Legge ingiusta e male minore

Rilancio a beneficio dei lettori di questo blog una interessantissima intervista fatta dal prof. Stefano Fontana a Tommaso Scandroglio sul suo ultimo libro intitolato “Legge ingiusta e male minore”. L’intervista è apparsa sull’Osservatorio Van Thuan.

 

Legge Ingiusta e Male Minore libro di Scandroglio

 

GPII avrebbe voluto esplicitare meglio il n. 73 della “Evangelium vitae”

Intervista a Tommaso Scandroglio sulla lotta alle leggi ingiuste

di Stefano Fontana

 

Ringrazio Tommaso Scandroglio di questa ampia e importante intervista su un tema di cui è esperto di livello mondiale: la lotta alle leggi ingiuste. L’ho raggiunto con alcune domande a seguito della recentissima uscita del suo libro “Legge ingiusta e male minore” (Phronesis Editore 2020 acquistabile qui ). Il nostro colloquio, come il lettore potrà vedere, tocca molti temi scottanti circa la posizione dei cattolici e della Chiesa su un tema vivo ed attuale di teologia morale e di impegno politico. Ricordo che ho fatto riferimento a due punti importanti del libro di Scandroglio in due brevi articoli pubblicati nel mio blog su La Nuova Bussola Quotidiana (vedi QUI  e  QUI ).

Ricordo infine che il nostro Osservatorio si interessa da tempo al tema della lotta alle leggi ingiuste, a cui abbiamo dedicato il Quinto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo (2013) dal titolo “La crisi giuridica ovvero l’ingiustizia legale” e il fascicolo 3 (2015) del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” dal titolo “La lotta contro le leggi ingiuste su vita e famiglia”. Per ambedue rimando al nostro sito

 

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Professor Scandroglio, il primo capitolo del suo libro è dedicato a precisare con san Tommaso d’Aquino il concetto di legge naturale e i suoi rapporti con l’azione morale. Però l’impostazione metafisica del realismo tomista oggi è considerata superata sia da parte delle principali correnti di filosofia giuridica sia da parte della teologia morale cattolica. Questo rende il suo libro “inattuale”?

La verità può essere anche inattuale, ma rimane verità. Se, ad esempio, battersi contro l’aborto può apparire oggi anacronistico, ciò non toglie che l’aborto rimanga un assassinio. Ampliando il discorso, l’unica impostazione corretta, perché vera, della morale è quella di impronta metafisica, propria del personalismo ontologicamente fondato, perché la persona è costituita da un principio materiale (il suo corpo) ed uno meta-fisico (la sua anima). Dunque prima del giudizio morale occorre domandarsi chi è l’uomo, ossia come è “fatto” per scoprirne le sue reali esigenze. Dato che possiamo provare con l’uso della ragione che la persona è sinolo di materia e forma, ossia unione strettissima di un principio corporeo e di uno spirituale, va da sé che le azioni buone saranno quelle conformi alle esigenze materiali e soprattutto spirituali dell’uomo. Oggi si rigetta la metafisica anche in morale perché si considera la persona solo nel suo profilo fisico, si intende l’uomo come un centro di esigenze unicamente materiali. Lo sguardo sull’uomo – quindi il piano gnoseologico – condiziona l’etica. Pensare ad un uomo senza anima conduce ad una morale immanente, utilitarista e proporzionalista, mandando in soffitta la metafisica.

Il suo testo riguarda sia il diritto che la morale. La teologia morale cattolica oggi dà molta importanza alle “circostanze”. L’esortazione apostolica Amoris Laetitia sembra trasformarle addirittura in “eccezioni” alla norma. Le circostanze, intese come la storia e la situazione particolare di una persona o di una coppia, possono mutare la forma morale dell’azione e il discernimento personale può concludere che quelle circostanze sono addirittura  luogo di grazia. Può spiegarci, in breve, la corretta interpretazione del ruolo delle circostanze nell’azione morale? Sono solo accidentali o possono cambiare, in bene o in male, l’azione morale?

La qualificazione morale di un atto si deduce dal fine prossimo ricercato che informa l’azione materiale. Incidere con una lama tagliente la pelle di una persona è azione buona o azione malvagia? Dipende dal fine prossimo ricercato dall’agente: incidere per curare è azione (in genere) buona, incidere perché si vuole uccidere una persona innocente è azione malvagia. Ma attenzione al seguente aspetto: ogni nostro fine è calato in una circostanza concreta. Insegna Tommaso D’Aquino che vi sono circostanze essenziali ed altre accidentali in ordine al fine, ossia circostanze che incidono sulla essenza, sul fine dell’atto mutandone la coloritura morale ed altre invece ininfluenti. Ad esempio la circostanza di voler uccidere un ingiusto aggressore o una persona innocente fa cambiare il fine dell’atto, ossia la sua natura. Nel primo caso avremo come fine dell’atto, come oggetto dell’azione, “difesa”, nel secondo caso “assassinio”: la specie morale della prima azione sarà buona, la seconda malvagia. La circostanza invece che vedeva l’ingiusto aggressore o la persona innocente vestiti di rosso, non cambia – in ipotesi – la natura dell’atto, ossia l’atto rimane “difesa” e “assassinio”. Oggi si assiste sempre più al tentativo di mutare la natura di atti intrinsecamente malvagi in atti buoni richiamando circostanze che sono ininfluenti. Se Tizio, divorziato, ha un rapporto sessuale con una donna con cui è sposato civilmente, il rapporto sessuale configura sul piano morale “adulterio”. È la circostanza che vede Tizio sposato che assegna la natura di adulterio a quel rapporto sessuale. Definita la natura morale dell’atto sessuale, nessuna ulteriore circostanza può cambiarne la natura. Nessuna buona intenzione, nessun progetto a due, nessun figlio nato da questa relazione potrà mai far mutare la natura del rapporto sessuale da adulterino a coniugale. Nessuna circostanza sarà dunque in grado di cambiare l’oggetto dell’azione. In questa prospettiva il divieto di compiere atti adulterini non tollera eccezioni. Trattasi di un assoluto morale, ossia di un’azione intrinsecamente malvagia che tale rimane al di là delle condizioni in cui è calato l’atto.

Nel suo libro lei dedica un significativo spazio ai mala in se. Fino alla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II la dottrina morale cattolica riguardante le azioni intrinsecamente cattive era chiara. In seguito però essa è stata messa in questione dallo stesso magistero pontificio al punto che uno dei dubia dei quattro cardinali riguardava proprio questo punto. Secondo lei la morale cattolica può fare a meno di questa dottrina? È possibile e auspicabile una sua revisione?

La dottrina cattolica non può fare a meno dei mala in se semplicemente perché dovrebbe mentire sulla natura dell’uomo. Il fondamento della morale naturale è il seguente: comportati in modo adeguato alla dignità della persona, ossia scegli quelle azioni che sono conformi, proporzionate alla intrinseca preziosità della persona che è sempre elevatissima. Ora alcune azioni non sono mai conformi a tale preziosità: l’assassinio, la menzogna, il furto, la tortura, la fecondazione artificiale, la contraccezione tra coniugi, etc. Uccidere una persona innocente non è mai azione consona alla preziosità della persona dell’assassino e dell’assassinato. La persona innocente non si merita di essere uccisa e così non è degno di una persona voler compiere un assassinio. I doveri negativi assoluti, cioè i mala in se, sono dunque come degli scudi che vogliono proteggere la persona da atti non congrui, non conformi alla sua dignità. Non sono delle regole astratte, ma sono divieti che discendono dalla comprensione profonda della preziosità della persona che è una realtà data e quindi da riconoscere come tale.

Un capitolo del suo libro si intitola “le leggi ingiuste non sono norme imperfette”. A quanto capisco, il principio vale sia per la legge morale che per la legge giuridica. Questa sua affermazione mi sembra molto importante perché oggi si ritiene proprio il contrario e questo è uno dei principali mutamenti della teologia morale cattolica. Una legge che riconosca e disciplini una relazione omosessuale non è considerata ingiusta ma solo imperfetta, perché la relazione oggetto della legge è considerata non come un male ma come un bene imperfetto. Ma in questo modo non sparisce il concetto di male morale e di ingiustizia giuridica (nonché il concetto di peccato in ambito religioso)?

Esattamente. Il concetto di imperfezione è applicabile solo alla gradazione che parte dal bene, passa dal meglio e approda all’ottimo. Solo l’azione buona è perfettibile, non quella malvagia. Una legge che concede sgravi fiscali per le famiglie numerose, al netto di altre circostanze che qui tralasciamo, è di per sé una legge astrattamente buona. Sicuramente perfettibile: se possibile, si potrebbero trovare più fondi, si potrebbero allargare il bacino di possibili beneficiari di questi sgravi, etc. Di contro una norma che legittima le unioni omosessuali è una legge intrinsecamente malvagia. Può essere più o meno malvagia, ma non è perfettibile e dunque non è una norma imperfetta: è semplicemente una norma ingiusta. Di fronte a norme come queste, se non si possono abrogare, è lecito intervenire per limitarne la portata negativa, ma tale intervento non configura un atto perfettivo – predicabile solo in relazione a norme giuste – bensì limitativo del male.

Nel suo libro lei esamina nello specifico i vari possibili atteggiamenti verso le leggi ingiuste, considerando criticamente soprattutto il criterio (sbagliato) del perseguimento del male minore. Di fatto abbiamo assistito ad una applicazione sistematica di questo concetto da parte dei parlamentari cattolici. Come spiega questo fenomeno così persistente, massiccio e con rarissime eccezioni, di fronte anche a leggi che con grande evidenza contraddicono la legge morale naturale?

Credo che la motivazione sia almeno duplice. In primo luogo la pessima formazione in filosofia morale. Votare una legge ingiusta è un male morale. Può essere una legge meno ingiusta di un’altra e quindi votarla sarebbe scegliere un male minore.  Ma non si può scegliere un male minore per un semplice motivo: mai si può compiere il male. Poco importa che sia minore di un altro: mai è lecito compiere il male, proprio perché il male, come accennato sopra, è ciò che non è conforme alla dignità della persona. Per ipotesi potrebbe accadere che votare questa legge meno ingiusta di un’altra provocherà meno danni rispetto alla legge più ingiusta che si vuole evitare che venga varata, ma l’uomo è sempre chiamato a compiere il bene, non sempre ad ottenere l’utile. Se l’utile deriva da un’azione malvagia, seppur piccolissima, noi abbiamo il dovere morale di astenerci da quella azione. Paolo VI nell’Humanae vitae scriveva: «non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali» (14). Ecco, questo semplice principio della legge naturale è assolutamente ignorato da molti cattolici, politici compresi, che hanno invece esaltato, anche esplicitamente, il principio del compromesso. Si tratta di una, tra le moltissime, lacune di carattere formativo presenti nei nostri rappresentanti in Parlamento e al governo, anche di estrazione cattolica.

La seconda ragione per cui molti politici cattolici o sedicenti tali si sono votati alla scuola del male minore, può essere rinvenuta in un errore di strategia. Mancando anche di una visione soprannaturale della storia, credono che le leggi sull’aborto, sul divorzio, sull’eutanasia, sulla fecondazione artificiale, sulle unioni civili siano imperiture, non abrogabili e non irriformabili. Non vogliamo ovviamente qui affermare che ciò avverrà dall’oggi al domani: occorre un impegno culturale che durerà decenni per invertire la rotta, ma ciò è possibile. Le recenti esperienze giuridiche di alcuni Stati lo confermano. Ora chi pensa di aver perso la partita per sempre, cerca di salvare il salvabile. Farebbe di tutto per portarsi a casa anche un solo punticino. Dunque non va molto per il sottile questionando su mali morali e beni possibili, su natura dell’azione e fini prossimi. Se per evitare i “matrimoni” omosessuali devo votare le unioni civili ecco che le voterò. Ma, anche al netto della valutazione morale e concentrando il nostro focus solo sul principio di opportunità o di efficacia – che sono comunque principi morali – questa strategia è perdente e la storia lo ha dimostrato ampiamente. Difendere la 194 per evitare le pillole abortive ci ha regalato l’aborto cosiddetto farmacologico. Votare e difendere la legge 40 sulla fecondazione artificiale per evitare l’eterologa, l’accesso a queste tecniche di coppie fertili ed altro, ci ha regalato proprio questi danni che volevamo evitare. Votare la legge Cirinnà per evitare l’omogenitorialità ha regalato ai magistrati la sponda ideale per introdurre proprio l’omogenitorilità. E gli esempi potrebbero continuare all’infinto. Perché è accaduto tutto questo? Perché accettate le premesse – sì all’aborto, sì alla reificazione del nascituro, sì alla legittimazione delle coppie omosessuali – si spalancano necessariamente le porte anche alle conclusioni contenute implicitamente nelle premesse. Accettata la ratio di una norma non si possono poi fermare quelle conseguenze giuridiche che discendono logicamente da quella stessa ratio. Accolto il male minore presto giungerà quello maggiore, semplicemente perché come il minore anche il maggiore è un male.

Lei è un profondo conoscitore di John Finnis, autorevolissimo filosofo del diritto che si rifà a san Tommaso. Su di lui ha anche pubblicato dei testi specifici [La legge naturale di John Finnis, Editori Riuniti, Roma 2008; La teoria neoclassica sulla legge naturale di Germain Grisez e John Finnis, Giappichelli, Torino, 2012. Sul tema della lotta alla legge ingiusta lei concorda con Finnis?

No. Finnis, sicuramente in buona fede, erra (così come spesso erra nella interpretazione di Tommaso). La questione è tecnica e rimando al libro per un approfondimento. Molto in sintesi il ragionamento di Finnis e di moltissimi altri autori di estrazione cattolica è il seguente: voto la legge ingiusta al fine di limitare i danni e non al fine di approvare l’iniquità contenuta nella legge. Gli effetti negativi prodotti dal voto a favore sarebbero solo effetti collaterali non voluti. Ma in realtà si compie un’azione malvagia – il voto ad una legge ingiusta – per un fine buono – limitare i danni. E mai è lecito compiere un male anche a fin di bene. Il percorso argomentativo del saggio mira sostanzialmente a validare la seguente tesi: votare a favore significa approvare, al di là delle intenzioni buone di chi vota a favore. Parimenti chi uccide una persona innocente per testare delle cure compie un assassinio per un fine buono. Costui non può informare l’azione materiale dell’uccisione dell’innocente con il fine prossimo “curare”, perché in realtà, anche se per ipotesi non ne è consapevole, il fine prossimo da lui scelto è oggettivamente “assassinio”. Dunque votare a favore significa dal punto di vista morale approvare – è addirittura tautologico sottolinearlo. In modo più analitico dovremmo dire che l’atto materiale di premere un pulsante o di alzare la mano è informato oggettivamente dal fine “approvare” – perché è questo il significato giuridico convenzionale assegnato a tali azioni e dunque il significato morale (trattasi di condizione che incide sulla essenza dell’atto) – e non può essere sostituito da nessun altro fine, come “limitare i danni”. Questo semmai sarà un fine secondo. In estrema sintesi, Finnis e molti altri individuano nella limitazione del danno di una legge ingiusta il fine prossimo che informa l’atto materiale del votare a favore e qualificano gli effetti negativi prodotti dal voto a favore come effetti meramente tollerati e non voluti; il sottoscritto, di contro, individua l’approvazione degli effetti negativi come fine prossimo che informa l’atto materiale del voto a favore e la limitazione dei danni come fine remoto.

Di grande interesse nel suo libro è la parte dedicata al paragrafo 73 della Evangelium vitae. Un paragrafo scabroso e famoso, diversamente interpretato e citato da molti a sostegno di interventi legislativi di presunta riduzione del danno che lei invece considera incompatibili con esso. Il cuore della sua analisi mi sembra essere che interventi migliorativi di una legge ingiusta che in una certa situazione non è possibile abolire e condotti nel senso di limitarne i danni non possono comportare l’approvazione di un male nemmeno minore. Mi permetta di chiederle a questo proposito: ma questo non è stato di fatto mai insegnato da chi avrebbe dovuto farlo. Se le cose non vengono insegnate e chiarite come aspettarsi poi che vengano seguite ed applicate? 

Prima di rispondere alla sua domanda mi permetta di sottolineare un particolare snodo concettuale. Limitare i danni è un fine buono, ma tale fine deve essere soddisfatto per il tramite di un atto parimenti buono. Io potrei uccidere una persona innocente per evitare che periscano altre 100: limiterei sicuramente i danni ma attraverso un atto malvagio. E dunque, bene limitare i danni di una legge ingiusta quando è impossibile abrogarla o impedirne il varo, ma la limitazione del danno deve avvenire scegliendo un atto eticamente buono (nel mio testo indico concretamente molte soluzioni eticamente valide per limitare i danni) e votare una legge ingiusta, seppur meno ingiusta di un’altra, non è un atto buono. Ora tutti questi passaggi argomentativi sono impliciti nel n. 73 dell’EV, perché portato dottrinale cattolico di carattere morale dato per assodato. Però a seguito di molte manipolazioni di questo numero forse sarebbe stato bene esplicitare in modo più chiaro il senso di tale paragrafo. Questa era infatti l’intenzione di Giovanni Paolo II. Il compianto cardinal Elio Sgreccia, che fu presidente della Pontificia Accademia per la Vita regnante Giovanni Paolo II e che, così pare, insieme al cardinal Tettamanzi ebbe un certo ruolo nella estensione dell’Evangelium vitae, in un colloquio privato a casa sua mi raccontò che il Santo Padre avrebbe voluto esplicitare ancor meglio il numero 73. Non lo fece, così mi rivelò, per non entrare in rotta di collisione con la Conferenza episcopale polacca che solo due anni prima aveva dato il proprio appoggio a una nuova legge sull’aborto perché più restrittiva di quella precedente, varata nel 1956. Avendo io consultato, almeno credo, tutta la letteratura mondiale sul tema del voto ad una legge ingiusta al fine di limitarne i danni – produzione letteraria per la gran parte proveniente da ambiente cattolico –  posso affermare che la stragrande maggioranza degli autori, spesso assai ortodossi su altre tematiche, è in definitiva favorevole nel votare una legge ingiusta per evitarne un’altra peggiore che sta per essere approvata o per riformare in meglio una già vigente oppure per limitare le condotte inique già presenti nella società e non ancora disciplinate dalle norme giuridiche (è il famigerato caso della legge 40 sulla fecondazione extracorporea). Dunque, e veniamo alla sua domanda, non stupisce che la tesi sostenuta nel mio saggio non venga insegnata, né divulgata anche perché, oggettivamente, il percorso per giungere alle conclusioni che qui ha indicato in modo molto sintetico è assai accidentato e ricco di insidie.

 




Alle armi!!! (la guerra è già in corso)

San Paolo

San Paolo – statua in Piazza San Pietro (Roma)

 

di Gianni Silvestri

 

Ricercare ed avere una concezione della vita, aiuta a viverla, a comprendere il proprio ruolo personale e sociale, ad avere la giusta motivazione “per alzarsi al meglio ogni mattina”.
Semplificando, a questo sembra tendere in profondo il significato dell’ “Otium romano”, che non aveva l’odierna accezione negativa (pigrizia), ma era il dedicarsi allo studio, alla cura di sé, del proprio ruolo (a differenza del negotium considerato come gestione della propria vita sociale e lavorativa).
Forse è quindi giusto cominciare a ripartire dall’Otium, inteso come primaria attività di riflessione, di ricerca e studio del vero, del giusto, del proprio ruolo (alcuni direbbero della propria vocazione).

La vita, infatti, non può consistere nel solo sopravvivere, nel farsi trascinare dalla folla o dal mondo, quasi fossimo banderuole al vento; essa al contrario, è fatta di scelte, di comportamenti virtuosi che devono cominciare dalla nostra stessa persona, (prima di aspettarli dagli altri).

La prima di queste grandi scelte è quella di aderire alla prima legge di morale naturale: “fa il bene ed evita il male”.
E’ una legge interiore, prima che giuridica, che accomuna le aspirazione originarie di ogni essere umano, (ognuno di noi  è naturalmente spinto ad aiutare un bimbo in difficoltà e non ad ucciderlo immotivatamente, a prescindere dalle scelte religiose o culturali di ciascuno: è una innata attitudine umana, originaria, inserita nella stessa nostra coscienza e natura).

Quella del bene è quindi la prima e principale scelta di vita, che va fatta e difesa perché al contrario ci sarà chi vorrà imporre il proprio interesse a tutti i costi, anche se frutto di scelte malvagie. E’ la continua “guerra tra il bene ed il male”, che spesso si mimetizza in mille “mediazioni o interessi” sempre più sfumati e confusi, che possono arrivare addirittura a giustificare ogni aberrazione: persino il terribile uso della bomba atomica è stato giustificato con ragioni superiori di porre fine ad una guerra- che nella specie era, invece, già quasi conclusa).
Ecco che si comprende il senso profondo della constatazione del libro di Giobbe: “Milizia est vita hominis, super terram” (è una guerra  la vita dell’uomo, sulla terra).

Guerra tra bene e male, ma anche guerra tra giustizia ed ingiustizia, tra fame e benessere, tra salute e malattia (come la pandemia di Coronavirus ci ha insegnato).
In un mondo in cui si esalta il dubbio e non si vuol sottostare alla Verità (degradata ad opinione personale come tante altre), si tende a dimenticare l’importanza di questa guerra tra bene e male, perché sta venendo meno la stessa consapevolezza di cosa sia il male, visto che ogni diversa opinione deve essere accettata in nome di una “democrazia neutra”, (basti riflettere che in USA i satanisti hanno chiesto che la loro religione abbia gli stessi spazi e tutele di chi crede in DIO, e nel nostro Lazio nel 2003 la lista Democrazia Atea candidava alla Camera, il Presidente dei “Bambini di Satana”: la cecità umana vuole porre sullo stesso piano il male e il bene in nome di una libertà senza valori). A chi vorrebbe attenuare l’importanza di questa lotta  e la stessa drammaticità della vita, è bene ribadire che la lotta tra bene e male è stata sempre presente nella storia umana, sia laica che religiosa. Per limitarsi a quest’ultima, non è un caso che, prima della creazione del mondo, si narri di una lotta tra gli angeli infedeli a Dio, guidati da Lucifero e quelli rimasti fedeli, condotti alla vittoria da S. Michele Arcangelo, il principe delle milizie celesti (degli eserciti, mica del “circolo degli amici”). La stessa creazione del mondo materiale, avvenne a seguito (e fu causa) di una battaglia nel preesistente mondo spirituale, e non è un caso che S. Michele sia sempre raffigurato come un guerriero con la spada fiammeggiante (Ap 7, 12).

 

Castel Santangelo statua

Castel Santangelo a Roma – statua

 

La battaglia per il bene si intravede anche nella cessazione della terribile Peste a Roma nel 590.
Gli storici del tempo raccontano il memorabile prodigio avvenuto durante la processione verso il Vaticano, per implorare l’aiuto divino. In una sola ora erano morte ben ottanta persone, ma papa Gregorio non smetteva di incoraggiare ad andare avanti con fede. Man mano che il corteo si avvicinava a San Pietro, l’aria diventava più leggera e salubre. Giunti al ponte che collegava la città al Mausoleo di Adriano, d’improvviso scesero dal cielo schiere di angeli che cantavano quelle che sarebbero diventate le parole del Regina Coeli, (l’antifona che in tempo pasquale sostituisce l’Angelus e saluta Maria Regina per la risurrezione del Salvatore). Papa Gregorio (poi proclamato  S. Gregorio Magno) guardò in alto e sulla cima del castello vide la grande figura armata dell’Arcangelo mentre asciugava la spada dal sangue e la riponeva nel fodero. La peste era finita. Per tale motivo sul mausoleo di Adriano, (da allora chiamato Castel S. Angelo, di fronte alla Basilica del Vaticano) fu da allora posta la statua di S. Michele Arcangelo, saggiamente riconosciuto patrono dei combattenti e dei moribondi (questi ultimi li difende nell’ultima più importante battaglia contro il Tentatore, che cerca di strappare a Dio ogni anima).
La consapevolezza della vita come drammatica battaglia tra bene e male (drammatica per i suoi possibili esiti, infausti ed eterni), è stata una delle grandi consapevolezze dei santi che spesso hanno vissuto questa lotta sulla propria pelle e sulla propria persona (da ultimo S. Pio da Pietralcina che, anche fisicamente, lottava col maligno).

Ma tra i santi, sono stati proprio quelli provenienti da una vita militare, a mostrare una comprensione sulla necessità di questa lotta, organizzandosi per sostenerla.

Senza scomodare S. Longino (il centurione che trafisse con la lancia Gesù), o i soldati romani S. Sebastiano e S. Giorgio, o S. Espedito – comandante della XII legione, o San Martino o San Teodoro, soffermiamoci solamente sulla figura di San Francesco d’Assisi che brilla di un carattere deciso, ben diverso dalla odierna riduzione a “mero pacifista”. Lo stesso S. Francesco- si badi, a suo modo – sembra non volersi sottrarre alla Crociata del suo tempo (la V), ma vi partecipa con ben altri scopi, recandosi dal Sultano di Babilonia Melek al Kamil, e non certo per una visita di cortesia, ma al fine di convertire lui ed il suo popolo e farlo passare alla giusta causa di Cristo. Egli ingaggia una battaglia non solo verbale, ma persino fisica, sfidando tutti i musulmani presenti alla corte del sultano (sacerdoti compresi), alla famosa sfida del fuoco: egli, con chiunque altro avesse voluto, sarebbe passato nel fuoco, i sopravvissuti avrebbero dimostrato la esistenza ed il favore del proprio Dio. Nessuno osò sottoporsi a questa prova, ma tutti si dileguarono (come descritto da S. Bonaventura, nella Legenda Maior IX,8).

Francesco, in seconda battuta, si offrì di passare ugualmente nel fuoco, a condizione che- se ne fosse uscito illeso- il Sultano stesso avrebbe dovuto convertirsi. Ma impegnato nella Crociata- anche per opportunità politica- il Sultano preferì non convertirsi, ma in segno di ammirazione verso il Santo, -dopo il suo rifiuto di doni e soldi-rilasciò un lasciapassare a lui ed ai suoi frati (che anche per questo restano -ancor oggi dopo secoli- gli unici custodi di terra Santa).
Anche S. Ignazio di Loyola – ritiratosi dopo una ferita in guerra- volle fondare con i suoi amici la Compagnia di Gesù, organizzata con rigore quasi militare per difendere il papa e la Chiesa. (lo stesso termine “compagnia” rivela le sue origini militari, così come “generale” per la guida). E nella sua personale vita Ignazio continuò a lottare per il mantenimento del bene interiore, anche con i famosi esercizi spirituali (una lotta spirituale per restare fedeli a Dio e sconfiggere le tentazioni).
S. Camillo De Lellis, fu figlio di militare ed egli stesso militare di ventura, prima di diventare infermiere e fondare l’ordine dei Camilliani, -in prima linea nella guerra per la salute, e nella assistenza ai malati (per questo dichiarato patrono di medici ed infermieri).
Per non parlare di Santa Giovanna D’arco, che dopo aver combattuto fisicamente la sua giusta guerra, affrontò persino il rogo restando fedele alla sua fede.

Questo breve ed imperfetto elenco di “santi guerrieri” (nel senso più nobile del termine), mostra come sia sempre stata presente la concezione delle vita come battaglia, prima di tutto dentro sé stessi, per sconfiggere il male e far crescere il bene, (così come l’agricoltore cura la sua piante e combatte contro parassiti ed erbacce).
Ma dalla battaglia interiore  consegue quella esterna per la difesa di quegli stessi valori umani più veri e profondi. Questa, in fondo,  è stata per secoli la figura del Cavaliere, che prendeva a cuore la difesa dei deboli, combattendo contro i soprusi dei violenti.
Questa battaglia esterna, va innanzitutto combattuta per difendere la vita, presupposto di ogni successivo diritto (“primum vivere, deinde Philosophari” ricordavano i romani). E’ questa la principale guerra in corso, con i suoi caduti, visto che oggi è la prima causa di morte al mondo, (50 milioni di morti, paragonabili a quelli della seconda guerra mondiale, ma per l’aborto questa strage si ripete ogni anno (e di recente con l’aggiunta di più discrete pillole abortive).  La vita è anche battaglia contro la povertà, contro la malattia, contro l’ingiustizia, per il sostegno alla famiglia.
Su queste battaglie tutti potremmo/dovremmo essere uniti, a prescindere dalle varie ideologie, in quanto relative alla difesa dei diritti umani, (o diritti naturali originari).
Ma anche sul fronte di queste battaglie saranno necessari ottimi soldati (anzi i migliori), per difendere la Verità della vita, in quanto è facile incorrere negli errori, perdersi dietro nemici illusori, addirittura scambiare per diritti alcune profonde ingiustizie. Ecco l’importanza dell’impegno culturale per la individuazione e ricerca di quelli che sono i valori veri e non illusori. Gli intellettuali, gli scrittori, i giornalisti, i moderni blogger, i divulgatori in genere possono essere oggi i pontieri della vera cultura, i logisti che aiutano tutti gli altri nel loro viaggio, nel loro combattimento. Su questo fronte “spirituale e culturale”, la Chiesa ha sempre “combattuto duro”, invitando tutti  ad essere:  “sempre pronti a render conto, a tutti, della speranza che è in voi ” (S. Pietro  1° lettera cap.3 ) ed indicando nei secoli al popolo di Dio anche le opere di misericordia spirituali  (“insegnare agli ignoranti, consigliare i dubbiosi, ammonire i peccatori, ecc).
Addirittura per Paolo VI “il dramma maggiore della nostra epoca è la frattura tra fede e cultura” (Evangeli Nunzianti n. 20).

Altri ancora avranno un posto diverso “al fronte” di questa buona battaglia: dovranno combattere non solo per i diritti dell’uomo, ma per i diritti di DIO, che nulla sottraggono ai diritti dell’uomo, anzi li rafforzano in quanto coincidono con il suo bene. Egli è un Padre e conosce e difende il vero bene dei suoi figli, tanto è vero che i suoi comandamenti, rilasciati a Mosè sul monte Sinai millenni orsono, sono ancora giusti e costituiscono la base del diritto naturale, a cui ogni ordinamento giuridico dovrebbe tendere e continuare ad attenersi. “Onora il Padre e la Madre, non uccidere, non rubare, non dire falsa testimonianza, non desiderare la roba e la donna d’altr,i ecc” sono ancora oggi alla base di ogni legge morale e della vera giustizia, sia individuale, sia sociale.
Nel Nuovo Testamento, questi comandamenti non sono stati aboliti, ma irrorati dalla suprema legge dell’Amore che ci chiede non solo di rispettare i diritti altrui, ma di amare attivamente il fratello come noi stessi e persino  il nostro nemico (non perché resti nel male, ma perché -insieme a noi- si ravveda, perché: ”Se non vi convertirete, perirete tutti”.  Ad ognuno quindi sono state date “delle armi pacifiche” (le varie virtù) da usare per il bene;  ad ognuno è assegnato un compito, alla luce della propria competenza o vocazione.
Poeticamente così lo evidenziava, il Nobel per la letteratura, T. S. Eliot:

“Nei luoghi deserti noi costruiremo con nuovi mattoni.
Ci sono mani e macchinari,
e creta per un nuovo mattone
e cemento per una nuova malta.
Dove i mattoni sono crollati
noi costruiremo con nuove pietre.
Dove le travi sono spezzate
noi costruiremo con nuovo legname.
Dove la parola non è pronunciata
noi costruiremo con nuovo linguaggio.
C’è un lavoro comune,
e c’è una fede per tutti,
e un compito per ognuno.
Ogni uomo al suo lavoro…”

Queste nostre virtù, -Qualcuno le ha chiamate talenti…- ci sono state date per il bene comune,  con l’impegno di utilizzarle per i nostri fratelli e ricordiamo bene cosa succede a chi si rifiuta di usarle, a chi diserta questa “pacifica guerra del bene”… illudendosi di presentarsi solo alla fine, a scampato pericolo, magari per goderne gli esiti (con la semplice restituzione dei talenti originari).

E’ proprio sul ruolo avuto in questa “guerra per il bene”, che ad ognuno di noi sarà assegnato l’esito finale della vita:
“Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. 35 Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, 36 nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi” Mt 25, 34-36).
A questa guerra tra il male ed il bene, non sembra sottrarsi  nemmeno il Signore che “colpisce” Saulo di Tarso -alla testa dei suoi soldati per la sua guerra ai cristiani di Damasco,  per chiamarlo ad essere il più grande diffusore del Cristianesimo nel mondo.
E’ lo stesso S. Paolo a metterci espressamente in guardia: La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti”. (Ef. 6,12)

Non sarà un caso, infine, che, avvicinandosi alla sua morte, (nel 67 d.c. non fu crocifisso, come Pietro, perché, da cittadino romano, era esentato da questa morte crudele), Egli si congedò dai suoi numerosissimi amici e fratelli con le famose parole, scritte dal carcere, al suo amico-discepolo Timoteo:
Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede.
(è questo “il bottino di guerra”: conservare la fede, non basta solo averla avuta, anche Giuda la ebbe, ma non la conservò, traviato da Satana ci ricorda il Vangelo).
S. Paolo, così conclude il suo commiato:
“Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione”.

“Attendono con amore”, (che è operoso, non indifferente),  perché questa è una battaglia speciale, che si combatte non con la violenza, ma con l’amore; non per eliminare il nemico, ma per salvarci insieme; non per la morte, ma per la vita  (….e non solo terrena).
In pace.

 




“Perché c’è del bene nel mondo, signor Frodo, e vale la pena lottare per esso”.

“Arriva il giorno in cui (gli Hobbit sono) chiamati fuori dalle loro case e in una grande guerra tra il bene e il male per l’anima del mondo intero – una guerra in cui giocano un ruolo decisivo, proprio perché sono piccoli e apparentemente insignificanti“. Questo, tra l’altro, ha detto l’arcivescovo di Philadelphia, mons. Charles J. Chaput, agli studenti mercoledì scorso.

Di seguito un articolo dello staff del Catholic News Agency, nella mia traduzione.

Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia, Pennsylvania, USA.

Charles J. Chaput, arcivescovo di Philadelphia, Pennsylvania, USA.

 

C’è una scena nel mezzo de Il Signore degli Anelli, una trilogia di fantasia scritta dallo scrittore cattolico J.R.R. Tolkien, dove la ricerca della distruzione di un anello malvagio e onnipotente sembra essere assolutamente senza speranza. Le tenebre e il pericolo hanno circondato e perseguitato Frodo, il piccolo hobbit al quale alla fine è stata data la missione di distruggere l’anello, sin da quando ha messo piede fuori dalla Contea, la casa idilliaca e sicura che ha lasciato per questa ricerca.

Questa è stata la scena che l’Arcivescovo Charles Chaput (di Philadelphia, Pennsylvania, USA, ndr) ha preparato per gli studenti dell’Università di Maria a Bismarck, nel Dakota del Nord, mentre parlava loro delle loro vocazioni e dello scopo della loro vita mercoledì sera.

In un momento di disperazione, ha notato Chaput, Frodo si rivolge al suo amico più fedele, Samwise Gamgee, un hobbit che si è rifiutato di lasciare Frodo, e gli chiede se valga la pena di continuare questa missione apparentemente impossibile.

Sam dice di sì: “Perché c’è del bene nel mondo, signor Frodo, e vale la pena lottare per esso”.

I territori del Dakota (stati degli USA, ndr), ha notato Chaput nel suo discorso, sono molto simili all’idilliaca Contea da cui provengono quegli hobbit: sicuri, per molti versi idilliaci, e quasi mai al centro dell’attenzione.

“Ho servito come vescovo in tre diverse diocesi, e ognuna di esse è stata una grande benedizione di amici ed esperienze. Le ho amate tutte”. Ma il mio primo amore è stato la diocesi di Rapid City, South Dakota”, ha detto Chaput.

“C’è una bellezza e una saggezza nel Dakota che non si trova da nessun’altra parte. Penso anche che il diavolo tenda a concentrarsi su luoghi come New York e Washington e a vedere luoghi come Bismarck come meno importanti – che è il suo errore. Significa che qui si possono fare molte cose molto buone, proprio sotto il suo naso”, ha detto.

Ma così come gli Hobbit non sono rimasti nella Contea, ha notato Chaput, così anche i cristiani sono chiamati ad uscire dalle loro case e dai luoghi di formazione per coinvolgere il mondo e diffondere il Vangelo.

Arriva il giorno in cui (gli Hobbit sono) chiamati fuori dalle loro case e in una grande guerra tra il bene e il male per l’anima del mondo intero – una guerra in cui giocano un ruolo decisivo, proprio perché sono piccoli e apparentemente insignificanti, ha detto.

Ma il mondo esterno ha un disperato bisogno di rifacimento, ha notato Chaput, anche all’interno della Chiesa cattolica.

La recente raffica di scandali di abusi sessuali nella Chiesa può far sembrare questi tempi molto bui, ha detto.

“Un sacco di persone molto buone sono arrabbiate con le loro guide nella Chiesa per lo scandalo degli abusi, e giustamente. Non voglio diminuire questa rabbia perché ne abbiamo bisogno; ha radici sane e giuste”, ha detto.

Ma la giusta risposta a questa giusta rabbia non è un risentimento velenoso, ma piuttosto una risposta di umiltà e di amore che purifica l’individuo e la Chiesa, ha detto, proprio come Santa Caterina da Siena, che con la sua santità e perseveranza ha convinto il Papa a tornare a Roma.

“Dio chiama tutti noi non solo a rinnovare la faccia della terra con il suo Spirito, ma a rinnovare il cuore della Chiesa con la nostra vita; a farla giovane e bella ancora e ancora e ancora, perché risplenda del suo amore per il mondo. Questo è il nostro compito. Questa è la nostra vocazione. Questa è la vocazione – una chiamata di Dio con il nostro nome sopra di essa”.

C’è anche molta oscurità nel mondo che viene dall’esterno della Chiesa, ha notato Chaput.

“La vita americana oggi è turbata da tre grandi domande: Che cos’è l’amore? Che cos’è la verità? E chi è Gesù Cristo”, ha detto. “Il mondo secolare ha risposte a ciascuna di queste grandi domande. E sono false”.

Il mondo definisce l’amore solo con le emozioni e la compatibilità sessuale, mentre definisce la verità come qualcosa che può essere osservato solo attraverso dati oggettivi e misurabili, ha detto. Il mondo dice anche che Gesù Cristo è stato un uomo buono in una lunga fila di buoni maestri, ma alla fine è solo una bella credenza superstiziosa piuttosto che una persona reale che è il Figlio di Dio e Salvatore del mondo.

“La cosa chiave di tutte queste risposte secolari è questa: Non solo sono false, ma anche pericolose. Riducono il nostro spirito umano ai nostri appetiti. Abbassano l’immaginazione umana e la ricerca di senso a ciò che possiamo consumare. E poiché il cuore umano ha fame di un significato che la cultura secolare non può dare, noi anestetizziamo quella fame con il rumore e le droghe e il sesso e le distrazioni. Ma la fame ritorna sempre“, ha detto.

Il mondo secolare offre risposte facili, ha osservato, ma non offre risposte soddisfacenti ad alcune delle domande più profondamente umane che si potrebbero porsi: “Perché sono qui, cosa significa la mia vita, perché le persone che amo invecchiano e muoiono, e le rivedrò mai più? Il mondo secolare non ha risposte soddisfacenti a nessuna di queste domande. E non vuole nemmeno che ci poniamo tali domande a causa della sua cecità autoimposta; non può tollerare un ordine superiore a se stesso – per farlo lo obbligherebbe a comportarsi in modi che non vuole comportarsi. E così odia, come fece Caino, coloro che cercano di vivere diversamente”.

La risposta a tutte queste domande, ha detto Chaput, non è una qualche teoria o equazione, ma la persona di Gesù Cristo.

“Egli è l’unica guida affidabile per il nostro viaggio attraverso il mondo. I cristiani lo seguono come gli Apostoli, perché in lui e nel suo esempio, Dio parla direttamente a noi e ci conduce sulla via di casa al suo regno. In altre parole, Gesù non è solo l’incarnazione di Dio, ma anche l’incarnazione di chi siamo destinati ad essere”.

E il messaggio di Gesù è che ogni vita è “irripetibile e preziosa e ha un senso e uno scopo che Dio intende solo per voi. Solo per voi”, ha detto.

Per molte persone, questo significherà vivere la vocazione del matrimonio, e testimoniare Cristo tra la famiglia, gli amici e i luoghi di lavoro, “e tu lascerai la tua impronta nel mondo con una testimonianza quotidiana della vita cristiana”, ha detto.

“Il matrimonio e la famiglia sono cose profondamente buone”, ha aggiunto, e i laici sono chiamati non solo ad essere “aiutanti” del clero più santo, ma a condividere una pari responsabilità nel promuovere la missione della Chiesa.

“Ricordate come considerate il vostro futuro”, ha detto.

Dio chiama alcuni anche ad essere testimoni radicali della santità nel sacerdozio o nella vita religiosa consacrata, ha detto.

“I religiosi sono una testimonianza vivente di conversione radicale e di amore radicale; una prova costante che le Beatitudini sono più che semplici ideali belli, ma piuttosto la via verso un nuovo e migliore tipo di vita”, ha detto.

“E i sacerdoti hanno il privilegio di tenere nelle loro mani il Dio della creazione. Senza sacerdoti, non c’è eucaristia. Senza l’Eucaristia, non c’è Chiesa. E senza la Chiesa come comunità viva e organizzata, non c’è presenza di Gesù Cristo nel mondo”.

Le chiavi per trovare la propria vocazione e il proprio scopo nella vita sono il silenzio e la preghiera, che lasciano spazio alla voce di Dio, ha detto.

“Fare in modo che ci sia il tempo per il silenzio e la preghiera dovrebbe essere la pratica quaresimale principale per tutti noi – ma soprattutto per chi cerca la volontà di Dio per la propria vita”.

Così, piuttosto che lamentarsi del fatto che i tempi sono cattivi, Chaput ha esortato gli studenti a ricordare che stanno vivendo in questo momento per una ragione, e possono con la loro santità e testimonianza della loro vita rimodellare i tempi.

“Come vescovo, sant’Agostino visse in un momento in cui il mondo intero sembrava crollare, e la Chiesa stessa stava lottando con amare divisioni teologiche. Ma ogni volta che la sua gente si lamentava dell’oscurità dei tempi, ricordava loro che i tempi sono fatti dalle scelte e dalle azioni delle persone che li abitano”, ha detto.

“In altre parole, noi facciamo i tempi. Siamo i soggetti della storia, non solo i suoi oggetti. E se non lavoriamo consapevolmente per migliorare i tempi con la luce di Gesù Cristo, allora i tempi ci renderanno peggiori con le loro tenebre”.

“C’è del bene nel mondo, e vale la pena lottare per esso”, ha ribadito Chaput, ricordando ancora una volta il Signore degli Anelli. “Questa è una descrizione piuttosto buona della vocazione che Dio chiede a ciascuno di noi”.

 

Fonte: Catholic News Agency

 




A proposito della realtà del diavolo

Simbolismo di Notre Dame de Paris

Simbolismo di Notre Dame de Paris

 

In breve, quindi, la posizione della Chiesa nei confronti della demonologia è chiara e ferma. È vero che nel corso dei secoli l’esistenza di Satana e dei diavoli non è mai stata oggetto di una dichiarazione esplicita del suo magistero. La ragione di ciò è che la questione non è mai stata posta in questi termini. Sia gli eretici che i fedeli, basando le rispettive posizioni sulla Sacra Scrittura, erano d’accordo nel riconoscere l’esistenza di Satana e dei diavoli e dei loro principali misfatti. Ecco perché, quando la realtà del diavolo è oggi messa in discussione, è alla fede costante e universale della Chiesa e alla sua fonte principale, l’insegnamento di Cristo, che bisogna appellarsi, come è stato detto. È infatti nell’insegnamento del Vangelo e come qualcosa al cuore della fede che l’esistenza del mondo demoniaco si mostra come un dato dogmatico. Il disagio attuale che abbiamo descritto all’inizio non mette quindi in discussione un elemento secondario del pensiero cristiano; si tratta piuttosto della convinzione costante della Chiesa, del suo modo di concepire la redenzione e, alla radice, va contro la coscienza stessa di Gesù. E’ per questo che, quando Sua Santità Papa Paolo VI ha parlato recentemente di questa “terribile, misteriosa e spaventosa realtà” del Male, ha potuto affermare con autorità: “Chi si rifiuta di riconoscerne l’esistenza, o chi fa di essa un principio in sé che non ha, come ogni creatura, la sua origine in Dio, o chi la spiega come una pseudo-realtà, una personificazione concettuale e immaginaria delle cause sconosciute dei nostri mali, si discosta dall’integrità dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico“. Né gli esegeti né i teologi possono trascurare questa cautela.

Ribadiamo dunque che, sottolineando oggi l’esistenza della realtà demoniaca, la Chiesa non intende né riportarci alle speculazioni dualistiche e manichee di un tempo, né proporre qualche sostituto razionalmente accettabile per loro. Vuole solo rimanere fedele al Vangelo e alle sue esigenze. È chiaro che non ha mai permesso all’uomo di liberarsi delle sue responsabilità attribuendo le sue colpe al diavolo. La Chiesa non ha esitato ad opporsi a tale evasione quando quest’ultima si è manifestata, dicendo con san Giovanni Crisostomo: “Non è il diavolo, ma l’incuria degli uomini stessi che causa tutte le loro cadute e tutti i mali di cui si lamentano” (1975).

 

Fonte: Congregazione per la Dottrina della Fede