Feser: Il nuovo testo del Catechismo sulla pena di morte danneggerà la Chiesa

Dopo gli articoli che ho pubblicato in questo blog sulla revisione dell’art. relativo alla pena di morte nel Catechismo (qui), (qui) e (qui), riporto un importante ed approfondito articolo di Edward Feser, scrittore e filosofo, esperto della materia perché il suo ultimo libro, scritto a quattro mani con Joseph  M. Bessette l’anno scorso, ha come oggetto proprio la pena capitale.

Eccolo nella mia traduzione.

Foto: Edward Feser

Foto: Edward Feser

 

Papa Francesco ha cambiato il Catechismo cosicché ora dichiara la pena di morte “inammissibile”. Se egli stia insegnando che la pena capitale è sempre e intrinsecamente malvagia è una questione controversa, ma presa al valore facciale, la formulazione della revisione sembra dire questo. E se è importante capire l’esatto peso magisteriale del nuovo testo, dobbiamo anche fare i conti con l’ovvia lettura: che, come ha detto la BBC, “Papa Francesco ha cambiato gli insegnamenti della fede cattolica per opporsi ufficialmente alla pena di morte in ogni circostanza“.

Insieme a molti altri commentatori, ho notato che questa apparente rottura con la Scrittura e la tradizione danneggia la credibilità della Chiesa e del papato. Una lettura attenta del nuovo testo non fa che aumentare le preoccupazioni.

Il documento della Congregazione della Dottrina della Fede (CDF) del 1990 Donum Veritatis riconosce che i documenti magisteriali possono presentare “carenze“, e che i teologi cattolici hanno il diritto, e a volte anche il dovere, di esprimere critiche rispettose di tali carenze. Sembra che vi siano almeno tre gravi carenze nella revisione del catechismo:

1) La nuova formulazione sembra logicamente implicare che la Scrittura, i catechismi precedenti della Chiesa e i papi precedenti, tra cui San Giovanni Paolo II, abbiano condotto i fedeli a un grave errore morale.

L’elemento più problematico della revisione è l’affermazione che “la pena di morte è inammissibile perché costituisce un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona“. Ci sono moltissimi passaggi nelle Scritture che non solo permettono, ma in alcuni casi addirittura comandano, l’imposizione della pena capitale. Per fare solo due esempi, Esodo 21:12 afferma che “chi colpisce un uomo perché muoia sarà messo a morte“, e Levitico 24:17 afferma che “chi uccide un uomo sarà messo a morte“. L’implicazione logica del nuovo insegnamento sembra essere che la Scrittura abbia quindi comandato nientemeno che “un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona“. Eppure la Chiesa insegna anche che la Scrittura è divinamente ispirata e non può insegnare l’errore morale. Ad esempio, il Concilio Vaticano I dichiarò che le Scritture “contengono rivelazioni senza errori” e Papa Leone XIII insegnò che “è assolutamente sbagliato e proibito… ammettere che lo scrittore sacro ha sbagliato“.

Queste affermazioni non possono essere riconcialiate. O (a) la pena capitale non è, dopo tutto, un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona; o (b) l’essere un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona, dopo tutto, non è sufficiente a rendere un’azione inammissibile; o (c) le Scritture hanno insegnato un errore morale. Qualcosa deve dare. Si noti, tuttavia, che non possiamo prendere l’opzione (c) senza minare completamente la teologia morale cattolica, per non parlare della contraddizione dei concili ecumenici e dell’insegnamento papale coerente. E l’opzione (b) non ha davvero senso. Se una determinata azione contro una persona è, almeno in alcuni casi, ammissibile, allora la persona non è inviolabile a tale riguardo. Quindi l’unica opzione possibile è (a) – nel qual caso la revisione del catechismo è in errore.

A volte i critici cattolici della pena capitale rispondono: “Che dire della schiavitù e del divorzio? La Chiesa ha abbandonato l’insegnamento dell’Antico Testamento su questi temi, allora perché non sulla pena capitale?” Ma ci sono due problemi con questa risposta. In primo luogo, la legge di Mosè non comanda mai la schiavitù o il divorzio. Li tollera semplicemente e pone delle condizioni su come possono essere praticati. In alcune circostanze, invece, comanda la pena capitale in modo positivo. Quindi ritenere che la pena capitale sia intrinsecamente malvagia significa implicare che la Scrittura non solo ha tollerato, ma anche comandato positivamente, qualcosa che è intrinsecamente malvagio.

Un secondo problema con questa risposta è che se la legge di Mosè avesse davvero comandato la schiavitù e il divorzio, questo non farebbe altro che esacerbare il problema, non mitigarlo. Per difendere la revisione del Catechismo dall’accusa che attribuisce l’errore morale alla Scrittura, sarà difficile per il difensore attribuire ulteriori errori morali alla Scrittura!

(Inoltre, ciò che la maggior parte delle persone pensa quando sente la parola “schiavitù” è la schiavitù degli esseri umani resi schiavi – il tipo che associamo con la storia degli Stati Uniti, che tratta alcuni esseri umani come proprietà di altri in un senso incondizionato. La Chiesa non ha mai approvato questa pratica malvagia in primo luogo, e non è di questo che parlano anche le Scritture. Nella storia della teologia cattolica ciò che fu in discussione furono rispettivamente le pratiche come la servitù contrattualizzata e la servitù penale, la servitù nel pagamento di un debito o come punizione di un crimine. Gli oppositori cattolici della pena capitale che sostengono un parallelo con la schiavitù di solito ignorano queste distinzioni cruciali).

C’è poi l’insegnamento dei papi precedenti. Ad esempio, nel 1210 papa Innocenzo III richiese notoriamente agli eretici valdesi di affermare la legittimità della pena capitale come condizione per la loro riconciliazione con la Chiesa. In altre parole, ha insegnato che la legittimità della pena capitale è una questione di ortodossia cattolica. La revisione del Catechismo da parte di papa Francesco sembra implicare che gli eretici abbiano sempre avuto ragione e che papa Innocenzo abbia condotto i fedeli in un grave errore morale.

Per fare un altro esempio, la versione del Catechismo promulgato da Papa Giovanni Paolo II nel 1997 riconosce che “l’insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude il ricorso alla pena di morte” – sebbene ritenga anche che “i casi in cui l’esecuzione dell’autore del reato sia una necessità assoluta sono molto rari, se non praticamente inesistenti“”. La revisione del Catechismo da parte di papa Francesco sembra quindi implicare che Giovanni Paolo II abbia insegnato che la Chiesa non esclude ciò che equivale a “un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona“. Sembra infatti sottintendere che Giovanni Paolo II abbia insegnato che “un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona” può essere almeno in rari casi una “necessità assoluta!

Poi c’è il Catechismo Romano promulgato da Papa san Pio V e utilizzato dalla Chiesa per secoli, che insegna:

Un altro tipo di uccisione lecita appartiene alle autorità civili, alle quali è affidato il potere della vita e della morte, con l’esercizio legale e giudizioso del quale puniscono i colpevoli e proteggono gli innocenti. L’uso giusto di questo potere, lungi dall’implicare il crimine di omicidio, è un atto di obbedienza fondamentale a questo Comandamento che vieta l’omicidio. La fine del Comandamento è la conservazione e la sicurezza della vita umana.

La revisione del Catechismo attuale da parte di Papa Francesco sembra quindi implicare che il Catechismo Romano abbia insegnato che “un attacco all’inviolabilità e alla dignità della persona” può essere “un atto di obbedienza fondamentale al Comandamento che proibisce l’omicidio“. In altre parole, l’insegnamento di papa Francesco sembra implicare che l’insegnamento di papa san Pio V non fosse solo gravemente in errore, ma anche perverso all’estremo.

Molti altri esempi potrebbero essere facilmente forniti dall’insegnamento magisteriale del passato che, se la revisione del Catechismo fosse corretta, dovrebbe essere giudicato per aver condotto i fedeli in un grave errore morale. La legittimità in linea di principio della pena capitale è, dopo tutto, l’insegnamento coerente delle Scritture, dei Padri e dei Dottori della Chiesa e dei Papi per oltre due millenni. (Joseph Bessette ed io abbiamo esposto a lungo le prove nel nostro libro By Man Shall His Blood Be Shed.) Ora, parte del problema è che, come ho sostenuto altrove, l‘affermazione che la Chiesa abbia avuto torto per due millenni è del tutto incompatibile con ciò che la Chiesa sostiene circa l’attendibilità del suo magistero ordinario. Ma un altro problema è che la revisione di papa Francesco implica che papi e catechismi ufficiali sono suscettibili di errore, così grave e persistente, che getta seri dubbi su tutto l’insegnamento papale e catechistico – compreso il suo. In breve, la revisione del papa è essenzialmente autolesionistica.

2) La nuova formulazione sembra respingere l’insegnamento tradizionale delle finalità della punizione.

La revisione del Catechismo da parte di papa Francesco indica che la pena capitale è stata tradizionalmente approvata per due motivi: la protezione della società e la punizione proporzionale. Concentriamoci per ora sul secondo di questi. L’insegnamento cattolico tradizionale ritiene che la giustizia retributiva sia lo scopo fondamentale (anche se non l’unico) del sistema di giustizia penale. La punizione, ha insegnato la Chiesa, consiste fondamentalmente nell’infliggere a un trasgressore una pena proporzionata alla gravità della sua offesa.

Commentando questa logica, il testo riveduto afferma:

Per molto tempo il ricorso alla pena di morte da parte della legittima autorità, dopo un processo regolare, fu ritenuta una risposta adeguata alla gravità di alcuni delitti e un mezzo accettabile, anche se estremo, per la tutela del bene comune.….

Oggi (…). Inoltre, si è diffusa una nuova comprensione del senso delle sanzioni penali da parte dello Stato.

Inoltre, la lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) che ha annunciato il cambiamento sostiene che nell’insegnamento di Giovanni Paolo II, “la pena di morte non è presentata come una pena proporzionata alla gravità del crimine”. La lettera afferma inoltre che il cambiamento nell’insegnamento della pena di morte “tiene conto della nuova concezione delle sanzioni penali applicata dallo Stato moderno, che dovrebbe essere orientata soprattutto alla riabilitazione e al reinserimento sociale del criminale“, e che l’insegnamento più antico riflette “un contesto sociale in cui le sanzioni penali sono state interpretate in modo diverso.

In altre parole, il cambiamento al Catechismo sembra rifiutare l’insegnamento tradizionale della giustizia retributiva, a favore di una “nuova comprensione” che ponga invece l’accento sulla riabilitazione e il reinserimento.

L’importanza di tale cambiamento non può essere sopravvalutata. L’insegnamento tradizionale è stato costantemente riaffermato dai papi: lo stesso san Giovanni Paolo II lo fece sia nell’Evangelium Vitae che nel Catechismo da lui promulgato. Quest’ultimo insegna:

La legittima autorità pubblica ha il diritto e il dovere di infliggere una sanzione proporzionata alla gravità dell’infrazione. La pena ha come scopo principale quello di sanzionare il disordine introdotto dal reato. Quando è volontariamente accettato dal colpevole, assume il valore di espiazione. (sottolineatura aggiunta)

Fortunatamente questo passo sopravvive nella revisione del Catechismo da parte di Papa Francesco – che ha modificato solo la successiva sezione, il n. 2267. Tuttavia, è difficile conciliare l’affermazione della nuova sezione 2267 secondo cui la Chiesa ha “una nuova comprensione… del significato delle sanzioni penali” con l’affermazione esplicita della vecchia comprensione del valore delle sanzioni penali contenuta nella sezione n. 2266.

Inoltre, la lettera della CDF contiene una strana serie di affermazioni. Si dice che per Giovanni Paolo II la pena di morte “non è presentata come una pena proporzionata alla gravità del crimine”. Ma poi Papa Giovanni Paolo II ha permesso la pena capitale almeno in rare circostanze. L’implicazione logica della lettera della CDF sembrerebbe essere che Giovanni Paolo II insegnò che la pena capitale potrebbe in linea di principio essere usata anche se non è una pena proporzionata! Ma, ovviamente, questo non può essere ciò che pensava Giovanni Paolo II. (Come Joseph Bessette ed io dimostriamo nel nostro libro, il Papa defunto in realtà ha insegnato implicitamente che la pena capitale è una pena proporzionata, e ha ritenuto semplicemente che ciò non fosse sufficiente a giustificarne l’uso effettivo nella maggior parte delle circostanze moderne).

Inoltre, l’idea che l’insegnamento tradizionale della Chiesa sugli scopi della punizione possa essere sostituito da una “nuova comprensione” è quella che papa Pio XII ha esplicitamente respinto. Ad esempio, nel suo “Discorso ai giuristi cattolici d’Italia“, pubblicato nel 1955, Pio XII diceva :

Molti, forse la maggioranza, dei giuristi civilisti la punizione vendicativa (cioè retributidva, ndr)…. Tuttavia…la Chiesa nella sua teoria e pratica ha mantenuto questo doppio tipo di pena (medicinale e vendicativa), e… ciò è più in accordo con ciò che le fonti della rivelazione e la dottrina tradizionale insegnano riguardo al potere coercitivo dell’autorità umana legittima. Non è sufficiente rispondere a questa affermazione affermando che le fonti sopra citate contengono solo pensieri che corrispondono alle circostanze storiche e alla cultura del tempo, e che quindi ad esse non può essere attribuita una validità generale e costante.

Così, Pio XII ha insegnato che la funzione “vendicativa” o retributiva della punizione è radicata nella rivelazione divina e nella dottrina tradizionale, ed ha rifiutato esplicitamente l’idea che essa rifletta semplicemente circostanze storiche e manchi di rilevanza permanente – mentre la revisione di papa Francesco sembra implicare l’esatto opposto.

L’insegnamento tradizionale aveva un buon motivo per porre l’accento sulla retribuzione e su sanzioni proporzionate. Il motivo è che se non pensiamo in termini di dare a un trasgressore ciò che merita, allora non pensiamo affatto più in termini di giustizia. Se tutto ciò che conta è la riabilitazione e il reinserimento delle persone, allora, in teoria, potremmo infliggere pene estremamente lievi o nessuna punizione anche per i crimini più atroci, se pensiamo che questo sia un modo efficace per raggiungere questi obiettivi. Allo stesso modo, potremmo infliggere sanzioni estreme per reati minori o anche a persone innocenti di cui vogliamo modificare il comportamento. In linea di principio, non si può escludere nulla se non si tiene conto della necessità di dare ai trasgressori ciò che meritano. Certo, la revisione del Catechismo non si spinge così esplicitamente in là. Ma confonde le acque in modo considerevole.

3) La revisione si basa in parte su affermazioni empiriche nel migliore dei casi dubbie.

Il testo riveduto del catechismo giustifica la completa abolizione della pena capitale in parte con il fatto che “Infine, sono stati messi a punto sistemi di detenzione più efficaci, che garantiscono la doverosa difesa dei cittadini…“. La lettera della CDF aggiunge che “la pena di morte [è] inutile come protezione per la vita di persone innocenti“. Tuttavia, questa non è in alcun modo un’affermazione dottrinale. Si tratta semplicemente di un’affermazione empirica che nel migliore dei casi è molto controversa – e, in effetti, in alcuni contesti, manifestamente falsa. Inoltre, si tratta di questioni di scienze sociali per le quali la Chiesa non ha una competenza particolare.

Il primo problema è che, sebbene i “sistemi efficaci di detenzione” a cui si riferisce il testo rivisto possano esistere nei ricchi paesi occidentali, vi sono ancora ampie regioni del mondo sottosviluppato in cui gli aggressori più pericolosi non possono essere resi innocui dall’incarcerazione. (Pensate agli instabili ordini politici in alcuni paesi africani e mediorientali, o al signore della droga messicano “El Chapo’s” che fugge dalla prigione). La dichiarazione della CDF e la revisione del catechismo sono, a questo proposito, stranamente eurocentriche nelle loro prospettive. La vita delle potenziali vittime innocenti della criminalità violenta nei paesi del Terzo mondo è meno preziosa di quella dei ricchi europei e americani?

Un secondo problema è che, anche nei paesi del Primo Mondo, i trasgressori più pericolosi a volte rimangono una minaccia per la vita degli altri anche quando sono incarcerati per tutta la vita. Ad esempio, talvolta uccidono altri prigionieri e guardie carcerarie. Inoltre, i boss della droga e altri associati alla criminalità organizzata talvolta ordinano omicidi, dal carcere, delle vittime nel mondo esterno.

Un terzo problema è che la lettera della CDF e la revisione del catechismo ignorano la questione del valore deterrente della pena capitale. Mentre alcuni scienziati sociali dubitano del suo valore deterrente, vi sono anche molti scienziati sociali che, sulla base di studi empirici sottoposti a revisione tra pari (peer-reviewed), sono convinti che la pena di morte abbia un effetto deterrente significativo. Il massimo che l’abolizionista possa ragionevolmente dire è che la questione è controversa. Ma se la pena di morte scoraggia davvero alcuni potenziali assassini, l’abolizione di questa pratica causerà la perdita di vite innocenti. L’affermazione perentoria della CDF secondo cui “la pena di morte [è] inutile come protezione per la vita di persone innocenti” non è quindi suffragata dalle prove empiriche. (Vedi By Man Shall His Blood Be Shed per un trattamento dettagliato delle prove per la deterrenza.)

Un quarto problema è che la revisione del catechismo ignora il fatto che la pena capitale offre ai pubblici ministeri un prezioso strumento negoziale. Gli autori di reati violenti che altrimenti rifiuterebbero di rivelare complici o di contribuire a risolvere altri reati sono talvolta disposti a parlare se hanno la certezza che i pubblici ministeri non ne chiederanno l’esecuzione. Quando la pena di morte viene tolta del tutto dai libri, questa merce di scambio è scomparsa e, ancora una volta, persone innocenti ne pagheranno il prezzo.

In ogni caso, gli ecclesiastici non hanno competenze specifiche in materia. E, naturalmente, il punto essenziale non è su queste questioni empiriche, ma sull’autorità dell’insegnamento perenne della Chiesa – che solleva una semplice domanda. Come si può giustificare una revisione radicale di oltre due millenni di insegnamento scritturale e papale sulla base di dubbie scienze sociali dilettantistiche?

 

Fonte: Catholic Herald

 

Qui la vecchia versione del n. 2267:

 

QUI la nuova versione del n.2267

 

Edward Feser scrittore e filosofo, vive a Los Angeles. Insegna filosofia al Pasadena City College. I suoi principali interessi di ricerca accademica riguardano la filosofia della mente, la filosofia morale e politica e la filosofia della religione. Scrive anche di politica. E’ co-autore di By Man Shall His Blood Be Shed: A Catholic Defense of Capital Punishment.




VESCOVI TEDESCHI PORTANO ALLA LUCE LETTERA PRIMA NEGATA

La Conferenza Episcopale Tedesca, a corredo della pubblicazione della dispensa sulla intercomunione, ha reso pubblica una serie di documenti allegati tra cui una lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede che bocciava la dispensa, che era trapelata ma che la Conferenza dei vescovi ne aveva recisamente negato l’esistenza. La sua lettura permette di far luce su alcuni aspetti e di fare alcune riflessioni. Vi riporto quelle fatte da Maike Hickson su OnePeterFive.

Eccole nella mia traduzione.

Foto: basilica di San Pierto a Roma

Foto: basilica di San Pierto a Roma

Quando ieri hanno finalmente pubblicato le loro controverse linee guida sull’intercomunione, i vescovi tedeschi hanno pubblicato anche otto documenti relativi alla discussione con Roma su questo testo. Tra queste, la prima lettera scritta dal Capo della Dottrina, l’Arcivescovo Luis Ladaria, inviata all’inizio della diatriba, il 10 aprile 2018, in risposta alla lettera dei sette vescovi tedeschi oppositori (alla dispensa sull’intercomunione, ndr).

L’esistenza di questa lettera del 10 aprile, inviata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF), era stata segnalata per la prima volta il 19 aprile dal sito cattolico austriaco Kath.net. OnePeterFive ha poi ripreso anche questa storia e la lettera che indicava che papa Francesco desiderava che i vescovi tedeschi non pubblicassero ancora la loro contestata dispensa pastorale che permetteva ad alcuni coniugi protestanti di sposi cattolici di ricevere, in singoli casi, la Santa Comunione su base regolare. (Questa prima lettera è stata successivamente seguita da una seconda lettera inviata dalla CDF, datata 25 maggio).

All’epoca, la Conferenza Episcopale Tedesca non sembrava molto soddisfatta delle informazioni trapelate su questa lettera temporaneamente restrittiva di Roma. In un comunicato stampa ufficiale del 19 aprile, i vescovi tedeschi affermano che “sono false le notizie secondo cui la dispensa [intercomunione] sarebbe stata respinta in Vaticano dal Santo Padre o da alcuni dicasteri”. (grassetto aggiunto)

Come si concilia questa frase con il contenuto di quella stessa lettera che è stata ora pubblicata dagli stessi vescovi tedeschi, anche se è espressamente classificata “strettamente confidenziale”? In quella lettera della CDF, che è firmata dall’arcivescovo Luis Ladaria (ora cardinale, ndr), si afferma che, dopo aver ricevuto la lettera del 22 marzo dei sette vescovi tedeschi oppositori che chiedevano aiuto a Roma, diversi dicasteri romani si erano riuniti per “discutere la delicata questione” e per preparare proposte per una futura procedura su come affrontare questo conflitto. “Il 6 aprile 2018, papa Francesco è stato ampiamente informato sull’intero argomento“, spiega Ladaria.

Segue ora il paragrafo decisivo:

Durante quell’udienza (con il Papa), il Santo Padre ha chiarito di non ritenere opportuno che questo documento sopra citato (la dispensa intercomunale) sia ora pubblicato.

Lasciamo ai nostri lettori il compito di verificare se il comunicato stampa dei vescovi tedeschi e la negazione di tale lettera siano in accordo con il contenuto della stessa, così come è stata pubblicata. Come afferma oggi Kath.net nella sua relazione su questa nuova lettera:Almeno si può diagnosticare un chiaro tentativo, da parte della Conferenza episcopale tedesca, di limitare i danni“.

La lettera del 10 aprile continua, invitando alcuni vescovi tedeschi – tra i quali il cardinale Reinhard Marx (Monaco) e il cardinale Rainer Woelki (Colonia) – a venire a Roma per un incontro presso la Congregazione per la dottrina della fede. La riunione si è poi svolta il 3 maggio.

E’ stato molto difficile – e di fatto impossibile da oltre due mesi – ottenere copia di tale lettera del 10 aprile. Siamo quindi lieti di conoscerne finalmente il contenuto, il che, ovviamente, indica che il Papa non è stato, come sembra, tanto contrario alla dispensa pastorale in quanto tale, quanto piuttosto ai tempi e alla “maturità” della data di pubblicazione.

Ora, a fine giugno, sembra che papa Francesco ne approvi la pubblicazione, come si evince dalla nota che il cardinale Marx ha scritto il 12 giugno, dopo aver incontrato il papa l’11 giugno, durante la riunione del Consiglio dei nove cardinali (il C9, ndr) a Roma, secondo il corrispondente da Roma Edward Pentin (a beneficio del lettore traduco un passo di Pentin: “ Il Consiglio permanente prosegue dicendo che il presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Reinhard Marx, “ha potuto chiarire” alcuni punti con il Papa “in una riunione”. (Il cardinale ha incontrato il Papa l’11 giugno, durante l’ultimo incontro C9, secondo fonti.), ndr). Quella nota riassumeva la conversazione di questi due uomini ed era firmato dal cardinale Marx e poi controfirmato (con una “F” e una data) e quindi approvato dallo stesso papa Francesco. In quella nota si afferma chiaramente che il Papa ora approva la pubblicazione della dispensa tedesca per l’intercomunione, perché ha detto: “Poiché il testo della Conferenza episcopale tedesca sarà una guida orientativa per i singoli vescovi, esso potrà essere reso pubblico anche ad uso dei vescovi”. Il termine “dispensa” è stato quindi sostituito con “guida all’orientamento”.

Come scrive oggi il sito web dei vescovi tedeschi Katholisch.de, il vescovo Rudolf Voderholzer (Regensburg), uno dei membri del Consiglio permanente che ha deciso di pubblicare la guida tedesca sull’intercomunione, ha detto che questa decisione è stata presa all’unanimità, vale a dire con l’approvazione dei sette vescovi che si erano opposti. Tuttavia, Voderholzer insiste anche sul fatto che ora tocca a Roma chiarire che cosa si intenda veramente con le parole “grave situazione di emergenza“, in cui i cristiani non cattolici possono, a certe condizioni, ricevere la Santa Comunione. Egli vede anche “una grande insicurezza” sulla questione di quali siano gli elementi richiesti dalla fede cattolica nella Santa Eucaristia come una condizione preliminare per l’accoglienza della Santa Eucaristia da parte dei cristiani non cattolici.

Come prima risposta protestante alla pubblicazione di quella guida pastorale, la Chiesa Evangelica in Germania (EKD) ha ora fatto una dichiarazione in cui insiste sul fatto che questo (cioè quanto fatto dai vescovi cattolici, ndr) è “solo metà della strada“, sottolineando il fatto che “i fratelli e le sorelle cattoliche”  “non possono (ancora) accettare l’invito” a ricevere la cena protestante. È chiaro, quindi, che i protestanti ora si aspettano dai vescovi tedeschi un movimento più generale verso la piena intercomunione.

Alla luce di queste crescenti equivoci e slealtà verso la dottrina e la realtà della Santa Eucaristia così come fino ad ora sono state promosse dai vescovi tedeschi, potrebbe essere opportuno considerare quanto affermato dal cardinale Gerhard Müller (che noi abbiamo pubblicato qui, ndr) appena un giorno prima della pubblicazione della guida di orientamento tedesca. In un’intervista al Catholic World Report, il presule tedesco ha fatto alcuni commenti severi e incisivi sulla situazione in Germania. Cito ora a grandi linee le parole del cardinale Müller alla fine della nostra relazione:

Un gruppo di vescovi tedeschi, con il loro presidente (cioè della Conferenza episcopale tedesca, ovvero il card. Reinhard Marx, ndr) in testa, si vede come trendsetter (chi detta la moda, ndr) della Chiesa cattolica nella marcia verso la modernità. Considerano la secolarizzazione e la scristianizzazione dell’Europa come uno sviluppo irreversibile. Per questo motivo la Nuova Evangelizzazione – programma di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – è a loro avviso una battaglia contro il corso oggettivo della storia, simile a quella di Don Chisciotte contro i mulini a vento. Essi cercano per la Chiesa una nicchia dove si possa sopravvivere in pace. Perciò tutte le dottrine della fede che si oppongono al “mainstream”, il consenso sociale, devono essere riformate.

Una conseguenza di ciò è la richiesta della Santa Comunione anche per le persone senza fede cattolica e anche per quei cattolici che non sono in uno stato di grazia santificante. In agenda anche: la benedizione per le coppie omosessuali, l’intercomunione con i protestanti, la relativizzazione dell’indissolubilità del matrimonio sacramentale, l’introduzione dei viri probati e con essa l’abolizione del celibato sacerdotale, l’approvazione dei rapporti sessuali prima e dopo il matrimonio. Questi sono i loro obiettivi, e per raggiungerli sono disposti ad accettare anche la divisione della Conferenza episcopale.

I fedeli che prendono sul serio la dottrina cattolica sono bollati come conservatori ed espulsi dalla Chiesa, e sono esposti alla campagna diffamatoria dei media liberali e anticattolici.

Per molti vescovi, la verità della rivelazione e della professione di fede cattolica è solo un’altra variabile della politica di potere intraecclesiale. Alcuni di loro citano accordi individuali con papa Francesco e pensano che le sue dichiarazioni in interviste a giornalisti e personaggi pubblici lontani dal cattolicesimo offrano una giustificazione anche per “annacquare” verità di fede definite e infallibili (= dogmi). Nel complesso, ci troviamo di fronte a un palese processo di protestantizzazione.

L’ecumenismo, invece, ha come obiettivo la piena unità di tutti i cristiani, che è già sacramentalmente realizzata nella Chiesa cattolica. La mondanità dell’episcopato e del clero nel XVI secolo è stata la causa della divisione del cristianesimo, che è diametralmente opposta alla volontà di Cristo, il fondatore della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. La malattia di quell’epoca è ora presumibilmente la medicina con cui la divisione deve essere superata. L’ignoranza della fede cattolica in quel tempo era catastrofica, specialmente tra i vescovi e i papi, che si dedicavano più alla politica e al potere che alla testimonianza della verità di Cristo.

Oggi, per molte persone, essere accettate dai media è più importante della verità, di cui dobbiamo anche soffrire. Pietro e Paolo subirono il martirio per Cristo a Roma, centro del potere ai loro tempi. Non sono stati celebrati dai governanti di questo mondo come eroi, ma piuttosto sbeffeggiati come Cristo sulla croce. Non dobbiamo mai dimenticare la dimensione martirologica del ministero petrino e dell’ufficio episcopale.

Fonte: OnePeterFive




INTERCOMUNIONE, I VESCOVI TEDESCHI REAGISCONO ALLA LETTERA VATICANA

Quello che era nell’aria ora è diventato chiaro e pubblicamente espresso. Il vescovo tedesco Gerhard Feige, di Magdeburgo, si chiede perché non vi sono state critiche alla implementazione nelle linee guida tedesche di Amoris Laetitia e vi sono ora alla “dispensa pastorale” che permette ai coniugi protestanti di cattolici di ricevere la Comunione visto che, a suo parere, vi è un legame tra le due cose. Lo aPprendiamo in questo articolo su CNA. 

Eccolo nella mia traduzione.

Foto: Cardinal Walter Kasper. Credit: Bohumil Petrik/CNA

Foto: Cardinal Walter Kasper. Credit: Bohumil Petrik/CNA

Diversi vescovi tedeschi hanno reagito con sorpresa, costernazione e critica al rifiuto da parte del Vaticano della proposta di consentire ai protestanti sposati con cattolici di ricevere l’Eucaristia in determinate circostanze. Un eminente cardinale ha detto di essere “furioso” di come si sta svolgendo il dibattito sulla Comunione.

In una lettera del 25 maggio, il cardinale eletto Luis Ladaria SJ, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha sollevato “una serie di problemi di notevole importanza” con la proposta tedesca e ha dichiarato il testo non essere abbastanza maturo per la pubblicazione.

La lettera è stata pubblicata il 4 giugno dal giornalista vaticano Sandro Magister.

Lo stesso giorno, il capo della Conferenza episcopale tedesca, il cardinale Reinhard Marx, ha rilasciato una dichiarazione in cui si diceva “sorpreso” della lettera.

Nella sua dichiarazione del 4 giugno, il cardinale Marx ha osservato che in una riunione tenutasi a Roma il 3 maggio 2018, “ai vescovi partecipanti all’incontro è stato detto che dovevano “trovare una soluzione il più possibile unanime nello spirito della comunione ecclesiale””, e si è quindi stupito di ricevere la lettera “prima che un tale accordo unanime fosse raggiunto“.

Il cardinale Marx ha detto che vede “un ulteriore bisogno di discussione all’interno della Conferenza episcopale tedesca… ma anche con i corrispondenti dicasteri romani e con lo stesso Santo Padre“.

Il 6 giugno, il presidente della Commissione ecumenica della Conferenza episcopale tedesca (DBK), il vescovo Gerhard Feige di Magdeburgo, ha pubblicato un editoriale su “katholisch.de”, un sito web della DBK, in cui ha espresso delusione per la risposta di Roma, e ha aspramente criticato i “due pesi e due misure morali” dei vescovi che da una parte esprimono preoccupazione per la proposta al Vaticano e dall’altra consentono ai protestanti di ricevere la Comunione nella propria diocesi per motivi pastorali.

Il vescovo di Magdeburgo, mons. Gerhard Feige, (che dirige la commissione per l’ecumenismo dei vescovi tedeschi, ndr), ha stabilito un legame con il permettere ai cattolici divorziati e risposati di ricevere la comunione in alcune circostanze, che la Conferenza episcopale tedesca, tra le altre, ha introdotto nelle linee guida emanate sulla scia di Amoris Laetitia.

“Un simile conflitto, per il fatto che si trattava di un argomento che ‘riguarda la fede della Chiesa ed è rilevante per la Chiesa universale’, avrebbe potuto essere innescato dalla formulazione dei Vescovi tedeschi [direttive della Conferenza] sul matrimonio e sul ministero della famiglia, date le dichiarazioni sulla possibilità per le persone che si sono risposate dopo un divorzio di ricevere i sacramenti. Perché, allora, c’è stata questa escalation quando si è arrivati all’argomento delle differenze interconfessionali?

Il giorno dopo la dichiarazione pubblica del vescovo Feige, anche il cardinale Walter Kasper ha fatto una dichiarazione pubblica con un editoriale pubblicato sul sito web della Conferenza episcopale tedesca.

Dopo aver scritto di essere “furioso” per il fatto che la lettera al cardinale Marx sia trapelata alla stampa prima ancora di arrivare a destinazione, Kasper ha espresso “perplessità” per “l’impressione che anche coloro che dovrebbero conoscere meglio (la questione, ndr) dovrebbero sostenere che i cristiani non cattolici sono fondamentalmente esclusi dalla comunione, o che questo dovrebbe almeno essere chiarito dalla Chiesa universale“.

Kasper, che è l’arcivescovo emerito di Rottenburg-Stuttgart, ha anche respinto con fermezza la preoccupazione che la proposta tedesca costituisca un Sonderweg, ossia una forma di eccezione tedesca.

Inoltre, il cardinale Kasper ha scritto di essere “tanto più sorpreso” poiché nelle diocesi tedesche “esiste già una pratica diffusa di coniugi non cattolici, che si considerano cristiani seri, che si fanno avanti (per ricevere) la comunione, senza che vi siano vescovi, che dopo tutto conoscono questa pratica, che finora abbiano espresso preoccupazione”.

Nei suoi commenti, Kasper ha anche respinto le preoccupazioni – sollevate da molti altri cardinali e vescovi – che la “dispensa pastorale” tedesca costituisse una normalizzazione in generale della pratica di ricezione della Santa Comunione da parte dei protestanti, spiegando che l’approccio della proposta riguardava una “decisione individuale di coscienza e di consiglio pastorale“.

 

Fonte: Catholic News Agency




IL CARD. LADARIA CHISSA’ A CHI SI RIFERISCE

Foto: Luis Ladaria

Foto: Luis Ladaria

Il 29 maggio scorso, sull’Osservatore Romano, è comparso un articolo (qui) firmato dal neo-cardinale Luis Ladaria, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, dal titolo chiarissimo: «Il carattere definitivo della dottrina di “Ordinatio sacerdotalisˮ. A proposito di alcuni dubbi». Il cardinale spiega che la preclusione al sacerdozio femminile per la Chiesa cattolica è una decisione che non si cambia.

Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica “Ordinatio sacerdotalisˮ, del 22 maggio 1994, arrivata dopo la decisione della Chiesa anglicana di aprire al sacerdozio femminile, ha «insegnato» che «la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa».

 La Congregazione per la Dottrina della fede, in risposta a un dubbio sull’insegnamento del documento wojtyliano, «ha ribadito che si tratta di una verità appartenente al deposito della fede». «In questa luce – scrive l’arcivescovo Ladariadesta seria preoccupazione veder sorgere ancora in alcuni Paesi delle voci che mettono in dubbio la definitività di questa dottrina. Per sostenere che essa non è definitiva, si argomenta che non è stata definita ex cathedra e che, allora, una decisione posteriore di un futuro Papa o concilio potrebbe rovesciarla. Seminando questi dubbi si crea grave confusione tra i fedeli, non solo sul sacramento dell’ordine come parte della costituzione divina della Chiesa, ma anche sul magistero ordinario che può insegnare in modo infallibile la dottrina cattolica».

Il Prefetto della fede ricorda che in primo luogo, «per quel che riguarda il sacerdozio ministeriale, la Chiesa riconosce che l’impossibilità di ordinare delle donne appartiene alla sostanza del sacramento dell’ordine. La Chiesa non ha capacità di cambiare questa sostanza, perché è precisamente a partire dai sacramenti, istituiti da Cristo, che essa è generata come Chiesa. Non si tratta solo di un elemento disciplinare, ma dottrinale, in quanto riguarda la struttura dei sacramenti, che sono luogo originario dell’incontro con Cristo e della trasmissione della fede».

Come avete letto sopra, il card. Ladaria ha scritto: “desta seria preoccupazione veder sorgere ancora in alcuni Paesi delle voci che mettono in dubbio la definitività di questa dottrina”. Chissà  a chi si riferisce il card. Ladaria.

E’ però un dato di fatto che il card. Christoph Schönborn – che papa Francesco ha chiamato “un grande teologo” e a cui il papa ha affidato l’interpretazione pubblica di Amoris Laetitia – a proposito della ordinazione sacerdotale delle donne, in una intervista concessa il 1° aprile scorso a vari giornalisti austriaci ha detto: “La questione dell’ordinazione [delle donne] è una questione che chiaramente può essere chiarita solo da un Concilio. Questo non può essere deciso da un solo papa. Si tratta di una domanda troppo grande per poter essere risolta dalla scrivania di un papa.

A seguito di quella intervista, l’11 aprile scorso, un importante canonista americano, Ed Peteres, sul suo blog, scrisse preoccupato:

Ci sono almeno tre errori gravi in queste osservazioni, tutti ecclesiologici, e tutti (supponendo che le interviste ufficiali rilasciate da cardinali si debbano prendere alla lettera), piuttosto allarmanti.

In primo luogo, la possibilità di ordinare le donne al sacerdozio (e all’episcopato) è stata definitivamente esclusa per motivi ecclesiologici da Papa Giovanni Paolo II nell’Ordinatio sacerdotalis (1994) n. 4, quando ha dichiarato che “la Chiesa non ha alcuna autorità di conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne”. Qualunque altra argomentazione sacramentale, scritturale o storica contro l’ordinazione femminile su cui Giovanni Paolo II avrebbe potuto contare, egli ha formulato la sua sentenza conclusiva contro l’ordinazione sacerdotale femminile in termini di in-capacità della Chiesa di conferire tali ordini a tali persone. L’affermazione di Schönborn, quindi, che un giorno potrebbe succedere di avere “diaconesse, sacerdoti e vescovi” di sesso femminile è in contraddizione con un’affermazione ecclesiologica centrale contenuta nell’Ordinatio.

In secondo luogo, per Schönborn dire che un papa non può, da solo, decidere (specificamente, contro) la possibilità dell’ordinazione femminile significa contestare direttamente l’autorità di un papa nella Chiesa come stabilito nel Canone 331, in particolare che il papa “possiede il potere ordinario supremo, pieno, immediato e universale nella Chiesa, che è sempre in grado di esercitare liberamente”. Dato che Giovanni Paolo II ha deciso (sì, proprio dalla sua scrivania!) che la Chiesa non aveva potere di ordinare donne al sacerdozio e che la sua decisione doveva “essere definitivamente tenuta da tutti i fedeli della Chiesa”, la dichiarazione di Schönborn, suggerisco, nega direttamente l’autorità del papa di emanare un tale insegnamento ecclesiologico e/o una tale direttiva.

Terzo, nello stesso momento in cui egli nega l’autorità di un papa a decidere come decise Giovanni Paolo II, Schönborn sostiene che la questione dell’ordinazione femminile (assecondando il cardinale nell’ipotesi che esista anche una tale questione riguardo allo stato sacerdotale) può essere decisa solo da un Concilio ecumenico, commettendo in tal modo, suggerisco, l’errore ecclesiologico di ritenere che vi siano concili ecumenici superiori ai papi e di avvicinarsi così pericolosamente a una linea che pochi canonisti moderni pensavano potesse essere attraversata, quella tracciata nel Canone 1372, che recita: “Chi contro un atto del Romano Pontefice ricorre al Concilio Ecumenico o al collegio dei Vescovi, sia punito con una censura.

(… Edward Peters prosegue poi approfondendo la questione dal punto di vista del diritto canonico….)

In sintesi, che tali commenti, provenienti da una delle figure più prestigiose della Chiesa di oggi, commenti che, se intesi nel loro schietto senso, contestano espressamente l’adeguatezza di un atto papale di rilievo, negano la capacità di un papa di emanare, da solo, tali decisioni, e che implicano che un concilio ecumenico è l’unica autorità che potrebbe decidere certe questioni ecclesiologiche, che tali commenti, dico, non hanno suscitato, per quanto io ne sappia, una singola fraterna correzione, è, io penso, un segno di quanto sia urgente un ripristino dell’ordine nella Chiesa.

A meno che, naturalmente, il card. Schönborn non debba essere considerato come uno che dice ciò che intende e intende ciò che dice.++++

 

Ed Peters, dopo questo articolo del card. Ladaria, immagino si sia tranquillizzato. Infatti, è arrivata quella “fraterna correzione” da lui auspicata (sia pure indiretta).

 

di Sabino Paciolla




INTERCOMUNIONE, INCONTRO VATICANO, MULLER: OCCORRE “MAGGIORE CORAGGIO E CHIAREZZA”

Come abbiamo detto nell’articolo di ieri (qui) il 3 maggio scorso si è tenuto in Vaticano l’atteso incontro presso la Congregazione per la Dottrina della Fede per discutere la questione dell’intercomunione, la proposta pastorale dei vescovi tedeschi, molto controversa, di consentire in alcuni casi ai coniugi protestanti di ricevere la Santa Comunione. La parte sostenitrice della proposta era capeggiata dal card. Marx, presidente dei vescovi tedeschi, nonché stretto collaboratore di Papa Francesco, e dall’altra il Card. Woelki, di Colonia. Al centro mons. Ladaria, prefetto della CDF ed il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

Della questione della intercomunione abbiamo riferito anche qui (Muller), qui (Brandmuller), qui, qui e qui.

Riporto ora ampi stralci di un interessante articolo di Edward Pentin (qui) che ha scritto ieri sul National Catholic Register.

Eccoli nella mia traduzione.

Foto: card. Gerhard Müller

L’incontro cruciale di ieri è stato più rapido del previsto, durato poco più di due ore, ma l’esito non è piaciuto a nessuno dei partecipanti, e avrà conseguenze di vasta portata per la Chiesa, fonti vicine ai colloqui hanno riferito al National Catholic Register.

IL PREFETTO (della CDF) POSTINO

Dopo che entrambe le parti si sono espresse, l’arcivescovo Luis Ladaria, prefetto della CDF, ha riferito ai partecipanti che papa Francesco «apprezza l’impegno ecumenico dei vescovi tedeschi e chiede loro di trovare, in spirito di comunione ecclesiale, un risultato possibilmente unanime».

Nei commenti al National Catholic Register del 4 maggio, il cardinale Gerhard Müller, prefetto emerito della Congregazione per la dottrina della fede, ha espresso il suo disappunto per il risultato, dicendo che la dichiarazione era “molto povera” perché non conteneva “alcuna risposta alla domanda centrale, essenziale”. Non è possibile, ha sottolineato, essere in “comunione sacramentale senza comunione ecclesiale”.

Per il bene della Chiesa, ha aggiunto, è necessaria una “chiara espressione della fede cattolica“, perché il Papa “affermi la fede, in particolare il “pilastro della nostra fede, l’Eucaristia”. Il Papa e la CDF, ha proseguito, dovrebbero “dare un orientamento molto chiaro” non attraverso “l’opinione personale ma secondo la fede rivelata.

Una fonte vicina ai due vescovi contrari alla proposta ha detto al National Catholic Register il 4 maggio che la “risposta ufficiale è che non c’è risposta“. Il Santo Padre, ha detto, “è venuto meno al suo obbligo di papa su una questione di dogma su cui il suo ufficio deve decidere“.

Il Papasi è rifiutatodi prendere una posizione, ha sottolineato, “e la CDF è stata lasciata agire come postino, non per affermare la fede, ma per annunciare questa informazione“. I dicasteri (vaticani, ndr), ha detto, “sono inutili” se tutto quello su cui si dovrà decidere sarà affidato alle Conferenze episcopali. Essa (la fonte, ndr) ha riconosciuto che il termine “unanimità” non è adeguatamente definito in questo contesto, ma si aspetta che il cardinale Marx cerchi in qualche modo di ridurre il numero dei vescovi contrari alla proposta, al fine di raggiungere il requisito di unanimità in modo che si prosegua.

Il nostro compito ora è quello di rafforzare i sette vescovi, di rafforzare i nostri sacerdoti nell’argomentazione“, ha detto la fonte. “Sarà una lotta lunga e nei prossimi sei mesi ci dedicheremo a questo”.  

Ma anche il cardinale Marx e la Conferenza episcopale tedesca si dice che sono stati delusi. L’incontro si è tenuto nella Congregazione per la Dottrina della Fede, indicando che il Vaticano considera questo un argomento dottrinale, non semplicemente una questione di pratica pastorale come il cardinale Marx ha cercato di sostenere (ha insistito nel mese di febbraio che si trattava di una “dispensa pastorale” e che non intendeva “cambiare qualsiasi dottrina”).

Più significativamente, i sostenitori della proposta non hanno ottenuto l’approvazione del Papa. Invece, coerentemente con il suo desiderio espresso nella sua prima esortazione apostolica Evangelii Gaudium, Francesco insiste nei suoi sforzi di decentrare il governo della Chiesa dando più “autorità dottrinale” alle conferenze episcopali. Rilancia quindi la palla nel campo dei vescovi tedeschi.

In un certo senso si tratta di un rifiuto [della proposta]“, ha detto il vaticanista tedesco, Mathias von Gersdorf. “Suona così: Lei [il cardinale Marx] ha creato un problema enorme. Guardi da se stesso di cercare di uscire da questo problema. E se questo non porta all’unanimità, il problema è risolto“.

LA BATTAGLIA PERDUTA DI MARX

Anche deludente per il partito del cardinale Marx è stata l’opposizione incontrata durante l’incontro da parte del cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Il porporato svizzero, al quale la proposta non era stata notificata prima o dopo la votazione, si è mostrato solidale con le preoccupazioni dei sette vescovi (che si oppongono alla proposta della maggioranza dei vescovi tedeschi).

La delusione della Conferenza episcopale tedesca è stata evidente anche quando, dopo l’incontro, il suo portavoce, Matthias Kopp, ha dichiarato che non avrebbe tenuto alcuna conferenza stampa, né rilasciato dichiarazioni o interviste. “È stata una battaglia persa per loro, anche se non una guerra persa“, ha detto la fonte vicino ai colloqui. “Kopp non vuole parlare di una battaglia perduta“.

Ma i sette vescovi e i loro alleati hanno le maggiori preoccupazioni. Pur ritenendo che l’incontro avrebbe potuto essere “molto peggiore“, secondo la fonte vicina alle conferenze, e la proposta (approvata dai vescovi tedeschi, ndr) non possa essere pubblicata come sussidio come intendeva la Conferenza episcopale tedesca, la considerano una “rivoluzione ecclesiologica”.

“Il vero problema non è la questione in sé, ma il rifiuto del Papa di adempiere al suo obbligo di Pietro, e questo potrebbe avere pesanti conseguenze”, ha detto la fonte. “Pietro non è più la roccia che era, ma il pastore che dice alle pecore: ‘Andate a cercare voi stessi qualcosa da mangiare'”.   

Prevedeva che un simile processo sarebbe stato adottato per introdurre novità come i preti sposati, e che la deriva generale verso il decentramento della dottrina avrebbe reso la Chiesa più simile alla Comunione anglicana.

Il cardinale Müller, riferendosi alla Lumen gentium, ha ricordato che le conferenze episcopali hanno una “importanza secondaria” rispetto al Papa, e non è possibile per loro votare all’unanimità su una questione di dottrina che contraddica gli “elementi fondamentali” della Chiesa.Dobbiamo resistere a questo“, ha detto, e ha avvertito che se il principio di identità cattolica che consiste nella comunione sacramentale ed ecclesiale viene distrutto, “allora la Chiesa cattolica viene distrutta. La Chiesa, ha sottolineato, “non è un attore politico“.

“Spero che altri vescovi alzino la voce e facciano il loro dovere”, ha detto il cardinale Müller. “Ogni cardinale ha il dovere di spiegare, difendere, promuovere la fede cattolica, non secondo i sentimenti personali, o le oscillazioni dell’opinione pubblica, ma leggendo il Vangelo, la Bibbia, la Sacra Scrittura, i padri della Chiesa e di conoscerli. Anche i concili, per studiare i grandi teologi del passato, e poter spiegare e difendere la fede cattolica, non con argomenti sofistici per compiacere tutte le parti, per essere beniamini di tutti“.

Andando avanti, il cardinale Müller con rammarico ha previsto che la questione “continuerà senza la chiara necessità di una dichiarazione sulla fede cattolica.

Ha detto che i vescovi devonocontinuare a spiegare la fede” e ha auspicato che la Congregazione per la Dottrina della Fede svolga il suo ruolo non solo come mediatore dei diversi gruppi, ma anche di guida del magistero del Papa.

Bisogna spingere ad una maggiore chiarezza e coraggio“, ha detto.  




INTERCOMUNIONE: IL PAPA RILANCIA LA PALLA AI VESCOVI TEDESCHI

Ieri si è concluso il vertice in Vaticano con i responsabili della Dottrina della fede e dell’Ecumenismo. Francesco «apprezza l’impegno ecumenico» e spinge per «un risultato possibilmente unanime».

Foto: in lontananza campanile cattedrale Monaco di Baviera (Germania)

Foto: in lontananza campanile cattedrale Monaco di Baviera (Germania)

Dopo una discussione durata 4 ore e finita alle ore 19.00 avvenuta ieri tra fautori della intercomunione (qui) e (qui) rappresentati dal card. Marx, i contrari, rappresentati dal card. Woelki, ed i responsabili vaticani, rappresentati, tra l’altro, da mons. Ladaria, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il risultato è stata una sorpresa. Infatti, mons. Ladaria ha comunicato che Papa Francesco «apprezza l’impegno ecumenico dei vescovi tedeschi e chiede loro di trovare, in spirito di comunione ecclesiale, un risultato possibilmente unanime» in merito alla controversia della «ospitalità eucaristica», ovvero se concedere o meno ad un protestante di accedere alla comunione mentre assiste alla messa insieme al coniuge cattolico.

Per certi versi è un risultato che assomiglia alla risposta che Papa Francesco, in visita alla comunità luterana di Roma, dette alla sig.ra luterana, sposata con un cattolico, che chiedeva come fare per risolvere il problema di avvicinarsi alla Comunione. La risposta di Papa Francesco, tra l’altro, fu: «Mi domando – e non so come rispondere, ma la sua domanda la faccio mia – io mi domando: condividere la Cena del Signore è il fine di un cammino o è il viatico per camminare insieme? Lascio la domanda ai teologi, a quelli che capiscono (…)».

Ad ogni modo, dal punto di vista concreto ed operativo, non è chiaro il significato della frase: “trovare (…) un risultato possibilmente unanime”.

Ho già parlato di questo tema in questi articoli (qui, qui, qui e qui), il più importante ed articolato dei quali è certamente quello del. card. Müller (qui). Data però l’importanza della materia, mi sembra opportuno presentarvi questo illuminante  articolo (qui) di John Allen, pubblicato su Crux Now il primo maggio scorso.

Eccolo nella mia traduzione.   

Non è raro che un incontro Vaticano riesca a catturare tre grandi ironie sullo stato della situazione nel cattolicesimo, ma questo sembrerebbe essere il caso di un vertice che coinvolge funzionari vaticani e prelati tedeschi questo giovedì prossimo (ieri, ndr) sul tema della comunione per i coniugi protestanti dei cattolici nei matrimoni misti.

In un modo o nell’altro, la sessione riflette queste treargomenti:

1) Anche quando un papa o una gestione vaticana sono veramente impegnati per il decentramento, è difficile per Roma in un villaggio globale stare ad osservare le cose per molto tempo.

 

2) Alcune questioni nella Chiesa hanno un’enorme importanza simbolica in una parte del mondo, ma potrebbero avere il loro maggiore impatto in un’altra.

 

3) Papa Francesco è il primo papa del sud del mondo, ma gran parte del dramma ad intra del suo papato ruota intorno al primo mondo per eccellenza – la ricca e teologicamente infiammabile Chiesa cattolica tedesca.

 

L’impulso per l’incontro di giovedì è venuto da una sessione di fine febbraio della Conferenza episcopale tedesca, che ha adottato linee guida che consentono ai coniugi protestanti di ricevere la Comunione a certe condizioni, in particolare per coloro che “condividono la fede  cattolica” nell’Eucaristia.

Ciò ha portato un gruppo di sette vescovi tedeschi, tra cui il cardinale Rainer Maria Woelki di Colonia, a scrivere al Vaticano chiedendo chiarimenti sul fatto che si tratti di qualcosa che possa essere decisa da una conferenza episcopale locale, o se sia necessaria una “decisione della Chiesa universale”.

La lettera fu scritta a insaputa del cardinale Reinhard Marx di Monaco, presidente della Conferenza episcopale tedesca e membro del consiglio “C9” dei cardinali consiglieri del papa (per la riforma dellaChiesa, ndr). In una risposta del 4 aprile, Marx si è detto sorpreso perché il testo discusso a febbraio, ha detto, è solo una bozza e può ancora essere modificato.

Da parte tedesca, Marx e Woelki parteciperanno (cioè hanno partecipato, ndr) all’incontro di giovedì, affiancati dall’arcivescovo italiano Luis Ladaria, capo della Congregazione per la dottrina della fede del Vaticano, e dal cardinale svizzero Kurt Koch, che dirige il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

In tutta onestà, questa può essere una decisione che Francesco non vuole veramente prendere. Quando in passato ha parlato di inter-comunione, per esempio durante una visita del 2015 alla comunità luterana tedesca di Roma e nella sua esortazione apostolica del 2016 Amoris Laetitia, l’ha definita una questione di coscienza da determinare caso per caso.

In altre parole, Francesco potrebbe accontentarsi di lasciare che i vescovi locali trovino una soluzione da soli, ma qui alcuni di quegli stessi vescovi stanno insistendo sul fatto che bisogna che Roma dia una direzione.


In particolare, il Vaticano non ha chiesto questo incontro, e non c’è alcuna indicazione particolare che sia desideroso di essere coinvolto. Eppure, in un mondo saturo di social media come quello del XXI secolo, la distinzione tra “locale” e “universale” è, in una certa misura, un anacronismo. Tutti sappiamo tutto ciò che accade immediatamente ovunque, e le pressioni esercitate su Roma affinché reagisca, sia a livello di base che di gerarchia, rendono spesso inevitabile una qualche forma di intervento.

In altre parole, l’ironia n.1 deriva dal fatto che Francesco si sforza di essere un papa che vuole decentralizzare in un’epoca che altamente centralizza.

In secondo luogo, la risposta di Marx alla lettera dei sette suoi confratelli relati è stata particolarmente eloquente quando ha detto, in sostanza, che non riesce a capire di che cosa si tratta, dal momento che permettere ai coniugi protestanti di ricevere la comunione quando condividono la fede cattolica sull’Eucaristia e hanno parlato con un pastore è già una pratica consolidata in Germania, sulla base della legislazione vigente della Chiesa e l’insegnamento papale.

I vescovi tedeschi (sostenitori dell’intercomunione a certe condizioni, ndr) citano spesso il documento del 2003 di San Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucaristia, che diceva che oltre a permettere l’intercomunione nei casi di “grave necessità”, come il rischio di morte, può anche accadere quando c’è un “grave bisogno spirituale”.

Coloro che conoscono la realtà del cattolicesimo tedesco in linea generale si può dire le cose si possono sintetizzare in questo modo: la maggior parte dei cattolici e dei protestanti nei matrimoni misti non vanno comunque in chiesa regolarmente, quindi il problema dell’intercomunione non si pone. Per coloro che partecipano a messa, e quando il partner protestante desidera ricevere la Comunione, oramai è da molto tempo che hanno trovato un pastore che comprende e tranquillamente partecipano al sacramento della Comunione. Gli osservatori dicono che i numeri di coloro che desiderano ricevere la Comunione, ma che, per un motivo o per l’altro, sono bloccati dall’accostarsi, sono relativamente piccoli.

Certo, data l’eredità della Riforma e l’imperativo evangelico della ricerca dell’unità dei cristiani, questa è una questione culturalmente e teologicamente importante, ma qualunque cosa accada giovedì (cioè ieri, ndr)  non può avere molto significato in termini di ciò che già avviene in Germania.

Dove questa cosa potrebbe avere più significato è in altre parti del mondo, specialmente dove i matrimoni misti sono più comuni. C’è ovviamente una differenza tra dire “i tedeschi fanno x” e “i tedeschi ora hanno l’autorizzazione papale a fare x”, rendendo difficile spiegare perché altre chiese locali non dovrebbero avere la stessa tolleranza. Così l’ironia n.2: un accomodamento giustificato da esigenze tedesche potrebbe, se concesso, avere il massimo impatto altrove.

In terzo luogo, è sorprendente che ancora una volta, il cattolicesimo di lingua tedesca sta agendo come motore di primo piano nei dibattiti ecclesiastici interni nell’epoca di papa Francesco.

È il caso del fermento che ha riguardato Amoris Laetitia e del tema della Comunione per i cattolici che divorziano e si risposano fuori della Chiesa, dove il cardinale tedesco Walter Kasper è l’architetto intellettuale della proposta e il cardinale austriaco Christoph Schönborn uno dei suoi più articolati interpreti. È stato anche il caso del documento Magnum Principium del papa del settembre 2017, che ha trasferito la responsabilità principale della traduzione liturgica in molti casi ai vescovi locali. Il card. Marx è stato uno dei più entusiasti sostenitori di quella mossa, dopo che i vescovi tedeschi e austriaci si erano fermamente rifiutati per quattro anni di adottare una nuova traduzione della Messa approvata dalla curia romana.

Ora, ancora una volta, l’agenda teologica e pastorale della Chiesa di lingua tedesca sta ponendo i termini del dibattito sul papato di Francesco, in questo caso sull’intercomunione.

Gli ammiratori diranno che alcune delle più belle riflessioni teologiche nel cattolicesimo degli ultimi secoli sono uscite dall’ambiente di lingua tedesca, ed è assolutamente appropriato che i frutti di quella tradizione sono nella fase della raccolta. I critici generalmente guardano con sospetto, chiedendosi perché il crollo delle vocazioni e dei tassi di partecipazione alla Messa qualifichino la Germania ad insegnare al resto del mondo cattolico.

Qualunque punto di vista si adotti, ecco l’ironia n.3: Anche sotto un papa del “terzo mondo”, il primo mondo non è irrilevante. In buona fede cattolica sia e / o di moda, la realtà della Chiesa del 21 ° secolo non è a sud invece che a nord, ma piuttosto a sud e a nord.

Questi tre punti, tra l’altro, non dipendono affatto da quello che succederà quando i pastori tedeschi e i pesi massimi vaticani si riuniranno giovedì (ieri, ndr). Per questo, dovremo solo aspettare e vedere!

di Sabino Paciolla

 

 




INTERCOMUNIONE: IL VATICANO AVREBBE BOCCIATO LA PROPOSTA DEI VESCOVI TEDESCHI

Fonti ben informate affermano che, con l’approvazione del Santo Padre, il Capo della Congregazione per la Dottrina della Fede ha respinto la guida pastorale dei vescovi tedeschi che permette la Santa Comunione ad alcuni coniugi protestanti in determinate condizioni.

Foto: card. Marx e card. Woelki (CNS)

Foto: card. Marx e card. Woelki (CNS)



Mercoledì scorso il sito cattolico austriaco Kat.net (qui) ha riportato che fonti ben informate vicino al Vaticano hanno confermato che la Congregazione per la Dottrina della Fede (CDF) ha respinto, con il consenso di papa Francesco, la proposta approvata (qui) a maggioranza dalla Conferenza Episcopale Tedesca di concedere, in “casi individuali” e a determinate condizioni, la comunione a coniughi di fede protestante sposati con cattolici.

Questa notizia è stata confermata anche da altre fonti, sempre vicine al Vaticano, di altre testate giornalistiche come: Catholic News Agency (qui), Edward Pentin del National Catholic Register (qui), e 1P5 (qui).

Il rifiuto da parte del Vaticano mostrerebbe che non vi sarebbe differenza di vedute tra l’arcivescovo Luis Ladaria, attuale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e il suo predecessore, il cardinale Gerhard Müller.

Sebbene si tratti di fonti e non di documenti ufficiali, ma data però l’affidabilità delle testate, si può ritenere fondata tale notizia.

Tuttavia ieri, verso mezzogiorno, la Conferenza Episcopale Tedesca ha emesso un comunicato che smentisce queste notizie. Riporta, inoltre, che il card. Marx è atteso in Vaticano per un colloquio con papa Francesco.

La risposta del Vaticano, se risultasse confermato quanto riportato da Kat.net, rappresenterebbe un duro colpo per la decisione presa in febbraio scorso dai vescovi tedeschi guidati dal card. Reinhard Marx (nella foto), molto vicino a Papa Francesco, poiché facente parte del comitato ristretto di cardinali che aiutano il papa nelle riforme della Chiesa, il cosiddetto C9.

Quella proposta dei vescovi tedeschi aveva creato profondi malumori nella conferenza episcopale tanto da sfociare, la settimana scorsa, in una lettera scritta da sette vescovi locali tedeschi (qui), tra cui il cardinale Rainer Maria Woelki (nella foto), di Colonia, indirizzata a Papa Francesco ed alla CDF. In quella lettera venivano espressi profondi dubbi sulla decisione presa che si ritiene essere in contrasto con la Dottrina cattolica, che mina l’unità della Chiesa, che è fonte di forte preoccupazione per una Conferenza che si pensa stia oltrepassando le sue competenze. I sette vescovi chiedevano al Vaticano di intervenire e fare chiarezza su quella che loro pensano sia una fuga in avanti da parte della Conferenza Episcopale Tedesca. Una bella fuga in avanti (qui) che, secondo alcuni, era in “cottura” da vari anni, anche se non riusciva mai a vedere la luce…fino a febbraio scorso.

I dubbi ed i malumori sono stati ben espressi da uno dei sette vescovi, mons. Stefan Oster, di Passau (Bavaria), in un articolo scritto sul settimanale della sua diocesi (qui), articolo ripreso anche da Lifesitenews (qui).

Spiega Oster che “L’Eucaristia è per noi cattolici così importante che esprime essenzialmente tutta la nostra comprensione della Fede e della Chiesa”. Inoltre,  a lui non sembra “semplice” “condividere la piena comprensione cattolica dell’Eucaristia“, pur rimanendo in un’altra confessione. In sintesi, o si diventa cattolici o si rimane protestanti.

Oster, infine ha fatto cenno al fatto che la lettera dei sette vescovi è partita dopo una discussione “intensa” e “controversa” durante l’incontro della stessa Conferenza episcopale tedesca, in cui “si è già apertamente discusso se e come ci si dovesse rivolgere a Roma per un ulteriore chiarimento delle questioni aperte“.

Questo cenno alle discussioni è certamente una risposta indiretta alla sorpresa espressa dal card. Marx per il ricorso al Vaticano da parte dei sette vescovi. Egli si era mostrato molto contrariato perché, a suo parere, quanto approvato dalla Conferenza era solo una bozza, soggetta a revisioni.

Ma Marx aveva ben ragione di essere irritato perché quel ricorso portava alla luce del sole una profonda spaccatura in seno ai vescovi tedeschi. Infatti, fonti giornalistiche tedesche parlano di malumori nei confronti del card. Marx che sarebbero molto più estesi di quando si potrebbe osservare a prima vista.

Prima dei sette vescovi, altre personalità importanti della Chiesa avevano rappresentato pubblicamente dure critiche.

Il cardinale Paul Cordes (qui), ex presidente del Pontificio consiglio “Cor Unum” aveva detto che la proposta dei vescovi tedeschiincontra seri ostacoli teologici e contrasta con l’insegnamento della Chiesa “basato sulla Bibbia e sulla Tradizione”.

Il card. Walter Brandmüller aveva detto che è “un imbarazzante melodrammatico imbroglio”.

Infine, il card. Gerhard Müller (qui), oltre che parlare di un “trucco” e di tentativo di “protestantizzazione della Chiesa cattolica, ha chiaramente detto (qui):

Ci sarebbe progresso ecumenico solo se ci avvicinassimo alla grande meta dell’unità dei cristiani nella Chiesa Una, Santa, Cattolica e Apostolica. Il presupposto, però, sarebbe il riconoscimento della sacramentalità della Chiesa e del fatto che non abbiamo alcun potere di disposizione sui Sacramenti. Qui, si dovrebbe prima chiarire se le Conferenze episcopali non superano la propria area di autorità nei singoli casi.