Mons. Negri: Messaggio per la Santa Quaresima 2020

Ecco il messaggio per la Santa Quaresima di mons. Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara e Comacchio.

Mons. Luigi Negri

Mons. Luigi Negri

 

La Quaresima nella vita della Chiesa rappresenta un efficace richiamo a una prima fondamentale verità. La verità e la bellezza della vita cristiana non possono essere ridotte a quell’atteggiamento di pretesa nei confronti del Signore che nasce dalla consapevolezza di avere agito bene. Né possono essere ridotte all’idea che afferma la necessità del sacrificio per ottenere il bene. L’insegnamento della Quaresima è molto più profondo, è molto più radicale. Del resto la liturgia di questo periodo si muove lentamente nella contemplazione di una cosa sola: la vita di Cristo, il suo cammino, il suo essere, volta a volta, tentato dal demonio, anche Lui, il Figlio di Dio.

Guardare a Cristo ci mette nella percezione trepida e commossa che la vita cristiana si concluderà in modo inesorabilmente positivo. La vita di Cristo è la vita di Colui che ha rinunciato completamente a qualsiasi progetto sulla propria vita e ha riempito questo vuoto – perché di vuoto si tratta – di un’obbedienza che non pone condizioni. Sta davanti al Signore e si protende verso di Lui come per un abbraccio, abbraccio che il cristiano desidera che sia sempre più potente, sempre più radicale, sempre più decisivo.

La Quaresima fa riecheggiare nel nostro cuore la grande verità: «Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Questa certezza però deve attuarsi e non si attua meccanicamente, cioè in virtù di atteggiamenti meccanici. La vita cristiana si attua nel sacrificio di una libertà che ogni giorno si consegna al Padre, come ha fatto Cristo nei quaranta giorni che sono l’immagine della Quaresima per la Chiesa. Cristo si è consegnato al Padre in modo tale che questa consegna potesse diventare avvenimento, luce, calore, storia, umanità nuova.

La Quaresima, quindi, esige che ciascuno di noi recuperi il senso della salvezza, che è già accaduta, il senso di un’umanità nuova, che è già presente nei nostri cuori e, in qualche modo, vibra dall’interno dei nostri cuori. Occorre che ci ricordiamo, ogni giorno, non che deve ancora accadere qualche cosa, ma che qualche cosa di definitivo è accaduto. Questo Avvenimento, che è definitivamente accaduto, tuttavia, rimane ancora troppo implicito nel nostro cuore. Perciò bisogna trovare la strada che permetta a ciò che è ancora implicito di fiorire. La Quaresima è questa strada pedagogica, questa suprema pedagogia. La Chiesa, certa di ciò che è già accaduto, vive questo periodo, secondo una regola, perché ciò che ci è già accaduto sia sempre più chiaro al cuore e sempre più profondamente connesso all’intelligenza. Così si giunge all’apertura dell’intelligenza e del cuore di fronte alla realtà. Non un merito che si acquisisce perché si fa del bene, secondo la logica immediata del dare e dell’avere; non qualche cosa che si acquisisce, che rischierebbe inevitabilmente di essere fatto valere come un diritto da rivendicare di fronte al Signore. No, la Quaresima è accettare che la Presenza di Cristo penetri sempre più profondamente nella vita di ciascuno di noi.

Che questa vita nuova, che ci è data, fermenti dentro il cuore! Come diceva il grande filosofo e teologo Jean Guitton, bisogna che la novità della fede invada totalmente, nel profondo, l’esistenza; occorre che pervada il cuore della vita in modo tale che nessun aspetto dell’esistenza non venga cambiato dalla potenza di Dio. La Quaresima ci mette, con umiltà profonda, di fronte al Mistero della vita nuova e ci chiede di avere la consapevolezza di questo dono. Soprattutto, ci chiede che la nostra novità di vita, che nasce dalla rinnovata accettazione di Cristo e della sua Presenza, diventi, nel cuore di ciascuno di noi, missione e che questa missione spalanchi la vita della Chiesa ai bisogni di ciascuno, ovvero di tutti gli uomini che incontriamo sul nostro cammino.

Allora ecco che pace e gioia, non senza dolori – una tale prospettiva sarebbe una mitologia –, ma maturate nel sacrificio dell’obbedienza, conferiscono alla vita cristiana quelle dimensioni più vere delle quali ha parlato tante volte san Giovanni Paolo II. Le prospettive universali della Chiesa sono le dimensioni normali dell’esistenza del cristiano. Che la Quaresima sia vissuta da noi nel respiro dell’universalità, anche nelle cose della vita quotidiana, tante volte tentate dalla banalità o dalla ripetitività. Che la fede faccia sì che i nostri gesti quotidiani assumano la dimensione profonda e vera, quella della novità totale dell’Avvenimento cristiano. E così sia!

 




Del Noce: «Il nichilismo oggi corrente è il nichilismo gaio». Esso «è senza inquietudine» ed «ha il suo simbolo nell’omosessualità»

L’Associazione Augusto Del Noce e Alleanza Cattolica, nel trentennale della scomparsa del filosofo Augusto Del Noce, hanno tenuto un incontro-studio a Torino il 18 gennaio scorso.

Di seguito la relazione magistrale di S.E. Mons. Luigi Negri dal titolo: “Augusto Del Noce: la sua testimonianza e la sua profezia illuminano il nostro cammino quotidiano”.

 

Mons. Luigi Negri

Mons. Luigi Negri

 

Sono molto grato all’amico Aldo Rizza perché mi ha dato l’opportunità, da me attesa e desiderata, di poter aggiungere il mio contributo alla solenne ripresa della memoria di Augusto Del Noce. Svolgerò il mio intervento soffermandomi su quattro aspetti che reputo decisivi per fare capire quanto la figura e il pensiero di Del Noce siano illuminanti per il nostro cammino quotidiano.

 

1. Il recupero autentico della tradizione: una cultura veramente reale e leale

 

Innanzitutto permettetemi un ricordo personale. La provvidenza mi ha, infatti, concesso di partecipare ai tratti salienti di questa eccezionale esperienza umana e cristiana, filosofica e teologale. Quando Augusto Del Noce parlava, era evidente a tutti gli ascoltatori che il suo pensiero librava ben oltre gli spazi immediati della comune capacità di comprendere. Dispiegava per noi orizzonti sempre nuovi, forse si potrebbe dire sempre antichi e per questo sempre nuovi. Innanzitutto, e questo è il primo aspetto che voglio evidenziare, ci consentiva di rivivere la viva tradizione della Chiesa. Egli, laico, e si potrebbe dire lealmente e orgogliosamente laico, ha insegnato a generazioni intere la grandezza dell’insegnamento tradizionale della Chiesa. Quando interloquiva con noi, magari giovanissimi come me, era come se ci prendesse per mano e ci guidasse su vie che non potevamo non sentire un po’ impervie, ma che, sotto la sua guida, si chiarivano e diventavano familiari.

Il primo ricordo potente di Del Noce è, per tanto, legato al fatto che egli ha reso presente nella mia vita, in modo commovente, la tradizione della Chiesa. Il contenuto del suo insegnamento, si potrebbe dire, è stato, prima che il suo stesso insegnamento, l’articolarsi lieto e pacifico del suo magistero all’interno della grande tradizione della Chiesa. Incontrare Augusto significava ripercorrere gli spazi, gli eventi e, perché no, anche le contraddizioni, del cammino storico e culturale della cristianità perché la tradizione si ripresentasse a noi come assolutamente attuale e incredibilmente capace di sollecitare dimensioni di entusiasmo e di dedizione. Del Noce ci ha insegnato a guardare alla ricchezza culturale e filosofica della tradizione e ha goduto con noi di essa; ci ha fatto capire quanto fosse un compito straordinario servire la tradizione.

Vale la pena a questo riguardo rifarsi alla sua concezione di tradizione che troviamo ben descritta nel seguente brano: «“tradizione” non è affatto l’opposto di “vita”. Significa che ci sono verità eterne, immutabili, soprastoriche; che, per ragione di questo carattere, sono inesauribili nel riguardo del loro approfondimento da parte dell’uomo. Di qui il loro carattere di perenne attualità e novità; e “nuove” in certo senso realmente, perché, nell’illuminare la situazione storica in cui il singolo uomo si trova immerso, manifestano effettivamente un aspetto di novità che non era deducibile dalla formulazione precedente. E realmente l’umanità progredisce; ma non discostandosi dai valori veri, ma approfondendone continuamente il senso»[1].

In un mondo sfiduciato e stanco, perché prigioniero ancora degli equivoci e delle illusioni di tanto Illuminismo o Neo-illuminismo, Del Noce ci ha insegnato che la tradizione era presente, potentemente attuale, in grado di commuovere la nostra esistenza di giovani. Ha così spalancanto davanti a noi prospettive imprevedibili, ma allo stesso tempo inconsapevolmente aspettate e sperate. Camminare con lui, ripercorrendo gli snodi più importanti della tradizione cattolica, nei quali si era immedesimato con semplicità e responsabilità, ha reso possibile a molti di noi, che lo abbiamo incontrato e seguito, di vivere personalmente e responsabilmente l’appartenenza alla Chiesa e di assumere il compito della missione: quella di portare a ogni uomo l’annunzio della Presenza che salva, quella di Gesù Cristo, Signore della vita e della morte, unico Redentore dell’uomo e del mondo, senso e verità della vita e della storia.

Così, a tanti anni di distanza, quando lo ripenso, la commozione mi prende, perché posso considerarmi uno dei suoi discepoli che si è affidato a lui con totale disponibilità. Ciò mi ha consentito di poter vivere come attualità la tradizione, non come un passato da recuperare, magari con devozione, non come qualche cosa di cui sbrigativamente liberarsi, ma come un flusso di vita che raggiunge anche noi oggi ed entra nella nostra esistenza, plasmandola secondo le immortali dimensioni della Chiesa. San Giovanni Paolo II amava ripetere che le prospettive universali della Chiesa sono le dimensioni normali della vita del cristiano.

L’insegnamento di Del Noce ha reso possibile un approccio autentico alla tradizione che molta cultura cattolica dell’epoca aveva dimenticato finendo per favorire il suo rifiuto da parte delle giovani generazioni. Nei suoi Appunti per una filosofia dei giovani (Vita e Pensiero, 1968), così denunciava questo grave limite: «la cultura eversiva rispetto alla tradizione, ha, negli ultimi vent’anni, occupato il campo del presente, senza trovare un’opposizione fortemente impegnata; quella che invece avrebbe dovuto mediare tra la novità e la tradizione, si è troppo spesso rifugiata nello studio del passato e nella specializzazione; come se quel che avveniva nel mondo della politica e della società, e delle stesse valutazioni morali, non la riguardasse»[2].

Che cosa ritroviamo, allora, di assolutamente fondamentale per illuminare il nostro cammino nella «limpida testimonianza» di Del Noce, come la definì Giovanni Paolo II? Una cultura veramente reale e leale, capace di guidare i giovani, allora come oggi, impedendo che il cristianesimo venisse e venga, secondo i progetti egemonici dell’ideologia del momento, fagocitato dalla cultura dominante, laicista e atea.

 

2. L’ateismo termine conclusivo del razionalismo

 

Il secondo aspetto che intendo evidenziare con il mio intervento è proprio l’importanza della sua disamina critica dell’ateismo. Risuonano ancora nel nostro spirito, nella loro profondità e nella loro profeticità, alcune sue espressioni che, sebbene siano particolarmente note, mi permetto brevemente di ricordare: «L’ateismo è il termine conclusivo a cui deve necessariamente pervenire

il razionalismo al punto estremo della sua coerenza, che è anche il punto della sua crisi»[3]. Per qualche secolo, infatti, il nuovo soggetto umano promosso dalla Modernità è sostanzialmente ateo non perché affermi che Dio non esista, ma in quanto sottrae razionalisticamente a Dio spazi sempre più vasti della sua vita: la politica, la morale, l’arte, la vita sociale. Occorre aspettare fino al XIX secolo, con la critica alla religione di Feuerbach e con l’affermazione di Nietzsche «Dio è morto», perché si arrivi a proclamare l’ateismo come via di liberazione per l’uomo. Tuttavia, l’erosione dell’edificio unitario della cultura cristiana inizia con l’uso ambiguo del termine autonomia: «Dio, se c’è, non c’entra». La fede non viene più intesa come il fondamento, ma come uno dei tanti particolari nei quali l’uomo e la società sono scomposti. La fede in Dio si esprime nel culto, al massimo ispira la moralità; ma alla ragione e alla operosità dell’uomo è affidato il compito della conoscenza, della scienza e del lavoro, così come pure quello dell’esperienza estetica e affettiva. Non si rinnega la religiosità, ma la si relega accanto alla vita.

Se si coglie tale prospettiva, sviluppata da una certa linea di pensiero dell’Età moderna, prevalente ma non unica, come ci ha insegnato Del Noce, si può cogliere come, ancora oggi, l’obiezione radicale che il mondo vive nei confronti dell’avvenimento di Cristo e, quindi, della presenza della Chiesa è un’obiezione affettiva. L’uomo moderno non pone il suo affetto in Cristo, in Dio. Pone il suo affetto esclusivamente in sé, nella capacità del potere intellettuale e morale che egli può dispiegare. Come ci hai insegnato anche Benedetto XVI, come non ricordare la sua bellissima Spe salvi, questo uomo sente la scienza e la tecnica, utilizzate congiuntamente e strumentalmente, come mezzi per l’affermazione del proprio potere nella storia.

Approfondire questo aspetto dell’insegnamento di Del Noce, seguendo la sua testimonianza, ci ha reso e ci rende protagonisti di una profezia che è congiuntamente una profezia sulla nostra vita e sulla realtà della storia. Siamo chiamati, come generazione di cristiani che vive all’inizio di questo Terzo millennio, a riannodare le radici dell’uomo alle radici di Dio, a interrompere quel flusso rovinoso per il quale l’uomo per secoli ha pensato che la consistenza e la dignità della propria vita si fondassero nella rottura del legame con Dio. Noi abbiamo assistito al declino di questa illusione e al suo trasformarsi in cocenti delusioni. Chi prometteva la realizzazione della società e della persona diventava complice della creazione di nuove e sempre più tremende forme di schiavitù. Per questo Giovanni Paolo II ha dovuto alzare la sua voce per dire che esistevano generazioni che aspettavano di essere liberate dai “liberatori”. Del Noce ci ha inserito nel vivo di questo dramma epocale aiutandoci a comprenderlo: un uomo senza Dio si perde e diventa, come lucidamente indicato anche dal Concilio Vaticano II, «una particella della natura o un elemento anonimo della città umana»[4]. Manipolazione scientifico-tecnologica o manipolazione sociale sono i due destini di una umanità che senza Dio è costretta ad assistere impotente alla propria nullificazione.

In fondo l’antropologia moderno-contemporaneo, che Del Noce ha saputo approfondire in tutte le sue dimensioni e articolazioni, è un’antropologia carente, strutturalmente carente, perché non tiene presente tutti i fattori dell’esperienza umana, esasperandone alcuni e dimenticandone altri. La dimenticanza più grave, che rischia di dominare l’uomo in maniera inesorabile, è quella del limite che stringe dappresso l’uomo fin dalla sua nascita. Questa battaglia dell’uomo per liberarsi dalla struttura di male che gli è connaturata costituisce la punta estrema del dramma vissuto dall’uomo moderno, come Del Noce ci ha testimoniato con fermezza e umiltà. Egli ha, infatti, indicato con estrema precisione come ciò che caratterizza il razionalismo sia proprio «il rifiuto della concezione biblica del peccato»[5]. Secondo il laicismo ateo, proprio perché non esiste il peccato, l’uomo non ha bisogno di qualcuno che lo salvi. Il cristianesimo diventa perciò qualcosa di inutile, qualcosa di cui l’uomo può fare a meno.

Del Noce, evidenziando le drammatiche conseguenze antropologiche del razionalismo, ci ha aiutato a comprendere quanto sia importante, forse oggi ancora più di allora, recuperare un’antropologia integrale. È compito del cristiano non escogitare improponibili fughe dalla condizione dell’uomo segnata dal peccato e abbracciare la Presenza del Signore Gesù Cristo al quale confidare ogni giorno, nella preghiera, tutta la vita, perché il Signore ne prenda possesso; perché la cambi secondo le dimensioni di verità, di bellezza e di giustizia nelle quali si compie il destino umano, ancor prima che cristiano.

La lucida disamina dell’esito fallimentare del razionalismo moderno operata da Del Noce è stata, nella nostra vita, un richiamo potente a recuperare le dimensioni costitutive della ragione e, allo stesso tempo, della fede. Egli ci ha aiutato a uscire dalle strettoie del razionalismo e a vivere l’appartenenza, senza se e senza ma, alla Chiesa del Signore; ad amarla più di noi stessi; a condividerne gioie e dolori. La nostra vita, a contatto con quella della Chiesa, identificandosi con essa, si purifica e diventa capace di correre verso Colui che ne è il Signore che, come dice Paolo, «vedremo così come Egli è», senza che nessuno potrà mai strapparci dal nostro cuore la letizia che ne deriva.

 

3. L’esito ultimo del razionalismo ateo: il nichilismo gaio

 

Arriviamo così al terzo aspetto che reputo importante richiamare. Qual è l’esito ultimo del razionalismo ateo? Qual è, per usare le parole dello stesso Del Noce, la «negazione più radicale del cristianesimo»? «La massificazione del pensiero libertino», ovvero il fatto che «per la prima volta trionfa nel mondo occidentale la morale edonistica allo stato “puro”»[6]. Se sono finite le grandi ideologie totalitarie, tuttavia si è gettata sulla società un’ideologia non meno grave e non meno pervasiva. Essa è costituita, insieme al tecno-scientismo, dall’individualismo consumistico. Nessun altro ha compreso questo meglio di Del Noce.

Oggi la società è frammentata in tanti singoli individui che hanno come unico obiettivo realizzare il massimo del benessere. Una società – come ricordava anche il card. Giacomo Biffi – «sazia e disperata». Non esiste più il bene: esiste solo il benessere, ovvero l’espressione puramente istintiva dei propri umori, dei propri desideri più o meno legittimi. Il benessere ha sostituito il bene, così come l’opinione ha sostituito la verità. Viviamo sempre di più, dunque, in una società frammentata in individui che escono da sé solo per quel tanto per cui possono trarre un vantaggio immediato. Si entra in rapporto con l’altro perché, per un periodo più o meno lungo, offre uno spazio di benessere psicologico, affettivo, culturale, economico.

Quando si intraprende questa strada, non è più possibile difendere neanche la validità del matrimonio, cellula naturale della società, perché, se il problema è il benessere e non un logos, una concezione della vita, un ordine da attuare e realizzare, allora non è più possibile pensare il rapporto uomo-donna come un legame stabile. Nella misura per la quale il criterio è il benessere, ogni forma di rapporto diventa legittima, anche la più deviata rispetto alla concezione naturale della vita. Ecco perché si cerca di colpire a morte la famiglia. In questa società la famiglia non deve più esistere perché la famiglia contesta l’individualismo. Assistiamo alla crisi totale della famiglia, ovvero di quella struttura parentale fondamentale che consente l’educazione. Siamo di fronte a una società disintegrata individualisticamente, protesa alla realizzazione del massimo di benessere possibile e, quindi, sostanzialmente irresponsabile, perché l’uomo è responsabile solo se posto di fronte a un Altro. Non può essere responsabile, se rimane chiuso nella propria individualità.

Siamo di fronte a una massa di individui incapaci di assecondare le grandi dimensioni della vita che Benedetto XVI ha sintetizzato, nell’enciclica Caritas in veritate, con la parola gratuità. L’individuo di oggi non conosce la gratuità, tende a concepirsi come il padrone della realtà e la possiede quanto più realizza il grande istinto che lo sostiene e lo muove in questa nuova situazione sociale: l’istinto verso il proprio benessere.

Del Noce, prima ancora che tutto questo si realizzasse pienamente e tragicamente, come è sotto i nostri occhi, ne aveva colto profeticamente le linee di sviluppo, utilizzando, per indicarne l’essenza, l’espressione formidabile di «nichilismo gaio». Vale la pena richiamare le sue parole per coglierne fino in fondo il carattere profetico. «Il nichilismo oggi corrente è il nichilismo gaio», secondo «due sensi»: primo, perché «è senza inquietudine (cioè cerca una sequenza di godimenti superficiali nell’intento di eliminare il dramma dal cuore dell’uomo) – forse per la soppressione dell’inquietum cor meum agostiniano –»; secondo, perché «ha il suo simbolo nell’omosessualità (per il fatto che intende sempre l’amore “omosessualmente”, anche quando mantiene il rapporto uomo-donna)». Per questo «il nichilismo gaio “non vedendo” la differenza, anche sessuale, come segno dell’altro, rischia di concepire l’amore come puro prolungamento dell’io (appunto “omosessualmente”). […] Tale nichilismo è esattamente la riduzione di ogni valore a “valore di scambio” […] a ben guardare non è che l’altra faccia dello scientismo e della sua necessaria autodissoluzione da ogni traccia di valori che non siano strumentali»[7].

4. L’alternativa possibile: una Modernità diversa e la riproposizione di un cristianesimo integrale

Consentitemi un’ultima considerazione. Del Noce non è stato soltanto il critico acuto e profetico della deriva laicista e atea della Modernità, perché ha saputo cogliere e indicare con chiarezza anche i possibili percorsi alternativi.

Innanzitutto, guardando alla storia, egli ha mostrato come, sebbene minoritaria, sia tuttavia possibile individuare, nel corso della stessa Modernità, una linea di pensiero non necessariamente fondata su posizioni razionalistiche, quindi atee e anticristiane. Una linea di pensiero che risulta pertanto estranea a quel disegno laicista che conduce tragicamente ai totalitarismi del Novecento. Del Noce ci ha insegnato che, convivendo nella Modernità due anime, così diverse tra loro, sarebbe stato un grave errore archiviare la Modernità con la stessa sbrigatività con cui essa ha cercato di eliminare la tradizione.

L’evidenziare tale componente della Modernità, che non ha negato la dimensione religiosa e metafisica dell’esistenza umana, è stato di fondamentale importanza in quanto ha favorito un vero dialogo tra cattolici e laici. In particolare, ha aiutato la cultura cattolica a evitare i due rischi opposti nei quali era caduta e, per certi versi, continua a ricadervi: il rifiuto totale della Modernità o la sua accettazione acritica e incondizionata. Da un lato, la cultura cristiana, vedendosi rifiutata, rischiava di rifiutare a sua volta la Modernità, chiudendo gli occhi anche alle sue istanze positive; dall’altro lato, essa finiva per farsi promotrice di un dialogo assolutamente acritico caratterizzato da un forte complesso di inferiorità. Del Noce ha chiaramente indicato una via alternativa a queste due derive.

In secondo luogo, oltre alla sua riflessione filosofica, egli ha saputo leggere in profondità il Magistero di Giovanni Paolo II, indicandone uno dei contributi importanti proprio nel superamento della contrapposizione tra tradizionalismo e progressismo. Infatti, a quella falsa idea di “aggiornamento” del pensiero cattolico, per la quale esso «deve appropriarsi delle verità di Hegel, di Feuerbach, di Marx, di Nietzsche, di Freud», cioè «deve fare proprio quell’ateismo che smaschera gli “dei degli uomini”», fino ad arrivare a «una teologia senza Dio», Giovanni Paolo II «non ha concesso assolutamente nulla. Non perché fosse arcaico, ma perché comprendeva il tempo presente con una profondità che forse nessuno aveva raggiunto». Secondo Del Noce, Papa Wojtyla è riuscito a favorire un “aggiornamento” autentico per il quale «tradizione e progresso non sono più contrapposti in quella naturale subordinazione del secondo al primo che è propria della metafisica dell’essere»[8].

Infine, Augusto Del Noce, ha saputo riconoscere, nell’esperienza del Movimento di Comunione e Liberazione, una novità, una posizione che, allo stesso tempo, non era né tradizionalistica né modernistica, ma favoriva una concezione integrale della fede a partire da un incontro nel presente. Egli vide in questa realtà ecclesiale una forza decisiva per contrastare l’ateismo, come ebbe modo di dire: «CL ha contestato quella “repubblica delle lettere” che ha ancora il reale dominio delle menti e che ha prodotto tutta l’opera di secolarizzazione e di scristianizzazione che è avvenuta in questo secondo dopo guerra. Questo – diciamolo pure – potere dei padroni del pensiero non era stato combattuto abbastanza da altre forze di ispirazione cattolica. […] Occorreva una formazione nuova adatta a questa lotta, una sensibilità particolare capace di comunicare ai giovani, la sensibilità di CL».  Per questo ne volle divenire compagno di cammino e collaboratore di molte iniziative culturali, dimostrando, oltre al suo straordinario genio teoretico, una grande generosità e un profondo senso dell’amicizia.


  1. Augusto del Noce, Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea, Edizioni Studium, Roma 2005, pp. 173-174.
  2. Augusto Del Noce, L’età della secolarizzazione, Giuffré, Milano 1970, p. 39.
  3. Il problema dell’ateismo, Il Mulino, Bologna 1990, p. 14.
  4. Gaudium et spes, 14.
  5. Augusto Del Noce, Il problema dell’ateismo, Il Mulino, Bologna 1990, p. 24.
  6. Augusto Del Noce, Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea, Edizioni Studium, Roma 2005, p. 193.
  7. Augusto Del Noce, Lettera a Rodolfo Quadrelli, 8 gennaio 1984.
  8. Augusto Del Noce, Pensiero della Chiesa e filosofia contemporanea, Edizioni Studium, Roma 2005, p. 174.

 




Mons. Negri: La Chiesa “Si è messa in pericolo, perché nessuno può mettere in pericolo la Chiesa se non sé stessa.”

Rilancio l’intervista che mons. Luigi Negri ha concesso a Stefano Filippi de La Verità.

L’intervista è stata ripresa da Dagospia, sito che utilizzo come fonte.

Mons. Luigi Negri

Mons. Luigi Negri

Monsignor Luigi Negri è una delle voci più forti e ascoltate dell’ episcopato italiano. Allievo di don Luigi Giussani, è stato vescovo di San Marino e arcivescovo di Ferrara-Comacchio. Ha insegnato all’ università Cattolica, ha scritto numerosi libri, ha presieduto la Fondazione internazionale Giovanni Paolo II. Ora, a 79 anni, da «pensionato» è tornato nella sua Milano dove non smette di scrivere e insegnare anche attraverso il sito Luiginegri.it.

Nel recente discorso alla Curia romana papa Francesco ha ripetuto che «quella attuale non è un’ epoca di cambiamenti ma un cambiamento d’ epoca».

«Non è il solo ad aver detto questa frase».

Che ne pensa?

«Mi sembra che il problema in questo momento non sia quello di cesellare meglio le espressioni. Il problema è molto più radicale».

Cioè?

BERGOGLIO RATZINGERBERGOGLIO RATZINGER

«Sono venuti meno, più o meno improvvisamente, alcuni riferimenti di fondo su cui l’uomo fino a un certo periodo ha posto la sua fiducia, e in forza di questa fiducia ha affrontato la vita. Oggi l’uomo su che cosa poggia? Ecco la tragedia: su niente. E nessuno se ne accorge, meno che mai l’uomo stesso».

Che si dovrebbe fare?

«Bisogna che qualcuno dica all’uomo di oggi che deve recuperare il senso della sua esistenza, il “mestier duro d’esser uomo”, come diceva Cesare Pavese. Il mestiere di affrontare l’esistenza cercando di assecondare le grandi domande che porta nel cuore: il senso del vero, del bene, del bello, del giusto. Queste cose non sono finite, non c’è cambiamento d’epoca che tenga».

Che cosa intende?

«Cambiamento d’epoca non vuol dire che sono sparite le grandi domande, ma eventualmente che è cambiato l’uomo, il quale può anche non porsi più tali domande. Il problema è l’uomo, che cosa vuole, che cosa desidera».

Chi può rispondere a questi interrogativi?

«Bisogna che l’uomo si rimetta in gioco e capisca da che parte andare. Se affrontare la sfida del mistero, di ciò che non conosce se non approssimativamente ma che pure innegabilmente domina comunque la sua vita, oppure se stare quieto nelle proprie quattro cose sistemando e risistemando le quali pensa di trovare una qualche consolazione all’esistenza, come ha più volte sottolineato da par suo il grande Benedetto XVI».

BERGOGLIO RATZINGERBERGOGLIO RATZINGER

Sintetizzi.

«La questione è questa: che cosa vuole l’uomo per sé. È questa la grande rivoluzione iniziata con la venuta del Signore Gesù Cristo, che ha chiamato l’uomo di ogni tempo a prendere coscienza della sua vita per affrontare dignitosamente gli aspetti della sua esistenza».

Il Papa dice che compito della Chiesa è «lasciarsi interrogare dalle sfide». Le sembra sufficiente?

«Mi pare pochino. Le sfide non sono acqua che, come mi ricordava spesso don Giussani, piove sul marmo lasciando tutto come prima: esse sono provocazioni perché l’ uomo si rimetta in moto e vada cercando nelle vicende piccole della vita la grande questione del senso. “E io che sono?”, si chiedeva il pastore errante di Leopardi».

Lei dice: cambiano le epoche, ma non cambia la questione umana. È così?

«Ecco. L’uomo senza Dio perde la sua consistenza, non sa più chi è. Questo è quello che mi ha insegnato Benedetto XVI con una profondità e un rigore di cui gli sarò sempre grato».

La Chiesa quali sfide deve affrontare in un mondo che non riconosce più Dio?

«La Chiesa, come io stesso e come chiunque, deve affrontare la sfida della propria identità. Qual è la sfida che ci portiamo addosso per il fatto di essere vivi? Che dobbiamo sapere chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, che senso ha il vivere di ogni giorno, il lavorare, il sentire, il morire. La questione umana risorge continuamente nel variare delle circostanze, per cui fare grandi analisi sulle circostanze serve molto poco».

DON GIUSSANIDON GIUSSANI

Don Giussani rilanciò una domanda del poeta Thomas Eliot: «È la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che abbandonato la Chiesa?». Lei che risposta dà?

«Quella che umilmente ho sempre dato: entrambe. La Chiesa abbandona l’uomo nella misura in cui non vive la responsabilità di proporgli il senso ultimo della sua vita. Di contro, l’uomo può dimenticare sé stesso se insegue i problemi personali, affettivi, sociali, culturali, etici, pensando di trovare una soluzione adeguata secondo quello che il mondo suggerisce».

I cristiani devono restare fuori dal mondo?

«Mi ha colpito molto, qualche anno fa, quanto mi diceva un esegeta al termine di un convegno. Mi chiese se sapessi qual era l’ espressione che statisticamente ricorre più spesso nei testi di San Paolo».

Qual era?

«Questa: “Non conformatevi alla mentalità di questo mondo”. Paolo ha insegnato della prudenza, della carità, della castità, dei costumi, ha insegnato tutto il quadro della morale cattolica. Ma la questione fondamentale è che l’uomo dia un senso adeguato al proprio vivere».

E quali sono le responsabilità della Chiesa nell’abbandono dell’ umanità?

«Le possiamo concentrare in un punto unico: se la Chiesa vive la sua identità come presenza nel mondo del mondo nuovo di Dio, oppure se evita questa fatica e rincorre problemi importantissimi ma particolari non illuminati dalla domanda sul senso della vita umana».

Intende temi come, per esempio, i cambiamenti climatici o i flussi migratori?

«Dev’essere chiara la gerarchia. A un figlio di 3 anni, un padre non può spiegare un trattato di trigonometria, ma prende il pane e il latte e dice: mangia. Bisogna ricuperare questa fondamentale sanità».

La Chiesa è in pericolo?

«Sì. Si è messa in pericolo, perché nessuno può mettere in pericolo la Chiesa se non sé stessa. La Chiesa non è in pericolo perché ci sono problemi, sono cambiate le epoche o la assediano forze eversive: non c’è periodo della storia in cui la Chiesa non fosse presa d’assalto. Ma la Chiesa di oggi ha pensato che il problema della sua esistenza sia tentare di risolvere i problemi del mondo anziché vivere lo spettacolo sempre nuovo della sua identità».

C’è un rischio di scisma?

«In ogni momento della Chiesa è possibile uno scisma. Ritengo che ci siano spazi, nella Chiesa cattolica, in cui si vive già in una situazione di scisma, non so quanto consapevolmente».

A che cosa si riferisce?

CARDINALE CAMILLO RUINICARDINALE CAMILLO RUINI

«Io ho dovuto costringere dei preti della diocesi in cui ero vescovo a riprendere a dire durante la messa il Credo, minacciando di togliere loro la facoltà di celebrare».

La messa di precetto senza Credo non è invalida?

«Non è legittima, cioè non è detta secondo il canone».

Insomma, dilaga l’ arbitrio.

«Come no».

Tra i preti?

«Non solo, non facciamoli più cattivi di quello che sono. Dilaga l’arbitrio perché l’ unica cosa che l’ uomo ha a disposizione in questo momento è di fare quello che gli pare e piace».

papa francesco e papa benedetto XVIpapa francesco e papa benedetto XVI

Non si parla più di valori non negoziabili. È un passo avanti o indietro?

«Non è un caso che i valori non negoziabili di cui ha parlato Benedetto XVI siano scomparsi con lui. Forse la sua estromissione dipende anche dal fatto che tali valori fossero proposti in termini tassativi».

C’è bisogno di un nuovo Ruini?

«Abbiamo bisogno di ecclesiastici che siano uomini di fede. Ruini ha dato questa grande testimonianza: ha camminato nel mondo con la sola preoccupazione che la fede del popolo italiano non si esaurisse perché altrimenti si sarebbe esaurita la civiltà e la cultura italiana. Ruini, Biffi e altri come loro sono stati grandi uomini che hanno segnato il punto».

Cioè?

«Che la Chiesa non può mai rinunciare a mettere al primo posto la fede. Anche se ci fossero 850 milioni di migranti, la Chiesa non potrà mai dire che allora il suo problema sono i migranti, ma che il suo problema è la fede e da ciò tirare fuori la soluzione ai problemi, compreso quello dei migranti. Essere costretti a ripetere queste cose dice l’abbandono di quella che il povero e grande San Tommaso chiamava la grandezza del pensare cristiano. Il pensare cristiano è grande non perché pensa Dio, ma perché imposta il problema della totalità dell’esistenza dell’ uomo».

Lei è stato pensionato in modo repentino.

«Sono stato pensionato velocemente, ma verso il Papa attuale, del quale pure non condivido tutto, nutro rispetto e gratitudine: è un uomo libero che lascia libera la sua gente. Non ho ricevuto mai, né per iscritto, né a voce, né surrettiziamente, una sottolineatura negativa a quello che ero e che facevo. Di uomini che lasciano liberi gli altri io sono lieto, perché Dio si comporta così».

Come svolge oggi il suo ministero?

«È un impegno abbastanza intenso. Mi chiamano spesso a parlare della famiglia, gravemente in crisi e abbandonata dalla considerazione normale della Chiesa, dove si parla di tutto fuorché di questo: famiglia, matrimonio, educazione. Tengo delle catechesi in cui cerco di evocare un cammino di comprensione ed espressione della fede. Il cristiano di oggi rischia di avere un grande tesoro, che è la sua fede, ma siccome non l’ hanno educato a capirne tutta la potenza, essa rimane nel sottofondo. La fede giace in una sorta di semi abbandono che rimane la grande occasione perduta per la maggior parte dei cristiani».




Mons. Negri: “Noi come i primi cristiani, non abbiamo il problema di convincere nessuno. Abbiamo il problema di essere solo quello che Dio ci ha reso”.

Mons. Luigi Negri, arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio, il 7 Novembre, a Cagliari, ha partecipato al convegno dal titolo: “Ripensare l’Europa tra Civiltà e Pensiero Dominante, Quali Sfide per L’Uomo di Oggi”. Ha tenuto il suo intervento dopo la mia relazione. E’ una profonda testimonianza di un uomo di grande fede. Per questo, ritengo opportuno proporla ai lettori di questo blog. 

Avv. Gianfranco Amato

 

Mons. Luigi Negri

Mons. Luigi Negri

 

di Luigi Negri

 

La grandezza della testimonianza che ci è stata data ci esime dal fare discorsi.

Ci sono momenti, come questo, in cui non si devono fare discorsi. Si deve semplicemente accogliere una presenza che corrisponde al senso profondo della nostra vita.

Può trattarsi di una presenza qualsiasi nel grande concerto dell’esistenza in cui l’uomo vive. Può trattarsi della presenza di una persona che non ha particolare rilievo, ma che quando parla mette a nudo la mia umanità.

Questa è l’autorevolezza di Dio. Chiunque parlando, dando testimonianza della sua vita, mette me in condizione di ritrovare la ragione ultima del mio vivere, del mio esistere, mi pone nella condizione di capire che la vita non è riconducibile a nessun calcolo, a nessun tipo di calcolo: intellettuale, positivo, biologico, affettivo, sessuale, politico, sociale. La vita non è una serie di calcoli, per cui funziona se il calcolo va bene, e non ha più valore se il calcolo va male.

Questa testimonianza afferma una grande verità, che la ragione umana, ancor prima della Chiesa, ha intuito e vissuto, ossia che, come diceva il grande Pascal, l’uomo supera infinitamente l’uomo. L’uomo è infinito nelle dimensioni che costituiscono il suo cuore. L’uomo va verso l’infinito. Non ci potrà essere nessuna meta umana, nessun obiettivo umano, nessun ideale umano capace di corrispondere veramente alla sua esistenza. Illusione e delusione si alternano in una vita non illuminata da Dio. Una vita senza Dio è meschina, triste. Perché è una vita che non ha senso e rotola insensibilmente, quasi senza consapevolezza, da un’origine strana e inconcepibile ad una fine obbiettivamente negativa.

Spetta a chi percepisce la forza della sua umanità, a chi si sente chiamato a percorrere la strada che va verso l’Assoluto, accompagnarsi ad altri amici, perché così la ricerca è meno faticosa, è meno solitaria, è meno rischiosa. Questo vale soprattutto per coloro che hanno incontrato il Mistero che si è fatto carne e storia, che si è fatto presenza, che si è fatto presenza reale e storica dell’uomo Gesù Cristo. Occorre che i cristiani percepiscano la loro responsabilità non soltanto verso se stessi ma verso tutto il mondo.

Noi aspettiamo più che mai che la Chiesa diventi un fatto di vita, per pochi o per tanti non importa. Che diventi un fatto di vita per alcuni e che questi alcuni sappiano testimoniarlo ad altri, i quali, investiti da questa testimonianza, credano e affidino la loro stessa certezza ad altri. Questo genera un movimento di fede che va da cuore a cuore, come diceva il Santo Cardinale Newman. Che va da cuore a cuore e, come ha detto il Concilio, si diffonde con urgenza.

Se abbiamo davvero incontrato il Mistero della verità della nostra vita nell’esperienza di Cristo e della Chiesa, allora dobbiamo saper essere testimoni veri di tale incontro difronte a tutto il mondo, senza alcuna riduzione, senza alcuna discriminazione, perché il nostro compito è portare a tutti quella verità, quella libertà e quella bellezza che l’uomo desidera ma non può darsi con le sue mani. Noi la diamo a tutti gli uomini non perché l’abbiamo costruita con le nostre mani, ma perché le nostre mani povere come quelle di tutti gli altri sono state colmate di una certezza e di una verità che ha travolto la nostra vita, e l’ha messa al servizio di tutti i nostri fratelli uomini, fino agli estremi confini del mondo.

Noi come i primi cristiani, non abbiamo il problema di convincere nessuno. Abbiamo il problema di essere, solo di essere quello che siamo, quello che Dio ci ha reso. E Lui ci ha reso quello che siamo stati capaci di essere, perché abbiamo risposto come abbiamo potuto, e Dio che è Padre non ragiona come tante volte fanno i padri normali quando iniziano a fare i conti. Un Padre non calcola la vita di un figlio. Un Padre non fa i conti alla vita del figlio. Un Padre accompagna il figlio nella grande avventura della vita e quando lo ha portato all’inizio di questa avventura, la sua grandezza non sta nel lasciarlo solo, ma nello staccarsi in maniera quasi impercettibile, segnando una distanza che non verrà mai più colmata nella vita, perché lo stesso figlio, in forza di tutto quello che ha ricevuto, deve misurarsi lui con la vita. Questa è la tradizione in cui siamo nati.

Non so se vi siate accorti, ma quella che è stata scritta oggi fra di noi è un’immagine di nuova bellezza. È davvero un bene che la vita con tutta la sua fatica possa essere vissuta ed offerta.

È una bellezza che non vuole superare la grande bellezza delle magnifiche costruzioni romaniche o gotiche, che non si mette in competizione con niente, ma è una bellezza che nasce dalla certezza che si sta creando un mondo nuovo e bello, faticoso ma nuovo e bello, come diceva Papa Benedetto. Una vita è bella perché è faticosa ed è faticosa perché è bella.

E questa bellezza nuova non esorcizza la fatica, non elimina il dolore, non elide la contraddizione, perché si fa carico di tutto, con la certezza che ogni creatura di Dio è buona, come diceva Sant’Agostino nella Città di Dio (XI, 22), ogni vita è buona perché nasce da Dio ed entra nella storia per affermare la sua appartenenza a Dio, vivendo in modo nuovo la vita, mangiando e bevendo, vegliando e dormendo, vivendo e morendo non per se stessi, non secondo le misure della propria intelligenza umana ma secondo Colui che è morto ed è risorto per noi.

 

+Luigi Negri

       (Vescovo emerito di Ferrara-Comacchio)

 

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Quaresima, Mons. Negri: “…bisogna spalancare la vita al mistero di Cristo”

Nella Quaresima la Chiesa tira l’unica conseguenza etica della fede: che bisogna spalancare la vita al mistero di Cristo; bisogna che la vita non abbia altro fondamento del suo essere, del suo esistere, del suo muoversi se non la presenza di Cristo.

Mons.Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

Mons.Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

di Luigi Negri

 

Nella vita della Chiesa e nel cammino del cristiano quale è il senso della Quaresima? La Quaresima vive ogni giorno in profondità la certezza del Natale, cioè la certezza della Incarnazione del Signore, della sua permanenza nella storia, nel mistero della Chiesa e attraverso il mistero della Chiesa.

Nella Quaresima con tanto realismo e con tanta intelligenza umana la Chiesa tira l’unica conseguenza etica della fede: che bisogna spalancare la vita al mistero di Cristo; bisogna che la vita non abbia altro fondamento del suo essere, del suo esistere, del suo muoversi se non la presenza di Cristo.

«La vita cristiana è vivere guardando un altro», ci ricordava tanti anni fa monsignor Luigi Giussani. La vita del cristiano è la vita vissuta non guardando se stesso, non analizzando i propri interessi, le proprie dimensioni umane, non i propri progetti per quanto nobilissimi. La vita cristiana non è dell’uomo e per l’uomo, la vita cristiana è una vita che si accoglie come dono prezioso della presenza di Cristo che investe il nostro cuore, e – come ricordava spesso George Bernanos – occupa tutto il terreno del nostro cuore. Così che l’ethos cristiano è desiderare e pregare perché neanche un briciolo della nostra umanità, del nostro cuore non sia occupato dal Signore.

La Quaresima dà spazio al Signore che occupa la mia vita, chiede al Signore di occuparla sempre di più e questo detta la grande parola quaresimale: la mortificazione.

Non il desiderio di fare chissà che cosa per Dio, ma il desiderio che la vita non appartenga più a noi stessi, sia mortificata nella sua radice: noi dobbiamo riceverla ogni giorno da Lui come dono della sua grazia e sollecitazione della nostra libertà.

È dunque la Quaresima il momento della virtù. Della virtù cristiana per eccellenza che prosegue o in cui si esprime la mortificazione: l’obbedienza.
La vita nasce da Cristo, la riceviamo e noi la facciamo diventare nostra e la maturiamo soltanto se in ogni circostanza della vita noi obbediamo al Padre, cioè non affermiamo mai noi stessi, ma Lui che è venuto, è morto ed è risorto per noi.

È una parola grande la parola mortificazione, è una parola grande perché consegna la vita del cristiano a Colui che ce l’ha donata e che si aspetta che noi l’accettiamo, che Gli chiediamo di farci compagnia perché la vita si svolga secondo le grandi prospettive della fede.

Questa è la virtù cristiana per eccellenza. Questa è la virtù che nasce dalla mortificazione: l’obbedienza. Che la vita sia obbedire alla presenza e alla volontà di un altro. E questa presenza e questa volontà che esprimono la nostra grande libertà, la nostra responsabilità ha il volto dell’amore. Iacopone da Todi chiedeva al Signore la grazia e insieme la chiedeva per tutto il popolo cristiano: che potesse amare il Signore sopra ogni cosa. E aggiungeva: “E mai finissi”.

Questo dobbiamo desiderare in questa Quaresima. Che sia una mortificazione, cioè una consegna della nostra vita al Padre attraverso l’obbedienza, quella obbedienza che ci fa assumere la volontà di Dio come nostra secondo l’indimenticabile e insuperabile suggerimento di una giovanissima donna cristiana del medioevo, Piccarda Donati: «Nella sua voluntade è nostra pace».

*Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana




Mons. Negri: “Credo che il momento che viviamo ci interpella tutti, non interpella uno solo, perché in qualche modo implicato”

“Ci pensino, soprattutto i cattolici così così tentati di essere oggi corrivi, disponibili a qualsiasi alleanza, a qualsiasi sudditanza, per salvare degli spazi di libertà che assomigliano agli spazi di libertà di cui fruivano gli indigeni nelle riserve americane del secolo scorso. Credo che il momento che viviamo ci interpella tutti, non interpella uno solo, perché in qualche modo implicato.”

  (mons. Luigi Negri)

Foto: mons. Luigi Negri

Foto: mons. Luigi Negri

 

di Luigi Negri*

 

Le vicende di alcuni uomini politici cattolici che hanno interessato e interessano attualmente i mass media pongono una questione che mi sembra andare effettivamente al di là dei singoli fatti legittimamente o no contestati.

Quello che mi sembra in questione è un tentativo, che sta arrivando alle estreme conseguenze, dell’eliminazione di una presenza di un cristianesimo vivo, attivo, che ha saputo creare negli ultimi decenni una presenza vigorosa caratterizzata dalla varietà delle esperienze culturali, sociali e politiche che hanno segnato in maniera fondamentale la vita del nostro paese.

È in atto un tentativo di eliminazione di questa presenza cattolica. La presenza è al di là delle singole grandezze e limiti di coloro che l’hanno vissuta e ha segnato in maniera positiva la nostra società italiana costituendo in essa un fattore di presenza e capacità di intervento culturale e sociale che ha reso alcuni degli ambiti in cui questi uomini hanno lavorato esemplari non solo per l’Italia ma per il mondo intero.

Questa mentalità dominante sostanzialmente nichilista e anticattolica crede oggi di vincere la sua ultima battaglia contro questo cattolicesimo. Per questo cattolicesimo non c’è più posto, in questo clima dominato da un conformismo, da un atteggiamento di dimissione nei confronti della vita, della libertà, della responsabilità. Oggi quello che domina è un individualismo nichilista e consumista che ormai è il vero pensiero dominante.

Questi uomini che vengono giustiziati oggi sbrigativamente innanzitutto dall’opinione pubblica e dalla mentalità massmediatica, questi uomini sono stati espressione di questo cristianesimo vivo, attivo, intraprendente. Questo cristianesimo vivo, attivo e intraprendente è stato il frutto nella vita della nostra società dell’incontro con il grande carisma consegnato al cuore, alla vita di monsignor Luigi Giussani e da lui è stato tramandato come padre a decine, a centinaia di personalità. È questo che non va più bene, è questo che non ha più cittadinanza in questa società. Le vicende dei singoli sono soltanto l’espressione di questa volontà di eliminazione della Chiesa come una anomalia.

Quello che qualche sociologo, qualche decina d’anni fa, chiamava l’anomalia italiana, perché nel clima di riduzione qualunquistica dell’Europa e del mondo l’Italia rappresentava un’anomalia, proprio perché non ha reciso il cordone tra la fede la cultura e le opere. Di questo bisogna essere coscienti oggi: quello cioè che è in questione non sono le singole personalità e neanche le loro vicende più o meno legittimamente giustificate, ma quello che è in questione è questa insofferenza del mondo e della mentalità anticattolica dominante nei confronti della presenza cattolica.

Ci pensino, soprattutto i cattolici così così tentati di essere oggi corrivi, disponibili a qualsiasi alleanza, a qualsiasi sudditanza, per salvare degli spazi di libertà che assomigliano agli spazi di libertà di cui fruivano gli indigeni nelle riserve americane del secolo scorso. Credo che il momento che viviamo ci interpella tutti, non interpella uno solo, perché in qualche modo implicato. Ci interpella tutti perché ci chiede che posizione assumiamo di fronte alla nostra coscienza, di fronte a Dio e alla Chiesa e alla storia, come dice l’attuale Papa: affrontiamo seriamente le nostre responsabilità o ci voltiamo a guardare dall’altra parte? Quel che è accaduto oggi non è più possibile.

Oggi o si sta coraggiosamente di fronte alla realtà o ci si eclissa in un nulla che ci travolge già da vivi e certamente seguirà la nostra scomparsa dopo la nostra morte.

 

* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

 

Fonte: CulturaCattolica.it




Mons. Negri: “Senza questa Presenza, tutto il resto non è soltanto secondario ma rischia di essere inutile”

Mons.Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

Mons.Luigi Negri, Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

 

di Luigi Negri*

 

La situazione attuale della Cristianità – preferisco usare la parola Cristianità rispetto a quella più oggettiva e istituzionale di Chiesa – solleva qualche preoccupazione. Sembra infatti che questa Cristianità si muova nel mondo cercando di accettare tutte le provocazioni che il contesto culturale, politico e sociale presenta, tentando di affrontare e risolvere questi problemi uno dopo l’altro. Come se questo fosse il compito precipuo e fondamentale della Chiesa.

In questo modo il grande interlocutore, o “il grande protagonista” come amava dire l’indimenticato cardinale Giacomo Biffi, non solo rimane sullo sfondo ma rischia di essere dimenticato.

Si tirano tutte le conseguenze come se Cristo fosse presente, ma appunto rischia di essere un “come se”. Perché il Signore Gesù Cristo non può essere la premessa per le nostre attività o per quelle che Benedetto XVI chiamava “le conseguenze spirituali ed etiche della fede”. La fede è la Sua presenza da riconoscere, da seguire e da amare nel mistero della Chiesa. Perciò la Chiesa si deve sempre di nuovo presentare ai suoi figli – e aldilà di essi – a tutto il mondo, come il luogo dove l’incontro con Cristo è oggettivo, il luogo nel quale la conversione a Lui è resa possibile e dove inizia quel cammino verso l’esperienza di vita nuova che costituirà la prova che il Signore mantiene tutte le sue promesse.

Penso che occorra che ogni tanto qualche voce nella Cristianità richiami questi valori o questa Presenza. Senza questa Presenza, senza la coscienza di questa Presenza, tutto il resto non è soltanto secondario ma rischia di essere inutile.

* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

 

Fonte: LNBQ




NEGRI, SINODO GIOVANI: “GUAI A NOI SE LI AIUTIAMO AD ACCONTENTARSI DI POCO”

Dei documenti preparatori del prossimo Sinodo dei Giovani, che si svolgerà dal 3 al 28 ottobre, abbiamo già parlato in varie altre circostanze (qui, qui, qui e qui). Oggi su LNBQ è comparso un articolo di mons. Luigi Negri il cui contenuto è in linea con gli articoli già apparsi su questo blog. Lo riprendiamo integralmente.

Foto: mons. Luigi Negri

Foto: mons. Luigi Negri

Il prossimo Sinodo dei giovani è certamente una grande possibilità nel dialogo fra il Papa e i giovani, e cade in un momento che per i nostri giovani è di grande importanza..

Non c’è dubbio che i giovani siano stati abbandonati a se stessi da generazioni di adulti che non sono stati in grado di rispondere alle loro domandi sostanziali, relative al senso della vita. E sono stati dirottati – più o meno sbrigativamente, più o meno esplicitamente – su iniziative di secondo piano che sono state sottolineate come importanti e decisive. Basti pensare a tutti gli -ismi del XX secolo: il nazionalismo, il comunismo, il socialismo, e così via. Ma, poi più mediocremente sono stati dirottati sul culto del benessere, del potere economico, della soddisfazione psico-affettiva. Grandi possibilità, ma incapacità ad educare; perché queste possibilità che sono contenute nel cuore di ogni giovane come possibilità positive, esigono un’azione educativa seria, tenace, costruttiva, paziente.

Gli adulti delle generazioni che ci hanno preceduti, e anche quella attuale, non sono state capaci di questa fatica, probabilmente perché il confronto con i giovani ha messo sempre in evidenza la debolezza culturale e morale delle generazioni adulte.

Oggi la situazione appare contornata da fattori che esigono una considerazione profonda e in qualche modo definitiva. I giovani risentono della enorme precarietà dell’esistenza, che poi la si riduce a precarietà del lavoro e altro. In realtà è la precarietà sulla consistenza stessa della vita, sul senso profondo dell’esistenza. Quando li si lascia esprimere, essi arrivano immediatamente a questo punto: lì si avverte che attendono se apri in loro una domanda.   

È stata l’esperienza di decenni di insegnamento in Università e poi dei moltissimi incontri con i giovani durante l’esperienza del mio episcopato. I giovani si aprono e attendono. Guai a noi se li dirottiamo un’altra volta su interessi banali, su iniziative banali. Guai a noi se anziché lanciarli nella grande avventura del senso ultimo della vita li aiutiamo ad accontentarsi di poco.

Scorrendo questi famosi documenti di preparazione delle varie iniziative ecclesiali a tutti i livelli, ho sempre la sensazione che ripetano un cliché; ho la sensazione che rischino di essere scritti non dai giovani e neanche per i giovani, ma che sia la riproposizione politicamente corretta ai giovani dei soliti schemi. Così si fa una grande questione della difficoltà affettiva, della lontananza dalla morale cattolica e di tutte le altre cose che vengono rigorosamente e puntualmente annotate in questi documenti.

Io non credo che i giovani partano da qui, e non credo che la loro attesa sia su questo. Credo che sia necessario riaprire la grande alleanza fra le generazioni, e l’alleanza si apre solo se ogni generazione si assume la sua autentica e definitiva responsabilità: gli adulti di offrire proposte convincenti sull’arco totale della vita, non su un particolare o su un altro; i giovani, se vengono sollecitati da una adeguata azione educativa, di prendere a loro volta la loro responsabilità di fronte a se stessi, di fronte a Dio e di fronte alla società.

Quello che mi sembra inaccettabile è questa situazione di scontatezza per cui questi documenti sembrano scritti in anticipo; sembrano scritti per ogni argomento dei Sinodi; sembrano il riproporsi di una immagine di giovani, demotivati di tutto e per tutto, verso i quali ci si deve sforzare perché – attraverso una azione che faccio fatica a chiamare educativa – riscoprano il valore della morale sessuale cattolica, il valore della famiglia, del lavoro, dei figli e così via. Faccio fatica a pensare che i giovani abbiano delle esigenze particolari e così frastagliate. Soprattutto faccio fatica a pensare che i giovani aspettino come soluzione della vita di poter avere il massimo della soddisfazione a tutti i livelli. Il benessere non è l’ideale dei giovani, il benessere è un ideale da vecchi, imposto – qualche volta forzosamente – ai giovani.

Ecco perché io credo che il Sinodo potrebbe essere una grande occasione se fosse autentico, cioè se consentisse a tutte le varie categorie che vi partecipano di giocarsi lì realmente, per le domande che li animano e le prospettive che sentono, per le difficoltà che li affliggono, per le possibilità positive di cui fanno esperienza. Un dialogo reale e sincero.

Ciò che ammazza la giovinezza è sempre stato il formalismo dei vecchi.

di Luigi Negri*

* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio

 

Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana

 




MONS. NEGRI: LA VITA NON È “UN SENTIERO POLVEROSO VERSO IL NULLA”

Foto: mons. Luigi Negri

Foto: mons. Luigi Negri

Nella nostra tradizione occidentale – e non soltanto cattolica – la Vita è sempre stata considerata un dono gratuito di Dio cui l’uomo era chiamato a rispondere con la totalità della propria vita, dell’intelligenza e dell’affezione. La Vita, pertanto, era indisponibile a qualsiasi istanza od istituzione di potere ma, in quanto espressione della grazia misericordiosa di Dio, fondamento e sollecitazione per un’autentica responsabilità. “L’uomo supera infinitamente l’uomo” perché le sue radici sono nel mistero stesso di Dio ed è questa Presenza, misteriosa e reale e che circonda l’uomo, a rendere la Vita intensamente e suggestivamente drammatica. La Vita umana, come espressione della libertà e dell’intelligenza dell’uomo, acquista il valore di un’opera d’arte: l’opera d’arte che il singolo uomo tende ad inserire nell’unica e grande opera d’arte che è la vita di Dio. La gloria di Dio è l’uomo che vive nel mondo.

Questo dato fondamentale della nostra tradizione occidentale ha dato alla cultura e alla civiltà un movimento di libertà e di responsabilità. Poi, improvvisamente ed in qualche modo traumaticamente, a questa antropologia del dono e della responsabilità si è sostituita l’antropologia del potere umano, che considera tutta la realtà oggetto della propria manipolazione scientifica e della propria trasformazione tecnologica. La vita è diventata dunque un dato biofisiologico e/o socioeconomico che si esprime secondo una dinamica fondamentalmente meccanicistica. Divenendo oggetto manipolabile, sulla quale si appuntano le intenzioni e i desideri dell’uomo, la Vita viene sottoposta alla manipolazione umana nelle varie fasi dell’esistenza: quella perinatale, prima ancora che quella storica, e in quelle fasi in cui più decisamente appare il limite della vita umana, fisico o morale.

Una cattiva magistratura e una politica debole hanno poi consentito alla perversa mentalità diabolica di rendere la Vita umana sostanzialmente mediocre: un progetto senza profondità e senza altezza riducendoli il più delle volte a una sopravvivenza in cui l’uomo, anziché esercitare il suo potere sulla realtà, è divenuto oggetto di poteri oscuri e pervasivi. La Marcia per la Vita ripropone in maniera pubblica il grande annunzio della fede cattolica: in Cristo e per Cristo la Vita umana non è inutile, ma colma di Verità, di Bellezza e di Bene; non secondo l’espressione profonda di Robert Spaeman “sentiero polveroso verso il nulla”, ma secondo l’ampiezza del pensiero tomista che vede Dio come IL Vero, IL Buono, IL Bello. Il popolo della Vita proclama la redenzione della vita umana, in ogni tappa del suo manifestarsi nella storia.

Il Santo Padre emerito, Benedetto XVI, nel suo indimenticabile ed indimenticato Magistero, disse: “L’uomo che fa apostasia da Gesù Cristo finisce poi per fare apostasia da se stesso”. Per questo, camminare per le vie della città di Roma, come di altre tantissime città italiane e del mondo, è un grande gesto di fiducia nella Provvidenza: vissuta come dono e come responsabilità la Vita umana raggiunge il massimo della sua intensità, del suo fascino, della sua drammaticità.

Gabriel Marcel ripeteva: “Ama chi dice all’altro: tu puoi non morire”. La Marcia della Vita è, pertanto, un gesto corale di amore reso agli uomini che vivono in questa società.

di Mons. Luigi Negri

Arcivescovo Emerito di Ferrara-Comacchio

(“Il Tempo” 20 maggio 2017)

Fonte: Corrispondenza Romana




ALFIE, LA TESTIMONIANZA DI MONS. LUIGI NEGRI

vedi anche “C’è una giustizia terrena ….e una giustizia eterna” (qui)

vedi anche “Omaggio a Alfie Evans” (qui)




NEGRI, ALFIE: SCONTRO TRA DUE ANTROPOLOGIE, PREGARE LA MADONNA

Ampi stralci da un editoriale di mons. Luigi Negri su La Nuova Bussola Quotidiana di oggi.

Foto: mons. Luigi Negri

Foto: mons. Luigi Negri

Il nostro pensiero va con profondo affetto ad Alfie, per la straordinaria battaglia che sta compiendo per mantenere intatta la propria vita. (…)

Questa grande battaglia il popolo ha saputo farla. Quali che siano i risultati, perché la crudeltà e l’irrazionalità non possono essere vinte neanche dalle manifestazioni. Qualunque sia la conclusione, si tratta di una grande vicenda di popolo quella che si è compiuta sotto i nostri occhi e alla quale tutti abbiamo potuto partecipare con maggiore o minore determinazione.

Ma questa grande esperienza di popolo individua anche gli orrendi colpevoli di questa vicenda. Questa eugenetica che sostanzialmente non ha nulla da invidiare all’eugenetica nazista (…).

È stata stabilita la morte di un bambino, assolutamente normale nelle sue reazioni che, a tantissime ore dalla sospensione della ventilazione vive, respira, reagisce con le proprie forze.
Coloro che intendono sacrificare la vita di Alfie alla loro concezione malata di eugenetica si assumono una responsabilità tremenda.(…)

Ormai la questione è aperta, la questione che San Giovanni Paolo II vide ed insegnò con grande chiarezza. Si confrontano due antropologie nel mondo. Da una parte una assolutamente strapotente: l’antropologia dell’uomo padrone di se stesso e che cerca di esercitare il suo dominio sulla realtà. Dall’altra l’antropologia di un uomo aperto al mistero, che cerca nel cammino verso il Mistero di realizzare pienamente la propria umanità. Cultura della vita, cultura della morte. Certamente la cultura della vita è gravemente minoritaria in questo momento in quasi tutto il mondo. Ma occorre che chi se ne sente responsabile protagonista continui il suo cammino, la sua battaglia.

Il problema della vita e della morte non è un problema statistico, il problema della vita e della morte è un confronto di antropologie; occorre dare tutta la forza e la consistenza all’antropologia della verità perché possa trionfare contro il male, che sembra invincibile ma che certamente non lo è.

Il piccolo Alfie raccoglie oggi tutta la grandezza ideale dei nostri popoli e giudica tutta la meschinità e la depravazione di tante, troppe istituzioni o troppe strutture scientifiche. E qui un pensiero va anche al triste spettacolo della Chiesa inglese a cui non avremmo mai pensato di assistere: silenzio e sostegno aperto al comportamento dei medici dell’Alder Hey Hospital. Non posso non vedere questo come un grave tradimento contro la verità e la libertà del popolo.

Credo che la battaglia sia all’inizio e che occorra pregare la Madonna perché aiuti coloro che difendono l’intangibilità della vita e il suo destino di bene a non ritirarsi.

* Arcivescovo emerito di Ferrara-Comacchio




NEGRI: “CRISTO NON PUÒ DIVENTARE UN BANALE SPUNTO ETICO”

Foto: mons. Luigi Negri

Foto: mons. Luigi Negri



Il cristianesimo è un logos, un evento che investe la razionalità e le dà una forma definitiva. La fede è un ontologia che si esprime nella storia, che precede l’etica.

Così, la realtà del popolo di Dio, sempre più bistrattata perfino dentro quelle che dovrebbero essere le sue mura e i suoi baluardi, non nasce dalla carne e dal sangue, ma per virtù dello spirito Santo.

Come riconosceremo la bontà delle nostre azioni? Dalla fede e dalle opere, dice il Vangelo, ed è bene chiarire che così come la fede non vive senza le opere, queste non sono, né potranno mai essere, il contenuto della fede.

Alla luce di questa inequivocabile relazione, con dolore e con sgomento, va segnalato come nel corpo vivo della Chiesa stia avvenendo qualcosa di assai grave nel momento in cui si spaccia la cosiddetta “apertura al mondo” come segno di fede e si confonde l’azione della Chiesa come supporto al programma economico e politico di agenzie al servizio di questo o di quel potere.

(…)

L’ossessivo invito che giunge a tanti buoni cristiani di trasformare la fede in un’azione caritativa diventa un’interpretazione presuntuosamente esaustiva della fede e rappresenta l’effetto, logico e nefasto, dello spostamento dall’ontologia all’etica.

Il cristianesimo, non bisogna stancarsi di ricordarlo, non nasce per aiutare i poveri: se fosse così non sapremmo giustificare le parole di Nostro Signore sul fatto che “avrete sempre i poveri con voi“, perché la nostra presenza nel mondo è data esclusivamente per annunciare la verità dando alle opere un giusto peso e all’annuncio della salvezza operata da Gesù Cristo l’assoluta priorità.

Questa convinzione deve essere fondamento per ogni piano pastorale che voglia formare dei cristiani autentici. Il travisamento di questi piani dà luogo ad un’insana compromissione della pastorale.

Cristo, insomma, non può diventare un banale spunto etico e la nostra vita spirituale deve essere fondata su Gesù inteso come elemento centrale della vita, da riconoscere e da imitare. (…)

Una Chiesa caratterizzata da opzioni socio-politiche non sarebbe neppure Chiesa. Non c’è niente che possa esaurire la natura della Chiesa se non il mistero di Cristo, da cui poi derivano tutte le conseguenze possibili, dare la vita per i propri amici, offrire un bicchiere d’acqua a chi ha sete, sfamare gli affamati eccetera. Il Vangelo dice che sono gesti che certamente procurano il paradiso, ma non può essere che l’evangelizzazione sia limitata all’aiuto ai poveri.

Mons. Luigi Negri
(da “La sfida”, Lindau, 2018, pag19-21)