Legge ingiusta e male minore

Rilancio a beneficio dei lettori di questo blog una interessantissima intervista fatta dal prof. Stefano Fontana a Tommaso Scandroglio sul suo ultimo libro intitolato “Legge ingiusta e male minore”. L’intervista è apparsa sull’Osservatorio Van Thuan.

 

Legge Ingiusta e Male Minore libro di Scandroglio

 

GPII avrebbe voluto esplicitare meglio il n. 73 della “Evangelium vitae”

Intervista a Tommaso Scandroglio sulla lotta alle leggi ingiuste

di Stefano Fontana

 

Ringrazio Tommaso Scandroglio di questa ampia e importante intervista su un tema di cui è esperto di livello mondiale: la lotta alle leggi ingiuste. L’ho raggiunto con alcune domande a seguito della recentissima uscita del suo libro “Legge ingiusta e male minore” (Phronesis Editore 2020 acquistabile qui ). Il nostro colloquio, come il lettore potrà vedere, tocca molti temi scottanti circa la posizione dei cattolici e della Chiesa su un tema vivo ed attuale di teologia morale e di impegno politico. Ricordo che ho fatto riferimento a due punti importanti del libro di Scandroglio in due brevi articoli pubblicati nel mio blog su La Nuova Bussola Quotidiana (vedi QUI  e  QUI ).

Ricordo infine che il nostro Osservatorio si interessa da tempo al tema della lotta alle leggi ingiuste, a cui abbiamo dedicato il Quinto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo (2013) dal titolo “La crisi giuridica ovvero l’ingiustizia legale” e il fascicolo 3 (2015) del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” dal titolo “La lotta contro le leggi ingiuste su vita e famiglia”. Per ambedue rimando al nostro sito

 

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Professor Scandroglio, il primo capitolo del suo libro è dedicato a precisare con san Tommaso d’Aquino il concetto di legge naturale e i suoi rapporti con l’azione morale. Però l’impostazione metafisica del realismo tomista oggi è considerata superata sia da parte delle principali correnti di filosofia giuridica sia da parte della teologia morale cattolica. Questo rende il suo libro “inattuale”?

La verità può essere anche inattuale, ma rimane verità. Se, ad esempio, battersi contro l’aborto può apparire oggi anacronistico, ciò non toglie che l’aborto rimanga un assassinio. Ampliando il discorso, l’unica impostazione corretta, perché vera, della morale è quella di impronta metafisica, propria del personalismo ontologicamente fondato, perché la persona è costituita da un principio materiale (il suo corpo) ed uno meta-fisico (la sua anima). Dunque prima del giudizio morale occorre domandarsi chi è l’uomo, ossia come è “fatto” per scoprirne le sue reali esigenze. Dato che possiamo provare con l’uso della ragione che la persona è sinolo di materia e forma, ossia unione strettissima di un principio corporeo e di uno spirituale, va da sé che le azioni buone saranno quelle conformi alle esigenze materiali e soprattutto spirituali dell’uomo. Oggi si rigetta la metafisica anche in morale perché si considera la persona solo nel suo profilo fisico, si intende l’uomo come un centro di esigenze unicamente materiali. Lo sguardo sull’uomo – quindi il piano gnoseologico – condiziona l’etica. Pensare ad un uomo senza anima conduce ad una morale immanente, utilitarista e proporzionalista, mandando in soffitta la metafisica.

Il suo testo riguarda sia il diritto che la morale. La teologia morale cattolica oggi dà molta importanza alle “circostanze”. L’esortazione apostolica Amoris Laetitia sembra trasformarle addirittura in “eccezioni” alla norma. Le circostanze, intese come la storia e la situazione particolare di una persona o di una coppia, possono mutare la forma morale dell’azione e il discernimento personale può concludere che quelle circostanze sono addirittura  luogo di grazia. Può spiegarci, in breve, la corretta interpretazione del ruolo delle circostanze nell’azione morale? Sono solo accidentali o possono cambiare, in bene o in male, l’azione morale?

La qualificazione morale di un atto si deduce dal fine prossimo ricercato che informa l’azione materiale. Incidere con una lama tagliente la pelle di una persona è azione buona o azione malvagia? Dipende dal fine prossimo ricercato dall’agente: incidere per curare è azione (in genere) buona, incidere perché si vuole uccidere una persona innocente è azione malvagia. Ma attenzione al seguente aspetto: ogni nostro fine è calato in una circostanza concreta. Insegna Tommaso D’Aquino che vi sono circostanze essenziali ed altre accidentali in ordine al fine, ossia circostanze che incidono sulla essenza, sul fine dell’atto mutandone la coloritura morale ed altre invece ininfluenti. Ad esempio la circostanza di voler uccidere un ingiusto aggressore o una persona innocente fa cambiare il fine dell’atto, ossia la sua natura. Nel primo caso avremo come fine dell’atto, come oggetto dell’azione, “difesa”, nel secondo caso “assassinio”: la specie morale della prima azione sarà buona, la seconda malvagia. La circostanza invece che vedeva l’ingiusto aggressore o la persona innocente vestiti di rosso, non cambia – in ipotesi – la natura dell’atto, ossia l’atto rimane “difesa” e “assassinio”. Oggi si assiste sempre più al tentativo di mutare la natura di atti intrinsecamente malvagi in atti buoni richiamando circostanze che sono ininfluenti. Se Tizio, divorziato, ha un rapporto sessuale con una donna con cui è sposato civilmente, il rapporto sessuale configura sul piano morale “adulterio”. È la circostanza che vede Tizio sposato che assegna la natura di adulterio a quel rapporto sessuale. Definita la natura morale dell’atto sessuale, nessuna ulteriore circostanza può cambiarne la natura. Nessuna buona intenzione, nessun progetto a due, nessun figlio nato da questa relazione potrà mai far mutare la natura del rapporto sessuale da adulterino a coniugale. Nessuna circostanza sarà dunque in grado di cambiare l’oggetto dell’azione. In questa prospettiva il divieto di compiere atti adulterini non tollera eccezioni. Trattasi di un assoluto morale, ossia di un’azione intrinsecamente malvagia che tale rimane al di là delle condizioni in cui è calato l’atto.

Nel suo libro lei dedica un significativo spazio ai mala in se. Fino alla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II la dottrina morale cattolica riguardante le azioni intrinsecamente cattive era chiara. In seguito però essa è stata messa in questione dallo stesso magistero pontificio al punto che uno dei dubia dei quattro cardinali riguardava proprio questo punto. Secondo lei la morale cattolica può fare a meno di questa dottrina? È possibile e auspicabile una sua revisione?

La dottrina cattolica non può fare a meno dei mala in se semplicemente perché dovrebbe mentire sulla natura dell’uomo. Il fondamento della morale naturale è il seguente: comportati in modo adeguato alla dignità della persona, ossia scegli quelle azioni che sono conformi, proporzionate alla intrinseca preziosità della persona che è sempre elevatissima. Ora alcune azioni non sono mai conformi a tale preziosità: l’assassinio, la menzogna, il furto, la tortura, la fecondazione artificiale, la contraccezione tra coniugi, etc. Uccidere una persona innocente non è mai azione consona alla preziosità della persona dell’assassino e dell’assassinato. La persona innocente non si merita di essere uccisa e così non è degno di una persona voler compiere un assassinio. I doveri negativi assoluti, cioè i mala in se, sono dunque come degli scudi che vogliono proteggere la persona da atti non congrui, non conformi alla sua dignità. Non sono delle regole astratte, ma sono divieti che discendono dalla comprensione profonda della preziosità della persona che è una realtà data e quindi da riconoscere come tale.

Un capitolo del suo libro si intitola “le leggi ingiuste non sono norme imperfette”. A quanto capisco, il principio vale sia per la legge morale che per la legge giuridica. Questa sua affermazione mi sembra molto importante perché oggi si ritiene proprio il contrario e questo è uno dei principali mutamenti della teologia morale cattolica. Una legge che riconosca e disciplini una relazione omosessuale non è considerata ingiusta ma solo imperfetta, perché la relazione oggetto della legge è considerata non come un male ma come un bene imperfetto. Ma in questo modo non sparisce il concetto di male morale e di ingiustizia giuridica (nonché il concetto di peccato in ambito religioso)?

Esattamente. Il concetto di imperfezione è applicabile solo alla gradazione che parte dal bene, passa dal meglio e approda all’ottimo. Solo l’azione buona è perfettibile, non quella malvagia. Una legge che concede sgravi fiscali per le famiglie numerose, al netto di altre circostanze che qui tralasciamo, è di per sé una legge astrattamente buona. Sicuramente perfettibile: se possibile, si potrebbero trovare più fondi, si potrebbero allargare il bacino di possibili beneficiari di questi sgravi, etc. Di contro una norma che legittima le unioni omosessuali è una legge intrinsecamente malvagia. Può essere più o meno malvagia, ma non è perfettibile e dunque non è una norma imperfetta: è semplicemente una norma ingiusta. Di fronte a norme come queste, se non si possono abrogare, è lecito intervenire per limitarne la portata negativa, ma tale intervento non configura un atto perfettivo – predicabile solo in relazione a norme giuste – bensì limitativo del male.

Nel suo libro lei esamina nello specifico i vari possibili atteggiamenti verso le leggi ingiuste, considerando criticamente soprattutto il criterio (sbagliato) del perseguimento del male minore. Di fatto abbiamo assistito ad una applicazione sistematica di questo concetto da parte dei parlamentari cattolici. Come spiega questo fenomeno così persistente, massiccio e con rarissime eccezioni, di fronte anche a leggi che con grande evidenza contraddicono la legge morale naturale?

Credo che la motivazione sia almeno duplice. In primo luogo la pessima formazione in filosofia morale. Votare una legge ingiusta è un male morale. Può essere una legge meno ingiusta di un’altra e quindi votarla sarebbe scegliere un male minore.  Ma non si può scegliere un male minore per un semplice motivo: mai si può compiere il male. Poco importa che sia minore di un altro: mai è lecito compiere il male, proprio perché il male, come accennato sopra, è ciò che non è conforme alla dignità della persona. Per ipotesi potrebbe accadere che votare questa legge meno ingiusta di un’altra provocherà meno danni rispetto alla legge più ingiusta che si vuole evitare che venga varata, ma l’uomo è sempre chiamato a compiere il bene, non sempre ad ottenere l’utile. Se l’utile deriva da un’azione malvagia, seppur piccolissima, noi abbiamo il dovere morale di astenerci da quella azione. Paolo VI nell’Humanae vitae scriveva: «non è lecito, neppure per ragioni gravissime, fare il male, affinché ne venga il bene, cioè fare oggetto di un atto positivo di volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della persona umana, anche se nell’intento di salvaguardare o promuovere beni individuali, familiari o sociali» (14). Ecco, questo semplice principio della legge naturale è assolutamente ignorato da molti cattolici, politici compresi, che hanno invece esaltato, anche esplicitamente, il principio del compromesso. Si tratta di una, tra le moltissime, lacune di carattere formativo presenti nei nostri rappresentanti in Parlamento e al governo, anche di estrazione cattolica.

La seconda ragione per cui molti politici cattolici o sedicenti tali si sono votati alla scuola del male minore, può essere rinvenuta in un errore di strategia. Mancando anche di una visione soprannaturale della storia, credono che le leggi sull’aborto, sul divorzio, sull’eutanasia, sulla fecondazione artificiale, sulle unioni civili siano imperiture, non abrogabili e non irriformabili. Non vogliamo ovviamente qui affermare che ciò avverrà dall’oggi al domani: occorre un impegno culturale che durerà decenni per invertire la rotta, ma ciò è possibile. Le recenti esperienze giuridiche di alcuni Stati lo confermano. Ora chi pensa di aver perso la partita per sempre, cerca di salvare il salvabile. Farebbe di tutto per portarsi a casa anche un solo punticino. Dunque non va molto per il sottile questionando su mali morali e beni possibili, su natura dell’azione e fini prossimi. Se per evitare i “matrimoni” omosessuali devo votare le unioni civili ecco che le voterò. Ma, anche al netto della valutazione morale e concentrando il nostro focus solo sul principio di opportunità o di efficacia – che sono comunque principi morali – questa strategia è perdente e la storia lo ha dimostrato ampiamente. Difendere la 194 per evitare le pillole abortive ci ha regalato l’aborto cosiddetto farmacologico. Votare e difendere la legge 40 sulla fecondazione artificiale per evitare l’eterologa, l’accesso a queste tecniche di coppie fertili ed altro, ci ha regalato proprio questi danni che volevamo evitare. Votare la legge Cirinnà per evitare l’omogenitorialità ha regalato ai magistrati la sponda ideale per introdurre proprio l’omogenitorilità. E gli esempi potrebbero continuare all’infinto. Perché è accaduto tutto questo? Perché accettate le premesse – sì all’aborto, sì alla reificazione del nascituro, sì alla legittimazione delle coppie omosessuali – si spalancano necessariamente le porte anche alle conclusioni contenute implicitamente nelle premesse. Accettata la ratio di una norma non si possono poi fermare quelle conseguenze giuridiche che discendono logicamente da quella stessa ratio. Accolto il male minore presto giungerà quello maggiore, semplicemente perché come il minore anche il maggiore è un male.

Lei è un profondo conoscitore di John Finnis, autorevolissimo filosofo del diritto che si rifà a san Tommaso. Su di lui ha anche pubblicato dei testi specifici [La legge naturale di John Finnis, Editori Riuniti, Roma 2008; La teoria neoclassica sulla legge naturale di Germain Grisez e John Finnis, Giappichelli, Torino, 2012. Sul tema della lotta alla legge ingiusta lei concorda con Finnis?

No. Finnis, sicuramente in buona fede, erra (così come spesso erra nella interpretazione di Tommaso). La questione è tecnica e rimando al libro per un approfondimento. Molto in sintesi il ragionamento di Finnis e di moltissimi altri autori di estrazione cattolica è il seguente: voto la legge ingiusta al fine di limitare i danni e non al fine di approvare l’iniquità contenuta nella legge. Gli effetti negativi prodotti dal voto a favore sarebbero solo effetti collaterali non voluti. Ma in realtà si compie un’azione malvagia – il voto ad una legge ingiusta – per un fine buono – limitare i danni. E mai è lecito compiere un male anche a fin di bene. Il percorso argomentativo del saggio mira sostanzialmente a validare la seguente tesi: votare a favore significa approvare, al di là delle intenzioni buone di chi vota a favore. Parimenti chi uccide una persona innocente per testare delle cure compie un assassinio per un fine buono. Costui non può informare l’azione materiale dell’uccisione dell’innocente con il fine prossimo “curare”, perché in realtà, anche se per ipotesi non ne è consapevole, il fine prossimo da lui scelto è oggettivamente “assassinio”. Dunque votare a favore significa dal punto di vista morale approvare – è addirittura tautologico sottolinearlo. In modo più analitico dovremmo dire che l’atto materiale di premere un pulsante o di alzare la mano è informato oggettivamente dal fine “approvare” – perché è questo il significato giuridico convenzionale assegnato a tali azioni e dunque il significato morale (trattasi di condizione che incide sulla essenza dell’atto) – e non può essere sostituito da nessun altro fine, come “limitare i danni”. Questo semmai sarà un fine secondo. In estrema sintesi, Finnis e molti altri individuano nella limitazione del danno di una legge ingiusta il fine prossimo che informa l’atto materiale del votare a favore e qualificano gli effetti negativi prodotti dal voto a favore come effetti meramente tollerati e non voluti; il sottoscritto, di contro, individua l’approvazione degli effetti negativi come fine prossimo che informa l’atto materiale del voto a favore e la limitazione dei danni come fine remoto.

Di grande interesse nel suo libro è la parte dedicata al paragrafo 73 della Evangelium vitae. Un paragrafo scabroso e famoso, diversamente interpretato e citato da molti a sostegno di interventi legislativi di presunta riduzione del danno che lei invece considera incompatibili con esso. Il cuore della sua analisi mi sembra essere che interventi migliorativi di una legge ingiusta che in una certa situazione non è possibile abolire e condotti nel senso di limitarne i danni non possono comportare l’approvazione di un male nemmeno minore. Mi permetta di chiederle a questo proposito: ma questo non è stato di fatto mai insegnato da chi avrebbe dovuto farlo. Se le cose non vengono insegnate e chiarite come aspettarsi poi che vengano seguite ed applicate? 

Prima di rispondere alla sua domanda mi permetta di sottolineare un particolare snodo concettuale. Limitare i danni è un fine buono, ma tale fine deve essere soddisfatto per il tramite di un atto parimenti buono. Io potrei uccidere una persona innocente per evitare che periscano altre 100: limiterei sicuramente i danni ma attraverso un atto malvagio. E dunque, bene limitare i danni di una legge ingiusta quando è impossibile abrogarla o impedirne il varo, ma la limitazione del danno deve avvenire scegliendo un atto eticamente buono (nel mio testo indico concretamente molte soluzioni eticamente valide per limitare i danni) e votare una legge ingiusta, seppur meno ingiusta di un’altra, non è un atto buono. Ora tutti questi passaggi argomentativi sono impliciti nel n. 73 dell’EV, perché portato dottrinale cattolico di carattere morale dato per assodato. Però a seguito di molte manipolazioni di questo numero forse sarebbe stato bene esplicitare in modo più chiaro il senso di tale paragrafo. Questa era infatti l’intenzione di Giovanni Paolo II. Il compianto cardinal Elio Sgreccia, che fu presidente della Pontificia Accademia per la Vita regnante Giovanni Paolo II e che, così pare, insieme al cardinal Tettamanzi ebbe un certo ruolo nella estensione dell’Evangelium vitae, in un colloquio privato a casa sua mi raccontò che il Santo Padre avrebbe voluto esplicitare ancor meglio il numero 73. Non lo fece, così mi rivelò, per non entrare in rotta di collisione con la Conferenza episcopale polacca che solo due anni prima aveva dato il proprio appoggio a una nuova legge sull’aborto perché più restrittiva di quella precedente, varata nel 1956. Avendo io consultato, almeno credo, tutta la letteratura mondiale sul tema del voto ad una legge ingiusta al fine di limitarne i danni – produzione letteraria per la gran parte proveniente da ambiente cattolico –  posso affermare che la stragrande maggioranza degli autori, spesso assai ortodossi su altre tematiche, è in definitiva favorevole nel votare una legge ingiusta per evitarne un’altra peggiore che sta per essere approvata o per riformare in meglio una già vigente oppure per limitare le condotte inique già presenti nella società e non ancora disciplinate dalle norme giuridiche (è il famigerato caso della legge 40 sulla fecondazione extracorporea). Dunque, e veniamo alla sua domanda, non stupisce che la tesi sostenuta nel mio saggio non venga insegnata, né divulgata anche perché, oggettivamente, il percorso per giungere alle conclusioni che qui ha indicato in modo molto sintetico è assai accidentato e ricco di insidie.

 




Il diritto naturale e la legge scritta, nel tempo antico e nell’attualità, e il discorso di Papa Ratzinger al Bundestag

Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, Musei vaticani
Raffaello Sanzio, La scuola di Atene, Musei vaticani

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di Lucia Comelli

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La locandina del film (1961) basato sulla tragedia di Sofocle interpretato dall’attrice Irene Papas

La distinzione tra diritto naturale e diritto positivo, il loro doveroso legame e la loro possibile antitesi, sono state messe in luce in vario modo dai pensatori greci, fin dal V secolo a.C., cioè fin dall’epoca di Socrate e della Sofistica. Nello stesso periodo, Sofocle (442 a. C.) ha rappresentato in modo indimenticabile nella sua Antigone le tragiche conseguenze del contrasto tra legge di natura e legge scritta (nomos, in greco).

L’opera narra la vicenda di Antigone, figlia di Edipo, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, contro la volontà del nuovo re di TebeCreonte, che l’ha vietata con un decreto. Di fronte al re – che poi la condannerà a morte – Antigone rivendica la legittimità del suo gesto, appellandosi a leggi non scritte, e innate, di origine divina:

Né davo tanta forza ai tuoi decreti, che un mortale potesse trasgredire leggi non scritte, e innate, degli dèi. Non sono d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove.» (Antigone, vv. 450-457).

Aristotele ha posto successivamente a fondamento della sua interpretazione filosofica del reale il concetto di sostanza: ogni ente ha una sua forma, una sua essenza, cioè una sua natura. Egli utilizzava per designarla anche il termine entelechia (en – telos/fine), ogni cosa porta infatti iscritto nel suo stesso essere un dover essere, uno scopo – che è anche il suo bene: quello di sviluppare cioè compiutamente la propria natura. Quella dell’uomo è di essere un animale razionale e politico, perciò destinato a vivere in una società altamente organizzata, in cui l’esistenza di maestri, scuole, leggi, libri … gli permettono di realizzarsi in ciò che gli è peculiare, cioè in ambito conoscitivo e morale. Il dinamismo naturale ha dunque, anche per l’essere umano, una direzione e un significato.

Natura
I greci hanno intuito la profonda razionalità del mondo (cosmo/ordine l’hanno chiamato i Pitagorici): essa è la manifestazione, che l’uomo può cogliere, di un’intelligenza divina (un divino demiurgo secondo Platone). Nella foto, esempi di forme geometriche in natura.

Il concetto di diritto naturale viene ulteriormente sviluppato, nell’età ellenistica, dai filosofi stoici per i quali la natura è retta da un’immanente legge razionale (Logos). La loro dottrina è stata divulgata da Cicerone in pagine che hanno avuto un’influenza enorme:

“In realtà vi è una legge vera: è la retta ragione conforme alla natura, presente in tutti gli uomini, invariabile, eterna, tale da richiamare con i suoi comandi al dovere, e da distogliere con i suoi divieti dall’agire male … Non è lecito togliere valore a questa legge, né si può derogare in qualcosa da questa, né può essere interamente abrogata; da questa legge non possiamo essere sciolti per (decreto del) senato o del popolo … Essa non è diversa a Roma o ad Atene, non è diversa ora o in futuro: tutti i popoli invece in ogni tempo saranno retti da quest’unica  legge eterna e immutabile; ed  unico comune maestro, per così dire, e sovrano di tutti sarà Dio; di questa legge lui solo è l’autore, l’interprete, il legislatore; e chi non gli obbedirà, rinnegherà se stesso e, rifiutando la sua natura di uomo, per ciò stesso incorrerà nelle massime pene, anche se sarà sfuggito ad altre punizioni  (De re publica, III, 22, 33)”.

L’idea, poi, è stata ripresa dai filosofi cristiani. Infatti – come Papa Ratzinger ha ricordato davanti al Parlamento federale tedesco il 22 settembre 2011 – il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto:

Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s).

San Tommaso d’Aquino, il maggiore pensatore dell’età medievale, ci ha lasciato, in particolare nella Somma Teologica (1265 – 1274), la più compiuta elaborazione di tale teoria, assunta in quell’epoca a fondamento dello stesso diritto canonico.

Le leggi poste dall’uomo si fondano sulla legge naturale o per deduzione o per specificazione: per deduzione (dall’istinto di autoconservazione, ad esempio, l’uomo deduce il divieto di uccidere) e questo dà origine allo jus gentium (tutte le società evolute proibiscono l’omicidio); per specificazione (cioè per la concretizzazione di norme generali) e questo dà vita allo jus civile (il modo in cui, ad esempio, venivano regolati i rapporti tra i cives romani e quindi punito l’omicidio).

Egli distingue quattro forme di leggi: eterna, naturale, umana e divina.

La legge eterna è la stessa ragione divina che governa il mondo: infatti ogni creatura riceve da Dio “un’inclinazione ai propri atti e fini”.

In particolare, la legge naturale è «participatio legis aeternae in rationali creatura», ossia è il modo in cui la legge eterna, ossia l’ordine cosmico creato da Dio, si manifesta consapevolmente nella creatura umana. Bene è per l’uomo, come per ogni vivente, la propria conservazione; bene è per lui, come per ogni animale, seguire gli insegnamenti della natura: unione del maschio con la femmina, generazione, cura e protezione dei piccoli. Bene  per l’uomo, in quanto dotato di ragione, è la conoscenza della Verità e il vivere in società.

La legge umana (o posta dall’uomo) consta di tutti i precetti particolari che la ragione ricava dalla legge naturale per regolarsi nelle diverse situazioni. Infatti ciò che vincola (il termine legge deriva da legare) la coscienza al rispetto della legge positiva non è il fatto che esprime la volontà del principe, ma che mira al bene comune ed è conforme ai principi della ragione umana.

In caso contrario, essa non è una legge, ma una corruzione della legge, una violenza a cui si può (e a volte si deve) resistere.

La legge naturale guida l’uomo nella realizzazione dei suoi fini terreni; poiché tuttavia la destinazione ultima dell’uomo è soprannaturale, esiste infine una legge divina positiva, rivelata nella Bibbia, che lo guida al conseguimento della beatitudine e colma le imperfezioni delle leggi umane (volte a reprimere non tutti i mali, ma solo quelli che confliggono con la stabilità sociale).

Il riconoscimento che il Medioevo cristiano ha fatto del diritto di natura come fonte giuridica valida per tutti è stato decisivo – ha aggiunto Ratzinger – per lo sviluppo del diritto e dell’umanità:

Per lo sviluppo del diritto e dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s). Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che … la ragione aperta al linguaggio dell’essere”.

La natura si riverbera nella coscienza quindi ‘come legge non scritta’, come diritto naturale. Ratzinger sviluppa questo argomento in polemica con il positivismo giuridico. La dottrina del diritto naturale, ripresa in età moderna da Ugo Grozio, da Locke e da altri pensatori successivi, fino alla Dichiarazione dei diritti umani (1948), individuando nella comune natura umana i fondamenti della legislazione, sembrava aver dato all’uomo gli strumenti culturali per distinguere con chiarezza il bene dal male; ma nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione: la visione positivista della natura e della ragione, prendendo il sopravvento, ha segnato il rapido declino del giusnaturalismo. Per giuristi contemporanei, come l’austriaco Hans Kelsen (1881-1973) ciò che non è ‘verificabile’ non rientra infatti nell’ambito della ragione: etica e religione hanno un valore meramente soggettivo, individuale, e le leggi vanno determinate unicamente dalla maggioranza (positivismo giuridico). Ora in gran parte della materia da regolare giuridicamente, quello della maggioranza può essere un criterio sufficiente, ma è evidente – ha detto ancora il Papa – che “nelle questioni fondamentali del diritto, nelle quali è in gioco la dignità dell’uomo e dell’umanità, il principio maggioritario non basta”.

Ciò che è giusto (ciò che è legittimo) non può semplicemente coincidere con ciò che è stabilito dalla legge positiva (ciò che è legale), anche se tale legge fosse stata introdotta nel rispetto delle procedure democratiche: questo è il motivo per cui, ad esempio, la prima parte della Costituzione italiana, dedicata ai principi fondamentali e ai diritti/doveri dei cittadini, non è modificabile.

Benedetto XVI al Parlamento federale tedesco (Bundestag)
Benedetto XVI al Parlamento federale tedesco (Bundestag)

Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo – ha detto inoltre Ratzinger – è nel suo insieme “una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza”. La verità intera sull’uomo – sulla sua origine e natura, sul senso del suo esistere, su cosa siano il bene o il male – non si possono infatti scoprire ‘scientificamente’. Eppure anche il progresso scientifico e tecnologico, senza queste consapevolezze di ordine morale, può rivolgersi – come è accaduto in passato – contro l’uomo.

Di fronte alla contemporanea riduzione della natura a mero dato funzionale (e quindi manipolabile) e della ragione a gabbia in cui incasellare tutto, nonché della coscienza a un luogo in cui uno parla a se stesso e non incontra la realtà, egli ha esortato i parlamentari a “spalancare le finestre della ragione – per – vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto”.

Richiamandosi all’Anamnesi platonica, Papa Ratzinger – anche in altri autorevoli interventi – sostiene che Dio ha impresso in noi una fondamentale coscienza/memoria del bene e del vero (le due realtà coincidono). Questo sapere (sinderesi per S. Tommaso): non è un sapere già articolato concettualmente, ma un’innata concordanza con alcune cose, una capacità di riconoscimento, un’innata attrazione per il bene/ripugnanza per il male, che esige l’aiuto esterno – maieutico – dell’educatore per divenire cosciente di sé.

Dobbiamo ascoltare il linguaggio della natura e rispondervi coerentemente riconoscendo che anche l’uomo possiede una natura che deve rispettare e che non può manipolare a piacere:

L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé… Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, la ascolta e quando accetta se stesso per quello che è … Proprio così e soltanto così si realizza la vera libertà umana”. (aggiunge sempre Papa Ratzinger)

Realizzare liberamente la propria essenza razionale costituisce il fine dell’uomo, il suo compito specifico: si tratta quindi di scoprire ciò che è conforme alla ragione, che è proprio la capacità – iscritta nella nostra natura spirituale – di leggere la realtà nella molteplicità dei suoi fattori e dimensioni. Qualsiasi legislazione positiva deve avere come orientamento fondamentale ciò che è giusto in sé, il diritto naturale appunto. Ma poiché non può essere lo stato a stabilire con le sue leggi ciò che è giusto o sbagliato (stato etico) e d’altra parte le istituzioni non possono durare ed operare senza comuni convinzioni morali, il compito pubblico della Chiesa cristiana nel mondo odierno è proprio quello di continuare a dar forza e voce alla verità sull’uomo rivelata da Cristo.

Altrimenti quello che prevale, in un’epoca di radicale relativismo/nichilismo (se tutto si equivale, nulla realmente vale) ed individualismo estremo come la nostra, è il diritto del più forte, che – anche in uno stato democratico – può coincidere con gli interessi e le opinioni delle lobby più potenti, meglio organizzate e più generosamente finanziate dai poteri forti. Così anche in Italia, negli ultimi anni, il proliferare di nuovi diritti civili ha ristretto lo spazio delle tradizionali libertà, quelle cioè iscritte nel nostro stesso essere e poste a fondamento della Costituzione.

Per cui rimanere fedeli alla realtà, secondo l’ordine con cui l’essere si svela alla nostra intelligenza, è diventata – come aveva previsto agli inizi del secolo scorso il grande scrittore inglese, G. K. Chesterton – l’estrema, intollerabile trasgressione:

“La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. È una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. È una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto”[1]

Così affermare che chi nasce maschio è destinato a diventare un uomo e chi femmina una donna o che solo una donna e un uomo possono generare assieme un figlio – verità ovvie in ogni tempo e cultura – è già per molti oggi una grave provocazione e domani, se passa il ddl Zan, diventerà anche in Italia – come accade in altri Paesi occidentali – un possibile reato.

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[1] K. Chesterton, Eretici, Ed. Lindau 2010, pp. 242-243 (originale del 1905)




CARD. MÜLLER: “SONO TRISTE PERCHE’ DA ROMA ARRIVANO DIRETTIVE CONTRADDITTORIE”

Riprendo una importante intervista a largo spettro al card. Gerhard L. Muller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, rilasciata in occasione della sua prima visita in Australia.

Eccola nella mia traduzione.  

Foto: card. Gerhard L. Muller

Foto: card. Gerhard L. Muller

Jordan Grantham: Sua Eminenza, la ringrazio per l’onore della sua prima intervista in Australia. Cosa la porta in Australia?

Cardinale Müller: Sono invitato da un gruppo di sacerdoti a tenere un discorso sul sacerdozio, per incoraggiarli a predicare il Vangelo, ad amministrare i Santi Sacramenti e a guidare la Chiesa come buoni pastori. Siamo la Chiesa universale, la Chiesa cattolica, quindi siamo tutti responsabili gli uni degli altri e un Cardinale in maniera particolare, perché è coinvolto con il Primate della Santa Romana Chiesa e abbiamo questo lavoro internazionale in materia di fede. La Fede non è un’ideologia ma la Fede si rivela come Parola di Dio, ricevuta e accettata dagli esseri umani, e così via la Chiesa iniziò e la Fede in Gesù Cristo per rendere le persone sante e portarle a Dio, alla vita eterna. È la prima volta che mi reco in Australia.

JG: Quindi, il suo discorso riguarda la Missione e l’Identità del Sacerdote. Va bene se condivide il suo messaggio in questo colloquio?

M: La mia tesi non è qualcosa che ho inventato, non sono le mie idee personali. Non credo che tutti debbano essere interessati alle idee di un uomo che vive lontano, in Europa, ma stiamo partecipando alla Santa Chiesa Cattolica, fondata da Gesù Cristo e che ha fondato l’apostolato dei Dodici Apostoli e di San Paolo e degli altri Apostoli della prima, primitiva Chiesa. Egli ha mandato gli Apostoli in tutto il mondo per testimoniare il Vangelo di Gesù Cristo perché mandato dal Padre e nel Nome del Padre. Nel suo nome e nella potenza dello Spirito Santo ha mandato gli Apostoli in tutto il mondo e ora sono i loro successori nell’episcopato e nel sacerdozio.

JG: I Pastori sono particolarmente importanti per guidare i giovani come me e i Vescovi hanno fatto di questo un Anno della Gioventù nella Chiesa Cattolica Australiana.

Muller: La Santa Sede ospita l’Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi, anche sui giovani, che ha un documento preparatorio in cui si afferma: “Ascoltando i giovani, la Chiesa sentirà ancora una volta il Signore parlare nel mondo di oggi”.

JC: Perché la Chiesa ha bisogno di ascoltare i giovani, che per lo più non praticano la fede in Australia, Germania e nell’Occidente?

Muller: Devo chiedermi qual è il significato di questa espressione: “La Chiesa deve ascoltare i giovani”? Chi è la Chiesa, chi è il soggetto, chi ascolta? La Chiesa non è solo la gerarchia, ma la Chiesa è tutto ciò che viene battezzato e se i giovani vengono battezzati non possiamo dire che la Chiesa, che è la comunione dei battezzati, debba ascoltare i battezzati. È un po’ autoreferenziale.

Dopo il Concilio Vaticano II, questo tipo di linguaggio è un po’ strano. Penso che questo sia un po’ un linguaggio vecchio stile usato qui. È meglio dire: noi tutti, pastori e fedeli, dobbiamo ascoltare Gesù Cristo, la Parola di Dio e realizzare la Parola di Dio e seguire la Parola di Dio nelle condizioni del mondo di oggi. Dobbiamo fare un’analisi tutti insieme, perché la gerarchia non vive nei secoli passati. Quali sono le condizioni? Quali sono gli ostacoli anche per tutti noi? Siamo persone che vivono insieme, in tre o quattro generazioni, nello stesso momento. È anche necessario che le diverse generazioni nella Chiesa si ascoltino perché i giovani hanno ragione ad esprimere le loro esperienze e le loro idee. Ogni generazione ha il diritto di vivere nel proprio tempo, ma non di isolarsi e di pensare nell’ideologia del progressismo che gli ultimi tempi sono i migliori. Penso che, come ha detto un famoso autore, tutte le generazioni sono subito dopo Dio e noi apparteniamo insieme attraverso tutti i secoli. Per esempio,, un tempo,  ascoltiamo la Parola di Dio espressa nelle parole del popolo del tempo degli Apostoli, dei Padri della Chiesa e degli altri tempi. In questo senso possiamo dire “siamo conservatori”, ma non conservatori perché siamo rimasti nel passato ma per ascoltare tutti insieme come una comunione di fedeli la Parola di Dio, che viene a noi tutti, all’umanità durante tutti i tempi, Dio per sempre.

JG: Come possono i membri della Chiesa oggi trascendere queste etichette che lei ha citato, conservatori e progressisti?

Muller: Questa distinzione è assolutamente stupida, senza senso, perché lì abbiamo accordi politiche e anche la politica che viene da sé. Il senso di questa distinzione deriva dalla Rivoluzione francese e da quell’ideologia del progressismo. Ci sono persone che vivono ora con questa o quella comprensione, ma filosoficamente questa distinzione non ha senso, almeno nella Chiesa, che è la comunione dei fedeli che ascoltano la Parola di Dio.

La Parola di Dio è presente in ogni tempo per dare risposte, ma non le nostre risposte, le nostre prospettive, alle altre persone, ma per stare insieme e ascoltare l’unica Parola di Dio, che è la Parola di Dio per noi oggi e anche per il futuro. E’ assolutamente necessario superare questa distinzione, questo scisma nella Chiesa, così come nelle altre comunità cristiane in cui abbiamo questo problema.

La Parola di Dio è questa realtà che unisce, unifica tutti. Non siamo divisi in partiti, come ai tempi dell’apostolo Paolo, non ci sono paolini, petrinisti. E secondo i diversi apostoli, siamo tutti uniti nell’unico Corpo di Cristo, siamo membra del Corpo di Cristo, Cristo è il capo del suo corpo, che è la Chiesa stessa.

JG: Questo richiede l’educazione di tutti i fedeli e si riferisce al suo lavoro nella Congregazione per l’Educazione Cattolica?

Muller: La Congregazione per l’Educazione ha la visione d’insieme dell’educazione nelle scuole e nelle università perché siamo la religione del logos, in greco, della ragione. Questa è la ragione di Dio: tutta la nostra esistenza è ragionevole, non priva di ragione, non siamo nichilisti ma siamo positivisti, in questo senso, quell’essere esiste.

L’educazione è molto importante, siamo discepoli della Parola di Dio, discepoli di Gesù Cristo e la Chiesa è iniziata con questa storia a Gerusalemme nel mondo ebraico ed è entrata nel mondo greco e romano. Comprendiamo che il Verbo di Dio si è fatto carne ed è possibile, con questa espressione, che il Verbo di Dio sia un’Incarnazione permanente, inculturazione dell’unico Verbo di Dio nelle diverse nazioni, tradizioni, concezioni. Tuttavia, la comprensione greca della filosofia non è solo una delle tante filosofie. Due principi assolutamente importanti per tutta l’umanità che i Greci scoprirono furono il principio della realtà e il principio della razionalità del mondo. La ragionevolezza di tutto ciò che esiste, e quindi l’idea di creazione che potrebbe essere espressa; la presenza di Dio nella realtà, nel nostro pensiero, nella nostra comprensione del mondo e nell’indagine del mondo materiale, del mondo spirituale.

Quindi non siamo una religione separata, auto-correlata e riflessiva, ma siamo la religione missionaria, la Chiesa cattolica. Gli Apostoli non raggiunsero altre culture e le distrussero, ma favorirono tutto ciò che è buono e le riunirono. Per questo la Pentecoste è il nostro paradigma, lo Spirito Santo è venuto a tutti e la massa delle persone ha rappresentato tutti coloro che venivano da ogni parte, da ogni luogo e da ogni cultura. Possiamo leggere negli Atti degli Apostoli che ognuno può ascoltare le parole degli Apostoli nella propria lingua. Questo significa non solo capire con le proprie parole, ma anche con la propria cultura.

JG: Questo è un punto interessante per i lettori della diocesi di Parramatta (Western Sydney), che è la diocesi australiana più multiculturale con il maggior numero di migranti.

Ha qualche suggerimento su come i laici, il clero, i religiosi e l’episcopato possano essere docili allo Spirito Santo nell’ascolto della Parola di Dio?

Muller: Nessuno può dire “Gesù è Signore” senza lo Spirito Santo (1 Cor. 12:3). La Parola di Dio non è un’ideologia, un sistema di pensiero filosofico, ma la persona viva di Gesù Cristo che è il Messia. I missionari sono stati inviati dallo Spirito Santo, pieni dello Spirito Santo e noi, come seguaci di Gesù Cristo, siamo legati alla persona di Gesù Cristo. Siamo membra del Suo corpo e Cristo opera attraverso di noi, presenti nel mondo attraverso tutti i battezzati. Secondo il sacerdozio comune, tutti rappresentano Gesù Cristo e gli Apostoli e i Vescovi, in un senso speciale. Possiamo farlo solo per la potenza e la presenza dello Spirito Santo. Non dobbiamo essere egoisti, ma annunciare il Vangelo in modo amichevole, perché lo Spirito Santo è amico di tutti. Siamo figli di Dio in Cristo, ma siamo amici di Dio nello Spirito Santo e quindi lo Spirito Santo può incoraggiarci, anche per superare la nostra autocentralità. Questa è la parte della visione della Chiesa che lo Spirito Santo può aiutarci a superare le divisioni nei conservatori, nei liberali e in qualsiasi cosa essa sia.

Tutti devono ascoltare lo Spirito Santo e se si ascolta lo Spirito Santo si dirà “Io sono un cattolico”, non un conservatore o un cattolico liberale, perché questa distinzione è contro lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo unisce la Chiesa ed è l’antidoto contro le divisioni e le separazioni.

Attraverso la storia, diversi gruppi si sono riferiti allo Spirito Santo, Appassionati. Hanno detto che abbiamo un sentimento diretto, una linea diretta con lo Spirito Santo, “non abbiamo bisogno della Sacra Scrittura, non abbiamo bisogno della tradizione apostolica, non abbiamo bisogno del magistero della Chiesa Cattolica”.

Pertanto, dobbiamo sottolineare il fondamento cristologico e incarnazionale contro questo unilateralismo. Nessuno, nemmeno il Papa e un Concilio, hanno una linea diretta con lo Spirito Santo perché non ricevono una nuova rivelazione. C’è una sola rivelazione, data per sempre in Gesù Cristo e quindi la nostra base è la Sacra Scrittura. Non possiamo dire nulla, né stabilire nella Chiesa una dottrina o un’intesa che sia contro le parole di Dio nella Sacra Scrittura e l’espressione della tradizione cattolica. Nessuno può avere una comprensione contraria a Gesù Cristo come vero Figlio di Dio che si è fatto uomo, come ha espresso il Concilio di Nicea. Nessuno può dire che ora ho avuto una rivelazione di Dio nella mia camera e lo Spirito Santo mi ha rivelato che esistono solo sei sacramenti. Siamo membri della Chiesa e non abbiamo tali profezie private, i carismi sono dati per il bene della Chiesa e non per la propria posizione, che “Io sono migliore, lo conosco meglio di te perché ho una rivelazione privata dallo Spirito Santo”. Lo Spirito Santo è sempre lo spirito di Dio Padre e del Figlio e quindi non c’è distinzione tra un fondamento cristologico e un fondamento pneumatologico della Chiesa e della Fede.

JG: L’Islam, che sta crescendo in Germania, è una rivelazione privata sbagliata? Attualmente ci sono anche controversie sui rifugiati islamici e sui migranti in Germania.

M: Noi, come cristiani, accettiamo la possibile esistenza di rivelazioni private, a parte l’unica rivelazione pubblica in Gesù Cristo. Ad esempio, possiamo parlare di una rivelazione privata nei messaggi di Fatima. Nel contesto della rivelazione cristiana, unica nel suo genere, Dio è Gesù Cristo. Penso che Muhammad intendesse una rivelazione pubblica, che era importante per tutti, non solo per un carisma all’interno del mondo cristiano e per coloro che sono convinti che egli è un mediatore della Parola di Dio, come Mosè, che è la loro convinzione. Noi come cristiani non possiamo accettarla come una rivelazione pubblica. È assolutamente impossibile dopo Gesù Cristo, né come rivelazione privata all’interno del contesto cristiano. Potremmo accettarlo come cristiano, come uomo, come persona di buona volontà soggettiva e come persona religiosa. Tuttavia, noi come cristiani, se restiamo tali, non possiamo accettare il suo messaggio come una rivelazione che viene da Dio. Pertanto, c’è una grande differenza. Sei cristiano o sei musulmano. Non si può cambiare la base di tutto. Non sono convinto, come cristiano, che una rivelazione di questo tipo sia possibile dopo Gesù Cristo. Non si può ridurre Gesù Cristo ad essere solo un profeta, è il Figlio di Dio, è il logos incarnato e quindi non è possibile nessun’altra rivelazione perché tutta la realtà, tutto il contenuto della rivelazione è la persona di Gesù Cristo. Abbiamo l’identità di Gesù Cristo come mediatore della nuova alleanza ed è anche il contenuto.

JG: Che cosa ha da offrire la saggezza della Chiesa per risolvere in modo giusto la tesa situazione dei rifugiati in Germania?

Muller: Prima di tutto, noi come cristiani abbiamo pieno rispetto per tutti, perché ognuno è creatura di Dio. Sono creati a immagine e somiglianza di Dio, ma questo non può portare al relativismo. Siamo convinti di Gesù Cristo e non possiamo superare e non vogliamo superare Gesù Cristo, né relativizzarlo come uno dei profeti. Ma dobbiamo anche aiutare lo Stato e la società ad accettare una comprensione pluralistica. Non siamo in uno Stato cristiano, ma in uno Stato democratico e pluralista. Lo Stato deve essere tollerante e accettare tutte le diverse religioni, ma sulla base dei diritti umani e della legge morale naturale. È anche molto importante che l’Australia non superi la legge morale naturale come fondamento con una legislazione solo positiva (fatta dall’uomo). Non può relativizzarsi, cioè riferirsi in modo antico all’onnipotenza dello stato, e accettare solo un’evoluzione di alcuni stati assoluti dei vecchi re allo stato totalitario di oggi.

JG: Mi potrebbe fare un esempio di un’area in cui lo Stato rischia di violare la legge morale naturale?

Muller: Ad esempio, con l’aborto. Ognuno ha il diritto di esistere dall’inizio dell’esistenza nel grembo materno e non si può dire che l’autodeterminazione definisca la determinazione definitiva. Gli adulti, la madre e il padre, non hanno il diritto di uccidere i loro figli. Prima o dopo la nascita, non c’è alcuna differenza essenziale. Non c’è differenza essenziale tra i bambini di uno, due o tre anni di età, non hanno coscienza di sé riflessiva. Ciò non significa sminuire il loro diritto naturale fondamentale alla loro esistenza. E lo Stato deve accettare la libertà religiosa, ad esempio il sigillo confessionale. Non possono portarsi, per leggi ingiuste, nella coscienza, il rapporto più intimo dell’uomo con Dio, perché dobbiamo obbedire alla legge di Dio piuttosto che all’uomo. Dobbiamo rispettare la nostra costituzione, viviamo in una società che ha bisogno di una forma democratica di organizzazione, che definiamo Stato, ma che non è Dio. Penso che alcuni credano alle vecchie teorie di Thomas Hobbes, dove lo stato è un Leviatano, è tutto ciò che definisce. Non possiamo dire che invece del potere assoluto dei vecchi re, ora abbiamo il potere assoluto della maggioranza del parlamento. Non è giusto.

JG: Lei era il vescovo di Ratisbona, dove il castello di Sant’Emmeram (un’ex abbazia e sede del principe locale) è un simbolo della collaborazione tra Chiesa e Stato.

C’è qualche legame tra il pluralismo di oggi e il relativismo?

Muller: Nei nostri moderni Stati democratici, ognuno ha un diritto fondamentale alla libertà religiosa e lo Stato e la società devono rispettarlo. Noi, come Chiesa cattolica, siamo i promotori della libertà religiosa, non solo richiedendola per noi stessi. Non siamo una lobby per noi stessi, ma siamo i promotori di questo diritto naturale, che tutti meritano: la libertà religiosa derivante dalla legge morale naturale e la libertà di coscienza. Sicuramente tutti devono rispettare la legge morale naturale per l’altro. Se un altro uomo dice “Accetto la religione musulmana”, lo rispettiamo sulla base della legge morale naturale e possiamo vivere insieme a persone di altre religioni. Nessuno può dire che tutto ciò che appartiene alla mia religione sia permesso o debba diventare la base della comunità, per esempio le mutilazioni genitali femminili, perché questa azione è contraria alla legge morale naturale e all’inviolabilità del corpo umano.

La realizzazione di una comunità pluralistica deve avvenire sulla base della legge morale naturale per tutti. Non vi è alcun diritto di distruggere la legge morale naturale nei confronti degli altri. Non siamo semplicemente egocentrici come cattolici, come cristiani, comunità egocentriche interessate solo al bene del nostro popolo.

Inoltre, abbiamo la nostra dottrina sociale, la dottrina politica, e quindi abbiamo il nostro contributo alla vita sociale nell’educazione, nelle scuole cattoliche e nel pensiero sul rapporto tra lavoratori e imprenditori. Non possiamo accettare il capitalismo di Manchester, secondo il darwinismo sociale, la sopravvivenza del più forte in questo senso. Diciamo che tutti hanno una responsabilità nei confronti della società e quindi la Dottrina sociale cattolica è stata ed è molto utile anche per vivere insieme in una società pluralistica. La fede cattolica non ha bisogno di una società come base, di uno Stato cristiano unificato, del vecchio Impero romano e di quei molti Stati. Siamo una minoranza o una maggioranza e non importa. Possiamo convivere pacificamente con altre persone se rispettano anche la nostra libertà religiosa e la nostra pratica religiosa. Non possiamo accettare i falsi dogmi del liberalismo politico secondo cui la religione è solo una cosa privata. Noi, come membri della nostra società e degli stati, abbiamo gli stessi diritti di presenza e partecipazione pubblica dei liberali o dei massoni.

JG: Lei nato a Magonza, in Germania, nel 1947, due anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando questa città fu distrutta per l’80% dai bombardamenti.

L’orrore della seconda guerra mondiale è stato parte del motivo per cui gli intellettuali si sentivano disillusi dall’idea di una società cristiana?

Muller: Penso fosse un dilemma perché la gente dopo la seconda guerra mondiale e la dittatura nazista ha capito che la seconda guerra mondiale e l’Olocausto e tutte le crudeltà disastrose sono state causate dall’ateismo e dal nichilismo dei nazisti e poi dei comunisti.

Così, abbiamo avuto una nuova primavera della fede cristiana in Germania dopo la seconda guerra mondiale, dopo la dissoluzione del nazismo. Sia i protestanti che la Chiesa cattolica e i costruttori della nostra nuova democrazia, Adenauer, e queste persone hanno avuto un ottimo orientamento nella fede cristiana, che è stata anche la base di un umanesimo, è stato un umanesimo cristiano, un umanesimo teocentrico. La costituzione della nuova democrazia in Germania afferma che è stata accettata dal popolo tedesco, consapevole della sua “responsabilità di fronte a Dio e all’uomo”.

Sappiamo quali sono le conseguenze di un uomo o di un partito che si costituisce come Dio per l’altro. Il potere dello Stato deve essere responsabile verso il trascendente, verso la legge superiore e la realtà e nessuno può dire “Io sono il creatore e il perfezionatore” degli altri. Questo è molto significativo per noi contro l’assolutizzazione dello Stato, e la legge puramente positiva perché, è un vero scandalo, tutti gli orrori dei nazisti erano giustificati legalmente. Hanno reso le leggi razziste ufficialmente legali secondo le regole del loro stato. Non tutto ciò che è formalmente legale è corretto. Pertanto, ciò che impariamo dalla storia è che il diritto positivo degli Stati, dei parlamenti, del governo e dei tribunali deve basarsi sul diritto morale naturale, che è universale.

JG: Oggi la Germania è la nazione leader in Europa. Come sta procedendo la Nuova Evangelizzazione globale?

Muller: La Germania è il paese economicamente più trainante ma abbiamo bisogno di leadership anche nell’orientamento etico-morale e in questo modo possiamo dire che la maggior parte dei leader europei e delle persone di governo sono troppo legati a certe ideologie, sostengono il matrimonio per tutti, come gli omosessuali, l’aborto e l’eutanasia.

Pensano che questo sia il progresso dell’umanità, ma è una regressione rispetto a ciò che abbiamo imparato dalle brutali dittature del XX secolo. Come ho detto, dobbiamo avere pieno rispetto per la vita e la libertà umana, che non è solo autodeterminazione illimitata, ma libertà che è una possibilità di fare del bene, non solo di seguire i miei interessi personali. La nostra vita ci è donata da Dio per essere rispettata, certo, ma anche per essere la base per fare il bene. Non siamo una collezione di individualisti in viaggio egocentrico, ma come disse Bonhoeffer, “il mistero dell’esistenza umana deve esistere per gli altri”, a favore degli altri; la madre, il padre, la famiglia, il nonno.

Nel contesto familiare, ognuno ha i suoi diritti, ma noi viviamo insieme e apparteniamo insieme per aiutarci, essere per gli altri, sacrificarci per gli altri. L’amore è superare l’egocentrismo per essere centrati sull’altro, non solo nell’altruismo, ma nell’amore cristiano, per amare l’altro come noi stessi. Si tratta di un buon equilibrio tra l’accettazione di sé e l’accettazione degli altri, non strumentalizzandoli.

JG: Vedete segni di speranza in Germania e qual è la situazione della crisi e della controversia tra le due comunità?

Muller: Purtroppo i nostri Vescovi pensano di più in categorie di politica e di potere e non in questa linea della Nuova Evangelizzazione. L’intercomunione non è possibile, assolutamente, oggettivamente, non è possibile perché la Comunione è la rappresentazione sacramentale della comunione nella Fede. Se non si ha piena comunione nella Fede, non è possibile avere piena comunione nell’espressione sacramentale, specialmente nell’Eucaristia.

Abbiamo tante famiglie di protestanti e cattolici, anche a volte ortodossi, ma questo non è così problematico perché gli ortodossi hanno la stessa nostra Fede, ma non la piena comunione. Tra i protestanti, i luterani o i calvinisti, abbiamo una comprensione molto diversa del ruolo e dell’essenza della Chiesa.

La Chiesa non è solo per noi una comunione di singoli fedeli, ma è il Corpo di Cristo, come rappresentazione sacramentale della presenza di Dio, di Cristo nel mondo e quindi abbiamo le altre conseguenze, hanno un solo sacramento, il Battesimo, e in un certo modo, un’altra comprensione dell’Eucaristia. Abbiamo sette sacramenti e non possiamo dire che siano tutti uguali ed è sufficiente avere un sentimento religioso, o un sentimento di appartenenza. Questo è molto buono, ma non è sufficiente per la comunione sacramentale e quindi spero che i Vescovi tedeschi trovino il modo di tornare a una comprensione religiosa e spirituale della Chiesa e di rispettare anche i fondamenti della Fede cattolica, che non possono essere cambiati.

Sono molto triste che da Roma stiano arrivando direttive, che sono opposte, quella del prefetto della Congregazione della Fede è antitetica con la lettera che il cardinale Marx ha ricevuto dal Santo Padre.

Il Papa, secondo la Fede cattolica, è il principio universale dell’unità della Chiesa, non dell’unità politica ma dell’unità nella Fede rivelata. La fede, la dottrina della Chiesa cattolica sull’Eucaristia e l’appartenenza dell’Eucaristia alla piena comunione della Chiesa sotto il Papa e l’episcopato è molto chiara. Non può essere modificato.

 

Fonte: Catholic Outlook