Card. Wojtyla, pellegrino da Padre Pio: “Io vedo che questa verità ‘La gloria di Dio è l’uomo vivente’ si è incarnata in uomo, Padre Pio”

(se il video qui sotto non dovesse caricarsi, fare il refresh di questa pagina o cliccare qui)

 

 

e qui il miracolo:

(se il video non si carica fai il refresh di questa pagina o clicca qui)

 




Le Via Crucis del cardinale Karol Wojtyła a Kalwaria Zebrzydowska

Questo articolo è stato scritto per ACIStampa dal giornalista polazzo Włodzimierz Rędzioch e viene qui pubblicato con il suo permesso.

 

Wojtyła arriva a Kalwaria per il Venderrdì Santo anni '60

Wojtyła arriva a Kalwaria per il Venderrdì Santo anni ’60

 

Per capire la sua fede, la sua anima, la sua spiritualità bisogna venire qui, a Kalwaria Zebrzydowska. Perché Karol Wojtyła si è formato umanamente e spiritualmente in questo santuario unico: santuario della Passione e allo stesso tempo mariano.

Da sacerdote e da vescovo veniva qui regolarmente per la Settimana Santa e per la festa dell’Assunzione. Nella memoria dei fedeli rimangono le Vie Crucis celebrate dell’arcivescovo di Cracovia lungo le monumentali stazioni architettoniche.

Nel suo primo viaggio da Pontefice voleva vivamente tornare a Kalwaria pronunciando le parole che spiegano i suoi legami con il santuario: “Non so come ringraziare la Divina Provvidenza, che mi è dato ancora una volta di visitare questo luogo. Kalwaria Zebrzydowska, il Santuario della Madre di Dio, i luoghi sacri di Gerusalemme legati alla vita di Gesù e della sua Madre, riprodotti qui, le cosiddette ‘Dróżki’ (“Stradette”). Le ho visitate molte volte, fin da ragazzo e da giovane. Le ho visitate da sacerdote. Particolarmente, ho visitato spesso il Santuario di Kalwaria da Arcivescovo di Cracovia e da Cardinale. Venivamo qui molte volte, io e i sacerdoti, per concelebrare dinanzi alla Madre di Dio. (…) Più spesso, però, venivo qui da solo e, camminando lungo le stradette di Gesù Cristo e di sua Madre, potevo meditare i loro santissimi Misteri, e raccomandare a Cristo, mediante Maria, i problemi particolarmente difficili e di singolare responsabilità nella complessità del mio ministero. Posso dire che quasi nessuno di questi problemi è maturato se non qui, mediante l’ardente preghiera dinanzi a questo grande Mistero della fede, che Kalwaria nasconde dentro di sé” (Kalwaria Zebrzydowska, il 7 giugno 1979).

La storia di questo santuario è legata al nobile Mikołaj Zebrzydowski che nel 1600 decise di creare in miniatura i luoghi di Gerusalemme legati alla passione di Cristo. Negli anni successivi furono costruite sulle pittoresche colline dei monti Beskidy delle cappelle in stile barocco e manierista lungo dei sentieri di 6 chilometri (“Stradette”). La loro architettura e l’aspetto topografico assomigliavano ai luoghi santi, ricreando la Via Dolorosa di Gerusalemme con le cappelle dedicate alle meditazioni sulla Passione del Signore nonché sui segreti della vita della Madonna. Per dire la verità all’inizio fu il tipico santuario della passione (il Calvario) e il culto mariano iniziò a svilupparsi lentamente. Nel 1641 Stanisław Paszkowski, un nobile che viveva nelle vicinanze, ricevette un’immagine della Madre di Dio con il Bambino. Il 3 maggio di quell’anno si verificò un miracolo: dagli occhi della Madonna iniziarono a fluire le lacrime sanguinanti.

Paszkowski decise di portare l’icona nella chiesa di Kalwaria Zebrzydowska dove cominciò a svilupparsi il culto della Madonna. E in questo modo la “Gerusalemme” polacca divenne anche un santuario mariano, il secondo santuario della Madre di Dio del Paese, dopo Częstochowa. Per volontà del primo fondatore, Mikołaj Zebrzydowski, il santuario venne affidato all’ordine dei frati minori, in Polonia chiamati familiarmente bernardini che lo custodiscono fino ad oggi. Oggi il complesso del santuario, a parte il Calvario, si compone di una basilica in stile barocco dedicata alla Madonna degli Angeli con la famosa icona e un convento dei padri bernardini.

Nel suo discorso al santuario Giovanni Paolo II si chiedeva perché “Kalwaria ha in sé qualcosa che attrae l’uomo. Che cosa provoca tale effetto?” e dava anche la sua risposta: ”Forse anche questa naturale bellezza del paesaggio, che si estende alla soglia dei Beskidy polacchi. Certamente esso ci ricorda Maria, che per visitare Elisabetta ‘si mise in viaggio verso la montagna’ (Lc 1,39). Ma quel che soprattutto attira qui l’uomo continuamente è quel mistero di unione della Madre con il Figlio e del Figlio con la Madre (…) sulla ‘via crucis’, e poi sulle orme dei suoi funerali dalla Cappella della dormizione al “Sepolcro della Madonna”. Infine, il mistero dell’unione nella Gloria, che ricordano le ‘stradette’ dell’Assunzione e dell’Incoronazione. Il tutto, ben collocato nel tempo e nello spazio, ricoperto dalle preghiere di tanti cuori, di tante generazioni, costituisce un singolare, vivo tesoro della fede, della speranza e della carità del Popolo di Dio di questa terra. Sempre, quando venivo qui, avevo coscienza di attingere da questo tesoro”.

Giovanni Paolo II è tornato alla sua amata Kalwaria anche nel suo ultimo viaggio in Polonia, nel 2002 che coincideva con il 400° anniversario della dedicazione del santuario della Passione di Gesù e della Madonna Addolorata. Al termine della Celebrazione Eucaristica del 19 agosto 2002 il Papa pronunciò le memorabili parole: “Sono contento che il coronamento di questa visita avviene proprio a Kalwaria, ai piedi di Maria. (…) Quando ho visitato questo santuario nel 1979 vi ho chiesto di pregare per me, finché sono vivo e dopo la mia morte. Oggi ringrazio voi e tutti i pellegrini di Kalwaria per queste preghiere, per il sostegno spirituale che ricevo continuamente. E continuo a chiedervi: non cessate di pregare – lo ripeto ancora una volta – finché sono vivo e dopo la mia morte. Ed io, come sempre, ricambierò la vostra benevolenza raccomandando voi tutti a Cristo misericordioso ed a sua Madre”. Tanta gente continua a pregare per san Giovanni Paolo II essendo sicura della sua intercessione presso Cristo e sua Madre, come promise a Kalwaria Zebrzydowska.  




Sorgenti nel deserto: la fecondità del matrimonio cristiano senza figli

Una coppia su 8 è sterile e molte di più incontrano difficoltà nell’ottenere una gravidanza o nel portarla avanti. In questo articolo le due autrici si interrogano su come la Chiesa accompagni queste persone, quale significato abbia la loro sofferenza in unione alla Croce di Cristo e quali frutti particolari queste coppie, aperte alla vita ma non benedette dal dono dei figli, possano portare alla Chiesa.

Di seguito l’articolo di Kimberly Henkel & Ann Koshute, nella mia traduzione.

                   (Annarosa Rossetto)

 

Oasi nel deserto

Oasi nel deserto

 

Sorgenti nel Deserto: infertilità, accompagnamento e fecondità

 

di Kimberly Henkel & Ann Koshute  

Nel suo dramma “La bottega dell’orefice” Karol Wojtyła scrive in modo commovente, e con grande consapevolezza, le altezze e le profondità dell’amore e del matrimonio. La storia segue tre coppie che scoprono, e talvolta fanno resistenza, le esigenze dell’amore all’interno del matrimonio. In ogni caso, gli sposi devono destreggiarsi con le dinamiche delle loro famiglie di origine mentre faticano nel conciliare il loro senso individuale di identità con le esigenze di amare un altro. Nel primo atto, Teresa riflette su ciò che rende l’amore eccitante e il matrimonio una vera sfida. L’attrazione sessuale è mescolata alla paura dell’ignoto. Anche prima che lei e Andrew si scambino le promesse matrimoniali, Teresa sa che i loro sogni su come dovrebbe svolgersi la vita coniugale e la realtà di due che diventano una sola cosa, non necessariamente corrispondono: “Pensavo ai richiami che non possono mai convergere. Pensavo ad Andrea e a me. E ho presentito il peso della vita.”.

Non abbiamo bisogno di essere sposati per capire che il matrimonio è difficile. Veniamo tutti da famiglie con un certo livello di disfunzione. Osserviamo i matrimoni nelle nostre famiglie allargate, tra i nostri amici e conoscenti e, da lontano, l’infinito accoppiarsi e separarsi delle celebrità. Proprio mentre Teresa e Andrea lottano per inviare e ricevere i singoli “richiami” che esprimono il loro amore e le loro aspettative l’uno dell’altro, le coppie sposate sperimentano le sfide della “convergenza” in una moltitudine di modi. Questo fa parte di ciò che rende il matrimonio così pieno di meraviglie e persino spaventoso. È anche ciò che lega la coppia più da vicino, consente la costante scoperta del mistero dell’altro e rende il “Sì” dei voti – un “Sì” che si assume un rischio nel promettere ciò che non può conoscere appieno, per un futuro che è sempre “oltre” rispetto a loro – un’opportunità per entrare insieme nell’avventura.

Il lavoro quotidiano dei “richiami di convergenza” assume una sfida aggiuntiva per la coppia che sperimenta l’infertilità. In un mondo che premia contemporaneamente un’autonomia che abbraccia uno stile di vita “senza figli per scelta” e si abbandona a celebrazioni di “pancine” e geniali feste”gender reveal“, è la coppia senza figli, desiderosa di concepire, che spesso sperimenta “il peso della vita.” Queste coppie potrebbero sentirsi frustrate e confuse dai richiami provenienti dalla famiglia, dagli amici e dai media sul “metter su famiglia”, mentre cercano di rimanere sintonizzati con i sentimenti, paure e desideri l’uno dell’altra. Le coppie fedeli possono percepire richiami contrastanti provenienti da un Dio che comanda loro “siate fecondi e moltiplicatevi”,  promette fedeltà e ha dimostrato di operare il miracolo che ha aperto alla vita il grembo, da Sarah e Rachele ad Anna ed Elisabetta. Possono sentirsi misteriosamente impediti nella loro capacità di svolgere la missione di genitorialità, perplessi dai criteri che devono ancora incontrare per qualificarsi per il loro personale miracolo di proporzioni bibliche.

I richiami ricevuti dalla cultura, e persino dalle nostre famiglie, sono ugualmente contrastanti: non abbiate fretta di sposarvi / non aspettate troppo a lungo; non fate un figlio in luna di miele! / quando “mettete su famiglia”? Le attese sulle coppie sono spesso irrealistiche, limitandole ad una visione del matrimonio costruita dalle percezioni di genitori, suoceri, amici ed estranei. A figlie o figli che affrontano l’infertilità viene chiesto (anche ripetutamente) da parte dei genitori quando inizieranno “a darci nipotini”. Molti sperimentano domande di perfetti estranei che chiedono informazioni sul loro stato genitoriale e quasi dei “controlli periodici” invadenti: “Cosa state aspettando?” ” Uno di voi ha un problema?” Infine, gli sposi senza figli hanno i loro richiami reciproci da affrontare, cercando di rimanere aperti con i cuori in ascolto reciproco. Anche se sono attenti l’uno all’altra, la comunicazione tra loro può diventare tesa, e può essere altrettanto difficile avvicinarsi a Dio con apertura e fiducia.

Mentre tutti i matrimoni sono chiamati a modellare l’amore tra Cristo e la Sua Chiesa, cosa che inevitabilmente richiede ad ogni coppia di prendere la propria croce, la coppia che lotta con l’infertilità soffre per una croce particolare, che può distorcere la percezione stessa della loro unione coniugale. L’infertilità è in effetti una “croce”, un peso per tutta la vita per molti e una fonte di grande dolore e sofferenza. Eppure la storia della salvezza è la storia del fedele accompagnamento di Dio del Suo popolo attraverso il dolore e la sofferenza, e della trasformazione possibile quando ci arrendiamo alla provvidenza e alla tenerezza di Dio (“Ecco, io faccio nuove tutte le cose” [Ap 21: 5]). Per gli sposi infertili, la loro unione è tutt’altro che incompleta: mentre non sono in grado di generare figli, rimangono testimoni della pienezza di un matrimonio sacramentale che è sempre una partecipazione alla fecondità della Trinità. Ciò, tuttavia, richiede uno spostamento del pensiero in base al quale il concetto di fecondità non si limita all’atto della procreazione.  Nell’ottimo articolo di Timothy O’Malley, ” Riflessioni editoriali: Il Carisma dell’Infertilità, O’Malley suggerisce che

È proprio il carisma della coppia infertile nella Chiesa a ricordarci che la fine fondamentale del matrimonio non è la riproduzione a tutti i costi. Piuttosto, è il dono totale di tutta la vita della coppia a Dio. … [Attraverso la loro fatica], la coppia deve amare fino in fondo, per trasformare anche questo limite in un’occasione di amore Eucaristico. Poiché nella Croce di Cristo e nella Resurrezione, ogni dimensione della vita umana può diventare una nuova occasione di fecondità.

Questo è un punto importante, sia per i coniugi sterili che per i sacerdoti ed altri che potrebbero accompagnarli in questo percorso: l’infertilità non è un “cammino di disperazione”, ma un pellegrinaggio di Fede (in Dio, che provvede e non abbandona); Speranza (crescita nella consapevolezza che Dio li sta guidando, piuttosto del “desiderio” che la situazione possa cambiare); e Amore (la presenza di reciproca disponibilità a “svuotarsi” che porta nuova vita in modi inaspettati). Con l’aiuto dell’accompagnamento spirituale ed emotivo, la coppia può imparare a riconoscere e a stare con la sofferenza (mai negandola o costringendosi a “superarla”) e a discernere ciò a cui Dio li sta chiamando, una fecondità che solo loro possono realizzare. Se la coppia infertile può finalmente abbracciare l’aspetto vocazionale della loro infertilità, può coltivare un matrimonio forte, una relazione forte con Dio e diventare testimoni efficaci per altre coppie sposate, sacerdoti e religiosi, e per un mondo che è affamato di vero amore . La domanda per loro – e per la Chiesa – è:  come si può realizzare meglio un simile obiettivo?

Non è possibile rispondere a questa domanda in un breve articolo, né possiamo offrire una soluzione ai misteri che circondano l’infertilità. Quello che proponiamo qui è l’inizio di una conversazione che spieghi la complessità delle difficoltà emotive e spirituali che circondano l’infertilità. Mentre la coppia infertile cerca disperatamente una soluzione alla propria infertilità, ciò di cui hanno più bisogno dalla Chiesa è di essere ascoltati e compresi e, soprattutto, di essere accompagnati nel loro cammino per scoprire un modo di essere fecondi in quello che potrebbero aver ritenuto nel loro matrimonio come un passaggio nel deserto. Mentre la Chiesa ha già parlato degli aspetti teologici ed etici della questione, c’è la necessità in questo momento della storia di considerare più pienamente le sfide pratiche e spirituali dell’esperienza di infertilità. A causa della diffusione della sterilità, per non parlare della pervasività e della distruttività delle “correzioni” offerte per superarla, c’è un senso di urgenza pastorale. Ascoltando l’esperienza degli sposi infertili, la Chiesa può imparare meglio a servire queste coppie, a riconoscere la difficoltà della loro situazione e ad aiutarle ad andare avanti con speranza. Questo è un momento in cui la Chiesa può approfondire la propria tradizione ed spiegare in modo più chiaro alle coppie infertili la fecondità che ogni coppia di sposi già condivide, sia che abbiano figli o meno.

Mentre ogni coppia sperimenta prove nel matrimonio, l’infertilità colpisce il cuore della sua identità, come “una sola carne” creata per “essere feconda e moltiplicarsi”. Qual è il significato di questo desiderio di concepire e generare figli, quando questo desiderio è continuamente frustrato? Vari studi riportano che una coppia su otto trova difficoltà a concepire: sia per completa incapacità di concepire, sia di portare a termine la gravidanza. Le ragioni sono molte e dipendono da fattori genetici, malattie e incidenti che possono aver reso sterile ciascun coniuge; dall’ambiente (inquinamento, sistemi idrici e fonti alimentari contaminati da rifiuti ospedalieri, ormoni sintetici e pesticidi); fino al semplicemente misterioso “nessuna diagnosi”. Quest’ultima è, per certi aspetti, la cosa che più mette alla prova la fede di una coppia, perché non c’è nessuna causa precisa individuata, nessuna persona o circostanza da “biasimare”. Nessuno, tranne Dio.

Qualunque sia la causa, l’incapacità di concepire è affrontata inizialmente come un ostacolo inaspettato ma più o meno gestibile. Col passare del tempo e nuovi interventi che via via vengono provati e falliscono, quello che sembrava una temporaneo battuta d’arresto lascia il posto alla frustrazione, alla rabbia, all’invidia e alla disperazione. Ogni mese ricorda in modo evidente che non arriverà nessun bambino. Amici e familiari iniziano a mandare i propri annunci di nascite, e la pressione per “mettersi in pari” – a parte le continue domande invadenti – mette a dura prova tutte le relazioni della coppia. Ogni esortazione a “dovete solo rilassarvi” o “divertitevi mentre ci provate”, viene magari fatta con buone intenzioni ma esercita una maggiore pressione sulla coppia per “darsi da fare e produrre”. Frasi del genere sferrano un colpo al già fragile senso della mascolinità e femminilità della coppia e accrescono la crisi di fede che la loro sterilità genera. Nella ricerca di risposte, e di colpevolezza, sono tentati di puntare il dito l’un l’altra, di guardare verso sé stessi con odio e verso il Cielo con disperazione.

Poiché la Chiesa proibisce l’uso delle Tecnologie di Procreazione artificiale, può sembrare che una coppia sia in grado di capire come gestire la propria situazione da soli. Così spesso finisce per sembrare che la Chiesa stia dicendo loro un “no” senza fornire un’alternativa accettabile. E c’è il pericolo reale di offrire semplicemente soluzioni tecniche al problema dell’infertilità – anche moralmente lecite. Ovviamente è importante che gli sposi migliorino la loro salute in modo da poter ottenere la gravidanza, ma quando l’approccio tecnico inizia a mettere in pericolo il benessere di una coppia, non diventa più vivificante. Il passaggio dalla salute alla ricerca di un bambino a tutti i costi minaccia non solo la salute fisica, mentale e spirituale degli sposi, ma anche la salute del matrimonio. Oltre all’ovvio rischio fisico delle iniezioni ormonali e della chirurgia, c’è lo sforzo mentale provocato dal costante monitoraggio dei segni di fertilità e i rapporti sessuali temporizzati in concomitanza con il picco di fertilità della donna. Lo stress può essere un fattore importante che contribuisce alla sterilità e il tentativo di rilassarsi ed essere un amante generoso e oblativo mentre si cerca di ottimizzare i tempi fertili diventa sempre più difficile. Bisogna anche affrontare la domanda su quanto una coppia sia disposta ad andare avanti con gli interventi medici, poiché ci saranno sempre coppie per le quali le soluzioni tecniche per avere un bambino non funzioneranno. Oltre a tutto ciò, ci sono i rischi non così ovvi di considerare un figlio come un prodotto o un progetto personale. Quando una coppia prova per mesi o anni a concepire, diventa difficile ricordare che un bambino è un dono. Se i coniugi non stanno attenti, i loro infiniti tentativi di interpretare i possibili segni di gravidanza, così come la continua attenzione ai dosaggi e alle cure ormonali, possono avere l’effetto di considerare l’atto di raggiungere la gravidanza come una missione in sé e per sé.

Mentre alcuni potrebbero obiettare che coloro che sperimentano l’infertilità sono troppo sensibili , il linguaggio usato per parlare di l’infertilità è importante. Essere compassionevoli verso la coppia infertile, mentre li si aiuta a integrare la loro ferita fisica, emotiva e spirituale in un abbandono creativo a Dio, è un atto difficile di equilibrio. Abbraccia l’unica e misteriosa fecondità che solo loro, in cooperazione con Dio, possono portare alla pienezza. Le coppie infertili devono guardarsi dall’interiorizzare involontariamente parole di “consiglio” e domande indiscrete che possono alimentare il loro dolore, piuttosto che farglielo attraversare. Amici ben intenzionati, possono dire cose del tipo: “Non posso nemmeno immaginare quanto difficile debba essere non essere in grado di concepire un bambino. Dovete essere davvero forti. I miei figli sono tutta la mia vita!” Piuttosto che sentirsi confermati e capiti, questo può lasciare coloro che lottano con l’infertilità scoraggiati, isolati e risentiti. Le coppie infertili dovrebbero metterci una pietra sopra (e smettere di essere “fiocchi di neve” – ipersensibili, N.d.T.)? O tutta la loro sfera di conoscenze (famiglia, amici, social media) dovrebbe muoversi intorno a loro in punta di piedi? La risposta sta nel mezzo: maggiore conoscenza delle sfide della sterilità e accompagnamento pastorale comprensivo.

La stessa definizione di “infertile” è un punto di contesa quando si ragiona su come parlare della mancanza di figli. Alcune persone, specialmente le donne, possono ritrarsi quando ci si riferisce a loro in questo modo, poiché le contraddistingue come qualcosa di diverso rispetto a persone complete e meritevoli. Per quanto possano essere irrazionali questi pensieri, sono rafforzati da alcuni Cattolici che danno per scontato che l’assenza di figli sia un “no” volontario, derivante da una mancanza di fede o dall’incapacità di aver provato tutte le soluzioni tecniche moralmente lecite del problema. Le donne lo sentono più acutamente, dal momento che sono i loro corpi a subire gli effetti collaterali di farmaci, trattamenti ormonali e interventi chirurgici (a volte ripetuti). Sentono gli effetti collaterali fisici ed emotivi dei trattamenti nel loro stesso essere. Questo per non parlare del costo peculiare che la sterilità ha sugli uomini, troppo spesso trascurato o sottovalutato.

Sia che l’infertilità sia un peso temporaneo o uno stato permanente, il matrimonio della coppia infertile prende la forma della croce, con il suo duplice significato di sofferenza e salvezza. La Croce di Cristo conferisce alla nostra sofferenza la sua natura paradossale, dimostrando che l’abbondanza e la luce possono emergere dalle profondità dell’oscurità arida. Così è con gli sposi che evidentemente portano la loro infertilità come una croce, ma che non deve significare un peso che grava per sempre sulla loro relazione, o la rompe ( cfr Mt 11,30 ). Il linguaggio della croce è appropriato ma spesso frainteso come un dolore dal quale non c’è sollievo: una straziante, umiliante, inevitabile morte. Gli sposi infertili devono cercare il duplice significato della loro sofferenza particolare, e trovare in essa la fedeltà di Dio a loro, e il frutto che Egli desidera trarne. Sul Golgota, Cristo fu spogliato di tutto e si donò completamente. Allo stesso modo, la coppia infertile si sente spogliata delle proprie speranze di una famiglia, e svuotata fisicamente, ha pagato il prezzo che gli interventi medici chiedono al corpo. Eppure Cristo, consegnando se stesso alla volontà di Dio, ha prodotto il frutto della salvezza, la sconfitta della morte. Il suo abbraccio di desolazione e perdita trasformò la sofferenza in un modo di sprigionare l’amore. Allo stesso modo, se gli sposi riescono a consegnarsi a Cristo, permetteranno che le loro ferite vengano assorbite dalla Sua, una nuova vita emergerà dalla loro unione.

Sebbene la croce dell’infertilità si alleggerisca con il tempo, la cicatrice rimasta rimane sensibile. E anche questo può essere trasformato dalla croce di Cristo in un percorso di amore e di vita unico per la coppia, che produce frutti che possono solo venire dalla loro unione e da questa particolare sofferenza. San Josemaría Escrivá afferma : “Dio nella sua provvidenza ha due modi di benedire i matrimoni: uno dando loro dei figli; l’altro, a volte, perché li ama davvero molto, non dando loro figli. Non so quale sia la benedizione migliore. “Questo può essere scioccante per coloro che non riescono a immaginare un’incapacità di concepire come una benedizione.” Eppure Escrivà continua: “Spesso Dio non dà i figli, perché sta chiedendo loro qualcosa di più”. Dio non abbandona le coppie che lottano contro l’infertilità. Anche senza un figlio biologico, marito e moglie possono trovare abbondanti frutti nel loro matrimonio rimanendo vicini al Signore e permettendoGli di guidarli.

Mentre una coppia tenta di portare la croce dell’infertilità, è essenziale che altri si uniscano loro per aiutarli a sostenere il peso. La Chiesa può aiutare una coppia a selezionare la miriade di opzioni, chiarendo le alternative morali disponibili; ma il compito fondamentale della Chiesa è quello di accompagnare la coppia . Soprattutto, la coppia infertile ha bisogno di guida spirituale e sostegno durante il viaggio. È facile per gli sposi sentirsi dimenticati e isolati e interrogarsi sul perché un Dio buono non li benedica con i figli. Sacerdoti, parrocchiani, operatori della pastorale, familiari e amici devono imparare a camminare in modo migliore al fianco della coppia infertile; e gli sposi infertili devono diventare docili ai suggerimenti dello Spirito Santo nell’abbracciare una genitorialità unica per loro.

I sacerdoti sono in una posizione unica per affermare la bontà del matrimonio della coppia in difficoltà, incoraggiandoli a conoscere la presenza di Dio. Devono, ovviamente, essere consapevoli dell’impatto che l’infertilità ha sul matrimonio in primo luogo. Un modo semplice con cui un sacerdote può sostenere quelli della sua parrocchia che lottano contro l’infertilità consiste nell’offrire una Messa specifica per le coppie infertili, affinché possano ricevere guarigione fisica / spirituale / emotiva e discernere dove Dio li sta chiamando ad essere fecondi. Ciò consentirebbe alle coppie di vedere che la Chiesa è in sintonia con la loro situazione e li aiuta a connettersi con altre coppie con difficoltà simili. Un altro modo in cui un prete può essere sensibile a questa lotta è nei “giorni scatenanti” come la Festa della Mamma e la Festa del Papà. Questi possono essere difficili per coloro che desiderano essere genitori.

Nel terzo atto del dramma di Wojtyła , Christopher e la sua futura fidanzata lottano con la stessa eccitazione e incertezza che i suoi genitori – Andrea e Teresa – avevano affrontato quando contemplavano le incognite nel loro futuro da sposati. Hanno già sperimentato attraverso i matrimoni dei loro rispettivi genitori che ogni relazione è suscettibile di circostanze che rendono “difficile vivere”. Il loro futuro – come quello di ogni coppia che entra nel matrimonio con speranza e aspettativa – è un mistero che si dovrà svelare ex-novo. Il mistero della mancanza di figli è inaspettato, non pianificato e indesiderato; tuttavia, non deve essere senza speranza o fecondità. Il viaggio in questo mistero deve essere fatto insieme, ma anche accompagnati, dalla famiglia, dagli amici e dalla Chiesa. Il sostegno spirituale offerto dalla Chiesa non solo dà senso e scopo alla sofferenza della coppia, ma li porta a scoprire la missione di ogni matrimonio di andare insieme dove Dio li conduce.

L’edificazione spirituale e il sostegno alle coppie infertili è un compito in cui la Chiesa, in quanto esperta in umanità  (cfr Papa Benedetto ), deve essere impegnata. La Chiesa è in una posizione unica per dare la vita alle coppie sterili: non solo cercando per loro soluzioni tecniche, ma ascoltandoli, imparando da loro, e scoprendo insieme la forma autentica e feconda che l’accompagnamento deve prendere.

 

Fonte: Humanum Review

 

Kimberly Henkel, Ph.D. e Ann Koshute, MTS, sono le fondatrici di  Sorgenti nel Deserto,  una pastorale cattolica dedicata ad aiutare donne e coppie che lottano contro l’infertilità ad elaborare e superare il loro dolore ed a trovare la fecondità che Dio ha pianificato per il loro matrimonio. Attualmente stanno scrivendo un libro, “Sorgenti nel Deserto”, che si presterà allo studio individuale e di gruppo.

 




COSA C’ENTRA PAOLO VI CON KAROL WOJTYLA NELLA REDAZIONE DI HUMANAE VITAE?

Oggi ricorre il 50º anniversario della pubblicazione della Humanae Vitae del beato Paolo VI. Grande risalto è stato (giustamente) dato alla recente pubblicazione del libro di Gilfredo Marengo sull’Humanae Vitae, poiché attinge all’Archivio Segreto del Vaticano. Marengo, tra l’altro, afferma che non si può riscontrare con certezza il grado di influenza di Karol Wojtyla, l’allora arcivescovo di Cracovia, sulla redazione di Humanae Vitae. La professoressa Ines Murzaku, della Seton Hall University, prendendo spunto da un altro libro, quello di Pavel Stanislaw Galuska, frutto anch’esso di un lavoro di archivio, quello dell’arcidiocesi di Cracovia, in questo articolo afferma invece che l’influenza di Karol Wojtyla nella stesura della Humanae Vitae è innegabile.

Riporto questo interessante articolo nella mia traduzione.

Foto: Paolo VI è Giovanni Paolo II

Foto: Paolo VI è Giovanni Paolo II

 

di Ines Murzaku 

 

La Humanae Vitae e il suo autore, il Beato Paolo VI, stanno ancora facendo notizia nei media cattolici – ma non solo! Una rivelazione. Humanae Vitae, la prima bozza dell’enciclica respinta da Paolo VI, è stato il titolo di un articolo del 10 luglio 2018, pubblicato su Avvenire, un quotidiano italiano di “ispirazione cattolica”. “Humanae vitae”, Paul VI’s secret survey, un altro titolo acchiappaclick che mescola mistero e intrigo per le persone, pubblicato dal quotidiano italiano La Stampa-Vatican Insider, l’11 luglio 2018. “Segreto” è una parola chiave, collegata con Humanae Vitae – aggiungi Vaticano, e il titolo è fatto. Gettare gli archivi segreti del Vaticano nella miscela rende l’articolo particolarmente intrigante – anche se, naturalmente, gli archivi segreti del Vaticano non sono segreti, nel senso di misteriosi o intriganti, o rinchiusi dietro le alte mura del Vaticano. (L’Archivio Segreto Vaticano è l’archivio privato del pontefice, e solo il pontefice può stabilire il regolamento per la sua consultazione). A parte i titoli, l’articolo di Avvenire ha fatto un importante annuncio: la pubblicazione di un nuovo libro “La nascita di un’enciclica. Humanae vitae alla luce degli Archivi Vaticani” (Libreria Editrice Vaticana) basati su documenti dell’Archivio Vaticano mai consultati prima “che hanno permesso [all’autore] di ricostruire la genesi dell’enciclica, le sue varie bozze, le correzioni apportate da Paolo VI”. Papa Francesco ha deciso di aprire l’archivio, anche se alcuni documenti potrebbero essere più recenti dei 50 anni, regola minima (per essere resi pubblici, ndr) dalla data in cui sono stati scritti. Inoltre, l’articolo di Avvenire fornisce alcuni dettagli sul numero di vescovi che hanno dissentito da Humanae Vitae: “La maggior parte di loro [i vescovi] era [sic] per la legittimità dell’uso dei metodi contraccettivi: solo sette chiesero al Papa di pronunciarsi sulla sua illegittimità”.

I numeri sono abilmente presentati nell’articolo: “Degli oltre duecento membri del Sinodo, solo 26 hanno risposto tra l’ottobre 1967 e il maggio 1968 – e solo sette di questi 26 hanno raccomandato a Paolo VI di confermare il divieto di contraccezione di Pio XI”. Usiamo la matematica: duecento membri sono stati invitati a dare un feedback, di cui 26 hanno risposto, e di quelli che hanno risposto 19 hanno voluto che l’insegnamento della Chiesa sulla contraccezione cambiasse e 7 erano contrari a qualsiasi cambiamento sulla pillola. Diciannove dei 200 vescovi invitati hanno sostenuto il cambiamento – questo è un piccolo numero di vescovi quando si va oltre i titoli dei giornali e si fa la matematica. Paolo VI agì collegialmente e invitò i vescovi a partecipare e ad esprimersi. È vero che i numeri possono essere fuorvianti, soprattutto se distorti per convalidare una posizione su un argomento caldo come la forte posizione di Humanae Vitae sulla contraccezione.

Inoltre, Avvenire riferisce che “Wojtyla inviò alcuni importanti contributi (il più famoso f u il Memoriale di Cracovia del febbraio 1968), ma questi non influenzarono la stesura dell’enciclica. ‘Le fonti non permettono di affermare – scrive Marengo – che questi testi siano stati utilizzati in modo significativo nella stesura della Humanae Vita’”. Tra gli oppositori che hanno sostenuto l’insegnamento tradizionale della Chiesa sul matrimonio e la famiglia c’era Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia. Quanto Wojtyla e il Memoriale di Cracovia abbia influenzato Paolo VI resta da determinare dopo che gli studiosi avranno valutato le testimonianze dei reperti d’archivio di Marengo e Gałuszka.

 

Foto: beato Paolo VI

Foto: beato Paolo VI

Che cosa aveva a che fare Paolo con Karol, Roma con Cracovia?

Molto! Secondo un nuovo libro (2017) intitolato Karol Wojtyla e Humanae Vitae, Il Contributo dell’Arcivescovo di Cracovia e del Gruppo di Teologi Polacchi all’Enciclica di Paolo VI di P. Paweł Stanisław Gałuszka, sacerdote dell’Arcidiocesi di Cracovia, l’influenza di Wojtyla e della commissione di Cracovia è innegabile nell’influenzare la stesura di Humanae Vitae. Questo minuzioso studio fornisce in lingua polacca testimonianze accuratamente documentate, provenienti dall’Archivio della Diocesi di Cracovia, finora in parte sconosciute, riguardanti la “nascita” e l’ermeneutica della Humanae Vitae. Secondo le testimonianze presentate nel libro, c’è una preziosa ricerca fornita a Paolo VI dall’Arcivescovo di Cracovia e dal gruppo di collaboratori di Cracovia nella preparazione di Humanae Vitae.

Il 16 febbraio 1966 l’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla fu nominato membro della Commissione Pontificia pro Studio Populationis Familia et Natalitatis, commissione istituita durante il pontificato di Giovanni XXIII nel marzo 1963. L’intenzione di Paolo VI, come spiega nella Humanae Vitae, era di “confermare ed espandere la commissione”. Tale commissione, di cui Wojtyla era membro, era composta dal clero, per lo più cardinali e vescovi, nominati dal papa, con il compito di studiare la famiglia, il matrimonio e la regolamentazione delle nascite. I temi pertinenti sono stati approfonditi dal punto di vista teologico e pastorale, senza trascurare altre discipline come la medicina, la sociologia e la demografia. Questa commissione ha basato le sue deliberazioni sul lavoro di un’altra commissione che era composta da esperti e studiosi altamente qualificati nel campo, tra cui religiosi e laici, uomini e donne. Questa commissione a due livelli ha svolto fin dai suoi inizi un ruolo consultivo, mentre si aspettava che il pontefice regnante determinasse ed esprimesse un dogma “definitivo e assolutamente certo” sulle questioni relative alla fede e alla morale, come Paolo VI spiega chiaramente nella Humanae Vitae n. 6.

La scelta da parte di Paolo VI dell’arcivescovo Wojtyla di far parte della commissione fu ovvia: nel 1960 il libro di Wojtyła Amore e Responsabilità fu pubblicato in polacco, e da allora gli appassionati interessi teologici, filosofici e pastorali di Wojtyła sulla famiglia e sul matrimonio erano ben noti anche al di fuori della Polonia. Attraverso il gruppo di studiosi e teologi di Cracovia creato personalmente e immediatamente da Wojtyla, l’arcivescovo applicava, a livello locale, gli insegnamenti del Vaticano II sul matrimonio e l’apertura all’amore coniugale-generativo, e forniva un contributo al pontefice su queste pressanti questioni morali. Dalle deliberazioni del gruppo di Cracovia è nato il documento Primo Votum di Cracovia (Primo Voto), ovvero la prima bozza del documento. Dopo il Vaticano II, il Primo Votum di Cracovia segnò per la seconda volta per Wojtyla una tesi contro la contraccezione artificiale. Il documento Primo Votum di Cracovia fu consegnato a Paolo VI e al P. Henri de Reidmatten, che fungeva da segretario della Commissio Pontificia pro Studio Populationis Familia et Natalitatis l’8 luglio 1966, esattamente due anni prima della promulgazione di Humanae Vitae il 25 luglio 1968.  Il Primo Votum di Cracovia fu ricevuto con molta gratitudine dai membri della commissione, dato che Wojtyla non poteva recarsi personalmente a Roma perché il governo comunista in Polonia aveva negato l’autorizzazione per l’arcivescovo a recarsi all’estero. Il documento del Primo Votum di Cracovia analizzava sinteticamente le argomentazioni teologiche contro la contraccezione artificiale, applicando l’insegnamento della Chiesa così come è stato spiegato dal Concilio Vaticano II Gaudium et Spes:

Per loro stessa natura, l’istituzione stessa del matrimonio e l’amore coniugale sono ordinati alla procreazione e all’educazione dei figli e trovano in loro il loro ultimo coronamento. Così, un uomo e una donna, che con la loro intesa di amore coniugale “non sono più due, ma una sola carne” si prestano mutuo aiuto e servizio l’uno con l’altro attraverso un’intima unione delle loro persone e delle loro azioni. Attraverso questa unione sperimentano il significato della loro unicità e la raggiungono con crescente perfezione giorno dopo giorno. Come dono reciproco di due persone, questa unione intima e il bene dei figli impongono una fedeltà totale dei coniugi e necessita di una unicità inscindibile tra loro. Il matrimonio e l’amore coniugale sono per loro natura ordinati alla generazione e all’educazione dei figli.  I figli sono davvero il dono supremo del matrimonio e contribuiscono in modo sostanziale al benessere dei loro genitori.


La seconda parte del documento Primo Votum di Cracovia, secondo il libro di Gałuszka, fornisce un’esplorazione concreta e dettagliata della situazione dell’uso del controllo delle nascite in Polonia. Il documento si concentra sull’atto coniugale e sulla persona umana (approccio personalistico Wojtyłan) che sta dietro all’atto coniugale. Il documento spiega che con l’utilizzo di metodi naturali (di controllo delle nascite):

L’uomo non viola, non distrugge, non annulla la sua intrinseca qualità, nè la sua potenzialità, ma (l’uomo) fa del suo meglio per comprendere profondamente questa qualità e per adattarvisi, mentre si impegna ad aiutare in modo giusto la sua realizzazione. Solo questo rapporto con la natura è contemporaneamente creativo per l’uomo stesso e lo perfeziona.

Per due anni il pensiero di Wojtyla e dei suoi collaboratori di Cracovia è servito da incubatore per gli argomenti contro la contraccezione artificiale esposti in Humanae Vitae da Paolo VI. Il documento di Cracovia del luglio 1966 fu seguito da un Secondo Votum, che produsse quello che venne chiamato il Memoriale di Cracovia, che fu consegnato a Papa Paolo VI nel febbraio 1968. Questo secondo documento di Cracovia è stato elaborato e ampliato sotto la guida della Conferenza Episcopale della Polonia, e precisamente della Commissione per la Pastorale delle Famiglie, come reazione della Chiesa polacca alla pubblicazione illecita sui media internazionali dei documenti di lavoro del Commissio Pontificia pro Studio Populationis Familia et Natalitatis, che in realtà erano documenti di lavoro e non dovevano essere citati – tanto meno, fatti trapelare ai media. Tra i documenti di lavoro della commissione: Lo status quaestionis, il Documentum syntheticum de moralitate regulationis nativitatum e lo Schema documenti de responsabili patenitate furono pubblicati illecitamente. Ciò suscitò grande indignazione da parte degli autori dei documenti, data la natura privata delle loro deliberazioni su questioni così delicate come la regolamentazione delle nascite. L’irresponsabile fuga di notizie delle deliberazioni private della commissione fu considerata un “grave errore” commesso nei confronti della commissione. Inoltre, ciò dimostrava una pressione concertata che si stava costruendo contro l’ortodossia di Papa Paolo VI e la sua enciclica che sosteneva l’insegnamento secolare della Chiesa sul matrimonio e la famiglia.

Secondo le meticolose e documentate scoperte di Gałuszka, i documenti di Cracovia non furono gli unici ad aver influenzato la decisione di Paolo VI prima della promulgazione dell’Humane Vitae. Un anno prima della promulgazione dell’enciclica, nel 1967, Papa Paolo VI aveva ricevuto il Memorandum di Ulm, un documento che fu elaborato e presentato a Paolo VI dai medici e dai membri del simposio medico di Ulm nell’allora Repubblica Federale di Germania – un anno prima della promulgazione della Humanae Vitae. Il documento riportava che secondo “una ricerca accuratamente condotta, le pillole che venivano poi vendute come contraccettivi in alcuni casi causavano l’aborto”. Gli effetti abortivi della pillola anticoncezionale sono stati rafforzati anche da un nuovo libro del Dr. J. Rötzer: Kinderzahl e Liebesehe. Ein Leitfaden zur Regelung der Empfängnis, nel 1965, tre anni prima della promulgazione dell’enciclica. Così, Paolo VI riceveva un sostegno “eloquente” non solo dai teologi morali, ma anche da quelle che Gałuszka chiama “scienze empiriche”, che testimoniano collettivamente i pericoli della pillola e che non si ha diritto di porre fine ad una vita umana, anche se “questo potrebbe accadere nell’1 per cento dei casi”.

In sintesi, dai documenti provenienti da Cracovia, c’è stata una profonda convergenza tra il pensiero di Montini e quello di Wojtyla in materia di matrimonio, famiglia e uso della contraccezione artificiale. Paolo VI apprezzò tale collaborazione e collegialità con l’arcivescovo di Cracovia e il suo gruppo di collaboratori. Ciò che Wojtyla e i suoi collaboratori di Cracovia fornirono a Paolo VI furono argomenti teologicamente e pastoralmente provati nel dibattito contro l’uso della contraccezione artificiale. I documenti di Cracovia hanno fornito a Paolo VI una visione teologico-morale e pastorale più profonda delle conseguenze della contraccezione provenienti dall’esperienza di una chiesa locale – la Chiesa in Polonia. Anche se il Memoriale di Cracovia non è stato citato specificamente in Humanae Vitae (non sono menzionati neanche altri documenti preparatori), la problematica, la teologia e l’approccio pastorale del Memoriale di Cracovia sono molto presenti nell’enciclica di Paolo VI, in primo luogo nell’insegnamento sull'”amore umano presente in Humanae Vitae, in cui il papa presuppone l’esistenza di alcuni principi antecedenti che ne determinano la forma”. Tuttavia, ci sono delle differenze tra i due documenti: ad esempio, Paolo VI non ha utilizzato gli argomenti a favore dell’approccio personalistico – l’uomo come individuo, non come oggetto – che il documento di Cracovia ha esplorato più in dettaglio.

Foto: papa San Giovanni Paolo II

Foto: papa San Giovanni Paolo II

Che cosa aveva a che fare Paolo con Karol, Roma con Cracovia, nella stesura della Humanae Vitae?

Più di uno potrebbe aspettarselo. Papa Paolo VI e l’Arcivescovo di Cracovia sono stati in armonia nel sostenere l’infallibile insegnamento della Chiesa sul controllo delle nascite, supportandolo con un sano approccio teologico, morale e pastorale. Se si legge parallelamente Humanae Vitae e la versione finale del Memoriale di Cracovia, l’armonia tematica e le soluzioni fornite tra i due documenti sono sorprendenti. Non c’è motivo di credere che il Memoriale di Cracovia non abbia avuto alcun impatto sulla scrittura della Humanae Vitae. Il pensiero e l’ortodossia di Paolo VI sul tema della contraccezione artificiale erano coerenti con l’insegnamento della Chiesa e con gli insegnamenti del Concilio Vaticano II.

Che dire dei vescovi che furono invitati da Paolo VI a dare un riscontro, ma che non risposero mai, o di quei vescovi che erano contro la Humanae vitae? Non c’è risposta migliore di quella del cardinale Ratzinger spiegata in un’introduzione alla Humanae Vitae in una pubblicazione dell’enciclica del 1995:

Il problema del rapporto fra maggioranza della commissione e decisione definitiva del Papa tocca questioni di fondo, che vanno molto al di là della problematica dell’enciclica Humanae vitae. Qui si dovrebbero porre problemi come i seguenti: quando una maggioranza è veramente rappresentativa? Chi deve rappresentare? Come può farlo? (…) una commissione, che dà un parere sulla dottrina della Chiesa, non deve in ogni caso rappresentare la maggioranza dei pareri dominanti, ma l’esigenza interiore della fede. La verità non viene decisa a maggioranza; davanti alla questione della verità ha termine il principio democratico. Nella Chiesa inoltre non conta mai solo la società attualmente presente. In essa i morti non sono morti, perché come comunione dei santi essa va al di là dei confini del tempo presente. Il passato non è passato, e il futuro proprio per questo è già presente. Detto anche con altre parole: nella Chiesa non vi può essere nessuna maggioranza contro i santi, contro i grandi testimoni della fede che caratterizzano tutta la storia. Essi appartengono sempre al presente, e la loro voce non può essere messa in minoranza.
La responsabilità nei confronti della continuità della dottrina ecclesiale aveva perciò giustamente per Paolo VI un’importanza maggiore di una commissione di sessanta membri, il cui voto era da tenere in considerazione, ma non poteva costituire l’ultima istanza di fronte al peso della tradizione.

In conclusione, durante il tempo di Paolo VI, come oggi, l’uomo moderno stava perdendo il senso di Dio. Il concetto di aggiornamento è stato erroneamente inteso come un cambiamento arbitrario. Papa Paolo VI non si è fatto portavoce di questo tipo di aggiornamento. Invece, ha costantemente promulgato l’insegnamento della Chiesa, preservando, continuando e trasmettendo la Tradizione. Questo non significa che il Santo Padre non abbia sostenuto l’aggiornamento o non sia stato favorevole a una storia viva e sempre nuova della Chiesa. Si oppone a uno storicismo che dissolve l’impegno dogmatico tradizionale o a una teologia che si conforma a teorie soggettive libere, spesso mutate da fonti avversarie. Papa Paolo VI non aveva dubbi sulla promulgazione della Humanae vitae, anche se era molto consapevole delle reazioni negative provenienti dall’interno e dall’esterno della Chiesa. Resistette, saldo nella fede, e seguì ciò che Pietro aveva comandato: confermare i fratelli nella fede, come disse nell’omelia del 24 agosto 1968. Paolo VI e il suo eventuale successore Giovanni Paolo II non avevano paura!

Fonte: National Catholic Register