divenire umani. Secondo il filosofo, il punto di partenza per un’esistenza autentica (contrariamente a quella inautentica che muore nel circolo vizioso di “prendersi cura“ dell’altro come possibilità unito alla prigione dell’essere gettati di fatto nel mondo) è la presa di coscienza della finitezza dell’essere, dell’uomo in primis. La morte rappresenta il limite esistenziale per eccellenza. Ciò che ci umanizza, che ci fa prendere coscienza dei nostri limiti è la certezza di essere-per-la-morte. Questo non significa fare della morte la finalità dell’esistenza, ma assumerla come unico criterio per attribuire autenticità alla vita.

Essere-per-la-morte significa non vivere per morire, ma vivere nell’orizzonte di senso della finitudine, della morte. Essa è “la possibilità dell’esserci più propria incondizionata, certa e come tale indeterminata e insuperabile”. Per mezzo dell’essere-per-la-morte, l’esistenza si riappropria della sua autenticità. La morte è considerata una realtà certa: non nel senso immediato di evidenza su cui non si può discutere, ma come condizione correlata in senso essenziale all’aspetto autentico dell’esistenza. La morte è inoltre incondizionata: di fronte ad essa, l’individuo è posto in isolamento, non si trova in relazione ad alcuno che non sia il suo dover morire. L’uomo comprende in questo modo che l’esistenza in quanto tale è impossibile, proprio perché si realizza nell’estrema possibilità, la morte, che toglie ogni valenza di possibilità al resto. Vivere per la morte significa quindi comprendere l’impossibilità dell’esistenza.

Date queste considerazioni, appare evidente come l’ideale di perfezione classico di cui si diceva in precedenza venga totalmente capovolto: l’accettazione del limite radicale della morte comporta l’adozione di una nuova antropologia, che abbandona totalmente il limite come attestato di perfezione.

E’ importante notare che per un’antropologia di questo tipo, l’esperienza del limite non induce affatto al fatalismo o alla rassegnazione; al contrario, apre al buon senso e all’accettazione che la vita non ci appartiene, che non abbiamo scelto noi il suo inizio, e che l’unico modo d’essere dell’uomo è l’esistenza, un incessante porsi al di fuori. Senza voler dare alcuna lettura prossima al cristianesimo, Heidegger autorizza tuttavia l’accesso ad una lettura pre-escatologica, quando afferma che la comprensione esistenziale dell’uomo è quella di chi è non per aver scelto di esserci, ma trovandovisi, al pari di un qualsiasi altra creatura finita. All’umanesimo dell’autoesaltazione si contrappone un umanesimo di auto accettazione: il limite è una realtà che non si può evitare perché non posta dall’uomo ma imposta all’uomo dalla sua stessa esistenza.

L’eredità lasciataci da Heidegger in questo senso è pesantissima e al contempo propositiva: autorizza a rivendicare un’attesa, quella per cui la vita invoca una sua inclusione in un senso. La vita, se è caduta nel vuoto, se è l’incompiuto, la possibilità estrema in una giostra di posizioni estremamente possibili quindi impossibili, se così è, allora esige di invocare le mani di Qualcuno, una madre o un padre, che le attribuiscano il diritto di chiamarsi esistenza. Perché la vita non si trasformi in vuota fragilità, occorre che sia voluta e desiderata, anche se ad essere vuota e fragile è quella sofferenza sottesa che la pervade costantemente. Il bisogno di attribuire un senso al dolore è fondamentale. Per fare questo, superando la visione di Heidegger, una strada potrebbe essere quella di modificare il presupposto iniziale , ovvero la vita come estrema possibilità che si mortifica ( possibilizzandosi all’infinito) nel momento in cui esistenzialmente tenta una realizzazione, per attribuirle invece il valore della vulnerabilità, che non coincide affatto con il vuoto.

Al contempo, la vulnerabilità dell’esistenza è un’istanza che, se viene azzittita, per esempio con l’adozione dell’eutanasia come categoria esistenziale, prima ancora che come oggetto giuridico, finisce per spegnersi. E spegnendosi in un solo individuo, annienta chiunque.

A questo proposito, il romanzo apocalittico di Mc Carthy, La strada, fornisce un esempio della vulnerabilità che “risolve” e condiziona in positivo. Padre e figlio abbandonati e sopravvissuti in un modo vuoto, fatto di predatori, incenerito dal male, si assistono a vicenda per sfuggire alla morte. Che invece arriva impietosa per il padre. L’eredità di quest’ultimo verso il figlio, unico sopravvissuto, sarà il dono di una famiglia religiosa presso cui il ragazzo va ad abitare, una famiglia che crede in Dio, e che è disposta ad accettare che il mondo possa avere ancora un senso.

Nonostante la letteratura ci fornisca questi esempi di salvezza, la morte, l’eutanasia, vengono oggi tutelate e interpretate in modo quasi allegorico, per essere poi destrutturate e spogliate di negatività. Il pretesto è quello di una legislazione viva che si pronunci il più possibile sul momento ultimo dell’esistenza, ma che si dimentichi in fretta di quale sia il prezzo di questo legiferare: noi stessi. In realtà, più che di una vittoria sul male, si tratta della resa di se stessi, di creature, che non facendosi da sé, quando la vita appare insopportabile, non potendola cambiare, decidono di togliersela di dosso.

Credo che occorra invece compiere una vera e propria rivoluzione che si ispiri al bisogno di riconoscere la vulnerabilità dell’uomo, senza assimilarla ad una esistenza moritura e priva di significato. Essere vulnerabili significa scoprirsi bisognosi, mendicanti. E quindi desiderosi di eredità. Se si è al mondo smarriti, caduti, gettati senza preavviso, scardinati da una volontà che non può scegliere di progettarsi perché già fallace in principio, si è comunque sulla scena del mondo come eredi di una testimonianza. Si potrebbe forgiare una nuova ermeneutica dell’uomo attraverso le parole eredità, testimonianza, filiazione. Trovarsi sulla scena del mondo significa accettare di restarvi come eredi di un testimone. Quindi come figli. L’eredità presuppone un rapporto di filiazione; questo implica il riconoscersi figli che nutrono un bisogno: quello di un Padre che ridia senso all’esistenza, alla finitudine e all’estrema possibilità della morte.

Citando Omero, che in questo caso si riferisce a Telemaco, si potrebbe dire che “se gli uomini potessero scegliere da soli ogni cosa, per prima cosa vorrebbero il ritorno del padre, Odisseo”.

Il bisogno del padre coincide con il riscoprirsi figli. Credo che questa consapevolezza oggi venga ampiamente e abilmente fraintesa, a vantaggio di una antropologia del distacco e del fatalismo. Le rotture apportate al legame di filiazione dalla cultura relativista e nichilista hanno prodotto un uomo facile, utilizzabile, un corpo precario e vuoto. E soprattutto lo hanno autorizzato per mancanza di alternative, a rendersi unico artefice della propria esistenza. Si potrebbe rivoluzionare questa impostazione fallace puntando sulla forza rigenerante del rapporto di filiazione e nel potere salvifico della figura del padre.

Secondo una prospettiva razionale e lucidamente decadente, possiamo affermare che l’uomo è ciò che diviene, nel limite dell’estrema possibilità che è la morte, e che questa talvolta è persino realizzata (con l’eutanasia), cosi che finalmente l’esistenza torni a se stessa, essendosi con la morte paradossalmente sottratta al proprio limite invalicabile.

Secondo una prospettiva di fede, al contrario, si assiste ad un ribaltamento totale : l’uomo diventa cio‘ che è. Accetta che all’inizio della sua vita ci sia il disegno di un Altro, che non è iscritto nel campo dell’esperienza umana, ma attinge nell’eternità, nel cuore stesso di Dio.

Il disegno della vita di ognuno è un disegno a quattro mani, due dell’uomo che operano nell’esistenza concreta e due di Dio, che agisce dall’alto come guida invisibile.

Si crea il problema della duplice paternità della vita, l’uomo come soggetto attivo e come oggetto nelle mani di un altro. Progetto stabilito dalle mani di Dio e libertà creatrice dell’uomo; una doppiezza che crea una spaccatura tra finito e infinto e una tensione alla nostalgia del trascendente. Un divario tra uomo e dio, tra tempo ed eternità che, se accolto positivamente e cristianamente, contribuisce ad acuire il desiderio della patria futura, invece che affliggerlo.

Il dolore rappresenta il limite invalicabile per eccellenza, una realtà ineludibile. Nonostante ciò, può essere accettato solo se orientato cristianamente, ovvero, se ad avvicinarlo non sono gli strumenti che attingono alla logica umana, fragilissima, ma le ragioni stabilite dal rapporto di vulnerabilità-filiazione-parola di Dio.

“Dio non si è fatto uomo per eliminare il dolore ma per colmarlo della sua presenza”( S. Agostino).

“ Verrà il mattino, ma è ancora la notte…… la speranza dell’alba non toglie nulla al buio della notte“ (Isaia).

 

Una testimonianza in questo senso ce la fornisce anche Paul Claudel (poeta e drammaturgo francese del secolo scorso) in L’annuncio a Maria ,un dramma scritto dopo la sua conversione al cattolicesimo. Un vecchio contadino di ritorno dalla terra santa, trova la figlia moribonda per aver contratto a lebbra. E allora esclama: ”Forse che il fine della vita è di vivere? Forse che i figli di Dio resteranno con fermi piedi su questa miserabile terra? Non vivere ma morire, e non disgrossar la croce ma salirvi e dare in letizia ciò che abbiamo. Qui sta la gioia, la libertà, la grazia, la giovinezza eterna…. Che vale la vita se non per esser data? E perché tormentarsi quando è così semplice obbedire?”. Forse la mancanza di fede può rendere assurda la comprensione di queste parole; ma anche attraverso una lettura più “laica”, è possibile arrivare ad attribuire loro uno spessore granitico. Basta pensare alla reciprocità di dare – avere. Il dare la vita si realizza nei piccoli gesti, come quelli tra due persone in un rapporto di amicizia, o nell’amore tra un uomo e una donna, che davvero rinuncerebbero ognuno a sé per il bene dell’altro. In questo aggancio, i sentimenti sono sublimati in un atto di volontà, che a sua volta rimanda ad un Altro che ispira e suggerisce la ricerca della salvezza del proprio amato/a. La vita può essere data solo a chi è in grado di salvarla e di rendercela redenta, nella sua ineludibile delicatezza e finitezza.

La figura di Gesù, nella sua umanità, è l’emblema di questa ultima oblazione. Gesù, l’incarnazione di Dio in un uomo. Un Dio che si inumana con tutti i limiti del caso e che cosi facendo, si rende offerta ultima e completamente gratuita. E’ più difficile accettare l’umanità di un dio, piuttosto che esaltare la divinità dell’uomo. In quest’ultimo caso infatti, l’esaltazione della potenza dell’uomo trova immediatamente una conferma. Ma in un dio che si fa uomo invece, si legge solo una forma di decadenza e di depressione. Ma allora perché Gesù avrebbe accettato di vestire in panni dell’uomo? Solo per la volontà di divinizzarlo, per trasformarne la naturale limitatezza in una promessa di resurrezione.

Rinunciare alla vita a vantaggio di una buona morte significa allora rinunciare ad un diritto fondamentale; lasciarsi intossicare dai proclami e dalle norme che si vorrebbero costruire attorno all’uso dell’esistenza è una forma di arretratezza, più che un segno di civiltà. La pietà ha il diritto di precedenza sulle soluzioni legislative. La pietà, la compassione, la disponibilità di qualcuno che patisca con chi soffre, in modo che la morte si compia e non sia una liquidazione dal mondo.

Concludo con una preghiera di Rilke:

“Dà, o Signore, a ciascuno la sua morte

La morte che fiorì da quella vita

In cui ciascuno di noi amo’, penso’ e sofferse”

 

___________________________________

[wpedon id=”15469″ align=”center”]

 




INTERVISTA A BERLICCHE (il diavolo)

Berlicche (il diavolo)

– Buongiorno signor Berlicche.

– Buongiorno a lei.

– Come va?

– Molto bene, grazie.

– Ci può dire qualcosa circa la vicenda di Alfie Evans?

– Sono soddisfattissimo!

– Perché?

– Beh, siamo riusciti a far prevalere la nostra visione.

– Quale?

– In due parole direi così: che la morte è meglio della vita, che la speranza è un’illusione, che un essere umano è inutile quando non è in linea con i parametri della massima efficienza, che il dolore non ha senso

– Però, signor diavolo… oh, mi scusi, volevo dire signor Berlicche…  non può negare che a favore di Alfie c’è stata una mobilitazione…

– Sì, abbiamo visto, ma che ci vuole fare… In questi casi scatta sempre una certa emotività

– Beh, signor Berlicche, con tutto il rispetto, direi che qui c’è qualcosa di più dell’emotività. C’è un popolo che si è schierato dalla parte di Alfie, del suo diritto alla vita…

Popolo… Diritto alla vita… Che espressioni noiose! Se ne riempiono la bocca i sentimentali. Noi siamo realisti.

– E quindi?

– E quindi preferiamo parlare di diritto a non soffrire, dolce morte, accompagnamento. Ma l’espressione migliore di tutte è quella usata dai giudici inglesi: best interest.

– In che senso «migliore»?

– Ci pensi, è un’idea davvero intelligente: best interest, miglior interesse. Ecco a che cosa dobbiamo guardare: al miglior interesse del soggetto. Altro che diritto alla vita! E il miglior interesse, ovviamente, può essere qualsiasi cosa. Dipende da chi ha il potere di decidere! Geniale!

– E allora?

– E allora è tutta questione di potere: se siamo noi a decidere qual è il best interest, il gioco è fatto!

– Voi? Ma voi chi?…

– Noi, noi, caro signore. Noi che siamo ovunque. Nei tribunali, nelle scuole, negli uffici, nei giornali, nelle chiese! Ah! Ah! Ah! Le nostre ramificazioni raggiungono ogni settore della società, della politica, della cultura. E così riusciamo a mantenere il controllo su tutto, anche sulla lingua. Il che, mi creda, non è di secondaria importanza.

– Ma come fate?

– Ora lei vuole sapere troppo. Diciamo che abbiamo una certa esperienza, maturata nel tempo.

– Ma che cosa ci guadagnate a togliere la speranza?

– Ah! Ah! Lei mi fa sorridere, caro signore. La sua ingenuità è senza pari.

– E perché? Glielo chiedo di nuovo: che cosa ci guadagnate?

– Tutto ci guadagniamo, tutto! Via la speranza, via la fede, via quella sciocca idea dei miracoli, via la fiducia, via la bontà d’animo (Ah! Ah! Ah!), via la carità, via la fraternità! Ecco che cosa ci guadagniamo.

– Quindi, mi faccia capire, il vostro guadagno è un togliere…

– Ma certo! Togliere, svuotare, strappare, rimuovere. È la nostra specialità.

– Ma torno a chiedere: a che scopo?

Lo scopo? Ma caro signore, è evidente: per lasciare il vuoto, il nulla. Che cosa c’è di più soddisfacente? Rimuovere quel grumo di passioni, dolori, contraddizioni, patimenti, sentimenti, emozioni, eccitazioni e turbamenti che è l’essere umano. Rimuovere tutto per ottenere il vuoto assoluto. Tranne per una piccola percentuale di sensibilità. Che serve ad avvertire l’angoscia.

– Non riesco a seguirla, signor Diavolo.

– Caro amico, lei non mi segue perché evidentemente è ancora impregnato.

– Di che?

– Ma di questa vecchia, obsoleta, inutile umanità della quale le stavo parlando. Tuttavia, quanto più riuscirà a ripulirsi, a rendersi più freddo, distaccato, indifferente,  tanto più si avvicinerà alle nostre posizioni.

– E tutto questo, mi perdoni, che c’entra con Alfie?

– Ma come che c’entra? C’entra eccome! Sono proprio le vicende come questa di Alfie che alimentano le umane passioni e scatenano quelli che voi chiamate buoni sentimenti e per noi sono soltanto inutili rimasugli di un’umanità vecchia e contorta. Se in un caso come questo noi riusciamo a far prevalere la logica dell’indifferenza e a mostrare che quella che voi chiamate speranza è mera illusione, diamo un contributo determinante alla svolta che è nei nostri piani: svuotare l’anima, strappare il cuore, rimuovere ogni barlume di carità…

– Uhm, credo di aver capito. E tuttavia…

– Tuttavia?

– Tuttavia questa vostra azione ha contribuito a mettere in luce l’amore di due giovanissimi genitori, Tom e Kate, appena ventenni, che si stanno battendo come leoni per il loro bambino.

– Sì, è vero, dobbiamo ammetterlo…

– E dunque?

– Dunque dobbiamo lavorarci su. Non avevamo previsto questo effetto, diciamo così, collaterale, questi due genitori così determinati, questo papà che vuole fare il papà e questa madre che vuole fare la madre. Inconcepibile…

– Ma come inconcepibile?

– Voglio dire: uno lavora per anni per togliere di mezzo l’idea di paternità e maternità, per appiattire tutto, per fare tabula rasa di un certo attaccamento, e poi eccoti questi due, questi ragazzini, che pensano di fare gli eroi.

– Ma come eroi? Vogliono fare semplicemente i genitori!

– Dia retta a me, quelli si sono fatti strane idee: credono ancora nell’amore, figuriamoci! Non hanno capito. Sono due arretrati, due romantici. Meno male che noi, ops, volevo dire che i giudici inglesi hanno saputo tenerli a bada.

– E adesso?

– Adesso continuiamo a lavorare. Non dobbiamo arretrare di un millimetro. Penso che investiremo ancora molto sul linguaggio, ma qualcosa di buono abbiamo già prodotto.

– Per esempio?

– Per esempio, la nota dei vescovi inglesi su Alfie.

– E cioè?

Ma caro signore, dal nostro punto di vista quello è un capolavoro. Senta qui: «Affermiamo la nostra convinzione che tutti coloro che hanno preso le decisioni strazianti che riguardano la cura di Alfie Evans agiscono con integrità e per il bene di Alfie, così come loro lo vedono. La professionalità e la cura per bambini seriamente malati dimostrata all’Alder Hey Hospital deve essere riconosciuta e affermata».

– Non la seguo…

– Ma come, non capisce? Quel comunicato è perfetto: parla di decisioni «strazianti» e sostiene l’eutanasia! Parla di «cura» (Ah! Ah! Ah!) e sostiene chi promuove la morte! Ha quel che di falso e subdolo che lo rende perfetto. «Così come loro lo vedono»! Ah! Ah! Ah! Magnifico! Devo ricordarmi di fare i complimenti al nostro, ops, volevo dire al loro ufficio stampa.

– Senta signor Berlicche, ma possibile che lei non nutra un briciolo d’amore per quel bambino, per Alfie? Ma ha visto le foto?…

– Lei sta scherzando, vero?

– No che non scherzo!

– Mi viene in mente un frase che ho letto da qualche parte: « È buffo che i mortali ci rappresentino sempre come esseri che mettono loro in testa questa o quella cosa: in realtà il nostro lavoro migliore consiste nel tenere le cose fuori della loro testa». Come le dicevo: svuotare, rimuovere, fare pulizia. E lei mi chiede se una foto mi può commuovere!?

– Posso chiederle, infine, qual è la sua più grande soddisfazione?

La più grande ricompensa per le nostre fatiche è quel senso di smarrimento e d’angoscia che l’anima umana avverte quando riusciamo a instillarle l’idea che tutto sia perduto. Impagabile!

– Faccio fatica a seguirla…

– Mettiamola così, caro signore: l’uomo è anima e corpo, mezzo e mezzo. E noi naturalmente lavoriamo perché diventi tutto corpo e niente anima. Ma sappiamo che comunque un po’ d’anima, un certo rimasuglio, resterà. Orbene: noi vogliamo che quel po’ d’anima serva ad avvertire tutto lo smarrimento che nasce dalla mancanza di speranza. Ecco il nostro godimento.

– Vuole lanciare un ultimo messaggio?

– Volentieri: che la creatura umana non si elevi e non sia elevata, ma si abbassi e sia abbassata.

– Va bene, signor Berlicche. Grazie per questo incontro.

– Non c’è di che.

– Ora dov’è diretto?

– Un po’ qua un po’ là, dipende…

– Andra a Liverpool?

– Non posso dirlo, caro signore. Ma, mi creda, lì siamo già molto ben rappresentati.

 

 

tratto dal blog di Aldo Maria Valli




SIAMO IN PRESENZA NON DI ACCANIMENTO TERAPEUTICO, MA PER LA MORTE

Foto: Tom e Kate Evans

Foto: Tom e Kate Evans

Alfie Evans, grave disabile di 23 mesi, in continuità con quanto da oltre 15 anni viene praticato in Belgio e in Olanda, ha raccontato oltre ogni dubbio che oggi il criterio decisivo nei confronti di chi soffre non è più nemmeno l’autonomia o l’autodeterminazione, bensì la convenienza sanitaria e sociale di sopprimere una vita qualificata come inutile. Dal suo lettino Alfie, pur non parlando, ha mostrato che il vero accanimento oggi esistente non è quello c.d. terapeutico, ma è quello per la morte, che passa per le aule di giustizia di ordinamenti formalmente democratici. E che il dibattito non è fra chi ha pietà e chi non ne ha: il dibattito è fra chi lascia l’individuo solo nelle mani dello Stato e chi sa che per vivere è necessaria la speranza, specie nelle prove, come hanno testimoniato i suoi genitori. Non è un problema solo inglese: non trascuriamo che in Italia la legge 219/2017 (DAT, ndr) riconosce, ai fini della permanenza in vita, “disposizioni” date “ora per allora”, qualifica cibo e acqua come trattamenti sanitari, se somministrati per via artificiale, contiene norme pericolose per i minori e per gli incapaci, nega l’obiezione di coscienza ai medici e obbliga anche le strutture non statali. Riprendendo peraltro quanto già affermato dalla giurisprudenza nel caso Englaro.
 La speranza – dei pazienti, dei parenti, di chi li affianca con generosità – non la danno né lo Stato né i giudici né la legge: possono però oltraggiarla e schiacciarla, come è accaduto da ultimo a Liverpool. Il piccolo Alfie sollecita tutti a impedire che ciò avvenga.
 
da Centro Studi Rosario Livatino



LA BARBARIE HA BISOGNO DI UNA MASCHERA, QUELLA DEL”MIGLIOR INTERESSE”

Foto: Alfie Evans

Foto: Alfie Evans

Ho una zia suora, ora anziana, che svolge comunque la funzione di portinaia in una scuola cattolica. Una trentina di anni fa era invece in un istituto di bambini abbandonati a causa o di situazioni familiari disastrate o perché nati con gravi handicap. Un giorno andai a trovarla. Mi accompagnarono in una stanza dove c’erano vari bambini con gravi handicap. La trovai seduta con un bimbo in braccio, un bimbo che aveva una testa molto grossa, abbandonato dai genitori proprio per quel motivo. Mi disse che era affetto da idrocefalia, sfociata poi in macrocefalia. Poiché era la prima volta che mi trovavo in quella situazione, mi sentivo inizialmente un po’ a disagio. Ma fui subito colpito dalla tenerezza con cui mia zia lo guardava e dalla dolcezza con cui lo accarezzava. Mi diceva: “guarda quanto è bello, sembra un angelo, sembra Gesù bambino”. E continuava ad accarezzarlo. Una scena che non ho più dimenticato.

Questo ricordo mi è ritornato alla mente quando oggi ho letto che il giudice Moylan, della Corte di Appello delle Royal Courts of Justice di Londra, ha detto che “la realtà è che quasi tutto il cervello di Alfie è stato eroso, lasciando solo acqua e liquido spinale cerebrale”. Sono parole orrende perché lasciano trasparire quanto il concetto di persona, la sua dignità, sia stata ridotta alle sue sole funzioni materiali, valutate secondo parametri puramente sanitari e salutistici. Chiara espressione di una velenosa concezione della vita. Ed è per quella grave menomazione fisica che è stato respinto il ricorso in appello avanzato dai genitori di Alfie, e confermato il giudizio precedente secondo cui è nel migliore interesse del bambino l’interruzione della ventilazione, ovvero la morte per asfissia.

Da questa riduzione della persona discendono poi tutta una serie di assurdità concettuali e giuridiche. Come quella secondo cui non sarebbe opportuno spostare in ambulanza il bambino in quanto così facendo si aumenterebbe il rischio di convulsioni. Certo, potrebbe anche accadere questa evenienza, ma di contro si avrebbe la morte per asfissia decretata per legge. Un’altra assurdità sarebbe quella che la Corte non ha ravvisato la violazione di alcun principio dell’Habeas Corpus, cioè non vi sarebbe stato un vero e proprio sequestro di persona nell’ospedale, semplicemente perchè sarebbe la gravità della malattia ad impedire lo spostamento del bambino. I giudici sono tranquilli con la loro coscienza e con il rispetto della legge perché la decisione di staccare la spina sarebbe dettata dal “‘gold standard’ che in questo caso è rappresentato dal benessere del bambino” (sic!!!!).  Infine, ultima ma non meno importante assurdità, la sentenza ha decretato che i desideri dei genitori non sono determinanti. E ciò perché il bambino sarebbe rappresentato da un guardiano indipendente (figura del diritto che rappresenta gli interessi di una persona) che è d’accordo con le determinazioni prese dall’ospedale Alder Hey, ovvero quelle di interrompere la ventilazione perché nel miglior interesse di Alfie. Questa, oltre che essere una assurdità, è anche l’espressione di una grande disumanità, perché  i desideri, le determinazioni, l’amore dei genitori per il bambino che hanno messo al mondo non possono essere annullati e rimpiazzati dai voleri di una fredda figura giuridica, il guardiano, che pretenderebbe di parlare del e rappresentare il “maggior interesse di Alfie”. Questa assurdità giuridica dello Stato padrone è stata smascherata dalle semplici e chiare parole di Tom Evans: «Lo Stato non è proprietario di mio figlio».

Questa è l’apoteosi della assurdità e della irrazionalità dei tempi attuali, un’epoca piena di buoni sentimenti ma povera di ragione e di ragioni.

Deve essere chiaro, come ha detto papa Francesco domenica scorsa al Regina Coeli, Alfie ha diritto di essere accompagnato nella malattia con assistenza compassionevole, evitando qualsiasi forma di eutanasia anche indiretta.

Molti hanno dimenticato che la carità cristiana ha dato vita nei secoli passati agli ospedali degli incurabili, riflesso reale e visibile della tenerezza di Dio con cui gli uomini si sentivano guardati e toccati, soprattutto nella sofferenza. Ora, invece, siamo capaci al massimo di creare gli “obitori degli incurabili”. Prima, nel volto sofferente del malato, anche e soprattutto se incurabile, si scorgeva il volto sofferente di Cristo, ora, invece, nel volto sofferente del malato, soprattutto se incurabile, si vede il nulla che si vuol cancellare, lo scandalo della sofferenza che fa orrendamente paura, il limite umano che ci ricorda che siamo dipendenti in tutto, dipendenti in tutto come lo è un bambino nei confronti della sua mamma e del suo papà.

In questa pazzia giuridica, in questo incubo umano, come devono sentirsi un padre ed una mamma davanti ad una sentenza di una cosiddetta corte di giustizia che esprime un verdetto che ha tutto il sapore di una sentenza capitale “amorevolmente” comminata al loro povero bambino, il quale ha avuto la sola sventura di essere stato colpito da una grave malattia, neanche diagnosticabile.

Sono verissime le parole di Tom Evans, padre del piccolo Alfie, quando dice: «Per Alfie abbiamo rinunciato a tutto nella nostra vita e siamo stati felici di farlo. Anche se non fa quello che fanno gli altri bambini, Alfie compie la nostra vita. Il solo fatto di averlo qui con noi ci dà la forza di andare avanti, ci riempie la vita. È la cosa più bella di tutto l’universo. Non esiste nessuno come Alfie Evans».

Non posso infine non menzionare quello che scriveva una mamma di tre bambini, uno dei quali gravemente malato:Infine, voglio ringraziare te, Alfie. Un tale bellissimo, piccolo, giovane, innocente e pacifico bambino che ci costringe a ripensare a ciò che conta nella vita, a ciò che significano amore e compassione, a ciò che significa essere padre e madre. Tu hai tirato fuori il meglio dai tuoi genitori, li hai resi un padre (e che padre!) e una madre (e che madre!). Tu ci stai rendendo persone, ci stai rendendo umani. Tu ci mostri cosa sia l’amore, che una persona può essere amata non per quello che fa, ma perché esiste! Tu stai facendo in modo che i tuoi genitori mostrino così chiaramente come Dio, come Padre, ci ama anche se siamo malvagi, fino alla fine, donandoci il Suo Figlio per noi. Tu ci mostri il volto puro di Dio”.

Speriamo e preghiamo che questa vicenda amara e disumana si risolva per il meglio, che accada ciò che allo stato delle cose sembra inimmaginabile, un miracolo, ovvero che il piccolo Alfie sia accompagnato secondo la volontà ed il disegno di Dio.